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martedì 16 ottobre 2018

Zeroth- The Age of Mechanical Machines, di Gianni Sapia



Zeroth- The Age of Mechanical Machines

Di Gianni Sapia


Studio. Cerco e frugo. Poi a un certo punto leggo un titolo:" Zeroth: ispirato al cervello umano" e mentre leggo di questa tecnologia che pare possa, per così dire, imparare dall'esperienza, senza programmi, in completa autogestione, mentre lo leggo appunto  ascolto Albert, The Android e l'associazione scatta naturale: Albert è il mio Zeroth! Mi succede sempre così quando la musica mi coinvolge, quando mi riveste della sua pelle e mi rende impermeabile alla realtà. Fantastico, divago, me la viaggio insomma. E il viaggio che sto per intraprendere sulla decapottabile The Age of Mechanical Machines di Zeroth è di quelli da capelli al vento e mondo che scorre ai lati della strada. Un godimento!


Sulla pagina Facebook della band c'è tutta la loro storia, io ora vi presento i protagonisti: Jessica JeM Modena voce e piano, Paolo Canepa chitarra, Mattia Calcagno basso e Enrico Carmeli batteria, in una parola Zeroth. Bene, ora volume a stecca e il silenzio ancora lascerà spazio all'unico suono migliore di se, la musica.

The Age of Mechanical Machines è un disco bello e ben fatto in cui i ragazzi sono riusciti a far coesistere sonorità, per così dire, complesse con melodie gentili all'orecchio.


La band corre veloce, confrontandosi con tutte le declinazioni del rock. Si sentono le influenze di gruppi come Dream Theatre, Rush, King Crimson, Muse. Ci si inizia a stupire fin da subito, col primo pezzo, che dà il titolo all'album. L'attacco è strepitoso, una serie di coinvolgimenti di strumenti esaltante e il pezzo scorre potente, senza farci mancare quelle sorprese musicali che saranno una costante di tutti i brani dell'album. Si prosegue col mio Albert di prima. Albert, the Android è una canzone seducente e sinuosa vestita di un attillato abito rock. L'interpretazione di Jessica è accattivante quanto coinvolgente. E poi si aprono tutti i pori della pelle per percepire con sesti e settimi sensi tutta la dolcezza e la gentilezza che Tomorrow si porta dietro e l'odore dei colori prende il sopravvento. Il viaggio nell'era delle macchine di un uomo, la cui stessa identità umana è messa in dubbio dal rapporto simbiotico, se non addirittura di sottomissione, che ha con le macchine, prosegue con Update e non poteva essere altrimenti. Un pezzo fatto di variazioni sul tema che gode di picchi di tonalità sia alti che bassi. Un ulteriore conferma del talento e dell'eclettismo degli Zeroth che sembrano pogare tra le righe del pentagramma. Tra speranza ed un accennato fatalismo il disco si chiude con I'll Change the World e ancora la contaminazione riesce grazie all'abilità degli Zeroth di saper mantenere in equilibrio tutta quella musica che li ha emozionati fino ad ora. Silenzio, tocca a te. E nel silenzio le note suonano ancora nel mio cervello. In poco meno di mezz'ora ho goduto di potenza, seduzione, dolcezza, fatalismo, riflessione... e ora le mie dita mi guardano, sembrano chiedermi di smetterla con le parole e le orecchie, cuore e cervello, stomaco, le viscere tutte sembrano essere d'accordo con loro. Ne vogliono ancora. Basta parole, vogliono musica. Vogliono The Age of Mechanical Machines, vogliono Zeroth!

P.S.


E io lo rimetto...


lunedì 15 ottobre 2018

Max Rock Polis intervista Jerry Cutillo a seguito del rilascio dell'album degli OAK, "Giordano Bruno"




OAK, “Giordano Bruno”. Un'Opera rock che torna nel passato
Trascrizione dell’intervista radiofonica realizzata da Max Rock Polis con Jerry Cutillo

Nella propria vita può capitare di essere colpiti e affascinati completamente dalla storia e vicende di personaggi realmente esistiti. Al punto tale da voler rendere proprio questo racconto, da volerlo rielaborare per renderlo artisticamente ancora più affascinante. Se ai testi ci aggiungiamo la musica adatta il gioco è fatto, se poi chiamiamo tanti ottimi amici artisti a darci una mano si va ancora più in là. È ciò che ha fatto Jerry Cutillo con “Giordano Bruno”.

Siamo qui con Jerry Cutillo. Allora, “Liber in Tiberi”: Giordano Bruno che getta questo libro nel Tevere dopo che ha visto le meretrici e gli uomini di chiesa che sbavano loro dietro, che le toccano.
“Sì è la delusione che proviamo tutti noi quando speriamo in qualcosa e poi ne veniamo delusi, inevitabilmente. È un tema molto ricorrente di questi tempi.”

