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martedì 29 settembre 2026

I Grand Funk Railroad il 29 settembre del 1973

Il 29 settembre del 1973, i Grand Funk Railroad raggiungono il primo posto nella classifica dei singoli statunitensi con "We're An American Band".

Di tutto un Pop…

Wazza


Il settimo album della band, “WE'RE AN AMERICAN BAND” (1973) 


Registrato in soli tre giorni ai Criteria Studios di Miami, prodotto dal talentuoso Todd Rundgren, è un altro esempio della vertiginosa velocità con cui si è sviluppato il rock.

L'album è stato n° 2 negli Stati Uniti e ha ottenuto un disco d'oro un mese dopo la sua uscita, merito alimentato dal successo del singolo “We're An American Band”.


We're an American band… 

We're an American band… 

We're coming to your town, we'll help you party it down. 

We're an American band… 

Parole semplici e dirette, copertina scarsa ed essenziale. È così che si presenta uno dei migliori dischi mai realizzati a marchio USA da uno degli ultimi gruppi che riempì gli stadi americani negli anni ‘80.

I Grand Funk nacquero come gruppo hard-blues col nome di “Grand Funk Railroad”, grazie al lead-singer e chitarrista Mark Farner, il bassista Mel Schacher e il batterista Don Brewer, tre ottimi musicisti che vengono troppo spesso dimenticati. Più tardi vi si affiancò anche il tastierista/cantante Craig Frost, il quale portò nel gruppo una vena di hard rock.

La band è famosa più che altro per le spettacolari performance live, al punto tale che la critica assegna loro il titolo di “loudest band in the world”, ovvero la band più rumorosa del mondo.

“We’re An American Band” è un disco dal facile ascolto, diretto ed immediato, che parla di feste, donne, alcool e della vita “on the road”, aprendo proprio con la title-track, una fantastica autocelebrazione di una band spaccaculo, il cui ritmo ha il potere di coinvolgerci fin dalle prime note. Il pezzo, scritto e cantato dal batterista, diventa subito uno dei capisaldi della band, immancabile nella scaletta dei concerti successivi. Il ritmo trascinante non è da meno in “Stop Lookin’Back”, i cui fraseggi di chitarra e basso si intrecciano in un alternarsi di linee melodiche, colorate dagli accenti di organo e dei piatti, con tanto di piccolo solo finale di batteria, una perla incastonata fra l’oro della canzone.

Dopo il discutibile episodio di “Creepin”, si arriva alla strepitosa “Black Licorice”, uno dei pezzi più travolgenti del disco, che si fa ascoltare ai massimi livelli, in cui Frost dona dei vocalizzi degni di Ian Gillan dei tempi d’oro, e un assolo di tastiera che non ha niente da invidiare a John Lord in suono e abilità; alla fine del pezzo, paragonabile ad un’esplosione collettiva, la band ci lascia di nuovo respirare, con un pezzo lento ma intenso, “The Railroad”, dove si riconosce finalmente la voce del grande Mark Farner, col suo accento americano e la sua calda timbrica, suggellata dalla parte corale. Per ogni amante del basso elettrico, suonato in modo ritmico e sincopato, “Ain’ t Got Nobody” è una vera chicca, una di quelle canzoni che ascolterei all’infinito, senza stufarmi mai… “Walk Like A Man” è un bel pezzo, superata solo da “Loneliest Rider”, il brano più emozionante del disco. Mark Farner, la cui nonna era indiana, scrisse questa canzone come dedica all’etnia che da sempre fu vittima di persecuzioni da parte dei coloni bianchi.

Tra le bonus track, le canzoni “Hooray” e “The End” (in cui è percepibile un’influenza Deep-Purpleliana) sono di ottimo livello, avrebbero dovuto essere parte del disco originale. La All American Band per eccellenza sfornò questo disco nel 1973, e rimane tutt’oggi uno dei più belli dell’intera discografia, purtroppo poco conosciuto.





Compie gli anni Jean-Luc Ponty

Compie gli anni oggi, 29 settembre, Jean-Luc Ponty, violinista francese che spazia tra jazz-fusion-rock prog.

Fu uno dei primi ad usare il violino elettrico.

Collabora per molti anni con Frank Zappa, e nel 2014 forma una band con Jon Anderson, ex cantante degli Yes

Happy Birthday Jean-Luc!

