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mercoledì 22 febbraio 2023

Banco del Mutuo Soccorso-“Orlando, le forme dell’amore”, di Antonello Giovannelli


 
Banco del Mutuo Soccorso-“Orlando, le forme dell’amore”
 di Antonello Giovannelli

Il modo migliore per parlare del nuovo lavoro del Banco del Mutuo Soccorso mi sembra quello di partire dalla sua prima presentazione live a Ferrara, l’11 novembre 2022. È la data in cui il BMS dà l’avvio a questa nuova avventura, che si snoderà lungo la penisola italiana toccando diverse città ed i loro teatri. La data “zero”, quella di Ferrara, assume un significato tutto particolare, fortemente simbolico, che Vittorio Nocenzi ha ben illustrato durante il concerto. Come noto, il primo album del Banco, il famoso “Salvadanaio”, si apriva con un brano-capolavoro che traeva ispirazione dalle atmosfere rinascimentali in cui Ludovico Ariosto, a Ferrara, compose l’Orlando Furioso, e dai versi di quel poema iconico del Rinascimento italiano.

In volo” suonava come una dichiarazione di intenti dell’allora sconosciuta formazione italiana, che anticipava un percorso che sarebbe stato sempre aderente ad un modello di cultura e di impegno, che avrebbe fornito materiale e stimoli nuovi per le menti di generazioni di ascoltatori a venire. Perché quando si parla del Banco, non ci si può riferire ad un particolare album, ma a tutta una storia, coerente ed esemplare, che percorre mezzo secolo, dal 1972 al 2022, partendo con un LP con la custodia a forma di salvadanaio, ed approdando con un LP con in copertina l’immagine della luna… a forma di salvadanaio. E verso la quale Astolfo sta viaggiando a cavallo dell’Ippogrifo alla ricerca del senno di Orlando. Poi si capisce, dopo 50 anni, quanto gli allora ventenni componenti del Banco avessero le idee chiare su cosa fosse l’arte e gli intrecci tra le sue diverse forme.

Tornando al Teatro comunale di Ferrara, la prima impressione che si è avuta è che si fosse ribaltato il paradigma: non un concerto di musica “rock progressive”, ispirato più o meno incidentalmente ad un fatto storico quale il poema dell’Ariosto, ma una lectio magistralis di storia del Rinascimento, all’interno della quale la musica riempie gli spazi e racconta quanto non esprimibile a parole. La Ferrara dei duchi d’Este può essere considerata la patria del Rinascimento italiano nell’epoca di passaggio tra il 1400 ed il 1500, quando contendeva il primato di magnificenza alla Firenze dei Medici, più ricchi ma meno nobili. A Ferrara si attua il primo progetto urbanistico moderno in Europa, con l’addizione di Ercole I del 1492 e con le prime fortificazioni per la difesa dall’artiglieria pesante; si crea il primo teatro stabile in Europa, proprio per la rappresentazione delle Commedie di Ludovico Ariosto. A Ferrara nasce la prima orchestra stabile femminile, “Segretissimo Concerto delle Dame” per il diletto del Duca, punta di diamante di una fabbrica musicale che per un secolo ha brillato alla corte degli Estensi come in nessun’altra signoria rinascimentale italiana. Ma Ferrara vanta una delle corti più produttive dal punto di vista artistico in generale. Ludovico Ariosto era il poeta degli estensi, con l’incarico di magnificarne le gesta attraverso la sua arte. I versi narravano indirettamente le imprese di Ercole I prima, e di suo figlio Alfonso I poi, e della di lui consorte Lucrezia Borgia.

Insomma, in un’atmosfera come questa, assistere al concerto del Banco del Mutuo Soccorso in cui viene presentato “Orlando, le forme dell’amore” faceva un po' venire i brividi…

Vittorio è sembrato ugualmente, intensamente preso tanto dalla storia quanto dalla musica, ed è perfettamente riuscito a coinvolgere il pubblico in questa atmosfera inedita. Pubblico di super appassionati venuti da mezza Italia, attenti a raccogliere ogni sillaba ed ogni nota. Il classico pubblico del Banco, insomma, che avrebbe potuto ascoltare due ore di lectio magistralis sulla metrica “Ottava Rima” dell’Orlando Furioso ed altrettante di musica rock senza battere ciglio e senza scomporsi.


La scaletta del concerto prevedeva sia brani storici sia tratti da Orlando:

 

-         In volo

-         R.I.P.

-         Passaggio

-         Metamorfosi

-         Il giardino del mago

-         Traccia I

-         Proemio

-         Pianura rossa

-         Serve Orlando adesso

-         Non mi spaventa più l’amore

-         Il ragno

-         100 mani e 100 occhi

-         La conquista della posizione eretta

-         Eterna transiberiana

-         Canto nomade per un prigioniero politico

-         L’evoluzione

-         Moby Dick

-         Non mi rompete

 


Un concerto corposo, generoso, di oltre due ore piene di musica, in cui i musicisti hanno dato il massimo. Concerto che ha visto il debutto di Michelangelo Nocenzi nei brani tratti da Orlando, di cui è ispiratore e co-autore.

