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lunedì 3 agosto 2026

I fantasmi sono tra noi Genesis, Milano, 19 maggio 1987, di Angelo De Negri

 


I fantasmi sono tra noi

Genesis, Milano, 19 maggio 1987

di Angelo De Negri 


Il biglietto dei Genesis non esiste più. Si è sciolto sotto la pioggia, nella tasca del mio giubbotto di jeans, poche ore prima che il concerto avesse inizio. Di quella sera non possiedo fotografie e non ritrovo nemmeno i ritagli dei giornali che avevo conservato. Mi rimane un poster ufficiale, arrotolato da qualche parte in garage. Eppure, se chiudo gli occhi, riesco ancora ad ascoltare The Brazilian.

Il 19 maggio 1987 avevo vent’anni e vivevo a Priaruggia, a Genova. Mi ero diplomato geometra da un anno al Buonarroti ed ero iscritto a Ingegneria civile. Non potevo ancora saperlo, ma l’anno successivo sarei passato ad Architettura. Ero in quella terra di mezzo nella quale si comincia a capire che le scelte compiute fino a quel momento potrebbero non essere definitive.

I Genesis erano già una certezza. Avevo recuperato tutti i loro dischi e amavo soprattutto il periodo di Peter Gabriel: quello delle storie surreali, delle maschere, delle lunghe composizioni e dei mondi che sembravano aprirsi dietro ogni copertina. I Genesis del 1987 erano ormai diversi. Phil Collins era diventato una star mondiale anche come solista; l’album Invisible Touch aveva portato il gruppo nelle classifiche e nei programmi televisivi. Ma per me erano sempre i Genesis e quella rappresentava la prima occasione per vederli dal vivo. Sarebbe stato il coronamento di un sogno.

La notizia del concerto l’avevo probabilmente letta qualche mese prima su un quotidiano. Non esisteva Internet: le date arrivavano attraverso giornali, riviste musicali, fanzine e passaparola. Per comprare il biglietto bisognava andare fisicamente in una prevendita. Io lo acquistai da Ricordi, in via Porta d’Archi. Non ricordo quanto lo pagai; molti anni dopo ho trovato in rete il prezzo stampato sui biglietti di quella serata: 22.500 lire.

Non dovetti affrontare una coda particolare. Ci eravamo mossi per tempo.

Al concerto andai con Mario Croce. Ci eravamo conosciuti due anni prima durante una vacanza in campeggio, raggiunta in moto, ad Alassio. Lui studiava Ingegneria navale e condivideva con me la passione per Genesis, Pink Floyd e per quel modo ambizioso di concepire la musica. Stavamo persino pensando di formare un gruppo.

Partimmo da Genova nel primo pomeriggio con la Golf GL cabrio di Mario, grigia metallizzata. Volevamo arrivare presto per conquistare sul prato una posizione il più possibile vicina al palco. Nell’autoradio avevamo le cassette: sicuramente Genesis, Marillion e Pink Floyd. Erano la nostra colonna sonora e, in un certo senso, anche il progetto di ciò che avremmo voluto suonare.

All’altezza di Pavia incontrammo una pioggia torrenziale. La prendemmo con l’ottimismo incosciente dei vent’anni.

«Se la becchiamo qui, a Milano non piove».

Non avevamo capito nulla.

Raggiungemmo San Siro seguendo i cartelli stradali e una cartina. Ero già stato allo stadio per alcune partite: avevo visto il Genoa contro Inter e ricordavo un Milan-Juventus del 1975, diventato famoso anche per i petardi lanciati verso la porta di Dino Zoff. Il Meazza, quindi, apparteneva già alla mia memoria, ma come luogo del calcio.

Quella sera era diverso.

Intorno ai cancelli si erano assiepate migliaia di persone. C’erano molti ragazzi della nostra età, arrivati attraverso i “nuovi” Genesis di Collins: quelli dei singoli in classifica e dei videoclip trasmessi da VideoMusic e da Deejay Television. In Italia MTV non era ancora arrivata. Accanto a loro si riconoscevano i fan della formazione con Gabriel. Avevano magari trenta o quarant’anni, ma a noi sembravano vecchi. Due generazioni convivevano davanti allo stesso palco, anche se attendevano, almeno in parte, due gruppi differenti.

Poco prima che aprissero i cancelli, mentre eravamo ancora in coda, tornò la pioggia. Il biglietto era nella tasca del giubbotto di jeans e quando lo estrassi mi accorsi che si era quasi disfatto. Cercammo di ricomporlo alla bell’e meglio. Per qualche istante temetti che mesi di attesa potessero finire lì, davanti a un addetto incapace di riconoscere quel piccolo mosaico di carta bagnata.

