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sabato 11 luglio 2026

ExpiatoriA – "A History In Three Acts", di Luca Paoli

 


ExpiatoriA – A History In Three Acts 

(Diamonds Prod., 2026)

Tre atti di storia heavy metal

Di Luca Paoli

 

Gli ExpiatoriA non celebrano semplicemente un anniversario. Con A History In Three Acts trasformano il proprio percorso artistico in un racconto musicale che unisce memoria, identità e futuro. Più che una raccolta, il disco rappresenta una nuova lettura della storia della band: cinque brani reinterpretati dalla formazione attuale, capaci di unire le origini del gruppo alla maturità raggiunta dopo quasi quarant'anni di attività.

Nata a Genova nel 1987, la band ha attraversato scioglimenti, ritorni e profonde trasformazioni senza mai rinunciare alla propria identità. Heavy metal classico, epic doom, suggestioni dark e una marcata componente teatrale convivono da sempre nel linguaggio degli ExpiatoriA, che negli anni hanno costruito un percorso lontano dalle mode e profondamente radicato nell'underground italiano.

Sul piano interpretativo, gli ExpiatoriA si presentano con una formazione ormai consolidata e perfettamente affiatata. La voce di AngeleX guida il racconto con intensità e personalità, mentre le chitarre di Massimo Malachina e Roberto Lucanato costruiscono un dialogo ricco di riff, melodie e atmosfere oscure, sostenute dal basso di GB Malachina e dalla batteria di Enrico Meloni, che privilegia un approccio dinamico e naturale, valorizzato dalla scelta di registrare la sezione ritmica in presa diretta. A rendere ancora più significativo questo lavoro è il ritorno dello storico cantante Massimo Cottica, protagonista in Underground Forever e The Incredible Worm Man: la sua partecipazione non ha soltanto un valore celebrativo, ma diventa il simbolo di un ideale passaggio di testimone tra le diverse epoche della band, rafforzando il senso di continuità che attraversa l'intero album.

Il titolo dell'album sintetizza perfettamente questo cammino. I "tre atti" rappresentano infatti le tre rinascite vissute dalla band nel corso della sua storia, trasformando il disco in una sorta di autobiografia musicale.

L'apertura è affidata a Underground Forever, la prima canzone mai registrata dagli ExpiatoriA. La nuova versione non si limita a recuperare il passato, ma lo rilegge con il suono e la consapevolezza della formazione attuale. La presenza dello storico cantante Massimo Cottica restituisce ulteriore autenticità a un brano che rappresenta il manifesto delle origini della band, mantenendone intatta l'energia e il fascino dell'heavy metal underground degli esordi.

Il viaggio prosegue con An Angel Came To Me, tratto dall'EP Return To Golgotha del 2010, testimonianza della prima rinascita del gruppo dopo anni di silenzio. La nuova interpretazione valorizza una composizione che già allora lasciava intravedere la volontà della band di riprendere il proprio cammino senza rinunciare alle atmosfere oscure e alla dimensione narrativa che ne hanno sempre caratterizzato la scrittura.

Con The Librarian, originariamente pubblicata nel mini CD Crimson Evil Eyes del 2018, si entra nella fase della definitiva ricostruzione della band. È il brano che documenta il ritorno a una piena attività creativa e anticipa quel percorso che avrebbe portato alla realizzazione di Shadows. L'attuale line-up ne offre una lettura più compatta e convincente, mettendo in evidenza l'affiatamento costruito negli ultimi anni attraverso un'intensa attività dal vivo.

La nuova versione di Seven Chairs And A Portrait, proveniente proprio da Shadows (2022), rappresenta invece il presente degli ExpiatoriA. Il debutto discografico aveva già mostrato una formazione ormai matura e pienamente consapevole della propria identità artistica; questa rilettura conferma quella crescita, mantenendo intatto il carattere teatrale della composizione ma arricchendolo con una maggiore naturalezza esecutiva e una dinamica ancora più coinvolgente.

Il percorso si conclude con The Incredible Worm Man, unica composizione inedita della raccolta e anticipazione del prossimo album in studio. È il brano che guarda decisamente avanti, pur conservando tutti gli elementi che hanno definito la personalità degli ExpiatoriA: l'eredità di King Diamond e Mercyful Fate emerge nell'approccio teatrale, nelle atmosfere oscure e nell'equilibrio tra melodia e tensione. Anche qui ritorna la voce di Massimo Cottica, chiudendo idealmente il cerchio iniziato con Underground Forever e rafforzando il legame tra passato, presente e futuro della band.

