Il 10ottobre del 1969 usciva per la Island Records “In the Court of the Crimson King”, primo album
in studio dei King Crimson.
È generalmente considerato uno dei
più grandi album del rock progressivo: la musica in esso contenuta travalica,
secondo i critici, i confini del rock e attinge dal jazz e dalla musica
classica, costituendo comunque un ponte tra generi diversi.
Qualcuno ha scritto che l’album “… potrebbe
essere l'album di rock progressivo più influente mai pubblicato…”.
Nuovo album - “Godbluff” - e tour in UK per i Van der Graaf Generator, nell’ottobre del 1975.
Di tutto un Pop…
Wazza
Estate 1975: eravamo a Londra quando
ci capitò di leggere della ricostituzione della formazione originale di uno dei
nostri gruppi preferiti in assoluto, i Van Der Graaf Generator. E non solo: il
quartetto stava effettuando alcuni concerti sul Continente. Si immagini la
nostra sorpresa quando scoprimmo che giusto in quel momento il gruppo era
impegnato a fare concerti... in Italia! (E visto che parliamo di tempismo:
quell'estate fu l'unica volta in cui gli Henry Cow suonarono nella nostra città
- ovviamente mentre noi eravamo altrove.) Cercammo (invano) di superare il
nostro disappunto. In effetti questo riformarsi appariva alquanto strano -
esattamente allo stesso modo in cui aveva destato sorpresa la notizia che il
gruppo era sul punto di sciogliersi, tre anni prima: cioè a dire nel momento in
cui un seguito devoto, concerti entusiasmanti e una progressione brillante di
eccellenti album di studio - The Least We Can Do Is Wave At Each Other ('70), H
To He, Who Am The Only One ('70) e Pawn Hearts ('71) - sembravano annunciare
un'imminente esplosione commerciale.
Ma fummo fortunati: assistemmo
infatti al concerto londinese tenutosi al New Victoria Theatre il 30 agosto.
Conosciuto per il suo procedere non ortodosso, il gruppo iniziò il concerto
nella quasi totale oscurità, con un sottile e solitario flauto a scandire
l'introduzione di The Undercover Man, brano d'apertura di un album ancora non
pubblicato, Godbluff. Se ben ricordiamo il nuovo album fu eseguito nella sua
interezza, con solo pochi tra i vecchi cavalli di battaglia in scaletta
(Lemmings e Man-Erg) accanto ad alcuni brani provenienti dalla produzione
solista di Peter Hammill (Forsaken Gardens, In The Black Room e A Louse Is Not
A Home).
Godbluff fu pubblicato nell'ottobre del '75.
L'ascolto mostrò che il gruppo aveva sensibilmente modificato la propria
estetica, abbandonando il lavoro di produzione meticoloso con tonnellate di
sovraincisioni in favore di un approccio più diretto, snello e "live"
dove le radici soul, jazz e r&b dei musicisti emergevano con facilità. Il
che non voleva certo dire che la musica fosse ora più semplice o commerciale
che in passato; tutto l'opposto; e c'era un nuovo senso di urgenza, una
superficie nervosa, più dura.
Godbluff si rivelò essere l'album preferito di
chi scrive tra quelli dei Van Der Graaf Generator di quel periodo (sebbene
ottimo nei suoi termini, l'album del 1977 intitolato The Quite Zone, The
Pleasure Dome è opera di un gruppo molto diverso). E lo è ancora, dato che il
successivo Still Life ('76) offriva picchi più elevati ma anche cose meno
riuscite (a nostro parere, naturalmente); mentre le quattro lunghe tracce di
Godbluff - The Undercover Man, Scorched Earth, Arrow, The Sleepwalkers -
mostravano un'unità di ispirazione che rendeva il disco fortemente unitario.