E lui aveva proprio portato il suo libro al Papa, però ha visto quella scena. Giordano Bruno ha una storia che ha affascinato te e poi sei riuscito ad affascinare David Jackson, portandolo a Campo de' Fiori sotto la statua di Bruno, e l'hai coinvolto in questo progetto.”
“Mah, la cosa più bizzarra è che comunque quella visita alla statua di Bruno in piazza Campo de' fiori, insieme a David Jackson e anche a Martin Allcock, avvenne nel 2011, quindi di “Giordano Bruno”, parlo dell'opera, ancora non si sapeva nulla. Queste sono le cose che fanno piacere, qualche sogno che uno tiene nel cassetto e che poi riesce a realizzare, quindi sì, il vero successo per quanto mi riguarda è questo qui.”

Io mi sono veramente stupito, ma in che lingua canti questa canzone “Liber in Tiberi”?
“In latino, che comunque è stata una lingua sfortunata perché perse, come il francese in seguito, la battaglia contro l'inglese che ormai impera. La storia è fatta di tanti fati, tante casualità, e a quel tempo il latino era la lingua più parlata in Europa, nel vecchio mondo, perché l'America era appena apparsa.”

Ma ci sono canzoni in altre lingue, non è un album tutto in latino. Ad esempio?
“C'è il tedesco. “Wittenberger Fuchstanz”, la volpe di Wittenberg, che è una città della Sassonia, dove Giordano Bruno ha insegnato alla locale università per 2 anni.”

Tu conosci a memoria la storia di Bruno, perché se riesci a coinvolgere altri musicisti a questi livelli la sai bene. Ma da dove nasce il fascino di Giordano Bruno per te?
“Mah, sai, quella statua è una figura che ti mette inquietudine, però non è soltanto quello. La mia storia forse è legata alla piazza di Campo de' Fiori, quando io avevo un anno e il mio papà mi pulì alla fontana di fronte al cinema Farnese, per cui c'è sempre questo alone di familiarità in quel posto. Non conoscevo molto la storia di Giordano Bruno fino al momento che decisi appunto di approfondirla, comprai tanti di quei libri che potevo farne un castello. Passai l'estate tra i volumi sulla vita di Giordano Bruno per poi prenderli e buttarli come fece lui col suo libro dono per Pio Quinto, che poi non gli arrivò perché lo buttò prima. Comunque ecco, per farla breve, stanco di tutte queste storie incrociate, alcune anche poco simpatiche rispetto alla figura di Giordano Bruno, ho scelto la fantasia. Quindi ho la mia interpretazione di alcuni fatti in base ovviamente alla conoscenza degli stessi, insomma ho fantasticato.”

Ma in “Wittenberger Fuchstanz” non c'è solo la tua voce. Di chi altri?
“È quella di Jenny Sorrenti dei Saint Just. Lei fa la volpe, ma lei è una di quelle persone che sai già quello che faranno e sai con certezza che ok, lo faranno bene perché era già successo. Nell'album “Viandance” c'era “My own man”, dove lei verso il finale si è prodotta in una strofa, così, di sana pianta. Adesso non vi cito tutta la storia del brano che è lunghetta, è un brano dedicato a mio padre che era scomparso di recente, mio padre di origini campane quale io sono, e lei appunto cantò in dialetto napoletano queste strofe.“


Ma quanti ospiti hai avuto in questo album?
“Tanti, non c'ho la lista però mi ricordo di David Jackson, Valentina Ciaffaglione e Jenny Sorrenti come cantanti, poi Shanti Colucci e Guglielmo Mariotti Pirovano in concerto con me al Planet il 18 febbraio per il release party.  Io e te discutevamo sull'importanza di avere un gruppo e sul significato di gruppo che si può dare ai nostri giorni. Senza fare storia della musica, negli anni addietro per gruppo si intendeva un insieme di persone che dividevano e sostenevano tutto all'interno di esso, vale a dire spese, oneri, successo, risultato etc. Ora, ahimè, di gruppi così non ne vedo più: ci sono musicisti che suonano con te e con altri, o stanno con te fino a quando il gioco vale la candela, altri sono dei session man rinomati e danno il loro contributo, ma non c'è più il gruppo come una volta. Questo però non deve spaventare ma deve orientarci verso un futuro che non è più quello a cui eravamo abituati: ad avere capi di progetto più che gruppi.“

Io so che a David Jackson la canzone “Circe” piace molto, mi ha detto che ha un'armonia complessa.
“Sì, in “Circe” sul finale c'è Anna Maria Manzi che fa dei vocalizzi molto brevi. Ringrazio David per i suoi complimenti. Dai tempi di “Shaman feet”, quando andammo a registrare a Banbury in Inghilterra, lì già era scattata questa empatia, questa connection tra noi.”

