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mercoledì 4 settembre 2019

Banco del Mutuo Soccorso - 2 Settembre - Teatro Romano -Verona, di Daniele Raimondi


Banco del Mutuo Soccorso - 2 Settembre - Teatro Romano -Verona
Di Daniele Raimondi

Lo scorrere rispettoso e melodico dell'Adige sotto l'antico Ponte Pietra, con armonia e la raffinatezza del Teatro Romano di Verona, hanno ospitato lunedì 2 settembre 2019 il Banco del Mutuo Soccorso.

In apertura di serata, accolto dal pubblico con un “Ben tornato”, appare Gianni Nocenzi con le sue note soavi, e dal suo magico tocco fuoriescono trame cariche di suggestioni, a dimostrazione che l'ispirazione e la bravura, non sono mai venute meno.

Il palco si illumina al giungere del Banco, che propone i suoi brani immortali che accompagnano il pubblico in un racconto che ha le atmosfere della musica senza tempo, proposte in una spettacolare “bomboniera”.

Sul palco ad accompagnare Vittorio Nocenzi, con tutte le “tastiere del mondo”, l'affidabile e preparata band: Filippo Marcheggiani, chitarre e cori; Nicola Di Già, chitarre; Marco Capozi, basso; Fabio Moresco, batteria e Tony D'Alessio, voce.

Ma è stata la musica la vera regina della serata, con un intreccio di delicati passaggi e improvvise sollecitazioni di ritmo, fiore all'occhiello di un Banco sempre vivo.

Così, solo per un sunto: “Metamorfosi”, “Il Ragno”, “Cento mani, cento occhi”, “Canto di primavera”. Un cenno di Vittorio alla prima interpretazione live di “L'assalto dei lupi”, brano di fresca scrittura tratto dall'album “Transiberiana”.

La musica non si ferma, ecco le note di: “Moby Dick”, allo scoccare delle due ore, e in chiusura l'incalzante ritmo “R.I.P.”.

Chiamata da un caldo pubblico, la band si congeda con “Non mi rompete”.

Un emozionante finale, Gianni rientra nel Banco, duetta con Vittorio, ricamano ed improvvisano, la band dà il massimo, il pubblico tutto in piedi ad attribuire un lunghissimo applauso.


martedì 3 settembre 2019

Aldo Tagliapietra Band in concerto a Spinea 1° settembre 2019, commento e reportage fotografico di Daniele Raimondi e Renzo De Grandi



Aldo Tagliapietra Band in concerto a Spinea
1° settembre 2019
Di Daniele Raimondi
Reportage fotografico di Renzo De Grandi

L'aria ha il sapore del mare e Spinea si veste a festa in occasione della “Fiera” paesana, e offre ai visitatori numerosi appuntamenti di interesse e degustazioni di piatti legati alla tradizione veneta.


Per gli appassionati della musica, domenica 1° settembre 2019, è andato in scena un concerto imperdibile, dal sapore speciale, che impregna note, parole e battito del cuore. 

Aldo Tagliapietra, nella sua città adottiva, si esibisce accompagnato da splendidi musicisti, che lasciano una personale impronta sul concerto: Matteo Ballarin, chitarre; Federico Gava, tastiere e Manuel Smaniotto, batteria.

Matteo Ballarin

Serata incantevole, il live ripercorre la storia di Le Orme, con la memoria che non si sbiadisce, incanta il numerosissimo pubblico, con uno spettacolo che unisce, in una forma d'arte, canto e musica, creando magia ed emozioni.

Manuel Smaniotto

Solo per fare un cenno: “Insieme al concerto”, “La porta chiusa”, “Sospesi nell'incredibile”, “Felona”, “L'equilibrio”, “All'infuori del tempo”, “Senti l'estate che torna”, “Gioco di bimba”, “Amico di ieri” e con “Sguardo verso il cielo” saluto il pubblico.

