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lunedì 10 agosto 2026

Alassio celebra la PFM: tra ricordi, applausi e grande musica.

 


La serata del 7 agosto ad Alassio, dedicata alla Premiata Forneria Marconi, ha trasformato l’Auditorium Enrico Simonetti in un luogo di emozioni condivise. Il pubblico ha riempito lo spazio con entusiasmo, seguendo ogni momento del concerto con partecipazione viva e continua. Prima dell’inizio dello spettacolo, Franz Di Cioccio e gli altri musicisti hanno firmato la piastrella dedicata alla band, destinata a entrare presto nel celebre Muretto di Alassio. La breve cerimonia, alla presenza del sindaco Marco Melgrati, del vicesindaco Angelo Galtieri e di Antonio Ricci, ha aggiunto un tocco simbolico alla serata. Nel suo saluto, Melgrati ha ricordato con commozione Francesco Guccini, creando un ponte ideale tra la storia della città e quella della grande musica italiana.

La PFM è tornata sul palco con il tour Doppia Traccia, pensato per raccontare le due anime che hanno segnato la loro storia: da una parte i brani che hanno accompagnato generazioni di appassionati, dall’altra il progetto dedicato a Fabrizio De André. La prima parte del concerto ha riportato in scena i classici del gruppo, da Impressioni di settembre a È festa, passando per Dolcissima Maria, La carrozza di Hans e Mondi paralleli. Ogni brano ha trovato una risposta calorosa, con la platea coinvolta fin dalle prime note.

Nella seconda parte, le atmosfere poetiche di PFM canta De André hanno avvolto l’Auditorium. Bocca di Rosa, Il pescatore, Volta la carta e La canzone di Marinella hanno mostrato ancora una volta la capacità della band di dare nuova vita alle parole e alle melodie del cantautore genovese. Il momento più intenso è arrivato proprio con La canzone di Marinella, quando la voce registrata di De André ha dialogato con l’esecuzione dal vivo, creando un attimo sospeso che il pubblico ha accolto con un silenzio rispettoso e poi con un applauso lungo e sentito.

Sul palco si sono alternati Franz Di Cioccio alla voce e alla batteria, Lucio Fabbri al violino e ai cori, Alessandro Scaglione alle tastiere, Marco Sfogli alla chitarra ed Eugenio Mori alla seconda batteria. Ospite speciale della serata è stato Luca Zabbini, capace di aggiungere ulteriore profondità al suono della band.

La chiusura del concerto ha confermato la forza comunicativa della PFM, una formazione che continua a unire tecnica, passione e una presenza scenica che non conosce età. Alassio ha risposto con entusiasmo, trasformando la serata in un ricordo destinato a restare.





domenica 9 agosto 2026

La fine di un'era: l'ultimo concerto dei Queen con Freddie Mercury

 


Il 9 agosto 1986, nella suggestiva cornice di Knebworth Park in Inghilterra, si consumò uno degli eventi più significativi e malinconici della storia del rock: l'ultimo concerto dei Queen con Freddie Mercury come frontman. Davanti a un pubblico stimato tra le 120.000 e le 200.000 persone, la band si esibì in un'ultima, trionfale "Notte di Magia" che avrebbe segnato la fine di un'era.

Questo show conclusivo del "Magic Tour", a supporto dell'album A Kind of Magic, fu l'apice di una tournée che aveva visto i Queen esibirsi negli stadi di tutta Europa, affermando ancora una volta il loro status di giganti del rock dal vivo.

La scaletta della serata fu un vero e proprio "greatest hits" della loro carriera, con brani iconici come "One Vision", "Under Pressure", "Bohemian Rhapsody", e l'immancabile bis con "We Will Rock You" e "We Are the Champions".

L'energia di Freddie Mercury, nonostante il suo stato di salute all'epoca già compromesso, fu travolgente. Con la sua inimitabile presenza scenica, la sua voce potente e il suo carisma, il cantante incantò la folla per l'ultima volta.

