Il
24 ottobre 2012 si teneva presso il Teatro Trianon di
Napoli un memorabile concerto degli Osanna,
per celebrare ed eseguire l'album registrato in Giappone "Rosso
Rock".
Con
il supporto di molti ospiti, David Jackson, Sophya Baccini, Gianni
Leone,Tito Schipa Jr... per un concerto da incorniciare.
La
serata fu ripresa e pubblicata in doppio DVD intitolato "Tempo",
il primo DVD contiene tutto il concerto del 24 ottobre 2012 mentre
nel secondo si trovano molti filmati rari ed inediti degli Osanna
anni'70.
Wazza
Ecco
cosa si scrisse in occasione dell'uscita...
È
uscito a dicembre "Tempo",
il doppio
dvd degli Osanna che
contiene il concerto al Trianon di Napoli del 2012 e molte rarità
video della storica band partenopea di progressive rock, che in
questi mesi è impegnata in un tour di concerti e presentazioni di
questo lavoro.
È stata presentata in anteprima nazionale mercoledì 18 dicembre 2013
nel Teatro Antonio Niccolini dell’Accademia di Belle Arti di
Napoli “Osanna
– Tempo”,
la nuova ed attesissima pubblicazione editoriale e musicale degli
Osanna realizzata con uno splendido book fotografico e corredato da
un doppio DVD (realizzato e prodotto da due etichette discografiche
indipendenti: Afrakà
di
Napoli e Black
Widow di
Genova) “Osanna
- Tempo” sarà
sicuramente preda di appassionati, collezionisti ed amanti del
“progressive rock” per il suo valore artistico/culturale e per la
ricerca sui filmati d’epoca, la cui sintesi ha portato alla luce
alcune “chicche” storiche, esclusive ed inedite degli anni
’70. Il
book elegante e raffinato presenta una carrellata di immagini
fotografiche di live recenti ed attuali e immagini di repertorio che
partono dalla primissima formazione storica con Lino Vairetti, Elio
D’Anna, Danilo Rustici, Massimo Guarino e Lello Brandi, passando
per le formazioni successive con altri musicisti quali: Enzo Petrone,
Fabrizio D’Angelo, Luca Urciuolo, Gigi Borgogno, Vito Ranucci e
Fabrizio Fedele fino alla attuale
line up che
vede Gennaro
Barba alla batteria, Pako
Capobianco alla chitarra
elettrica, Nello
D’Anna al basso, Sasà
Priore al piano
e organo, Irvin
Vairetti al synth
e voce e
l’unico elemento di continuità delle varie formazioni il cantante
e leaderLino
Vairetti.
Special guest di questo nuovo percorso Osanna (iniziato qualche anno
fa con la pubblicazione dei CD e LP “Prog Family” del 2009 e
“Rosso Rock” del 2012),David
Jackson,
mitico sassofonista e flautista dei Van
Der Graaf Generator.
Il book è anche corredato da una sintesi biografica scritta in
italiano e in inglese e da una attenta e mirata prefazione del
critico musicale Franco Vassia. I due DVD divisi in “Osanna –
Live in Naples” e “Osanna Story”, rappresentano tutto il
percorso della formazione napoletana dai suoi esordi (con i
primissimi video clip di trasmissioni televisive degli anni ’70),
fino al recente concerto live realizzato con un evento speciale il 24
ottobre del 2012 presso il Teatro Trianon di Napoli. Il
primo DVD “Osanna – Live in Naples” è stato realizzato nello
storico Teatro Trianon di Napoli il 24 ottobre 2012 con la
presentazione del CD e LP “Rosso
Rock” e
con un Concerto Evento cui hanno partecipato ospiti d’eccezione
quali David
Jackson e Gianni
Leone (“Introduzione” da
YS del Balletto
di Bronzo, “Everybody’s
gonna see you die”, "In
un vecchio cieco”, “Vado
verso una meta” e “Theme
One” dei VDGG), Sophya
Baccini ("A
Zingara"),Giampiero
Ingrassia (ospite
nei brani "There
Will Be Time" e
nella prima
variazione),Tito
Schipa Jr. (“Per
la strada”,
tratto dal suo film musical “Orfeo 9” del 1973, e “Fiume”),
la cantante attrice Antonella
Morea,
il percussionista Maurizio
Capone dei
Bungt Bangt ed il “tammorrista” Elio
Eco (protagonisti
nei brani finali “’O
Culore ‘e Napule” e “Fuje
‘a chistu paese”),
la Banda
“Concerto Musicale Speranza” di Pino
Ciccarelli e
l’Orchestra d’archi “Rosso
Rock” Ensemble” (diretta
da Gianluca
Falasca)
impegnata con gli Osanna in una mirabile esecuzione dell’intera
suite tratta dall’album storico “Preludio
Tema Variazioni e Canzona” realizzato
nel ’72 con il Maestro Luis
Bacalov e
colonna sonora del film “Milano
Calibro 9” diretto
da Fernando Di Leo . Il
secondo DVD “Osanna – Story” presenta 20 clip scelte tra i
tanti filmati ricercati e recuperati negli archivi
della RAI, Telecapodistria e
in archivi privati. Vi sono partecipazioni del gruppo Osanna a varie
trasmissioni televisive dell’epoca, video clip e alcune riprese di
concerti live rigorosamente rimasterizzati. Una carrellata di filmati
dal 1971 al 2009, in cui sono in evidenza anche le varie e diverse
formazioni del gruppo, dalle trasmissioni RAI e Telecapodistria ai
concerti live di Napoli e Savona. Molti brani come “L’Uomo”(bandiera
degli Osanna riproposto più volte), sono anticipati dalle splendide
presentazioni di personaggi come Renzo
Arbore, Enrico
Simonetti, Il
Quartetto Cetra, Corrado, Gianni
De Berardinis, Nino
Fuscagni e Vanna
Brosio ed
estratti da trasmissioni come “Speciale 3 Milioni”, “Amico
Flauto”, “Domenica In”, “Adesso Musica”, “Speciale Pop”
ecc. Molto
suggestiva la parte dedicata al “Be-In” di
Napoli del ’73 (raduno pop organizzato nella collina dei Camaldoli
della città partenopea dagli stessi Osanna), dove sul palco si
vedono decine e decine di musicisti e gruppi della scena rock di
quegli anni tra cui un giovane Franco
Battiato e
tanti altri che probabilmente si riconosceranno in quelle immagini
suggestive riprese in bianco e nero (dalla RAI) e a colori in modo
amatoriale. Un documento davvero fantastico. 11 clip riguardano gli
anni ’70 e 9 gli anni della reunion degli Osanna dal 2000 al 2009.
