Il Blog di MAT2020 (estensione del web magazine)
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
martedì 31 marzo 2026
Il compleanno di Angus Young e Thijs van Leer
I Van der Graaf Generator nel marzo del 1970
Nel marzo del 1970 la stampa musicale italiana - ancora
divisa tra il residuo beat, il cantautorato nascente e le prime avvisaglie di
rock “serio” - si accorge all’improvviso dei Van
der Graaf Generator. Non è
un’attenzione casuale: The Least We Can Do Is
Wave to Each Other, pubblicato da poche settimane, arriva come
un oggetto non identificato in un panorama che non ha ancora gli strumenti per
decifrarlo del tutto.
Le riviste specializzate, da Ciao 2001 ai fogli più
underground, oscillano tra entusiasmo e perplessità. C’è chi parla di “nuova
frontiera del rock inglese”, chi sottolinea la teatralità della voce di Peter
Hammill, chi si concentra sull’insolita centralità del sax di David Jackson. Ma
soprattutto, si percepisce un senso di sorpresa: un gruppo così intenso, così
poco accomodante, che improvvisamente conquista spazio sulle pagine italiane.
Un disco che accende curiosità
Il nuovo album - cupo, visionario, già intriso di
quell’urgenza poetica che diventerà il marchio della band - comincia a
circolare tra gli appassionati. Brani come Darkness (11/11) e Refugees
mostrano due anime opposte: la tensione elettrica e la dolcezza malinconica. È
proprio questa dualità a incuriosire i critici, che iniziano a chiedersi se non
stia nascendo qualcosa di radicalmente diverso dal rock sinfonico più
rassicurante.
Un tour che li porta ovunque
Sull’onda di questo interesse crescente, i Van der Graaf Generator intraprendono un lungo tour promozionale. Le date si moltiplicano, i club si riempiono, e la band - ancora giovane, ancora affamata -porta sul palco un’intensità che sorprende chi era abituato a spettacoli più “ordinati”. Hammill, in particolare, colpisce per la presenza scenica: non è un frontman, è un narratore febbrile.
E così, tra recensioni entusiaste, titoli un po’ enfatici e
la sensazione che qualcosa stia cambiando davvero, i Van der Graaf Generator
diventano uno dei nomi più discussi della primavera 1970. Non ancora un
fenomeno di massa, certo, ma un segnale forte: il pubblico italiano è pronto ad
ascoltare anche ciò che non è immediato, ciò che richiede attenzione, ciò che
vibra di inquietudine.
Di tutto un Pop…
Wazza
lunedì 30 marzo 2026
RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti
RocKalendario del
secolo scorso – Marzo
Di Riccardo Storti
1956 – 22 marzo. Mentre si dirigeva a un’apparizione al The Perry Como Show, Carl Perkins riportò la frattura della clavicola e una commozione cerebrale a causa di un incidente automobilistico. Il fatto accadde appena fuori Dover, nel Delaware: una Chrysler Imperial a otto posti, prestata a Perkins, si schiantò contro il retro di un pickup, guidato da un agricoltore. Tutta colpa del manager, Dick Stuart, si era addormentato al volante.
Il sinistro causò anche la morte del povero agricoltore; feriti in maniera pesante anche Carl Perkins e il fratello Jay, che morì due anni più tardi a seguito dei postumi legati allo scontro stradale. Questo episodio segnò profondamente la carriera di Perkins che, nei primi mesi del 1956, aveva già raggiunto ampia popolarità con Blue Suede Shoes: durante la convalescenza a Jackson, nel Tennessee, Perkins assistette dal letto d’ospedale, il 3 aprile 1956, all’esibizione di Elvis Presley con la sua Blue Suede Shoes al The Milton Berle Show, uno dei numerosi passaggi televisivi che contribuirono a consolidare lo status leggendario della canzone (ma il cui destino, però, legò la propria identità alla carriera di Presley).
1966 – “More popular than Jesus". Se ne uscì così John Lennon nel corso di un’intervista al rotocalco londinese “Evening Standard” il 4 marzo 1966. In soldoni, queste le sue parole: “Il cristianesimo se ne andrà. Sparirà e si ridurrà. Non ho bisogno di discuterne; ho ragione e sarà dimostrato che ho ragione. Ora siamo più popolari di Gesù; non so cosa scomparirà prima – il rock ’n’ roll o il cristianesimo. Gesù andava bene, ma i suoi discepoli erano ottusi e ordinari. Sono loro, distorcendolo, a rovinarlo per me.”
