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lunedì 12 ottobre 2026

I King Crimson il 12 ottobre del 1973

Il 12 ottobre 1973, durante il tour americano, i King Crimson sono ospiti del famoso programma “The Midnight Special” ed eseguono dal vivo “Lark’s Tongues in Aspic Part 2” e “Easy Money”.

Sembra che nel party serale John Wetton sia stato quello che ha… colpito di più!

Di tutto un Pop…

Wazza


October 12, 1973 

Hosts: The Bee Gees

--The Bee Gees - "Massachusetts," "Lay It on Me," "Alive," "Bye Bye Blackbird" & "Alone Again"

--The Bee Gees and Chuck Berry - "Reelin' and Rockin'" & "Johnny B. Goode"

--Chuck Berry - "Maybellene" "Sweet Little Sixteen"

--Apple and Appleberry - "Landlord"

--King Crimson - "Lark's Tongues in Aspic Part 2" & "Easy Money"

--Barbara Mason - "Yes I'm Ready"

--Lee Michaels - "Do You Know What I Mean," "Barefootin'" & "Same Old Song"





domenica 11 ottobre 2026

Analogy. Una copertina tra performance, body art e utopia hippie, di Renata Gatti

 


Analogy. Una copertina tra performance, body art e utopia hippie

di Renata Gatti

 

La copertina dell'album Analogy, pubblicato nel 1972, appartiene a quel ristretto gruppo di immagini che hanno saputo superare la loro funzione originaria per diventare vere opere visive. Ancora oggi viene ricordata come una delle copertine più audaci e discusse dell'intera stagione del progressive rock italiano. Dietro quella fotografia si cela un progetto sorprendentemente complesso, nato dall'incontro tra l'idea di Antonio Cagnola e la realizzazione fotografica di Alberto Carzaniga. Lo scatto risale in realtà al 1971, un dettaglio apparentemente secondario che si rivelerà fondamentale per comprendere la forma definitiva dell'artwork.

I protagonisti dell'immagine sono gli stessi musicisti del gruppo. Vengono ritratti integralmente nudi in un prato all'aperto, con il corpo ricoperto da decorazioni dipinte che richiamano forme botaniche stilizzate e motivi arabescati. Quattro figure si raccolgono attorno a un masso mentre una quinta compare isolata accanto a un'ampia fascia blu oltremare che attraversa verticalmente la copertina. Una chitarra, una grancassa e alcuni veli leggeri costituiscono gli unici elementi estranei alla presenza umana.

A una prima osservazione si potrebbe essere portati a leggere la fotografia semplicemente come una provocazione costruita sulla nudità. In realtà il lavoro di Carzaniga appare molto più sofisticato. Le pose sono statiche, quasi rituali. I corpi perdono gran parte della loro dimensione quotidiana e vengono trasformati in elementi plastici immersi nel paesaggio. Il body painting modifica la percezione delle forme anatomiche e contribuisce a una sorta di metamorfosi visiva che avvicina i musicisti a sculture viventi inserite nel verde.

In questo equilibrio tra natura, immobilità e rappresentazione emerge con particolare forza la figura della cantante Jutta Nienhaus. La sua presenza catalizza immediatamente lo sguardo dell'osservatore e finisce per assumere il ruolo di figura centrale dell'intera composizione. Più che una semplice componente della band, appare come una musa contemporanea, una presenza magnetica che riflette il carattere teatrale e intensamente espressivo della sua vocalità.

La nudità proposta dagli Analogy va inoltre collocata all'interno del contesto culturale dei primi anni Settanta. In quel periodo il corpo nudo non rappresentava soltanto un elemento estetico o decorativo. Era spesso un linguaggio attraverso cui mettere in discussione convenzioni sociali, morali e culturali. La copertina sembra inserirsi pienamente nel clima di liberazione che caratterizzò il movimento hippie e la controcultura internazionale, evocando un rapporto diretto con la natura e una dimensione quasi rituale dell'esistenza.