Federico Gava

Chiamata a gran voce da un pubblico che ha mostrato totale gradimento, con caldi e prolungati applausi, la band è di nuovo sul palco con le note inconfondibili di “Cemento armato”.


Due ore sono trascorse velocemente, ma gran parte del pubblico aspetta Aldo e i musicisti, per una foto, un autografo o semplicemente una stretta di mano, per chiudere in bellezza una serata da ricordare.



lunedì 2 settembre 2019

Banco Del Mutuo Soccorso - “Transiberiana”, di Antonello Giovannelli



Banco Del Mutuo Soccorso-Transiberiana”
Di Antonello Giovannelli
Fotografie di Andrea Guerzoni
Articolo già apparso sul MAT2020 di giugno

Si può dire tutto, su "Transiberiana", tranne che non sia originale. Una delle caratteristiche della musica del Banco Del Mutuo Soccorso, da sempre, è la mancanza della possibilità di dire “rassomiglia a…”. “Post fata resurgo” potrebbe essere il sottotitolo di Transiberiana, tanto questo lavoro è una risposta orgogliosa agli eventi avversi, anche luttuosi, che hanno investito il nucleo storico della band: Francesco Di Giacomo prima e Rodolfo Maltese poi, scomparsi prematuramente; Vittorio Nocenzi (ma anche Gianni) che oggi, dopo essere usciti alla grande da improvvisi e gravi problemi di salute, possono festeggiare una sorta di “secondo compleanno”. Vittorio è stato chiaro: “… abbiamo ancora molto da dare al nostro pubblico, e non c’è tempo da perdere”.


Il Banco non muore, l’idea non si può fermare, avanti tutta. La miccia l’ha accesa Michelangelo, uno dei figli di Vittorio, altro grande musicista della grande famiglia di musicisti Nocenzi. Le polveri si sono accese in fretta, in famiglia Nocenzi è come girare con la fiamma libera in una polveriera.
“Sorprendente”. Mi ritrovai a dare questa impressione a Vittorio, nel novembre del 2017, quando la chiese a ciascuno dei suoi ospiti in occasione di una presentazione di alcuni frammenti del nuovo lavoro. Il treno della Transiberiana stava appena partendo dalla stazione, con Maestro Vittorio in piedi sul locomotore, il figlio Michelangelo ad alimentare la caldaia e il capotreno Paolo Logli a bordo. Autore di successo, geniale ed eclettico, impegnato in TV, cinema e letteratura, storico collaboratore del Banco, Paolo Logli si è fatto carico del compito importante di creare i testi per il nuovo disco. 


Un gruppo di musicisti straordinari con loro: Filippo Marcheggiani, chitarra storica del Banco, Nicola di Già, alla chitarra ritmica, ormai veterano anche lui, e i nuovi Marco Capozi al basso elettrico, Fabio Moresco alla batteria e Tony d’Alessio, cantante. Un’impresa non facile, la loro: utilizzare un viaggio immaginario, il più lungo del mondo che si possa fare in treno, per parlare del viaggio nel tempo, nelle vite, nelle esperienze di ciascuno di noi. Il viaggio geografico è metaforico, e il suo significato prende corpo all’interno di ciascuno di noi, nel tempo più che nello spazio. Ci possiamo ritrovare lo scorrere delle nostre storie, la crisi del mondo contemporaneo con i suoi improvvisi mutamenti e le sue cattiverie, le paure, le aspirazioni, la sorpresa davanti a bellezze inaspettate.


La musica è per sua natura evocativa, nel senso che è in grado di mettere in risonanza delle consapevolezze racchiuse nella mente, nelle esperienze, nei ricordi dell’ascoltatore, e quanto più le affinità culturali ed emotive sono forti, tanto più questa risonanza cresce di intensità fino a portare l’ascoltatore ad amare un brano, un gruppo musicale, un genere musicale in cui finisce per riconoscere sé stesso. Ecco, credo sia questo il meccanismo che fa si che un gruppo come il Banco, con una storia di quasi 50 anni di palco e di dischi, riesca a farci ancora emozionare e trepidare nell’attesa dell’uscita del disco, come succedeva negli anni ’70. 

