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venerdì 27 dicembre 2024

NOTTURNO CONCERTANTE -“DISTRESSED COLOURS”, di Andrea Pintelli

NOTTURNO CONCERTANTE
“DISTRESSED COLOURS”

Di Andrea Pintelli 

 

Chi mastica un po’ il progressive italico, sa già che il Notturno Concertante è stato uno dei maggiori gruppi in seno al prog revival degli anni Novanta. Tuttora resta uno dei migliori sulla piazza, oggettivamente. Per chi non li conoscesse, buon ascolto; non è mai troppo tardi. Attivo fin dal 1984, ha rilasciato diversi e notevoli album per la mitica Mellow Records, etichetta discografica guidata da Mauro Moroni e Ciro Perrino, che ha contribuito in maniera enorme a rilanciare il genere con clienti sparsi in tutto il mondo. Nel tempo la band è stata chiamata a collaborare con autori di grande rilievo, ovviamente in ambito musicale (es. Steven Wilson), ma anche teatrale, cinematografico, televisivo. Personalmente continuo ad adorare il loro terzo disco, “News from Nowhere” del 1993, ma ora è il turno di “Distressed Colours”, l’ottavo lavoro, uscito a inizio novembre per la Luminol Records.

Si tratta di un’opera interamente strumentale, suonata e arrangiata con tecnica mirabile e trovate eccellenti all’insegna di un’alta qualità che, ancora una volta, sorprende. I brani hanno rimandi che vanno dal folk all’elettronica, dal jazz alla classica; un melting pot che esprime libertà, atta a spaziare ovunque. Questa è la vera forza del Notturno Concertante, i cui musicisti hanno sempre messo interamente se stessi nella loro arte, ritrovandosi l’un l’altro nei risultati finali: Raffaele Villanova, chitarra/tastiere/basso, Lucio Lazzaruolo, chitarra/tastiere, Francesco Margherita, batteria. In questo disco si sono avvalsi della collaborazione di diversi eccellenti ospiti, che hanno portato un valore aggiunto tangibile. Su tutti Cristiano Roversi (Moongarden, CCLR, ecc.) che, oltre a suonare basso e stick, ha anche lavorato dietro la consolle, masterizzando il tutto.

Soft Moon, prima traccia, meravigliosa, con chitarre a creare atmosfera, ritmo, gioca con la possente sezione ritmica per determinarne il percorso; il violino allarga gli orizzonti con gusto e magia.

Shadows Party, col basso che entra nello sterno per restarci, offre alle chitarre lo spazio per potersi esprimere al meglio, con floride aperture e cambi di tempo che in soli due minuti e mezzo fanno intendere la materia di cui sono fatti questi artisti.

Distressed Colours è etnica (direbbero oggigiorno), ma io preferisco citare il cammino folk dal quale parte per inerpicarsi in un difficile, quanto inusuale, tragitto sonoro; la copertina ne racchiude tutto il senso di angoscia per chi ogni giorno attraversa quel cimitero chiamato mare Mediterraneo, in cerca di un futuro vivibile, senza averne un briciolo di certezza. Chi dimentica (o fa finta di non vedere) il dolore altrui, chiaramente, non ha capito nulla della vita.

Kissing Cloud, con andamento rilassato e chitarre acustiche che fanno volare, offre un altro aspetto della band: sofisticato senza vanti, profondo con naturalezza, messaggero di beneficio interiore.

Elusive riporta al movimento, dove il lavoro d’insieme è luce per le orecchie e fiori per l’anima. L’intervento del flauto è da applausi. Lost Cloud, più cupa delle precedenti, si misura con le ansie e le mancanze, per poi tuffarsi in un mare di armonie stratificate e cadenze pressoché perfette.

Dark Silence, ossia ode al prog più intenso, con controtempi da manuale. I ragazzi sono davvero in gamba, in forma, in contatto con entità che, spesso, non vogliamo vedere. Loro ce li presentano direttamente. Poison Town, canzone dai tratti strani e misteriosi, pone l’accento sull’abilità compositiva dei nostri. Partorire pezzi così è rarità, concepire un disco del genere ancora di più. Le parti di tastiera e clarinetto sono d’altrove, a formare un lago di emozioni.

On the Nature of Things torna ad uno sviluppo più disteso; come essere su un tappeto volante fra brezze gentili e profumi di glicine. Da ascoltare a occhi chiusi.

PR Smiles: e qui ci trovo un tono leggermente minaccioso; vuoi il ritmo, vuoi il titolo, vuoi che ognuno di noi negli strumentali ci trova quello che ha, in parte, già vissuto. Comunque, un altro tassello del messaggio che il trio vuole manifestare.

Skywriting ha luci differenti, più sfavillanti, meno velate. Ottima nel procedere, con un grande lavoro di batteria, che va comunque sottolineato per ogni traccia; cadenzata e fantasiosa nelle indicazioni che fornisce all’ascoltatore.

