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lunedì 26 gennaio 2015

Davide Solfrini - “Luna Park”, di Andrea Zappaterra


Davide Solfrini - “Luna Park”
il nuovo album in CD ed in tutti gli store digitali da New Model Label


Commento di Andrea Zappaterra

Non amo definire sorprendente un lavoro appena lo si ascolta, ma forse questo è il caso, perché Luna Park ti sorprende per i testi, le citazioni, le stanze di vita quotidiana in cui anche tu hai vissuto episodi analoghi, ti fa riemergere un mare di ricordi non troppo lontani che hanno suggellato anche le tue esperienze giovanili (per chi ha vissuto gli anni 70/80), con l’illusione delle più grandi libertà offerte dai media, dei miti americani, dal sesso sfrenato, per poi accorgersi di essere incappati nella più grande schiavitù: il mondo della droga  con la conseguente autodistruzione e disagio sociale.
Questo abbaglio collettivo che luccica come un “Luna Park” nella oscura periferia della riviera romagnola, il paese dei balocchi che ti attrae come divertimento incondizionato, ma che alla fine ti presenta il conto molto salato, trasformando la vita di molti in un inferno.
Musicalmente  su sonorità di matrice americana si innestano brani Tecno Pop, Rythm & Blues, Ballate Pop Rock, tutti al servizio della canzone e del testo, curato e spontaneo allo stesso tempo, che fa di Davide Solfrini un cantautore sui generis.
La voce è fresca e giovanile come il mondo che rappresenta, accompagnata dal suo gruppo di strumentisti, THE RIZIEROS' che sono:  Francesco R. Cola alla batteria, Matteo Dondi al basso, Omar Bologna alla chitarra.
Si inizia con Cenere, una metafora sul nostro mondo dove si aumenta la longevità in maniera artificiale, aggiustando fisicamente tutto quello che la moderna medicina può, dimenticando però che non si può riparare la solitudine, l’archivio delle persone conosciute che non ci sono più, la giovinezza e l’amore di una volta.
Luna Park è un brano Tecno pop, l’abbaglio del mondo dorato delle discoteche per chi vive in una periferia lontano dai flash della mondanità, ma “la speranza non è una gazzosa!”, ossia le cose che contano sono ben altre.
Bruno è forse il pezzo più significativo di tutto l’album, la storia di un tossicodipendente cresciuto con sani principi morali intorno alla chiesa di paese e su cui i genitori riversavano tanti bei propositi disattesi, perchè lui si trova a fare i conti con il mondo della droga che lo annienterà come i suoi amici, compagni di viaggi psichedelici.
Mi piace il Blues è il monologo di un disadattato molesto, con la sua visione della vita e, ovviamente, del blues, una persona che solo per il fatto di aver vissuto esperienze come quella del Parco Lambro si ritiene al di sopra degli altri.
Ballata è una storia sentimentale, dove il protagonista  pervaso da senso di insicurezza e di inadeguatezza di fronte alla straripante bellezza di lei in gioventù, si accorge che oggi anch’essa è guardata male per via di un passato equivoco e dell’aspetto fisico venuto meno. Lavanderia e Mai più ogni cosa, due storie melanconiche velate dai ricordi del passato. Elvis la storia di un DJ morto forse prima di conoscere gli anni 80, soprannominato così per il suo aspetto sovrappeso ma accattivante.
Hardcore è un’ironica presa in giro del mondo del sesso (Jessica Rizzo beatificata) visto con gli occhi di un adolescente, e infine Ci vuole tempo, un brano che denuncia il disinteresse delle istituzioni che hanno ben altro a cui pensare di fronte ai problemi del mondo giovanile, che comunque costituisce l’erba che cresce e quindi il mondo di domani.
Solfrini ha il merito di non voler prendere posizione di fronte alle storie che racconta, ma si limita a narrarle lasciando all’ascoltatore il giudizio.

Nel complesso è un album dove i temi sono affrontati con ironia e anche con un pizzico di drammaticità, come se fossero usciti da un giornale di cronaca di una periferia romagnola, sospesi tra la malinconia del ricordo e il luccichio della modernità di un “Luna Park”.