Se uno volesse il CD e gli LP di “Giordano Bruno” che sono usciti, come potrebbe fare per averli?
“Negli LP trova anche il CD, ma solo per il CD si deve rivolgere a Iaia De Capitani, la distributrice con la quale ho firmato il contratto discografico. Lei lavora per Aereostella, la stessa casa della PFM. Mi ha detto che per lei questo è un lavoro particolare e quindi il formato deve essere unito, un doppio LP incluso il CD. Poi c'è il download digitale, si può acquistare in numerosi digital store, ho una lunga lista. Ma di commercializzazione io non ne so molto, forse non interessa chi ascolta in chiave “Giordano Bruno”, ma in effetti nell'85-86 ebbi una canzone [“We just” con lo pseudonimo Moses, ndr] disco d'argento che fu pure la sigla di Discoring e scalò le classifiche europee, in particolare in Olanda andò al numero uno, e io come un pirla invece tornai sui miei passi un pò deluso da tutto il baraccone mediatico che si era messo in moto, sono tornato sui miei passi per fare, diciamo, la fame [ride. ndr]. Quindi non prendete spunto da me se volete diventare ricchi col la musica [ride. ndr].”

Magari per diventare ricchi con la musica bisogna fare quello che altri dicono di fare, e non seguire le proprie aspirazioni, le proprie idee e le proprie canzoni. Bisogna fare quello che fa vendere.
“Ci riflettevo: fare musica oggi è come aprire un negozio di CD, il fallimento è assicurato. Però, domanda: perché qualcuno continua a farla, con esperienza, con il cuore, con sacrificio? Probabilmente perché è una missione, però ci ritroviamo soli, in solitario.”

Hai fatto questo lavoro in più lingue: italiano, latino, inglese, tedesco. Come mai questa varietà?
“Perché una delle prerogative di Giordano Bruno sono state sicuramente i suoi viaggi, è stato un perseguitato continuo per cui ha cercato di cambiare aria, di mettersi alla prova in altre situazioni. Dal convento di Napoli lui si trasferì in un primo momento a Roma, poi ne è fuggito, è stato a Ginevra, a Parigi alla corte del re Enrico terzo, è stato a Londra ospite nel palazzo di sir Philip Sidney, per poi andare anche a scontrarsi con i dottori di Oxford, dell'università di Oxford, molto bigotti a suo dire. Poi è andato in Germania, è stato un lungo peregrinare e per fortuna che l'America era ancora una terra vergine, perché sicuramente sarebbe emigrato lì.”

Quanto tempo ci vuole per tirare fuori un'opera così complessa?
“Dipende da quanto ci lavori, io ci ho messo un anno e mezzo. Conosco gruppi che ci mettono 7 anni per fare un album, io in effetti mi sono trovato anche in difficoltà perché ho visto delle persone veramente imbarazzate dietro a questo risultato ottenuto in non molto tempo. Quando componi, lavori a qualcosa in un progetto che hai nella mente, hai il terrore di non poterlo portare a termine, per cui il tempo si dilata, si altera, la percezione dei minuti cambia, e io non avrei trovato pace fino a quando non avessi finito questo lavoro insomma. Ringrazio Dio che mi ha dato la forza di portarlo a termine, perché ne sono orgoglioso.”

Non è stato per niente facile, capisco. Raccontare una storia, una Prog Opera in questo modo va aldilà del concept album, è di più. Come fare in 70 minuti a raccontare tutto quanto? Parliamo di “Danse macabre”.
“Sì, bisogna avere uno spirito analitico. Il compositore di“Danse macabre” è francese, Camille Saint-Saëns.”

Qui sei tu che ci suoni il flauto, anche dal vivo col tuo mantello svolazzante.
“Ahimè presentare dal vivo qualsiasi progetto musicale diventa sempre più difficile, perché ci vuole competenza, ci vogliono i mezzi e quindi i soldi, perché la professionalità costa e si paga a caro prezzo. Sono contento che sia piaciuto lo spettacolo e ringrazio tutti, però posso garantirvi che il gruppo era al trenta, trentacinque per cento [non essendo tutti di Roma, ndr], c'è una discrepanza tra questo genere musicale e il fatto di non provare abbastanza, perché il Prog fa rima con prove, prove, prove… chiaro che non si parla di gruppo anche per questo motivo, perché se le prove non le fai non si può parlare di gruppo, che ha bisogno di coesione e sudore condiviso. Quando non c'è, o c'è ma per un periodo troppo breve, è sicuramente insufficiente. Ma noi, i musicisti italici, siamo straordinariamente preparati e quindi cerchiamo di mandare avanti la baracca anche con i pochi mezzi a disposizione.”

Parliamo del tuo progetto OAK, quercia, acronimo di Oscillazioni Alchemico Kreative.
“La mia concezione di gruppo è un pò quella frippiana, Bob Fripp [ride, ndr] parlava dei King Crimson quasi come un'entità astratta, dove nessuno aveva bisogno di dire nulla perché si dava per scontato che le cose sarebbero andate comunque. Bob Fripp e i King Crimson forse sono la stessa cosa, ma ci sono tanti esempi di nuclei artistici che non fa alcuna differenza chiamarli con nome o cognome o il nome della band, perché quello che importa è la musica e quello che riescono a produrre. Poi sai, su certe cose anche per generosità uno parla al plurale, però la verità rimane. Io gli OAK insisto a definirlo un gruppo perché mi piace proprio il concetto di gruppo, perché è soltanto insieme che si possono fare le cose, che si può cambiare il mondo, però ovviamente, ripeto, la concezione di gruppo è molto cambiata rispetto al passato. Sono sicuramente a favore di un gruppo aperto, in effetti i partecipanti a questo album sono talmente numerosi che è anche difficile per me elencarli tutti, ma tutti hanno dato il loro contributo, sono stati risolutivi e quindi ringrazio tutti e do appuntamento a loro ma anche ad altri per la prossima opera.”