Abbiamo deciso di acquistare la nuova
edizione rimasterizzata in digitale di Godbluff. Le edizioni
rimasterizzate in digitale ci lasciano di solito decisamente scontenti: troppe
frequenze alte, pochi bassi, poco "calore", un suono complessivo
stancante dove i colpi di piatto costituiscono una minaccia per l'udito. Siamo
quindi lieti di poter dire che l'album suona molto bene - decisamente meglio, a
nostro avviso, dei brani apparsi alcuni anni fa sul box quadruplo del gruppo
intitolato The Box.
Qui non c'è niente di veramente
"nuovo", ma i pedali di basso su The Undercover Man, il lavoro di
clavinet su Scorched Earth e Arrow, il basso elettrico su The Sleepwalkers sono
apprezzabili con facilità, mentre i piatti non fanno mai "fi-zz...".
Due brani dal suono orribile registrati dal vivo in quel periodo - Forsaken
Gardens e A Louse Is Not A Home - completano il tutto.
Riascoltando Godbluff - album
che conosciamo praticamente a memoria e che non ascoltavamo più da moltissimo
tempo - riflettevamo su come a quei tempi quel tipo di qualità, quel concetto
di "stirare la canzone", fossero dati per scontati. Mentre oggi
Godbluff suona come il precursore di una musica che non è mai arrivata. Il che
è decisamente strano.
Ottobre 1974, parte il
Tour della Premiata Forneria Marconi con
gli Arti & Mestieri,
gruppo "supporter".
La PFM
era agli "albori", e per il gruppo torinese di Beppe Crovella &
Co. fu l'occasione per farsi conoscere dal grande pubblico.
Di tutto
un Pop…
Wazza
Arti & Mestieri 1974
«La nostra casa discografica era
la Cramps, la guidava Franco Mamone, che era anche il manager della Premiata
Forneria Marconi. Fu lui a scegliere gli Arti & Mestieri come gruppo spalla
da far scoprire all’Italia».
Nel racconto del primo viaggio c’è tutto lo spirito di quel
periodo: «La tournée iniziava da Palermo,
così partimmo in furgone, un Transit, verso la Sicilia. Viaggiamo dalle 22 del
sabato sera alle 10 del lunedì mattina; alle 17 siamo sul palco del teatro per
il primo dei due concerti del giorno. Nelle sale si faceva la doppia, mentre
nei palazzetti dello sport la serata era unica».
Era il 1974, e sulla mappa di un tour del genere non poteva mancare il
Palasport del Parco Ruffini, dove il gruppo di Crovella fece gli onori di casa
e il pubblico straripava: «La capienza
era intorno ai seimila spettatori, ma quella sera erano novemila. Il rock
cosiddetto progressive andava forte in Italia, più che in altri paesi».
Lo confermarono alcuni incontri ravvicinati che gli Arti & Mestieri
ebbero in quel periodo: «I Gentle Giant a
Torino restarono a bocca aperta, in Inghilterra erano abituati a esibirsi in
club da 300 persone, qui si trovarono di fronte una marea di migliaia e
migliaia di fan».
Gli stranieri si passavano la parola, a volte le loro tournée italiane
partivano da spazi periferici, per poi dilagare al secondo giro. «I Genesis, per esempio, li vidi la prima
volta alla Rotonda di Cuorgnè; i concerti successivi avrebbero riempito all’inverosimile il solito Palazzetto».
Con le prime contestazioni: «Gli
autoriduttori iniziarono a farsi sentire a metà decennio, eppure per le band
anglosassoni l’Italia restava una meta
privilegiata grazie ai numeri da capogiro degli spettatori che accorrevano ad
ascoltarli».
Tra Arti & Mestieri e PFM i rapporti erano ottimi: «L’appuntamento sicuro era per
mangiare tutti insieme nel dopo concerto, ma prima di ogni show Franz Di
Cioccio veniva nel nostro camerino a chiacchierare. Per noi inoltre era molto
istruttivo lavorare con i loro tecnici, gli inglesi della Manticore, l’etichetta di Emerson, Lake & Palmer. Andammo vicini a firmare un
contratto del genere anche noi, ma i management non si accordarono».