Wazza


Jean-Luc Ponty (Avranches, 29 settembre 1942) è un violinista francese, interprete di musica jazz fusion.

Dopo gli studi classici al conservatorio di Parigi, si dedicò al jazz guidato dalla passione per Miles Davis e John Coltrane. Ha lavorato con Stéphane Grappelli, la Mahavishnu Orchestra, Elton John, Franco Cerri, Alan Sorrenti partecipando all'album Aria, Daryl Stuermer e, soprattutto, con Frank Zappa.

Nel 1977 ha precorso l'uso del violino elettrico a cinque corde, con una corda più bassa accordata sul do. Ha anche utilizzato violini a sei corde (Violectra) con corde di basso in do e fa. Ponty è stato anche tra i primi a combinare il violino con MIDI, e distorsori.

Nel 2005 Ponty ha formato il "supergruppo" TRIO! con il leggendario bassista Stanley Clarke ed il virtuoso del Banjo Béla Fleck. 








lunedì 28 settembre 2026

RocKalendario del secolo scorso – Settembre Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Settembre

Di Riccardo Storti


1956 – Era settembre e la prestigiosa Blue Note lo presentò semplicemente così: Introducing Kenny Burrell. Ammiratore di Django Rheinhardt e Charlie Christian, arriva da Detroit e a 25 anni entra nel giro giusto con la sua chitarra elettrica. Ebbene, oggi quel disco, uscito ben 70 anni fa, colpisce per l’esaltante modernità rispetto ai tempi. Sembra già un buon frutto di fusion degli anni Settanta o Ottanta, perché, se è vero che Burrell qui sa mescolare bene le ascendenze bebop, cool e modali, è altrettanto vero che si muove verso latitudini afro-latine di alta qualità. Si colga il bellissimo gioco di percussioni tra Africa e Caraibi in Takeela e in Delilah, nonché, in particolare, nella spettacolare Rhythmorama, eseguita solo Cándido Camero (già percussionista di Dizzy Gillespie) e a Kenny Clarke (batterista del Modern Jazz Quartet e di Miles Davis in The Birth of the Cool). 

Negli standard Burrell va che è un piacere: riscrive lo swing a modo suo in This Time the Dream's on Me (un cavallo di battaglia di Glenn Miller) e dipinge acquarelli in Weaver of Dreams (una song che raggiunse discreta popolarità con Nat King Cole). Per la forza del collettivo, valga su tutte Fugue’n Blues: lì viene valorizzato al massimo l’interplay con il pianista Tommy Flanagan e il contrabbassista Paul Chambers (all’epoca nel quintetto di Miles Davis).

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1966 – 24 settembre: un marziano è sceso a Londra. In realtà tutto nacque qualche mese prima, a maggio, quando a New York, in uno dei locali di Broadway (il Cheetah), Linda Keith, all’epoca fidanzata di Keith Richards, fu ammaliata dall’insolita performance di un giovane chitarrista di colore il cui nome era Jimmy James, leader dei Blue Flames. Fuor di pseudonimo, si trattava di James Marshall Hendrix, meglio noto come Jimi Hendrix. 

Fatto sta che la Keith non sta più nella pelle e comincia a rompere le scatole al management degli Stones (Oldham e Stein) affinché vadano a dare un occhio a questo ragazzo prodigioso. Pare che i due avessero snobbato il consiglio: chi, invece, seguì la dritta fu l’ex bassista degli Animals che colse la palla al balzo e verificò di persona le qualità di Jimi. Lo colpì in particolare l’esecuzione di Hey Joe, una canzone di Billy Roberts. “Bene, adesso ti porto a Londra e poi si vedrà”: ci sembra di sentirlo Chandler. Così, in men che non si dica, quel 24 settembre Jimi firma subito un contratto e alla sera si esibisce in un night club, The Scotch of St. James. Per i primi d’ottobre il manager gli aveva già trovato degni compari; nacquero così gli Experience. Per il resto, la storia è nota. Per saperne di più, ecco il link a un documentario su quel 1966 hendrixiano. 

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1976 – A metà settembre ritornano i Latte & Miele con un nuovo 33 giri. Il titolo è Aquile e scoiattoli e viene pubblicato dalla label indipendente genovese Grog, dietro la supervisione artistica di Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Dopo l’esordio con la Passio Secundum Mattheum (1972) e il bis di Papillon (1973), la formazione arriva al suo terzo capitolo completamente rinnovata, con il solo Alfio Vitanza (batteria) ancora legato alla line-up originaria. 