Hai già qualche progetto.. Jerry Cutillo ha qualche idea per il futuro?
“Da questo punto di vista mi sento molto beatlesiano: i Beatles non facevano concerti ma soltanto dischi capolavoro. Però certo c'è questo animale dentro che mi trascina sempre sul palchi umidi, sudici e quant'altro [ride. ndr]. Quindi la mia natura da Rock'n'roll animal è sempre in contraddizione con quella di uomo di studio.”

Però a te piace molto fare musica e la stai continuando a fare anche in progetti collaterali, anche per conto tuo, ad esempio accompagnando Carlo Massarini.
“Sì queste sono tante piccole soddisfazioni perché io ho cominciato a suonare ascoltando le trasmissioni radiofoniche di Cascone e Massarini, quindi parlo di Popoff, Supersonic, Per Voi Giovani, e poi c'è anche Maurizio Baiata. Io ho cominciato ad ascoltare il Prog e il Rock leggendo Ciao 2001 e lui scriveva lì. Sono testa a testa con lui perché abbiamo veramente una buona unione, e lui mi ha suggerito a Carlo Massarini per questa sorta di juke-box all'idrogeno che presenteremo, questo “Absolute Beginners” che è l'ultimo libro scritto da lui, che sarà anche cantato e suonato da me. Quindi fa parte un po' di quel progetto multimediale di interazione tra varie discipline.”

Che cos'è un'oscillazione alchemico creativa?
“Beh, l'oscillazione del pendolo, qualcosa che non sta mai fermo. Alchemiche perché comunque l'alchimia significa che tu provi a mettere un pizzico di quello e un pizzico di questo, e no sai ancora quello che uscirà. Creative perché è un processo il più creativo che possa esistere, anche perché oak, quercia, è un nome talmente banale che ho scoperto un po' negli anni che è come dire Coca Cola. Nei paesi di stampo anglosassone è super inflazionato: royal oak, golden oak, ce n'è per tutti i gusti. Quindi mi è sembrato giusto differenziare un po' il discorso e quindi farlo diventare un acronimo, possiamo pronunciarlo all'italiana.”

È previsto qualche video, lyrics video?
“Intanto abbiamo il materiale del concerto, buon materiale, e qualcosa di girato da un regista tedesco che qualche mese fa è venuto qui, siamo andati sulla spiaggia di Castel Fusano con la telecamera, poi siamo andati al lago di Martignano, quindi dobbiamo soltanto assemblare le cose per benino e sicuramente fare qualcosa che duri poco, perché non c'è più tempo per sedersi e vedere o ascoltare qualcosa, bisogna veramente fare in frette, bisogna sbrigarsi. Io francamente ho i miei dubbi che questo porterà l'umanità a qualcosa di buono ma forse soltanto a qualcosa di superficiale. Però bisogna dimostrare a noi stessi di saper stare al passo con i tempi e i tempi corrono.”

Ma è l'ora dei saluti. Grazie a te Jerry per essere stato qui con il tuo “Giordano Bruno”.
“Grazie a te, arrivederci, ciao a tutti.”

giovedì 11 ottobre 2018

Monjoie – “And in thy heart inurn me”, di Max Rock Polis



MonjoieAnd in thy heart inurn me”
Lizard Records
Di Max Rock Polis

Chi conosce l'inglese, alla prima occhiata non potrà non interrogarsi sul significato del titolo di questo album dei Monjoie: “And in thy heart inurn me”, a meno di non avere buone reminiscenze di studi liceali, in cui si ricordano certe forme in inglese arcaico di qualche centinaio di anni fa. Quel “thy” parla abbastanza chiaro e basterebbe da solo per intuire diverse cose sul lavoro dei ragazzi savonesi. Proviamoci insieme: se thy può essere ricordato come your, inurn è meno immediato: ha il senso di bury, seppellire, e infine la costruzione della frase col verbo in fondo fa subito pensare a una poesia di un autore classico. Leggere i titoli delle canzoni serve solo da conferma: in questo album c'è un deciso accostamento alla letteratura inglese del '700-'800.

Il libretto del CD, uscito per Lizard Records, conferma che i testi delle quindici canzoni sono tratti da poesie di William Blake, William Wordsworth e John Keats, tre dei maggiori poeti romantici inglesi. Il contenuto sonoro non tradisce le aspettative e gli umori che si vengono a creare dalla semplice lettura dei testi, tutti inseriti nel libretto.
Si comincia a capire perché assieme ai bravi Alessandro Brocchi alla voce, Valter Rosa alle chitarre, Davide Baglietto a vari fiati, Alessandro Mazzitelli alle tastiere c'è una lunga lista di musicisti:  Daniele Marini al piano, Fabio Biale al violino, Giampiero Lo Bello a tromba e flicorno, Edmondo Romano al clarinetto basso, Lorenzo Baglietto al sax contralto, Federico Fugassa al contrabbasso, Roberto Rosa e Ivan Ghizzoni al basso, Leonardo Saracino, Davide Bonfante e Nicola Immordino alla batteria.



