Il giorno prima a Pisa il fonico era "scomparso" con tutta la strumentazione!
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
Il giorno prima a Pisa il fonico era "scomparso" con tutta la strumentazione!
Wazza
In occasione del tour italiano di Frank Zappa, partito da Milano l’8 ottobre 1984, Ciao 2001, nel numero del 14 ottobre, dedica copertina e articolo a “Zio Frank”.
Per la cronaca il tour toccherà Bologna, Padova e Roma.
Di tutto un Pop…
Wazza
Compie gli anni oggi, 13 ottobre, Simon Nicol, chitarrista, cantante, autore e
fondatore dei mitici “Fairport Convention”.
Happy Birthday Simon!
Wazza
Simon Nicol è una figura di spicco nel panorama del folk rock
britannico. Nato il 13 ottobre 1950 a Londra, è noto soprattutto per essere uno
dei membri fondatori dei Fairport Convention, una delle band più influenti del
genere.
Nicol è un abile chitarrista e possiede una voce calda e
caratteristica che lo ha reso inconfondibile.
Nonostante una breve pausa all'inizio degli anni '70, Nicol è
l'unico membro originale ancora presente nella band, rendendolo una delle
figure più longeve del gruppo.
Oltre ai Fairport Convention, Nicol ha collaborato con
diverse altre band e artisti, tra cui la Albion Band, e ha anche intrapreso una
carriera da solista.
Ha lavorato anche come produttore discografico, contribuendo
alla realizzazione di numerosi album.
Nicol e i Fairport Convention hanno giocato un ruolo
fondamentale nello sviluppo del folk rock britannico, mescolando elementi della
tradizione folk inglese con sonorità più rock.
La musica dei Fairport Convention ha ispirato generazioni di
musicisti e ha contribuito a definire il suono del folk rock.
Il 12 ottobre 1973, durante il
tour americano, i King Crimson sono
ospiti del famoso programma “The Midnight Special” ed eseguono dal vivo “Lark’s
Tongues in Aspic Part 2” e “Easy Money”.
Sembra che nel party serale John
Wetton sia stato quello che ha… colpito di più!
Di tutto un Pop…
Wazza
October 12, 1973
Hosts:
The Bee Gees
--The
Bee Gees - "Massachusetts," "Lay It on Me,"
"Alive," "Bye Bye Blackbird" & "Alone Again"
--The
Bee Gees and Chuck Berry - "Reelin' and Rockin'" & "Johnny
B. Goode"
--Chuck
Berry - "Maybellene" "Sweet Little Sixteen"
--Apple
and Appleberry - "Landlord"
--King
Crimson - "Lark's Tongues in Aspic Part 2" & "Easy
Money"
--Barbara
Mason - "Yes I'm Ready"
--Lee Michaels - "Do You Know What I Mean," "Barefootin'" & "Same Old Song"
Analogy. Una copertina tra
performance, body art e utopia hippie
di Renata Gatti
La copertina dell'album Analogy, pubblicato nel 1972,
appartiene a quel ristretto gruppo di immagini che hanno saputo superare la
loro funzione originaria per diventare vere opere visive. Ancora oggi viene
ricordata come una delle copertine più audaci e discusse dell'intera stagione
del progressive rock italiano. Dietro quella fotografia si cela un progetto
sorprendentemente complesso, nato dall'incontro tra l'idea di Antonio Cagnola e
la realizzazione fotografica di Alberto Carzaniga. Lo scatto risale in realtà
al 1971, un dettaglio apparentemente secondario che si rivelerà fondamentale
per comprendere la forma definitiva dell'artwork.
I protagonisti dell'immagine sono gli stessi musicisti del
gruppo. Vengono ritratti integralmente nudi in un prato all'aperto, con il
corpo ricoperto da decorazioni dipinte che richiamano forme botaniche
stilizzate e motivi arabescati. Quattro figure si raccolgono attorno a un masso
mentre una quinta compare isolata accanto a un'ampia fascia blu oltremare che
attraversa verticalmente la copertina. Una chitarra, una grancassa e alcuni
veli leggeri costituiscono gli unici elementi estranei alla presenza umana.