Nel frattempo sono subentrati Massimo Gori (voce, chitarra e basso), Luciano Poltini (tastiere) e Mimmo Damiani (tastiere e chitarre); l’album è una mirabile sintesi di melodia e classicismo rock: si va da citazioni beethoveniane (Opera 21) a canzoni dall’ampio respiro lirico (Menestrello, Vacche sacre e la title track), ma il pezzo forte resta la suite Pavana (firmata anche dall’ex Oliviero Lacagnina), protagonista della side B e una delle macro-composizioni più riuscite della storia del progressive europeo. Per un’analisi approfondita del disco, vi rimando a quanto scritto da me su Prog Italia n. 65/2026. 

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1986 – 1 settembre, i Tuxedomoon - una delle icone del post-punk americano – fanno uscire il loro quinto album ovvero Ship of Fools. Pare che tra i fan della band californiana non vi sia un’opinione unanime su questo lavoro: c’è chi urlò al capolavoro, chi - invece - non esitò a definirlo addirittura il peggiore disco della loro carriera; insomma, un album fortemente divisivo. Sarà, ma io l’ho sempre trovato molto affascinante, proprio a causa di un particolare dimorfismo schizofrenico che sta alla base dell’LP.

Una prima facciata infarcita di suoni elettronici, talvolta anche molesti, ma mai maldestri: drum machine, sequencer, ritmi tribali, metriche ossessive, scorie di ethno-funk e poetica new wave (Break the Rules ne è la migliore sintesi); il lato B, invece, offre episodi asciutti, quasi cameristici, tra neo-impressionismo (A Piano Solo), ambient (Lowlands Tone Poem), progressive (Music for Piano & Guitar) e minimalismo cinematografico (An Afternoon With N). L’apice nella title track che chiude il disco: la “nave dei folli” prende il largo su timbriche jazz al ritmo di blues in una song indolente che riesce a rendere raffinato anche qualsiasi impertinente accenno di rumorismo dissonante. Non fidatevi di chi si accapiglia per Ship of Fool: riprendetelo in mano e dategli un ascolto in più. Chissà quali meraviglie vi saranno sfuggite.

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1996 – 19 settembre, arriva nei negozi l’ultima fatica di Fabrizio De André, Anime salve. Non mi piace scriverne come dell’ultima opera di Faber (rifuggo la parola “testamento”). Mi verrebbe da dire: l’album perfetto, ma il cantautore genovese ormai ci aveva abituato alla perfezione, se pensiamo solo agli altri due dischi precedenti (Creuza de mä e Le nuvole). Parlerei invece di estrema sintesi, dove nell’aggettivo “estremo” si raccolgono e coagulano tutta una serie di stimoli spazio-temporali che rendono unico Anime salve. 

Scritto a quattro mani con Ivano Fossati, questo lavoro ci lascia un’ulteriore indimenticabile galleria di personaggi (Princesa e Ho visto Nina volare) disseminati tra temi lirici di poesia civile superiore (Khorakané (A forza di essere vento), Anime salve e Smisurata preghiera). De André, anche qui, non perde mai di vista le terre che ha amato di più: la Liguria e Genova (Dolcenera, Le acciughe fanno il pallone e  cúmba) e la Sardegna (Disamistade). Si riconferma la ricerca sonora improntata su stilemi tratti dalla musica popolare grazie anche all’utilizzo di strumenti provenienti da qualsiasi parte del globo (dall’arpa paraguaiana all’organetto diatonico, dallo shehnai al cymbalon, fino alla miriade di percussioni suonate da Naco). 

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Compie gli anni Paul Burgess


Compie gli anni il 28 settembre, Paul Burgess, batterista.

Ha suonato con 10cc, Camel, Magna Carta, in trio con Nicol & Kemp.

Ma quello che ha “valorizzato” il suo curriculum e il fatto che nel 1982 sostituì Gerry Conway, nei Jethro Tull, per il tour nord americano.

Happy Birthday Paul!

Wazza

Trio insieme a Ken Nicol (Albion Band) e Rick Kemp (Steeleye Span)

Il 28 agosto 1982 al Festival di Nostell Priory (Theakston Music Festival), debuttava come batterista nei Jethro Tull Paul Burgess, batterista dei 10cc (che ad Anderson non piacevano Ndr).