Tracklist:

1. Cenere / 2. Luna Park / 3. Bruno / 4. Mi Piace Il Blues / 5. Ballata / 6. Lavanderia / 7. Mai Più Ogni Cosa / 8. Elvis / 9. Hardcore / 10. Ci Vuole Tempo

Link:





PFM live - Teatro Comunale Vicenza, di Marco Pessina


PFM live - Teatro Comunale Vicenza - 23/01/2015
di Marco Pessina

In un teatro Comunale, con buona partecipazione di pubblico, è andato in scena  "ALL THE BEST" della PFM. Si è trattato di una performance di spessore, dal momento che non è stato tralasciato nulla del periodo progressivo della band milanese. Alle 21,15 il concerto ha inizio. RIVER OF LIFE é il pezzo di apertura, e se il buongiorno si vede dal mattino direbbe qualcuno, si incomincia alla grande. La triade DI CIOCCIO, MUSSIDA, DJVAS, dimostra fin da subito che la classe non è acqua, ben assecondati sul palco dal fido LUCIO FABBRI al violino e non solo, da ALESSANDRO SCAGLIONE alle tastiere e da ROBERTO GUALDI come batterista addizionale. Nemmeno il tempo di finire il brano, si parla poco e si suona come annuncia ad inizio concerto FRANZ, ed ecco il secondo pezzo logica conseguenza del primo: PHOTOS OF GHOSTS. I meccanismi sono ben oliati e la band tira che è un piacere in tutti i suoi componenti. Chicca nel terzo brano, con coro registrato così come era stato pensato ed inciso quarant'anni orsono nella stupenda L'ISOLA DI NIENTE, seguita dal lacerante riff di chitarra di MUSSIDA.  A questo punto DI CIOCCIO lascia spazio a GUALDI alla batteria per cantare OUT OF THE ROUNDBOUT da CHOCOLATE KINGS, pezzo che all'epoca cantava BERNARDO LANZETTI, introdotto da una fantasia di suoni da MUSSIDA. Si prosegue con la lisergica PROMENADE THE PUZZLE, dal fantasioso testo di PETE SINFIELD, all'epoca collaboratore dei KING CRIMSON, e difatti non si può dire che il pezzo un pò crimsoniano non lo sia. Il pubblico comincia a scaldarsi a mano a mano che il concerto si alza di tono. La PFM ci regala ROMEO e GIULIETTA di PROKOFIEV e nonostante il pezzo sia eseguito dalla PFM nei concerti con l'orchestra, anche questa versione è tutt'altro che da disprezzare. Dolce e sempre apprezzata DOVE E QUANDO. Magnifica esecuzione di DOVE E QUANDO parte seconda, che dà l'idea, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto fosse avanti la band all'epoca per gli standard italiani. Senza soluzione di continuità e con DI CIOCCIO che torna alla batteria c'è subito LA CARROZZA DI HANS, altra pietra miliare del progressive italiano. Inutile dire che ora anche il pubblico in sala è a temperatura giusta. Tocca a DJVAS con un lungo e articolato assolo di basso con accenno a LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE NERO degli AREA, il tutto per introdurre MAESTRO DELLA VOCE, che la band dedica sempre a DEMETRIO STRATOS. Il tempo vola e volano le straordinarie note della PREMIATA più che mai attuali. MR NINE TILL FIVE scatena l'entusiasmo con un DI CIOCCIO a pieni giri più che mai in forma. E qui torniamo alle magiche atmosfere da CENTRAL PARK e di LIVE IN USA con ALTA LOMA, con l'ennesimo assolo cambiato da MUSSIDA in una struggente chitarra fino ad arrivare al momento di LUCIO FABBRI con la celeberrima cavalcata dell'OUVERTURE dal GUGLIELMO TELL di ROSSINI. Il violino vibra e il ritmo aumenta scatenando l'entusiasmo. Ovazione finale con la band che esce di scena. Tuttavia sappiamo quello che manca all'appello, come ironizza FRANZ DI CIOCCIO al ritorno sul palco. E allora via con IMPRESSIONI DI SETTEMBRE seguita da E' FESTA, e qui c'è il consueto gioco di DI CIOCCIO sul ritmo di CELEBRATION, che coinvolge tutto il pubblico nel canto. L'esecuzione è lunga e contiene un accenno di VOLTA LA CARTA, in onore del maestro DE ANDRE'. Finisce col pubblico in piedi.