Pastel Ghosts è incentrata su un sax dai tratti fusion, che sorvola, plana, volteggia nell’etere dell’intimità. Bomba.

Winterlude, ottima di questi tempi, guarda le fresche lande per donare calore, stringe la mano alla signora Libertà dandole del tu, fa l’occhiolino a chi non ha follia.

Raw Elegance chiude quest’album in maniera solenne, dimenticandosi della gravità, riportando tutti noi sulla stessa linea d’onda, fatta di emozioni, sorrisi, fratellanza. O almeno, così dovrebbe essere se desideriamo andare avanti e vedere tante albe. “Distressed Colours” può aiutarci a riflettere in tal senso. Abbracci diffusi.



Track list (cliccare sul titolo per ascoltare)

1.    Soft Moon

2.    Shadows Party

3.    Distressed Colours

4.    Kissing Clouds

5.    Elusive

6.    Lost Cloud

7.    Dark Silence

8.    Poison Town

9.    On the nature of things

10.   PR Smiles

11.   Skywriting

12.   Pastel Ghosts

13.   Winterlude

14.   Raw Elegance

 

NOTTURNO CONCERTANTE are:

-         Raffaele Villanova (classical guitar, keyboards, additional bass)

-         Francesco Margherita (drums)

-         Lucio Lazzaruolo (classical guitar, keyboards) 

Guests:

-         Cristiano Roversi (bass and stick bass)

-         Defrim Mala (clarinet on Poison town)

-         Gianluca Milanese (flute on Kissing cloud and Elusive)

-         Jack Julian (keyboards on On the nature of things)

-         Nadia Khomoutova (violin)

-         Spiros Nikas (saxes on Pastel ghosts)

 

All tracks composed by Lucio Lazzaruolo and Raffaele Villanova

Recorded at Transparent Music October 2020 to January 2024

Produced by Raffaele Villanova and Lucio Lazzaruolo

Mixing: Raffaele Villanova

Mastering: Cristiano Roversi

Photo cover and graphics: Raffaele Villanova




 

martedì 22 ottobre 2024

G.O.L.E.M. -“Gathering of the Legendary Elephant Monsters”, di Andrea Pintelli

 


G.O.L.E.M.
“Gathering of the Legendary Elephant Monsters”

Di Andrea Pintelli

 

Due anni dopo l'uscita di Gravitational Objects of Light, Energy and Mysticism, il 27 settembre per la precisione, i G.O.L.E.M. hanno rilasciato il loro secondo album dal titolo Gathering Of the Legendary Elephant Monsters. Prodotto dalla Black Widow Records (gloria sempre), si pregia di essere prosecuzione ed evoluzione del loro sound, ormai riconoscibilissimo grazie all’utilizzo sempre più energico e fantasioso delle doppie tastiere, ad opera dei superlativi Paolo “Apollo” Negri ed Emil Quattrini.

Una band di carattere, quindi, che in questi anni ha avuto modo di affinarsi e rafforzarsi calcando i principali palchi d’Europa. In un irresistibile mix di prog, hard rock, psichedelia, i G.O.L.E.M. si muovono fra passato e futuro, dando risalto a lunghe parti strumentali, dove melodie di sicura presa, arrangiamenti iperbolici, testi profondi e suoni pazzeschi di livello superiore alla media internazionale, riescono a catturare fin dal primo ascolto. Ogni membro ha apportato contributi fondamentali alla fase creativa, permettendo la nascita di brani complessi e articolati; vale quindi la pena ricordare che il basso di Marco Zammati, la batteria di Francesco Lupi e la voce di Marco Vincini non sono in secondo piano rispetto alle magie dei due tastieristi, ma anzi vanno a creare un’amalgama vincente e ottimamente congegnata.

 

Il disco si apre con la canzone omonima, ossia “Gathering of the Legendary Elephant Monsters”, e lo fa in maniera roboante: si è come investiti da un granitico wall of sound. Indi la soave vocalità di Marco guida quest’opera nell’opera con piglio e personalità, lasciando poi spazio alla prima cavalcata sonora. Certamente la chitarra non fa sentire la propria assenza, visti i tanti livelli sonori che compongono il mondo G.O.L.E.M. L’andamento si fa successivamente più riflessivo, per poi riesplodere verso il finale. Grandiosi, non c’è che dire.

Mechanical Evolution” è più meditativa, poetica, ma l’intensità resta invariata. Densa che quasi la si può toccare, offre spunti giudiziosi per capire in profondità chi è questo gruppo di super musicisti e fin dove si può spingere. Qualcuno (in modo sprovveduto) le chiamerebbe “bellezze d’altri tempi”, invece sono l’adesso, fortunatamente.

