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lunedì 9 febbraio 2026

IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema, di Riccardo Storti

 


IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema

Di Riccardo Storti

 

C’è sempre molta attesa – tra critica e pubblico – quando un biopic sta per uscire. Anzi, dirò di più: ci si apposta come cecchini, pronti a scagliare il primo colpo, non appena si palesa la prima incoerenza emersa tra realtà e finzione. E proprio su quel crinale, che è anche una labilissima (nonché indefinita) linea di confine, ognuno dice la sua, talvolta travisando alcuni aspetti fondamentali che si finisce per trascurare, un po’ perché troppo presi dal giochetto enigmistico, un po’ perché si presume di saperla lunga. Poi ci sono i social, centrali parolaie sempre aperte.

Non è di certo esente da questo trattamento Il lungo viaggio, pellicola di Renato De Maria, biopic su Franco Battiato, per l’occasione interpretato dall’attore Dario Aita.

Accadde per varie fiction Rai (ricordiamo quelle su Fabrizio De André, Rino Gaetano, Mia Martini, Franco Califano) e sta accadendo per questa su Battiato, in prima visione nelle maggiori sale italiane il 2, 3 e 4 febbraio 2026, per poi ritornare a marzo sul piccolo schermo in prima serata (Rai Uno).

Visione piacevole, prodotto tutto sommato onesto e rispettoso, ma, come spesso capita, in bilico tra punti di forza e debolezze.

La forza? Nell’interpretazione: quella di Dario Aita. La forza del vero attore che ha saputo trasformare Battiato in un personaggio drammatico, se non addirittura, “drammaturgico”. Aita non somiglia a Battiato, ma già dalle primissime sequenze in cui entra in scena (proprio come su un palcoscenico), lo spettatore è preso dal personaggio su cui l’attore ha svolto un profondo lavoro di scavo attraverso ogni intenzione (e intuizione) gestuale, posturale, prossemica e verbale. Aita va oltre il meccanismo fisiognomico e imitativo, o meglio, va oltre un meccanicismo attoriale, provando a ricreare – e, secondo me, con successo – l’uomo Battiato, sotto la scorza del “fenomeno” che via via viene camaleonticamente a galla, dallo strambo sperimentatore un po’ velleitario all’eccentrico cantore pop scala-classifiche.

Una critica che si fa al film è quella di avere accennato in maniera un po’ superficiale al percorso spirituale di Battiato: tale dettaglio non emergerebbe in maniera chiara. Critica non campata per aria, ma, siamo sinceri: non era facile scendere nell’ombra di stati d’animo cangianti, intrisi di umana spiritualità, a cui Battiato ha abituato quel nugolo di aficionado che lo hanno (da sempre) seguito al di là (e al di qua) dei dischi.

Ebbene, per rendere tutto ciò (non evidente, ma sfumato con sensibilità) non basta un attore qualunque, ci vuole uno che sappia, uno che sia in grado di miscelare tecnica e passione, naturalmente guidato da un’adeguata regia. E Dario Aita è stata la scelta giusta, non solo per l’ottimo curriculum (valga il suo ruolo in Partenope di Sorrentino), bensì soprattutto per una formazione di altissimo livello (quello della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova).

Sì, ci siamo emozionati, perché la cifra empatica del dettato interpretativo era tale da realizzare una corrente trasmissiva di “pelle d’oca” in tutta la sala. E oltre Aita, Simona Malato nel ruolo della madre e Elena Radonicich, in quello della poetessa Fleur Jaeggy.

Appurato ciò, però, qua e là, non sempre la sceneggiatura si è rivelata all’altezza di alcune aspettative. Sono parecchie le invenzioni e le licenze realistiche che non trovano aderenza con la biografia di Battiato, ma ci sta: idee messe lì alla stregua di funzioni narrative capaci di intrattenere, se non anche di divertire e romanzare una trama che potesse farsi ancora più accattivante. Ne cito una su tutte: il primo incontro con Juri Camisasca, che avvenne durante il servizio militare. Siamo agli inizi degli anni Settanta: come è possibile che i due, passandosi una chitarra, improvvisino, presi dall’ispirazione, Nomadi e Stranizzi d’amuri, che sarebbero state composte qualche lustro dopo?

Anche certi personaggi appaiono caricati, un po’ sopra le righe, quasi più funzionali a un contesto particolare - penso alla vis freak negli anni Settanta e a un certo arrivismo pop nella fabbrica dello star system negli anni Ottanta – rispetto a quanto avrebbe previsto il dettato biografico; ovviamente il contrasto tra quel mondo e l’universo di Battiato, attraverso simile artificio, è risultato più forte ma mi chiedo se fosse necessario.

