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sabato 10 ottobre 2026

King Crimson: il 10 ottobre del '69 usciva "In the Court Of Crimson King"




Il 10 ottobre del 1969 usciva per la Island Records “In the Court of the Crimson King”, primo album in studio dei King Crimson.

È generalmente considerato uno dei più grandi album del rock progressivo: la musica in esso contenuta travalica, secondo i critici, i confini del rock e attinge dal jazz e dalla musica classica, costituendo comunque un ponte tra generi diversi.

Qualcuno ha scritto che l’album “… potrebbe essere l'album di rock progressivo più influente mai pubblicato…”.

Wazza













venerdì 9 ottobre 2026

Van der Graaf Generator: nell'ottobre del 1975 usciva "Godbluff"

Nuovo album - “Godbluff” - e tour in UK per i Van der Graaf Generator, nell’ottobre del 1975.

Di tutto un Pop…

Wazza

Estate 1975: eravamo a Londra quando ci capitò di leggere della ricostituzione della formazione originale di uno dei nostri gruppi preferiti in assoluto, i Van Der Graaf Generator. E non solo: il quartetto stava effettuando alcuni concerti sul Continente. Si immagini la nostra sorpresa quando scoprimmo che giusto in quel momento il gruppo era impegnato a fare concerti... in Italia! (E visto che parliamo di tempismo: quell'estate fu l'unica volta in cui gli Henry Cow suonarono nella nostra città - ovviamente mentre noi eravamo altrove.) Cercammo (invano) di superare il nostro disappunto. In effetti questo riformarsi appariva alquanto strano - esattamente allo stesso modo in cui aveva destato sorpresa la notizia che il gruppo era sul punto di sciogliersi, tre anni prima: cioè a dire nel momento in cui un seguito devoto, concerti entusiasmanti e una progressione brillante di eccellenti album di studio - The Least We Can Do Is Wave At Each Other ('70), H To He, Who Am The Only One ('70) e Pawn Hearts ('71) - sembravano annunciare un'imminente esplosione commerciale.

Ma fummo fortunati: assistemmo infatti al concerto londinese tenutosi al New Victoria Theatre il 30 agosto. Conosciuto per il suo procedere non ortodosso, il gruppo iniziò il concerto nella quasi totale oscurità, con un sottile e solitario flauto a scandire l'introduzione di The Undercover Man, brano d'apertura di un album ancora non pubblicato, Godbluff. Se ben ricordiamo il nuovo album fu eseguito nella sua interezza, con solo pochi tra i vecchi cavalli di battaglia in scaletta (Lemmings e Man-Erg) accanto ad alcuni brani provenienti dalla produzione solista di Peter Hammill (Forsaken Gardens, In The Black Room e A Louse Is Not A Home).

Godbluff fu pubblicato nell'ottobre del '75. L'ascolto mostrò che il gruppo aveva sensibilmente modificato la propria estetica, abbandonando il lavoro di produzione meticoloso con tonnellate di sovraincisioni in favore di un approccio più diretto, snello e "live" dove le radici soul, jazz e r&b dei musicisti emergevano con facilità. Il che non voleva certo dire che la musica fosse ora più semplice o commerciale che in passato; tutto l'opposto; e c'era un nuovo senso di urgenza, una superficie nervosa, più dura.

Godbluff si rivelò essere l'album preferito di chi scrive tra quelli dei Van Der Graaf Generator di quel periodo (sebbene ottimo nei suoi termini, l'album del 1977 intitolato The Quite Zone, The Pleasure Dome è opera di un gruppo molto diverso). E lo è ancora, dato che il successivo Still Life ('76) offriva picchi più elevati ma anche cose meno riuscite (a nostro parere, naturalmente); mentre le quattro lunghe tracce di Godbluff - The Undercover Man, Scorched Earth, Arrow, The Sleepwalkers - mostravano un'unità di ispirazione che rendeva il disco fortemente unitario.