Uno degli aspetti più interessanti dell'album è proprio questa capacità di trasformare una raccolta celebrativa in un'opera coerente. La partecipazione di Massimo Cottica non rappresenta soltanto un omaggio alla storia degli ExpiatoriA, ma diventa il simbolo di una continuità artistica che attraversa quasi quattro decenni senza perdere credibilità.

Anche il processo di registrazione riflette questa filosofia. Basso e batteria sono stati incisi in presa diretta, senza metronomo, privilegiando il dialogo spontaneo tra i musicisti e restituendo quella vitalità che caratterizza le migliori esibizioni dal vivo. Una scelta che dona alle nuove versioni un suono più organico e immediato, ulteriormente valorizzato dal lavoro di produzione condiviso con Giorgio Barroccu presso gli Evilcation Studios di Genova.

Sul piano stilistico, A History In Three Acts conferma la personalità degli ExpiatoriA. Heavy metal classico, epic doom, suggestioni dark e sfumature progressive convivono in un equilibrio ormai perfettamente riconoscibile, mentre la componente teatrale rimane sempre funzionale alla narrazione musicale senza mai trasformarsi in semplice esercizio estetico.

Anche la pubblicazione assume un forte valore simbolico. L'uscita coincide infatti con l'esibizione della band al Luppolo In Rock del 18 luglio 2026, uno dei traguardi più significativi raggiunti dagli ExpiatoriA nella loro lunga carriera. È la dimostrazione di come una realtà nata nell'underground possa continuare a evolversi mantenendo intatta la propria identità.

A History In Three Acts non è soltanto una celebrazione del passato. È la fotografia di una band che ha saputo attraversare quasi quarant'anni di storia rimanendo fedele alla propria visione musicale, trasformando ogni rinascita in una nuova occasione di crescita. Un disco pensato per chi segue gli ExpiatoriA fin dagli esordi, ma anche un punto d'ingresso ideale per chi desidera scoprire una delle realtà più autentiche e longeve dell'heavy metal italiano contemporaneo.



venerdì 10 luglio 2026

Keith Emerson: accadeva il 10 luglio del 1968


Era il 10 luglio 1968 quando un giovanissimo Keith Emerson diede fuoco alla bandiera americana durante un concerto dei Nice, alla Royal Albert Hall di Londra.

Di tutto un Pop...
Wazza

The Nice 1968

Keith Emerson e la bandiera americana

Il 10 luglio 1968, nel corso di un loro partecipatissimo concerto alla Royal Albert Hall di Londra, i Nice bruciano e calpestano la bandiera statunitense. Il gesto avviene durante l'esecuzione di una versione molto “psichedelica” di “America”, il brano di Leonard Bernstein tratto dal musical "West Side Story".


La band, che in quel periodo è composta dal bassista Keith “Lee” Jackson, proveniente dai T. Bones come il tastierista Keith Emerson, dal chitarrista Dave O'List, già con gli Attack e dal batterista Brian "Blinky" Davison ex Mark Leeman Five, è solita eseguire il pezzo di Bernstein insieme a una serie di evoluzioni improvvisative (che comprendono anche frammenti della Sinfonia "Dal Nuovo Mondo" di Antonín Dvořák) intitolate “Second Amendment”, con riferimento al secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che sancisce il diritto di ogni cittadino a possedere armi.


In quel 10 luglio alla dissacrazione musicale viene aggiunta la provocazione visiva. Quella bandiera USA che brucia sul palco vuole essere, secondo quanto annunciato dallo stesso Keith Emerson “di un segno di protesta per l’ignobile guerra in Vietnam”. Il gesto che attira sui Nice molte simpatie da parte dei movimenti pacifisti finisce per costare caro sul piano professionale. La band, infatti, viene messa al bando dal locale, uno dei luoghi più prestigiosi per la musica dal vivo britannica.

1968 - The NICE

(Brian Davison, Keith Emerson, Lee Jackson)

Descritta da Emerson come la "prima canzone di protesta strumentale", il singolo si concludeva con la voce del figlio di tre anni della cantante soul P. P. Arnold (alla quale i Nice avevano fatto da gruppo di supporto) che recitava "L'America è incinta di promesse e aspettative ma è assassinata dalla mano dell'inevitabile"




giovedì 9 luglio 2026

RocKalendario del secolo scorso – Giugno - Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Giugno

Di Riccardo Storti

 

1956 – Scandalo! 5 giugno: Elvis Presley fa la sua seconda apparizione al programma Texaco Star Theatre di Milton Berle: canta Hound Dog e durante l’indiavolata performance le sue movenze oscillanti dei fianchi provocarono un'ondata di indignazione.