L'evento, purtroppo, non fu privo di ombre: durante il concerto, un giovane scozzese di 21 anni, Thomas McGuigan, fu accoltellato a morte. L'episodio, insieme alla crescente stanchezza di Mercury dovuta alla malattia che sarebbe stata diagnosticata poco dopo, contribuì a rafforzare la decisione della band di non intraprendere più tour mondiali.

Il concerto di Knebworth rimase impresso nella storia non solo per l'incredibile performance, ma anche per le parole finali di Freddie Mercury al suo pubblico: "Grazie, gente. Siete stati meravigliosi... Siete stati un pubblico davvero speciale. Grazie mille. Buonanotte, sogni d'oro, vi vogliamo bene". Parole che, con il senno di poi, suonano come un addio, una commovente chiusura di un capitolo indimenticabile della storia della musica.

I momenti salienti nel video a seguire…








9 agosto 1975: VDGG in concerto all’Altro mondo di Rimini...


La notte dell'Altro Mondo: la grande stagione del prog a Rimini


L'estate del 1975 segna un passaggio decisivo per la geografia della musica dal vivo in Italia, e la riviera romagnola ne diventa inaspettatamente uno dei baricentri più vivi. Il locale L'Altro Mondo di Rimini, noto al grande pubblico come tempio della movida e della disco music nascente, in quel periodo apre le porte alle esplorazioni del rock progressivo, ospitando nel giro di ventiquattr'ore due pilastri del genere: i britannici Van der Graaf Generator il 9 agosto e la Premiata Forneria Marconi il giorno successivo.

L'esibizione dei Van der Graaf Generator si colloca in un momento cruciale di ripartenza per la band di Peter Hammill. Dopo la pausa iniziata nel 1972, il gruppo torna ad esibirsi sul palco proprio nel 1975 per promuovere il materiale che avrebbe composto l'album Godbluff. Il concerto dell'Altro Mondo, sdoppiato in due set (pomeridiano e serale) per far fronte all'afflusso di pubblico, cattura un suono oscuro e spigoloso, privo di chitarre convenzionali e sorretto dal lavoro di Hugh Banton alle tastiere e dal sassofono di David Jackson. La registrazione dal mixer di quella serata è rimasta per decenni un pezzo da collezione per gli appassionati di bootleg, prima di ricevere una pubblicazione ufficiale nel box set del 2021 The Charisma Years 1970-1978, dimostrando la carica viscerale del quartetto di fronte al pubblico italiano, storicamente uno dei più calorosi verso il prog d'oltremanica.

Il 10 agosto il palco passa alla PFM, che in quel 1975 sta vivendo l'apice della propria proiezione internazionale dopo i tour americani e le pubblicazioni per l'etichetta Manticore di Emerson, Lake & Palmer. Il contrasto stilistico con la sera precedente è netto: alla tensione drammatica ed esistenziale di Hammill subentrano le geometrie luminose, le influenze mediterranee e il virtuosismo tecnico della formazione milanese. Per il club riminese, la presenza del Mellotron di Flavio Premoli e delle stratificazioni sonore della PFM rappresenta una sorta di battesimo tecnico, poiché l'uso di strumentazioni così complesse e delicate negli spazi dedicati al ballo impone alle produzioni dell'epoca uno sforzo organizzativo notevole.

Quel fine settimana di agosto resta una testimonianza peculiare della cultura giovanile degli anni Settanta: uno spazio nato per l'evasione estiva che si trasforma, nell'arco di un weekend, in un laboratorio sonoro dove il rock intellettuale inglese e il miglior sinfonismo italiano si incrociano sullo stesso palco.


Setlist

A Louse Is Not a Home

Faint-Heart and the Sermon

(In The) Black Room

Arrow

Forsaken Gardens

Lemmings

La Rossa

Pilgrims

The Sleepwalkers

The Undercover Man

Scorched Earth

Man-Erg













sabato 8 agosto 2026

I Beatles l'8 agosto del 1969

 Pics by Wazza


Era l'8 agosto 1969 quando i Beatles realizzarono la foto, ormai leggendaria, sulle strisce pedonali di Abbey Road. Dietro l'obbiettivo c'era il fotografo Iain Macmillan, che molto probabilmente non sapeva che quello scatto sarebbe diventato iconico.



