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sabato 19 settembre 2026

ABYSSIAN - “LET ME DYE UNDER THE STARS” - Commento di Andrea Pintelli

 

                    ABYSSIAN                 
“LET ME DYE UNDER THE STARS”

Commento di Andrea Pintelli


Roberto Messina, ex membro e fondatore dei Sinoath, nel 2010 dà il via al progetto Abyssian che si contraddistingue per una ricerca sonora e tematica legata all'immaginario relativo a civiltà sommerse, antichi alieni e rimandi alla poetica sumera riguardanti la creazione del mondo. Nel 2012, da one-man band, gli Abyssian diventano un duo con l'arrivo di Francesco De Francisco, che si occupa della chitarra ritmica e del drum programming. Nel 2014 esce, in edizione limitata, “The Realm of Commorion”, che contiene la title track, Neanderthal Sands e No Place for the heart. Dopo l'uscita dell'EP, è la volta dell'arrivo di Vincenzo Arienti al basso e, successivamente, di Riccardo Ligresti alla batteria. Nel 2016 esce l'album di esordio “Nibiruan Chronicles”, che contiene 9 brani, includendo una reissue dei 3 brani dell'EP. Nel 2018 Riccardo viene sostituito da Daniele Ferru (ex Holy Martyr, successivamente impegnato anche nei Drakkar e nei Tethra). Con la nuova formazione viene pubblicato nel febbraio 2021 “Godly”, il secondo album. Composto da 8 brani inediti, si focalizza maggiormente su tematiche mistico-religiose anche di matrice cristiana, mantenendo come filo conduttore l'ipotetico legame con civiltà antiche ed aliene e sottese suggestioni più intime ed esistenziali. Nel 2021 la formazione si arricchisce ulteriormente con l'arrivo del cantante Umberto Vono. Nel 2024 si concretizzano i nuovi brani che andranno a comporre il nuovo “Let me die under the stars”, uscito nel maggio 2026 per la Black Widow Recors (gloria sempre).

Questo disco assomiglia a un lungo crepuscolo: non racconta la notte, ma vuole diventare notte. Il titolo parla chiaro: morire, come gesto definitivo della materia, sotto le stelle, come emblema dell'eterno, come se la morte stessa non fosse un evento, ma un paesaggio nel quale lentamente ci si perde. Prima traccia In My Time of Forlorn e si è nella solitudine, nell'essere lasciati fuori dal mondo, precisamente nella dissoluzione come dimensione sospesa. È il momento in cui l'uomo guarda il cielo ma non riesce ancora a riconoscervi una promessa. Ma è qui che nasce il viaggio nella stagione dell’anima: una porta stretta attraverso cui l'ascoltatore entra lasciando alle proprie spalle il mondo quotidiano. Si passa alla suite Let Me Die Under the Stars composta da tre movimenti. Il primo fa scorgere le stelle, con suoni mirabili di matrice heavy doom. Si è oltre il concetto di sofferenza, in cui il decesso assume un valore cosmico, dove l'assoluto assume una forma di distanza irriducibile, in cui l’estremo passaggio significa consegnarsi all'infinito. Di fatto un'invocazione all'universo, che resta muto. Il secondo movimento allunga ulteriormente il respiro, che rappresenta l'abbandonarsi alle stelle, che diventano occhi che guardano l’individuo sfumare, in piena volontà di liberazione da sé stesso. Il volto perde i propri lineamenti, il nome perde il proprio significato, la memoria si scolora. Rimane soltanto il cielo. La terza parte è il cuore dell'opera: l’intenzione di restare nel morire, dove il titolo ha ormai perso la natura di frase e acquisito quella di formula rituale, quasi di preghiera. L’io diventa indistinguibile dal paesaggio: ora c’è soltanto la notte. E forse questa è la vera promessa nascosta nel titolo dell'album: non morire sotto le stelle, ma diventare parte di quel cielo. Una metamorfosi in cui la materia torna al buio da cui proviene. Si passa a Back to Tilmon + AD2025, ossia indietro. Dopo un tragitto così profondamente rivolto verso il cielo, l’azione improvvisa è verso la memoria, verso un luogo, verso una coordinata terrestre, verso una data: il calendario irrompe nel mito. Il contrasto è potentissimo, ma anche ambiguo: non è detto che tornare significhi essere salvi. Una frattura temporale, in cui il passato e il presente si sovrappongono.  Avalon, cover dei Roxy Music, dove si conclude l’opera. Un luogo associato alla morte, al sonno, alla guarigione e al passaggio verso un'altra dimensione, che non è esattamente questo mondo e non è ancora l'altro. Un’isola, come approdo oltre la notte, dove finalmente si realizza che morire sotto le stelle non significa necessariamente cessare di esistere, ma attraversare una soglia. Dal dolore al mito. Dalla storia all'eternità. Dalla terra al cielo, dalla solitudine all’oltre. In questo disco, in cui la musicalità è l’espressione di un livello interiore superiore, la notte è madre, tomba, specchio, amante e infinito; le stelle non sono necessariamente una promessa di salvezza, ma la prova che l'universo continua a brillare mentre noi scompariamo. In “Let Me Die Under the Stars”, sostanzialmente, si chiede alla bellezza di accompagnare la morte. Abyssian è una nobile realtà, densa di capacità tecniche, compositive e interpretative. Abyssian è un deterrente contro la superficialità d’oggigiorno. Abbracci diffusi.