Nonostante la fatica e gli impegni del dopo-concerto, i musicisti sono rimasti ancora a lungo con il pubblico per celebrare insieme agli affezionati questa sorta di festa tra amici. Stanco ma soddisfatto, sempre cordiale e loquace, il condottiero Vittorio nel camerino faceva venire in mente Alfonso I di ritorno da qualche battaglia vinta grazie al primato della sua artiglieria.

Ma scendiamo in un galoppo alato… là dove gorgoglia la musica di Orlando. Per la verità non si avverte la necessità né l’opportunità di formulare commenti su lavori che, come questo, vanno presi come riferimenti “a prescindere”. L’album ha tutto l’aspetto di una “Opera Rock”, nel senso che le composizioni musicali, per quanto non necessariamente funzionali ad una rappresentazione di tipo teatrale, si presterebbero benissimo alla messa in scena di un Orlando Furioso riletto in chiave attuale. Ogni brano trae ispirazione dall’opera dell’Ariosto, e condensa nel linguaggio musicale una particolare vicenda, o un succedersi di eventi. Con un particolare punto di vista, un particolare filtro, che è quello del sentimento umano dell’amore. Così, la musica non descrive semplicemente un episodio, ma il coacervo di sentimenti che si sviluppano dentro ed intorno a quell’episodio. È lo stato sentimentale dell’amore il sistema di riferimento di tutta l’opera, attorno al quale tutto si svolge. Amore in tutte le sue declinazioni, da quello fraterno a quello possessivo, da quello non corrisposto a quello inaspettato, che “accade”. Perfetto per un’opera teatrale che sarebbe capace di lasciare un forte segno nell’ambito delle molteplici riletture che in epoca moderna sono state proposte dell’opera dell’Ariosto.

Proemio” apre l’album, con i versi dell’Ariosto ripresi in forma pressoché integrale, accompagnati da pianoforte e chitarra in una piacevolissima melodia in cui il pianoforte ribatte in modo molto originale ogni sillaba del testo, la cui bellezza Vittorio Nocenzi ha voluto così omaggiare. Musica scritta sul testo, per lasciarne inalterata la caratteristica metrica

La Pianura Rossa” inizia con un potente incastro ritmico tra pianoforte e batteria, e poi chitarra e basso, alla maniera molto cara a Vittorio Nocenzi. È un brano surreale, ambientato in un tempo non definito, in cui passato a futuro si mescolano. Il Mediterraneo prosciugato, e la salvezza è rappresentata da un’unica sorgente d’acqua, contesa tra bande di assalitori e difesa dai Guardiani dell’Acqua. Una metafora, naturalmente, che rimanda direttamente alla crudeltà delle contrapposizioni tra chi ha il potere, l’acqua (o forse il petrolio?), e chi muore in mare per cercare di raggiungere la salvezza. Un grido contro la guerra, come R.I.P. 50 anni fa

Serve Orlando adesso” è il brano dal quale è nato l’album, l’idea originale di Michelangelo Nocenzi. Taglio molto lirico, in omaggio alla tradizione operistica italiana

Non mi spaventa più l’amore” in forma di tango argentino (vecchia passione di Vittorio Nocenzi), in cui Orlando non trova la corresponsione del suo sentimento da parte di Angelica, ed impazzisce… Michelangelo Nocenzi al pianoforte

Non serve tremare” descrive la fuga di Angelica dall’accampamento dell’imperatore Carlo Magno, fuggendo sia dal saraceno Rodomonte che da Orlando. “Via da qui…”, a sottolineare la volontà, molto moderna, di autodeterminarsi e di scegliere il proprio destino lontano dal concetto di donna-oggetto

Le anime deserte del mondo”. Entra in scena il mago Atlante, che tutto vede e tutto dirige, sottraendo la verità agli esseri inferiori, riservandola ai soli esseri superiori. Attraverso la manipolazione della verità, la creazione di illusioni, l’appagamento degli umani con finte verità che essi desiderano, il mago tutto comanda. Ma non trova che nullità e vuoto di valori nella vita umana

L’isola felice” è quella in cui l’ippogrifo, cavalcato questa volta da Ruggero, si cala alla ricerca della tranquillità e della pace. Ma l’isola è della Maga Alcina, che tiene prigioniero in un albero cavo il suo amante Astolfo, che Alcina teme voglia lasciarla. L’isola felice è la metafora del disimpegno, dal quale alla fine l’ippogrifo vola via, portando con sé Astolfo e Ruggero

La maldicenza”, brano interamente strumentale, presenta la contrapposizione tra la calunnia ed i suoi effetti nefasti. La prima parte del brano, con ampi ricorsi a frasi ricche di cromatismi e con poche concessioni alla tonalità, vuole per l’appunto rappresentare il “fastidio” della maldicenza, che solo un sentimento d’amore può contrastare. Ed ecco la seconda sezione del brano in cui la dolcezza delle parti di chitarra fanno da culla alle frasi di sintetizzatore e di pianoforte poi nella rappresentazione del sentimento della dolcezza e dell’amore

Cadere o volare”, Orlando deve scegliere tra l’amore ed il suo dovere. Non può seguire il cuore, deve seguire il dovere. Bel duetto tra chitarra elettrica e sintetizzatore.