Oltre che di tecnici, era una questione di strumenti: «Una volta il loro tastierista Flavio Premoli
mi fece adoperare il suo organo, un’altra capitò che lasciarono
uno strumento prezioso, il Mellotron, al Teatro Valdocco. Anni dopo, quando
dopo un periodo di silenzio riformammo gli Arti & Mestieri, andammo a
cercarlo, ma non c’era più». Resta in rete una puntata
di Speciale per voi, di Renzo
Arbore, in cui il popolare showman mostra lo strumento della PFM e ne illustra
il funzionamento.
La simbiosi tra le due formazioni avrebbe fruttato anche all’estero: «Debuttammo con la Pfm laggiù, piacemmo e da
quella serata scaturirono altri tre tour degli Arti & Mestieri».
Il 7
ottobre del 1992 ci lasciava Augusto Daolio...
Wazza
Nasceva a Novellara (RE), il 18 febbraio 1947, Augusto Daolio,
cantante, cofondatore del gruppo musicale Nomadi insieme a Beppe Carletti.
La sua avventura nel mondo della musica comincia da
adolescente quando assieme a Carletti fonda il primo gruppo con cui comincia ad
ottenere una discreta fama locale, i Monelli. In seguito, nel 1963, con Franco
Midili, Leonardo Manfredini, Gualberto Gelmini e Antonio Campari fonda il
gruppo dei Nomadi.
Il complesso diventerà uno dei più importanti nella storia
della musica italiana. Cantante e leader del gruppo, i testi delle sue canzoni,
col passare degli anni, cominciano ad assumere un carattere sempre più
politico. È evidente anche il cambio strutturale della voce e dell'intensità
dell'espressione col passare degli anni.
Una voce posata e fiscale in studio che tuttavia ribaltava
completamente la situazione nei live. Famosa la versione in concerto della
canzone “Ala bianca”, originariamente pezzo di Elton John intitolato “Sixty
Years On”.
Nel 1972 incide un 45 giri da solista: “Una ragazza come
tante”, colonna sonora del film “La ragazza di via Condotti”. Il 1972 è anche
l'anno di “Io vagabondo”, canzone simbolo dei Nomadi e del loro leader che
amava identificarsi in questa canzone:
«Per me è istintivo alzarmi e cominciare a camminare,
cominciare a muovermi. A scuola ad esempio avevo un sacco di problemi, perché
non riuscivo a stare fermo e seduto oltre un determinato tempo. Questo è il mio
sintomo di evacuazione, di fuga alla ricerca di luoghi migliori...».
Agli inizi del 1992 le sue condizioni di salute iniziano a
deteriorarsi, fino ad arrivare al 14 maggio, giorno in cui muore il suo amico e
collaboratore Dante Pergreffi. La notizia colpisce Augusto le cui condizioni, a
partire dall'estate di quell'anno, si aggravano ulteriormente. Daolio muore il
7 ottobre 1992, a 45 anni, per un cancro ai polmoni.
Daolio è stato anche pittore e scultore autodidatta. I suoi
quadri, dopo la prima personale allestita dal 2 giugno al 1º luglio 1991 a
Novellara, alla presenza dello stesso artista, vengono spesso esposti ancora
oggi in mostre organizzate con il patrocinio dell'associazione “Augusto Per La
Vita”, fondata dalla compagna Rosanna Fantuzzi, per utilizzare al meglio le
offerte devolute da amici e fans dopo la scomparsa del cantante. La finalità
principale è quella di aiutare la ricerca oncologica e la formazione di medici
specializzati.
Nell’ottobre 1970 usciva Atom Heart Mother, il disco dei Pink
Floydcon la “mucca” in copertina.
Uno dei tanti capolavori sfornati negli anni ’70.