Il pubblico aveva voglia, necessità, di tornare a risuonare con le emozioni che sempre il Banco ha saputo trasmettere, indipendentemente dal momento storico, indipendentemente dalle mode e dagli accadimenti della vita. E Vittorio Nocenzi questa atmosfera l’ha colta, ha sentito il richiamo e lo ha rilanciato alle proprie truppe. Probabilmente anche inaugurando un modo innovativo di creare musica: condividendo quell’atmosfera, quel richiamo, quella sfida con una truppa più ampia, allargata ad un consistente gruppo di amici, appassionati del Banco, amanti della cultura e della musica, che nel corso dei decenni hanno seguito più da vicino la storia della band. Per vedere se le risonanze si attivano, per raccontare, spiegare, mettere sul tavolo le idee, mostrare il lavoro, il materiale da costruzione. Perché un disco è un progetto, complesso come quello di un palazzo, in cui nulla può essere lasciato al caso, in cui piccoli dettagli possono produrre grandi differenze.


E’ opportuno chiarire il rapporto di questo disco con il “Progressive”. Questo termine è stato coniato in un periodo successivo a quello della musica cui si riferisce, che è all’incirca la prima metà degli anni ’70. Di fatto, raggruppa una grande quantità di stili diversi, anche piuttosto distanti tra loro. Si possono, forse, individuare alcuni elementi più ricorrenti, ma anche questo sforzo porta a risultati incerti. Il “concept album”? Mussorwsky ne aveva già fatto uno bellissimo, molto tempo prima, ma tutta la storia della musica operistica ne è piena; la “suite”? Roba antica, seicentesca; tempi dispari? Vedi Bartok…; raccontare una storia in musica? Franz Liszt la sapeva già molto lunga, nella seconda metà dell’800 con la “musica a programma”. Che cosa, allora, ha portato, di veramente innovativo, il cosiddetto “Progressive”? Probabilmente, una contaminazione tra generi diversi che, con l’innesto della cultura classica e della disponibilità di strumenti elettrici e quindi di nuove sonorità, ha consentito a musicisti di spessore di esprimersi in modo assolutamente personale svincolandosi da condizionamenti di ogni tipo: di forma musicale, di spettacolo, di comunicazione, di logiche commerciali. 


E’ stato un periodo di sperimentazione vera durato alcuni anni, con esiti a volte modesti, a volte straordinari. Il Banco è ancora in piena sperimentazione, se proprio vogliamo leggere questo lavoro attraverso una lente “Progressive”, ben consapevoli del fatto che le etichette seguono sempre la realtà e non la potranno mai precedere, e che ai musicisti del Banco hanno raccontato anni dopo che la loro musica era “Progressive”. A 25 anni dall’ultimo lavoro in studio, quindi, si riparte con la sperimentazione, con la ricerca del modo migliore per tornare ad eccitare quelle risonanze dentro ciascuno di noi, dopo tutto quello che è successo, al Banco, a noi, al mondo. Vittorio Nocenzi ed il Banco tornano a raccontarci una storia, la loro e la nostra, con il linguaggio di oggi. Questo è l’atteggiamento giusto con cui metterci all’ascolto. Come ci siamo stupiti, 47 anni fa, ascoltando “Il salvadanaio”, predisponiamoci oggi ad ascoltare “Transiberiana”. Vittorio Nocenzi è più “Progressive” che mai, tanto da essere andato oltre… E noi?



Ascolto del disco…

Transiberiana è disponibile sia in CD che in vinile, nel classico formato LP (doppio). Posto che la mia personale preferenza sarebbe quella di un CD grande come un LP, tra le due opzioni ho scelto la comodità e la qualità digitale del CD. L’esecuzione dei musicisti è perfetta, maniacale, impeccabile anche nei passaggi più ostici, in perfetto stile Banco.