Tracklist:

1. In My Time ofForlorn 4:28

2. Let me Die Under the Stars I 7:13

3. Let me Die Under the Stars II 9:02

4. Let me Die Under the Stars III 10:34

5. Back to Tilmon + AD2026 9:02

6. Avalon 8:17

Line-up:

Roberto Messina: Lead Guitars and Vocals

Umberto Vono: Lead Vocals

Francesco De Francisco: Rhythm guitars, Keyboards

Vincenzo Arienti: Fretless Bass

Daniele Ferru: Drums and Percussions


 Social:

Official website: abyssianofficial.com

YouTube: Abyssian Band

Facebook: Facebook.com/AbyssianBand/

Instagram: instagram.com/abyssian.band.official/

Bandcamp: abyssian1.bandcamp.com

Spotify: open.spotify.com/artist/6xhROg39kJyM9RVMghaaSo

RO DELLE OMBRE 

Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com







venerdì 18 settembre 2026

Ricordando Jimi Hendrix che ci lasciava il 18 settembre del 1970

Il 18 settembre 1970 moriva Jimi Hendrix, l’uomo che rivoluzionò il modo di suonare la chitarra. Un’icona del nostro secolo (sotto riportato un aneddoto della sua data romana)

 Per non dimenticare…

Wazza

Roma, 25 maggio 1968.

Jimi Hendrix ha appena jammato al Titan, dopo aver cantato e fatto impallidire tutti al Brancaccio, in un concerto aperto dal balletto di Franco Estill, con un giovanissimo Renato Zero.

Hendrix entra al Piper, va a sedersi vicino a Patty Pravo e Alberto Marozzi. Dopo un po’, chiede di andare a fare un giro per Roma.

I tre procedono verso la Fiat 500 bianca di Patty. Hendrix si mette dietro. Si accende un cannone così grande che la macchina si riempie di fumo. Girano per Roma, senza una meta. Ad un certo punto, polizia e posto di blocco. Stanno cercando Renato Vallanzasca. In alto la paletta. Chiaro: una 500 bianca avvolta da una gigantesca nube di fumo...

Patty Pravo, la ragazza del Piper, tira giù il finestrino, butta fuori la testa con il suo cappello di piume viola e, con aria serafica e innocente, chiede: “Ragazzi, è successo qualcosa?”.

I poliziotti, per fortuna, la riconoscono. È pur sempre Patty Pravo, la ragazza del Piper. Scambiano due parole, poi li fanno passare, senza controllare.

In tutto quel tempo, Hendrix non aveva mai smesso di fumare erba italiana. Seduto sul sedile posteriore di una Fiat 500, con le sue lunghissime gambe che a momenti uscivano dal finestrino.

 








Goodbay Summer: concerto per le vittime del Bangla Desh il 18 settembre del 1971

Forse non tutti sanno che nel 1971, oltre al mega concerto per il Bangladesh organizzato da George Harrison (tenutosi al Madison Square Garden di New York), il 18 settembre dello stesso anno, nello stadio Ovale di Cricket a Kenninghton -Londra -, ci fu un altro evento più “modesto”.