Abbiamo deciso di acquistare la nuova edizione rimasterizzata in digitale di Godbluff. Le edizioni rimasterizzate in digitale ci lasciano di solito decisamente scontenti: troppe frequenze alte, pochi bassi, poco "calore", un suono complessivo stancante dove i colpi di piatto costituiscono una minaccia per l'udito. Siamo quindi lieti di poter dire che l'album suona molto bene - decisamente meglio, a nostro avviso, dei brani apparsi alcuni anni fa sul box quadruplo del gruppo intitolato The Box. 

Qui non c'è niente di veramente "nuovo", ma i pedali di basso su The Undercover Man, il lavoro di clavinet su Scorched Earth e Arrow, il basso elettrico su The Sleepwalkers sono apprezzabili con facilità, mentre i piatti non fanno mai "fi-zz...". Due brani dal suono orribile registrati dal vivo in quel periodo - Forsaken Gardens e A Louse Is Not A Home - completano il tutto.


Riascoltando Godbluff - album che conosciamo praticamente a memoria e che non ascoltavamo più da moltissimo tempo - riflettevamo su come a quei tempi quel tipo di qualità, quel concetto di "stirare la canzone", fossero dati per scontati. Mentre oggi Godbluff suona come il precursore di una musica che non è mai arrivata. Il che è decisamente strano.

Beppe Colli







giovedì 8 ottobre 2026

PFM e Arti & Mestieri: accadeva nell'ottobre del 1974-Il ricordo di Beppe Crovella

PFM on stage 1974

Ottobre 1974, parte il Tour della Premiata Forneria Marconi con gli Arti & Mestieri, gruppo "supporter".
La PFM era agli "albori", e per il gruppo torinese di Beppe Crovella & Co. fu l'occasione per farsi conoscere dal grande pubblico.
Di tutto un Pop…
Wazza

 Arti & Mestieri  1974

«La nostra casa discografica era la Cramps, la guidava Franco Mamone, che era anche il manager della Premiata Forneria Marconi. Fu lui a scegliere gli Arti & Mestieri come gruppo spalla da far scoprire all’Italia». 

Nel racconto del primo viaggio c’è tutto lo spirito di quel periodo: «La tournée iniziava da Palermo, così partimmo in furgone, un Transit, verso la Sicilia. Viaggiamo dalle 22 del sabato sera alle 10 del lunedì mattina; alle 17 siamo sul palco del teatro per il primo dei due concerti del giorno. Nelle sale si faceva la doppia, mentre nei palazzetti dello sport la serata era unica».
Era il 1974, e sulla mappa di un tour del genere non poteva mancare il Palasport del Parco Ruffini, dove il gruppo di Crovella fece gli onori di casa e il pubblico straripava: «La capienza era intorno ai seimila spettatori, ma quella sera erano novemila. Il rock cosiddetto progressive andava forte in Italia, più che in altri paesi». 



Lo confermarono alcuni incontri ravvicinati che gli Arti & Mestieri ebbero in quel periodo: «I Gentle Giant a Torino restarono a bocca aperta, in Inghilterra erano abituati a esibirsi in club da 300 persone, qui si trovarono di fronte una marea di migliaia e migliaia di fan».
Gli stranieri si passavano la parola, a volte le loro tournée italiane partivano da spazi periferici, per poi dilagare al secondo giro. «I Genesis, per esempio, li vidi la prima volta alla Rotonda di Cuorgnè; i concerti successivi avrebbero riempito all’inverosimile il solito Palazzetto».
Con le prime contestazioni: «Gli autoriduttori iniziarono a farsi sentire a metà decennio, eppure per le band anglosassoni l’Italia restava una meta privilegiata grazie ai numeri da capogiro degli spettatori che accorrevano ad ascoltarli». 
Tra Arti & Mestieri e PFM i rapporti erano ottimi: «L’appuntamento sicuro era per mangiare tutti insieme nel dopo concerto, ma prima di ogni show Franz Di Cioccio veniva nel nostro camerino a chiacchierare. Per noi inoltre era molto istruttivo lavorare con i loro tecnici, gli inglesi della Manticore, l’etichetta di Emerson, Lake & Palmer. Andammo vicini a firmare un contratto del genere anche noi, ma i management non si accordarono».  