La fotografia dialoga apertamente anche con la Body Art, una delle espressioni artistiche più significative di quel periodo. In questa corrente il corpo diventava supporto dell'opera, superficie pittorica, strumento performativo e mezzo di riflessione politica. Il colore applicato sui corpi dei musicisti sottrae il nudo alla sua dimensione ordinaria e lo trasforma in un'esperienza artistica tridimensionale. Pittura, fotografia e performance convivono così all'interno della stessa immagine.

Da questo punto di vista è interessante osservare come l'opera anticipi suggestioni che oggi possono richiamare il lavoro di Vanessa Beecroft. Pur appartenendo a generazioni e contesti diversi, entrambe le esperienze sembrano condividere una medesima intenzione. Il corpo viene sottratto alla quotidianità per essere collocato in una dimensione simbolica, sospesa e quasi mitica, nella quale la presenza umana assume il valore di una costruzione estetica e concettuale.

Uno degli aspetti più curiosi della copertina riguarda però la celebre fascia blu che occupa una parte rilevante dell'immagine. L'elemento, apparentemente concepito come scelta grafica, nasce in realtà da una necessità pratica. Quando venne realizzata la fotografia il gruppo si chiamava ancora Yoice e la formazione comprendeva anche il bassista Mauro Rattaggi. In seguito al cambio di nome e all'uscita del musicista dalla band, si decise di recuperare il servizio fotografico senza realizzarne uno nuovo. La soluzione fu quella di coprire la figura di Rattaggi con la banda blu, sfruttandola contemporaneamente come spazio destinato al nome del gruppo e del disco.

Quello che poteva apparire come un semplice espediente tecnico si trasformò così in uno degli elementi più riconoscibili dell'intera composizione. La fascia verticale introduce infatti una forte tensione cromatica e geometrica all'interno di una scena altrimenti dominata dalle forme organiche della natura e dei corpi. L'intervento grafico modifica la lettura dell'immagine senza comprometterne l'equilibrio visivo.

Anche dal punto di vista fotografico il lavoro rivela una notevole competenza. La nitidezza della scena, la profondità di campo estesa e l'assenza di evidenti distorsioni suggeriscono una costruzione accurata dell'inquadratura. La luce naturale appare morbida e uniforme, contribuendo a creare un'atmosfera sospesa che accentua il carattere performativo della rappresentazione. Nella fotografia nulla appare improvvisato. Ogni elemento sembra concorrere alla creazione di un'immagine in equilibrio tra documento, messa in scena e opera artistica.

Anche l'intervento successivo che inserì la fascia blu appartiene a una stagione della grafica ormai scomparsa. Tutto il processo venne infatti realizzato con strumenti analogici, attraverso montaggi fotografici e fotocomposizioni eseguite manualmente, in un'epoca in cui le possibilità offerte dal digitale erano ancora lontane. Questo dettaglio contribuisce ad accrescere il fascino storico dell'opera e testimonia il livello di artigianalità richiesto dalla progettazione grafica discografica di quel periodo.

Rimane infine un ultimo elemento affascinante. Nonostante abbia firmato una delle immagini più iconiche e ricercate dai collezionisti del progressive rock internazionale, Alberto Carzaniga resta una figura relativamente poco documentata. In qualche modo la sua storia riflette quella di molti creativi attivi nella Milano dei primi anni Settanta, protagonisti di una stagione irripetibile nella quale fotografia, musica, grafica e avanguardia dialogavano continuamente senza preoccuparsi delle distinzioni disciplinari.

A oltre mezzo secolo dalla sua comparsa, la copertina di Analogy continua a colpire perché riesce a tenere insieme numerosi livelli di lettura. È documento di un'epoca, manifesto di una sensibilità controculturale, esperimento vicino alla Body Art e raffinata costruzione fotografica. La sua forza non risiede soltanto nell'audacia della nudità, ma nella capacità di trasformare un semplice ritratto di gruppo in una riflessione visiva sul corpo, sulla natura e sulla libertà espressiva.