18 th September 1971, Oval Cricket Ground (Kennington, London, England), Goodbye Summer, A Concert for Bangladesh

Sessantamila persone parteciparono al “Goodbay Summer Festival”, concerto per aiutare le vittime della carestia in Bangladesh, a cui parteciparono The Who, Mott The Hoople, Lindisfarne, Quintessence, Atomic Rooster, Eugene Wallace, America, Grease Band, Cochise & (comperes) Ricky Farr & Jeff Dexter.

Sembra che Paul McCartney abbia declinato l’invito, forse per non fare uno sgarbo all’amico George.

Di tutto un Pop!

Wazza








 

giovedì 17 settembre 2026

Giles, Giles & Fripp: accadde nel settembre del 1968


Usciva nel settembre del 1968 il primo album di Giles, Giles & Fripp, The Cheerful Insanity of Giles, Giles & Fripp”.

I fratelli Giles conobbero Robert Fripp attraverso la pubblicazione di un annuncio atto alla ricerca di un organista /cantante (!!). Dopo essersi trasferiti a Londra, ottennero un contratto discografico con la DERAM, sotto-etichetta della Decca… l’album vendette 600 copie.

La casa discografica decise di investire su questi tre musicisti, aggiungendo Ian Mc Donald e la sua fidanzata Judy Dyble, e il poeta Pete Sinfield. L'album ebbe all'epoca scarsissimo successo commerciale (stimato attorno alle 600 copie vendute), il che indusse poco dopo Pete Giles a lasciare la band; a rimpiazzarlo, Fripp, McDonald e Mike Giles chiamarono una vecchia conoscenza di Fripp, il bassista/cantante Greg Lakee, pochi mesi dopo, con l'ingresso in pianta stabile del poeta Pete Sinfield (già amico e collaboratore di McDonald) come paroliere e addetto a luci e suoni, nacquero i King Crimson.

Di tutto un Pop…
Wazza




mercoledì 16 settembre 2026

BANCO: accadeva il 16 settembre del 2014


Il 16 settembre 2014 usciva l’album “Un’idea che non puoi fermare”, un doppio Cd e triplo vinile utile a raccogliere pezzi “inediti” e versioni live del grande repertorio del Banco del Mutuo Soccorso.

Progetto dedicato alla memoria di Francesco di Giacomo dove, per esaltare la bellezza e la profondità dei suoi testi, alcuni dei brani, vengono recitati da grandi attori: Alessandro Haber, Toni Servillo, Giuseppe Cederna, Valerio Mastandrea, Franca Valeri, Giuliana De Sio, Moni Ovada, Rocco Papaleo.

Un lavoro bellissimo, degno omaggio a Francesco, e alla storia del Banco.

Wazza

Banco del Mutuo Soccorso - Official - "Un'idea che non puoi fermare": 50 minuti di registrazioni inedite più i grandi brani live con la partecipazione di Giuseppe Cederna, Giuliana De Sio,Alessandro Haber, Valerio Mastandrea, Moni Ovadia, Rocco Papaleo, Toni Servillo, Franca Valeri.

#sonymusic Alessandro Haber, Vittorio Nocenzi e Rocco Papaleo stamattina a Roma alla presentazione del nuovo progetto discografico del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO, un tributo alla penna e alla voce storica del gruppo: Francesco Di Giacomo: "Un'idea che non puoi fermare", in uscita dal 16 Settembre in formato doppio CD e triplo vinile.

Alessandro Haber, Vittorio Nocenzi





martedì 15 settembre 2026

AREA, il 15 settembre: usciva "Arbeit Macht Frei"


Non è colpa mia se la tua realtà, mi costringe a fare guerra all' umanità! 
(Demetrio Stratos)


Usciva il 15 settembre 1973 "Arbeit Macht Frei", primo album degli Area.
Il nome dell’album è preso in prestito dalla scritta che campeggiava sui campi di concentramento nazisti, "Il lavoro rende liberi".
Capolavoro assoluto, fusione tra rock progressivo, jazz-rock, elettronica, avanguardia e influenze medio-orientali (!!!).
Un disco dal grande valore storico e culturale, visto l'anno in cui è uscito, musicisti eccezionali, sopra tutti la straordinaria voce di Demetrio Stratos. “Luglio, agosto settembre nero” diverrà il "manifesto" del gruppo.
Oggi sono tutti filo Area-Stratos, ma non erano di facile fruizione, difficili a volte "capirli" dal vivo, e  furono anche fischiati come ricorda lo stesso Demetrio...