Gli addetti compresero il problema e ci lasciarono entrare.

A quel punto corremmo.

Sul prato non esisteva il posto assegnato: la vicinanza al palco bisognava guadagnarsela con l’attesa e con le gambe. Riuscimmo a sistemarci in posizione centrale, abbastanza vicini da vedere bene i musicisti. Le protezioni posate sul terreno ci salvarono almeno in parte dal fango, ma non ci si poteva sedere. Aspettammo in piedi, con gli abiti ancora umidi.

Il palco sembrava enorme. I teloni riprendevano i colori e le forme della copertina di Invisible Touch. C’era anche un grande schermo, una tecnologia che allora non era ancora una presenza scontata nei concerti. Oggi ci sembra normale osservare un musicista ingrandito sopra il palco; nel 1987 quello schermo faceva parte della meraviglia.

Prima dei Genesis si esibì Paul Young. Lo conoscevo attraverso i successi radiofonici, i video e la sua partecipazione al Live Aid di due anni prima. Non mi piaceva particolarmente e mi sembrava una scelta poco adatta al pubblico dei Genesis. Il suo genere era troppo distante da quello che molti di noi erano venuti ad ascoltare.

Esordì accennando Singin’ in the Rain. La battuta non migliorò il rapporto con la platea. Dopo qualche brano qualcuno lanciò addirittura un panino verso il chitarrista, che rispose con gesti poco eleganti e smise brevemente di suonare. Ho il ricordo di un’esibizione piuttosto corta, forse accorciata, ma non posso esserne certo. Paul Young era una star internazionale: questo non significava che fosse l’artista giusto in quel momento, davanti a quel pubblico.

Poi venne il buio.

Il concerto cominciò con Mama. Sul grande schermo comparve il volto di Phil Collins illuminato dal basso. La luce ne scavava i lineamenti mentre lui emetteva quella risata angosciosa e inconfondibile. Era un’immagine teatrale, quasi una maschera: una versione tecnologica, adatta alle dimensioni di uno stadio, di quella capacità di trasformazione scenica che aveva appartenuto ai Genesis fin dagli anni di Gabriel.

In quel momento il sogno diventò reale.

Mi voltai. Vidi il prato dietro di noi e le gradinate che, dal punto in cui mi trovavo, apparivano completamente piene. Il Meazza non aveva ancora il terzo anello né la copertura costruiti per i Mondiali del 1990. Era uno stadio diverso da quello di oggi, aperto verso il cielo che ci aveva appena scaricato addosso la pioggia.

La folla reagì in modo pazzesco. Davanti a me c’erano davvero Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford, affiancati da Chester Thompson e Daryl Stuermer. Non erano i Genesis che preferivo, ma mi conquistarono immediatamente. Erano tecnicamente perfetti.

Ricordo una magnifica Abacab. Ricordo The Brazilian, soprattutto. Era un brano strumentale dell’ultimo album e non era nemmeno il più famoso, eppure rimane uno dei suoni più nitidi di quella sera. A distanza di quasi quarant’anni, mi sembra ancora di sentirlo se chiudo gli occhi.

Phil Collins era il mattatore. Si trovava al culmine del successo, sia con il gruppo sia come solista, e sapeva governare uno stadio. Per parlare con il pubblico leggeva da un foglio alcune frasi italiane scritte foneticamente. La costruzione di Home by the Sea diventò uno dei momenti più coinvolgenti dello spettacolo. Collins invitò il pubblico a richiamare i fantasmi: tutto lo stadio alzò le braccia e cominciò a fare «uuuuuu», mentre lui continuava a caricare le diverse zone della platea.

Poi pronunciò la frase:

«I fantasmi sono tra noi».

Per alcuni istanti San Siro non fu più uno stadio. Divenne davvero la casa infestata raccontata nella canzone.

Anche l’introduzione di Domino sfruttava le dimensioni e la forma del luogo. Collins coinvolse separatamente i vari settori, facendo propagare la risposta del pubblico da una zona all’altra come una successione di tessere che cadono. Non si limitava a cantare davanti alla folla: usava la folla come parte dello spettacolo.

Durante Throwing It All Away l’atmosfera cambiò ancora. Il brano, più semplice e immediato, divenne evocativo proprio grazie alla partecipazione collettiva. Mi accorgevo che il pubblico si esaltava soprattutto per i nuovi successi. Io e Mario appartenevamo quasi a una minoranza: avevamo vent’anni, ma aspettavamo la musica amata dai fan più vecchi.

Collins introdusse In the Cage definendola «una canzone molto vecchia».

Per noi fu il segnale.