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Wazza
Pink Floyd 1970
Dopo alcuni discreti album che
mescolano il rock psichedelico barrettiano al prog più consono al nuovo
chitarrista Gilmour, i Pink Floyd escono nel 1970 con il loro primo grande
capolavoro. “Atom Heart Mother” rappresenta il definitivo distacco da quella musica
da LSD tipica dell’ormai perso Syd Barrett a favore di nuove melodie più
limpide e gradevoli e apre una nuova epoca nel gruppo e nel rock in generale.
Una curiosa copertina, nella quale è
raffigurata una serena immagine rurale con uno stupendo esemplare bovino in
primo piano, ci introduce immediatamente al pezzo forte dell’album. La title
track, una suite strumentale che occupa l’intera facciata del vinile,
costituisce uno dei più splendidi esempi di come il rock possa elevarsi ad arte
maggiore: il progressive si mescola a melodie classicheggianti, strumenti come
chitarre e batteria alle trombe.
La suite, alla quale collaborano
tutti i membri del gruppo con l’aiuto dell’esterno Ron Geesin che si occupa
dell’orchestrazione, è divisa in sei parti, nelle quali si narra musicalmente
la storia dell’uomo stroncata al centro da un’esplosione, che non è altro che
la terribile bomba atomica. Alla fine, però, la vita trionfa e il pezzo si
conclude con il leitmotiv musicale in un crescendo che esplode definitivamente
nel coro finale.
Dopo essersi immersi in un capolavoro
senza tempo, si torna alla realtà; i Pink Floyd, escluso il batterista Mason,
decidono di spartirsi i tre pezzi successivi. Il lato B si apre con “If”,
composta, suonata e cantata da Roger Waters, una ballata che non si discosta
molto dal genere folk, nella quale il bassista si diletta eseguendo un semplice
arpeggio di chitarra acustica ripetuto più volte. Rick Wright compone invece
“Summer ‘68”, nella quale è ovviamente il suo piano a farla da padrone, oltre
alla sua voce che comparirà sempre più raramente nelle opere della band, il
tutto in un dolce brano dai toni nostalgici.
La successiva “Fat Old Sun” è invece
opera di David Gilmour, che comporrà da solo per i Pink Floyd soltanto
“Childhood’s End” in “Obscured by Clouds” (1972) prima del tardo album “A
Momentary Lapse of Reason” (1987). La dolce e malinconica voce solista del
chitarrista si sovrappone agli accordi, che saranno successivamente ripresi dai
Litfiba nella loro “Sexy Dream”, prima di lasciare spazio allo splendido assolo
di chitarra che chiude il brano.
A suggello finale dell’album una
seconda gradevole suite strumentale intitolata “Alan’s Psychedelic Breakfast”,
alla quale ancora una volta le forze dei quattro membri si uniscono, nella
quale questo fantomatico Alan si prepara la colazione. I suoi monologhi e i
suoi rumori introducono dolci pezzi strumentali, che sono ripartiti a tre
riprese, i quali conferiscono una connotazione romantica al quadretto
domestico. Un rubinetto che gocciola è l’ultimo suono dell’album.
Nonostante Gilmour l’abbia definito
“una vera porcheria”, “Atom Heart Mother” apre quella che sarà la fase di
maturità compositiva dei Pink Floyd, e se è vero che il lato B è leggermente
carente sul piano musicale, vale la pena per gli appassionati di rock possedere
questo album se non altro per la splendida title track. Un album nel complesso
dolce, simile nella struttura ma diverso nella forma dal successivo “Meddle”,
ma sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione di una delle migliori band di
sempre.
Usciva il 5 ottobre 1970
l’album “Led Zeppelin III”, pietra miliare del rock, perfetto connubio tra hard-rock-blues e folk.
E pensare che all’uscita fu stroncato
dai critici, che storcevano il naso per i tanti pezzi “acustici”, considerati
una debolezza da parte della band.