ASCOLTO

Tracklist

Lato A

1.   Dark Reflections – 7:00 (Martin Thurn)

2.   Weeping My Endure – 4:50 (John Milton, Martin Thurn)

3.   Indian Meditation – 4:10 (Martin Thurn)

4.   Tin's Song – 1:40 (Martin Thurn)

Lato B

1.   Analogy – 9:45 (Analogy)

2.   The Year's at the Spring – 4:35 (Elizabeth Barrett Browning, Martin Thurn, Jutta Nienhaus)

3.   Pan-Am Flight 249 – 5:15 (Martin Thurn, Jutta Nienhaus)

 

Formazione

Jutta Nienhaus: voce

Martin Thurn: chitarra elettrica, chitarra acustica a 12 corde, flauto, bongos

Wolfgang Schoene: basso

Nicola Pankoff: tastiere

Hermann-Jürgen "Mops" Nienhaus: batteria

Mauro Rattaggi: basso (presente nelle traccie bonus delle edizioni successive)


sabato 10 ottobre 2026

King Crimson: il 10 ottobre del '69 usciva "In the Court Of Crimson King"




Il 10 ottobre del 1969 usciva per la Island Records “In the Court of the Crimson King”, primo album in studio dei King Crimson.

È generalmente considerato uno dei più grandi album del rock progressivo: la musica in esso contenuta travalica, secondo i critici, i confini del rock e attinge dal jazz e dalla musica classica, costituendo comunque un ponte tra generi diversi.

Qualcuno ha scritto che l’album “… potrebbe essere l'album di rock progressivo più influente mai pubblicato…”.

Wazza













venerdì 9 ottobre 2026

Van der Graaf Generator: nell'ottobre del 1975 usciva "Godbluff"

Nuovo album - “Godbluff” - e tour in UK per i Van der Graaf Generator, nell’ottobre del 1975.

Di tutto un Pop…

Wazza

Estate 1975: eravamo a Londra quando ci capitò di leggere della ricostituzione della formazione originale di uno dei nostri gruppi preferiti in assoluto, i Van Der Graaf Generator. E non solo: il quartetto stava effettuando alcuni concerti sul Continente. Si immagini la nostra sorpresa quando scoprimmo che giusto in quel momento il gruppo era impegnato a fare concerti... in Italia! (E visto che parliamo di tempismo: quell'estate fu l'unica volta in cui gli Henry Cow suonarono nella nostra città - ovviamente mentre noi eravamo altrove.) Cercammo (invano) di superare il nostro disappunto. In effetti questo riformarsi appariva alquanto strano - esattamente allo stesso modo in cui aveva destato sorpresa la notizia che il gruppo era sul punto di sciogliersi, tre anni prima: cioè a dire nel momento in cui un seguito devoto, concerti entusiasmanti e una progressione brillante di eccellenti album di studio - The Least We Can Do Is Wave At Each Other ('70), H To He, Who Am The Only One ('70) e Pawn Hearts ('71) - sembravano annunciare un'imminente esplosione commerciale.

Ma fummo fortunati: assistemmo infatti al concerto londinese tenutosi al New Victoria Theatre il 30 agosto. Conosciuto per il suo procedere non ortodosso, il gruppo iniziò il concerto nella quasi totale oscurità, con un sottile e solitario flauto a scandire l'introduzione di The Undercover Man, brano d'apertura di un album ancora non pubblicato, Godbluff. Se ben ricordiamo il nuovo album fu eseguito nella sua interezza, con solo pochi tra i vecchi cavalli di battaglia in scaletta (Lemmings e Man-Erg) accanto ad alcuni brani provenienti dalla produzione solista di Peter Hammill (Forsaken Gardens, In The Black Room e A Louse Is Not A Home).

Godbluff fu pubblicato nell'ottobre del '75. L'ascolto mostrò che il gruppo aveva sensibilmente modificato la propria estetica, abbandonando il lavoro di produzione meticoloso con tonnellate di sovraincisioni in favore di un approccio più diretto, snello e "live" dove le radici soul, jazz e r&b dei musicisti emergevano con facilità. Il che non voleva certo dire che la musica fosse ora più semplice o commerciale che in passato; tutto l'opposto; e c'era un nuovo senso di urgenza, una superficie nervosa, più dura.