Il paladino”. Anche in questo caso il fraseggio di chitarra e sintetizzatore traccia l’essenza energica del brano. Brano molto complesso, in cui i musicisti sfoderano le capacità esecutive individuali. Energia ed irruenza che si ispirano alla scena di uno scontro cruento, che vede contrapposti Orlando intento nel salvataggio di Angelica, ed i selvaggi dall’altro

L’amore accade” è ispirato alla risposta che Angelica dà ad Orlando nel rifiutare il suo amore. Brano dolce, melodico, di presa immediata, interpretato magistralmente da Viola Nocenzi, perfetta nel dare voce alla dolce ma risoluta Angelica, in pena per la delusione che sta dando ad Orlando, ma modernamente consapevole e sicura dei propri sentimenti. L’amore accade, è accaduto ad Orlando. Il quale ha abbandonato i propri compagni al loro destino contro i saraceni di Rodomonte, ha tradito il proprio codice d’onore ed il codice cavalleresco per salvare l’amata Angelica Ma questa rifiuta dunque il suo amore, che rivolge invece all’avversario saraceno, innescando la pazzia di Orlando

Non credere alla Luna”, brano dolce e sognante, segnato dalle frasi sofferte del sax di Carlo Micheli, che finiscono poi per intrecciarsi in un fantastico duetto con le note del Minimoog di Vittorio Nocenzi. È la volta dell’amore fraterno di Astolfo per Orlando. Vedendolo quasi moribondo lungo un sentiero, sotto la Luna piena, comprende che dovrà rischiare la vita per volare fin lassù, recuperare il senno del suo amico d’infanzia e salvarlo “dalla Luna”. Probabilmente il brano più centrale e suggestivo di tutto l’album

Moon suite” ci regala undici minuti di emozioni in perfetto stile “progressive”, ammesso che abbia senso voler applicare etichette ad un lavoro come questo. Una sorta di “suite” all’interno del concept, alla vecchia maniera, con tre movimenti che si ispirano alla fase del volo verso la Luna, allo stupore di Astolfo ed alle vicende una volta arrivato, la ricerca dell’ampolla contenente il senno di Orlando nella “Valle dei senni”, l’incontro con il Tempo, e quindi al rientro sulla Terra

Come è successo che sei qui”, descrive lo stupore di Medoro, oggetto dell’amore inatteso da parte di Angelica. Si chiede dunque come possa essere successo questo evento inatteso e meraviglioso

Cosa vuol dire Per Sempre” è la celebrazione dell’amore eterno, impossibile tra Ruggero e Bradamante tenuti separati dal Mago Atlante per salvare la vita a Ruggero, amore che ha le stesse connotazioni in tutte le epoche, come in quella antico-romana di Catullo e dei suoi immortali versi rivolti alla sua amata Lesbia.

Un lavoro monumentale, trasversale, intenso, complesso, le cui liriche portano la firma del collaudatissimo Paolo Logli. Riduttivo, forse, volerlo inquadrare solo come album musicale, di quelli da consumare in fretta. In questo senso è un’opera fuori dal tempo, fuori da questo tempo, in cui tutto deve funzionare in fretta, in fretta…. l’Arte non ha fretta: ha tempi lunghi, spazi infiniti, richiede concentrazione, attenzione. Sì, nell’album ci sono certamente parti che arrivano dirette, immediate, ed appagano già al primo ascolto; è vero che ciascuno dei 15 brani può vivere di vita propria, ma se ci si vuole impossessare completamente del messaggio che Vittorio Nocenzi ed il Banco ci propongono, se si vuole cogliere questa ottima occasione per “crescere”, allora bisogna studiare. Rispolverare il libro di storia del Rinascimento italiano, il libro di Antologia, di letteratura latina, magari passare un bel fine settimana a Ferrara in full-immersion nei luoghi più famosi del Rinascimento italiano, e lasciare libere le briglie della mente.

Che la fantasia possa volare, felice di saper volare.




Antonello Giovannelli e Vittorio Nocenzi




domenica 2 agosto 2020

Daniela Mastrandrea - “Mondi Paralleli”, di Antonello Giovannelli


Daniela Mastrandrea
 “Mondi Paralleli”
Di Antonello Giovannelli

Articolo già presentato su MAT2020 di maggio

Il mistero sonoro del pianoforte, la magia di luoghi senza tempo, le note che tracciano percorsi vissuti e da vivere, che si specchiano in una dualità di percezioni del mondo e della vita. L’ispirazione dell’Artista muove dal suono stesso, limpido e cristallino, dello strumento dal quale fluiscono melodie come pensieri, e dai paesaggi incantati della sua terra. Terra di Puglia, così feconda di artisti e di bellezze naturali, che fa da incubatrice e da culla al quarto CD di Daniela Mastrandrea, artista di grande talento molto affermata non solo nella sua amata regione, ma anche a livello nazionale ed internazionale.

