Il 12 settembre segna una data speciale per i fan del
rock progressivo e per tutti gli amanti della batteria: è il giorno in cui
avrebbe compiuto gli anni Neil Peart,
il leggendario batterista e paroliere dei Rush he ci ha lasciato nel 2020.
Neil Peart è stato un vero e proprio architetto del ritmo. La
sua tecnica, una fusione di potenza, precisione e complessità, ha ridefinito il
ruolo della batteria nel rock. I suoi assoli, vere e proprie suite musicali,
erano capolavori di percussione, capaci di raccontare storie e di esplorare
sonorità che andavano ben oltre il semplice accompagnamento. La sua "drum
kit", un'enorme e complessa cattedrale di tamburi e piatti, era lo
specchio della sua mente creativa, sempre alla ricerca di nuove soluzioni
ritmiche.
Ma Peart non si limitava a suonare. Era la "mente"
dietro le parole dei Rush. Le sue liriche, spesso ispirate dalla letteratura,
dalla filosofia e dalla fantascienza, hanno dato al trio canadese una
profondità e un'identità uniche. Brani come "Tom Sawyer",
"Limelight" e l'epica "2112" sono permeati
dal suo stile narrativo, che affrontava temi universali come l'individualismo,
la libertà, la tecnologia e il rapporto tra l'uomo e la società.
Soprannominato "The Professor" per la sua
meticolosità e la sua vasta cultura, Neil Peart ha sempre spinto i confini del
possibile. Non era solo un musicista, ma un esploratore, un autore di libri di
viaggio e un pensatore. Dopo la tragica perdita della figlia e della moglie
alla fine degli anni '90, ha intrapreso un lungo viaggio in motocicletta
attraverso il Nord America, un'esperienza catartica che ha raccontato nel suo
libro "Ghost Rider: Travels on the Healing Road". Questo
percorso di dolore e guarigione ha mostrato il lato più umano e vulnerabile
dell'uomo dietro il mito.
Si concludeva L'11settembre 2011 il
Progressivamente Festival, "creatura" di Guido Bellachioma,
con lo straordinario concerto delle Orme + Banco del Mutuo Soccorso tenuto nella splendida location della
"Casa del Jazz" a Roma (ex villa della banda della Magliana).
Una serata da
"incorniciare", con una risposta di pubblico superiore alle attese,
tant’è che poco dopo l'inizio del concerto dovettero aprire le porte, per
motivi di ordine pubblico.
Allego la recensione di Damiano
Fiamin, che fotografa alla perfezione le emozioni di quell'indimenticabile
concerto
Wazza
Live report: Le Orme + Banco del
Mutuo Soccorso @ Casa del Jazz - Roma 11/09/2011
articolo a cura di Damiano Fiamin
Le premesse erano ottime, le
aspettative elevate: Le Orme e Banco del Mutuo Soccorso, due dei più grandi
nomi del progressive rock italiano avrebbero calcato per la prima volta un
palco capitolino in occasione della giornata conclusiva del "Progressivamente
Festival 2011". Nella bella cornice
della Casa del Jazz di Roma, una villa confiscata a uno dei boss della banda
della Magliana e divenuta una dei poli culturali della Capitale, per una
settimana si sono susseguiti seminari, workshop e concerti tenuti dai più
grandi nomi del progressive nostrano. Evidentemente, la manifestazione ha avuto
successo: la giornata di chiusura ha registrato il tutto esaurito; nonostante
gli sforzi degli organizzatori, la Questura non ha rilasciato il permesso per
aumentare la capienza e non sono pochi coloro che sono stati costretti ad
ascoltare il concerto fuori dai cancelli.
