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martedì 6 ottobre 2026

Atom Heart Mother: era l'ottobre del 1970

Nell’ottobre 1970 usciva Atom Heart Mother, il disco dei Pink Floyd con la “mucca” in copertina. Uno dei tanti capolavori sfornati negli anni ’70.

 Di tutto un Pop…

Wazza


Pink Floyd 1970

Dopo alcuni discreti album che mescolano il rock psichedelico barrettiano al prog più consono al nuovo chitarrista Gilmour, i Pink Floyd escono nel 1970 con il loro primo grande capolavoro. “Atom Heart Mother” rappresenta il definitivo distacco da quella musica da LSD tipica dell’ormai perso Syd Barrett a favore di nuove melodie più limpide e gradevoli e apre una nuova epoca nel gruppo e nel rock in generale.

Una curiosa copertina, nella quale è raffigurata una serena immagine rurale con uno stupendo esemplare bovino in primo piano, ci introduce immediatamente al pezzo forte dell’album. La title track, una suite strumentale che occupa l’intera facciata del vinile, costituisce uno dei più splendidi esempi di come il rock possa elevarsi ad arte maggiore: il progressive si mescola a melodie classicheggianti, strumenti come chitarre e batteria alle trombe.

La suite, alla quale collaborano tutti i membri del gruppo con l’aiuto dell’esterno Ron Geesin che si occupa dell’orchestrazione, è divisa in sei parti, nelle quali si narra musicalmente la storia dell’uomo stroncata al centro da un’esplosione, che non è altro che la terribile bomba atomica. Alla fine, però, la vita trionfa e il pezzo si conclude con il leitmotiv musicale in un crescendo che esplode definitivamente nel coro finale.

Dopo essersi immersi in un capolavoro senza tempo, si torna alla realtà; i Pink Floyd, escluso il batterista Mason, decidono di spartirsi i tre pezzi successivi. Il lato B si apre con “If”, composta, suonata e cantata da Roger Waters, una ballata che non si discosta molto dal genere folk, nella quale il bassista si diletta eseguendo un semplice arpeggio di chitarra acustica ripetuto più volte. Rick Wright compone invece “Summer ‘68”, nella quale è ovviamente il suo piano a farla da padrone, oltre alla sua voce che comparirà sempre più raramente nelle opere della band, il tutto in un dolce brano dai toni nostalgici.

 

La successiva “Fat Old Sun” è invece opera di David Gilmour, che comporrà da solo per i Pink Floyd soltanto “Childhood’s End” in “Obscured by Clouds” (1972) prima del tardo album “A Momentary Lapse of Reason” (1987). La dolce e malinconica voce solista del chitarrista si sovrappone agli accordi, che saranno successivamente ripresi dai Litfiba nella loro “Sexy Dream”, prima di lasciare spazio allo splendido assolo di chitarra che chiude il brano.

A suggello finale dell’album una seconda gradevole suite strumentale intitolata “Alan’s Psychedelic Breakfast”, alla quale ancora una volta le forze dei quattro membri si uniscono, nella quale questo fantomatico Alan si prepara la colazione. I suoi monologhi e i suoi rumori introducono dolci pezzi strumentali, che sono ripartiti a tre riprese, i quali conferiscono una connotazione romantica al quadretto domestico. Un rubinetto che gocciola è l’ultimo suono dell’album.

Nonostante Gilmour l’abbia definito “una vera porcheria”, “Atom Heart Mother” apre quella che sarà la fase di maturità compositiva dei Pink Floyd, e se è vero che il lato B è leggermente carente sul piano musicale, vale la pena per gli appassionati di rock possedere questo album se non altro per la splendida title track. Un album nel complesso dolce, simile nella struttura ma diverso nella forma dal successivo “Meddle”, ma sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione di una delle migliori band di sempre.

di Federico Principi




lunedì 5 ottobre 2026

Usciva il 5 ottobre del 1970 "Led Zeppelin III"

LED ZEPPELIN - CIAO 2001 - OTTOBRE 1970


Usciva il 5 ottobre 1970 l’album “Led Zeppelin III”, pietra miliare del rock, perfetto connubio tra hard-rock-blues e folk.

E pensare che all’uscita fu stroncato dai critici, che storcevano il naso per i tanti pezzi “acustici”, considerati una debolezza da parte della band.