A una prima osservazione si potrebbe essere portati a leggere
la fotografia semplicemente come una provocazione costruita sulla nudità. In
realtà il lavoro di Carzaniga appare molto più sofisticato. Le pose sono
statiche, quasi rituali. I corpi perdono gran parte della loro dimensione
quotidiana e vengono trasformati in elementi plastici immersi nel paesaggio. Il
body painting modifica la percezione delle forme anatomiche e contribuisce a
una sorta di metamorfosi visiva che avvicina i musicisti a sculture viventi
inserite nel verde.
In questo equilibrio tra natura, immobilità e
rappresentazione emerge con particolare forza la figura della cantante Jutta
Nienhaus. La sua presenza catalizza immediatamente lo sguardo dell'osservatore
e finisce per assumere il ruolo di figura centrale dell'intera composizione.
Più che una semplice componente della band, appare come una musa contemporanea,
una presenza magnetica che riflette il carattere teatrale e intensamente
espressivo della sua vocalità.
La nudità proposta dagli Analogy va inoltre collocata
all'interno del contesto culturale dei primi anni Settanta. In quel periodo il
corpo nudo non rappresentava soltanto un elemento estetico o decorativo. Era
spesso un linguaggio attraverso cui mettere in discussione convenzioni sociali,
morali e culturali. La copertina sembra inserirsi pienamente nel clima di
liberazione che caratterizzò il movimento hippie e la controcultura
internazionale, evocando un rapporto diretto con la natura e una dimensione
quasi rituale dell'esistenza.
La fotografia dialoga apertamente anche con la Body Art, una
delle espressioni artistiche più significative di quel periodo. In questa
corrente il corpo diventava supporto dell'opera, superficie pittorica,
strumento performativo e mezzo di riflessione politica. Il colore applicato sui
corpi dei musicisti sottrae il nudo alla sua dimensione ordinaria e lo
trasforma in un'esperienza artistica tridimensionale. Pittura, fotografia e
performance convivono così all'interno della stessa immagine.
Da questo punto di vista è interessante osservare come
l'opera anticipi suggestioni che oggi possono richiamare il lavoro di Vanessa
Beecroft. Pur appartenendo a generazioni e contesti diversi, entrambe le
esperienze sembrano condividere una medesima intenzione. Il corpo viene
sottratto alla quotidianità per essere collocato in una dimensione simbolica,
sospesa e quasi mitica, nella quale la presenza umana assume il valore di una
costruzione estetica e concettuale.
Uno degli aspetti più curiosi della copertina riguarda però
la celebre fascia blu che occupa una parte rilevante dell'immagine. L'elemento,
apparentemente concepito come scelta grafica, nasce in realtà da una necessità
pratica. Quando venne realizzata la fotografia il gruppo si chiamava ancora
Yoice e la formazione comprendeva anche il bassista Mauro Rattaggi. In seguito
al cambio di nome e all'uscita del musicista dalla band, si decise di
recuperare il servizio fotografico senza realizzarne uno nuovo. La soluzione fu
quella di coprire la figura di Rattaggi con la banda blu, sfruttandola
contemporaneamente come spazio destinato al nome del gruppo e del disco.
Quello che poteva apparire come un semplice espediente
tecnico si trasformò così in uno degli elementi più riconoscibili dell'intera
composizione. La fascia verticale introduce infatti una forte tensione
cromatica e geometrica all'interno di una scena altrimenti dominata dalle forme
organiche della natura e dei corpi. L'intervento grafico modifica la lettura
dell'immagine senza comprometterne l'equilibrio visivo.