I Beatles stavano vivendo una profonda crisi interna ma era necessario realizzare l'immagine per la copertina dell'album intitolato appunto "Abbey Road".

Così, McMillan pose la band in fila, sulle strisce pedonali di Abbey Road, proprio davanti agli studi di registrazione dove lavoravano i Beatles. La polizia fermò il traffico e iniziò il servizio fotografico.

 

La foto scelta fu la quinta. L'album si distinse perché la copertina non riporta né il nome della band, né il titolo. Ma non è l'unica particolarità: quello scatto alimentò anche la leggenda della morte di Paul McCartney. Il motivo? Paul non porta le scarpe (e in Gran Bretagna i defunti si seppelliscono a piedi nudi).


Così, secondo questa teoria, John Lennon, che apre la fila, sarebbe un sacerdote o un angelo, Ringo un addetto delle onoranze funebri e George Harrison un becchino. 


E non solo: la targa della macchina parcheggiata a sinistra riporta la scritta LMW 281F, che secondo questa teoria starebbe a significare Linda McCartney Weeps (Linda McCartney piange) e il numero 28 sarebbe l'età che al momento aveva McCartney.


In realtà è una band che marcia verso la morte”, si leggeva anche tra gli articoli dell’epoca. “Nessuno guarda più in faccia l’altro, ma solo le spalle di chi lo precede”. 



Abbey Road è l’ultimo album in studio inciso dai Beatles; il successivo Let It Be, che fu pubblicato nel maggio del 1970, contiene infatti brani registrati in precedenza ed è in gran parte una registrazione live.

 


Abbey Road ha una struttura unica, con il lato B costituito quasi interamente da un lunghissimo medley, in cui si mescolano tra loro ballate e brani rock and roll. Fra gli altri brani celebri, sul lato A spicca Come Together di Lennon e Something, forse la più celebre canzone di George Harrison.








 

venerdì 7 agosto 2026

I Genesis e "The Lamb..." nell'agosto del 1974


Nell’agosto 1974 i Genesis iniziano a registrare “The Lamb Lies Down on Broadway” presso gli studi Glaspant Manor, nel Galles, con un’attrezzatura mobile degli Island Studios.

I tempi di registrazione si prolungarono più del dovuto per i problemi della famiglia Gabriel, dato che la moglie di Peter ebbe una difficile gravidanza che costrinse il cantante dei Genesis a viaggiare spesso tra Londra e il Galles.

L’album fu terminato ad ottobre e uscì il 18 novembre 1974.

Iniziarono così una lunga tournèe, ma poco dopo Gabriel annunciò che avrebbe abbandonato la band definitivamente, lasciando come testamento questo capolavoro.

Di tutto un Pop…

Wazza












“Boomer” dei GTO, trent'anni di folk e rock al riparo dalle mode



L'ennesimo capitolo discografico della formazione umbra conferma una maturità stilistica capace di intrecciare memoria, ironia e radici narrative


Dopo oltre tre decenni passati sulle strade della musica indipendente, la storia dei GTO continua a svilupparsi lungo una traiettoria coerente, ma mai del tutto prevedibile. Nata nel 1993 a San Leo Bastia, in provincia di Perugia, la band ha costruito la propria identità sonora partendo da un nucleo folk-rock di stampo italiano per poi assorbire suggestioni eterogenee. Nel corso degli anni, l'immaginario del gruppo si è arricchito di influenze che spaziano dai ritmi balcanici alle sonorità giamaicane, dalle atmosfere messicane al cantautorato di matrice nostrana. Una stratificazione culturale stratificatasi attraverso centinaia di concerti, passaggi sui palchi d'Europa e collaborazioni eclettiche.

Con l'uscita del nuovo album Boomer, la formazione torna a far sentire la propria voce proponendo quattordici tracce di inediti che riassumono efficacemente il percorso compiuto finora. L'opera si colloca esattamente all'incrocio tra l'energia viscerale delle chitarre elettriche e l'acustica calda della fisarmonica, marchio di fabbrica che da sempre definisce il loro tessuto armonico.