La rassegna stampa è assai gustosa: i critici televisivi lo stroncano, affermando che la sua esibizione sembrava «la danza di accoppiamento di un aborigeno», mentre taluni sostenevano che non avesse «alcun futuro nel mondo della musica». Jack Gould del The New York Times dichiarò: «Il signor Presley non possiede alcuna apprezzabile capacità canora», mentre John Crosby del New York Herald Tribune definì Elvis «indicibilmente privo di talento e volgare». Praticamente l’incoronazione del re del rock and roll. 

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1966 – Un riff dalla timbrica garage, ma che ricorda anche un po’ quello di Satsfaction degli Stones, quindi un testo che picchia come un’improvvisa grandinata: “Mr. America, walk on by/ Your schools that do not teach / Mr. America, walk on by / The minds that won't be reached”. La canzone si intitola Hungry Freaks Daddy e apre il primo album di The Mothers of Invention, sigla che cela la presenza demiurgica e geniale di Frank Zappa

La contestazione sta già girando negli States, figuriamoci poi nella California di quel 27 giugno, data della pubblicazione di questo disco abbastanza rivoluzionario, ma non come si potrebbe pensare: Zappa si serve dell’ironia e il suo messaggio ha come capolinea il disincanto al cospetto di un American dream sempre più prossimo all’incubo. Secondo doppio album della storia del rock (primato ottenuto da Blonde on Blonde di Dylan, uscito una settimana prima), Freak Out è anche un vivace panorama dell’ecclettismo zappiano: stravolge il dettato della canzone d’amore anni Sessanta (I Ain't Got No Heart, How Could I Be Such a Fool e You Didn’t Try to Call Me) o quella più prossima al doo-woop (Go Cry on Somebody Else's Shoulder), fa il verso all’incipiente scena psichedelica (Any Way the Wind Blow e I’m Not Satisfied), si serve di dissonanze dall’effetto grottesco (Who are the Brain Police?), suona rock blues con il kazoo (Motherly Love) ma senza dimenticare il magistero di John Lee Hooker (More Trouble Every Day), si diverte con canzoncine ideali per sigle di cartoni animati (Wowie Zowie e You're Probably Wondering Why I'm Here). La novità – per un disco che, in negozio, avremmo trovato nello scaffale del rock – sta nel secondo vinile, dedicato quasi interamente a due composizioni (Help, I’m a Rock (Suite in Three Movements) e The Return of the Son of Monster Magnet (Unfinished Ballet in Two Tableaux)), dove mischia, in maniera molto libera, improvvisazioni, happening teatrale, musica atonale, rumorismo, free jazz, elettronica e pure una dedica alla memoria di Edgar Varèse. 

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1976 – Voleva uscire allo scoperto. Ma chi? Alan Parsons. Caspita, era entrato giovanissimo in quelli studi magici, quando i Beatles registravano Abbey Road e Let It Be (e si vocifera che lui si fosse limitato a portare qualche caffè, sarà vero?), mostrò presto talento e te lo ritroviamo in consolle a conferire ulteriore magia a The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Così, dall’incontro con il musicista Eric Woolfson nasce l’Alan Parsons Project che, come precisa la sigla, non è proprio un gruppo ma, appunto, un progetto musicale partito dall’entusiasmo del duo. 

L’esordio, avvenuto per Charisma il 25 giugno, ha come pietra angolare la raccolta di racconti di Edgard Allan Poe, tanto che l’album si chiamerà Tales of Mystery and Imagination: ogni canzone, un racconto da ascoltare sotto forma di suggestioni testuali e musicali che diverranno di fatto l’inconfondibile marchio di fabbrica di Alan Parsons Project. Non manca il successo perché la loro è una ricetta appetibile a qualsiasi palato: sonorità pop rock, melodia orecchiabile, arrangiamenti orchestrali efficaci e, non ultima, una copertina che attiri al di là dei contenuti narrativi. Questo è solo l’inizio, poi ci si ispirerà ad Asimov (I Robot), all’antico Egitto (Pyramid e Eye in the Sky), alla donna (Eve), al gioco d’azzardo (The Turn of a Friendly Card), al progresso scientifico (Ammonia Avenue) fino a figure centrali del Novecento (Gaudi e Freudiana). Il concept album non è morto e piace. Brano di punta di Tales of Mystery and Imagination, la suite The Fall of the House of Usher.