Anche dal punto di vista fotografico il lavoro rivela una
notevole competenza. La nitidezza della scena, la profondità di campo estesa e
l'assenza di evidenti distorsioni suggeriscono una costruzione accurata
dell'inquadratura. La luce naturale appare morbida e uniforme, contribuendo a
creare un'atmosfera sospesa che accentua il carattere performativo della
rappresentazione. Nella fotografia nulla appare improvvisato. Ogni elemento
sembra concorrere alla creazione di un'immagine in equilibrio tra documento,
messa in scena e opera artistica.
Anche l'intervento successivo che inserì la fascia blu
appartiene a una stagione della grafica ormai scomparsa. Tutto il processo
venne infatti realizzato con strumenti analogici, attraverso montaggi
fotografici e fotocomposizioni eseguite manualmente, in un'epoca in cui le
possibilità offerte dal digitale erano ancora lontane. Questo dettaglio
contribuisce ad accrescere il fascino storico dell'opera e testimonia il
livello di artigianalità richiesto dalla progettazione grafica discografica di
quel periodo.
Rimane infine un ultimo elemento affascinante. Nonostante
abbia firmato una delle immagini più iconiche e ricercate dai collezionisti del
progressive rock internazionale, Alberto Carzaniga resta una figura
relativamente poco documentata. In qualche modo la sua storia riflette quella
di molti creativi attivi nella Milano dei primi anni Settanta, protagonisti di
una stagione irripetibile nella quale fotografia, musica, grafica e avanguardia
dialogavano continuamente senza preoccuparsi delle distinzioni disciplinari.
A oltre mezzo secolo dalla sua comparsa, la copertina di Analogy continua a colpire perché riesce a tenere insieme numerosi livelli di lettura. È documento di un'epoca, manifesto di una sensibilità controculturale, esperimento vicino alla Body Art e raffinata costruzione fotografica. La sua forza non risiede soltanto nell'audacia della nudità, ma nella capacità di trasformare un semplice ritratto di gruppo in una riflessione visiva sul corpo, sulla natura e sulla libertà espressiva.
Tracklist
Lato A
1.
Dark Reflections – 7:00 (Martin Thurn)
2. Weeping
My Endure – 4:50 (John Milton, Martin Thurn)
3.
Indian Meditation – 4:10 (Martin Thurn)
4.
Tin's Song –
1:40 (Martin Thurn)
Lato B
1.
Analogy – 9:45
(Analogy)
2. The
Year's at the Spring – 4:35 (Elizabeth Barrett Browning,
Martin Thurn, Jutta Nienhaus)
3. Pan-Am
Flight 249 – 5:15 (Martin Thurn, Jutta Nienhaus)
Formazione
Jutta Nienhaus: voce
Martin Thurn: chitarra elettrica, chitarra acustica a 12 corde, flauto,
bongos
Wolfgang Schoene: basso
Nicola Pankoff: tastiere
Hermann-Jürgen "Mops" Nienhaus: batteria
Mauro Rattaggi: basso (presente nelle traccie bonus delle edizioni
successive)
Il 10 ottobre del 1969 usciva per la Island Records “In the Court of the Crimson King”, primo album
in studio dei King Crimson.
È generalmente considerato uno dei
più grandi album del rock progressivo: la musica in esso contenuta travalica,
secondo i critici, i confini del rock e attinge dal jazz e dalla musica
classica, costituendo comunque un ponte tra generi diversi.
Qualcuno ha scritto che l’album “… potrebbe
essere l'album di rock progressivo più influente mai pubblicato…”.
Wazza
Nuovo album - “Godbluff” - e tour in UK per i Van der Graaf Generator, nell’ottobre del 1975.