In perfetto orario, dopo i rituali
discorsi introduttivi da parte dei promotori, salgono sul palco Le Orme. La
formazione è quella che ha realizzato “La via della seta”, l’ultimo album del gruppo, uscito
proprio all’inizio di quest’anno. Lo storico batterista del
gruppo, Michi dei Rossi, è affiancato da
musicisti di tutto rispetto come Jimmy Spitaleri, già cantante dei Metamorfosi, Michele
Bon, alle tastiere, Fabio Trentini, basso e chitarra acustica, William Dotto
chitarra elettrica e acustica, e Federico Gava al pianoforte. Proprio come
accadde per l’album da studio, è bello notare come la coesistenza di
musicisti di generazione diversa riesca in qualche modo a dare una marcia in più al gruppo che si propone al suo
pubblico con vigore ed energia. Senza dilungarsi troppo in chiacchiere, Le Orme
infilano un pezzo dopo l’altro,
alternando brani tratti dalla loro ultima fatica a grandi classici, per la
gioia dei fan che gli siedono davanti. Dopo una settimana di concerti, l’amplificazione della Casa del Jazz è abbondantemente collaudata e non ci
sono sbavature degne di nota per quanto riguarda la strumentazione; nei momenti
di maggiore concitazione, Gava e il suo pianoforte finiscono leggermente al di
sotto degli altri musicisti ma non si arriva mai a una sopraffazione completa
di nessuno dei partecipanti. Michi dei Rossi realizza una performance
eccellente: nel suo regno di piatti e pelli, governa senza esitazioni,
scandisce il tempo e condisce le frasi musicali dei suoi colleghi con brio e
professionalità; quando emerge e si avvicina al pubblico, riesce ad
accattivarsene la simpatia grazie alla sua auto-ironia, manifestando un genuino
piacere per le reazioni del pubblico. Eccellente anche Spitaleri, vero e
proprio rocker d'annata,
invecchiato nel fisico ma indomito nello spirito e nella voce; nonostante gli
anni, riesce a mantenere un’ottima
estensione vocale e calca il palcoscenico con decisione. Meno evidenti per
presenza scenica ma comunque di gran livello le esibizioni di Dotto e Trentini:
i due chitarristi si profondono in assoli di qualità, arpeggi intricati e
accompagnamenti tecnicamente convincenti; saranno pure nuovi acquisti nella
formazione de Le Orme ma hanno certo un curriculum di tutto rispetto alle
spalle! Il giovane Gava, al pianoforte, è relegato un po’ in disparte su un
palcoscenico che, effettivamente, non permette grandi manovre da parte dei
musicisti; bravo, comunque, gran simbolo della nuova corrente intrapresa dalla
band, in grado di mescolare senza timore vecchio e moderno per ottenere nuove,
incredibili, alchimie sonore. Dopo un’ora abbondante di concerto, Le Orme si accingono al commiato, lasciando
la scena al Banco del Mutuo Soccorso.
Il pubblico ha certamente apprezzato
l'esibizione delle Orme ma è evidente che l'attesa maggiore è riservata al
gruppo di Nocenzi e di Giacomo; non appena i musicisti si affacciano sul palco,
scoppia un’ovazione rumorosa, un’acclamazione di gioia per un gruppo
che, oltre ad avere il vantaggio di giocare in casa, ha certamente segnato la
storia del progressive del nostro paese in maniera indelebile. Nonostante fosse
stato annunciato nella presentazione iniziale, è con un certo rammarico che viene registrata l’assenza di Rodolfo Maltese; il
chitarrista non sale sul palco insieme ai suoi colleghi per motivi di salute. È
un Banco in gran spolvero, nonostante tutto, quello che si presenta al pubblico
della Casa del Jazz: di Giacomo è in forma straordinaria, la sua voce ha ritrovato tutta l’energia che, nelle recenti
esibizioni, pareva essersi affievolita. Nocenzi, come d’abitudine, siede tra tastiera e
organo, dirigendo il gruppo con impeto quando si tratta di pigiare i tasti neri
e bianchi e pacatezza quando, invece, si abbandona a digressioni nostalgiche e
riflessioni poetiche; il tastierista, in effetti, prende la parola in più
occasioni per raccontare aneddoti e impressioni sul concerto, prendendo spunto
dai pezzi appena suonati per lasciarsi andare a considerazioni ad alto rischio
di retorica che, grazie alla sua abilità, riescono ad arrivare allo spettatore
senza appesantimenti di vacua utilità. Nel periodo di silenzio richiesto al
pubblico per commemorare l’anniversario
dell’attacco terroristico subito dagli
Stati Uniti dieci anni fa, non c’è alcuna considerazione facile, solo una