Come nota particolare del CD, come lo stesso Mazzitelli ci racconta, in occasione dell'avvicinarsi del loro ventennale sono stati chiamati all'opera tutti gli ex bassisti e batteristi del gruppo.

Ricapitoliamo: testi tratti da poesie romantiche inglesi e strumenti più acustici che elettrici. Se adesso ci aspettiamo da loro un Art Rock di atmosfera e classe, mettiamo il CD sul lettore per scoprire quanto ci siamo andati vicini.

Nel brano di apertura “The world is too much with us”, si possono sentire subito degli umori autunnali, la bella e profonda voce di Alessandro viene accompagnata da assoli di flauto e flicorno.
Stessa atmosfera nel secondo “I cannot exist without you”.
Il terzo invece, “Ah sunflower”, nasce con voce e piano, e si apre pian piano agli altri strumenti, mentre l'incedere ritmato rimane sempre lento.
Anche nel quarto, “London”, i toni rimangono romantici, in tema con i testi poetici dei tre autori inglesi, ma senza mai annoiare, perché Alessandro è capace di ben mescolarsi agli assoli dei vari fiati, di alzare le ottave e con esse l'intensità del brano.
The day is gone” dopo l'apertura di piano diventa quasi una marcia allegra, e gli assoli di ocarina contribuiscono a un mood più arioso e vivace. La malinconia amorosa ritorna subito dopo, in varie colorazioni, con le successive canzoni dove si alternano pianoforte, archi, fiati e synth a variare gli scenari musicali.
Accade anche quello che non ti aspetti dal richiamo alla solitudine di “O solitude”, dove questa è trascritta in piano, synth e una batteria in evidenza, finché a un certo punto il ritmo cede a una parte centrale molto più rilassata, che poi torna battente per il minuto finale.
E così l'album va avanti fino alla fine con la più sostenuta “The human abstract”, e chiude con un trittico che riapre il filone malinconico, come nella particolare “A slumber did my spirit see”, con solenni rintocchi di campana, fino all'ultima “Eternity auguries of innocence” dove ai dominanti voce e piano si riapre per un attimo l'orchestrazione collettiva, per poi lasciare ancora al pianoforte la chiusura del brano e del CD.

Alla fine si vede come l'idea di farsi ispirare da testi romantici abbia ben pagato. I ragazzi sono partiti in due: il cantante Alessandro alla voce e Daniele al pianoforte, e poi affiancati dagli altri membri dei Monjoie hanno avuto la bravura di mettere su arrangiamenti per un vero e valido ensemble di artisti, capace di trovare lo spirito giusto, di autunnale malinconia e calda atmosfera, adatto al tema poetico e in sintonia con gli argomenti. Il lavoro risulta così uniforme seppur vario, molto godibile, che si presta ottimamente per un ascolto anche  approfondito e calmo, per coglierne tutti i differenti aspetti e umori.

Come detto, si possono trovare tutti i testi delle poesie nel libretto del CD, e visto che non stiamo parlando di brani veloci e difficili da seguire, una lettura mentre si ascoltano le varie canzoni può essere un'esperienza interessante da fare per entrare ancora di più nell'aria che si respira per tutto il lavoro dei Monjoie.
Il titolo del loro album, come si può intuire, è tratto da una delle poesie musicate: “You say you love” di Keats.

Alla fine abbiamo un Art Rock contaminato, un ispirato Chabmer rock venato di Jazz e Folk, qualcosa di artistico, elaborato, raffinato, avanguardista. Pensiamo che a questo punto abbiate tutti gli elementi per valutare se vi può piacere la loro proposta: sicuramente sì, se cercate qualcosa di diverso dal solito e musica di qualità.



Monjoie - And in thy heart inurn me

01 - The World Is Too Much With Us
02 - I Cannot Exist Without You
03 - Ah Sunflower
04 - London
05 - The Day Is Gone
06 - You Say You Love
07 - The Sick Rose
08 - O Solitude
09 - Introduction
10 - To Sleep
11 - Daffodils
12 - The Human Abstract
13 - A Slumber Did My Spirit Sea
14 - Never Seek To Tell Thy Love
15 - Eternity Auguries of Innocence

mercoledì 10 ottobre 2018

PFM e Arti & Mestieri: accadeva nell'ottobre del 1974

PFM on stage 1974

Ottobre 1974, parte il Tour della Premiata Forneria Marconi con gli Arti & Mestieri, gruppo "supporter".
La PFM era agli "albori", e per il gruppo torinese di Beppe Crovella & Co. fu l'occasione per farsi conoscere dal grande pubblico.
Di tutto un Pop…
Wazza

 Arti & Mestieri  1974

«La nostra casa discografica era la Cramps, la guidava Franco Mamone, che era anche il manager della Premiata Forneria Marconi. Fu lui a scegliere gli Arti & Mestieri come gruppo spalla da far scoprire allItalia». 