Resterà fino alla fine del tour americano (ottobre 1982).

Paul tornerà ancora in studio con i Jethro Tull, nel 1985 per suonare sul disco “A Classic Case”, una raccolta dei brani dei Tull riarrangiati da David Palmer, e suonati insieme alla London Symphony Orchestra.

 







Fine Usa Tour 1982 – Paul Burgess è il terzo da sinistra



domenica 27 settembre 2026

Il settembre musicale londinese nel 1968

Outside the Marquee Club, London, 1968


Nel 1968 questo era il programma dei locali in UK, nello specifico il Marquee di Londra.

Ora solo cover e tribute (qualcuna con il sostantivo official) band. 

Nessuno vuole più investire idee nello spartito, il “copia incolla” oggi è di moda anche nella musica. 

Quando si saranno “estinti” gli ultimi interpreti, il rock diverrà come la musica classica, e continuerà ad essere suonata da “bravi esecutori” 

Nella speranza di una nuova “alba musicale” 

Di tutto un Pop…

Wazza


Jethro Tull abituè al Marquee

The Who perform at the Marquee Club, London



 

sabato 26 settembre 2026

Ibridoma – Sangue Innocente (Punishment 18 Records, 2026), di Luca Paoli

 


Ibridoma – Sangue Innocente (Punishment 18 Records, 2026)

Una nuova pagina nella lunga storia Heavy Metal degli Ibridoma

Di Luca Paoli

 

Dopo venticinque anni di attività, gli Ibridoma arrivano a Sangue Innocente con una storia ormai lunga alle spalle e una formazione che negli ultimi anni ha trovato nuovi equilibri. Nati nel 2001 per iniziativa del batterista Alessandro Morroni e del cantante Christian Bartolacci, la band ha costruito il proprio percorso tra Heavy Metal, concerti e numerose esperienze dal vivo. Dopo l'EP Lady of Darkness del 2005 e Page 26 del 2007, il primo album omonimo è arrivato nel gennaio 2010. Da quel momento la discografia si è sviluppata con Night Club, pubblicato nell'aprile 2012, Goodbye Nation nel 2014, December nel 2016, City of Ruins nel 2018 e Norimberga 2.0 nel 2022.

Nel corso degli anni la band ha condiviso il palco con nomi come Uli Jon Roth, Richie Kotzen, Blaze Bayley, Rhapsody of Fire, Sabaton e Queensrÿche, portando la propria musica anche fuori dall'Italia. Nel 2016, con December, sono inoltre arrivati due ospiti particolarmente significativi come Paul Di'Anno e Blaze Bayley. Dopo Norimberga 2.0, gli Ibridoma hanno ripreso a lavorare su nuovo materiale e nel 2024 l'ingresso del chitarrista Andrea Marresi ha contribuito alla formazione delle nuove composizioni.

Da questo lavoro nasce Sangue Innocente, settimo album della band, pubblicato da Punishment 18 Records in formato digitale il 28 agosto 2026 e disponibile su CD dal 25 settembre 2026. Dieci brani nei quali gli Ibridoma rimangono fedeli al proprio Heavy Metal, muovendosi tra Power Metal, momenti più veloci e una componente melodica sempre presente. La formazione che partecipa al disco è composta da Christian Bartolacci alla voce, Alessandro Morroni alla batteria, Marco Vitali alla chitarra solista e ritmica, Leonardo Ciccarelli al basso e Andrea Marresi alla chitarra ritmica.

Realize apre il disco con chitarre subito protagoniste e una ritmica compatta. Vitali e Marresi costruiscono un intreccio di riff e melodie che lascia spazio anche agli assoli, mentre la voce di Bartolacci mantiene un'impostazione forte e diretta. È un inizio che mette immediatamente in evidenza il carattere della band.

Con Childhood Denied il disco acquista maggiore aggressività. Il brano procede con una ritmica più serrata, sostenuta dalla batteria di Morroni e dal basso di Ciccarelli. Le chitarre continuano a essere il punto centrale della composizione, senza mettere in secondo piano la linea vocale, che rimane facilmente riconoscibile.