condanna, sentita e vera, verso qualunque estremismo, qualunque sia la sua
natura e la sua motivazione. Il Banco infiamma il pubblico di fan che, ormai,
cercano di avvicinarsi quanto più possibile al palco, sedendosi anche a terra
pur di stabilire un legame ancora più forte con la band. La scaletta proposta
non riserva molte sorprese: la quasi totalità dei brani proviene dai primi tre
capolavori del gruppo. Stranamente, non viene suonato uno dei brani che, da
sempre, hanno più successo dal vivo: Metamorfosi; l’assenza viene ampiamente compensata
dall’allungamento degli altri brani, tra i
virtuosismi vocali del cantante e gli assoli degli strumentisti, si ha l’impressione che il gruppo voglia
omaggiare la sede del concerto con una deriva jazz che, certamente, ha il
potere di esaltare gli astanti. Il basso di Ricci, come sempre, si inerpica in
geometrie sonore complesse che ben si accompagnano alla prestazione di Masi
alla batteria; la sezione ritmica, che in un gruppo come il Banco rischia di
passare in secondo piano, svolge il suo compito in maniera precisa e
convincente. Bravi anche Papotto, ai fiati, suoni di sottofondo e rumori vari e
Marcheggiani che, con la sua chitarra, si lascia infervorare dallo spirito del
rock & roll, producendosi in assoli lanciatissimi e muovendosi sul palco
più di tutti gli altri musicisti messi insieme. Graditissima sorpresa verso il
finale del concerto: durante la presentazione dei componenti del gruppo, sale
sul palco Rodolfo Maltese. Sebbene visibilmente provato, il chitarrista
accompagna i suoi compagni nell’esecuzione degli ultimi pezzi, prima che le
luci si spengano e il gruppo scompaia dietro le quinte.
Ma le sorprese non sono finite: a dar
corpo a una speranza che aleggiava nell’aria, il Banco torna sulla scena
accompagnato da Le Orme. I due gruppi al gran completo saturano il palco in una
jam session progressive in cui ben tredici musicisti si sono affiancati per la
gioia del pubblico, suonando insieme due dei brani più famosi delle discografie
dei due gruppi: Uno sguardo verso il cielo e Non mi rompete.
Divertenti e coinvolgenti fino alla
fine, entrambi i gruppi hanno riempito, anche fisicamente, la scena in un
omaggio agli astanti che non poteva esaurirsi in maniera migliore con il
sigillo della cavalcata di chiusura di Non mi rompete.
Il pubblico, ormai, valica qualunque
confine ipotetico e si assiepa fino a ridosso della struttura metallica su cui
stanno suonando i musicisti, riempiendo ogni spazio utile, quasi a voler
abbattere fisicamente il confine che li separa dai musicisti, confine che, a
livello spirituale, è già crollato da tempo.
Applausi in piedi da parte di tutti i
presenti, vicini e lontani dal palcoscenico, che incitano e gloriano entrambi i
gruppi che, sentitamente, ringraziano. Davvero un bel concerto, ottime
dimostrazioni di bravura da parte di entrambe le band che hanno saputo
dimostrare come sia possibile essere un gruppo di spessore senza per questo
perdere il rapporto con i fan. Auto-ironia e capacità di svecchiarsi hanno
permesso a questi artisti di passare i quarant’anni di attività e rimanere
ancora sulla cresta dell’onda; vista la loro prolificità per quanto riguarda i
concerti, consiglio a tutti di andare a vedere il prossimo.
«Il successo è un veleno. Devi
sempre sospettare di tutto e di tutti, ti fa provare sentimenti di cui non ti
credevi capace, come la paura, la diffidenza, hai sempre timore di arrivare al
cinismo per salvarti la vita».
(Lucio Battisti)
Se ne andava il 9 settembre 1998Lucio Battisti, vero rivoluzionario della
canzone italiana.
Di tutto un Pop…
Wazza
Immortale Lucio Battisti, ancora oggi
uno dei più grandi artisti che l’Italia ha avuto l’onore di accogliere fra le
sue braccia e tragicamente scomparso a Milano nel settembre del ’98. La
passione per la musica per Battisti inizia fin da adolescente, quando chiederà
ai genitori di regalargli la sua prima chitarra per la sua promozione in terza
media. Sarà però negli anni Sessanta, giovane adulto, che inizierà a suonare al
fianco de I mattatori e in seguito de I Satiri, per poi ricevere un’offerta
irrinunciabile da parte di Alberto Radius per unirsi a I campioni, in
sostituzione di Bruno De Filippi. L’arrivo a Milano gli permetterà non solo di
consolidare il suo rapporto con la musica, grazie al mentore Roby Matano, ma
anche di conoscere un grande amico e collega.