The Endless Night of Reason” è una marcia verso l’ode, che un memorabile riff eleva all’ennesima potenza. E poi si entra in un labirinto tastieristico, un dedalo di meraviglie che si vive con immediatezza e gioia. E poi si resta basiti da tanta bravura, dal poter godere di cotanto talento, sia dei singoli musicisti, che dell’insieme che ne deriva. E poi si riascolta il brano, semplicemente.

Life Between the Lines” fa rimbombare le note oscure e fosche della proposta musicale della band, senza cavarne un grammo di luce; già, perché anche nei meandri bui c’è chiarore, grazie all’abilità e alla maestria di Apollo ed Emil. Rocciosi e fluidi, sicuri e determinati.

Tale of the Oblivion Dance” si gioca le carte della potenza unita all’innata ispirazione, per cui un vortice di suggestivi e raffinati significati. Da elogiare pure le capacità compositive dell’onnipresente Negri, qui insieme a Quattrini: mai domi, sempre eleganti nel loro vigore.

Keeper of the Ocean’s Gate”, ultima traccia, è un po’ la summa del G.O.L.E.M. sound; vi si trovano spazi, ritmi, colori, attitudini, sguardi diversi e posti con gusto, in un pressoché perfetto puzzle di musicalità di rara bellezza. Personalmente seguo Apollo fin dai tempi degli storici Wicked Minds (insieme al grandissimo Lucio Callegari), dei sofisticati Link Quartet, dei suoi importanti lavori solisti; non ho mai, e dico mai, captato un secondo di stanca nelle sue varie proposte musicali, ma anzi l’ho da sempre trovato un passo avanti rispetto a tutto il resto, dimostrando nel tempo che il suo stile personalissimo ha potuto plasmare e riattualizzare le tante tipologie di suoni affrontati.

 

Gathering Of the Legendary Elephant Monsters è uno tsunami di furore artistico che vi conquisterà.

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1. Gathering Of the Legendary Elephant Monsters (Negri/Vincini)

2. Mechanical Evolution (Negri/Quattrini/Vincini/Zammati)

3. The Endless Night of Reason (Negri/Vincini/Zammati)

4. Life Between the Lines (Negri/Vincini/Zammati)

5. Tale of the Oblivion Dance (Negri/Quattrini)

6. Keeper of the Ocean’s Gate (Negri/Quattrini)

 

Line-up:

● Paolo “Apollo” Negri - organ and synthesizers

● Emil Quattrini - electric pianos and Mellotron

● Marco Zammati - electric bass

● Francesco Lupi - drums

● Marco Vincini - vocals

 

Credits:

Produced by G.O.L.E.M.

Published by Black Widow Records

Recorded at The Shelter Recording Studio by Matteo Tovaglieri

Mixed at Tonewheel Cavern MkVIII

Mastered by Eugenio Vatta at E45 Studio

Artwork by Garden of Earthly Delights





mercoledì 26 giugno 2024

ANNIE BARBAZZA -"Annie’s Playlist 3 the streaming concerts", di Andrea Pintelli


ANNIE BARBAZZA
Annie’s Playlist 3-
the streaming concerts


“Annie’s Playlist, e di conseguenza le testimonianze discografiche, qui giunte al terzo appuntamento, nascono da un invito che, ormai più di dieci anni fa, mi rivolse Greg Lake, con lo scopo di affinare la mia tecnica vocale, il mio modo di suonare e la pronuncia inglese. “Agli inizi della mia carriera” - mi diceva Greg Lake - “con gruppi come gli Unit 4 e gli Shy Limbs suonavamo cover: è un esercizio che qualsiasi musicista professionista ha nel suo background”. Naturalmente i consigli tuonati da Greg non lasciavano molto spazio ai “se” e ai “ma”. Col tempo, l’occasione di condividere con il mio pubblico e i miei amici le canzoni che hanno segnato la mia vita è diventato un piacere, non più un esercizio. Sono canzoni che hanno lasciato non solo un segno indelebile nella mia anima, ma mi danno la forza, lo stimolo, l’orgoglio di sentirmi parte di un’accolita di estimatori di qualcosa di più grande non solo di noi, ma forse degli autori stessi. Con umiltà e devozione, eccomi a proporvi il terzo volume, con l’aggiunta di qualcosa di mio.”