Il Cage Medley, con il passaggio in …In That Quiet Earth e l’approdo ad Afterglow, rappresentò l’unica vera immersione nei Genesis che avevamo conosciuto attraverso i vecchi dischi. Mi emozionò profondamente, ma mi sembrò troppo poco. Era probabilmente la scelta giusta per il pubblico raccolto quella sera: i Genesis non potevano comportarsi come se il successo degli ultimi anni non fosse mai avvenuto. Io, però, avrei voluto che quella porta sul passato restasse aperta più a lungo.

Il mio osservato speciale era Tony Banks. Mario suonava le tastiere e per entrambi il suo lavoro era mitico, quasi inarrivabile. Sul grande schermo comparivano spesso le sue mani. Collins dominava la scena, ma io cercavo Banks dietro il suo arsenale di strumenti, come se osservandolo abbastanza attentamente fosse possibile comprendere il segreto di quella musica.

Anche Rutherford e Stuermer erano in ottima forma. Chester Thompson svolgeva gran parte del lavoro alla batteria, permettendo a Collins di muoversi sul palco e dedicarsi al canto. Quando Collins tornò dietro i tamburi per il duetto con Thompson, vidi per la prima volta dal vivo due batteristi suonare insieme. Il dialogo ritmico che conduceva verso Los Endos mi fece ritrovare, dentro lo spettacolo pop e tecnologico del 1987, la potenza strumentale dei Genesis.

Il finale con Turn It On Again mi lasciò invece un po’ di amaro in bocca. Il brano si trasformava in un medley di classici rock e soul. Con l’intero repertorio dei Genesis a disposizione, non capivo perché dovessi ascoltare cover di canzoni altrui. Il pubblico si divertiva e il meccanismo funzionava, ma io rimasi interdetto. Dopo una concessione così breve al passato, avrei preferito un’altra canzone dei Genesis.

Nonostante questo, quando si accesero le luci eravamo stanchi e felici.

Comprai un poster ufficiale del tour. Il biglietto era ormai perduto, ma quel poster sarebbe tornato con me a Genova e sarebbe sopravvissuto, arrotolato in garage, fino a oggi.

Ripartimmo subito con la Golf. Ci fermammo a mangiare qualcosa all’Autogrill di Dorno, che con il tempo sarebbe diventato una tappa abituale nei ritorni dai concerti milanesi. Arrivammo a Priaruggia intorno all’una e mezza. Poche ore dopo ero nuovamente all’università, a raccontare la serata agli amici che non erano venuti e a cercare sui giornali le recensioni del concerto.

Non avevamo fotografie. All’epoca era vietato introdurre macchine fotografiche e agli ingressi potevano sequestrartele. Chi voleva portarne una doveva nasconderla. Io quella sera non l’avevo fatto. Se l’avessi avuta, avrei cercato di immortalare ogni componente della band.

Mi sono rimaste altre immagini: San Siro ancora a due anelli; Collins che legge il foglio per pronunciare le frasi in italiano; le mani di Banks sul grande schermo; il pubblico che richiama i fantasmi; lo stadio che si propaga come un domino; il volto di Collins illuminato dal basso durante Mama.

Poco tempo dopo comprai davvero un basso elettrico. Con Mario andammo anche da Merula, a Bra, luogo allora mitico per i musicisti, per cercare una tastiera. Formammo prima i Black Cross, un duo con una batteria elettronica Yamaha RX21, e cominciammo suonando brani dei Pink Floyd. Poi arrivarono i Barley Wine, con Duzza alla chitarra e Santo alla batteria. Mario oggi vive e lavora a Trieste, ma siamo ancora in contatto.

Quella Golf partita da Genova, in qualche modo, non si è mai fermata.

Oggi sarebbe tutto più semplice. La notizia del concerto arriverebbe in tempo reale. Comprerei il biglietto online, raggiungerei lo stadio con Google Maps e potrei avvisare mia madre di un eventuale ritardo. Il telefono mi consentirebbe di registrare video e scattare centinaia di fotografie. Probabilmente avrei conservato anche l’immagine di The Brazilian.

Ma le mani del pubblico sarebbero occupate dai cellulari e avrebbero quasi meno possibilità di applaudire. Durante il richiamo dei fantasmi, migliaia di schermi si alzerebbero sopra le teste. Quel concerto dei Genesis, oggi, non sarebbe lo stesso.

Questo non significa che vorrei tornare indietro. Quell’epoca l’ho vissuta ed era giusto viverla in quel modo. Non condanno il presente: penso soltanto che allora facessimo molto con poco. Il rapporto con la musica era più intenso e avevamo il privilegio di attraversare un periodo quasi irripetibile, nel quale molti mostri sacri erano ancora contemporaneamente vivi, attivi e sui palchi.