Cosa dire ancora: passano gli anni ma ci si diverte ancora proprio perché loro sono i primi a divertirsi sul palco. E' tempo dei saluti e dei ringraziamenti. Anche questa sera ci siamo gustati un paio d'ore di musica immaginifica. Alla prossima!

domenica 25 gennaio 2015

Richie Ramone & Band: Punk & Roll al Jailbreak


Report a cura di Francesca Flati
Photo Gallery a cura di Stefano Panaro
Articolo già apparso sul portale Rome by Wild:

Il punk/rock incontra Roma: Richie Ramone, per la prima volta a Roma, si esibisce sul palco del Jailbreak. Ancora una volta il merito va alla ERocks Production che si sta dando molto da fare per farci vivere o rivivere, (a seconda dell’età), irripetibili pezzi di storia, quindi facciamoci trovare preparati e cogliamo al volo le occasioni che ci offrono!
Nonostante il mal tempo la serata è stata caratterizzata da una buona affluenza di pubblico e ancora più buona è stata la partecipazione di chi era sotto palco, da subito coinvolto nello show. D’altra parte in molti hanno risposto alla chiamata dei Ramones: si sono visti tanti giubetti di jeans con toppa della band e tantissime magliette con il logo del gruppo americano. Fa quasi strano vederle in un contesto “naturale”, considerato il fatto che sono molto di moda anche al di fuori del mondo del rock.
Curiosa la scelta di far aprire il concerto alla cover band romana dei Ramones, i Romanez, che nel 2011 già avevano aperto il live di un altro Ramone, Marky (sostituito proprio da Richie nel 1983 e tornato dietro le pelli del gruppo nel 1987).
Ghigo Ramone, (voce), Mirko Ramone (batteria), Enrico Gambino (basso e cori) ed Esky Ramone (chitarra) salgono sul palco senza troppe moine. Si dà il via alla serata con “Rockaway Beach” in uno show serrato che porta il pubblico ad avvicinarsi sempre più al palco e cantare a squarciagola i successi dei Ramones, tra i quali spiccano “Psycho Therapy” e “I Wanna Be Sedated”.
Ghigo si prende qualche secondo per intrattenere il pubblico e presentare la band, nulla di più, il punk richiede immediatezza e i Romanez, forti della loro esperienza che li ha portati su tanti palchi dal 2008 ad oggi, lo sanno bene. Un unico momento per accattivarsi ancora di più la simpatia del pubblico: lanciare delle toppe nere con il logo della band, per la gioia dei presenti.
Dopo aver scaldato a dovere il pubblico i Romanez lasciano il palco velocemente, così come sono arrivati. Non è durato molto il loro show, ma sono ben tre le band previste per l’apertura e deve esserci spazio per tutti. Inoltre sembra che lo stesso Richie Ramone abbia chiesto di suonare prima degli altri gruppi, siamo quindi in attesa di sapere chi sarà il prossimo a salire sul palco.
Non passa molto che i Double Malt fanno il loro ingresso. La band abruzzese era infatti stata confermata come apertura per tutte le date italiane del tour di Richie ed una data austriaca.
Rompono il ghiaccio con “Long Way”, brano da cui è stato tratto anche il videoclip di presentazione per l’album “Addiction”, primo lavoro della band le cui registrazioni sono state ultimate di recente. Il loro è un hard rock che richiama tantissimo le sonorità degli anni ’90, c’è molta rabbia nei loro pezzi e un forte senso di disagio, l’intento della band è chiaro fin dalle prime note: esprimere se stessi.
Si tratta di una scelta stilistica che forse sarebbe più adatta ad una formazione ridotta, mettere insieme 6 voci e farle suonare in armonia non solo richiede una perfetta padronanza dello strumento, ma soprattutto la ricerca di un equilibrio che limita di molto l’impulso individuale, a favore di una sintesi di gruppo difficile da trovare anche nelle band più navigate. Tuttavia in musica nulla è impossibile e quindi auguriamo ai Double Malt di raggiungere presto il loro ambizioso obiettivo.
Alfredo Mariani (voce), Vittoriano Palerma (tastiere e synth), Angelo Lo Tesoriere (chitarra e cori), Bruno Sciri (chitarra e cori), Davide D’Amico (batteria) e Francesco Casoli (basso e cori) hanno una buona tenuta di palco, si nota solo un po’ di timidezza nei gesti e nel rapporto con il pubblico, caratteristica che sicuramente verrà meno con il passare del tempo. D’altra parte la band può già contare su un buon numero di collaborazioni illustri al fianco di Faster Pussycat, The Art, Reb Beach, Paul Gilbert, John Corabi e Pino Scotto. E se le premesse sono queste chissà cosa riserva il futuro…
