Il Blog di MAT2020 (estensione del web magazine)
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
venerdì 22 maggio 2026
Genesis, 22 maggio 1975: fine tour di "The Lamb Lies down on Broadway"
giovedì 21 maggio 2026
Ricordando Vincent Crane, nato il 21 maggio
Vincent Crane: l'anima profonda del
Rock Progressivo
Oggi, 21 maggio, si celebra la nascita di Vincent Crane (1943-1989), una figura la cui
influenza risuona ancora potentemente nel panorama del rock progressivo e
dell'hard rock. Tastierista visionario, co-fondatore degli Atomic Rooster
e mente creativa dietro molte delle sonorità più psichedeliche e innovative
degli anni '60 e '70, Crane è stato un artista la cui vita, seppur tragicamente
breve, ha lasciato un'impronta indelebile.
Nato a Hampstead, Londra, Vincent Crane ha iniziato la sua
carriera musicale con una determinazione feroce e un talento innato per
l'organo Hammond, strumento che avrebbe reso iconico. La sua versatilità e la
sua capacità di tessere trame sonore complesse e al tempo stesso viscerali lo
resero presto una figura di spicco. Prima di co-fondare gli Atomic Rooster con
Carl Palmer, Crane fu una componente essenziale di The Crazy World of Arthur
Brown, contribuendo a forgiare il sound di brani leggendari come "Fire".
La sua abilità nel creare atmosfere drammatiche e spesso sinistre, unita a una
tecnica impeccabile, lo distingueva in un'epoca di grande sperimentazione
musicale.
Con gli Atomic Rooster, Crane raggiunse l'apice della sua
creatività. Il suo organo Hammond, spesso distorto e carico di espressività,
divenne il cuore pulsante della band, dando vita a un sound unico che fondeva
elementi di blues, prog e hard rock con una vena psichedelica. Album come Atomic
Rooster e Death Walks on High Heels mostrano la sua
genialità compositiva e la sua capacità di creare brani che erano allo stesso
tempo complessi e accessibili, oscuri e melodici. La sua musica parlava di temi
profondi, spesso riflettendo le sue stesse battaglie interiori.
Purtroppo, la vita di Vincent Crane fu segnata da una lunga e
coraggiosa lotta contro la depressione bipolare, una condizione che influenzò
profondamente la sua carriera e la sua esistenza. Nonostante i successi e la
stima dei colleghi, Crane affrontò periodi di grande difficoltà, che spesso lo
portarono a ritirarsi dalla scena musicale o a combattere per mantenere la sua
stabilità.
Il 14 febbraio 1989, il mondo perse Vincent Crane.
Morì a soli 45 anni a causa di un'overdose di antidolorifici, un tragico
epilogo di una vita intensa e tormentata. La sua scomparsa lasciò un vuoto
incolmabile nel cuore dei fan e dei musicisti che lo avevano conosciuto e amato.
Oggi, mentre ricordiamo la sua nascita, è fondamentale
celebrare non solo il genio musicale di Vincent Crane, ma anche la sua
resilienza e la sua onestà artistica.
mercoledì 20 maggio 2026
Il ritratto di Ray Manzarek, di Gianni Sapia
Il mio primo disco dei Doors è stato Absolutely Live. Li avevo scoperti grazie a un mio cugino più grande di me, che, in una cassetta mista, tra Deep Purle, Eagles e Black Sabbath, aveva messo anche i Doors. La canzone ovviamente era Light My Fire ed era già Manzarek-mania, prima ancora di Morrison-mania. Perché se Jim era il personaggio, la follia del genio, il poeta, Ray era il musicista. Le universali note dell’inizio di Light My Fire mi avevano catturato e dovevo saperne di più. All’epoca pensavo che solo ascoltando un gruppo dal vivo avrei capito se mi piacevano davvero o se era solo un’infatuazione del momento. Poi ho scoperto che non è proprio così, che un conto e vedere un concerto e un altro e ascoltarlo e che solo mettendo insieme le due cose puoi sentirlo. Ma allora vivevo di convinzioni adolescenziali, madri di inevitabili delusioni e comprai il disco dal vivo. Che non fu affatto una delusione. Ce l’ho ancora, bello, nelle sue tonalità di viola e d’azzurro. È un doppio, di quelli che si aprono in due. Fronte e retro di copertina sono un’immagine unica. Si vede Jim in primo piano con i suoi pantaloni di pelle, dietro di lui un’ombra, è Robby. In mezzo, di spalle, John, e defilato sulla sinistra l’architetto del suono dei Doors, come lui stesso amava definirsi, Ray Manzarek, naturalmente durante un’esibizione assolutamente dal vivo. La puntina del mio giradischi imparò a memoria la strada tra i solchi di quei due elleppì. Da Who Do You Love a Soul Kitchen, passando per Close To You, cantata da Ray, non passava giorno in casa mia in cui non si sentisse l’inconfondibile suono del Vox Continental di Manzarek. Già, perché prima di imparare a conoscere e quindi innamorarmi dell’encefalica sensualità di Jim Morrison, mi innamorai della musica di Ray.