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1986 – Mese ricco quello di giugno, quindi non è stato facile scegliere. A Kind of Magic dei Queen, The Invisible Touch dei Genesis, Emerson, Lake and Powell, The Queen is Dead degli Smiths. Fate un po’ voi. Ma io seguo la memoria del cuore e scelgo Bring on the Night di Sting, primo album dal vivo dell’ex Police (uscito il 20 giugno) e, stando alla critica, uno dei migliori in assoluto della carriera discografica del nostro. 

Un doppio album che raccoglie il meglio dei suoi concerti del 1985 con una scaletta iconica, ricca di brani dell’ultimo The Dream of the Blue Turtles e del passato con Copeland e Summers. Rimette mano a tutto e lo fa con musicisti jazz, così come succederà qualche anno dopo con il grande Gil Evans. Con lui ci sono Brandford Marsalis al sax, Kenny Kirkland al pianoforte, Daryll Jones al basso e Omar Hakim alla batteria: una band da paura. Basta solo il medley iniziale Bring On the Night/When the World Is Running Down, You Make the Best of What's Still Around per rendersi conto che siamo al cospetto di un disco fenomenale dove funk, jazz, reggae, rock e soul giocano tra loro con un divertito e divertente approccio; idem dicasi per altri due medley (The Dream of the Blue Turtles/Demolition Man e One World (Not Three)/Love Is the Seventh Wave). E in mezzo a un simile carnevale di suoni, pure momenti da pelle d’oca come in Moon over Bourbon Street e Tea in the Sahara.

Già che ci siamo perché non inserire qui il docufilm (che erroneamente viene datato “1985”)?

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1996 – Glasgow. C’era una volta un ragazzo che amava le sette note, tanto che, durante l’università, decise di iscriversi a un corso professionale per musicisti. Questo giovine di nobili velleità si chiamava Stuart Murdoch e insieme al bassista Stuart David registra un demo di canzoni uscite dalla sua penna; in un secondo tempo il progetto si allarga, raccogliendo e accogliendo intorno a sé coetanei che suonano strumenti anche lontani dall’universo pop – rock (violoncello, tromba e violino). Il primo parto fu Tigermilk che uscì per la label indipendente Electric Honey Records il 6 giugno del 1996; doveva essere solo un esperimento, un’occasione per mettersi alla prova, ma quel dischetto – tiratura 1000 copie – cominciò a girare tra i circoli universitari e nell’ambiente indie della città scozzese, ma poi si diffuse al di fuori del circondario urbano e, di lì a breve, divenne un prodotto cult. Per essere un album d’esordio è tutt’altro che il frutto acerbo del gruppo che verrà (ma che c’è già e si chiama Belle & Sebastian); Murdoch si mette continuamente in gioco e dimostra di avere un vero talento per la melodia, le armonie non scontate e un’ampia visuale stilistica. 

Riascoltato oggi, a distanza di 30 anni, resta uno dei più sottovalutati capolavori degli anni Novanta: le ballad sono il punto di forza e risentono di Nick Drake (The State I Am in e My Wandering Days Are Over) e del Wyatt di Oh, Caroline (We Rule the School); Murdoch si muove anche in altri territori come  il country (Expectations), lo swing (She’s Losing It), il rock’n’roll (You’re Just a Baby e I Could Be Dreaming), l’electro-pop (Electronic Renaissance è un chiaro omaggio ai New Order) e il folk cameristico (Mary Jo). Un disco non estraneo al clima brit-pop (ascoltate I Don’t Love Anyone), ma con una cifra di originalità che va ben oltre la musica e va ricercata in particolar modo nei testi (questi ultimi ci restituiscono un immaginario denso di passioni adolescenziali in ritardo, ma sempre nostalgicamente azzeccate, nonché comprensibili). E pensare che Murdoch non voleva mica mettere su una band! Andò diversamente (per fortuna).  

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mercoledì 8 luglio 2026

Il compleanno di Patrizio Fariselli


Compie gli anni Patrizio Fariselli, nato l'8 luglio del 1951, pianista compositore.
Diplomato al conservatorio di Pesaro, a 21 anni entra negli Area.