L'ascolto di Boomer evidenzia un equilibrio riuscito tra l'urgenza espressiva del rock'n'roll e la dimensione puramente narrativa del cantautorato. Il titolo stesso dell'album, che dà il nome anche alla traccia di apertura, gioca con un'etichetta generazionale senza cadere nella trappola dell'auto-commiserazione o dell'operazione nostalgia. Al contrario, la scrittura firmata da Stefano Bucci e Romano Novelli adotta uno sguardo lucido, a tratti ironico, capace di analizzare la contemporaneità con la maturità di chi ha attraversato stagioni musicali differenti mantenendo intatta la propria indipendenza.

Scorrendo i brani del disco emerge una spiccata attitudine al racconto di storie minime e visioni metropolitane. Tracce come Gita del quinto e Oscar mostrano l'abilità del gruppo nel tratteggiare personaggi ed episodi con un registro asciutto ma denso di sfumature emotive, mentre New York City e Giamaica riprendono quell'attitudine geografica ed espressiva che la critica ha spesso definito "glocal". Non mancano momenti di taglio più intimo e sociale, evidenti in pezzi come Storia di Chiara o nella tensione accumulata in TSO.

Un elemento di particolare rilievo all'interno di Boomer è rappresentato dai contributi esterni, che s'innestano con naturalezza nella trama dell'album. La traccia Orgoglio vede la partecipazione di Maria Elisa Bernardini, il cui intervento vocale aggiunge una tessitura timbrica che arricchisce l'arrangiamento complessivo. Allo stesso modo, la chiusura del disco è affidata a Straniera, brano inciso insieme alla giovane artista umbra Angelique: un incontro generazionale che testimonia l'apertura della band verso nuove sensibilità del territorio.

La produzione, affidata alla Music Force, restituisce un suono solido e ben bilanciato, dove l'impatto ritmico non soffoca mai la chiarezza dei testi. In definitiva, Boomer non rappresenta una semplice aggiunta a una discografia già ricca, ma si conferma come una testimonianza di continuità artistica per un gruppo che ha fatto dell'attività dal vivo e del contatto con la realtà il proprio centro di gravità.


Crediti dell'album

Artista: GTO

Titolo: Boomer

Autori: Stefano Bucci - Romano Novelli

Editore: Music Force

Etichetta: Music Force

Catalogo: MF 176


Tracklist

1.   BOOMER

2.   SE TU NON AVESSI ME

3.   GITA DEL QUINTO

4.   OSCAR

5.   BELLA BELLISSIMA

6.   GIN AND TONIC

7.   NEW YORK CITY

8.   IL PIRATA

9.   ROBERT JOHNSON

10.   GIAMAICA

11. TSO

12.  STORIA DI CHIARA

Bonus Tracks

13.    ORGOGLIO FEAT. MARIA ELISA BERNARDINI

14.   STRANIERA FEAT. ANGELIQUE





giovedì 6 agosto 2026

RocKalendario del secolo scorso – Agosto - Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Agosto

Di Riccardo Storti


1956 – Partiamo con Miles Davis. Siamo nell’agosto del 1955, quando, a seguito di una memorabile esibizione al Newport Jazz Festival, Rudy Van Gelder – discografico e tecnico del suono riconducibile all’area della Blue Note Records – chiese a Davis e al vibrafonista Milt Jackson (del Modern Jazz Quartet) di fare una session presso il suo studio di Hackensack nel New Jersey. Oddio, lo studio era il salotto della casa dei suoi genitori: lì spesso invitava musicisti jazz e ne registrava le eventuali occasioni live, magari in combutta con una label (Prestige e Savoy). Per l’occasione viene messa su una band di all stars, aggiungendo a Davis e Jackson, il contrabbassista Percy Heat (con Jackson nel MJQ), il pianista Ry Bryant, il batterista Art Taylor (che suonerà con Coltrane e Monk) e il sassofonista bianco John McLean che, all’epoca, per stile interpretativo, si era assai avvicinato al mood di Charlie Parker.