A sorpresa, al posto dell’ultimo opening act, ecco la band di Richie Ramone che prende possesso del palco. Una breve prova strumenti e si parte!
Colpisce subito il look aggressivo di Clare Misstake (basso) e Alex Kane (chitarra), ma cosa volete? E’ un concerto Punk e non passa molto prima di essere colpiti anche dalle potenti note di “Criminal”. Il live è serrato: ad ogni canzone segue la successiva, richiamata con un urlo da Clare Misstake. Richie si alterna tra batteria e voce, così come Ben Reagan (chitarra) che prende il posto di Richie dietro le pelli quando lui afferra il microfono.
Il pubblico si riversa sotto palco per cantare assieme alla band i brani dei Ramones, divenuti ormai dei classici del rock, tra cui la stessa “Somebody Put Something in My Drink”, che dà anche il nome al tour di Richie Ramone, compositore del pezzo.
I partecipanti sotto palco, già carichi dalle performance precedenti e ormai in visibilio, si lanciano in modo sempre più veemente in un headbanging che diventa presto pogo sotto palco.
Si va avanti così attraverso “Animal Boy”, “Blitzkrieg Bop”, “(You) Can’t Say Anything Nice”, pezzi classici dei Ramones e pezzi tratti dalla discografia solista di Richie. Su “Cretin Hop” sale sul palco anche Ghigo (della cover band Romanez), per esibirsi al fianco dello stesso Richie e condividere con lui il microfono.
I musicisti sul palco sono una furia, Alex si lancia anche in diversi assoli che contraddicono l’equazione secondo cui i punkers non sono in grado di suonare.
Una brevissima presentazione della band e il combo si congeda. Ma il pubblico vuole ancora di più e richiama Richie a gran voce.
Sembra che l’artista non voglia concedere il bis e, invece, eccolo tornare sul palco, sorridente e pronto ad impugnare di nuovo microfono e bacchette. Sicuramente è stanco, se c’è una cosa chiara è che suonare la batteria su questi pezzi è faticoso e richiede molte energie, ma è pronto ad accontentare il suo pubblico, così come il resto della band e quindi si riparte, le mura del locale tornano a tremare con qualche brano ancora. Poi è davvero finita.
Per gli affezionati c’è però un’ultima sorpresa: Richie Ramone è disponibile per foto ed autografi al banchetto del merch.
Il concerto però non è ancora finito. Resta una band che deve ancora esibirsi:  l’opening act slittato come headliner, The Sunburst.
Purtroppo sono in molti ad accalcarsi al merch per incontrare Richie prima di abbandonare il locale, lasciando il sotto palco quasi vuoto durante l’esibizione della band di Savona. Davvero un peccato perché i quattro sanno suonare molto bene e riescono comunque a mantenere alta l’attenzione dei pochi rimasti.
La band propone tutte le tracce del full lenght, “Tear Off The Darkness”, pubblicato proprio quest’anno (2014), e, alla richiesta del bis, avendo terminato le proprie tracce, chiude lo show con una cover degli Alice in Chains “Man in The box”.
The Sunburst sono Davide Crisafulli, (voce), Luca Pileri, (chitarra), Stefano Ravera (batteria) e Francesco Glielmi (basso). Il loro è un sound alternative rock/metal che fonde insieme elementi e sfumature post-grunge, hard rock, stoner/sludge metal e progressive metal. decisamente ben arrangiato ed eseguito.
Per coloro che se li fossero persi, e per gli amanti del genere, consigliamo l’ascolto del loro già citato lavoro in studio “Tear Off The Darkness”.
Con l’ultima band sul palco un’altra serata volge al termine e, ancora pieni di musica nelle orecchie, si torna a casa. Ancora grazie al Jailbreak, alla ERocks Production e alle band che si sono esibite sul palco: Richie Ramone & Band, iRomanez, i Double Malt e i The Sunburst!
Set List Romanez
Rockaway Beach; Teenage Lobotomy; PsychoTherapy; I Wanna Be Well; Glad To See You Go; Gimme Gimme Shock Treatment; Rock & Roll High School; I Wanna Be Sedated; Have You Ever Seen The Rain; 5S & S; Do You Wanna Dance; Ramones; I Wanna Live; Don’t Bust My Chops; Beat on The Brat
Set List Double Malt
Long Way; Hear Me, I Scream; Just You Know Why; Me And My Sweet; Right time; Let Me Roll; P.H.; Room 182