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Wazza
Led Zeppelin, 1970
di Pier Paolo Farina
Il cuore caldo di questo splendido
album trae la sua genesi da una pausa di relax vissuta insieme da cantante e
chitarrista della formazione, rifugiatisi nella campagna del Galles per una
quindicina di giorni a ritemprarsi dopo il primo, pazzesco anno e mezzo di vita
del gruppo durante il quale il Dirigibile aveva prodotto due album (uno in poche
e febbrili notti a Londra, l’altro a spizzichi e bocconi in giro per gli studi
di mezzo mondo nelle pause fra un concerto e l’altro), cinque tournée in
America, una enorme e irripetibile sensazione in giro.
Niente corrente elettrica nel rifugio
scelto dai due musicisti e allora è il momento buono per Jimmy Page di
imbracciare l’acustica portata con sé e dar copioso frutto agli insegnamenti
appresi dalla scuola folk inglese a lui tanto cara, sperimentando le sue
accordature strane e inusuali, nonché per Plant di adeguarvisi felicemente
canticchiando sopra gli insoliti accordi del partner e dando fondo al suo lato
hippy e sognante. Ne viene fuori un bel mazzo di temi che andranno a costituire
non solo l’ossatura di questo lavoro, ma pure parte di quelli a venire fino al
“Physical Graffiti” di quattro anni dopo. Il tema più bello scaturito da quei
giorni ispirati viene in ogni caso momentaneamente accantonato, andrà a
costituire l’incipit della celebre “Stairway To Heaven”, pronta solo per
l’album successivo.
Quando però, una volta rientrati a
Londra dal Galles, tutto quel certame acustico e quieto viene posto sotto le
grinfie degli altri due compari, soprattutto del bombastico batterista che si
ritrovano in formazione, si ha la mutazione zeppeliniana del placido folk
rurale in un suono autenticamente mai sentito prima, un “heavy folk” drammatico
e teso in cui gli strumenti acustici, tirati per la giacchetta da tale
cattiveria ritmica e dall’esuberante ugola del giovane Plant, sferragliano
tosti e circondano la sua strepitosa voce in una intensa gazzarra che non ha
nulla di placido.
Sotto questo aspetto la seconda
traccia “Friends” e la sesta “Gallows Pole” sono due luminosissimi archetipi di
un modo di pompare tensione e pesantezza pur giostrando con banjo e roba simile
che non ha/avrà uguali. La centralità ed indispensabilità di John Bonham nel
suono Zeppelin trova qui la sua dimostrazione più evidente, è lui a spingere
più di tutti il gruppo verso vette di intensità e cuore mai più raggiunte da
altri. Parlare di cuore per uno strumento che fa “boom” con la cassa e “stra”
col rullante eccetera potrebbe sembrare strano ma è proprio così: l’ascolto di
John Bonham mentre accompagna i suoi pards nelle grandi canzoni di quest’album
e in generale di tutta la produzione Zeppelin è un’esperienza prima di tutto di
cuore, del grande cuore che aveva quest’uomo semplice, ingenuo, ubriacone,
capace di pestare fortissimo e al contempo con una dannata umanità (e
creatività). Nel suo genere, il migliore di sempre, senza alcuno scampo per
possibili alternative.
In “Friends” ci mette poi molto del
suo anche il “quarto uomo” John Paul Jones, sovrapponendo all’incedere ritmico
un grosso, drammatico bordone di sintetizzatore dal sapore vagamente
mediorientale, uno spunto musical/culturale che ritornerà volentieri in altri
capolavori del gruppo (“Kashmir” soprattutto, proprio su “Physical Graffiti”).
“Gallows Pole” invece è costruita
maggiormente in crescendo e ci pensa l’interpretazione di Plant, sempre più
pressante e parossistica, a gonfiare via via di urgenza e tragedia al brano,
nel quale viene raccontata la supplica di un condannato al suo boia che lo sta
per immolare sul patibolo.