Apriti cielo: in USA folle di ex fan arriveranno a mettere al rogo i baronetti, per fortuna solo simbolicamente attraverso falò di vinili (bella furbata: chissà quanto varrebbero oggi quei dischi!), stazioni locali mettono al bando le loro hit e inquietanti membri del KKK si prodigheranno ad allestire picchetti durante i live dei Fab Four. L’11 agosto dello stesso anno i Beatles a Chicago si vedranno costretti a tenere una conferenza stampa durante la quale Lennon si scuserà e il caso verrà definitivamente chiuso.
1976 – 14 marzo. Ultimo capitolo della trilogia di Lucio Dalla con il poeta Roberto Roversi: dopo Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa, esce Automobili, probabilmente l’album più riuscito del cantautore felsineo, per quanto riguarda la collaborazione con l’intellettuale bolognese; un concept album dedicato al mezzo di trasporto che ha rivoluzionato la vita dell’uomo. Non manca la vena impegnata (Lettera all’avvocato), qualche ritratto memorabile (Nuvolari), un focus sull’alienazione tra le strade (Ingorgo), una visione proto-ambientalista del futuro (Il moto del 2000) e un finale tra tenerezza e desolazione in cui l’amore si può trovare tra i rottami di uno sfasciacarrozze (Due ragazzi).
L’apice è la microsuite Millemiglia, suddivisa in due parti, tra narrazione epica e storia, in cui il Dalla musicista dissemina la composizione di alterazioni jazzistiche e melodie folk. Il disco sarà all’origine di uno spettacolo RAI intitolato Il futuro dell’automobile e altre storie, che venne trasmesso sul secondo canale da febbraio a marzo del 1977 (tutte le puntate su RaiPlay).
1986 – Da un Lucio all’altro ovvero Battisti. Quello degli anni Ottanta vede la famosa (per alcuni “famigerata”) svolta da Mogol a Pasquale Panella, autore tanto prolifico, quanto particolare, nonché diametralmente opposto, per temi e scrittura, a Giulio Rapetti. Don Giovanni esce il 24 marzo ed è il secondo lavoro del binomio Battisti – Panella, infatti la prima uscita E già risale al 1982. All’epoca i fan di Battisti rimasero abbastanza sconvolti, pertanto, alla pubblicazione di Don Giovanni parecchi avevano deciso di non seguirlo più. Solo a distanza di decenni ci si è resi conto che coraggio e una certa visione avveniristica pagano a livello critico, tanto che lo stesso Don Giovanni resta probabilmente il frutto più compiuto della collaborazione con Panella. In questo caso la musica venne scritta prima e su quella il paroliere vergò i suoi versi su metriche fortemente irregolari; le liriche scorrono su un portato timbrico prevalentemente elettronico, con qualche coloritura acustica data dagli archi e dai fiati.
Battisti, a tratti, sembra essere ritornato a certe intuizioni
melodiche del passato (Le cose che pensano, Fatti un pianto, la
title track e Il diluvio) e, per il resto, il sound pop si sposa bene
con il mainstream ma secondo soluzioni armoniche per nulla scontate: Il
doppio del gioco e Madre pennuta potrebbero ha punti di
contemporaneità stilistica con i Talk Talk e Peter Gabriel; inoltre emergono atmosfere
soul-fusion nella ritmica di Equivoci amici e negli arrangiamenti Philly
Sound di Che vita ha fatto. Un altro bel disco degli anni Ottanta, da
riascoltare senza pregiudizi (sarà, ma per vena sperimentale qui si avverte
l’entusiasmo di Anima latina).
1996 – Reduci del secondo posto a Sanremo con La terra dei cachi, il 28 marzo 1996 Elio e le Storie Tese danno alle stampe uno dei loro dischi più riusciti, Eat the Phikis. Ogni lavoro degli Elii è sempre un prodotto assai curato, quindi, anche lì, andare a scegliere il “The best of…” è sempre impresa peregrina.
Ferma l’impostazione zappiana di testi
surreali ed eclettismo musicale, colpisce come sempre la girandola stilistica
che porta la band a spaziare con disinvoltura dal pop (Burattino senza fichi)
al soul (T.V.U.M.D.B.), dal drum’n’bass (Lo stato A Lo stato B)
al punk-metal (Omosessualità), dal folk cubano (El pube) a quello
romanesco (Li immortacci), dal funky (Mio cuggino) al musical (First
Me Second Me) fino al progressive nelle varianti più singolari (la fusion
di Milza e la psichedelia di Tapparella, con citazioni da Area e
PFM). Tra i credit James Taylor, Vinnie Colaiuta, Giorgia, Edoardo Vianello,
Peppe Vessicchio, Enrico Ruggieri, i Tenores di Neoneli e Rolando ovvero Aldo
Baglio con un gustosissimo monologo in Mio cuggino.