La title track Sangue Innocente introduce invece uno degli elementi più interessanti del disco: l'uso dell'italiano. La lingua rende il testo più immediato e si adatta bene alla voce di Bartolacci. A impreziosire il brano arriva anche Giacomo Voli dei Rhapsody of Fire, la cui partecipazione aggiunge un ulteriore confronto vocale senza cambiare la direzione musicale degli Ibridoma.

The Gambler torna all'inglese con un riffing deciso e un ritornello immediato. La parte solista si inserisce nel brano senza interromperne il ritmo, mantenendo un'impronta Heavy Metal diretta e legata alla tradizione.

Con Sole Freddo l'italiano torna a essere protagonista. Il passo si fa leggermente più disteso e la melodia assume un ruolo maggiore. La voce rimane al centro, mentre la sezione strumentale mantiene il peso necessario a non allontanare il brano dal resto dell'album.

The Other Side riporta maggiore dinamica e aggiunge la partecipazione di Chiara Malvestiti, soprano conosciuta anche per il suo lavoro con i Therion. La sua voce crea un contrasto evidente con quella di Bartolacci e introduce una componente diversa, inserita però all'interno di una struttura ancora saldamente Heavy Metal.

Uno dei brani che maggiormente attirano l'attenzione è Occhi Vuoti, anche per la scelta di utilizzare nuovamente l'italiano. La parte musicale sostiene un testo dal contenuto più diretto e la presenza di una sezione recitata interrompe il normale sviluppo della canzone, aggiungendo un elemento narrativo. Qui gli Ibridoma lasciano emergere un lato meno legato alla semplice costruzione del riff.

A.I. affronta già dal titolo un argomento molto attuale. Musicalmente il gruppo non cambia registro e continua a puntare sulle chitarre, sulla batteria e su una voce che mantiene una certa ruvidità. Il risultato è un brano immediato, che trova nella semplicità della struttura uno dei suoi punti di forza.

Sing In The Sky prosegue il percorso alternando ancora una volta inglese e italiano. La parte strumentale torna a spingere e le chitarre assumono un ruolo importante sia nei riff sia negli interventi solistici. È un brano che si inserisce bene nella seconda parte dell'album e mantiene viva la componente melodica.

La conclusione è affidata a Ho Dimenticato, il brano più lungo della tracklist e una vera e propria ballad. Qui gli Ibridoma rallentano il passo e lasciano maggiore spazio alla voce e alla melodia, con un'atmosfera più intensa e raccolta rispetto ai brani precedenti. Una scelta che permette alla band di chiudere l'album su una nota più emozionale, mostrando anche il lato più melodico della propria musica.

Sangue Innocente è il risultato di una storia iniziata venticinque anni fa e ancora capace di trovare nuove strade senza perdere il legame con le proprie radici. Gli Ibridoma suonano Heavy Metal con la consapevolezza di chi ha attraversato molte stagioni, ma anche con la voglia di continuare a scrivere canzoni e a salire su un palco.

Riff, melodie, assoli e una voce che alterna inglese e italiano costruiscono un album diretto, nel quale la tradizione incontra una sensibilità più personale. La presenza di Giacomo Voli e Chiara Malvestiti aggiunge due momenti particolari, mentre la scelta di dare maggiore spazio alla lingua italiana rende alcune canzoni ancora più vicine.

È forse proprio in questo contrasto che Sangue Innocente trova il suo significato più autentico: non soltanto nella potenza dell'Heavy Metal, ma nella possibilità di attraversare velocità, melodia e momenti più raccolti senza perdere la propria identità.

Gli Ibridoma continuano così il loro viaggio. Venticinque anni dopo l'inizio, con nuovi musicisti accanto a chi ha dato vita alla band, nuove canzoni e ancora qualcosa da raccontare. Perché certe passioni cambiano insieme alle persone e ai tempi, ma quando rimane la voglia di suonare, la storia può ancora continuare.









I Van der Graaf Generator e l'Italia


VAN DER GRAAF GENERATOR from Qui Giovani magazine september 1972

I Van der Graaf Generator, furono amatissimi dagli italiani negli anni ’70 e importante fu la loro presenza sulle riviste musicali dell’epoca.

Un esempio è il numero di settembre del 1972 di "Qui Giovani".

Di tutto un Pop...

Wazza


VAN DER GRAAF GENERATOR - February 1972 Piper Club Rome
Peter Hammil, Hugh Banton, David "Jaxon", Guy Evans