Se potessi rivolgermi al ragazzo di vent’anni fermo sul prato del Meazza, gli direi che lo invidio bonariamente. Vorrei avere ancora la sua età per poter rifare tutto un’altra volta.

Poi lo saluterei con due raccomandazioni.

La prima: continua sempre a sperare in una reunion dei Genesis con Peter Gabriel e Steve Hackett.

La seconda: la prossima volta portati un ombrello. Ai concerti all’aperto dei Genesis, spesso e volentieri, piove.


La scaletta della serata:

Mama

Abacab

Domino

Part One: In the Glow of the Night

Part Two: The Last Domino

That’s All

The Brazilian

In the Cage

…In That Quiet Earth

Afterglow

Land of Confusion

Tonight, Tonight, Tonight

Throwing It All Away

Home by the Sea

Second Home by the Sea

Invisible Touch

Drum Duet – Phil Collins e Chester Thompson

Los Endos

Bis

Turn It On Again, con il medley






domenica 2 agosto 2026

Il compleanno di Steve Hillage



Compie gli anni oggi, 2 agosto, Steve Hillage, chitarrista, cantante, compositore, produttore discografico, punto di riferimento della cosiddetta "scena di Canterbury".
Ha fatto parte degli "Egg" e dei "Gong"
Nel novembre/dicembre 1976 fece un lungo tour in UK con i Nova di Corrado e Danilo Rustici, e Elio D'Anna... come "gruppo spalla"!
Ha inciso molti album da solista che spaziano tra il prog psichedelico e l'avanguardia elettronica, alcuni prodotti da Tod Rundgreen e Nick Mason.
Collabora da anni con il gruppo giapponese "System 7".
Happy Birthday Steve!
Wazza


 Con i Gong


Clive Bunker (ex Jethro Tull) ha suonato con Hillage in Germania nel 1977, nel 1979 apriva i suoi concerti con il gruppo "Aviator".





sabato 1 agosto 2026

"The Concert for Bangladesh": era il 1° agosto del 1971

Si tenne il 1° agosto 1971 il primo mega concerto per beneficenza organizzato da George Harrison: "The Concert for Bangladesh".

Il concerto venne proposto al Madison Square Garden di New York, con l'aiuto degli amici Ravi Shankar, Ringo starr, Eric Clapton, Bob Dylan, Leon Russell, Billy Preston e molti altri.

Di tutto un Pop
Wazza 

George Harrison and Eric Clapton 
performing at the Concert for Bangladesh at Madison Square Garden

Essendo stato messo al corrente dall'amico Ravi Shankar della gravità delle condizioni delle popolazioni del Bangladesh, George Harrison decise di organizzare, e lo fece in fretta, un evento senza precedenti: un concerto di beneficenza con la partecipazione di varie rock star. Il famosissimo "CONCERT FOR BANGLADESH" si tenne al Madison Square Garden di New York il 1° agosto 1971. 

Ringo Starr - George Harrison - Bob Dylan - Leon Russell

L'impegno di Harrison nell'organizzazione dell'evento fu enorme e frenetico, e non senza problemi. Dopo i rifiuti di Paul McCartney (per questioni legate al management dei componenti dei Beatles) e di John Lennon (per il rifiuto da parte di Harrison di un'esibizione in coppia con la moglie Yoko Ono), il cast definitivo fu composto da: George Harrison, Ringo Starr, Ravi Shankar, Leon Russell, Billy Preston, Eric Clapton e Bob Dylan.



Da quell'evento furono ricavati un album triplo e un film.


Il concerto, l'album e il film, furono un enorme successo. In seguito Bob Geldof dichiarò che il concerto per il Bangladesh fu il pioniere dei concerti di beneficenza, compreso il Live Aid da lui organizzato.





venerdì 31 luglio 2026

BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026) - Di Riccardo Storti

 


BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026)

Di Riccardo Storti


Siano benedetti I social network perché, se non fosse stato per loro, quest’occasione – più unica che rara – me la sarei proprio persa.

“Scrollo” su Instagram e, nel giochino della social slot-machine, esce fuori Carl Palmer che, all’esterno della Royal Albert Hall di Londra, sta annunciando qualcosa di importante. Blocco, avanzo, torno indietro, do un occhio alla descrizione e scopro che il 18 luglio 2026 presso quel tempio della musica, sotto l’egida della BBC, si terrà una serata speciale dedicata al progressive rock. Più precisamente un happening all’interno del rinomato cartellone dei Proms. Cosa sono i Proms? Si tratta di una stagione concertistica di otto settimane, solitamente fissata durante l’estate, che ha come sede principale la Royal Albert Hall.