Di tutto un Pop

Wazza

Led Zeppelin, 1970

di Pier Paolo Farina

Il cuore caldo di questo splendido album trae la sua genesi da una pausa di relax vissuta insieme da cantante e chitarrista della formazione, rifugiatisi nella campagna del Galles per una quindicina di giorni a ritemprarsi dopo il primo, pazzesco anno e mezzo di vita del gruppo durante il quale il Dirigibile aveva prodotto due album (uno in poche e febbrili notti a Londra, l’altro a spizzichi e bocconi in giro per gli studi di mezzo mondo nelle pause fra un concerto e l’altro), cinque tournée in America, una enorme e irripetibile sensazione in giro.

Niente corrente elettrica nel rifugio scelto dai due musicisti e allora è il momento buono per Jimmy Page di imbracciare l’acustica portata con sé e dar copioso frutto agli insegnamenti appresi dalla scuola folk inglese a lui tanto cara, sperimentando le sue accordature strane e inusuali, nonché per Plant di adeguarvisi felicemente canticchiando sopra gli insoliti accordi del partner e dando fondo al suo lato hippy e sognante. Ne viene fuori un bel mazzo di temi che andranno a costituire non solo l’ossatura di questo lavoro, ma pure parte di quelli a venire fino al “Physical Graffiti” di quattro anni dopo. Il tema più bello scaturito da quei giorni ispirati viene in ogni caso momentaneamente accantonato, andrà a costituire l’incipit della celebre “Stairway To Heaven”, pronta solo per l’album successivo.


Quando però, una volta rientrati a Londra dal Galles, tutto quel certame acustico e quieto viene posto sotto le grinfie degli altri due compari, soprattutto del bombastico batterista che si ritrovano in formazione, si ha la mutazione zeppeliniana del placido folk rurale in un suono autenticamente mai sentito prima, un “heavy folk” drammatico e teso in cui gli strumenti acustici, tirati per la giacchetta da tale cattiveria ritmica e dall’esuberante ugola del giovane Plant, sferragliano tosti e circondano la sua strepitosa voce in una intensa gazzarra che non ha nulla di placido.

Sotto questo aspetto la seconda traccia “Friends” e la sesta “Gallows Pole” sono due luminosissimi archetipi di un modo di pompare tensione e pesantezza pur giostrando con banjo e roba simile che non ha/avrà uguali. La centralità ed indispensabilità di John Bonham nel suono Zeppelin trova qui la sua dimostrazione più evidente, è lui a spingere più di tutti il gruppo verso vette di intensità e cuore mai più raggiunte da altri. Parlare di cuore per uno strumento che fa “boom” con la cassa e “stra” col rullante eccetera potrebbe sembrare strano ma è proprio così: l’ascolto di John Bonham mentre accompagna i suoi pards nelle grandi canzoni di quest’album e in generale di tutta la produzione Zeppelin è un’esperienza prima di tutto di cuore, del grande cuore che aveva quest’uomo semplice, ingenuo, ubriacone, capace di pestare fortissimo e al contempo con una dannata umanità (e creatività). Nel suo genere, il migliore di sempre, senza alcuno scampo per possibili alternative.


In “Friends” ci mette poi molto del suo anche il “quarto uomo” John Paul Jones, sovrapponendo all’incedere ritmico un grosso, drammatico bordone di sintetizzatore dal sapore vagamente mediorientale, uno spunto musical/culturale che ritornerà volentieri in altri capolavori del gruppo (“Kashmir” soprattutto, proprio su “Physical Graffiti”).

“Gallows Pole” invece è costruita maggiormente in crescendo e ci pensa l’interpretazione di Plant, sempre più pressante e parossistica, a gonfiare via via di urgenza e tragedia al brano, nel quale viene raccontata la supplica di un condannato al suo boia che lo sta per immolare sul patibolo.

Altri sipari acustici presenti nel disco sono comunque assai meno acri, ad esempio “Bron-Y-Our Stomp” celebrazione del rifugio campagnolo trovato da Plant e Page, una marcetta debitamente appesantita dalla rimbombante cassa di Bonham, nella quale il suo chitarrista si diverte a correre agile e geniale sullo strumento accordato in Mi Maggiore ed il cantante a miagolarvi sopra il suo potentissimo falsetto. E ancora “Tangerine”, non un prodotto di quelle giornate a Bron-Y-Our bensì un “avanzo” degli ultimi tempi degli Yardbirds, il gruppo rock/beat di provenienza di Page, in effetti una ballata con tutt’altra atmosfera, dolciastra (sin dal titolo “Mandarino”) e manierosa, un poco fuori contesto in un album così obliquo e misterioso. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, inserire al suo posto l’ottima “Hey Hey What Can I Do”, ennesima “heavy folk ballad” magari ripetitiva rispetto ad altri episodi dell’album ma assai più asciutta e in riga col resto, rimasta invece inopinatamente fuori e relegata a lato B di un singolo.