Godbluff si rivelò essere l'album preferito di chi scrive tra quelli dei Van Der Graaf Generator di quel periodo (sebbene ottimo nei suoi termini, l'album del 1977 intitolato The Quite Zone, The Pleasure Dome è opera di un gruppo molto diverso). E lo è ancora, dato che il successivo Still Life ('76) offriva picchi più elevati ma anche cose meno riuscite (a nostro parere, naturalmente); mentre le quattro lunghe tracce di Godbluff - The Undercover Man, Scorched Earth, Arrow, The Sleepwalkers - mostravano un'unità di ispirazione che rendeva il disco fortemente unitario.

Abbiamo deciso di acquistare la nuova edizione rimasterizzata in digitale di Godbluff. Le edizioni rimasterizzate in digitale ci lasciano di solito decisamente scontenti: troppe frequenze alte, pochi bassi, poco "calore", un suono complessivo stancante dove i colpi di piatto costituiscono una minaccia per l'udito. Siamo quindi lieti di poter dire che l'album suona molto bene - decisamente meglio, a nostro avviso, dei brani apparsi alcuni anni fa sul box quadruplo del gruppo intitolato The Box. 

Qui non c'è niente di veramente "nuovo", ma i pedali di basso su The Undercover Man, il lavoro di clavinet su Scorched Earth e Arrow, il basso elettrico su The Sleepwalkers sono apprezzabili con facilità, mentre i piatti non fanno mai "fi-zz...". Due brani dal suono orribile registrati dal vivo in quel periodo - Forsaken Gardens e A Louse Is Not A Home - completano il tutto.


Riascoltando Godbluff - album che conosciamo praticamente a memoria e che non ascoltavamo più da moltissimo tempo - riflettevamo su come a quei tempi quel tipo di qualità, quel concetto di "stirare la canzone", fossero dati per scontati. Mentre oggi Godbluff suona come il precursore di una musica che non è mai arrivata. Il che è decisamente strano.

Beppe Colli







giovedì 8 ottobre 2026

PFM e Arti & Mestieri: accadeva nell'ottobre del 1974-Il ricordo di Beppe Crovella

PFM on stage 1974

Ottobre 1974, parte il Tour della Premiata Forneria Marconi con gli Arti & Mestieri, gruppo "supporter".
La PFM era agli "albori", e per il gruppo torinese di Beppe Crovella & Co. fu l'occasione per farsi conoscere dal grande pubblico.
Di tutto un Pop…
Wazza

 Arti & Mestieri  1974

«La nostra casa discografica era la Cramps, la guidava Franco Mamone, che era anche il manager della Premiata Forneria Marconi. Fu lui a scegliere gli Arti & Mestieri come gruppo spalla da far scoprire all’Italia». 

Nel racconto del primo viaggio c’è tutto lo spirito di quel periodo: «La tournée iniziava da Palermo, così partimmo in furgone, un Transit, verso la Sicilia. Viaggiamo dalle 22 del sabato sera alle 10 del lunedì mattina; alle 17 siamo sul palco del teatro per il primo dei due concerti del giorno. Nelle sale si faceva la doppia, mentre nei palazzetti dello sport la serata era unica».
Era il 1974, e sulla mappa di un tour del genere non poteva mancare il Palasport del Parco Ruffini, dove il gruppo di Crovella fece gli onori di casa e il pubblico straripava: «La capienza era intorno ai seimila spettatori, ma quella sera erano novemila. Il rock cosiddetto progressive andava forte in Italia, più che in altri paesi». 