L’incontro fra Battisti e Mogol verrà
invece organizzato nel ’65 da Christine Leroux, editrice musicale e talent
scout della Ricordi, apripista per tante collaborazioni avvenute negli anni
successivi. In quel periodo però Battisti non è convinto del proprio talento e
Mogol lo aiuterà invece ad impugnare il microfono per interpretare i brani che
ha scritto, riuscendo a debuttare appena un anno dopo con il brano “Adesso sì”,
che Sergio Endrigo interpreterà al Festival di Sanremo poco tempo dopo. Una delle
canzoni più famose che vede Mogol al fianco di Lucio è 29 settembre, vincitrice
del primo posto nella Hit Parade del ’67 e all’epoca affidata agli Equipe 84. I
due diventeranno autori anche di un altro brano che la band porterà al
successo, Nel cuore, nell’anima e in seguito “Uno in più”, per Riki Maiocchi,
fondatore dei Camaleonti.
Saranno diversi i tentativi di Lucio
Battisti di farsi strada nel mondo della musica negli anni Sessanta, ma solo
grazie a Mogol, che credeva fortemente nelle sue potenzialità, riuscirà ad
ottenere il successo sperato. “29 settembre” sarà il brano che confermerà la
vittoria della loro collaborazione artistica, anche se sarà “Balla Linda” la
prima canzone che Battisti interpreterà di persona per la prima volta, in
occasione del Cantagiro del ’68. Quarto posto in classifica e di successo non
solo all’interno dei confini italiani, ma anche in America grazie al 28° posto
che la cover dei The Grass Roots, dal titolo “Bella Linda”, riuscirà a
conquistare nella classifica di Billboard.
Ed è sempre al fianco di Mogol che
Battisti vola quell’anno a Londra, incontra Bob Dylan e tramite Paul McCartney
arriva anche ai Beatles. La band è talmente tanto entusiasta delle qualità del
cantautore che si offre di investire milioni di dollari purché entri nel
mercato musicale americano. “La cosa incredibile è che lui rinunciò perché
gli sembrava eccessivo che i produttori si tenessero il 25%”, dirà diversi
anni dopo Mogol a Libero Quotidiano.
Non è una novità nemmeno in quegli
anni di primi passi nel mondo della musica che Battisti sia molto affine a
sonorità diverse dalla musica leggera, tanto cara alla nostra tradizione. “Aveva
un anima rock che si esprimeva nella sua passione sfrenata per gruppi come i
Led Zeppeling, i Rolling Stones, i Genesis”, dirà Mogol a Famiglia
Cristiana.
Compie
gli anni oggi, 8 settembre, Ray Wilson,conosciuto come l'ultimo
cantante dei Genesis. Ottima voce,
fu notato dopo che un brano del suo gruppo, gli Stiltskin, fu usato per una
nota pubblicità.
Restò nei
Genesis, ormai ridotti a duo, dal 1997 al 1998, ma le scarse vendite del disco
"Calling all station", e le
poche prevendite dei concerti, convinsero Tony Banks e Michael Rutherford a
chiudere il capitolo Genesis.
Ray
prosegue una carriera da solista, una band dove ripropone i brani dei Genesis.
Spesso in
prima fila con concerti per beneficenza, soprattutto per le malattie
neuromuscolari come la SLA.
Happy
Birthday Ray
Wazza
(Un'intervista
del 2016… per conoscerlo meglio)
Ciao Ray, grazie per la disponibilità. E’ un grande onore e piacere
conoscerti. Apprezzo moltissimo l’idea della tua fondazione
(http://www.raywilsonfoundation.org)
ma quello che più mi ha colpito è il motto legato a questa fondazione: “Io
do quello che ho avuto”: hai avuto tanto dalla vita e senti il bisogno di ridare quello che hai
avuto alla gente che ne ha bisogno. Da dove nasce l’idea di
dar vita a una fondazione benefica e perchè per te è cosi importante fare
del bene agli altri?