Oltre che di tecnici, era una questione di strumenti: «Una volta il loro tastierista Flavio Premoli mi fece adoperare il suo organo, un’altra capitò che lasciarono uno strumento prezioso, il Mellotron, al Teatro Valdocco. Anni dopo, quando dopo un periodo di silenzio riformammo gli Arti & Mestieri, andammo a cercarlo, ma non c’era più». Resta in rete una puntata di Speciale per voi, di Renzo Arbore, in cui il popolare showman mostra lo strumento della PFM e ne illustra il funzionamento. 
La simbiosi tra le due formazioni avrebbe fruttato anche all’estero: «Debuttammo con la Pfm laggiù, piacemmo e da quella serata scaturirono altri tre tour degli Arti & Mestieri».

Beppe Crovella




mercoledì 7 ottobre 2026

Ricordando Augusto Daolio nel giorno della sua scomparsa


Il 7 ottobre del 1992 ci lasciava Augusto Daolio...

Wazza



Nasceva a Novellara (RE), il 18 febbraio 1947, Augusto Daolio, cantante, cofondatore del gruppo musicale Nomadi insieme a Beppe Carletti.
La sua avventura nel mondo della musica comincia da adolescente quando assieme a Carletti fonda il primo gruppo con cui comincia ad ottenere una discreta fama locale, i Monelli. In seguito, nel 1963, con Franco Midili, Leonardo Manfredini, Gualberto Gelmini e Antonio Campari fonda il gruppo dei Nomadi.
Il complesso diventerà uno dei più importanti nella storia della musica italiana. Cantante e leader del gruppo, i testi delle sue canzoni, col passare degli anni, cominciano ad assumere un carattere sempre più politico. È evidente anche il cambio strutturale della voce e dell'intensità dell'espressione col passare degli anni.


Una voce posata e fiscale in studio che tuttavia ribaltava completamente la situazione nei live. Famosa la versione in concerto della canzone “Ala bianca”, originariamente pezzo di Elton John intitolato “Sixty Years On”.
Nel 1972 incide un 45 giri da solista: “Una ragazza come tante”, colonna sonora del film “La ragazza di via Condotti”. Il 1972 è anche l'anno di “Io vagabondo”, canzone simbolo dei Nomadi e del loro leader che amava identificarsi in questa canzone:

«Per me è istintivo alzarmi e cominciare a camminare, cominciare a muovermi. A scuola ad esempio avevo un sacco di problemi, perché non riuscivo a stare fermo e seduto oltre un determinato tempo. Questo è il mio sintomo di evacuazione, di fuga alla ricerca di luoghi migliori...».

Agli inizi del 1992 le sue condizioni di salute iniziano a deteriorarsi, fino ad arrivare al 14 maggio, giorno in cui muore il suo amico e collaboratore Dante Pergreffi. La notizia colpisce Augusto le cui condizioni, a partire dall'estate di quell'anno, si aggravano ulteriormente. Daolio muore il 7 ottobre 1992, a 45 anni, per un cancro ai polmoni.


Daolio è stato anche pittore e scultore autodidatta. I suoi quadri, dopo la prima personale allestita dal 2 giugno al 1º luglio 1991 a Novellara, alla presenza dello stesso artista, vengono spesso esposti ancora oggi in mostre organizzate con il patrocinio dell'associazione “Augusto Per La Vita”, fondata dalla compagna Rosanna Fantuzzi, per utilizzare al meglio le offerte devolute da amici e fans dopo la scomparsa del cantante. La finalità principale è quella di aiutare la ricerca oncologica e la formazione di medici specializzati.








martedì 6 ottobre 2026

Atom Heart Mother: era l'ottobre del 1970

Nell’ottobre 1970 usciva Atom Heart Mother, il disco dei Pink Floyd con la “mucca” in copertina. Uno dei tanti capolavori sfornati negli anni ’70.