A Gravina in Puglia è ambientato il suggestivo videoclip del brano che dà il titolo all’intero lavoro per pianoforte solo, “Mondi Paralleli”, e che molto efficacemente offre le adeguate suggestioni per richiamare il tema della duplicità della percezione degli opposti che si ricombinano nell’esperienza della vita, e che sono il motore della stessa. La gioia e il dolore, il bianco ed il nero, il bene ed il male, lo specchio nel quale l’artista cerca di guardarsi per comprendere i propri pensieri e trasferirli sul pentagramma.
La musica di Daniela Mastrandrea nasce spontanea e suona molto intima, proprio come pensieri che vanno e vengono, portando ricordi ed emozioni. Melodie lucide, incisive, mai banali, mai ripetitive. Temi sapientemente cesellati che fanno subito presa e si fanno ben ricordare, suonati con un tocco così sicuro nella dinamica dei pianissimi, che sembra sia il pianoforte stesso a suonare. La passione per la musica si accende, nella Daniela bambina, con l’ascolto di Richard Clayderman e Steven Schlaks, e prosegue con gli studi classici presso il Conservatorio di Monopoli. I suoi lavori, caratterizzati da una forte personalità, le danno subito grande visibilità sul territorio nazionale e le aprono le porte per una proiezione a livello internazionale.

Mondi Paralleli” rappresenta un ulteriore passo nel percorso umano ed artistico di Daniela Mastrandrea, orientato da una visione positiva di costruzione del proprio destino e dalla consapevolezza della forza dei propri pensieri e della propria volontà.
I brani del CD, che raccolgono le esperienze e le suggestioni delle composizioni pianistiche del mondo classico, sono riflessioni brevi, pensieri profondi e fugaci, che accarezzano l’ascoltatore senza aggredirlo, con la potenza dei “piano”, “pianissimo” e dei “mezzo forte”, che tracciano serenamente un percorso essenziale, senza retorica ed orpelli, senza tecnicismi, senza sviluppi non necessari, con la sola forza delle idee.


I brani:

-          Sentieri
-          Tra le foglie
-          Danza lenta
-          Nel mio sentire
-          Sulla via del ritorno
-          Qui ed ovunque
-          Il mio tormento
-          Mondi paralleli
-          Amaro indelebile
-          Al calar della sera
-          L’ignoto
-          In tutte le cose
-          La stanza dei ricordi
-          Jèlena


Daniela Mastrandrea:
 
Daniela Mastrandrea FB:
 
Daniela Mastrandrea IG:
@danielamastrandrea.it/



lunedì 2 settembre 2019

Banco Del Mutuo Soccorso - “Transiberiana”, di Antonello Giovannelli



Banco Del Mutuo Soccorso-Transiberiana”
Di Antonello Giovannelli
Fotografie di Andrea Guerzoni
Articolo già apparso sul MAT2020 di giugno

Si può dire tutto, su "Transiberiana", tranne che non sia originale. Una delle caratteristiche della musica del Banco Del Mutuo Soccorso, da sempre, è la mancanza della possibilità di dire “rassomiglia a…”. “Post fata resurgo” potrebbe essere il sottotitolo di Transiberiana, tanto questo lavoro è una risposta orgogliosa agli eventi avversi, anche luttuosi, che hanno investito il nucleo storico della band: Francesco Di Giacomo prima e Rodolfo Maltese poi, scomparsi prematuramente; Vittorio Nocenzi (ma anche Gianni) che oggi, dopo essere usciti alla grande da improvvisi e gravi problemi di salute, possono festeggiare una sorta di “secondo compleanno”. Vittorio è stato chiaro: “… abbiamo ancora molto da dare al nostro pubblico, e non c’è tempo da perdere”.


Il Banco non muore, l’idea non si può fermare, avanti tutta. La miccia l’ha accesa Michelangelo, uno dei figli di Vittorio, altro grande musicista della grande famiglia di musicisti Nocenzi. Le polveri si sono accese in fretta, in famiglia Nocenzi è come girare con la fiamma libera in una polveriera.
“Sorprendente”. Mi ritrovai a dare questa impressione a Vittorio, nel novembre del 2017, quando la chiese a ciascuno dei suoi ospiti in occasione di una presentazione di alcuni frammenti del nuovo lavoro. Il treno della Transiberiana stava appena partendo dalla stazione, con Maestro Vittorio in piedi sul locomotore, il figlio Michelangelo ad alimentare la caldaia e il capotreno Paolo Logli a bordo. Autore di successo, geniale ed eclettico, impegnato in TV, cinema e letteratura, storico collaboratore del Banco, Paolo Logli si è fatto carico del compito importante di creare i testi per il nuovo disco. 