"Grazie veramente... grazie perchè... vi spieghiamo anche perchè GRAZIE... perchè sono due giorni che ci fischiano... a Roma, a Milano... abbiamo fatto Roma e Milano... e pensiamo che questa città forse è quella... che musicalmente è più AVANTI... GRAZIE!"
(Demetrio Stratos al pubblico di Vicenza dopo l'esecuzione del brano "Le labbra del tempo" (5.1.1973)

… di tutto un Pop
Wazza



Il movimentato ‘68 era passato da poco quando si stagliavano allorizzonte gli Anni di Piombo e nel pieno di quel periodo di incredibile fervore, non solo politico, ma anche musicale e artistico, nel 1973 venne alla luce uno dei più grandi capolavori che la musica italiana abbia prodotto: “Arbeit Macht Frei”, album desordio degli Area che, nati solo un anno prima con la formazione che li consacrerà, si apprestavano a diventare uno dei gruppi più significativi del periodo.
In piena corrente
 progressive, ma spaziando in più generi davanguardia, gli Area proposero un sound personale ed elaborato, mai banale e ripetitivo, rifuggendo il concetto di canzone come siamo abituati a concepirla, essenzialmente mettendo nei propri brani la musica come elemento centrale. Inoltre li distingueva la forte matrice politico-sociale presente nei testi, il loro costante tentativo di creare una rivoluzione che prendesse forma inizialmente in ambito culturale, inseguendo il sogno di un mondo nuovo tanto presente nelle menti di quei ragazzi che manifestavano giorno dopo giorno nelle piazze.
Prima ancora di uscire sugli scaffali, il disco fece scalpore per via della copertina su cui campeggiava unopera di Edoardo Sivelli rappresentante delle statuine incatenate con una chiave in mano, immagine di forte allusione politica a cui si aggiunse, oltre al titolo, la provocazione di collocare nel disco una pistola di cartone.

Il progetto si apre con “Luglio, agosto, settembre (nero)”, brano tra i più celebri del gruppo, che si scaglia contro la borghesia benpensante e falsa, figlia di un tempo intento a distruggere le singolarità in favore di una totale omologazione. Un testo in arabo schiude il brano, costituendo un incipit storico, a cui fa seguito la voce inconfondibile di Demetrio Stratos che danza su un sound spaziante dal prog alle canzoni popolari gitane. Ad impreziosire il brano già si aggiunge una sezione ispirata al free-jazz, con il sax di Busnello a fare da padrone sui continui cambi ritmici.

Il secondo brano, title track dell’album, lo apre un ispirato Giulio Capiozzo, batterista del gruppo, con poliritmie ricercate sempre più vicine al jazz che indicano la strada alla melodia principale, seguita nella seconda strofa da un riff di basso e chitarra degno di nota. La voce di Stratos si muove qui da potente a sinuosa
raggiungendo livelli eccezionali su di un brano in continua evoluzione arrestata solo dalla sua conclusione.

“Consapevolezza” è l
emblema della fusione tra progressive e jazz-rock tanto ricercata dal gruppo, con un sound molto vicino agli anni ‘60 a fare da sfondo in un testo che incita sempre più chiaramente alla ribellione contro il sistema. Anche qui è chiara la fusione tra Occidente ed Oriente, soprattutto nellarpeggio crescente su cui si incastrano le improvvisazioni di Fariselli.
Il Lato B dellalbum è affidato al capolavoro “Le labbra del Tempo”, una melodia vocale accompagnata dal sax tiene le fila del brano nella prima parte, a cui si aggiunge una sezione ritmica che riesce a far convivere limprovvisazione di tutti gli strumenti in un continuo crescendo che, senza perdere coesione, ha il suo apice nellimperioso “IO HO” di Stratos, per poi viaggiare senza più freni in una conclusione da brividi.

250 Chilometri da Smirne”è senza dubbio il pezzo più tradizionale del progetto, ma non per questo inferiore agli altri brani in esso contenuti. Un pezzo interamente strumentale in cui, su una rete dal sound free-jazz, gli strumenti si alternano in singoli soli.

Chiude lalbum L’abbattimento dello Zeppelin”, brano di pura sperimentazione in cui Stratos dà degna prova di sè, con un canto a tratti nervoso e sincopato, su continue fughe  strumentali.