Direttamente dalle parole della stupendamente brava Annie Barbazza, ecco l’introduzione al suo terzo volume della serie “Annie’s Playlist”. Come al solito prodotto dalla Dark Companion Records di Max Marchini, è uscito lo scorso maggio questo generoso, notevole, coloratissimo lavoro dell’artista piacentina che sta pian piano conquistando il pubblico europeo grazie al suo innegabile talento. La sua crescita professionale, nel tempo, è andata incrementandosi tramite illustri collaborazioni con musicisti di fama mondiale (sia in studio, sia live), nonché per meriti ottenuti durante i suoi illuminati concerti, nonché grazie al suo “Vive”, disco incredibilmente meraviglioso (da me commentato alla sua uscita nel Febbraio 2020), ristampato poco tempo fa. A tal proposito Max Marchini spiega meglio questa situazione: “La fortunata serie “Annie’s Playlist”, da sempre un best seller ai concerti, qui giunta al terzo appuntamento è stata concepita da Greg Lake quando, a partire dal 2012, scoprì il talento di Annie Barbazza e al quale si dedicò. Una specie di compito delle vacanze che iniziò con Lake che “commissionava” ad Annie di registrare un certo brano, da lui stesso scelto - suonando tutti gli strumenti - per poi spedirglielo sottoponendolo ai suoi famosi severissimi giudizi e, successivamente, ai paterni insegnamenti e consigli. Visti gli eccellenti risultati di questi esercizi, Greg suggerì infine di costruire degli spettacoli principalmente di cover, per prendere confidenza con la propria voce, cimentarsi con i tanti strumenti che Annie suonava già. In effetti, come sempre, i consigli di Greg Lake si rivelarono vincenti: nel 2015 Annie pubblicò la prima raccolta “Annie’s Playlist” (nome suggerito sempre da Lake), alla quale fece seguito nel 2017 “Annie’s Playlist 2”, entrambi pubblicati dalla nostra Unifaun Productions e che vedevano, così come gli spettacoli del tempo, la Barbazza accompagnata da Lorenzo “Trek” Trecordi alla seconda chitarra e flauto. È interessante osservare come vi sia una sorta di evoluzione artistica in questi album, tutti rigorosamente registrati live, oltre che una rappresentazione dei gusti eclettici di Annie che dal rock progressivo, si muovono verso il folk, la psichedelia, gli adorati Beatles, ma già arrivano a Captain Beefheart e ai Residents. Questo terzo volume vede rappresentato l’enorme salto compiuto dalla giovane musicista in questi ultimi anni, i quali l’hanno catapultata verso le vette dell’avant/prog internazionale: l’uscita nel 2020 del suo primo album solista, “Vive” (nel quale hanno partecipato amici come Daniel Lanois, Fred Frith, Lino Capra Vaccina, Paolo Tofani, Greg Lake, John Greaves, Olivier Mellano, Michael Tanner e altri ancora), la collaborazione stabile come

bassista, vocalist e batterista con Paul Roland, il sodalizio artistico con l’ex Henry Cow John Greaves con il quale si esibisce regolarmente dal vivo, sia in duo (dello scorso anno l’album “Earthly Powers”), che con la nuova band del musicista gallese che comprende, tra gli altri, gli ex King Crimson Mel Collins e Jakko Jakszyk; i diversi concerti in solo, il progetto di grande successo (ancora sotto la produzione di Greg Lake) del duo Moonchild con il pianista Max Repetti, con il quale ripercorre in chiave minimalista e contemporanea i brani più importanti del repertorio di Lake. Inoltre, Annie è entrata a far parte della North Sea Radio Orchestra, con la quale ha registrato l’album “Folly Bololey”, che rivisita il capolavoro “Rock Bottom” di Robert Wyatt (il quale la ha ringraziata e incoraggiata di persona), e del Michael Mantler’s New Songs Ensemble, con cui ha tenuto diversi concerti e ha un album in uscita questa estate. Poi come non citare le collaborazioni con gli Henry Cow, Fred Frith (con cui sta registrando), l’orchestra di percussioni Tempus Fugit, Giorgio “Fico” Piazza e tanto altro ancora. Questo nuovo capitolo rispecchia i nuovi spettacoli di Annie, per i quali ha preferito una dimensione intima, suonando da sola e alternandosi ai vari strumenti e inserendo proprie composizioni. Le registrazioni sono prese da due spettacoli in streaming tenuti da Annie durante il lockdown dallo studio Elfo di Tavernago (PC); altri da uno spettacolo sempre in streaming causa lockdown che ha tenuto Eugenio Finardi dal Teatro Manzoni di Monza, al quale Annie ha partecipato e aperto, appunto, in solo.”  