L’esibizione privata venne poi pubblicata da Prestige nell’agosto del 1956 con il titolo Miles Davis and Milt Jackson Quintet/Sextet e consta di sole quattro composizioni (due di McLean – Dr. Jackle e Minor March -, una di Bryant – Changes’ - e una di Thad Jones, trombettista di Coun Basie – Bitty Ditty). Potrebbe apparire un episodio minore della discografia di Miles Davis, in realtà questo LP fissa un imprescindibile momento di transizione del musicista, in bilico tra la complessità esecutiva del be bop e la nascente sensibilità (pure più raffinata e articolata) dell’hard bop. Se non lo avete mai ascoltato, prendetevi mezz’oretta e lasciatevi conquistare: vi verrà restituito qualcosa che forse il vostro orecchio non ha mai ascoltato. Non è proprio un suono, bensì un’epoca.

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1966 – 5 agosto: esce Revolver dei Beatles. Mai più sarà come prima. Certo, la rivoluzione era già cominciata con Rubber Soul (la confidenza dylaniana di John, la scrittura più levigata di Paul e l’India di George), ma nella storia dei Fab Four questo album segna quasi un rito di passaggio per un’intera generazione di ascoltatori. Questi sono già i Beatles che ai concerti oceanici preferiranno le interminabili session di ore e ore trascorse negli studi di Abbey Road a studiare con George Martin il modo e la maniera di rendere ancora più unico il loro sound. Revolver profuma già di tutto questo: c’è un Harrison che si fa sempre più largo – con intelligenza e umiltà – come compositore, incrinando il bipolarismo Lennon – McCartney. A lui l’onore di aprire l’album con Taxman (ma regalando il solo di chitarra al Macca); all’altezza del compito – con tanto di brillante “staccato” – I Want to Tell You, nonché l’ulteriore esperimento indiano (Love You To). 


La coppia più bella del mondo non sta certo a guardare: McCartney gioca con la classicità (Eleanor Rigby e For No One), alternando sconfinamenti in area soul (Got to Get into My Life e Good Day Sunshine) a melodie deliziose (Here, There and Everywhere); Lennon, invece, ci lascia una sorta di diario quasi autobiografico con song di ottima ispirazione poetica – tra lo scanzonato e il visionario (I’m Only Sleeping, She Said She Said, And You Bird Can Sing e Doctor Robert). Piccolo spazio anche per Ringo, interprete della memorabile Yellow Submarine (sembra solo una canzoncina per bambini, ma se sapeste cosa c’è dietro a livello di creatività “effettistica”…). E poi il finale ovvero Tomorrow Never Knows: lisergica, surreale, inquietante, affascinante. In un aggettivo: sublime. Tutto si regge su un accordo con un testo di Lennon mediato dal Libro tibetano dei morti e loop di nastri che inventano suoni, provenienti da location oniriche inaudite. Provo a immaginare lo stupore dell’ascoltatore del 1966 che, giunto alla fine del disco, si sarà chiesto: “Che cosa succederà dopo?”  

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1976 – Ce la mise tutta Frank Zappa ed ebbe ragione. I Grand Funk Railroad, dopo Born to Die (uscito a inizio anno), avevano deciso di sciogliersi, ma poi arrivò un desiderio da parte di un fan molto particolare, appunto Frank Zappa che li contattò chiedendo a Mark Farner e soci di rimettersi insieme perché avrebbe voluto produrli. Chi l’avrebbe mai detto eppure queste due entità – per ammissione degli stessi protagonisti – avevano la stessa idea di rock, un’idea “energetica”. Good Singin’ Good Playin’ esce il 2 agosto, ma la band si era già nuovamente separata dopo il primo giorno di post-produzione, nonostante la preghiera dello stesso Zappa che cercò di convincerli del contrario fino alle 4 del mattino. Quando Zappa affermò che il disco era riuscito a mostrare esattamente l’essenza del complesso, non gli si può dare torto: Good Singin’ Good Playin’ resta sicuramente il loro LP più riuscito. I Grand Funk erano partiti a fine anni Sessanta da un rock blues piuttosto vigoroso, se non addirittura rumoroso; poi, seppure lentamente, nella loro musica erano entrati connotati stilistici assai eterogenei tra loro – dal progressive al R’n’B, passando per il folk.