Dal punto di vista della dolcezza, assai più riuscita la ballata “That’s The Way” dal profilo ondeggiante grazie ad una deliziosa risacca di chitarra acustica (per gli strimpellatori: accordata abbassando di un tono la prima, seconda e sesta corda) rafforzata da mandolino e steel guitar, una festa del Page più californiano e campagnolo.

Se la seconda parte dell’opera è veramente il festival dell’acustico (ma quasi sempre con nerbo e tensione, come si è detto) la prima parte dispone di alcune bellissime cose elettriche. L’apertura di “Immigrant Song” è di nuovo grande archetipo: una cavalcata giocata su di un semplice irresistibile riff, economicissimo dato che adopera un’unica nota di FA# giocata ritmicamente su due ottave diverse. Robert Plant entra fantasticamente come una specie di sirena pericolosa e poi sciorina il primo testo della storia alle prese con dei, paradisi nordici, martelli di Thor e compagnia cantante. Siamo né più né meno che al cospetto del capostipite di un intero, fiorentissimo genere che verrà, l’heavy metal di ispirazione gotica e pagana; non sto a far presenti i fiumi di parole, le migliaia di canzoni, le decine di gruppi, le centinaia di copertine di dischi alle prese con l’al di là nordico ed i suoi miti, con corollario di nerboruti cavalieri brandenti grosse asce sanguinanti, spadoni ed elmi e poi le battaglie e l’onore e la gloria… tutto un mondo musicale (per molti assai burino ed esagerato senz’altro) del quale questa canzone può essere indicata a vero prototipo. Il brano è assai breve, meno di tre minuti giacché Page non ritiene opportuno, a ragione, inserirvi un assolo di chitarra. Lo farà nelle esibizioni dal vivo, senza risultati particolarmente rimarchevoli.

L’hard rock in posizione n° 3 “Celebration Day” è meno celebre ma sempre notevole grazie soprattutto alla performance ritmica di Page, stavolta non inchiodata ad un riff ma fluida e creativa nel tracciare con settime e none gli spunti armonici per il cantato genialmente asincrono e libero di Plant che rende estremamente dinamico il tutto: una perla semi-nascosta del repertorio, forse oscurata dal fatidico blues che la segue a ruota.

Fra i capolavori assoluti di questa band riconosciuta di tanti capolavori, “What Is And What Should Never Be” è IL blues, che piace anche a chi non sopporta il genere, tale è l’intensità, la drammaticità, la voglia, la perizia e la coesione del gruppo colto qui in assoluto momento di grazia. Page imperversa con una performance piena di anima e fuoco, piazza il suo assolo più devastante del repertorio, letteralmente portato in spalla dal suo batterista che a suon di sberle inaudite a piatti e tamburi riempie e sottolinea impagabilmente tutte le pieghe sonore di un brano che ne è ricchissimo. L’organo Hammond ed il basso di Jones fanno il loro dovere alla grande, Plant geme e urla posseduto dal sacro fuoco della sua giovane energia: uno spettacolo, sette minuti grandiosi.

Dopo tanta possanza, il rock blues che segue, “Out On The Tiles”, fa la figura del riempitivo, col suo riff un poco contorto e forzato, condito di sincopi e sonori stacchi che però non riescono a far decollare del tutto la musica, malgrado anche il gran daffare di Bonham ai tamburi. Altro riempitivo è l’episodio conclusivo del disco, “Hats Off To Roy Harper”, un esperimento blues trattato con un’esasperata distorsione, voce e chitarra in un tunnel sonoro aspro e melmoso, assai sperimentale ma in definitiva sfocato, uno dei pochissimi episodi zeppeliniani passati completamente nel dimenticatoio.

Grande, grandissima musica.






domenica 4 ottobre 2026

Da Captain Trips e G.O.L.E.M., una notte prog all'Agorà di Cusano Milanino-Di Mario Eugenio Cominotti, fotografie di Alice Bellati

 

                            


 Concerti con Prog-MI

G.O.L.E.M. + Da Captain Trips

Circolo ARCI Agorà, Cusano Milanino

27 settembre 2026

Mario Eugenio Cominotti (con videointervista e live) e Alice Bellati (foto) per MAT2020

 

Dopo una torrida pausa estiva, eccoci nuovamente all'Agorà di Cusano Milanino per il primo dei tre appuntamenti prog di questa terza bella stagione di concerti Progressive Rock organizzati a Milano da Prog-MI.