 Di tutto un Pop…

Wazza


Pink Floyd 1970

Dopo alcuni discreti album che mescolano il rock psichedelico barrettiano al prog più consono al nuovo chitarrista Gilmour, i Pink Floyd escono nel 1970 con il loro primo grande capolavoro. “Atom Heart Mother” rappresenta il definitivo distacco da quella musica da LSD tipica dell’ormai perso Syd Barrett a favore di nuove melodie più limpide e gradevoli e apre una nuova epoca nel gruppo e nel rock in generale.

Una curiosa copertina, nella quale è raffigurata una serena immagine rurale con uno stupendo esemplare bovino in primo piano, ci introduce immediatamente al pezzo forte dell’album. La title track, una suite strumentale che occupa l’intera facciata del vinile, costituisce uno dei più splendidi esempi di come il rock possa elevarsi ad arte maggiore: il progressive si mescola a melodie classicheggianti, strumenti come chitarre e batteria alle trombe.

La suite, alla quale collaborano tutti i membri del gruppo con l’aiuto dell’esterno Ron Geesin che si occupa dell’orchestrazione, è divisa in sei parti, nelle quali si narra musicalmente la storia dell’uomo stroncata al centro da un’esplosione, che non è altro che la terribile bomba atomica. Alla fine, però, la vita trionfa e il pezzo si conclude con il leitmotiv musicale in un crescendo che esplode definitivamente nel coro finale.

Dopo essersi immersi in un capolavoro senza tempo, si torna alla realtà; i Pink Floyd, escluso il batterista Mason, decidono di spartirsi i tre pezzi successivi. Il lato B si apre con “If”, composta, suonata e cantata da Roger Waters, una ballata che non si discosta molto dal genere folk, nella quale il bassista si diletta eseguendo un semplice arpeggio di chitarra acustica ripetuto più volte. Rick Wright compone invece “Summer ‘68”, nella quale è ovviamente il suo piano a farla da padrone, oltre alla sua voce che comparirà sempre più raramente nelle opere della band, il tutto in un dolce brano dai toni nostalgici.

 

La successiva “Fat Old Sun” è invece opera di David Gilmour, che comporrà da solo per i Pink Floyd soltanto “Childhood’s End” in “Obscured by Clouds” (1972) prima del tardo album “A Momentary Lapse of Reason” (1987). La dolce e malinconica voce solista del chitarrista si sovrappone agli accordi, che saranno successivamente ripresi dai Litfiba nella loro “Sexy Dream”, prima di lasciare spazio allo splendido assolo di chitarra che chiude il brano.

A suggello finale dell’album una seconda gradevole suite strumentale intitolata “Alan’s Psychedelic Breakfast”, alla quale ancora una volta le forze dei quattro membri si uniscono, nella quale questo fantomatico Alan si prepara la colazione. I suoi monologhi e i suoi rumori introducono dolci pezzi strumentali, che sono ripartiti a tre riprese, i quali conferiscono una connotazione romantica al quadretto domestico. Un rubinetto che gocciola è l’ultimo suono dell’album.

Nonostante Gilmour l’abbia definito “una vera porcheria”, “Atom Heart Mother” apre quella che sarà la fase di maturità compositiva dei Pink Floyd, e se è vero che il lato B è leggermente carente sul piano musicale, vale la pena per gli appassionati di rock possedere questo album se non altro per la splendida title track. Un album nel complesso dolce, simile nella struttura ma diverso nella forma dal successivo “Meddle”, ma sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione di una delle migliori band di sempre.

di Federico Principi




lunedì 5 ottobre 2026

Usciva il 5 ottobre del 1970 "Led Zeppelin III"

LED ZEPPELIN - CIAO 2001 - OTTOBRE 1970


Usciva il 5 ottobre 1970 l’album “Led Zeppelin III”, pietra miliare del rock, perfetto connubio tra hard-rock-blues e folk.

E pensare che all’uscita fu stroncato dai critici, che storcevano il naso per i tanti pezzi “acustici”, considerati una debolezza da parte della band.