Ne è valsa la pena? Ne è valso il piacere. Dirò di più: si tratta di una fiction dotata comunque di equilibrio per quanto riguarda i probabili destinatari. Il lungo viaggio può essere apprezzato da chi è anche un profondo conoscitore dell’opera di Battiato, quindi uno spettatore capace di apprezzare la dedizione con cui De Maria e i suoi si sono prodigati a ricostruire una vicenda umana singolare con passione filologica e poesia; al tempo stesso, chi poco o quasi nulla sa di Battiato – pensiamo alle giovani generazioni – il film diventa una curiosa occasione per entrare in quella storia e, magari, cogliere i segnali di vita lungo una discografia tra le più eccentriche della musica italiana di tutti i tempi.







Van der Graaf Generator in Italia per la prima volta nel febbraio del 1972


Il debutto romano della band di Peter Hammill tra cronaca tecnica e accoglienza del pubblico

 

Il 9 febbraio 1972 rappresenta una data spartiacque per la scena progressive in Italia, segnando l'arrivo dei Van der Graaf Generator sul palco del Piper Club di Roma. Nonostante all'epoca la formazione britannica non godesse ancora di una fama consolidata a livello internazionale, l'impatto con la realtà romana rivelò una sintonia immediata e profonda. La rivista Ciao 2001 documentò l'evento descrivendo un'atmosfera di rara partecipazione, dove la complessità armonica e le strutture sghembe della band trovarono un terreno fertile in un pubblico attento e preparato.

L'esibizione si distinse per una cifra stilistica che fondeva l'oscurità dei testi di Peter Hammill con l'irruenza sonora del sassofono di David Jackson, capace di manipolare lo strumento attraverso l'uso di amplificatori e pedali, distaccandosi dai canoni del rock tradizionale. Questa ricerca timbrica, unita all'assenza di una chitarra elettrica solista e alla centralità dell'organo Hammond di Hugh Banton, conferì al concerto una densità quasi cameristica, eppure carica di una tensione viscerale. La reazione dei presenti non fu semplicemente legata alla novità del genere, ma a una comprensione tecnica ed emotiva di un linguaggio musicale che altrove faticava a imporsi.

Il successo di quella serata non rimase un episodio isolato, ma diede inizio a un rapporto privilegiato tra il gruppo e l'Italia, nazione che più di ogni altra ha saputo storicizzare e sostenere la loro carriera nel corso dei decenni. Quello che nacque cinquant'anni fa al Piper si è trasformato in una consuetudine culturale, alimentata dalla coerenza artistica della band e dalla fedeltà di una base di ascoltatori che ha riconosciuto nella loro proposta una forma d'arte rigorosa e lontana dalle logiche commerciali.

Wazza






Milano 8 febbraio 1972



(foto Graziano Scatarzi - Firenze 14/2/1972)

1972 - 14 febbraio - Firenze - Van Der Graaf Generator - Concerto allo Space Electronic



 

domenica 8 febbraio 2026

Habelard2 – "Crossfade", commento di Luca Paoli

 


Habelard2 – Crossfade (Autoproduzione, 2026)

Tra echi di passato e orizzonti sospesi

Di Luca Paoli

 

Il caso di Habelard2 continua a incuriosirmi. Dietro questo nome si muove da anni Sergio Caleca, polistrumentista milanese attivo sin dalla fine degli anni Settanta e con alle spalle una lunga storia nel progressive italiano, anche grazie all’esperienza con gli Ad Maiora, conclusa nel 2018. Crossfade, pubblicato il 5 febbraio 2026, è il suo quattordicesimo lavoro e arriva come un nuovo tassello coerente di un percorso personale, libero da mode e compromessi.

Registrato a Milano tra aprile e dicembre 2025, l’album è un progetto totalmente autarchico: Caleca compone, arrangia, suona, mixa e cura anche l’aspetto visivo, dalle fotografie alla grafica. Un controllo totale che si riflette in un suono compatto, pensato nei dettagli, ma mai freddo. Il titolo nasce da una vecchia fotografia scattata a Hyde Park nell’aprile del 1982, segnata da un’apparente dissolvenza all’inizio dovuta a un piccolo problema della pellicola; quell’errore si trasforma in un’immagine suggestiva, che riflette bene il disco: fatto di sovrapposizioni, transizioni delicate e ricordi che tornano a galla.

Crossfade è interamente strumentale, composto da dieci brani che si muovono dentro un progressive riflessivo, di quelli che non hanno fretta di stupire ma preferiscono costruire atmosfere. Le tastiere hanno un ruolo centrale, ma non sono mai tiranne: basso, chitarra e batteria programmata dialogano con equilibrio, dando vita a paesaggi sonori luminosi, a tratti solari, sempre attraversati da una vena nostalgica.

Seguendo l’andamento della tracklist, il disco alterna momenti più distesi ad altri dal passo leggermente più dinamico. Crossfade apre il lavoro con un incedere misurato, dove il mellotron accompagna le prime atmosfere e definisce il tono di tutto l’album.

Change of Plans e Slow Food giocano su equilibri sottili, lasciando respirare le melodie senza forzature. In Dashboard si percepisce una pulsazione più nervosa, mentre In Overtaking e Abracadabra si notano dettagli e colori che arricchiscono il tessuto sonoro.