01) Stelle sulla terra: La partenza / Cavalli sull’altopiano / Perché, perché, perché
Si parte in’un’atmosfera ovattata, assorta, che dura appena 50 secondi prima di avvertire la corsa dei cavalli. Forse sono i nostri pensieri a volare nell’altopiano sotto il cielo immobile, trasportati dal vento. Il ritmo degli zoccoli si confonde con quello del treno. “Voglio parole per ribellarmi, versi feroci per inchiodarvi! Scrivo canzoni per accusarvi, voglio ideali per liberarmi” è la dichiarazione di intenti contenuta nel terzo tempo, ad esplicitare quale è, ed è sempre stato, il ruolo del musicista per Vittorio Nocenzi ed il Banco. Il brano è relativamente corto pur sviluppandosi in tre tempi, racchiudendo in 6 minuti una piccola storia completa.

02) L’imprevisto
“L’imprevisto è solo un’occasione per cambiare! Non aver paura, è una strada nuova che si apre”. Ed in simbiosi con il testo, il ritmo del brano ci spiazza con dei repentini cambi, che ci scuotono dalla monotonia del viaggio, appena accennata nell’incipit, e ci inquietano. Il testo, anche in questo caso, non è casuale, anzi declama in una sintesi perfetta tutte le motivazioni ed i sentimenti che hanno costituito le fondamenta di questo lavoro. E’ una esortazione per l’ascoltatore, ma nel contempo l’indicazione della strada scelta dal Banco. Bellissimo brano, originale, di quelli che entra in testa già al primo giro, e non esce più.

03) La discesa dal treno
E’ il momento dello smarrimento, della mancanza di idee, dell’impotenza dell’agire, del dolore sopraffattore della volontà. Abbandonati ad eventi, a sogni, forse incubi, che ci pervadono mentre siamo inermi. Una riflessione cupa sul dolore eterno, sulla dissoluzione dei corpi e dei pensieri, sulle assenze senza ritorni… Qualche reminiscenza di “Canto nomade”, nel pianoforte e nelle chitarre nella parte centrale del brano.

04) L’assalto dei lupi
Una contrapposizione di paure, quella dell’uomo nei confronti del lupo e del lupo nei confronti dell’uomo. Lupo che si rifugia nel branco per fronteggiare la paura dell’uomo. “Occhi vili, musi falsi, forti quando sono in tanti!!”. Una invettiva contro la falsità, contro la viltà, che assurgono a logica di potere quando praticate in branco. Ed il rapporto tra uomo e lupo si ribalta: il vile lupo, in queste condizioni di forza, ritiene di possedere dignità di uomo.

05) Campi di fragole
“E non scordarti mai che c’era il vento e la musica! Non ci provare ad arrenderti, non farlo mai. Non sarà un attimo, ma prima o poi si ripartirà”. Anche la visione di un campo di fragole, coperto dal bianco della neve, offre lo spunto per richiamare emozioni forti, di quelle che soffiano sempre vento in poppa per una nuova ripartenza. Più criptica la parte che segue, in cui le parole descrivono immagini, esperienze ed aspirazioni che, per quanto personali e difficilmente trasferibili, danno comunque la suggestione di un sommovimento interiore, di un conflitto tra un desiderio di abbandono a nuovi orizzonti e la volontà di rimarcare un territorio, un percorso, di cui andare fieri. Dolce e nostalgica la melodia composta per “Campi di fragole”, che sotto la neve germogliano.

06) Lo sciamano
Ritmi sostenuti e chitarre a briglie sciolte per “Lo sciamano”, altra denuncia contro l’alienazione dell’uomo, l’incapacità di interpretare i segni che la civiltà contemporanea ci mostra, l’incapacità di incidere in modo positivo su quanto ci ruota intorno. Con anatema: “Pagherai, tutto sai, credi a me, pagherai. Siamo dei fantasmi senza voce ormai, chi ci ha fatto questo prima o poi pagherà”.