Penso che chiunque debba e possa fare qualcosa per gli altri nella
misura e modo in cui può farlo in termini di tempo e denaro. Molta gente fa
beneficenza nel mondo, si impegna a fare qualcosa per gli altri, ognuno a suo
modo. Io, che mi ritengo molto fortunato perchè faccio il musicista per vivere,
ed è quello che volevo, sento che devo ridare qualcosa indietro alla vita, come
in una forma di ringraziamento.
Perchè secondo te chi ha questo onore e questo privilegio di vivere di
musica a livello internazionale non si impegna, non si espone, non si impegna
per iniziative come questa?
Eh… bella domanda direi… io vorrei che qualcuno lo facesse. Ognuno è
libero, vivendo in democrazia, di fare le proprie scelte e vivere come
preferisce, ma non ne ho idea.
Quello che trasmetti, quello che mi arriva, è che hai una forte spinta,
una forte energia da dentro che ti porta a fare questo. Si sente davvero che ci
credi e lo vuoi. Come scegli gli eventi, le attività a cui la tua fondazione
partecipa?
Lascio che sia la sincronia delle cose a scegliere che le situazioni
succedano, che gli eventi accadano. La cosa bella per me è che sono nella
posizione per cui queste cose possono accadere, ed è una bella posizione. Posso
portare una band, produrre una serata. Sono fortunato, non devo aspettare che
le situazioni si presentino, ma posso proporle. In passato con il mio manager
abbiamo creato eventi appositamente, posso essere libero di decidere di far
accadere qualcosa. E’ bello anche che un mio fan, un fan della mia musica, mi
proponga una serata di beneficenza e che io dica…certo,
che bello!
Come sei entrato a contatto con il Centro Clinico Nemo (http://centrocliniconemo.it/) e quanto
SLA e SMA sono parte della tua vita? Hai un coinvolgimento personale?
Assolutamente no, è un argomento nuovo per me. Ho visitato il Centro, ma
non avevo idea di cosa mi aspettasse. E’ una situazione totalmente nuova per
me, che si è presentata per caso e non avevo idea di cosa fosse. Mi hanno
proposto questa serata, mi è piaciuta la motivazione, il fine della serata, e
con entusiasmo la farò.
Hai avuto una grandissima carriera dai Guaranteed Pure, Siltskin,
Genesis e Cut e poi la tua carriera solista. Usando la tua voce come minimo
comun denominatore fra tutti questi progetti, cosa li accomuna?
Poco tempo fa ho suonato con un pianista jazz, uno dei più famosi in
Polonia, ho suonato un pezzo di Billy Joel e la gente era sorpresa che io
cantassi quel tipo di canzone, che sembra non sia affine al mio mondo, ma in
realtà tutta la musica bella lo è. Quando ho suonato a Milano anni fa ho fatto
ovviamente i pezzi dei Genesis, ma ho anche scritto per Armin Van Buuren,
famoso Dj, ho suonato con Dolores O’ Riordan dei Cranberries sempre qui a
Milano. Per me la cosa più importante è la mia voce, questa è quella che ho,
questo è quello che posso fare. Mi piace cantare belle canzoni, non importa
siano jazz, blues, soul o altro. Mi piace la musica melodica, la musica
passionale ungherese, mi piace la musica che dia emozioni indipendentemente che
sia classica o rock.
Cosa hanno significato per te i Genesis nella tua carriera? Eri già loro
fan o sei finito nel progetto per le famose sincroniesituazioni
di cui parlavamo prima?
Non ero un super fan, ma neanche un neofita, diciamo una via di mezzo.
Avevo “Abacab” e “Genesis” come loro album. Quando sono entrato nei Genesis era il
momento top della carriera e a quel punto era difficile distinguere quale
canzone era dei Genesis e quale fosse di Phil Collins. Quando ho iniziato a
cantare con loro e ho scoperto di più della loro musica sono diventato molto
più fan. Collaborando, lavorando a stretto contatto ovviamente con Steve
Hackett, ho scoperto parte della loro musica degli inizi a cui non avevo dato
la giusta attenzione che meritava. Ma a me piace continuare ad imparare, a
scoprire nonostante io abbia oggi 47 anni.