In The Drones War affiora un’eco dei Genesis più classici, soprattutto nel modo in cui le melodie si aprono e si richiudono con eleganza. The Great Wonders e In The Old Farm offrono momenti più intimi: la chitarra prende spazio e rivela il lato più lirico di Caleca, con una scrittura attenta ai dettagli e alla forma-canzone. Chiude il disco The Last Chord, lasciando che le idee si dissolvano lentamente e il silenzio riprenda il suo spazio.

Nel complesso, Crossfade si inserisce con naturalezza nella discografia di Sergio Caleca, rafforzando l’idea di una visione musicale personale, coerente e mai urlata. È un lavoro che non ha fretta di arrivare al punto, preferendo invece accompagnare l’ascoltatore passo dopo passo, lasciando sedimentare suoni e atmosfere. I brani dialogano tra loro senza soluzione di continuità, si sfiorano e si sovrappongono, per poi dissolversi lentamente, come immagini che restano impresse anche quando il silenzio torna a farsi spazio.



sabato 7 febbraio 2026

Il compleanno di John "Pugwash" Weathers



Compie gli anni oggi, 7 febbraio, John "Pugwash" Weathers, batterista, percussionista dei Gentle Giant dal 1972 al 1980. 


Ha fatto parte anche dei Wild Turkey (insieme ai compianti Glenn Cornick e Gary Pickford-Hopkins), dei Man e dei Neutrons...
Fu ospite della convention de Itullians a Novi Ligure nel 2006, insieme ai riformati Wild Turkey, suonando le percussioni, per problemi di distrofia.
Batterista essenziale e coinvolgente nei "cambi di tempo", John attualmente non è nelle migliori condizioni fisiche… Un doppio augurio!
Happy Birthday "Pugwash"

Wazza




Ricordando Marcello Vento



E' un dovere ricordare "Marcellino" Vento, artigiano delle percussioni, che ci lasciava il 7 febbraio 2013.
Per non dimenticare...
Wazza




Gli Alberomotore sono stati un gruppo rock progressivo romano degli anni settanta, formato inizialmente da Maurizio Rota come voce e alle percussioni, da Fernando Fera alla chitarra, da Glauco Borrelli al basso e come voce e da Marcello Vento alla batteria, cui si aggiunsero nel novembre 1972 Adriano Martire alle tastiere e Carlo Magaldi alle chitarre. Quest'ultimo fu costretto a lasciare il gruppo a Giugno del 1973 per problemi di salute.


venerdì 6 febbraio 2026

Un ricordo di Gary Moore nel giorno della sua morte

Era il 6 febbraio 2011 quando ci lasciava Gary Moore, formidabile chitarrista e pilastro del rock blues.

Per non dimenticare…

Wazza

GARY MOORE muore improvvisamente il 6 febbraio del 2011, all'età di 58 anni, mentre si trova in vacanza a Estepona, nella Costa del Sol.

Leggenda della chitarra rock blues, Moore viene considerato un chitarrista molto espressivo, dotato di grandi capacità compositive e tecniche.

Nella sua carriera ha suonato e collaborato con band ed artisti del calibro di Thin Lizzy, Jack Bruce e Ginger Baker (Cream), Greg Lake, Cozy Powell, George Harrison, Ozzy Osbourne, B.B. King, Albert King e Albert Collins.

Artista molto stimato, molti sono i chitarristi che hanno affermato di aver attinto e tratto ispirazione dalla sua musica.

«Ogni volta che ero in camerino per conto mio, mi piaceva suonare un po' di blues per me stesso. Una notte, Bob Aisley, il bassista, entrò e mi disse: "Sai, Gary, dovremmo fare un album blues. Potrebbe essere la cosa più grande che tu abbia mai fatto". Io scoppiai a ridere e anche lui scoppiò a ridere. Ma l'ho fatto, e aveva ragione.» (G. Moore)








giovedì 5 febbraio 2026

Il compleanno di Mauro Pagani


Compie gli anni oggi, 5 febbraio, Mauro Pagani… come diceva una vecchia pubblicità: basta la parola!

Buon compleanno maestro!

Wazza

"Noi alla fine siamo diventati fratelli, mi sembra quasi di avere sostituito Mauro che a un certo punto morì. Avevamo un legame speciale. Il mio ruolo un po' s'incastrava con il suo ma eravamo degli animali simili. La malattia e la mala sorte hanno cancellato anche i pochi scazzi che si erano venuti a creare. Ci siamo lasciati senza strascichi; nelle ultime telefonate, quando lui era già malato, abbiamo chiarito anche i più piccoli dettagli, ci siamo chiesti scusa per quello che avevamo in conto uno con l'altro".

"È stata una grande storia e ho imparato tantissimo. [.....] E forse qualcosa gli ho insegnato anch'io, perché nel canto di CREUZA ci ho messo dentro il mio modo di cantare rock e soprattutto blues. E da lì in avanti, mi sembra, Fabrizio ha cambiato il suo modo di cantare; si è sentito libero di farlo in una maniera nuova e diversa".

Mauro Pagani

da; "Belìn, sei sicuro?"

A cura di Riccardo Bertoncelli