Altri sipari acustici presenti nel
disco sono comunque assai meno acri, ad esempio “Bron-Y-Our Stomp” celebrazione
del rifugio campagnolo trovato da Plant e Page, una marcetta debitamente
appesantita dalla rimbombante cassa di Bonham, nella quale il suo chitarrista
si diverte a correre agile e geniale sullo strumento accordato in Mi Maggiore
ed il cantante a miagolarvi sopra il suo potentissimo falsetto. E ancora
“Tangerine”, non un prodotto di quelle giornate a Bron-Y-Our bensì un “avanzo”
degli ultimi tempi degli Yardbirds, il gruppo rock/beat di provenienza di Page,
in effetti una ballata con tutt’altra atmosfera, dolciastra (sin dal titolo
“Mandarino”) e manierosa, un poco fuori contesto in un album così obliquo e
misterioso. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, inserire al suo posto
l’ottima “Hey Hey What Can I Do”, ennesima “heavy folk ballad” magari
ripetitiva rispetto ad altri episodi dell’album ma assai più asciutta e in riga
col resto, rimasta invece inopinatamente fuori e relegata a lato B di un
singolo.
Dal punto di vista della dolcezza,
assai più riuscita la ballata “That’s The Way” dal profilo ondeggiante grazie
ad una deliziosa risacca di chitarra acustica (per gli strimpellatori:
accordata abbassando di un tono la prima, seconda e sesta corda) rafforzata da
mandolino e steel guitar, una festa del Page più californiano e campagnolo.
Se la seconda parte dell’opera è
veramente il festival dell’acustico (ma quasi sempre con nerbo e tensione, come
si è detto) la prima parte dispone di alcune bellissime cose elettriche.
L’apertura di “Immigrant Song” è di nuovo grande archetipo: una cavalcata giocata
su di un semplice irresistibile riff, economicissimo dato che adopera un’unica
nota di FA# giocata ritmicamente su due ottave diverse. Robert Plant entra
fantasticamente come una specie di sirena pericolosa e poi sciorina il primo
testo della storia alle prese con dei, paradisi nordici, martelli di Thor e
compagnia cantante. Siamo né più né meno che al cospetto del capostipite di un
intero, fiorentissimo genere che verrà, l’heavy metal di ispirazione gotica e
pagana; non sto a far presenti i fiumi di parole, le migliaia di canzoni, le
decine di gruppi, le centinaia di copertine di dischi alle prese con l’al di là
nordico ed i suoi miti, con corollario di nerboruti cavalieri brandenti grosse
asce sanguinanti, spadoni ed elmi e poi le battaglie e l’onore e la gloria…
tutto un mondo musicale (per molti assai burino ed esagerato senz’altro) del
quale questa canzone può essere indicata a vero prototipo. Il brano è assai
breve, meno di tre minuti giacché Page non ritiene opportuno, a ragione,
inserirvi un assolo di chitarra. Lo farà nelle esibizioni dal vivo, senza
risultati particolarmente rimarchevoli.
L’hard rock in posizione n° 3
“Celebration Day” è meno celebre ma sempre notevole grazie soprattutto alla
performance ritmica di Page, stavolta non inchiodata ad un riff ma fluida e
creativa nel tracciare con settime e none gli spunti armonici per il cantato
genialmente asincrono e libero di Plant che rende estremamente dinamico il
tutto: una perla semi-nascosta del repertorio, forse oscurata dal fatidico blues
che la segue a ruota.
Fra i capolavori assoluti di questa
band riconosciuta di tanti capolavori, “What Is And What Should Never Be” è IL
blues, che piace anche a chi non sopporta il genere, tale è l’intensità, la
drammaticità, la voglia, la perizia e la coesione del gruppo colto qui in
assoluto momento di grazia. Page imperversa con una performance piena di anima
e fuoco, piazza il suo assolo più devastante del repertorio, letteralmente
portato in spalla dal suo batterista che a suon di sberle inaudite a piatti e
tamburi riempie e sottolinea impagabilmente tutte le pieghe sonore di un brano
che ne è ricchissimo. L’organo Hammond ed il basso di Jones fanno il loro
dovere alla grande, Plant geme e urla posseduto dal sacro fuoco della sua
giovane energia: uno spettacolo, sette minuti grandiosi.