Una tradizione inossidabile, se pensiamo che la prima edizione risale al 1895; lo scopo era quello di programmare eventi musicali aperti a tutta la cittadinanza londinese, con biglietti accessibili a ogni fascia sociale e con un’offerta contenutistica popolare (oggi diremmo “mainstream”). Dal 1927 l’organizzazione dei Proms è in mano alla BBC che ne cura ogni dettaglio.

Circa questo appuntamento prog, esso è stato trasmesso in diretta radiofonica da BBC Radio 3 e in differita TV su BBC 4 il 23 luglio. Grazie a internet il concerto può essere riascoltato sulla piattaforma BBC Sound a questo link (ma assicuratevi di avere un account e di attivare una VPN sul Regno Unito; purtroppo dall’Italia non è possibile accedere al servizio); gli abbonati inglesi, che pagano la licenza per lo streaming su BBC IPlayer, possono riverderlo qui.

La BBC Concert Orchestra, diretta da Robert Ames, ha eseguito una playlist di evergreen del progressive rock britannico degli anni Settanta su arrangiamenti calibrati per l’occasione con coloriture e dinamiche ritmo-sinfoniche: un mega-ensemble che fonde l’orchestra classica al gruppo rock secondo un range elettro-acustico a 360°. Il live ha visto l’intervento di due “senatori” come Carl Palmer e Peter Hammill; le parti cantate sono state interpretate dal gallese Guy Garvey (leader degli Elbow), Gruff Rhys (attivo nel brit-pop con Superfurry Animals e Neon Neon), il duo indie-folk femminile The Staves, Jane Weaver (cantante con radici tra brit-pop e folktronica) e Vanessa Haynes (da Trinidad, già corista di Van Marrison e Chaka Khan, nonché voce soul-funk degli Incognito).

Sperando che ognuno di voi riesca – in qualche modo – ad assaporare le quasi due ore di concerto, vi passo qualche mio appunto preso al volo, durante la diretta sulla BBC (come quando si ascoltava Radio Luxembourg… vabbé, oggi c’è lo streaming).


Prima parte

Fanfare for the Common Man (E.L. & P.) – Magniloquente, ideale opener e fedele al mix dell’arrangiamento di seconda mano effettuato da Emerson (e che lasciò positivamente impressionato il buon Copland). Carl Palmer alla batteria. Bella l’idea di traslare, all’inizio, le parti dell’Hammond ai legni con alcune risposte della chitarra elettrica; il solo dello Yamaha GX-1 viene tagliato a favore di un interludio che, pur rifacendosi al mood improvvisativo originale di Emerson, viene affidato a una sorta di dialogo tra legni e ottoni.

Living in the Past (Jethro Tull) – Verrebbe da dire “ordinaria amministrazione”: sul piano interpretativo, però, la conduzione vocale di Rhys mi è parsa abbastanza monocorde e viziata da una timbrica troppo nasale (e ha pure rischiato di entrare in anticipo nella seconda strofa). Efficace la coda finale con unisono di violino e alcune percussioni idiofone.

Out Bloody Rageous (Soft Machine) – La fusion sul podio. Una delle perle di questa serata: il grosso lo porta avanti il sax sopranino di Andy Findon (musicista di Michael Nyman) che, dal riff (suonato all’unisono con la chitarra elettrica) ai momenti solisti, regge sulle spalle tutto il peso e la complessità di questa tostissima composizione, irta di mutamenti metrici e giochi dinamici (quindi gli perdoniamo quell’entrata anticipata e smorzata alla reprise del riff)

I Know What I Like (In Your Wardrobe) (Genesis) – L’esperimento gruppo rock più orchestra qui funziona molto bene, idem dicasi per i contrasti vocali tra Guy Garvey (a volte un po’ calante) e le sorelle Jessica and Camilla Staveley (The Staves). Il solo di flauto viene destinato invece alla chitarra elettrica. Interpretazione onesta e piacevole.

Northern Lights (Renaissance) – Qui si va lisci, tenuto conto delle impostazioni “orchestrali” primigenie, naturali nella poetica musicale dei Renaissance. Compito non facile, invece, riprodurre la caratura qualitativa di Annie Haslam, ma Jane Weaver si dimostra all’altezza della prova.

Night in White Satin (Moody Blues) – Più controllo e meno pathos. Un bene o un male? La Weaver è bravissima, precisa, pulita ma, per questa canzone, mostra una temperatura espressiva ben più bassa di quella di Justin Hayward. Non sembra convinta al 100%. Il brano funziona, ma non ho sentito quella pelle d’oca che mi sarei atteso. Tutto un po’ freddino. Forse è un problema mio e, quando si fa critica, bisognerebbe andare oltre (o fermarsi prima).