Un gruppo di musicisti straordinari con loro: Filippo Marcheggiani, chitarra storica del Banco, Nicola di Già, alla chitarra ritmica, ormai veterano anche lui, e i nuovi Marco Capozi al basso elettrico, Fabio Moresco alla batteria e Tony d’Alessio, cantante. Un’impresa non facile, la loro: utilizzare un viaggio immaginario, il più lungo del mondo che si possa fare in treno, per parlare del viaggio nel tempo, nelle vite, nelle esperienze di ciascuno di noi. Il viaggio geografico è metaforico, e il suo significato prende corpo all’interno di ciascuno di noi, nel tempo più che nello spazio. Ci possiamo ritrovare lo scorrere delle nostre storie, la crisi del mondo contemporaneo con i suoi improvvisi mutamenti e le sue cattiverie, le paure, le aspirazioni, la sorpresa davanti a bellezze inaspettate.


La musica è per sua natura evocativa, nel senso che è in grado di mettere in risonanza delle consapevolezze racchiuse nella mente, nelle esperienze, nei ricordi dell’ascoltatore, e quanto più le affinità culturali ed emotive sono forti, tanto più questa risonanza cresce di intensità fino a portare l’ascoltatore ad amare un brano, un gruppo musicale, un genere musicale in cui finisce per riconoscere sé stesso. Ecco, credo sia questo il meccanismo che fa si che un gruppo come il Banco, con una storia di quasi 50 anni di palco e di dischi, riesca a farci ancora emozionare e trepidare nell’attesa dell’uscita del disco, come succedeva negli anni ’70. 

Il pubblico aveva voglia, necessità, di tornare a risuonare con le emozioni che sempre il Banco ha saputo trasmettere, indipendentemente dal momento storico, indipendentemente dalle mode e dagli accadimenti della vita. E Vittorio Nocenzi questa atmosfera l’ha colta, ha sentito il richiamo e lo ha rilanciato alle proprie truppe. Probabilmente anche inaugurando un modo innovativo di creare musica: condividendo quell’atmosfera, quel richiamo, quella sfida con una truppa più ampia, allargata ad un consistente gruppo di amici, appassionati del Banco, amanti della cultura e della musica, che nel corso dei decenni hanno seguito più da vicino la storia della band. Per vedere se le risonanze si attivano, per raccontare, spiegare, mettere sul tavolo le idee, mostrare il lavoro, il materiale da costruzione. Perché un disco è un progetto, complesso come quello di un palazzo, in cui nulla può essere lasciato al caso, in cui piccoli dettagli possono produrre grandi differenze.


E’ opportuno chiarire il rapporto di questo disco con il “Progressive”. Questo termine è stato coniato in un periodo successivo a quello della musica cui si riferisce, che è all’incirca la prima metà degli anni ’70. Di fatto, raggruppa una grande quantità di stili diversi, anche piuttosto distanti tra loro. Si possono, forse, individuare alcuni elementi più ricorrenti, ma anche questo sforzo porta a risultati incerti. Il “concept album”? Mussorwsky ne aveva già fatto uno bellissimo, molto tempo prima, ma tutta la storia della musica operistica ne è piena; la “suite”? Roba antica, seicentesca; tempi dispari? Vedi Bartok…; raccontare una storia in musica? Franz Liszt la sapeva già molto lunga, nella seconda metà dell’800 con la “musica a programma”. Che cosa, allora, ha portato, di veramente innovativo, il cosiddetto “Progressive”? Probabilmente, una contaminazione tra generi diversi che, con l’innesto della cultura classica e della disponibilità di strumenti elettrici e quindi di nuove sonorità, ha consentito a musicisti di spessore di esprimersi in modo assolutamente personale svincolandosi da condizionamenti di ogni tipo: di forma musicale, di spettacolo, di comunicazione, di logiche commerciali. 


E’ stato un periodo di sperimentazione vera durato alcuni anni, con esiti a volte modesti, a volte straordinari. Il Banco è ancora in piena sperimentazione, se proprio vogliamo leggere questo lavoro attraverso una lente “Progressive”, ben consapevoli del fatto che le etichette seguono sempre la realtà e non la potranno mai precedere, e che ai musicisti del Banco hanno raccontato anni dopo che la loro musica era “Progressive”. A 25 anni dall’ultimo lavoro in studio, quindi, si riparte con la sperimentazione, con la ricerca del modo migliore per tornare ad eccitare quelle risonanze dentro ciascuno di noi, dopo tutto quello che è successo, al Banco, a noi, al mondo. Vittorio Nocenzi ed il Banco tornano a raccontarci una storia, la loro e la nostra, con il linguaggio di oggi. Questo è l’atteggiamento giusto con cui metterci all’ascolto. Come ci siamo stupiti, 47 anni fa, ascoltando “Il salvadanaio”, predisponiamoci oggi ad ascoltare “Transiberiana”. Vittorio Nocenzi è più “Progressive” che mai, tanto da essere andato oltre… E noi?