Lo confermarono alcuni incontri ravvicinati che gli Arti & Mestieri ebbero in quel periodo: «I Gentle Giant a Torino restarono a bocca aperta, in Inghilterra erano abituati a esibirsi in club da 300 persone, qui si trovarono di fronte una marea di migliaia e migliaia di fan».
Gli stranieri si passavano la parola, a volte le loro tournée italiane partivano da spazi periferici, per poi dilagare al secondo giro. «I Genesis, per esempio, li vidi la prima volta alla Rotonda di Cuorgnè; i concerti successivi avrebbero riempito all’inverosimile il solito Palazzetto».
Con le prime contestazioni: «Gli autoriduttori iniziarono a farsi sentire a metà decennio, eppure per le band anglosassoni l’Italia restava una meta privilegiata grazie ai numeri da capogiro degli spettatori che accorrevano ad ascoltarli». 
Tra Arti & Mestieri e PFM i rapporti erano ottimi: «L’appuntamento sicuro era per mangiare tutti insieme nel dopo concerto, ma prima di ogni show Franz Di Cioccio veniva nel nostro camerino a chiacchierare. Per noi inoltre era molto istruttivo lavorare con i loro tecnici, gli inglesi della Manticore, l’etichetta di Emerson, Lake & Palmer. Andammo vicini a firmare un contratto del genere anche noi, ma i management non si accordarono».  

Oltre che di tecnici, era una questione di strumenti: «Una volta il loro tastierista Flavio Premoli mi fece adoperare il suo organo, un’altra capitò che lasciarono uno strumento prezioso, il Mellotron, al Teatro Valdocco. Anni dopo, quando dopo un periodo di silenzio riformammo gli Arti & Mestieri, andammo a cercarlo, ma non c’era più». Resta in rete una puntata di Speciale per voi, di Renzo Arbore, in cui il popolare showman mostra lo strumento della PFM e ne illustra il funzionamento. 
La simbiosi tra le due formazioni avrebbe fruttato anche all’estero: «Debuttammo con la Pfm laggiù, piacemmo e da quella serata scaturirono altri tre tour degli Arti & Mestieri».

Beppe Crovella




mercoledì 7 ottobre 2026

Ricordando Augusto Daolio nel giorno della sua scomparsa


Il 7 ottobre del 1992 ci lasciava Augusto Daolio...

Wazza



Nasceva a Novellara (RE), il 18 febbraio 1947, Augusto Daolio, cantante, cofondatore del gruppo musicale Nomadi insieme a Beppe Carletti.
La sua avventura nel mondo della musica comincia da adolescente quando assieme a Carletti fonda il primo gruppo con cui comincia ad ottenere una discreta fama locale, i Monelli. In seguito, nel 1963, con Franco Midili, Leonardo Manfredini, Gualberto Gelmini e Antonio Campari fonda il gruppo dei Nomadi.
Il complesso diventerà uno dei più importanti nella storia della musica italiana. Cantante e leader del gruppo, i testi delle sue canzoni, col passare degli anni, cominciano ad assumere un carattere sempre più politico. È evidente anche il cambio strutturale della voce e dell'intensità dell'espressione col passare degli anni.


Una voce posata e fiscale in studio che tuttavia ribaltava completamente la situazione nei live. Famosa la versione in concerto della canzone “Ala bianca”, originariamente pezzo di Elton John intitolato “Sixty Years On”.
Nel 1972 incide un 45 giri da solista: “Una ragazza come tante”, colonna sonora del film “La ragazza di via Condotti”. Il 1972 è anche l'anno di “Io vagabondo”, canzone simbolo dei Nomadi e del loro leader che amava identificarsi in questa canzone:

«Per me è istintivo alzarmi e cominciare a camminare, cominciare a muovermi. A scuola ad esempio avevo un sacco di problemi, perché non riuscivo a stare fermo e seduto oltre un determinato tempo. Questo è il mio sintomo di evacuazione, di fuga alla ricerca di luoghi migliori...».

Agli inizi del 1992 le sue condizioni di salute iniziano a deteriorarsi, fino ad arrivare al 14 maggio, giorno in cui muore il suo amico e collaboratore Dante Pergreffi. La notizia colpisce Augusto le cui condizioni, a partire dall'estate di quell'anno, si aggravano ulteriormente. Daolio muore il 7 ottobre 1992, a 45 anni, per un cancro ai polmoni.