Di tutto un Pop…
Wazza
Estate 1975: eravamo a Londra quando
ci capitò di leggere della ricostituzione della formazione originale di uno dei
nostri gruppi preferiti in assoluto, i Van Der Graaf Generator. E non solo: il
quartetto stava effettuando alcuni concerti sul Continente. Si immagini la
nostra sorpresa quando scoprimmo che giusto in quel momento il gruppo era
impegnato a fare concerti... in Italia! (E visto che parliamo di tempismo:
quell'estate fu l'unica volta in cui gli Henry Cow suonarono nella nostra città
- ovviamente mentre noi eravamo altrove.) Cercammo (invano) di superare il
nostro disappunto. In effetti questo riformarsi appariva alquanto strano -
esattamente allo stesso modo in cui aveva destato sorpresa la notizia che il
gruppo era sul punto di sciogliersi, tre anni prima: cioè a dire nel momento in
cui un seguito devoto, concerti entusiasmanti e una progressione brillante di
eccellenti album di studio - The Least We Can Do Is Wave At Each Other ('70), H
To He, Who Am The Only One ('70) e Pawn Hearts ('71) - sembravano annunciare
un'imminente esplosione commerciale.
Ma fummo fortunati: assistemmo
infatti al concerto londinese tenutosi al New Victoria Theatre il 30 agosto.
Conosciuto per il suo procedere non ortodosso, il gruppo iniziò il concerto
nella quasi totale oscurità, con un sottile e solitario flauto a scandire
l'introduzione di The Undercover Man, brano d'apertura di un album ancora non
pubblicato, Godbluff. Se ben ricordiamo il nuovo album fu eseguito nella sua
interezza, con solo pochi tra i vecchi cavalli di battaglia in scaletta
(Lemmings e Man-Erg) accanto ad alcuni brani provenienti dalla produzione
solista di Peter Hammill (Forsaken Gardens, In The Black Room e A Louse Is Not
A Home).
Godbluff fu pubblicato nell'ottobre del '75.
L'ascolto mostrò che il gruppo aveva sensibilmente modificato la propria
estetica, abbandonando il lavoro di produzione meticoloso con tonnellate di
sovraincisioni in favore di un approccio più diretto, snello e "live"
dove le radici soul, jazz e r&b dei musicisti emergevano con facilità. Il
che non voleva certo dire che la musica fosse ora più semplice o commerciale
che in passato; tutto l'opposto; e c'era un nuovo senso di urgenza, una
superficie nervosa, più dura.
Godbluff si rivelò essere l'album preferito di
chi scrive tra quelli dei Van Der Graaf Generator di quel periodo (sebbene
ottimo nei suoi termini, l'album del 1977 intitolato The Quite Zone, The
Pleasure Dome è opera di un gruppo molto diverso). E lo è ancora, dato che il
successivo Still Life ('76) offriva picchi più elevati ma anche cose meno
riuscite (a nostro parere, naturalmente); mentre le quattro lunghe tracce di
Godbluff - The Undercover Man, Scorched Earth, Arrow, The Sleepwalkers -
mostravano un'unità di ispirazione che rendeva il disco fortemente unitario.
Abbiamo deciso di acquistare la nuova edizione rimasterizzata in digitale di Godbluff. Le edizioni rimasterizzate in digitale ci lasciano di solito decisamente scontenti: troppe frequenze alte, pochi bassi, poco "calore", un suono complessivo stancante dove i colpi di piatto costituiscono una minaccia per l'udito. Siamo quindi lieti di poter dire che l'album suona molto bene - decisamente meglio, a nostro avviso, dei brani apparsi alcuni anni fa sul box quadruplo del gruppo intitolato The Box.
Qui non c'è niente di veramente
"nuovo", ma i pedali di basso su The Undercover Man, il lavoro di
clavinet su Scorched Earth e Arrow, il basso elettrico su The Sleepwalkers sono
apprezzabili con facilità, mentre i piatti non fanno mai "fi-zz...".
Due brani dal suono orribile registrati dal vivo in quel periodo - Forsaken
Gardens e A Louse Is Not A Home - completano il tutto.
Riascoltando Godbluff - album
che conosciamo praticamente a memoria e che non ascoltavamo più da moltissimo
tempo - riflettevamo su come a quei tempi quel tipo di qualità, quel concetto
di "stirare la canzone", fossero dati per scontati. Mentre oggi
Godbluff suona come il precursore di una musica che non è mai arrivata. Il che
è decisamente strano.
Beppe Colli