Ascolto del disco…

Transiberiana è disponibile sia in CD che in vinile, nel classico formato LP (doppio). Posto che la mia personale preferenza sarebbe quella di un CD grande come un LP, tra le due opzioni ho scelto la comodità e la qualità digitale del CD. L’esecuzione dei musicisti è perfetta, maniacale, impeccabile anche nei passaggi più ostici, in perfetto stile Banco.

01) Stelle sulla terra: La partenza / Cavalli sull’altopiano / Perché, perché, perché
Si parte in’un’atmosfera ovattata, assorta, che dura appena 50 secondi prima di avvertire la corsa dei cavalli. Forse sono i nostri pensieri a volare nell’altopiano sotto il cielo immobile, trasportati dal vento. Il ritmo degli zoccoli si confonde con quello del treno. “Voglio parole per ribellarmi, versi feroci per inchiodarvi! Scrivo canzoni per accusarvi, voglio ideali per liberarmi” è la dichiarazione di intenti contenuta nel terzo tempo, ad esplicitare quale è, ed è sempre stato, il ruolo del musicista per Vittorio Nocenzi ed il Banco. Il brano è relativamente corto pur sviluppandosi in tre tempi, racchiudendo in 6 minuti una piccola storia completa.

02) L’imprevisto
“L’imprevisto è solo un’occasione per cambiare! Non aver paura, è una strada nuova che si apre”. Ed in simbiosi con il testo, il ritmo del brano ci spiazza con dei repentini cambi, che ci scuotono dalla monotonia del viaggio, appena accennata nell’incipit, e ci inquietano. Il testo, anche in questo caso, non è casuale, anzi declama in una sintesi perfetta tutte le motivazioni ed i sentimenti che hanno costituito le fondamenta di questo lavoro. E’ una esortazione per l’ascoltatore, ma nel contempo l’indicazione della strada scelta dal Banco. Bellissimo brano, originale, di quelli che entra in testa già al primo giro, e non esce più.

03) La discesa dal treno
E’ il momento dello smarrimento, della mancanza di idee, dell’impotenza dell’agire, del dolore sopraffattore della volontà. Abbandonati ad eventi, a sogni, forse incubi, che ci pervadono mentre siamo inermi. Una riflessione cupa sul dolore eterno, sulla dissoluzione dei corpi e dei pensieri, sulle assenze senza ritorni… Qualche reminiscenza di “Canto nomade”, nel pianoforte e nelle chitarre nella parte centrale del brano.

04) L’assalto dei lupi
Una contrapposizione di paure, quella dell’uomo nei confronti del lupo e del lupo nei confronti dell’uomo. Lupo che si rifugia nel branco per fronteggiare la paura dell’uomo. “Occhi vili, musi falsi, forti quando sono in tanti!!”. Una invettiva contro la falsità, contro la viltà, che assurgono a logica di potere quando praticate in branco. Ed il rapporto tra uomo e lupo si ribalta: il vile lupo, in queste condizioni di forza, ritiene di possedere dignità di uomo.

05) Campi di fragole
“E non scordarti mai che c’era il vento e la musica! Non ci provare ad arrenderti, non farlo mai. Non sarà un attimo, ma prima o poi si ripartirà”. Anche la visione di un campo di fragole, coperto dal bianco della neve, offre lo spunto per richiamare emozioni forti, di quelle che soffiano sempre vento in poppa per una nuova ripartenza. Più criptica la parte che segue, in cui le parole descrivono immagini, esperienze ed aspirazioni che, per quanto personali e difficilmente trasferibili, danno comunque la suggestione di un sommovimento interiore, di un conflitto tra un desiderio di abbandono a nuovi orizzonti e la volontà di rimarcare un territorio, un percorso, di cui andare fieri. Dolce e nostalgica la melodia composta per “Campi di fragole”, che sotto la neve germogliano.

06) Lo sciamano
Ritmi sostenuti e chitarre a briglie sciolte per “Lo sciamano”, altra denuncia contro l’alienazione dell’uomo, l’incapacità di interpretare i segni che la civiltà contemporanea ci mostra, l’incapacità di incidere in modo positivo su quanto ci ruota intorno. Con anatema: “Pagherai, tutto sai, credi a me, pagherai. Siamo dei fantasmi senza voce ormai, chi ci ha fatto questo prima o poi pagherà”.

07) Eterna transiberiana
Riparte il treno, con la sua cadenza regolare, mista ad un sentimento interiore di anelito al mare. Ritorna il motivo dolce di “Stelle sulla terra”. Semplice, incisivo, evocativo, portatore di pensieri intimi di ricerca della primavera come uscita dal mondo, o dal momento, di ghiaccio e nebbia cui non arrendersi. “Accompagnami alla riva, eterna transiberiana, fino al mare, mentre spunta il sole”.

08) I ruderi del Gulag
Echi mai spenti di Canto nomade per un prigioniero politico: principi sempre attuali, rabbia mai sopita e che mai deve attenuarsi contro la prigione delle idee. La novità è che la cella la scegliamo noi, con i comfort che vogliamo. Per passarci la vita in silenzio, le mura, le pietre, le sbarre sono ormai inutili, superate. Non servono più.