Les Ruines du Sommeil apre il disco, voce e chitarra, ed è subito grande musica; la propria. Annie ha feeling da vendere, fin da subito l’emozione è veramente tanta mentre la si ascolta. Ti entra dentro per regalare brividi di beltà. E ogni volta è un’esperienza straniante: non ha alcun termine di paragone. Jumbee, targata Paul Roland, fa capire quante capacità d’interprete ha accumulato la nostra artista nel corso del tempo. Vestita di solennità e profondità, la canzone aumenta come non mai. Carezza d’anima. By This River: voce e piano, delicatezza e grandiosità; come scrutare l’infinito e venirne a contatto.  Brian Eno e Hans-Joachim Roedelius ringraziano. Frame By Frame dei King Crimson (of course), apre la strada al ritmo ora più sostenuto, dove Annie si ritrova con apparente disinvoltura. In realtà per arrivare ad un risultato simile, bisogna sentire dentro di sé quel qualcosa che pochi sanno di avere e pochissimi riescono a trovare. A questo “qualcosa” dategli pure il nome che volete, ma sarà sempre sbagliato, siccome, noi ascoltatori, possiamo solo captarlo. E sarebbe già tanto. Children Of The New World, del geniale Daevid Allen, soave e giocosa già di suo, è qui reinterpretata con notevole bravura, in un non facile esercizio partecipativo. Difficile far scendere lacrime trasformandole in sorrisi. Già, molto difficile. Phantoms, della stessa Barbazza, rende chiaro quanto lavoro su sé stessa abbia fatto durante questo tempo, innalzandosi ad autrice di ricca sostanza. Cattura e coccola. June, di nuovo dal suo carnet di composizioni, è fresca come l’aria di questo splendido mese. Soffice come un petalo portato in giro dalla brezza, che arriva fino al cuore di chi la sta vivendo. Sorprendente la ragazza, ogni volta di più. Time Has Told Me, del mai troppo osannato Nick Drake, voce e piano, è commovente e tenera allo stesso tempo. Annie ne fornisce una versione di un’intensità che mette quasi soggezione. Heaven, by Robyn Hitchcock, per chi scrive è una delle più riuscite canzoni degli anni ’80, no doubt. Preziosa e rara, è qui presentata con magia riconducibile all’originale. Sea Song, di quel Robert Wyatt che Annie ama tanto, con pochi rintocchi di piano e parecchia suggestione, è portata ad un livello superiore. Permettetemi di pensarlo e scriverlo. Volo Magico, del compianto Claudio Rocchi, eroe degli anni ’70, è ora stravolta dalla carica emotiva della nostra. Si sta parlando di una delle canzoni simbolo di quel tempo, un tempo che tanti rimpiangono (pur con i vari problemi che ne costellavano la quotidianità): riproporla è già fuori dall’ordinario, renderla così singolare quasi un miracolo. Nebulae, di Annie stessa, viaggia fra l’oggettiva eccellenza e l’inaudito: chi fa Musica simile in Italia nel 2024? Chi ha in sé tutta questa arte per riuscirci? Chi va assolutamente contro le attuali tristissime mode? Purtroppo, solo lei. Onori e meriti, quindi. Lotus Flower, sempre uscita dal suo cilindro, porta in una dimensione parallela, dove il turbamento va a braccetto con la gigantografia della propria passione, che ascoltando questa canzone cresce di secondo in secondo. Anatomy Of Love, portata al successo dal duo Shelleyan Orphan, è densa e abbagliante, per continuità di gioia donata dalla voce di Annie. O meglio, quella voce, la sua voce, è lo strumento musicale che permette alla sua interiorità di arrivare fino a noi: unica. Islands, ancora King Crimson, altro amore di Annie, veleggia impetuosamente come un galeone nell’oceano. La poesia che ne è tratta resta uno degli esempi di maggior presa del repertorio della nostra, assolutamente matura e professionale, la cui estrema bravura è giustamente riconosciuta a livello europeo. In Te, creata da Annie insieme al grande John Greaves ed a Max Marchini, permette ancora di notare e apprezzare le pressoché infinite sfumature della vocalità della Barbazza. Singolare e incantevole canzone. Boĭte A Tisane, by Annie: sublime, affascinante, adorabile. Senz’altro uno dei pezzi migliori di questa raccolta di emozioni in Musica. Ys, chiude in maniera magniloquente il disco, essendo dedicata all’isola scomparsa al largo delle coste bretoni, essendo che Annie è una vera e propria isola che brilla di luce propria, nel bel mezzo di un mare pieni di rifiuti, decadenza e banalità.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di vivere bene: ascoltando Annie Barbazza molti dei vostri dubbi in merito, spariranno, lasciando spazio alla serenità.

Abbracci diffusi.

 


Tracklist:

01. LES RUINES DU SOMMEIL (Barbazza) 2:38

02. JUMBEE (Roland) 3:59

03. BY THIS RIVER (Eno/Roedelius) 2:56

04. FRAME BY FRAME (Belew/Fripp/Levin/Bruford) 2:36

05. CHILDREN OF THE NEW WORLD (Allen) 3:19

06. PHANTOMS (Barbazza) 1:55

07. JUNE (Barbazza) 3:19

08. TIME HAS TOLD ME (Drake) 4:13

09. HEAVEN (Hitchcock) 4:16

10. SEA SONG (Wyatt) 3:59

11. VOLO MAGICO (Rocchi) 4:00

12. NEBULAE (Barbazza) 1:44

13. LOTUS FLOWER (Barbazza) 2:56

14. ANATOMY OF LOVE (Tayle/Crawley) 4:12

15. ISLANDS (Sinfield/Fripp) 3:29

16. IN TE (Greaves/Marchini/Barbazza) 3:08

17. BOÎTE À TISANE (Barbazza) 3:25

18. YS (Barbazza) 2:27

 

Annie Barbazza: electric and acoustic guitars, piano, indian harmonium and vocals

Recorded, mixed and mastered by Alberto Callegari

Produced by Max Marchini

 

Recorded live, Mixed and Mastered at Elfo Studios by Alberto Callegari 2020-2024, No overdubs.