Qui – come si suol dire – non si resta delusi: ci sono la song alla Fleetwood Mac (Just Couldn’t Wait), richiami hard ai Deep Purple (1976 e Goin’ for the Pastor), al soul (Don't Let 'Em Take Your Gun, Release Your Love e l’omaggio a The Contours con Can You Do It), nonché ballad malinconiche (Miss My Baby) il tutto condito da un buon rock targato USA (Pass It Around e Crossfire). E non manca Zappa: suo il primo solo nella formidabile Out to Get You e la voce in Rubberneck (bonus track presente nel CD e canzone zappiana al 100%). 

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1986 – Quando seleziono i dischi per questa rubrica, sussiste spesso una scelta personale, soprattutto se in quel RocKalendario c’ero dentro con tutti i piedi. Ritorniamo su Sir Paul McCartney: negli anni Ottanta ero un adolescente che ogni anno aspettava sempre con ansia l’uscita dell’ultima fatica del nostro. E diciamolo: in quel decennio la produzione del musicista ha subito parecchi alti e bassi, tanto da dubitare talvolta che quel bacino di creatività avesse dato tutto e che ci si dovesse limitare e accontentare a qualche scampolo di magazzino (per fortuna dall’89 con Flowers in the Dirt molti di noi si dovettero ricredere). E, quando il 25 agosto (in Italia il 1° settembre) uscì Press to Play, non ci stracciammo di certo le vesti urlando al capolavoro. Il video del singolo Press – uscito a fare da apripista il 14 luglio – ha in sé una sua narrazione: canzoncina pop carina e lui – a zonzo per la metro di Londra - “piacione” come sempre che si lascia pure baciare da una fan. Per MTV poteva andare più che bene… Il disco conferma in parte la collaborazione con Eric Stewart (10cc) e vede la partecipazione di noti turnisti (Carlos Alomar, Jerry Marotta, Ray Cooper), nonché un gustoso doppio cameo di Phil Collins e Pete Townshend in Angry, un rock’n’roll alla Billy Idol. 

Nonostante le avvisaglie, alla fine qualcosa si salva: l’opener Stranglehold è un blues indolente che può fare presa; nel medley Good Times Coming/Feel The Sun il solo di Alomar consente la sufficienza; Footprints manifesta delicate sfumature latine. Dove dà il meglio, però? Ma nelle ballad di sapore romantico: Only Love Remains e la conclusiva However Absurd, degne nipotine di The Long and Winding Road. Dico la verità fino in fondo: l’ho apprezzato anni e anni dopo, nonostante lo avessi ascoltato ripetutamente all’epoca chiedendomi parecchi perché.      

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1996 – 29 agosto. Con Prendere e lasciare, Francesco De Gregori firma uno degli album più particolari della sua carriera. La svolta rispetto ai lavori precedenti è consistente e porta il nome di Corrado Rustici, produttore e arrangiatore che trasforma il linguaggio musicale del cantautore senza snaturarne la poetica. Le sonorità acustiche e raccolte lasciano spazio a un sound più elettrico, stratificato e internazionale, sostenuto da turnisti di altissimo livello (David Sancious, Steve Smith dei Journey e Ambrogio Sparagna all’organetto diatonico) e da arrangiamenti che guardano soprattutto al rock contemporaneo (L’agnello di Dio).

Si incontrano le care ascendenze dylaniane degli esordi (Compagni di viaggio, Un guanto e Battere e levare), terzinati d’altri tempi (Jazz), scritture folk elettrizzate (Fine di un killer) e racconti di famiglia (Stelutis alpinis e Baci da Pompei). Non mancarono polemiche per il singolo L’agnello di Dio – si mosse pure la Chiesa… - e Prendi questa mano, zingara, accusata di plagio.

Il video di Agnello di Dio venne girato da Bruno Bigoni tra il Tagliamento in secca e l’area dismessa dell’Alfa Romeo nel milanese con l’aggiunta di fotogrammi da Nirvana (e Salvatores fa pure un cameo). 

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