Refugees (Van Der Graaf Generator) – Qui l’emozione ci fa sbarellare e bisogna cercare di essere molto lucidi. Già questa è una canzone dal testo attualissimo: ha un testo che si fa ancora didascalia ogniqualvolta i nostri occhi si confondono di fronte a gallerie di immagini disumane che raccontano di guerre e di sbarchi. In più rivedere Peter Hammill su un palcoscenico, in questo caso un palcoscenico speciale, in un’occasione speciale – scusate le insistite ridondanze -, ebbene non ci si riesce a distaccare facilmente. E, alla prima, talune sfasature mica le senti: Hammill è un signore di quasi ottant’anni che non può cantare Refugees come nel 1970. Va detto: non è stata una Refugees perfetta, anzi, la perfezione era assai lontana, però l’intensità con cui Hammill ha affrontato il brano sembrava sovrastare qualsiasi altro giudizio critico. BBC Proms non è X Factor: in questo caso, è quasi banale, se non infantile, insistere sulle note cadute e calate: Refugees ha funzionato proprio perché imperfetta, reale e vera. Con un aggettivo: commovente.

Quando ascoltai l’originale per la prima volta, mi avevano colpito certe rifiniture di sax e flauto che avevano un non so che di barocco, ideali – magari – per un ristretto gruppo cameristico d’archi; ecco: l’arrangiamento di Adam Dennis è riuscito a ricolorare questa pagina partendo anche da tale intuizione. Sarei curioso di conoscere il parere di David Jackson…

And You and I (Yes) - Il duo delle sorelle Staveley (The Stoves) si divide e raddoppia la parte di Jon Anderson: la riscrittura orchestrale è quasi tinta pastello, un acquerello musicale con le dinamiche dosate e un saggio bilanciamento tra orchestra e comparto rock. Esito di livello sopraffino: sicuramente una delle tracce più riuscite della performance, pur senza novità e trovate ad effetto.

Tubular Bells (Mike Oldfield) - Praticamente una versione compatta di 5 minuti della Side A del disco che tiene insieme il famosissimo tema (3 battute in 4/4 e una in 3/4) con un procedimento imitativo e il motivo finale in cui la frase – un po’ come nel Bolero di Ravel - è suonata da diversi strumenti (pianoforte, organo a canne, glockenspiel, tromboni, chitarra, fagotti, legni, trombe e le campane tubulari) fino al tutti orchestrale.


Seconda parte

Karn Evil 9. First Impression. Part 2 (E.L. & P.) - La traccia è quella del disco, si sente la voce di Lake e l’orchestra tributa un suo omaggio aggregandosi al brano.

Non-Uk Prog Rock Medley – Relativamente a questa breve antologia del prog fuori dal Regno Unito si potrebbero aprire infinite discussioni ed elucubrazioni sui motivi che hanno indotto gli organizzatori a scegliere Sylvia dei Focus, Komfo (High Priest) degli Osibisa e Peaches En Regalia di Frank Zappa. Nulla da dire, tre piacevolissime perle, quasi a rappresentare tre continenti (Europa, Africa e America). Sylvia si presta e i toni dell’orchestra sono quasi romantici (a tratti sdolcinati e kitsch, con quell’insistenza sui timpani, la grancassa e i piatti). Gli Osibisa sono un po’ una sorpresa ma il critico musicale Marco Zatterin (presente all’evento) mi faceva notare che la loro presenza a Londra e dintorni negli anni Settanta era assai radicata: Komfo, comunque, non ha sfigurato nella playlist grazie ad arrangiamenti orchestrali tra Lalo Schiffrin e Leonard Bernstein (a due passi dalla colonna sonora, insomma). Quanto a Peaches En Regalia, tocchiamo la categoria del capolavoro e – perché no? – una messa alla prova per qualsiasi orchestratore; in questa occasione, Christian Balvig ne ha attribuito un profilo coloristico e ritmico quasi franco-americano (si percepiscono ascendenze a compositori storici quali Milhaud e Copland).

21st Century Schizoid Man / I Talk to the Wind / Court of the Crimson King (King Crimson) – Il medley dal primo disco dei King Crimson. Nello “schizoid” siamo al cospetto di un’orchestra heavy metal; tutt’altra atmosfera in I Talk to the Wind: l’ensemble rispetta la tavolozza minima e minimale dell’originale, non si eccede mai e certe sottolineature degli archi evitano rischi retorici (come purtroppo si sono ascoltati in altri brani); idem dicasi per la “corte del re cremisi” dove la tentazione a spingere sulla dinamica viene lasciata altrove per un finale deciso ma misurato, nonché composto. Buona anche la prova di lead vocalist di Guy Garvey (accompagnato da Rhys nella seconda e dal resto dei cantanti per la terza): una grana particolare che, in questa occasione, più che ricordarmi Lake, mi ha portato alla memoria Gordon Haskell. Chapeau all’ottima orchestratrice Fiona Brice.