Volo Magico recorded live in streaming at Teatro Manzoni, Monza on November 15, 2020.

All Photographs by Franz Soprani except album and booklet cover photos by Francesco Renne.

Graphic design by Max Marchini.

© 2024 Dark Companion Records - Ephemerals #6.





venerdì 18 agosto 2023

CELESTE – Intervista quadrupla ai membri della band, di Andrea Pintelli

 


CELESTE – Intervista quadrupla ai membri della band

Di Andrea Pintelli

 

I Celeste erano una grande band. “Principe di un Giorno” del 1976 è lì a dimostrarlo, essendo uno dei migliori album di sempre del Progressive italiano. I Celeste sono una grande band. Della formazione originale resta il solo Ciro Perrino, autore sopraffino di tantissimi altri progetti paralleli, come solista o al timone di altri gruppi. Con lui quattro ottimi musicisti a testimoniare la grandezza di questo ensemble. Quindi non semplici gregari, ma responsabili (tanto quanto Perrino) del suono e della buona riuscita di ogni progetto legato al nome Celeste. Ritengo giusto, quindi, dargli la giusta visibilità in quanto dotati di grande talento.

Ve li presento: sono Mauro Vero, chitarre acustiche ed elettriche; Francesco Bertone, basso; Marco Moro, flauti e sassofoni; Enzo Cioffi, batteria.

Costoro sono stati tutti presenti nei seguenti dischi: “Il Risveglio del Principe” (2019), “Il Principe del Regno Perduto” (2021), “Celeste with Celestial Symphony Orchestra” (2023). Attualmente stanno lavorando al quinto capitolo della band e quarto del nuovo corso, in uscita ad aprile/maggio 2024. Inoltre, in occasione del cinquantennale di uscita di “Principe di un Giorno” (2026), faranno uscire un doppio vinile con, sul primo disco, la riproposta di come avrebbe dovuto essere realizzato inizialmente con una voce femminile e cantato in lingua inglese, e, sul secondo disco, gli stessi brani ma completamente risuonati e reinterpretati, come percezione attuale di quell’esordio.

A loro la parola.

Parlaci dei tuoi primi passi compiuti nel mondo della musica.

MV - Iniziai a suonare la chitarra a 9 anni grazie alla mia capacità naturale del canto. Sono passato dalle canzoni di musica leggera, alla musica da ballo, fino ad arrivare alla musica classica (diplomato di chitarra classica nel 1990 a Cuneo) passando dal rock, pop e blues. Mi sento un musicista che ama la musica in tutte le sue sfaccettature, venendo spesso considerato molto versatile.

FB - Ho iniziato come chitarrista, e lo sono stato dai 9 ai 15 anni in esclusiva, siccome non immaginavo altri strumenti per me. Poi sono stato rapito del basso elettrico e poco dopo dal contrabbasso, che ho voluto studiare seguendo il percorso proposto dal Conservatorio classico.

MM - Ho cominciato a studiare musica grazie alla professoressa di Educazione musicale alle medie.

EC - Tutto ha inizio intorno ai sei anni di età. Seguivo mio padre in casa, suonatore di fisarmonica e banjo, percuotendo, con cucchiai o altro, la custodia della fisarmonica. Con l’acquisto di una batteria vera, Hollywood Meazzi, intorno ai 12 anni è iniziata la mia carriera musicale che di fatto ancora oggi, a 61 anni, è nel suo pieno sviluppo, della serie non si finisce mai di imparare. A 14 anni mi sono iscritto a una scuola civica di indirizzo classico di Sanremo, per poi orientarmi principalmente su vari generi: rock, pop, e infine jazz. Ho conseguito il diploma in batteria nel prestigioso C.P.M. di Milano. Musicalmente ho avuto l’enorme fortuna di essere inserito in maniera professionale in moltissimi contesti e generi musicali in giro per tutta l’Italia e diversi paesi europei. Tutto questo mi ha consentito di approfondire vari linguaggi e come affrontarli al meglio, garantendomi una sufficiente dose di conoscenza utilissima in ambito lavorativo. Da tempo il mio interesse è prevalentemente indirizzato verso il jazz, la world music, la musica per grandi orchestre sia jazz che classiche, e tanti altri contesti in cui la creatività gioca un ruolo fondamentale. Tra tutti questi la musica di Ciro ha una sua collocazione di prim’ordine.