07) Eterna transiberiana
Riparte il treno, con la sua cadenza regolare, mista ad un sentimento interiore di anelito al mare. Ritorna il motivo dolce di “Stelle sulla terra”. Semplice, incisivo, evocativo, portatore di pensieri intimi di ricerca della primavera come uscita dal mondo, o dal momento, di ghiaccio e nebbia cui non arrendersi. “Accompagnami alla riva, eterna transiberiana, fino al mare, mentre spunta il sole”.

08) I ruderi del Gulag
Echi mai spenti di Canto nomade per un prigioniero politico: principi sempre attuali, rabbia mai sopita e che mai deve attenuarsi contro la prigione delle idee. La novità è che la cella la scegliamo noi, con i comfort che vogliamo. Per passarci la vita in silenzio, le mura, le pietre, le sbarre sono ormai inutili, superate. Non servono più.

09) Lasciando alle spalle
Unico pezzo solo strumentale. Una sorta di “Promenade”. Cambia il paesaggio, ai ricordi si sostituisce l’aspettativa di ciò che verrà.

10) Il grande bianco
La paura improvvisa che la neve ed il ghiaccio, candidi come le menzogne, prevalgano su tutto. Smarrimento, mancanza di una meta vera, con il cuore che cerca dove andare a posarsi. “Devo andare via da qui: via da questo Grande Nulla! Pretendo sogni enormi… Come vele in alto mare!”. La chitarra elettrica traccia volute sonore precise e taglienti, in competizione con la voce perentoria del sintetizzatore elettronico. Finché il brano non ripiega verso le sonorità tranquille del pianoforte, con ci conduce all’ultimo tratto di percorso verso il mare.

11) Oceano: strade di sale
Atmosfera di festa per l’arrivo al mare, rassicurante, eterno, con i suoi cicli rassicuranti della marea. Libertà, nel prendere il mare, sotto gli uccelli che, arabescando, stridono in aria dai tempi di “L’evoluzione”.
Transiberiana è un disco che spiazza, che arriva subito al dunque, senza preamboli o lungaggini. Anche quando la tentazione porta verso la “suite” (nell’accezione progressive) in più tempi, il Banco si limita ad enunciare il tema, ed a passare al movimento successivo. Sei minuti in tutto invece di venti. Non è cambiato il Banco, siamo cambiati tutti. Ci siamo abituati, o ci hanno fatto abituare, alle frasi corte, ai messaggini, ai concetti espressi in fretta, alle abbreviazioni. Quasi il nostro tempo avesse, all’improvviso, acquisito un valore enorme, impagabile. Tempo che è sempre meno il nostro, dissolto in mille rivoli inutili che alimenta la società contemporanea. Transiberiana si appropria del buono che c’è in questa urgenza comunicativa, e ci spara undici brani densi, centrati, dritti al cuore. Concetti pesanti per gente pensante. Testi chiari, diretti, efficaci che bene si combinano con le frasi melodiche sintetiche, dirette, di presa immediata. Un lavoro perfettamente in linea con lo spirito di chi è abituato a marciare avanti a tutti, da pioniere senza età.

venerdì 30 agosto 2019

WOODSTOCK 1969: 50 ANNI FA-IL RUOLO DI JIMI HENDRIX, DI MICHELE SCIUTTO


WOODSTOCK 1969: 50 ANNI FA
Di Michele Sciutto

15, 16 e 17 agosto 1969, al villaggio di Woodstock nei pressi di Bethel, una piccola città rurale dello stato di New York, in un'ampia vallata, 500 mila giovani assistono al più grande evento collettivo della controcultura americana. Le piogge torrenziali, i ritardi nelle esibizioni degli artisti e i momentanei problemi dell'amplificazione audio, prolungano la durata del festival.