Di tutto un Pop

Wazza

Led Zeppelin, 1970

di Pier Paolo Farina

Il cuore caldo di questo splendido album trae la sua genesi da una pausa di relax vissuta insieme da cantante e chitarrista della formazione, rifugiatisi nella campagna del Galles per una quindicina di giorni a ritemprarsi dopo il primo, pazzesco anno e mezzo di vita del gruppo durante il quale il Dirigibile aveva prodotto due album (uno in poche e febbrili notti a Londra, l’altro a spizzichi e bocconi in giro per gli studi di mezzo mondo nelle pause fra un concerto e l’altro), cinque tournée in America, una enorme e irripetibile sensazione in giro.

Niente corrente elettrica nel rifugio scelto dai due musicisti e allora è il momento buono per Jimmy Page di imbracciare l’acustica portata con sé e dar copioso frutto agli insegnamenti appresi dalla scuola folk inglese a lui tanto cara, sperimentando le sue accordature strane e inusuali, nonché per Plant di adeguarvisi felicemente canticchiando sopra gli insoliti accordi del partner e dando fondo al suo lato hippy e sognante. Ne viene fuori un bel mazzo di temi che andranno a costituire non solo l’ossatura di questo lavoro, ma pure parte di quelli a venire fino al “Physical Graffiti” di quattro anni dopo. Il tema più bello scaturito da quei giorni ispirati viene in ogni caso momentaneamente accantonato, andrà a costituire l’incipit della celebre “Stairway To Heaven”, pronta solo per l’album successivo.


Quando però, una volta rientrati a Londra dal Galles, tutto quel certame acustico e quieto viene posto sotto le grinfie degli altri due compari, soprattutto del bombastico batterista che si ritrovano in formazione, si ha la mutazione zeppeliniana del placido folk rurale in un suono autenticamente mai sentito prima, un “heavy folk” drammatico e teso in cui gli strumenti acustici, tirati per la giacchetta da tale cattiveria ritmica e dall’esuberante ugola del giovane Plant, sferragliano tosti e circondano la sua strepitosa voce in una intensa gazzarra che non ha nulla di placido.

Sotto questo aspetto la seconda traccia “Friends” e la sesta “Gallows Pole” sono due luminosissimi archetipi di un modo di pompare tensione e pesantezza pur giostrando con banjo e roba simile che non ha/avrà uguali. La centralità ed indispensabilità di John Bonham nel suono Zeppelin trova qui la sua dimostrazione più evidente, è lui a spingere più di tutti il gruppo verso vette di intensità e cuore mai più raggiunte da altri. Parlare di cuore per uno strumento che fa “boom” con la cassa e “stra” col rullante eccetera potrebbe sembrare strano ma è proprio così: l’ascolto di John Bonham mentre accompagna i suoi pards nelle grandi canzoni di quest’album e in generale di tutta la produzione Zeppelin è un’esperienza prima di tutto di cuore, del grande cuore che aveva quest’uomo semplice, ingenuo, ubriacone, capace di pestare fortissimo e al contempo con una dannata umanità (e creatività). Nel suo genere, il migliore di sempre, senza alcuno scampo per possibili alternative.


In “Friends” ci mette poi molto del suo anche il “quarto uomo” John Paul Jones, sovrapponendo all’incedere ritmico un grosso, drammatico bordone di sintetizzatore dal sapore vagamente mediorientale, uno spunto musical/culturale che ritornerà volentieri in altri capolavori del gruppo (“Kashmir” soprattutto, proprio su “Physical Graffiti”).

“Gallows Pole” invece è costruita maggiormente in crescendo e ci pensa l’interpretazione di Plant, sempre più pressante e parossistica, a gonfiare via via di urgenza e tragedia al brano, nel quale viene raccontata la supplica di un condannato al suo boia che lo sta per immolare sul patibolo.

Altri sipari acustici presenti nel disco sono comunque assai meno acri, ad esempio “Bron-Y-Our Stomp” celebrazione del rifugio campagnolo trovato da Plant e Page, una marcetta debitamente appesantita dalla rimbombante cassa di Bonham, nella quale il suo chitarrista si diverte a correre agile e geniale sullo strumento accordato in Mi Maggiore ed il cantante a miagolarvi sopra il suo potentissimo falsetto. E ancora “Tangerine”, non un prodotto di quelle giornate a Bron-Y-Our bensì un “avanzo” degli ultimi tempi degli Yardbirds, il gruppo rock/beat di provenienza di Page, in effetti una ballata con tutt’altra atmosfera, dolciastra (sin dal titolo “Mandarino”) e manierosa, un poco fuori contesto in un album così obliquo e misterioso. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, inserire al suo posto l’ottima “Hey Hey What Can I Do”, ennesima “heavy folk ballad” magari ripetitiva rispetto ad altri episodi dell’album ma assai più asciutta e in riga col resto, rimasta invece inopinatamente fuori e relegata a lato B di un singolo.