Tu fai parte dei Celeste, con cui hai inciso gli ultimi tre album: cosa rappresenta per te, globalmente, questa esperienza?

MV - L’esperienza Celeste è stata un nuovo capitolo della mia vita musicale. Suonare con le parti scritte e partecipare attivamente a questo progetto fatto di Musica con la M maiuscola con un repertorio originale e diverso da tutto quello che ho suonato nella mia vita, rappresenta una continuazione nell’esplorare cosa ci può infondere la conoscenza delle 7 note.

FB - Celeste è una situazione Prog, pensata e realizzata da Ciro Perrino, e questo è per lo strumentista una sfida molteplice: bisogna aderire allo stile, soddisfare il più possibile le richieste di chi ha architettato le strutture (Ciro), vincere le difficoltà tecniche e anche trovare lo spazio per lasciare unimpronta personale.

MM - È un'esperienza e un arricchimento musicale grazie a uno dei maestri del Prog a livello mondiale.

EC - Aver suonato negli ultimi tre album di Celeste rappresenta tantissime cose. La prima, e per alcuni versi più importante, è quella di aver rincontrato musicalmente Ciro dopo molti anni. La nostra frequentazione personale non si è mai interrotta in questi lunghi anni, ma collaborazioni musicali tra noi due era da molto tempo che non ne capitavano. Le mie prime registrazioni le ho realizzate nel suo studio all’età di 14 anni. La mia prima tourneè all’estero (Spagna, Barcellona), è avvenuta con lui e la sua Fiat 127. Quindi Ciro ha sempre rappresentato in me un riferimento importante sia a livello di amicizia sia a livello artistico, collaborare con lui, a distanza di tanti anni, è stato molto significativo per me.  Inoltre, il privilegio e la gratitudine per la possibilità datami nell’offrire il mio contributo al progetto Celeste. 

Ora, nel dettaglio, spiegaci le differenze fra “Il Risveglio del Principe”, “Il Principe del Regno Perduto” e “Celeste with Celestial Symphony Orchestra”.

MV - Per ciò che riguarda gli strumenti usati da me, ovvero le chitarre acustiche e classiche, in tutti e tre i dischi dimostra che c’è un forte legame in tutta la produzione. E il mio ruolo spesso di tipo melodico, misto all’aspetto armonico, ne è un esempio. Certamente nell’ultimo lavoro l’apporto della sezione di archi ha dato un ulteriore impulso di novità sommate a due voci (maschile e femminile) molto particolari e perfettamente inserite nel contesto.

FB - I primi due li considero conseguenti, molto omogenei tra di loro, anche se brano dopo brano si è andati in una direzione via via più libera per il mio strumento, si è pensato e realizzato sempre di più un basso che canta. Lultimo lavoro, con lorchestra sinfonica, non nega questa direzione, ma la arricchisce con unisoni che legano il mio strumento (Fender Precision) ai bassi dellorchestra (Celli, Bassi, Fiati gravi) e il vestitoper le idee di Ciro è più che mai sontuoso.

MM – “Celeste with Celestial Symphony Orchestra” è un lavoro più sinfonico; nei primi due album c'è un lavoro più specifico sui suoni, dove io ho inserito anche i flauti dolci che sono proprio di Ciro.

EC - Posso principalmente elencare quelle che sento io essere le differenze fra gli ultimi tre lavori riferite al mio strumento. Ne “Il Risveglio Del Principe” c’era, dal mio punto di vista, la necessità di entrare in punta di piedi con la batteria in quanto strumento mai previsto precedentemente. Rendere quindi le sonorità ed ambientazioni caratteristiche di Celeste non “disturbate” ma altresì implementate ed innovate. Ne “Il Principe Del Regno Perduto” abbiamo condiviso con Ciro la necessità di una maggior libertà espressiva che si concretizzasse con una batteria più libera, più suonata anche con accenni jazz. Lavoro ulteriormente progredito con “Celeste With Celestial Sympony Orchestra”, in cui questo concetto di libertà espressiva, in pieno ambito Progressive, si integrasse perfettamente con l’orchestra presente in questo nuovo capitolo di Celeste.

Parliamo del processo di realizzazione dei brani: il tuo contributo in cosa consiste?

MV - Le parti scritte determinano una impostazione quasi obbligatoria, ma il mio apporto, come quello di tutti noi, è la ricerca di ottenere un’interpretazione che si sposi perfettamente con il progetto e devo dire che, in maniera molto naturale, siamo riusciti ad ottenere questo risultato che si può ascoltare nei vari capitoli del progetto. Ho usato chitarre acustiche e classiche usando talvolta il plettro e a volte la tecnica classica e questo mi ha permesso di ritornare alle origini del mio studio chitarristico.