Jimi Hendrix doveva essere l'ultimo ad esibirsi il suo numero era previsto per la mezzanotte, ma non salirà sul palco fino alle nove del mattino di lunedì 18.
Attende l'intera notte in una tenda non distante dal palco, sdraiato su una branda giunge a lui l'eco della musica di “Crosby, Stills, Nash & Young”, ma ancora ci vorrà tempo perchè dopo di loro si sarebbero esibiti “Paul Butterfield Blues Band” e “The Sha Na Na”. Nel disordine di quella tenda escono ed entrano i componenti del suo nuovo gruppo, l'unico rimasto di “The Jimi Hendrix Experience” è il batterista Mitch Mitchell ed anche il nome della band è cambiato in “Gypsy Sun and Rainbow”.

Joint dopo joint, lo spazio diviene denso di fumo, Jimi è dentro un “vuoto pneumatico”, il tempo si dilata, immagini familiari si susseguono una dopo l'altra come foto ingiallite: sua madre ancora giovane e bella, una donna fragile e sola, una forte bevitrice che morirà di cirrosi epatica. Poi la riserva indiana Cherokee di Vancouver, dove lo aveva cresciuto la nonna: “Ricorda sempre ragazzo, tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a sé stesso.”

Jimi guarda alla sua esistenza, è un gomitolo che si srotola e gli sfugge tra le dita, comincia a sentirsi stritolare dalla macchina del successo di cui lui stesso è stato un docile e inconsapevole ingranaggio e l'angoscia gli cresce dentro. La sua mente è affollata di ricordi: i tempi di Seattle, dove era nato il 27 novembre 1942, la prima chitarra da 5 dollari, regalatagli dal padre. Il servizio militare, volontario nei paracadutisti.  La permanenza a Nashville dove accompagna come chitarrista Isley Brothers Band, Tina Turner, King Curtis, Wilson Pickett e Little Richard, ma l'occasione giusta arriverà quando al Greenwich Village di New York incontrerà Bryan James "Chas" Chandler degli "Animals", che lo porterà a Londra per fare da gruppo d'apertura della sua tournée. "Chas" gli costruisce un trio con Noel Redding e al basso, Mitch Mitchell alla batteria, che illuminerà la scena rock britannica e diverrà leggenda. Vede la sua America, è un periodo di grandi contrapposizioni: il movimento per i diritti civili è più forte che mai e il Black Power incendia i ghetti delle grandi metropoli. I “Native American” rivendicano le proprie origini e la loro cultura, si moltiplicano le comunità hippy, ma ciò che indigna il popolo americano è la guerra del Vietnam. Tanti ragazzi partono per non tornare più, il movimento pacifista cresce nelle università e si diffonde in tutta la nazione.


In un periodo di grandi tensioni a chiudere il festival è il musicista di colore dal più ampio seguito, uno degli eroi di quella nuova generazione che rigetta il modello “American way of life”, imposto dai detentori del potere economico e politico. Proprio lui, che dovrà migrare in Europa per vedersi riconoscere i propri meriti. L'artista che ha rivoluzionato il volto della chitarra elettrica e della musica tutta. Geniale, trasgressivo, ha racchiuso nelle sue sei corde i suoni e gli stili di Charlie Christian, Django Reinhardt, Chuck Berry e Robert Johnson, ha preso uno strumento in bianco e nero e l’ha dipinto di colori cangianti, questo è Jimi Hendrix, il chitarrista più talentuoso che si sia mai visto. Ora è tornato come simbolo di una generazione che a Woodstock sogna di vedere i bombardieri minacciosi nel cielo del Vietnam trasformarsi in aquiloni colorati.