Dal punto di vista della dolcezza, assai più riuscita la ballata “That’s The Way” dal profilo ondeggiante grazie ad una deliziosa risacca di chitarra acustica (per gli strimpellatori: accordata abbassando di un tono la prima, seconda e sesta corda) rafforzata da mandolino e steel guitar, una festa del Page più californiano e campagnolo.

Se la seconda parte dell’opera è veramente il festival dell’acustico (ma quasi sempre con nerbo e tensione, come si è detto) la prima parte dispone di alcune bellissime cose elettriche. L’apertura di “Immigrant Song” è di nuovo grande archetipo: una cavalcata giocata su di un semplice irresistibile riff, economicissimo dato che adopera un’unica nota di FA# giocata ritmicamente su due ottave diverse. Robert Plant entra fantasticamente come una specie di sirena pericolosa e poi sciorina il primo testo della storia alle prese con dei, paradisi nordici, martelli di Thor e compagnia cantante. Siamo né più né meno che al cospetto del capostipite di un intero, fiorentissimo genere che verrà, l’heavy metal di ispirazione gotica e pagana; non sto a far presenti i fiumi di parole, le migliaia di canzoni, le decine di gruppi, le centinaia di copertine di dischi alle prese con l’al di là nordico ed i suoi miti, con corollario di nerboruti cavalieri brandenti grosse asce sanguinanti, spadoni ed elmi e poi le battaglie e l’onore e la gloria… tutto un mondo musicale (per molti assai burino ed esagerato senz’altro) del quale questa canzone può essere indicata a vero prototipo. Il brano è assai breve, meno di tre minuti giacché Page non ritiene opportuno, a ragione, inserirvi un assolo di chitarra. Lo farà nelle esibizioni dal vivo, senza risultati particolarmente rimarchevoli.

L’hard rock in posizione n° 3 “Celebration Day” è meno celebre ma sempre notevole grazie soprattutto alla performance ritmica di Page, stavolta non inchiodata ad un riff ma fluida e creativa nel tracciare con settime e none gli spunti armonici per il cantato genialmente asincrono e libero di Plant che rende estremamente dinamico il tutto: una perla semi-nascosta del repertorio, forse oscurata dal fatidico blues che la segue a ruota.

Fra i capolavori assoluti di questa band riconosciuta di tanti capolavori, “What Is And What Should Never Be” è IL blues, che piace anche a chi non sopporta il genere, tale è l’intensità, la drammaticità, la voglia, la perizia e la coesione del gruppo colto qui in assoluto momento di grazia. Page imperversa con una performance piena di anima e fuoco, piazza il suo assolo più devastante del repertorio, letteralmente portato in spalla dal suo batterista che a suon di sberle inaudite a piatti e tamburi riempie e sottolinea impagabilmente tutte le pieghe sonore di un brano che ne è ricchissimo. L’organo Hammond ed il basso di Jones fanno il loro dovere alla grande, Plant geme e urla posseduto dal sacro fuoco della sua giovane energia: uno spettacolo, sette minuti grandiosi.

Dopo tanta possanza, il rock blues che segue, “Out On The Tiles”, fa la figura del riempitivo, col suo riff un poco contorto e forzato, condito di sincopi e sonori stacchi che però non riescono a far decollare del tutto la musica, malgrado anche il gran daffare di Bonham ai tamburi. Altro riempitivo è l’episodio conclusivo del disco, “Hats Off To Roy Harper”, un esperimento blues trattato con un’esasperata distorsione, voce e chitarra in un tunnel sonoro aspro e melmoso, assai sperimentale ma in definitiva sfocato, uno dei pochissimi episodi zeppeliniani passati completamente nel dimenticatoio.