FB - Ciro ci parla dei brani quando sono ancora in forma embrionale, lui è molto veloce nellabbozzare idee, produce molto. Io ed Enzo Cioffi cerchiamo di collegare alla Terra una Musica molto aerea, leggera e cerchiamo di filtrare le proposte di Ciro in chiave forse più rock. Così io ogni tanto chiedo a Ciro di lasciarmi mettere qualche tonica al basso per dare più robustezza alla mia parte.

MM - Le parti sono quasi interamente scritte da Ciro, a volte vi sono spazi improvvisativi sia col flauto che col sax dove si concorda con lui se deve essere più o meno un'improvvisazione jazzistica.

EC - Il mio contributo consiste espressamente nel personalizzare le parti di batteria pensate da Ciro (tra l’altro anch’esso batterista), e renderle compiute al suo processo creativo. Ritengo che Ciro abbia idee ottime e molto chiare a riguardo, sa cosa volere da batteria e percussioni nei suoi lavori e quindi cerco di essere fedele a quanto da lui concepito. Il mio processo infine di personalizzazione, conoscendo ormai ciò che desidera ed i limiti entro cui agire, fa si che il lavoro risulti essere quello auspicato.

Chi è per te Ciro Perrino e quale valore ha lavorare insieme a uno massimi esponenti del progressive italiano (e non solo)?

MV - Sapere di avere a Sanremo un musicista, compositore come Ciro è stato per me una gradevolissima sorpresa. La sua tessitura musicale delle composizioni porta ogni strumento a diventare molto spesso melodico e l’intreccio delle voci crea un effetto davvero sorprendente. Studiando le parti capita di non aver un’esatta collocazione ma, nel momento dell’ensemble, arriva la sorpresa, ovvero rendersi conto che tutto fila perfettamente sia dal punto di vista melodico che armonico e ritmico. Grazie a Ciro il mio nome ha fatto il giro del mondo su molte piattaforme e recensioni, e questo è un ulteriore successo personale! Ho ringraziato più volte Ciro per l’opportunità che mi ha dato.

FB - Ciro è molto fantasioso e allo stesso tempo molto preciso, sa bene quale risultato vuole ottenere. Credo sia un requisito fondamentale per stare così tanti anni sulle scene. A questo rigore lui unisce una profonda umanità ed empatia con tutti gli strumentisti, immagino sia il modo giusto di scambiarsi non solo opinioni tecniche ma anche feedback di altro tipo, che poi inevitabilmente confluiscono tutti nella sua Musica, ed è un grande esempio.

MM - È un grande onore lavorare col maestro Perrino, è un arricchimento musicale e culturale, e umanamente è una persona meravigliosa.

EC - Ciro è principalmente un amico a cui sono legato da quasi cinquant’anni. Quindi in questo legame ritengo ci sia già molto. Suonare con lui e per lui, oltre una ulteriore valorizzazione del nostro legame, è un grande onore e privilegio in virtù di quanto lui rappresenti nell’ambito dell’intero Progressive italiano e non solo.

Cosa ti dà la Musica e cosa dai tu a lei?

MV - La Musica è tutta la mia vita, mi ha dato lavoro, quindi un certo benessere interiore e, non posso esimermi dal pensare anche all’apporto economico. Amo cantare e suonare la chitarra e ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di intraprendere questa strada e credo che nel momento in cui mi presento su un palco regalo, senza peccare di presunzione, momenti di assoluta comunicazione con il pubblico. Inoltre, proprio grazie alla Musica, mi sento un uomo libero e come chi ama il proprio lavoro anche assolutamente soddisfatto di tutto ciò che ho fatto e che farò, anche grazie al progetto Celeste che continua con altri piccoli e grandi camei!

FB - Personalmente sono impegnato tutto lanno in un caleidoscopio di stili che mi costringe ad essere flessibile e sempre mentalmente impegnato. Credo che la cosa faccia bene alla mia Musica, non solo quella che scrivo e ogni tanto pubblico, ma parlo proprio di un approccio da strumentista che cerco di mantenere uguale applicandolo a musiche molto diverse fra loro. La fantasia del jazz può, in piccola parte, arricchire il rock. La cultura del metronomo, tipica del pop, può far del bene sia al jazz che alla classica. La ricerca del suono, tipica del mondo classico, è spendibile ovunque. Così io provo a portare sempre con me queste esperienze.

MM - La musica mi dà molto, direi che mi accompagna tutto il giorno, anche quando non suono e non l’ascolto. Il mio contributo alla musica è minimale e anzi spero di non rovinare troppo un'arte così meravigliosa.

EC – Beh, è scontato dire che la musica mi dà tutto, la mia esistenza stessa ritengo, di conseguenza cerco al meglio di contraccambiare.