Entangled (Genesis) – Indovinato lo sdoppiamento vocale tra Guy Garvey e Jane Weaver in questa suggestiva ballata dei Genesis del dopo Gabriel, ma, soprattutto, mi ha colpito l’arrangiamento di Fiona Brice che, con indubbia sensibilità, è riuscita a conferire al brano un’aria ulteriormente onirica, per merito di un utilizzo raffinato e aggraziato degli archi, in particolar modo nella coda “sinfonica” in cui riesce a mettere in luce il dialogo tra l’organo Hammond e i violini (mentre i legni tengono note lunghe e i tromboni doppiano il basso).

On Reflection (Gentle Giant) – Cosa succede se spogli questo brano dei colori rock e lo rivesti con i tessuti della musica da camera? Accade che ne viene fuori tutta l’anima classica, anzi a tratti addirittura pre-barocca. Questa On Reflection, appena inizia, sembra un ricercare di Andrea Gabrieli, poi, nel momento in cui si fanno largo ritmi claudicanti e note dissonanti, pensiamo alla svolta neoclassica di Stravinsky o a certi spunti – tra espressionismo e tradizione - dei nostri Malipiero, Ghedini e Petrassi. Poi, io ho avvertito ciò, ma probabilmente Shulman e compagni potrebbero rispondermi a tono citandomi compositori elisabettiani e Vaughan Williams. Una gemma che non toglie nulla all’originale, ma, anzi, ce la fa capire meglio.

Maker of Islands (Incredible String Band) – Il progressive inglese non può essere separato da una componente folk che ha avuto il suo peso evolutivo nella storia del genere, così ecco questa bellissima ballad dell’Incredible String Band che ben si adatta a una versione orchestrale più infiorettata rispetto a quella del disco. Molto buona e sentita l’interpretazione di Rhys.

The Great Gig in the Sky (Pink Floyd) – Qui non si scherza, ci vuole un’ugola che abbia coraggio di affrontare una simile scalata, perché i casi sono due: o riesci e ci fai toccare il paradiso con un orecchio o, se no, ci condanni all’inferno acustico. Basta niente, pertanto ogni volta che mi imbatto in chi ci vuole provare, percepisco sempre un certo disagio, anzi provo proprio compassione, un po’ come quando da bambino al circo assistevo al passaggio del trapezista sulla fune. Vanessa Hayes ci ha portato su e su, con lei, ci siamo rimasti. Il vertice spettacolare di tutto il concerto? Forse, sì… devo ancora metabolizzare.

A bocce ferme: su Youtube c’è il filmato dell’esecuzione. La Haynes dimostra subito un enorme controllo che pare andare ben oltre la questione tecnica ed esecutiva. Nella prima parte prende le misure al pezzo perché sa che il difficile arriverà dopo, quindi non ci stupisce più di tanto quanto si stia ascoltando, quindi da 2’47” prende la rincorsa e ci convince al 100% (sarà che anche i suoi occhi – come i nostri – paiono velati…).

The Crime of the Century (Supertramp) – I Supertramp non saranno proprio prog ma un brano come questo non sfigura di certo in scaletta. Bene il comparto orchestrale dal sapore quasi epico, però nutro qualche perplessità nella scelta di avere attribuito la parti vocali alle The Stoves: manca il piglio interpretativo blues di Rick Davies mentre la loro timbrica – azzeccata in altri brani – qui appare troppo leggera, poco incisiva, benché si tratti di una sezione breve.

The Great Gates of Kiev (E.L. & P.) – Non poteva che finire così, con una chiosa che sa veramente di ciliegina sulla torta. E qui c’è tutto: l’originale di Musorgskij, il trattamento di Ravel e il progressive rock di Emerson e compagni, più un rutilante solo di batteria di Palmer, sostenuto da una ciurma percussiva retrostante assai motivata a picchiare su timpani e grancasse.

Per tutti i credit, cliccate qui.



 

 

EL&P nel luglio 1972

Emerson, Lake & Palmer article from issue 30 of Bravo Magazine published 19th July 1972

L'uscita di "Trilogy", quarto album di EL&P, nel luglio 1972, trova largo spazio nei giornali musicali.
Seguirà un lungo tour mondiale in USA e Japan…

Di tutto un Pop!
Wazza





EMERSON, LAKE and PALMER from Extra magazine aout 1972

This poster was presented at the August 1972 Keyboard magazine in japan.
From playing style of Keith, I think this was illusion concert at Koshien Stadium in Osaka, EL & P first visit because of canceled in the riot on the way

1972 Emerson Lake & Palmer in Japan during a driving rain storm.
Take note of the Polypropylene sheeting to cover the stage

Fairport Convention nel luglio del '70

Fairport Convention, [Full House], Line Up "July 1970"… Simon Nicol, Dave Swarbrick, Richard Thompson, Dave Pegg, & Dave Mattacks


Usciva nel 
luglio del 1970 "Full House", album dei Fairport Convention, capostipiti del folk-rock d'oltremanica.