Nel racconto del primo viaggio cè tutto lo spirito di quel periodo: «La tournée iniziava da Palermo, così partimmo in furgone, un Transit, verso la Sicilia. Viaggiamo dalle 22 del sabato sera alle 10 del lunedì mattina; alle 17 siamo sul palco del teatro per il primo dei due concerti del giorno. Nelle sale si faceva la doppia, mentre nei palazzetti dello sport la serata era unica».
Era il 1974, e sulla mappa di un tour del genere non poteva mancare il Palasport del Parco Ruffini, dove il gruppo di Crovella fece gli onori di casa e il pubblico straripava: «La capienza era intorno ai seimila spettatori, ma quella sera erano novemila. Il rock cosiddetto progressive andava forte in Italia, più che in altri paesi». 



Lo confermarono alcuni incontri ravvicinati che gli Arti & Mestieri ebbero in quel periodo: «I Gentle Giant a Torino restarono a bocca aperta, in Inghilterra erano abituati a esibirsi in club da 300 persone, qui si trovarono di fronte una marea di migliaia e migliaia di fan».
Gli stranieri si passavano la parola, a volte le loro tournée italiane partivano da spazi periferici, per poi dilagare al secondo giro. «I Genesis, per esempio, li vidi la prima volta alla Rotonda di Cuorgnè; i concerti successivi avrebbero riempito allinverosimile il solito Palazzetto».
Con le prime contestazioni: «Gli autoriduttori iniziarono a farsi sentire a metà decennio, eppure per le band anglosassoni lItalia restava una meta privilegiata grazie ai numeri da capogiro degli spettatori che accorrevano ad ascoltarli». 
Tra Arti & Mestieri e PFM i rapporti erano ottimi: «Lappuntamento sicuro era per mangiare tutti insieme nel dopo concerto, ma prima di ogni show Franz Di Cioccio veniva nel nostro camerino a chiacchierare. Per noi inoltre era molto istruttivo lavorare con i loro tecnici, gli inglesi della Manticore, letichetta di Emerson, Lake & Palmer. Andammo vicini a firmare un contratto del genere anche noi, ma i management non si accordarono».  

Oltre che di tecnici, era una questione di strumenti: «Una volta il loro tastierista Flavio Premoli mi fece adoperare il suo organo, unaltra capitò che lasciarono uno strumento prezioso, il Mellotron, al Teatro Valdocco. Anni dopo, quando dopo un periodo di silenzio riformammo gli Arti & Mestieri, andammo a cercarlo, ma non cera più». Resta in rete una puntata di Speciale per voi, di Renzo Arbore, in cui il popolare showman mostra lo strumento della PFM e ne illustra il funzionamento. 
La simbiosi tra le due formazioni avrebbe fruttato anche allestero: «Debuttammo con la Pfm laggiù, piacemmo e da quella serata scaturirono altri tre tour degli Arti & Mestieri».

Beppe Crovella




lunedì 8 ottobre 2018

Steve Hackett: era l'8 ottobre del 1977, di Wazza


Chissà se nel 1977 esisteva il termine "mobbing"!
Il buon Steve Hackett lasciò i Genesis l'8 di ottobre del 1977, sembra a causa di discriminazioni e frustrazioni.
I brani che aveva scritto per l'album "Wind & Wuthering" vennero scartati, o accantonati per altre pubblicazioni...
"Please do not touch" non venne presa in considerazione,"Iside and Out" venne pubblicata nel EP "Spot the Pigeon", l'unico brano incluso, "Blood on the Rooftops", non venne mai suonato dal vivo!
Una settimana prima dell'uscita di "Seconds Out" Hackett decise di lasciare la band.
Sembra che il suo maggiore antagonista fosse... non vi dirò il nome ma suonava le tastiere!
Di lì in poi Steve iniziò una fortunata carriera da solista... e ancora raccoglie consensi.
Di tutto un Pop!
Wazza

 Genesis, 1977

"Sentivo che i Genesis stavano diventando ripetitivi - ha raccontato Steve ad Armando Gallo in ”Genesis: I Know What I Like” - e sapevo che per esprimere al meglio me stesso sarei dovuto uscire dal ruolo che avevo nella band. Il problema era che la sicurezza economica stava portando a un impoverimento spirituale e mi stava uccidendo suonare giorno dopo giorno gli stessi brani".


"Mi crea qualche imbarazzo dire che non mi ero proprio accorto di quanto infelice fosse stato Steve per la maggior parte del tempo in cui fu membro del gruppo - ricorda Mike Rutherford nella sua autobiografia The Living Years . Non eravamo propriamente gli individui più sensibili del mondo e Steve era una  persona abbastanza riservata, come tutti noi del resto, ma pensavo comunque che si divertisse. (...) Nella mia personale scala Richter, la perdita di Steve non fece registrare scosse paragonabili a quelle di Ant o Pete".


