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martedì 31 marzo 2026

Il compleanno di Angus Young e Thijs van Leer


Il 31 marzo accomuna due grandi miti musicali provenienti da mondi diversi.
L’australiano - di origini scozzesi - Angus Young è nato nel 1955 ed uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi. La sua storia è legata indissolubilmente al marchio AC/DC, band con cui è entrato nella  Rock and Roll of Fame.
Ecco una delle sue famose performance:


Thijs van Leer è un polistrumentista olandese, fondatore dei FOCUS, gruppo legato alla musica progressiva che si mise in luce negli anni ’70 espandendo il successo in Europa.
Per lui l’anno di nascita è il 1948.
Tastierista e flautista, eccolo in uno dei brani più famosi dei FOCUS:


Auguroni a tutti e due!!!



I Van der Graaf Generator nel marzo del 1970

Van der Graaf Generator, June 1970-Upstairs at the Royal Festival Hall (London, England)


Nel marzo del 1970 la stampa musicale italiana - ancora divisa tra il residuo beat, il cantautorato nascente e le prime avvisaglie di rock “serio” - si accorge all’improvviso dei Van der Graaf Generator. Non è un’attenzione casuale: The Least We Can Do Is Wave to Each Other, pubblicato da poche settimane, arriva come un oggetto non identificato in un panorama che non ha ancora gli strumenti per decifrarlo del tutto.

Le riviste specializzate, da Ciao 2001 ai fogli più underground, oscillano tra entusiasmo e perplessità. C’è chi parla di “nuova frontiera del rock inglese”, chi sottolinea la teatralità della voce di Peter Hammill, chi si concentra sull’insolita centralità del sax di David Jackson. Ma soprattutto, si percepisce un senso di sorpresa: un gruppo così intenso, così poco accomodante, che improvvisamente conquista spazio sulle pagine italiane.

Un disco che accende curiosità

Il nuovo album - cupo, visionario, già intriso di quell’urgenza poetica che diventerà il marchio della band - comincia a circolare tra gli appassionati. Brani come Darkness (11/11) e Refugees mostrano due anime opposte: la tensione elettrica e la dolcezza malinconica. È proprio questa dualità a incuriosire i critici, che iniziano a chiedersi se non stia nascendo qualcosa di radicalmente diverso dal rock sinfonico più rassicurante.

Un tour che li porta ovunque

Sull’onda di questo interesse crescente, i Van der Graaf Generator intraprendono un lungo tour promozionale. Le date si moltiplicano, i club si riempiono, e la band - ancora giovane, ancora affamata -porta sul palco un’intensità che sorprende chi era abituato a spettacoli più “ordinati”. Hammill, in particolare, colpisce per la presenza scenica: non è un frontman, è un narratore febbrile.

E così, tra recensioni entusiaste, titoli un po’ enfatici e la sensazione che qualcosa stia cambiando davvero, i Van der Graaf Generator diventano uno dei nomi più discussi della primavera 1970. Non ancora un fenomeno di massa, certo, ma un segnale forte: il pubblico italiano è pronto ad ascoltare anche ciò che non è immediato, ciò che richiede attenzione, ciò che vibra di inquietudine.

Di tutto un Pop…

Wazza











VAN DER GRAAF GENERATOR from NME-March 1970





lunedì 30 marzo 2026

RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti


1956 – 22 marzo. Mentre si dirigeva a un’apparizione al The Perry Como Show, Carl Perkins riportò la frattura della clavicola e una commozione cerebrale a causa di un incidente automobilistico. Il fatto accadde appena fuori Dover, nel Delaware: una Chrysler Imperial a otto posti, prestata a Perkins, si schiantò contro il retro di un pickup, guidato da un agricoltore. Tutta colpa del manager, Dick Stuart, si era addormentato al volante. 

Il sinistro causò anche la morte del povero agricoltore; feriti in maniera pesante anche Carl Perkins e il fratello Jay, che morì due anni più tardi a seguito dei postumi legati allo scontro stradale. Questo episodio segnò profondamente la carriera di Perkins che, nei primi mesi del 1956, aveva già raggiunto ampia popolarità con Blue Suede Shoes: durante la convalescenza a Jackson, nel Tennessee, Perkins assistette dal letto d’ospedale, il 3 aprile 1956, all’esibizione di Elvis Presley con la sua Blue Suede Shoes al The Milton Berle Show, uno dei numerosi passaggi televisivi che contribuirono a consolidare lo status leggendario della canzone (ma il cui destino, però, legò la propria identità alla carriera di Presley).