Oltre all’attività con gli Area, ha prodotto vari progetti, nel politico e sociale.
Una delle nostre "eccellenze" musicali.

Happy Birthday Patrizio!
Wazza




martedì 7 luglio 2026

RocKalendario del secolo scorso – Luglio-Di Riccardo Storti

 



RocKalendario del secolo scorso – Luglio

Di Riccardo Storti


1956 – Mentre per tutto il mondo impazza il rock’n’roll e il suo incontrastato re resta Elvis Presley, in Germania, in quel di Darmstadt, dall’11 al 22 luglio si incontrano i cervelloni della musica d’avanguardia. In realtà si tratta di una “vacanza” per addetti ai lavori denominata Darmstädter Ferienkurse, quindi, corsi intensivi dove non mancano affatto stimoli volti alla più pura innovazione sonora ed estetica. 

Si leggono passaggi di Adorno, si assiste alla prima di quel capolavoro nascosto che è The Unanswered Question di Charles Ives (mancato nel 1954 e, nella vita di tutti i giorni, assicuratore…) e - non era mai successo in tale sede - si disquisisce in maniera approfondita di musica elettronica, con altre premiere di alcuni giovani emergenti che faranno parlare di sé; tra codesti, Karlheinz Stockhausen, che, per l’occasione, si presenta con Gesang der Jünglinge e Zeitmasse. Battiato ha solo 11 anni e non lo sa…

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1966 – A luglio di quell’anno usciva una pietra miliare della storia del rock: Fifth Dimension dei Byrds. Fiumi d’inchiostro si sono profusi a raccontarne i dettagli. Mi chiedo, però, quante parole si siano spese per Sei minuti all’alba di Enzo Jannacci, pubblicato il 16 luglio per Jolly Hi-fi Records. Terzo album del nostro, il disco riporta alla memoria un mondo che non c’è più tra canzone dialettale milanese, ironia e personaggi iconici (Soldato Nencini): per i testi si muovono, oltre a Jannacci (che scrive tutte le parti musicali) Dario Fo, Walter Valdi, Cochi Ponzoni e Marcello Marchesi (autori del twist demenziale Ho soffrito).


Il titolo dell’LP prende spunto da una canzone che racconta le vicende del padre di Jannacci, quando era partigiano; memorabile (e famosissima) Faceva il palo. Si sentono anche ispirazioni contemporanee tratte da Tenco e Paoli (Ho visto un uomo), Endrigo (Cosa portavi bella ragazza) e Bindi (Chissà se è vero). Da riscoprire perché oggi può ancora raccontare molto.

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1976 – 21 luglio. Poohlover è il primo album in cui i Pooh si ritrovano ad avere le mani libere, affrancati dalla produzione di Giancarlo Lucariello. Meno orchestra, più interventi solistici di Battaglia e Facchinetti, scrittura corale con un ispirato Valerio Negrini alla penna. Il risultato è un album affiatato, certamente di svolta rispetto al passato, anche per la scelta degli argomenti non proprio rassicuranti.

 I protagonisti di quelle canzoni sono un ex detenuto (Il primo giorno di libertà), una prostituta (Tra la stazione e le stelle), uno zingaro (Gitano), un emarginato (Uno straniero venuto dal tempo), un gay (Pierre), un militare (Padre del fuoco, padre del tuono, padre del nulla). Musicalmente si occhieggia al prog (e quasi di più rispetto al caro e vecchio Parsifal) con riferimenti a Genesis, Pink Floyd e Yes (Uno straniero venuto dal tempo) e Barclay James Harvest (Gitano). Segni di una svolta interessante che potrebbe fare cambiare idea a chi ha sempre trattato i Pooh solo come una band pop-melodica.

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1986 – Quando uscì (7 luglio), sbottai senza esitazione: “Sono meglio dei Van Halen!”. David Lee Roth, uscito dal complesso dei prodigiosi fratelli, si mostra in copertina appariscente e dipinto, come se fosse uno stregone di qualche tribù persa tra le foreste del pianeta. Subito eccessivo, anzi, molto, troppo eccessivo per essere un esordio solista. Gli piace esagerare e lo fa anche nella scelta dei suoi compagni di strada: mette su un vero e proprio supergruppo con protagonisti della tecnica d’area hard’n’heavy. Con lui ci sono il batterista Greg Bissonette, il bassista Billy Sheehan (già nei Talas, che aprivano i concerti dei Van Halen) e soprattutto il chitarrista Steve Vai (Zappa’s alumnus!). Il titolo è già un programma: Eat’em and Smile, mangiali e sorridi. 