"In questo periodo diventa evidente anche la frustrazione di Steve - racconta Phil Collins nella sua autobiografia “No, non sono ancora morto -. Ha pubblicato il suo album da solista, ma invece di diminuire la pressione lha aumentata. Vuole avere più canzoni sue negli album dei Genesis. Quello che per me è positivo si rivela negativo per lui: la nuova configurazione dei Genesis ha inaspettatamente aperto nuove strade di composizione dei pezzi, e mentre io mi sento sempre più sicuro come autore, Steve non riceve ancora lo spazio creativo che pensa di meritarsi. (...) Ma se siamo sopravvissuti alla perdita di un cantante, siamo in grado di sopravvivere a quella di un chitarrista. Continuiamo, imperterriti, con Mike che ci dà dentro sia al basso sia alla chitarra solista".

sabato 6 ottobre 2018

Giuseppe Buscemi: fuga di talenti, di Wazza



Oltre ai "cervelli" sembra che anche i bravi musicisti fuggano all'estero.
Vi voglio segnalare questo giovane chitarrista di Alcamo, Giuseppe Buscemi, che ha inciso un album e fatto un tour in  America nella primavera scorsa.
All'estero mandiamoci i nostri prodotti tipici. 
I cervelli, le risorse umane, le eccellenze, facciamo in modo che rimangano qui!
Buon ascolto…
Wazza


Giuseppe Buscemi

“Ho avuto occasione di conoscere e ascoltare in Accademia Giuseppe Buscemi. È un musicista di rare qualità professionali e umane. Sono rimasto colpito dalla profondità e dalla ricerca di fraseggio che Giuseppe è capace di rendere in musica con il proprio strumento. Certamente ci troviamo di fronte a un talento di primissimo ordine, che ha in sé tutte le caratteristiche per affrontare la difficile carriera del concertista.”
Franco Scala


Giuseppe Buscemi, classe 1992, già allievo di Baldo Calamusa, si è diplomato sotto la guida di Giovanni Puddu presso il Conservatorio "A. Corelli" di Messina con il massimo dei voti, Lode e Menzione Speciale d'Onore. Ha poi proseguito con il Biennio di II livello ad indirizzo concertistico-interpretativo presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” di Caltanissetta, terminando anch’esso con il massimo dei voti, Lode e Menzione Speciale d'Onore.
Ha frequentato masterclass e corsi di perfezionamento chitarristici con M. Mela, L. Micheli, G. Bandini, A. Gilardino, O. Ghiglia, M. Dylla, F. Zigante e D. Bogdanovic, sempre coniugandovi il confronto con prestigiose scuole d’interpretazione di matrice pianistica (F. Scala, R. Cappello, A. Lucchesini, P. De Maria), violinistica (D. Nordio, F. Manara), violoncellistica (M. Chen) e flautistica (A. Oliva). A suggello di tale percorso formativo è stato ammesso al corso di musica da camera di Nazzareno Carusi presso l’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, diplomandosi nel luglio 2017.

Invitato da note stagioni concertistiche come quelle dell’Accademia di Musica di Pinerolo e dei “Mikrokosmi” di Ravenna, ha suonato in prestigiosi teatri italiani come il “V. Bellini” di Catania, il “L. Pirandello” di Agrigento, il “G. Garibaldi” di Enna e il “D. Alighieri” di Ravenna. 


Ha recentemente inciso il suo primo disco solistico, intitolato “Come, heavySleep” e distribuito da DotGuitar, interamente incentrato sui capolavori del ‘900 scritti da F. Martin, B. Britten, M. de Falla e Joan Manén.
Grazie alla vittoria del concorso internazionale “IblaGrandPrize” ha tenuto una tournée di concerti negli Stati Uniti terminata con un’esibizione alla Carnegie Hall di New York.
Ha vinto inoltre il primo premio assoluto in diversi concorsi nazionali ed internazionali, sia come solista che in formazione cameristica. Fra questi: Concorso Nazionale “Benedetto Albanese”, Concorso Internazionale “IncontrArti Music Award”, Rassegna Musicale Nazionale “Giovani Esecutori” (sia come solista che in duo con il flautista Leonardo Augello), Concorso Internazionale “Giuseppe Raciti” (sia come solista che in duo con il flautista Leonardo Augello), Concorso Nazionale “Placido Mandanici” (Primo premio Assoluto e Premio Speciale Orchestra), 35° Concorso Nazionale A.M.A. Calabria (Primo premio Assoluto nella sezione solistica e di musica contemporanea), Concorso Nazionale “Primavera fra le corde” (Primo premio Assoluto nella sezione solistica e di musica contemporanea), Concorso Internazionale “Eliodoro Sollima”, MusicalMuseo International Competition, International Competition “G. Campochiaro” (in duo con il pianista Gianni Bicchierini), 25° Concorso Internazionale “Anemos”.

È docente di chitarra presso l’Istituto Comprensivo “F. Vivona” di Calatafimi-Segesta e suona una chitarra in abete del liutaio catanese Guido Di Lernia.