Daolio è stato anche pittore e scultore autodidatta. I suoi quadri, dopo la prima personale allestita dal 2 giugno al 1º luglio 1991 a Novellara, alla presenza dello stesso artista, vengono spesso esposti ancora oggi in mostre organizzate con il patrocinio dell'associazione “Augusto Per La Vita”, fondata dalla compagna Rosanna Fantuzzi, per utilizzare al meglio le offerte devolute da amici e fans dopo la scomparsa del cantante. La finalità principale è quella di aiutare la ricerca oncologica e la formazione di medici specializzati.








martedì 6 ottobre 2026

Atom Heart Mother: era l'ottobre del 1970

Nell’ottobre 1970 usciva Atom Heart Mother, il disco dei Pink Floyd con la “mucca” in copertina. Uno dei tanti capolavori sfornati negli anni ’70.

 Di tutto un Pop…

Wazza


Pink Floyd 1970

Dopo alcuni discreti album che mescolano il rock psichedelico barrettiano al prog più consono al nuovo chitarrista Gilmour, i Pink Floyd escono nel 1970 con il loro primo grande capolavoro. “Atom Heart Mother” rappresenta il definitivo distacco da quella musica da LSD tipica dell’ormai perso Syd Barrett a favore di nuove melodie più limpide e gradevoli e apre una nuova epoca nel gruppo e nel rock in generale.

Una curiosa copertina, nella quale è raffigurata una serena immagine rurale con uno stupendo esemplare bovino in primo piano, ci introduce immediatamente al pezzo forte dell’album. La title track, una suite strumentale che occupa l’intera facciata del vinile, costituisce uno dei più splendidi esempi di come il rock possa elevarsi ad arte maggiore: il progressive si mescola a melodie classicheggianti, strumenti come chitarre e batteria alle trombe.

La suite, alla quale collaborano tutti i membri del gruppo con l’aiuto dell’esterno Ron Geesin che si occupa dell’orchestrazione, è divisa in sei parti, nelle quali si narra musicalmente la storia dell’uomo stroncata al centro da un’esplosione, che non è altro che la terribile bomba atomica. Alla fine, però, la vita trionfa e il pezzo si conclude con il leitmotiv musicale in un crescendo che esplode definitivamente nel coro finale.

Dopo essersi immersi in un capolavoro senza tempo, si torna alla realtà; i Pink Floyd, escluso il batterista Mason, decidono di spartirsi i tre pezzi successivi. Il lato B si apre con “If”, composta, suonata e cantata da Roger Waters, una ballata che non si discosta molto dal genere folk, nella quale il bassista si diletta eseguendo un semplice arpeggio di chitarra acustica ripetuto più volte. Rick Wright compone invece “Summer ‘68”, nella quale è ovviamente il suo piano a farla da padrone, oltre alla sua voce che comparirà sempre più raramente nelle opere della band, il tutto in un dolce brano dai toni nostalgici.

 

La successiva “Fat Old Sun” è invece opera di David Gilmour, che comporrà da solo per i Pink Floyd soltanto “Childhood’s End” in “Obscured by Clouds” (1972) prima del tardo album “A Momentary Lapse of Reason” (1987). La dolce e malinconica voce solista del chitarrista si sovrappone agli accordi, che saranno successivamente ripresi dai Litfiba nella loro “Sexy Dream”, prima di lasciare spazio allo splendido assolo di chitarra che chiude il brano.

A suggello finale dell’album una seconda gradevole suite strumentale intitolata “Alan’s Psychedelic Breakfast”, alla quale ancora una volta le forze dei quattro membri si uniscono, nella quale questo fantomatico Alan si prepara la colazione. I suoi monologhi e i suoi rumori introducono dolci pezzi strumentali, che sono ripartiti a tre riprese, i quali conferiscono una connotazione romantica al quadretto domestico. Un rubinetto che gocciola è l’ultimo suono dell’album.

Nonostante Gilmour l’abbia definito “una vera porcheria”, “Atom Heart Mother” apre quella che sarà la fase di maturità compositiva dei Pink Floyd, e se è vero che il lato B è leggermente carente sul piano musicale, vale la pena per gli appassionati di rock possedere questo album se non altro per la splendida title track. Un album nel complesso dolce, simile nella struttura ma diverso nella forma dal successivo “Meddle”, ma sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione di una delle migliori band di sempre.

di Federico Principi