Hai avuto diverse collaborazioni importanti, da Joe Jackson, Dolores O’ Riordan
citata prima, RPWL, Pink Flyod, Scorpions. Vorresti cantare con qualcuno in
particolare?
Bruce Springsteen!!! Quando ero ragazzo mio padre suonava Neil Young,
Bob Dylan, Bruce Springsteen, Jackson Browne quindi questa musica scorre nelle
mie vene, è nel mio sangue, nel mio DNA. Come cantante dal vivo, come Rock Show
è in assoluto il migliore. E’ incredibile quello che continua a fare, i suoi
lunghi live. Amerei stare sul palco con la E-Street Band, è un peccato che
Clarence Clemons sia scomparso, sarebbe stato bellissimo suonare con lui.
Che musica ascolti abitualmente?
Il mio primo amore musicale è stato David Bowie. Mi piacciono i
cantautori che ho nominato prima, ma i miei ascolti sono cambiati nel tempo.
Nel ’90 Eels, Radiohead e i Live. In tempi più recenti Ryan Adams e musica
più acustica; forse per questo il mio ultimo album è acustico.
C’è una domanda che vorresti ti facessero e che non ti hanno mai fatto?
Questa è una ottima domanda, proprio per ultima dovevi farmela? Ci
sarebbe qualcosa di politico di cui parlare ma non sarebbe coolper un
musicista. Sono preoccupato dall’aumentare delle frasi, dei
commenti che arrivano da destra, questo mi fa veramente paura. Potrebbe essere
pericoloso parlarne, ma io non voglio questo tipo di società in nessuna
società, lo vedo in Polonia dove vivo, lo vedo in nella mia patria di origine e
questo significa isolamento e non capisco la logica di questa cosa, perchè
sarebbe meglio stare tutti insieme.
Grazie mille davvero per il tuo impegno, la passione e il tempo che ci
hai dedicato.
Il 7 settembre 1978 il mondo del rock perse uno dei
suoi personaggi più carismatici e irrefrenabili: Keith
Moon, batterista dei The Who, si spegneva a soli 32 anni. La sua
morte, causata da un'overdose accidentale di un farmaco che stava assumendo per
combattere l'alcolismo, pose fine a una vita vissuta al massimo, senza freni e
senza mezze misure.
Conosciuto come "Moon the Loon" (Moon il matto),
Moon era molto più di un semplice batterista. La sua tecnica unica, energica e
caotica, si distingueva per l'uso massiccio dei tom e dei piatti, e per un
approccio che lo vedeva protagonista, non semplice accompagnatore. Il suo
stile, che lo portò a essere considerato uno dei più grandi batteristi di tutti
i tempi, si fondeva perfettamente con la sua personalità debordante e
autodistruttiva.
Al di fuori del palco, Moon era noto per i suoi eccessi e le
sue bravate leggendarie: dalla distruzione di hotel e di set di batterie,
all'abitudine di far esplodere i bagni con la dinamite. Il suo spirito
anarchico e la sua inarrestabile ricerca di divertimento lo resero un'icona del
rock, ma lo portarono anche verso una spirale di dipendenze che si rivelò
fatale.
La sua scomparsa, avvenuta nell'appartamento che era stato di
Mama Cass Elliot, un'altra stella del rock morta tragicamente, segnò un punto
di svolta per i The Who, che non si ripresero mai completamente dalla perdita
del loro batterista. Nonostante la sua vita sia stata breve, l'eredità di Keith
Moon rimane immensa: un talento inimitabile e una personalità esplosiva che ha
lasciato un segno indelebile nella storia della musica rock.
Compie gli anni oggi,5 settembre,Mel Collins, fiatista; entrando nei King Crimson fa il salto di qualità, diventando uno dei
sassofonisti più richiesti nel mondo prog.
Alla "Corte" dei Re Cremisi
Dal 1976 al 1984 è in pianta stabile nei Camel, dopodiché girerà gli
studi di registrazione di mezzo mondo.
Molto apprezzato anche in Italia sia dal pubblico che dai
"colleghi", va in tour nel 1973 con la PFM, suona con Lucio Battisti,
Pino Daniele, Sergio Caputo, Flavio Giurato, Arti & Mestieri...