Set List Richie Ramone
Criminal; Somebody Put Something in My Drink; Smash You; I Just Want To Have Something To Do; Better Than Me; Durango 985; Animal Boy; Into The Fire; I Know Better Now; Blitzkrieg Bop; Entitled; Humankind; (You) Can’t Say Anything Nice; Forgotten Years; Take My Hand; Today Your Love, Tomorrow The World; Warthog; I’m Not Jesus; Loudmouth; Havana Affair; Cretin Hop; Everytime I Eat Vegetables It Makes Me Think of You; Commando

Set List The Sunburst
Follow me; Something real; The Flow; Left behind; Be yourself; Unforgiven; Another day; Rising; Man in The box (Alice in Chains cover)


sabato 24 gennaio 2015

Gli auguri di Wazza, e di tutti gli appassionati del BANCO, a Vittorio Nocenzi



Aldo Pancotti (Wazza Kanazza) mi ha scritto che oggi …  compleanno in casa Banco...

Compie gli anni oggi, 23 gennaio, Vittorio Nocenzi, fondatore e tastierista del Banco del Mutuo Soccorso.
Il "maestro" Nocenzi, è anche compositore, arrangiatore, produttore, direttore d'orchestra, insegnante rivolto ai giovani per la divulgazione, l'orientamento e la formazione di progetti musicali nell'ambito dell'arte e dello spettacolo per il recupero del patrimonio musicale e culturale.
Posso dire senza ombra di dubbio, uno tra i più grandi musicisti che abbiamo in Italia, un patrimonio da tutelare, e come lo presentava Francesco..."tutte le tastiere del mondo !"
Happy Birthday Vittorio.



Prosegue Aldo…

In coppia con Francesco Di Giacomo ha fatto la storia del progressive italiano e mondiale.
Ma il sound del Banco non è solo progressive, è un amalgama che oltrepassa l’etichetta per tingersi di melodia e storia della musica, con testi immaginifici: «Credo che abbiamo scavalcato tale etichetta senza neanche rendercene conto - racconta ancora Di Giacomo -. Oggi ci piace far diventare quasi minimalisti certi brani ponderosi. Ma non c’è dubbio che volendo ricavalcare l’onda sarebbe facile...». L’autore e il vocalist, Nocenzi e Di Giacomo, dopo tanti anni non sono diventati fratelli/coltelli alla Keith&Mick: «Il nostro è un rapporto spesso conflittuale, guai se così non fosse, però le nostre cose son sempre nate da un confronto forte. Conosciamo qualità e difetti, possiam montare un pezzo e distruggerlo dopo una settimana di lavoro perché non è quello che volevamo».




venerdì 23 gennaio 2015

Alberto Cantone-"Il Viandante", di Viola Nocenzi


Continua la collaborazione con Viola Nocenzi che questa settimana commenta per MAT 2020 Il Viandante, di Alberto Cantone, album uscito nel 2014 per l'etichetta "Lizard / La Luna e i Falò"





"Se vi fermerete ad ascoltare un momento questa storia anche voi avete la segreta anima di un viandante".