Dopo tanta possanza, il rock blues
che segue, “Out On The Tiles”, fa la figura del riempitivo, col suo riff un
poco contorto e forzato, condito di sincopi e sonori stacchi che però non
riescono a far decollare del tutto la musica, malgrado anche il gran daffare di
Bonham ai tamburi. Altro riempitivo è l’episodio conclusivo del disco, “Hats
Off To Roy Harper”, un esperimento blues trattato con un’esasperata
distorsione, voce e chitarra in un tunnel sonoro aspro e melmoso, assai
sperimentale ma in definitiva sfocato, uno dei pochissimi episodi zeppeliniani
passati completamente nel dimenticatoio.
Mario Eugenio Cominotti (con videointervista e live) e Alice
Bellati (foto) per MAT2020
Dopo una torrida pausa estiva, eccoci nuovamente all'Agorà
di Cusano Milanino per il primo dei tre appuntamenti prog di
questa terza bella stagione di concerti Progressive Rock organizzati a Milano
da Prog-MI.
Uno soundcheck veloce e perfetto, grazie allo staff tecnico
dell'Agorà, ci consente di ritrovarci subito insieme ai musicisti delle due
band sul terrazzo del locale per una birra e una rapida e simpatica
chiacchierata prima dei live della serata. La videointervista realizzata per MAT2020
è qui disponibile insieme ad alcuni video e foto della serata.
La serata e le band sono come sempre presentate al pubblico
di appassionati da Enzo Vitagliano di Prog-MI.
Si inizia con il fluido e avvolgente Progressive Rock
strumentale tra echi stoner, doom e psichedelia dei Da
Captain Trips, che coinvolgono il pubblico in un apprezzatissimo
viaggio tra paesaggi sonori cangianti. Ecco qui formazione e link per conoscere
meglio e apprezzare la musica della band, con all'attivo tre album e molti
concerti. Parecchio anche il materiale disponibile online.
Da Captain Trips sono:
Riccardo Cavicchia - chitarre Federico Chiappa - basso Tommaso Villa - batteria e percussioni Paolo "Apollo" Negri – tastiere
Un rapidissimo cambio di palco e irrompe in sala il potente
Hard Prog dei G.O.L.E.M., arricchito da pennellate di sulfurea psichedelia
ora vivide, ora oscure. Una band dal sound inconfondibile, caratterizzato dagli
intrecci delle due tastiere tra sonorità di Hammond, sintetizzatori, mellotron
e pianoforti elettrici, dal vigore dirompente della voce solista e della
sezione ritmica, con un drumming infaticabile e un basso elettrico che prende
spesso la scena anche come solista, con l'espressività e la psichedelia di una
urlante chitarra elettrica... davvero molto elettrica.
Ho incontrato e apprezzato per la prima volta i G.O.L.E.M.
sul palco dello Stratofestival al Parco Increa di Milano nel 2024 e li
ho piacevolmente ritrovati lo scorso anno sul grande palco del Festival Prog
di Veruno. Durante l'applauditissimo live, i G.O.L.E.M. hanno
presentato dal vivo anche le tre parti del nuovissimo terzo album, Still
Life.
G.O.L.E.M. sono:
Paolo Apollo Negri - organo e sintetizzatori Marco Vincini - voce Emil Quattrini - pianoforti elettrici e mellotron Marco Zammati - basso elettrico Francesco Lupi – batteria
Non ultimo, ecco i link per seguire i prossimi appuntamenti
live di Prog-MI, sogno di un gruppo di appassionati di buona musica e
Progressive Rock e ormai divenuto una realtà che da tre anni propone anche a
Milano concerti prog di grande qualità.