Tracce:
Lato A
Luglio, agosto, settembre (nero)
 4:27
Arbeit Macht Frei
 7:56
Consapevolezza
 6:06

Lato B
Le labbra del tempo
 6:00
240 chilometri da Smirne
 5:10
L
abbattimento dello Zeppelin  6:4

Formazione:
Demetrio Stratos - voce, organo Hammond, steel drum
Victor Edouard Busnello -
 sassofono, clarinetto basso
Giulio Capiozzo -
 batteria, percussioni
Yan Patrick Erard Djivas -
 basso elettrico, contrabbasso
Patrizio Fariselli -
 pianoforte, piano elettrico
Paolo Tofani -
 chitarra elettrica, EMS VCS3, flauto

articolo Ciao 2001 "agosto 1973"
1973"


Compie gli anni Gianni Leone

Compie gli anni oggi, 15 settembre… il “divino” Gianni Leone.

Happy birthday con besos Leo!

Wazza


Intervista di Claudio Rogai


Ciao Gianni, stasera avremo il piacere di veder il Balletto di Bronzo in azione. Tu sei l’unico membro della formazione originale, vuoi dirci qualcosa in merito?

Ho riformato il Balletto di Bronzo nel 1995, dopo che mi sono accorto che intorno al gruppo, e in particolare nei confronti dell’album “YS”, si era formato un vero e proprio culto, soprattutto in Giappone. Ho rintracciato gli altri musicisti ma nessuno di loro era interessato, così ho proseguito da solo, audizionando bassisti e batteristi per tutta Roma; non ero alla ricerca di nomi famosi o altisonanti, volevo solo musicisti tecnicamente preparati e allo stesso tempo energici, per tenere il mio passo ci vuole gente giovane! Abbiamo attraversato vari cambi di organico, ma la formazione attuale ritengo sia la migliore dal 1995.

LINO VAIRETTI & GIANNI LEONE Prog Exhibition-ROMA 06-11-2010Foto Enrico Rolandi

Dalla seconda metà degli anni ‘90 in poi abbiamo assistito ad una crescente rivalutazione della scena Rock-progressive, cosa ne pensi?

Personalmente non credo nelle “operazioni nostalgia”, preferisco essere giudicato per quello che faccio adesso, per come suonerò stasera e non quarant’anni fa… Se sei ancora in grado di suonare bene devi dimostrarlo. Ho accettato la sfida di suonare ancora come Balletto di Bronzo perché sapevo di poterla vincere, non per convenienze di moda o di recupero. Un nostro concerto include anche tanta musica che non è strettamente etichettabile come Prog-rock, genere dal quale ero già in fuga a metà anni ‘70, brani nuovi mai registrati in studio ma che suoniamo sempre dal vivo e che rendono l’idea di ciò che sono oggi. Naturalmente senza tradire l’intenzione originale, non stravolgerei mai un brano scritto nel 1973, per rispetto del pubblico che si aspetta “quella” versione.

Il pubblico stesso è diverso, ci sono molti giovani che erano bambini o forse neanche nati durante il periodo d’oro del Progressive…

Esatto, molti ragazzi vengono da me a fine concerto per farsi autografare il CD e mi dicono “che fortuna avete avuto a vivere gli anni ‘70!”. Non erano tutte rose e fiori ma sicuramente c’è del vero, all’epoca c’eravamo noi marziani, capelli lunghi e vestiti stravaganti, e la gente normale che ti guardava con sospetto. Il vantaggio era che se incontravi qualcuno come te lo riconoscevi, sapevi che il suo modo di porsi nei confronti della società era sincero, come il tuo, che portava avanti certe idee di rivoluzione culturale, sessuale, eccetera. Oggi è tutto più semplice, allo stesso tempo più banale.

Keyboardman Gianni Leone Balletto di Bronzo oil.on canvas 40x50 2020https://www.facebook.com/claudio.schirinzi.77

Parliamo del tuo strumento, la tastiera, quali sono stati i tuoi riferimenti in gioventù?

Keith Emerson e Brian Auger sono i più grandi tastieristi della storia. Punto. Ma io non cercavo di imitarli, all’epoca lo facevano tutti, volevo invece trovare una voce mia. E poi i miei miti musicali erano Jimi Hendrix e Frank Zappa! Tutti avevano qualcosa in comune che mi piace moltissimo, ovvero l’aggressività. Solo nell’arte, s’intende!