giovedì 22 gennaio 2015

ONGAKU MOTEL-"Ogni strada è un ricordo", di Claudio Ramponi


Ongaku Motel è un trio milanese formatosi nel 2013 e dopo soli pochi mesi di attività pubblica questo EP autoprodotto dal titolo Ogni strada è un ricordo.
Quel che si apprezza fin dal primo ascolto è l'onestà e la trasparente voglia di cercare di essere diversi ed originali: i brani sono ben suonati e discretamente cantati senza far ricorso a trucchi ed artifici ormai onnipresenti nelle produzioni pop, presentando il gruppo per quello che è realmente, semmai togliendogli qualcosa a causa della scarsa qualità di registrazione (effettuata autonomamente dal gruppo stesso, eccezion fatta per la batteria, registrata in studio), editing, missaggio e masterizzazione.
Soprattutto il basso (che è ben suonato) ha un suono pessimo, confuso e sparisce completamente su di un impianto low-fi a scapito del sound generale che risulta esile e privo di profondità.
Anche la voce solista andrebbe irrobustita, non solo in studio, ma con un pò di studio sull'uso di diaframma, risonatori e proiezione.
Pregevoli gli intrecci di chitarra acustica ed il pulsante sostegno della batteria che, a tratti, ricorda il Copeland dei primi Police, specialmente nei brani Settembre e Le mie paure, che riporta alla memoria "Hole in my life" di Sting & Co.
Sono certo che la resa dal vivo sarà ben superiore a quanto traspare dall'album, che in fondo è solo un punto di partenza, probabilmente dovuto alla smania ed alla convinzione che presentarsi al pubblico con un supporto fisico attribuisca maggior credito al gruppo.
Se capitassero dalle vostre parti andate ad ascoltarli, non ne resterete delusi.
Io li aspetto al varco con il prossimo lavoro... e mi aspetto un ottimo lavoro.


Dal comunicato ufficiale…
«Ongaku in giapponese significa musica, la sua traduzione letterale ha però un'accezione ben più profonda: "gioia dei suoni". Motel è una parola che evoca immagini contrastanti: la bellezza del viaggio, la passione delle fughe d'amore, ma anche criminalità e degrado sociale. Ongaku Motel è il desiderio di trovare degli elementi di positività anche laddove non sembrerebbero essercene».

CREDITI ALBUM:

Musiche: Ongaku Motel
Chitarra acustica, basso, voci e percussioni registrate autonomamente dalla band.
Batterie registrate presso il Purania Recording Studio di Vimodrone (MI)
Mixato e Masterizzato da Simone Sproccati presso il Purania Recording Studio di Vimodrone (MI).
 Artwork: Mattia Toselli e Fabio Pellegrini


ONGAKU MOTEL
Fabio Pellegrini: voce, chitarra acustica
Davide Giusto: voce, batteria
Piergiorgio Idà: basso

TRACKLIST
1. Le cose che mi hai detto
2. Le mie paure
3. Ogni strada è un ricordo
4. Settembre
5. Elia e Michelle