09) Lasciando alle spalle
Unico pezzo solo strumentale. Una sorta di “Promenade”. Cambia il paesaggio, ai ricordi si sostituisce l’aspettativa di ciò che verrà.

10) Il grande bianco
La paura improvvisa che la neve ed il ghiaccio, candidi come le menzogne, prevalgano su tutto. Smarrimento, mancanza di una meta vera, con il cuore che cerca dove andare a posarsi. “Devo andare via da qui: via da questo Grande Nulla! Pretendo sogni enormi… Come vele in alto mare!”. La chitarra elettrica traccia volute sonore precise e taglienti, in competizione con la voce perentoria del sintetizzatore elettronico. Finché il brano non ripiega verso le sonorità tranquille del pianoforte, con ci conduce all’ultimo tratto di percorso verso il mare.

11) Oceano: strade di sale
Atmosfera di festa per l’arrivo al mare, rassicurante, eterno, con i suoi cicli rassicuranti della marea. Libertà, nel prendere il mare, sotto gli uccelli che, arabescando, stridono in aria dai tempi di “L’evoluzione”.
Transiberiana è un disco che spiazza, che arriva subito al dunque, senza preamboli o lungaggini. Anche quando la tentazione porta verso la “suite” (nell’accezione progressive) in più tempi, il Banco si limita ad enunciare il tema, ed a passare al movimento successivo. Sei minuti in tutto invece di venti. Non è cambiato il Banco, siamo cambiati tutti. Ci siamo abituati, o ci hanno fatto abituare, alle frasi corte, ai messaggini, ai concetti espressi in fretta, alle abbreviazioni. Quasi il nostro tempo avesse, all’improvviso, acquisito un valore enorme, impagabile. Tempo che è sempre meno il nostro, dissolto in mille rivoli inutili che alimenta la società contemporanea. Transiberiana si appropria del buono che c’è in questa urgenza comunicativa, e ci spara undici brani densi, centrati, dritti al cuore. Concetti pesanti per gente pensante. Testi chiari, diretti, efficaci che bene si combinano con le frasi melodiche sintetiche, dirette, di presa immediata. Un lavoro perfettamente in linea con lo spirito di chi è abituato a marciare avanti a tutti, da pioniere senza età.

giovedì 25 agosto 2016

Gianni Nocenzi- "Miniature", di Antonello Giovannelli

Articolo già apparso su MAT2020 di agosto 2016

Gianni Nocenzi - Miniature
di Antonello Giovannelli


Il primo pensiero che mi è venuto in mente riascoltando Farfalle in anteprima, brano anticipatore dell'album Miniature (che ho avuto l’onore di ascoltare “dal vivo”, mentre il suono del magnifico pianoforte Steinway gran coda veniva catturato, risucchiato dall’avveniristico sistema di microfoni utilizzato per l’occasione), è quello che ho scambiato al telefono con Gianni Nocenzi mentre in macchina, di notte, rientravo a casa da Roma a Ferrara: “In quale reparto credi potrebbe essere collocato il tuo nuovo lavoro? Dove lo dovrò andare a cercare? Tra il Progressive? Nella Classica?”.
La domanda era fatta per riderci sopra, naturalmente, conoscendo bene l’avversione di Gianni per le etichette e, una volta di più, la difficile collocazione, anche in senso strettamente artistico, di questo grande lavoro pianistico.
Tranquillo Anto, una copia te la do io”, mi sento rispondere con tono rassicurante e un pò burlone. Un modo geniale per glissare la domanda…Ma è una domanda meno banale di quanto possa sembrare, perché le etichette, si sa,vengono utilizzate per comodità, per pigrizia, per evitare di approfondire, di ascoltare, di capire; per cercare nel solo scaffale che interessa, e ignorare gli altri. Ma stavolta è possibile utilizzare una sola etichetta:“Gianni Nocenzi”. Punto. Chi già sa, chi già conosce, non ha bisogno di indicazioni per trovare la strada, sa bene dove sta andando; chi vuole capire meglio, o chi è solo curioso, non perda tempo a cercarle, perché stavolta saranno tutte sbagliate. O meglio, saranno inadeguate a condurre l’ascoltatore verso il racconto che Gianni ci narra attraverso il suo canale preferenziale di comunicazione, fatto di pianoforte e di tecnologia. Tre elementi sono alla base di questa storia, che poi è la storia di Gianni Nocenzi: il suo racconto, il pianoforte, la tecnologia. Sembrano cose imparentate solo alla lontana, eppure coesistono e danno vita a un’esperienza (termine oggi purtroppo abusato, utilizzato per le minuzie: esperienza di navigazione, esperienza d’uso… ogni reazione a un qualunque stimolo che ci arriva da questo mondo di apparenze vacue sembra ormai dover essere misurata in termini di “esperienza”) unica, del tutto naturale. Gianni ci vuole raccontare sé stesso, il suo mondo, con uno strumento che potenzia, ampliandole, le possibilità di espressione. 