Uno soundcheck veloce e perfetto, grazie allo staff tecnico dell'Agorà, ci consente di ritrovarci subito insieme ai musicisti delle due band sul terrazzo del locale per una birra e una rapida e simpatica chiacchierata prima dei live della serata. La videointervista realizzata per MAT2020 è qui disponibile insieme ad alcuni video e foto della serata.

La serata e le band sono come sempre presentate al pubblico di appassionati da Enzo Vitagliano di Prog-MI.

Si inizia con il fluido e avvolgente Progressive Rock strumentale tra echi stoner, doom e psichedelia dei Da Captain Trips, che coinvolgono il pubblico in un apprezzatissimo viaggio tra paesaggi sonori cangianti. Ecco qui formazione e link per conoscere meglio e apprezzare la musica della band, con all'attivo tre album e molti concerti. Parecchio anche il materiale disponibile online.

Da Captain Trips sono:

Riccardo Cavicchia - chitarre
Federico Chiappa - basso
Tommaso Villa - batteria e percussioni
Paolo "Apollo" Negri – tastiere
 

https://www.facebook.com/dacaptaintrips
https://www.youtube.com/@dacaptaintrips
https://dacaptaintrips.bandcamp.com/music

Un rapidissimo cambio di palco e irrompe in sala il potente Hard Prog dei G.O.L.E.M., arricchito da pennellate di sulfurea psichedelia ora vivide, ora oscure. Una band dal sound inconfondibile, caratterizzato dagli intrecci delle due tastiere tra sonorità di Hammond, sintetizzatori, mellotron e pianoforti elettrici, dal vigore dirompente della voce solista e della sezione ritmica, con un drumming infaticabile e un basso elettrico che prende spesso la scena anche come solista, con l'espressività e la psichedelia di una urlante chitarra elettrica... davvero molto elettrica.

Ho incontrato e apprezzato per la prima volta i G.O.L.E.M. sul palco dello Stratofestival al Parco Increa di Milano nel 2024 e li ho piacevolmente ritrovati lo scorso anno sul grande palco del Festival Prog di Veruno. Durante l'applauditissimo live, i G.O.L.E.M. hanno presentato dal vivo anche le tre parti del nuovissimo terzo album, Still Life.

G.O.L.E.M. sono:

Paolo Apollo Negri - organo e sintetizzatori
Marco Vincini - voce
Emil Quattrini - pianoforti elettrici e mellotron
Marco Zammati - basso elettrico
Francesco Lupi – batteria
 

https://www.facebook.com/golem.prog
https://www.instagram.com/golem_band
https://golemprog.bandcamp.com/album/still-life

Non ultimo, ecco i link per seguire i prossimi appuntamenti live di Prog-MI, sogno di un gruppo di appassionati di buona musica e Progressive Rock e ormai divenuto una realtà che da tre anni propone anche a Milano concerti prog di grande qualità.

https://www.instagram.com/progmi2024/
https://www.facebook.com/profile.php?id=61555450935858

 

Milano, 27 settembre 2026

Mario Eugenio Cominotti per MAT2020

Foto di Alice Bellati.


REPORTAGE FOTOGRAFICO

G.O.L.E.M.





                                        Da Captain Trips







sabato 3 ottobre 2026

Banco del Mutuo Soccorso-"NUDO"


A fine settembre/inizi ottobre del 1997, il Banco del Mutuo Soccorso finiva di registrare l’album “Nudo”, doppio CD, una parte in studio, con la “suite” inedita Nudo, la seconda live, la maggior parte dei brani registrati dal vivo a Tokio nel maggio dello stesso anno.

Di tutto un Pop…

Wazza

Un doppio CD, il primo in studio e il secondo dal vivo. Il CD in studio era aperto da un brano inedito, una suite in tre movimenti che dà il titolo al disco: "Nudo", appunto. Il resto del cd era composto da alcuni brani storici incisi al Ribes Studio di Genzano il 13 e 14 aprile del 1997.

Il disco uscì per la Emi Italiana alla fine del 1997. Come detto il cd due era invece il risultato di una tournèe in Giappone, si sa sono sempre i giapponesi a riscoprire le cose, come insegna il mockumentary The Spinal Tap.

La band riprende il nome completo e anche la voglia di riproporre brani più articolati e vecchi successi. Un doppio cd che contribuisce alla rinascita del progressive italiano che negli anni 2000 vedrà una sequela di ristampe celebri e di ritorni inaspettati, e anche di fatto l’ultimo disco contenente un inedito del gruppo composto con Di Giacomo in vita.