La band si fa strada protetta da un servizio d'ordine che a stento contiene l'entusiasmo dei giovani fans. Hendrix inizia con Message to Love, e non lascia fuori i brani che lo hanno reso famoso: Spanish Castle Magic, Red House, Foxy Lady, Fire, Voodoo Child, poi il silenzio, e i musicisti capiscono che Jimi ha qualcosa dentro che vuole comunicare, ma non sa esprimersi con le parole, non è stato mai un abile e loquace oratore, le storie le narra alla sua maniera con la chitarra, in una irresistibile attrattiva che affascina e coinvolge.


L'uomo è solo, guarda quei ragazzi che lo acclamano, sente su di sé le loro angosce, le paure e le speranze, ma anche la gioia di dividere quei momenti. Non c'è tempo, qualcosa di magico sta accadendo e l'insieme dei presenti lo avverte. “The Star-Spangled Banner” consegna al futuro il momento più emozionante del festival: Hendrix rappresenta la sua visione dell’America: In quasi quattro minuti di suoni distorti, feedback e un uso selvaggio della leva e del wah wah, evoca bombe che cadono, sirene di ambulanze, grida di disperazione, crollo di case, colpi di mortaio, spari di fucile e sventagliate di mitra. È la fine del mondo?... È solo il modo di vedere chiaro e netto, una sporca guerra attraverso una versione dissacrante dell'inno americano, una feroce protesta, per le politiche degli USA in Vietnam e per la repressione della polizia nelle università occupate e nelle marce pacifiste. Pochi altri artisti hanno rappresentato un’epoca densa di angosce e di contraddizioni, in un modo così brutale e al contempo di grande valenza artistica.

Sono ora le 10,30 del mattino, è sceso il silenzio, qualcuno piange, altri si abbracciano, l'esibizione continuerà e si chiuderà con Hey Joe ma nella valle di Woodstock si diffonde l'acre e persistente odore del napalm.

giovedì 29 agosto 2019

ELP all'Isola di Wight il 29 agosto del 1970


Esordiscono in pubblico al Festival di Wight il 29 agosto 1970, Emerson Lake & Palmer, una miscela micidiale di classica e rock, capaci di entrare a pieno titolo nella… Storia del Rock!

Di tutto un Pop…
Wazza






mercoledì 28 agosto 2019

Racconti sottoBanco: "Non mettere le dita nel naso"



 Racconti sottoBanco

Compie 30 anni il primo album solista di Francesco Di Giacomo...

Usciva nel 1989 "Non mettere le dita nel naso", per l'etichetta Iperspazio.

L'album vede la partecipazione di tutto il Banco del Mutuo Soccorso, più numerosi ospiti. 


In questa session venne anche registrata una versione di "Hey Joe", famoso brano portato al successo da Jimi Hendrix, cantata in "duetto" con Sam Moore (ma di questo ne parleremo prossimamente), che uscirà come maxi 45 giri, l'anno dopo, e verrà incluso come "bonus" nella ristampa in CD.
Wazza

 Francesco Di Giacomo - voce
Vittorio Nocenzi - tastiera
Rodolfo Maltese - chitarra
Pierluigi Calderoni - batteria
Cinzia Nocenzi - pianoforte
Tiziano Ricci - basso
Pietro Letti - sassofono
Paolo Carta - chitarra


Altri musicisti:

Maurizio Giammarco - sassofono
Alessandro Centofanti - tastiera, arrangiamento
Roberto Colombo - tastiera, arrangiamento
Marco Rinalduzzi - chitarra
Marcello Cosenza - chitarra
Marco Colombo - chitarra
Fabio Pignatelli - basso
Giorgio Vanni - cori
Alberto Cheli - cori
Simona Pirone - cori
Beppe Di Francia - cori

Julie - cori
Flavia - cori

lunedì 26 agosto 2019

Gli Area nell'agosto del 1975

Foto Fabrizio Longarini

Nell'agosto del 1975 gli Area fanno tappa a Volterra, Teatro Persio Flacco...


Di tutto un Pop…
Wazza



IMMAGINI DI REPERTORIO...