Ma una parte inscindibile di questo suo mondo è la tecnologia, la supertecnologia, cui ha dedicato grande parte della sua vita professionale e artistica. Per cui, il messaggio arriva carico di connotati anche sonori, spaziali, di profondità, di focalizzazione, ciascuno dei quali ha una ragione comunicativa e una valenza semantica ben precisa, e che rendono ancora più coerente il messaggio con le caratteristiche umane dell’artista: precisione, appropriatezza, misura, passione, cura per i dettagli. Sperimentare, sempre. Mentre suona, in realtà Gianni sta comunicando, e lo si capisce bene: lo Steinway non sta solo suonando, sta parlando. Sta raccontando un insieme di visioni, di sensazioni, di ricordi e di aspirazioni, sta srotolando e riavvolgendo nastri, si sta facendo beffe del tempo e dello spazio, sta dicendo tutto quello che sa. Ora si preoccupa per quello che in un qualche tempo, vicino o lontano, ha portato nubi scure; ora si apre nel sorriso per le giornate serene, ora parla sottovoce di speranze e di sogni, poi si imbizzarrisce all’improvviso per qualche accidente che proprio non ci voleva… Subito dopo i martelletti tornano a colpire lievemente le corde, fino a farle muovere appena, per un sussurro all’orecchio, per piangere in silenzio il ricordo di un amico.Il volto di Gianni non cambia espressione, non serve. Ci pensa il pianoforte, che sembra collegato via MIDI direttamente alla sua testa, tanto la tecnica esecutiva è impeccabile. Dai pianissimi ai fortissimi, con dei “crescendo” che sembrano arrestarsi solo un attimo prima dell’esplosione delle corde, facendo suonare tutta la tastiera (cifra caratteristica del pianismo di Gianni), dal primo all’ultimo tasto, ché nessuno si senta trascurato! Alla fine dell’ascolto si rimane per un po’ senza fiato, come se la ricezione del messaggio avesse impegnato tutte le nostre risorse (lasciatemi attingere al lessico computeristico, che non mi piace ma rende bene l’idea), e fossimo ancora lì con la clessidra che gira e rigira nella testa in attesa che i sensi ritornino a posto e i pensieri possano tornare a scorrere… Se mai avverrà. Di certo, rimarrà un segno indelebile. Mi ci è voluto qualche giorno per riprendermi del tutto. Oppure, al contrario: qualche giorno è durato l’effetto catartico di questa esperienza, prima che la vita quotidiana con le sue scocciature e inutilità riconquistasse il sopravvento. Gianni ha suonato tutti i pezzi in neanche due sessioni di registrazione, praticamente alla “buona la prima”. Questo rende ancora più autentico e sincero il suo lavoro, eseguito in un contesto al massimo livello della tecnologia, con il contorno affettuoso della sua famiglia, di Vittorio, dei suoi colleghi di lavoro storici, dei fonici di fiducia e di pochi amici. In certi momenti sembra baluginare dal passato l’immagine e l’atmosfera del salotto di Schubert, con gli amici seduti intorno ad ascoltarlo ed ammirarlo; ma subito l’immagine svanisce per far posto alle barre di led dei Vu meters, alle pareti di vetro fonoimpedenti, al “ragno” di microfoni per la ripresa 5.1 appollaiato giusto sopra la testa dell’esecutore. Impossibile e improprio raccontare o commentare i contenuti delle sei tracce di Miniature: lontanodall’idea della “musica a programma”, ovvero della sinergia tra diverse forme di espressioni in cui la musica, per essere meglio compresa, debba essere “spiegata” o comunque supportata da un commento che descrive l’ispirazione del compositore, Gianni Nocenzi ci lascia completamente liberi di far risuonare il nostro spirito con le sue note, con la certezza che nulla meglio delle note stesse potranno riportare in modo autentico il suo messaggio.Gli stessi titoli, cui a volte un artista affida il suo manifesto programmatico, non hanno il compito di prepararci o di guidarci all’ascolto. Semmai, se proprio vogliamo approfondire, ci sottopongono a una sorta di piccolo indovinello, non facilissimo da risolvere…Dal punto di vista tecnico, per quanto sia stata presa in considerazione la possibilità di ascolto attraverso i diversi mezzi di comunicazione e riproduzione ad oggi disponibili, sono dell’avviso che ci si debba mettere all’ascolto di Miniature con il migliore impianto di cui si dispone o, al limite, con una cuffia di alta qualità per poter apprezzare tutti i dettagli che, più sono minuti, più sono importanti. La sensazione, grazie anche all’attrezzatura e alla tecnica di ripresa accuratamente impostata da Gianni, è quella di sentire il pianoforte in modo nuovo, molto vicino a come lo percepisce il musicista che lo suona. Gianni Nocenzi è tornato. In realtà non è mai stato troppo lontano, ha solo avuto un po’ da fare per poterci stupire meglio. Buona Esperienza