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1966 – “More popular than Jesus". Se ne uscì così John Lennon nel corso di un’intervista al rotocalco londinese “Evening Standard” il 4 marzo 1966. In soldoni, queste le sue parole: “Il cristianesimo se ne andrà. Sparirà e si ridurrà. Non ho bisogno di discuterne; ho ragione e sarà dimostrato che ho ragione. Ora siamo più popolari di Gesù; non so cosa scomparirà prima – il rock ’n’ roll o il cristianesimo. Gesù andava bene, ma i suoi discepoli erano ottusi e ordinari. Sono loro, distorcendolo, a rovinarlo per me.” 

Apriti cielo: in USA folle di ex fan arriveranno a mettere al rogo i baronetti, per fortuna solo simbolicamente attraverso falò di vinili (bella furbata: chissà quanto varrebbero oggi quei dischi!), stazioni locali mettono al bando le loro hit e inquietanti membri del KKK si prodigheranno ad allestire picchetti durante i live dei Fab Four. L’11 agosto dello stesso anno i Beatles a Chicago si vedranno costretti a tenere una conferenza stampa durante la quale Lennon si scuserà e il caso verrà definitivamente chiuso.

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1976 – 14 marzo. Ultimo capitolo della trilogia di Lucio Dalla con il poeta Roberto Roversi: dopo Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa, esce Automobili, probabilmente l’album più riuscito del cantautore felsineo, per quanto riguarda la collaborazione con l’intellettuale bolognese; un concept album dedicato al mezzo di trasporto che ha rivoluzionato la vita dell’uomo. Non manca la vena impegnata (Lettera all’avvocato), qualche ritratto memorabile (Nuvolari), un focus sull’alienazione tra le strade (Ingorgo), una visione proto-ambientalista del futuro (Il moto del 2000) e un finale tra tenerezza e desolazione in cui l’amore si può trovare tra i rottami di uno sfasciacarrozze (Due ragazzi).

L’apice è la microsuite Millemiglia, suddivisa in due parti, tra narrazione epica e storia, in cui il Dalla musicista dissemina la composizione di alterazioni jazzistiche e melodie folk. Il disco sarà all’origine di uno spettacolo RAI intitolato Il futuro dell’automobile e altre storie, che venne trasmesso sul secondo canale da febbraio a marzo del 1977 (tutte le puntate su RaiPlay).

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1986 – Da un Lucio all’altro ovvero Battisti. Quello degli anni Ottanta vede la famosa (per alcuni “famigerata”) svolta da Mogol a Pasquale Panella, autore tanto prolifico, quanto particolare, nonché diametralmente opposto, per temi e scrittura, a Giulio Rapetti. Don Giovanni esce il 24 marzo ed è il secondo lavoro del binomio Battisti – Panella, infatti la prima uscita E già risale al 1982. All’epoca i fan di Battisti rimasero abbastanza sconvolti, pertanto, alla pubblicazione di Don Giovanni parecchi avevano deciso di non seguirlo più. Solo a distanza di decenni ci si è resi conto che coraggio e una certa visione avveniristica pagano a livello critico, tanto che lo stesso Don Giovanni resta probabilmente il frutto più compiuto della collaborazione con Panella. In questo caso la musica venne scritta prima e su quella il paroliere vergò i suoi versi su metriche fortemente irregolari; le liriche scorrono su un portato timbrico prevalentemente elettronico, con qualche coloritura acustica data dagli archi e dai fiati. 

Battisti, a tratti, sembra essere ritornato a certe intuizioni melodiche del passato (Le cose che pensano, Fatti un pianto, la title track e Il diluvio) e, per il resto, il sound pop si sposa bene con il mainstream ma secondo soluzioni armoniche per nulla scontate: Il doppio del gioco e Madre pennuta potrebbero ha punti di contemporaneità stilistica con i Talk Talk e Peter Gabriel; inoltre emergono atmosfere soul-fusion nella ritmica di Equivoci amici e negli arrangiamenti Philly Sound di Che vita ha fatto. Un altro bel disco degli anni Ottanta, da riascoltare senza pregiudizi (sarà, ma per vena sperimentale qui si avverte l’entusiasmo di Anima latina). 

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1996 – Reduci del secondo posto a Sanremo con La terra dei cachi, il 28 marzo 1996 Elio e le Storie Tese danno alle stampe uno dei loro dischi più riusciti, Eat the Phikis. Ogni lavoro degli Elii è sempre un prodotto assai curato, quindi, anche lì, andare a scegliere il “The best of…” è sempre impresa peregrina. 

Ferma l’impostazione zappiana di testi surreali ed eclettismo musicale, colpisce come sempre la girandola stilistica che porta la band a spaziare con disinvoltura dal pop (Burattino senza fichi) al soul (T.V.U.M.D.B.), dal drum’n’bass (Lo stato A Lo stato B) al punk-metal (Omosessualità), dal folk cubano (El pube) a quello romanesco (Li immortacci), dal funky (Mio cuggino) al musical (First Me Second Me) fino al progressive nelle varianti più singolari (la fusion di Milza e la psichedelia di Tapparella, con citazioni da Area e PFM). Tra i credit James Taylor, Vinnie Colaiuta, Giorgia, Edoardo Vianello, Peppe Vessicchio, Enrico Ruggieri, i Tenores di Neoneli e Rolando ovvero Aldo Baglio con un gustosissimo monologo in Mio cuggino. 