Grande, grandissima musica.






domenica 4 ottobre 2026

Da Captain Trips e G.O.L.E.M., una notte prog all'Agorà di Cusano Milanino-Di Mario Eugenio Cominotti, fotografie di Alice Bellati

 

                            


 Concerti con Prog-MI

G.O.L.E.M. + Da Captain Trips

Circolo ARCI Agorà, Cusano Milanino

27 settembre 2026

Mario Eugenio Cominotti (con videointervista e live) e Alice Bellati (foto) per MAT2020

 

Dopo una torrida pausa estiva, eccoci nuovamente all'Agorà di Cusano Milanino per il primo dei tre appuntamenti prog di questa terza bella stagione di concerti Progressive Rock organizzati a Milano da Prog-MI.

Uno soundcheck veloce e perfetto, grazie allo staff tecnico dell'Agorà, ci consente di ritrovarci subito insieme ai musicisti delle due band sul terrazzo del locale per una birra e una rapida e simpatica chiacchierata prima dei live della serata. La videointervista realizzata per MAT2020 è qui disponibile insieme ad alcuni video e foto della serata.

La serata e le band sono come sempre presentate al pubblico di appassionati da Enzo Vitagliano di Prog-MI.

Si inizia con il fluido e avvolgente Progressive Rock strumentale tra echi stoner, doom e psichedelia dei Da Captain Trips, che coinvolgono il pubblico in un apprezzatissimo viaggio tra paesaggi sonori cangianti. Ecco qui formazione e link per conoscere meglio e apprezzare la musica della band, con all'attivo tre album e molti concerti. Parecchio anche il materiale disponibile online.

Da Captain Trips sono:

Riccardo Cavicchia - chitarre
Federico Chiappa - basso
Tommaso Villa - batteria e percussioni
Paolo "Apollo" Negri – tastiere
 

https://www.facebook.com/dacaptaintrips
https://www.youtube.com/@dacaptaintrips
https://dacaptaintrips.bandcamp.com/music

Un rapidissimo cambio di palco e irrompe in sala il potente Hard Prog dei G.O.L.E.M., arricchito da pennellate di sulfurea psichedelia ora vivide, ora oscure. Una band dal sound inconfondibile, caratterizzato dagli intrecci delle due tastiere tra sonorità di Hammond, sintetizzatori, mellotron e pianoforti elettrici, dal vigore dirompente della voce solista e della sezione ritmica, con un drumming infaticabile e un basso elettrico che prende spesso la scena anche come solista, con l'espressività e la psichedelia di una urlante chitarra elettrica... davvero molto elettrica.

Ho incontrato e apprezzato per la prima volta i G.O.L.E.M. sul palco dello Stratofestival al Parco Increa di Milano nel 2024 e li ho piacevolmente ritrovati lo scorso anno sul grande palco del Festival Prog di Veruno. Durante l'applauditissimo live, i G.O.L.E.M. hanno presentato dal vivo anche le tre parti del nuovissimo terzo album, Still Life.

G.O.L.E.M. sono:

Paolo Apollo Negri - organo e sintetizzatori
Marco Vincini - voce
Emil Quattrini - pianoforti elettrici e mellotron
Marco Zammati - basso elettrico
Francesco Lupi – batteria
 

https://www.facebook.com/golem.prog
https://www.instagram.com/golem_band
https://golemprog.bandcamp.com/album/still-life

Non ultimo, ecco i link per seguire i prossimi appuntamenti live di Prog-MI, sogno di un gruppo di appassionati di buona musica e Progressive Rock e ormai divenuto una realtà che da tre anni propone anche a Milano concerti prog di grande qualità.

https://www.instagram.com/progmi2024/
https://www.facebook.com/profile.php?id=61555450935858

 

Milano, 27 settembre 2026

Mario Eugenio Cominotti per MAT2020

Foto di Alice Bellati.


REPORTAGE FOTOGRAFICO

G.O.L.E.M.





                                        Da Captain Trips