mercoledì 21 gennaio 2015

Cillo Bomba- “Elementare”, di Stefano Caviglia


Cillo Bomba
“Elementare”
di Stefano Caviglia

Le prima sillaba che si sente ascoltando il brano di apertura, è “no”, ripetuto alcune volte, che non sono messe li a caso e che rispettano le regole della metrica.
E’ il “no” di  Marcello Orlandini detto, Cillo Bomba.
I suoi “no” non sono urlati, non sono neanche disperati, al contrario, sono pieni di ironia, di disincanto, e a volte graffianti.
L’unico momento nel quale si fa accenno alla rabbia, si trova in “Uccelli in gabbia”,  c’è la voglia di puntare il dito sulle convenzioni imposte, i “no” sono una voce fuori dal coro e rappresentano la difficoltà di far sentire la propria  voce anche  con la  rabbia . 
Ciò è tipico di chi sta per raggiungere la cinquantina ed ha avuto modo di conoscere a sufficienza il mondo e  molte persone che lo vivono, ma avendo conservato l’entusiasmo e forse un po’ di ingenuità giovanile.
Cillo, dopo tanti anni di vita e di musica,  è chiarissimo nel dirci che cosa non vuole, cosa “un gli garba” per dirlo alla toscana, cosa non gli interessa .
Non è difficile capire per chi ascolta con attenzione, il  desiderio di descrivere i molti aspetti di ciò che condisce la vita di tutti i giorni, il conformismo, l’obbligo, le regole e le consuetudini alle quali molte persone si sottopongono volentieri, forse per paura di essere messi all’indice o di essere isolati.
Descrive con molta precisione i tanti troppi feticci e orpelli esteriori che attraversano la strada del nostro vivere quotidiano: l’aperitivo delle 7 di sera, la  macchina, i vestiti, la “bella gente”, i locali giusti, le strisce di coca perché la usano tutti  e molto altro, insomma, il triste ( secondo me) festival dell’ apparire.
Cillo fa spallucce a tutto questo, in maniera disincantata, a volte sembra con rassegnazione, ma quest’impressione si soglie e si sbriciola ascoltando i vari pezzi.
Molti musicisti  o autori di canzoni, considerano le proprie creazioni musicali come loro figlie.
Penso che sia anche il caso di Cillo, dove quasi tutti i brani sotto l’aspetto musicale hanno come caratteristica le morbide note e le armonie del reggae e ovviamente il ritmo.
Tornando all’argomento “genitoriale” delle canzoni, mi sembra evidente che “io non credo, e “chi se ne frega” siano due brani fratelli quasi gemelli.
Credo che li abbia scritti con lo stesso identico stato d’animo, anche se “chi se ne frega” ha dei toni da brano rock, abbandonando, solo in questo caso, le saltellanti  atmosfere della musica “ in levare “ come lo swing  e naturalmente il reggae.
Il reggae di Cillo  accompagnato da ottimi musicisti, è gradevolissimo   i vari arrangiamenti , ad esempio l’uso azzeccato delle tastiere gli improvvisi accordi di pianoforte le linee di basso, le ritmiche, rendono lo scorrere delle canzoni molto “leggero” ma tutt’altro che superficiale.
Forse un appunto che va annotato  riguarda lo stile canoro di quasi tutti i brani contrassegnati dallo stesso timbro di voce , non si coglie il tentativo di “colorare “ le canzoni con qualche “acrobazia vocale” , comunque non è certo un colpa grave in quanto non tutti i cantanti sono dotati di un’estensione di tre o quattro ottave, e poi nel reggae questa è una dote che non è richiesta.
Anzi la musica del nostro amico, nonostante lo stile canoro è molto piena e  ha secondo me , un triplo  effetto,  il primo è quello della rilassatezza che producono le armonie, il secondo  la voglia, quando la si ascolta, di accennare qualche piccola danza, tipica della musica della Jamaica, il terzo, è l’impossibilità di non ascoltare le parole .
Non so se questo sia stato studiato a tavolino , sinceramente non è il caso di un artista che ha fatto della sincerità e dell’onestà il suo manifesto.
 Certo è, che questo intreccio di tre elementi , dimostra grande creatività, talento, sensibilità e rispetto per se stessi e gli altri.
Cillo non ama chi finge, ama chi è vero chi ha il coraggio di “metterci la faccia” proprio come fa lui.
Ok, abbiamo capito in maniera chiara cosa non ama Cillo.
Bene, ora vediamo le sue risposte, le sue speranze, il suo modo di intendere la vita, almeno quello che si evidenzia nelle sue canzoni  e nelle sue pieghe.
Ci sono due canzoni che mi hanno colpito particolarmente, “Il buonsenso “ ed “Elementare”.
Secondo me sono un po’ il manifesto di questo lavoro di Cillo.
Perché? Basta ascoltarle e sentire le parole, la voce questa volta calda e sincera, parlano di rispetto, di qualcosa che fa parte integrante di Cillo musicista ma soprattutto del Cillo persona.
E’ bello sentire queste parole a volte sembrano uscite dalla gola di un adolescente o addirittura un bambino, che per sua fortuna non è stato ancora corrotto dalle “famose” regole, consuetudini, che animano la vita dei “ grandi”.
Cillo non ci sta e pur girandogli le “palle a mille” ci racconta che è ancora possibile vivere in una maniera semplice, amare in maniera semplice, rispettando ciò che giusto rispettare e non fare del male ( cito volutamente le sue stesse parole), forse ingenue ma vere.
Voglio la mia vita naturale!
Voglio  che sia libera da tutte le sue sovrastrutture esteriori e che possa rappresentare l’essenza della  vita stessa, la poesia !
Elementare, è bello !