Da avere assolutamente!

Di tutto un Pop…
Wazza 

Allindomani delluscita del celebrato Liege & Lief, vera e propria pietra dangolo di tutto il folk revival inglese anni 70, la premiata ditta Fairport Convention” deve registrare due importanti defezioni, quella di Ashley Hutchings, bassista ma in primis vero e proprio ideologo della band, e soprattutto quella di Sandy Denny, forse la più grande cantante inglese del decennio. 

Il primo continuerà nella propria infaticabile opera di ricerca e riscoperta filologica delle radici della musica tradizionale inglese, dapprima fondando gli Steeleye Span, in seguito dando vita al progetto Albion Country Band”.

La seconda, desiderosa di dar maggior spazio alle proprie canzoni, intraprenderà la carriera solista; tornerà nella band cinque anni dopo per una breve e controversa réunion, poco prima della prematura e tragica scomparsa.
FAIRPORT CONVENTION 1970

Date tali premesse, ci si potrebbe aspettare un inevitabile sbandamento dellensemble, orfano di due personalità di tale calibro; nei fatti invece i membri rimanenti smentiscono tutto e tutti, dando alle stampe questo Full House” la cui musica si conferma qualitativamente su livelli vertiginosi, non avendo nulla da invidiare allillustre predecessore. Se al basso viene assoldato lottimo Dave Pegg (il quale negli anni Ottanta farà anche parte dei Jethro Tull, e che, sopravvissuto a tre decenni di travagli e continui cambi di formazione, rimane ancora ai giorni nostri il vero faro della band), tocca al chitarrista Richard Thompson e al violinista Dave Swarbrick accollarsi, oltre che il songwriting, le parti vocali. Ovviamente non reggono il confronto con la sontuosa vocalità della Denny, ma non sfigurano di certo, completandosi a vicenda ed amalgamandosi alla perfezione.

FAIRPORT CONVENTION Philadelphia Folk Festival 1970

Ne è la controprova il trascinante brano dapertura, Walk Awhile”, ancora oggi efficace cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo, un brioso ed incalzante mid-tempo con il funambolico violino di Swarbrick in gran spolvero. Questultimo in grande evidenza anche nella successiva ed insolitamente dura Doctor of Physick”, azzarderei dire una sorta di hard-folk, caratterizzato dai toni particolarmente enfatici del cantato. La coppia di indiavolati strumentali Dirty Linen” e Flatback Carper” continuano la consuetudine dei traditional arranged e proseguono ed ampliano il discorso di riscoperta di danze della tradizione popolare inglese già intrapreso in "Liege & Lief"; lamalgama e laffiatamento strumentale raggiungono qui livelli a dir poco prodigiosi, con i cinque musicisti intenti a inseguirsi, intrecciarsi, alternarsi, gareggiare in virtuosismi, a tratti sembrano addirittura sfidarsi a duello, a tutto vantaggio goduria uditiva dellascoltatore. La lunga e dilatata ballata (oltre nove minuti) Sloth”, dai tratti ipnotici e quasi indolenti, traccia invece sentieri finora quasi inediti ai Fairport, rievocando atmosfere ben poco british bensì dal vago sapore west-coast americano, facendo riaffiorare alla mente qualcosina degli Eagles dei giorni migliori; inutile dire che diverrà subito anchessa un classico cavallo di battaglia dal vivo. Sir Patrick Spens”,  altro tradizionale arrangiato, una suggestiva melodia dal sapore medievale, di quelle melodie senza tempo, cantata, o meglio, raccontata con azzeccato piglio trobadorico, ha il suo punto di forza nellelegante ed efficace ricamo della chitarra elettrica di Thompson, la stessa chitarra elettrica che tanto (ingiustamente) aveva fatto inorridire i cosiddetti puristi della scena folk. Now Be Thankful”, evocativa ballata corale, chiude degnamente un album memorabile, sicuramente da annoverare tra i grandi classici del genere. Sicuramente da menzionare la recente reissue (del 2001) in versione rimasterizzata, contenente tre bonus tracks tra cui val la pena citare una ottima Bonny Bounce of Roses”, fine e suggestiva ballata ed una Now Be Thankful” in versione new stereo mix.

Fairport Convention, Record Song Book, 1970