New Trolls nel marzo 1971
I primi mesi del 1971 furono un
momento di grande svolta per i New Trolls.
Dopo la partecipazione al festival di
Sanremo in coppia con Sergio Endrigo con la canzone “Una storia”,
la band a marzo entra in studio di registrazione per incidere quello che sarà
il loro capolavoro, “Concerto Grosso”, con le musiche di Luis
Bacalov utilizzate per la colonna sonora del film “La vittima designata”.
L’album fu un successone, vendette
circa un milione di copie e catapultò la band tra i nomi più grandi del
progressive rock.
Tra i protagonisti del Festival Pop di Viareggio e premiati al Cantagiro nello stesso anno. Ma non mancarono brutti episodi, come il furto degli strumenti musicali (molto di moda all’epoca!).
Di tutto un Pop…
Wazza
“La Vittima Designata” del
1971, Tomas Milian e Pierre Clementi in un film di Maurizio Lucidi, colonna
sonora “Concerto Grosso” per i New Trolls, composta da Louis Enriquez
Bacalov e ideata concettualmente da Sergio Bardotti.
La band compare a Venezia, un breve
secondo, dei giovani Hippy che suonano per terra accanto a delle ragazze. Il
brano Shadow è però cantato da Tomas Milian e la OST è solo la base
orchestrale, priva degli interventi della band genovese. Successivamente uscirà
il famoso LP ma sarà altra cosa rispetto al film.
King Crimson: accadeva il 29 marzo del 1974
Usciva il 29 marzo 1974, "Starless and Bible Black", sesto album dei King Crimson.
sabato 28 marzo 2026
Cascais 1975: testimonianze visive di un’epoca Genesis irripetibile
Photo Gallery (By kind permission of Wazza)
Nel marzo del 1975 i Genesis arrivano a Cascais per due serate che, a distanza di quasi cinquant’anni, conservano un’aura particolare. Sono gli anni di The Lamb Lies Down on Broadway, il concept più ambizioso della band, e ogni concerto della tournée è un’esperienza totale: musica, teatro, narrazione, metamorfosi.
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Cascais accoglie la band in un clima quasi intimo, lontano
dalle grandi arene che caratterizzeranno gli anni successivi. Le luci sono
essenziali, il palco è un laboratorio di ombre e figure, e la performance
prende forma come un racconto visivo in continua mutazione.
Peter Gabriel domina la scena con i suoi costumi, le
maschere, i gesti rituali: ogni scatto cattura un frammento della sua
metamorfosi, un dettaglio che racconta più di qualsiasi cronaca.
È un Gabriel già proiettato verso un altrove artistico, ma ancora profondamente immerso nella complessità di The Lamb.
Accanto a lui, la band costruisce un tessuto sonoro compatto
e ipnotico. Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins appaiono
nelle immagini concentrati, quasi assorti, come se la complessità della musica
fosse per loro una seconda natura.
Le fotografie mostrano la coesione di un ensemble che vive la sperimentazione non come virtuosismo, ma come linguaggio condiviso.
C’è qualcosa di sospeso in queste immagini. Il 1975 è
l’ultimo anno con Gabriel, ma nessuno lo sa ancora. Ogni foto sembra trattenere
un presagio, un gesto, un’espressione, un cambio di luce che suggerisce una
soglia pronta ad aprirsi. È la bellezza dei documenti storici: rivelano ciò che
all’epoca era invisibile.
I dettagli parlano da soli. Un’inclinazione del corpo, un fascio di luce che taglia la scena, un momento catturato tra un brano e l’altro.
Sono frammenti che restituiscono la fisicità del live, la
dimensione quasi cinematografica di The Lamb, la sua natura di opera
totale.
E insieme raccontano
la delicatezza di chi ha scattato: uno sguardo attento, rispettoso, capace di
cogliere l’essenza senza invaderla.
Questa gallery non è un documento prezioso che riporta alla
superficie un capitolo fondamentale del progressive rock, e lo fa con la grazia
di chi custodisce un frammento di storia per condividerlo, non per celebrarlo.






























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