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New Trolls nel marzo 1971

I primi mesi del 1971 furono un momento di grande svolta per i New Trolls.

Dopo la partecipazione al festival di Sanremo in coppia con Sergio Endrigo con la canzone “Una storia”, la band a marzo entra in studio di registrazione per incidere quello che sarà il loro capolavoro, “Concerto Grosso”, con le musiche di Luis Bacalov utilizzate per la colonna sonora del film “La vittima designata”.

L’album fu un successone, vendette circa un milione di copie e catapultò la band tra i nomi più grandi del progressive rock.

Tra i protagonisti del Festival Pop di Viareggio e premiati al Cantagiro nello stesso anno. Ma non mancarono brutti episodi, come il furto degli strumenti musicali (molto di moda all’epoca!).

Di tutto un Pop…

Wazza

I NEW TROLLS - Festival di Sanremo - febbraio 1971




La Vittima Designata” del 1971, Tomas Milian e Pierre Clementi in un film di Maurizio Lucidi, colonna sonora “Concerto Grosso” per i New Trolls, composta da Louis Enriquez Bacalov e ideata concettualmente da Sergio Bardotti.

La band compare a Venezia, un breve secondo, dei giovani Hippy che suonano per terra accanto a delle ragazze. Il brano Shadow è però cantato da Tomas Milian e la OST è solo la base orchestrale, priva degli interventi della band genovese. Successivamente uscirà il famoso LP ma sarà altra cosa rispetto al film.





King Crimson: accadeva il 29 marzo del 1974


Usciva il 29 marzo 1974, "Starless and Bible Black", sesto album dei King Crimson.
Wazza


Ci sono motivi differenti che generalmente mi spingono a scrivere su un disco. A volte é quell´emozione che riesco ancora a sentire quando scopro qualche album mai sentito, vecchio o nuovo che sia, che riesce a sorprendermi, stupirmi, meravigliarmi. Altre volte é il ricordo di quegli ascolti passati che sono legati in qualche modo ad una storia o ad emozioni che valga la pena raccontare.

Il mio rapporto con "Starless And Bible Black" invece si trova su un´altro piano di valori, essendo il disco che più ha contribuito a sviluppare il mio modo di percepire la musica negli ultimi vent´anni.

Ai tempi, ossia nei primi anni novanta, non immaginavo che la produzione di "Starless.." fosse stata così particolare, che pezzi in studio fossero alternati a improvvisazioni e a altri dal vivo. Niente note di copertina a delucidare tale genesi, ma solo i crediti di ciascuna traccia attribuiti ai vari musicisti, come in normali composizioni.

Chi sostiene che "Starless.." sia il punto debole della trilogia del periodo magico dei King Crimson, spesso sottolinea proprio che la produzione sia stata curata in maniera disordinata da Fripp creando un album disomogeneo. Certo, la mancanza di Jamie Muir si sente e forse alcune tracce sono state pensate per dare piú spazio al violino di David Cross, proviamo peró a metterci nei panni di Fripp e a fare alcune speculazioni.

Siamo dopo l´uscita di un capolavoro come "Larks' Tongue In Aspic", Jamie li lascia e porta via con se molto di più di un semplice contributo musicale, Fripp é assolutamente conscio di avere fra le mani uno dei gruppi più straordinari in assoluto, che dal vivo non ha rivali in quanto a coesione, potenza e fantasia, uno dei pochi che riesce ad improvvisare senza far ricorso a schemi jazzistici o avanguardistici, e allora decide di collocare dei pezzi dal vivo dentro un album che dal vivo non é. Forse ha voluto condividere quei momenti magici con i suoi fan, o forse aveva il timore di perdere quell´attimo di magia senza sapere quando avrebbe avuto l´occasione di pubblicare quel materiale.

Fatto sta che "Starless.." entrò nella mia vita dopo pochi anni dalla mia scoperta del rock progressivo, e paradossalmente, contribuì ad allontanarmi dal genere, anzi fu come un´iniziazione verso nuove forme musicali come il Rock in Opposition, l´Avant-Rock e l´improvvisazione.