I brani dal vivo sono registrati a cavallo tra Giappone e Italia. Per la precisione "La conquista della posizione eretta", "Metamorfosi", "Guardami le spalle" e "Roma/Tokyo" provengono dai concerti giapponesi del 25 e 26 maggio 1997 mentre "Bisbigli", "Passaggio", "Coi capelli sciolti al vento" e "Traccia" provengono da un concerto al Ciclodromo di Padova del settembre del 1995. È però l’inedito in studio a catturare l’attenzione.


Una suite in tre parti lunga circa 13 minuti che mostrava le caratteristiche che avevano reso celebre il gruppo negli anni ’70, partiture sinfoniche e pompose, ma anche una inedita tessitura rock che ben si amalgamava soprattutto alla bella e particolare voce di Di Giacomo che canta un testo davvero notevole. Belle le revisioni di alcuni grandi classici, su tutte "750 mila anni fa l’amore", che diventa una struggente ballata voce e pianoforte che strappa l’anima con un testo che racconta una storia d’amore impossibile ai tempi dell’evoluzione.

La parte live mostra un gruppo in piena forma, che riarrangia bene i vecchi brani senza snaturarli.

Il disco uscì anche in versione singola per il mercato internazionale mischiando brani reincisi e live.

Da lì partì per il Banco una breve seconda giovinezza.






venerdì 2 ottobre 2026

Compie gli anni Mike Rutherford


Compie gli anni oggi, 2 ottobre, Mike Rutherford, membro fondatore dei Genesis.

Inizialmente bassista, poi dopo la dipartita di Steve Hackett, si trasformò in chitarrista.

Oltre alla lunga carriera con i Genesis ha registrato due album solisti, e nel 1985 fonda il gruppo “Mike+ The Mechanics” con il cantante Paul Carrack.

Happy Birthday “Pluto”!

Wazza  






giovedì 1 ottobre 2026

Genesis, 1° ottobre 1972


Correva l'anno (quanti ne sò passati !!!) 1972, precisamente il 1° ottobre, a Newcastle City Hall. I Genesis erano nel pieno del "Foxtrot Tour", quello in cui Gabriel sorprese i suoi amici, presentandosi sul palco, con la "testa di volpe" e costumi vari (la prima volta fu a Dublino), e ciò cambiò radicalmente il modo di fare concerti dei Genesis. Gli altri non erano inizialmente d'accordo, come si legge nella varie interviste dell’epoca, ma poi tutto si appianò, visto che l'abilità di Gabriel diede una nuova potenzialità ai concerti e, soprattutto, fece aumentare di uno zero le tariffe d'ingaggio!


 Phil Collins nella sua autobiografia "No, non sono ancora morto":

"Prima di questo non c’erano stati indizi del fatto che Peter volesse cominciare a travestirsi. Come, più avanti, non ci avvertirà della maschera da fiore che indosserà per la parte di Willow Farm in Supper’s Ready, e nemmeno per la scatola triangolare che si mette in testa per la parte successiva, Apocalypse in 9/8. Le vediamo anche noi nello stesso momento in cui le vede il pubblico. Lui non vuole saperne di decidere in gruppo, in questi casi. (...) Queste sono le cose molto fuori dagli schemi che fa ora Peter Gabriel sul palco con i Genesis. Dopo Dublino, la signora Volpe ricompare in ogni concerto, sempre nello stesso punto. Ci abituiamo presto, ed è meglio per noi: una foto di Peter con il nuovo costume finisce dritta sulla copertina del Melody Maker, e fa aggiungere uno zero alla tariffa di ingaggio dei Genesis. Passiamo da trentacinque sterline a trecentocinquanta sterline a serata."
Iniziava l'era Gabriel!

...di tutto un Pop
Wazza




mercoledì 30 settembre 2026

Rovescio della medaglia: 30 settembre 1973



Nel numero di Ciao 2001 del 30 settembre 1973 si parla del Rovescio della Medaglia.
Si parla delle novità, dell'ingresso di Franco di Sabatino (ex Paese dei Balocchi) alle tastiere, che sposta il gruppo su atmosfere più classicheggianti e meno "hard", del nuovo album "Contaminazione", un concept con gli arrangiamenti curati dal maestro Luis Enriquez Bacalov, non nuovo a queste esperienze  avendo già lavorato con New Trolls e Osanna.
"Contaminazione", tra il rock e l'orchestra sinfonica, è considerato uno dei migliori album del Progressive Italiano...


…di tutto un Pop
Wazza