Per la prima volta di un gruppo non adoravo il cantante o il chitarrista solista, amavo il tastierista. Quando poi scoprii che le parti di basso le faceva lui con un Rhodes Piano Bass poggiato sul top piatto dell’organo, allora l’amore diventò devozione e Ray Manzarek fu asceso al cielo, nel mio personale Olimpo degli dei della musica. La melodica ossessione di quel suono colmava tutti i miei sensi. Come una benefica droga scorreva attraverso i canali sanguigni del mio corpo raggiungendo muscoli, reni, polmoni, stomaco, fegato, cervello, cuore, lasciandomi ubriaco di bellezza. Un po’ come la Scimmia di Finardi, “un onda dolce di calore, quasi come nell’amore”. Le emozioni si rincorrevano come libellule, che volano sul filo dell’acqua di un fiume e tutto sembrava potesse accadere in quei momenti, in cui l’eccitazione aveva la meglio sulla ragione, il trascendentale sul reale, in cui il mondo dell’esperienza cessava di esistere per dar spazio al mondo della mia fantasia, per farmi volare tra gli universi esistenziali della mia mente. E tutto questo grazie al sapiente scorrere delle dita delle mani sui tasti bianchi e neri del suo organo, di quel ragazzo biondo, dalle spesse basette e dai grossi occhiali, che sembrava un essere mitologico quando sedeva dietro il suo strumento, metà uomo e metà tastiera.
Penso a Riders On The Storm, a When The Music’s Over, The Crystal Ship, a Take It As It Comes, Love Street, a Queen Of The Highway e quant’altre ancora e penso a quanto fosse sconfinato il talento musicale di quell’uomo. E quanto capace dovesse essere nell’individuare il talento negli altri. Fu lui quel giorno, sulla spiaggia californiana, a riconoscere le smisurate doti di Jim Morrison mentre canticchiava imbarazzato Moonlight Drive e subito dopo dichiarava di non saperne un accidente di musica. Fu lui che di James Douglas Morrison fece Jim Morrison. O per lo meno fu lui che lo regalò al mondo. Non reclamò mai un posto in primo piano nella band, benché gli competesse, ma lasciò che fosse Jim a prendersi la scena. Non per umiltà, ma per semplice onestà intellettuale. Suonare con Jim Morrison era un privilegio. Attento, la retorica è sempre lì, ti vede. Certo.
Dopo Absolutely Live dovevo avere gli altri dischi. C’era solo un piccolo problema, non avevo una lira! Allora iniziai a risparmiare sulla miscela, sulla merenda a scuola, sul flipper, ma dovevo comprare gli altri dischi dei Doors, dovevo sentire ancora il calore di quell’organo scorrere dentro di me. Arrivai a pensare di vendere i miei Roy Rogers, ma non ce ne fu bisogno, perché quella santa donna di mia nonna, buonanima, ogni tanto mi elargiva un paio di biglietti da diecimila, che più di una volta finivo per spendere in musica e quella volta li spesi per The Doors. Sulla copertina dominava il viso dionisiaco di Morrison, mentre gli altri tre restavano in secondo piano, ma sul retro, metà della faccia di Ray era proprio in primo piano! Contento come sa essere contento un bambino, misi il disco sul piatto del giradischi e con cautela appoggiai la puntina su di esso. L’eccitante gracchiare dei primi solchi vuoti fu improvvisamente interrotto dal ritmo di John, seguito subito dall’organo di Ray, la chitarra di Robby e poi Jim: “You know the day destroys the nigt/Night divides the day/Tried to run/Tried to hide/Break on through to the other side/ Break on through to the other side/ Break on through to the other side, yeah”.
Queste sono state le mie prime percezioni dei Doors, forse il primo gruppo che ho amato tanto da comprarmi anche dei poster, che ovviamente sono ancora oggi appesi alle pareti di casa mia. Gruppo che amo perché prima il rock e il blues, poi il resto. Gruppo che amo perché Jim Morrison non puoi non amarlo. Gruppo che amo perché le canzoni le firmavano The Doors, non Morrison/Manzarek o Morrison/Krieger. Gruppo che amo perché si coprivano le spalle, come una famiglia. Gruppo che amo perché The End è un capolavoro! Gruppo che amo perché in una settimana hanno fatto il loro primo disco. Gruppo che amo perché dopo quarant’anni il suono dei Doors è ancora il suono dei Doors. Gruppo che amo perché John Densmore e Robby Krieger sono dei grandi musicisti. Perché Jim Morrison era un genio assoluto. Gruppo che amo perché Ray Manzarek era una brava persona. Ray non c'è più, lunga vita a Ray!
Il compleanno di Pete Townshend
Hello rockettari,
martedì 19 maggio 2026
Dire Straits: il 19 maggio 1978 veniva pubblicato "Sultans Of Swings"
Era il 19 maggio 1978 quando i Dire Straits pubblicarono il loro primo singolo con un grande etichetta: "Sultans Of Swings".
lunedì 18 maggio 2026
Compie gli anni Rick Wakeman
Compie gli anni oggi, 18 maggio, Rick Wakeman, tastierista, compositore, ma anche presentatore e autore di programmi radio televisivi.






