Il ricordo che serbo della difficoltà di lettura e comprensione di alcune tracce e le successive grandi emozioni venute a ripagare lo sforzo, é ancora nitido. Composizioni magnifiche e intramontabili come "Fracture", che registrata dal vivo regala piccoli dettagli sorprendenti, (che una produzione raffinata potrebbe chiamare difetti o sbavature), o la sfida racchiusa nel misterioso crescendo dei 221 secondi improvvisati di "We'll Let You Know", sono ancora ben vivi nel mio animo perché segnarono un momento di passaggio che al tempo mi illuse di poter decifrare tutte le musiche che non riuscivo ancora comprendere.

Poi il tempo dimostro come ciò fosse relativo; se ottenni un grande successo con i Soft Machine di "Third" non si può dire lo stesso con il Miles Davis di "Bitches Brew", che resta ai miei orecchi sempre indecifrabile e privo di emozioni, così, solo per citare a esempio due album famosissimi.

Un altra considerazione, che credo abbia fondamento anche se non da tutti condivisibile é che se i King Crimson e i Genesis sono a pari merito le due massime espressioni del progressive, in termini qualitativi le differenze sono enormi. Se i Genesis sono probabilmente il modello piú seguito e anche piú imitato del progressive, i King Crimson sono difficilmente presi come modello e in "Starless.." sono all´apice dell´antitesi. Chi veramente ha elaborato il proprio stile musicale, in maniera convincente, basandosi sul lavoro dei Re cremisi relativo al periodo in questione?

Molti considerano "Red" come il punto piú alto della trilogia, eppure non mi sento di condividere quest´opinione. Chi si é lasciato incantare dalle incredibili e irraggiungibili performance nel cofanetto live che, non a caso si intitola, "The Great Deceiver", sicuramente ha percepito che le composizioni di "Red", non sono altro che estratti di improvvisazioni poi ridefinite e arrangiate in studio, privandole di quella spontanea crudezza presente nella loro genesi e completandole con elementi presenti nei primi King Crimson.

Così vi lascio alle vostre considerazioni, ricordando che ciò che ho scritto é frutto unicamente della mia esperienza e del mio modo di percepire quest´arte così controversa e inafferrabile che é la musica, e di come l´ingenuità e la caparbietà, in alcuni casi ci permette di affrontare sfide che con la conoscenza avremmo forse evitato, giudicando e scartando a priori qualcosa che invece poteva rivelarsi di incommensurabile valore.






sabato 28 marzo 2026

Cascais 1975: testimonianze visive di un’epoca Genesis irripetibile



(clicca e ascolta)

Photo Gallery (By kind permission of Wazza)



Nel marzo del 1975 i Genesis arrivano a Cascais per due serate che, a distanza di quasi cinquant’anni, conservano un’aura particolare. Sono gli anni di The Lamb Lies Down on Broadway, il concept più ambizioso della band, e ogni concerto della tournée è un’esperienza totale: musica, teatro, narrazione, metamorfosi.

Le fotografie raccolte in questa gallery - presentate grazie alla concessione di Wazza - restituiscono con rara intensità l’atmosfera di quei giorni portoghesi.


Cascais accoglie la band in un clima quasi intimo, lontano dalle grandi arene che caratterizzeranno gli anni successivi. Le luci sono essenziali, il palco è un laboratorio di ombre e figure, e la performance prende forma come un racconto visivo in continua mutazione. 



Peter Gabriel domina la scena con i suoi costumi, le maschere, i gesti rituali: ogni scatto cattura un frammento della sua metamorfosi, un dettaglio che racconta più di qualsiasi cronaca. 



È un Gabriel già proiettato verso un altrove artistico, ma ancora profondamente immerso nella complessità di The Lamb.



Accanto a lui, la band costruisce un tessuto sonoro compatto e ipnotico. Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins appaiono nelle immagini concentrati, quasi assorti, come se la complessità della musica fosse per loro una seconda natura.


Le fotografie mostrano la coesione di un ensemble che vive la sperimentazione non come virtuosismo, ma come linguaggio condiviso.


C’è qualcosa di sospeso in queste immagini. Il 1975 è l’ultimo anno con Gabriel, ma nessuno lo sa ancora. Ogni foto sembra trattenere un presagio, un gesto, un’espressione, un cambio di luce che suggerisce una soglia pronta ad aprirsi. È la bellezza dei documenti storici: rivelano ciò che all’epoca era invisibile.

I dettagli parlano da soli. Un’inclinazione del corpo, un fascio di luce che taglia la scena, un momento catturato tra un brano e l’altro. 


Sono frammenti che restituiscono la fisicità del live, la dimensione quasi cinematografica di The Lamb, la sua natura di opera totale.



 E insieme raccontano la delicatezza di chi ha scattato: uno sguardo attento, rispettoso, capace di cogliere l’essenza senza invaderla.



Questa gallery non è un documento prezioso che riporta alla superficie un capitolo fondamentale del progressive rock, e lo fa con la grazia di chi custodisce un frammento di storia per condividerlo, non per celebrarlo.