Che cosa si debba consumare non si sa, forse le canzoni? Fatto sta che l’incipit di Yankee Rose si apre con un dialogo tra Lee Roth e la chitarra di Vai che parla: certo, una canzone in stile Van Halen, ma la differenza la fa proprio il chitarrista che sciorina assoli non solo di bravura, ma soprattutto di stile. Si schiaccia sull’acceleratore dello speed metal (Shyboy e Elephant Gun), ci si solazza con frizzanti rock’n’roll (I’m Easy), non si disdegnano scanzonati approcci funky (Ladies' Nite in Buffalo?, Bump and Grind e una Big Trouble quasi rap), si valorizza il riff per declinazioni pop (Goin’ Crazy tra Jump e Money for Nothing dei Dire Straits). Azzeccati, pertinenti e delicatamente irriverenti i due omaggi: il primo a un classico del blues (Tobacco Road) e l’altro a uno standard di Frank Sinatra (That’s Live). Su “Karrang” dell’8 gennaio 1987, recensendo l’album, il critico Malcom Dom scrisse: “Spettacolo puro, con quel gusto per la sorpresa. Nessuno sa farlo meglio di David Lee Roth. Fidatevi!” Sì, c’è da fidarsi.

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1996 – Con Broken Arrow, Neil Young torna a collaborare con i Crazy Horse per un album che celebra la forza del suono grezzo, imperfetto e profondamente umano che da sempre caratterizza quel sodalizio. Pubblicato il 2 luglio, il disco si muove tra ampie song elettriche, atmosfere malinconiche e momenti di intensa introspezione, confermando la capacità di Young di trasformare la semplicità in pura emozione. Il brano d’apertura Big Time introduce subito un clima ruvido e ipnotico, mentre Loose Change e Slip Away mostrano il lato più contemplativo del cantautore canadese, con chitarre dilatate e arrangiamenti che sembrano respirare lentamente. 

Il cuore dell’album è la lunga suite Changing Highways, dove la ripetizione e l’improvvisazione si rivelano provvidenziali soluzioni espressive, quasi una jam sospesa nel tempo (si tratta di una composizione ripescata a oltre vent’anni di distanza, visto che fu scritta nel 1974). Music Arcade è uno dei momenti più delicati e nostalgici, un piccolo gioiello acustico che richiama il Neil Young più intimo.

Broken Arrow non è affatto un disco immediato né facile, bensì un’opera coerente con la poetica di Young: libero, imprevedibile e fedele alla ricerca di emozioni sincere. Un album a tratti addirittura crepuscolare e visionario, che dimostra ancora una volta il valore artistico di un musicista incapace di seguire strade convenzionali.

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lunedì 6 luglio 2026

Il compleanno di Michael Shrieve


Compie gli anni Michael Shrieve, nato il 6 luglio del 1949, batterista, percussionista, compositore, passato alla storia come enfant prodige a Woodstock 1969, suonando la batteria con i Santana.

Nel 1976 fonda insieme al percussionista giapponese Stomu Yamastha, a Steve Winwood, Klaus Schulze e il chitarrista Al di Meola, i "Go", per l'epoca un gruppo all'avanguardia, forse poco compreso!

Continua a suonare, produrre e divertirsi.

Happy Birthday Mike!
Wazza 

  With Chepito Areas and Richard Kermode. Japan 1973. Lotus tour


 José 'Chepito' Areas (hidden), David Brown, Michael Shrieve and Carlos Santana-1969


 Steve Winwood - Stomu Yamastha - Michael Shrieve "GO" 1976 + Paul Buckaster (produttore)








Per voi giovani: le scelte degli ascoltatori nel 1975



Ciao 2001 del 6 luglio 1975 pubblica i risultati di un referendum di "Per voi Giovani": i migliori "100 dischi", la discografia essenziale!

Tra gli italiani i primi sono il Banco del Mutuo Soccorso, al 9° posto con l'album "Darwin"...
Primo classificato "Ummagumma" dei Pink Floyd , ultimo "Utopia" di Todd Rundgreen.

Da notare che tra i primi 8 album tre sono dei Genesis, a riscontro di quanto fossero popolari Gabriel e company in Italia.

Siamo "invecchiati" con roba buona... prima di essere (come direbbe Battiato) sommersi da immondizie musicali!
Tanto per rinfrescarvi la memoria...
Wazza