Proposte concertistiche di Giuseppe Buscemi

Proposta n. 1: Chitarra sola
Manuel De Falla: Homenaje pour le Tombeau de Debussy
Johann Sebastian Bach: Suite BWV 997 (Preludio, Sarabanda, Giga)
Frank Martin: QuatrePiecesBreves
Mario Castelnuovo-Tedesco: “Francisco Goya y Lucientes, Pintor” e
“Elsueño de la razon produce monstruos” dai 24 Caprichos de Goya
Mauro Giuliani: Rossiniana n. 2 op. 120
Roland Dyens: Fuoco

Il programma può essere variato sulla base di eventuali richieste


Proposta n. 2: Duo Chitarra - Flauto traverso
Astor Piazzolla: Café 1930
Mauro Giuliani: Gran duo concertante op. 85
Niccolò Paganini: Sonata concertata op. 61
Jacques Ibert: Entr'acte
Vittorio Monti: Csàrdàs

Proposta n. 3: Duo Chitarra - Pianoforte
Manuel Maria Ponce: Sonata for Guitar and Harpsichord
Mario Castelnuovo-Tedesco: Fantasia op. 145
Hans Haug: Fantasia pour guitare et piano
Mauro Giuliani: Concerto per Chitarra e Orchestra op. 30 in La Maggiore

Proposta n. 4: Concerto per Chitarra e Orchestra o quartetto d’archi
Leo Brouwer: Tres DanzasConcertantes
Mauro Giuliani: Concerto per Chitarra e Orchestra op. 30 in La Maggiore


Contatti:

Cellulare: (+39) 340 282 6969





venerdì 5 ottobre 2018

Racconti SottoBanco... Quando il BANCO andò in tour con i Gentle Giant


maggio/giugno 1976 i "grandi", anzi, "grandissimi" Gentle Giant sono in tour in Italia; David Zard, all'epoca manager del Banco Del Mutuo Soccorso, strappa un contratto per fare un tour europeo come supporter del gruppo inglese.

Lo scopo è anche quello di promuovere i due LP della Manticore, usciti qualche tempo prima: una volta le promozioni non era immediate come ora, i tempi erano più lunghi!
Il tour "doveva" partire il 17 settembre da Gothemburg, in Svezia (se andate su internet, ci sono anche i biglietti!), per altre tre date, ma furono annullate!

Ufficialmente il tour europeo dei Gentle Giant + Banco parti il 20 settembre 1976 da Kiel (Audimax), nella Germania Ovest (all'epoca c'era il muro!)
Il Banco affronta questo tour con "rispetto" verso i Giganti inglesi, ma non con "timore" di confronto, tant'è che riscuotono un eclatante successo, sottolineato anche dai numerosi fans che urlavano il loro nome!


Il 21 erano ad Amburgo  (Musikalle). La data successiva del 22 a Berlino (Philharomie) fu cancellata perchè il teatro era occupato dall'orchestra di Von Karajan (Francesco Di Giacomo, andò a vedere il concerto...), il 23 erano a Dusseldorf (Philipshalle), e i Gentle Giant registrano alcuni brani che poi finirono nel doppio live "Playng in the Fool"..., 24 settembre Mannheim (Rosengarten Mauesensaal), il 25 a Monaco (Circus Krone), e qui succede l'imprevedibile. Per contratto il Banco non poteva eseguire dei bis durante le loro esibizioni, ma il pubblico fu entusiasta della loro performance e chiese in modo molto "rumoroso" il bis; Darek Shulman forse ricordando che la stessa cosa accadde a loro quando facevano da "spalla" ai Jethro Tull nel 1972, concesse al Banco di fare il bis, anche nei successivi concerti del tour! Il 27 Settembre la data di Ulm (Donauhalle) fu annullata per dispersione di corrente (!!) e il 28 a Offenbach (Stadthalle) si chiudeva il tour il in Germania Ovest, 30 settembre in Svizzera, precisamente a Zurigo (Volkshaus), per proseguire poi il 1 ottobre a Neuchatel, e il 2 ottobre a Vaduz nel piccolo stato del Liechtenstein; questo breve ma intenso tour Europeo si concludeva il 5 ottobre a Parigi (Pavillon de Paris), e anche qui i Gentle Giant registrarono per il loro album live.



Fu un'esperienza esaltante per il Banco del Mutuo Soccorso, che ebbe l'opportunità di poter dimostrare il suo valore anche in Europa; si racconta che Francesco, viaggiasse con il camion dei tecnici per andare in "avanscoperta" e vedere le location.  Marcello Todaro (in qualità di fonico) racconta che assieme a Augusto Proietti (tecnico delle luci), viaggiò con la vecchia Mercedes diesel di Renato D'angelo (con sottofondo di Tubular Bells, magari in stereo 8!), che si ruppe a Trento, e fu riparata lì prima di ripartire per Amburgo.


Gianni (Nocenzi), ricorda che la cosa che lo impressionò di più fu il cielo livido e le montagne di container, appena arrivati al porto di Amburgo!
Sono passati quasi 40 anni ed i ricordi sono un pò annebbiati, rimane questo connubio tra due mostri sacri del prog internazionale, due "giganti" e... beati quelli che hanno potuto assistere ad uno di questi concerti! (io ero militare in Friuli !!!)
Wazza