Nella seconda parte (dopo il video clip “L’Uomo” registrato
presso L’Accademia di Belle Arti di Napoli inserito nell’album
“Taka Boom”), sono in evidenza alcuni live che riguardano il
concerto di presentazione al Teatro Mediterraneo di Napoli nel 2001
inserito nel DVD “Osanna – Uomini e Miti” e il concerto al
Teatro Chiabrera di Savona per la presentazione dell’Album “Prog
Family” nel
2009. Sono
presenti in questi filmati ben 5 formazioni Osanna in cui il leader e
cantante Lino
Vairetti rappresenta
l’unico elemento di continuità.
Fotheringay in 1970. Left
to right: Jerry Donahue, Gerry Conway, Trevor Lucas, Sandy Denny and Pat
Donaldson
Nell’ottobre del 1970 nascono i Fotheringay, gruppo creato dopo che la cantante Sandy Denny
aveva lasciato i Fairport Convention.
Il nome preso da un brano che Sandy
Denny aveva scritto per i Fairport, e sembra fosse il nome del castello dove
Maria Stuarda fu imprigionata e decapitata!
La band era una specie di
“supergruppo” composto da musicisti provenienti da altre esperienze musicali.
Il tempo di pubblicare un disco e un tour e Sandy Denny decise di abbandonare
la band per dedicarsi alla carriera solista.
A distanza di anni (a parte Pat
Donalson) tutti gli altri membri tornarono a far parte dei Fairport Convention.
Del tour dell’ottobre 1970, a
distanza di 40 anni, venne pubblicato nel 2011 il live “Fotheringay Essen
1970”.
Il 22 ottobre 1974, reduce da
un trionfale tour in Inghilterra, la Premiata
Forneria Marconi viene invitata (prima band italiana) allo storico
programma condotto da Bob Harris, Old Gray Wistle Test.
Per la cronaca vi torneranno a maggio
del 1975 e nell’aprile del 1976.
Compie gli anni oggi, 22 ottobre,
Luciano Regoli,cantante,
musicista, pittore.
È noto nel mondo progressive per
essere stato il cantante del gruppo Raccomandata Ricevuta di Ritorno, poi
(nuova Raccomandata R.R.).
Apprezzato pittore, spesso organizza
esposizioni dei suoi lavori.
Happy Birthday Luciano!
Wazza
La RRR al Palasport Roma 1972
Luciano Regoli ha una vita parallela a
quella del musicista, che porta avanti sin dagli anni ’70 come cantante del
gruppo progressive-rock Raccomandata Ricevuta Ritorno, con cui ha inciso
diversi dischi ed eseguito concerti, persino in Giappone.
Da molti anni ha iniziato a
dedicarsi all’arte sacra, eseguendo dipinti chiesastici e pale d’altare, tra
cui la Lapidazione di Santo Stefano per la chiesa romanica di Santo Stefano a
Buggiano diocesi di Pescia, o la Beata Gemma Galgani nella basilica dei Santi
Giovanni e Paolo a Roma.
Luciano Regoli, La lapidazione di
Santo Stefano (2001).
Ottobre 1975, la rivista tedesca “Muziek Magazines” dedica
copertina ed articolo all’imminente uscita di Peter Gabriel dai Genesis… (ancora
se ne parla!)
Il mio tributo a
David Surkamp, tra pennarelli, panchine
e un giorno di
pioggia a Milano
di Alberto Sgarlato
È del 13 ottobre la notizia del decesso,
descritto come “tragicamente improvviso”, all’età di 73 anni, di David Surkamp, fondatore e leader dei Pavlov’s
Dog.
Quasi esattamente un anno fa, il 25 novembre
2025, era deceduta a 72 anni sua moglie Sara, dopo una breve lotta contro una
grave malattia. I compagni di band raccontano che “Dave non era mai
veramente riuscito a superare quel lutto”.
Dave e Sara erano molto più che marito e
moglie: lei da due decadi era un membro effettivo della formazione, affiancando
il marito nelle parti vocali e di chitarra acustica. Pochi giorni dopo la
sepoltura di Sara, la band decise di ricordarla con un grande concerto di
addio, ricco di avvicendamenti di ospiti sul palco, proprio in quella St. Louis
dove tutto era nato, segnando così la fine del progetto.
Strana e soprattutto sfortunata storia,
quella dei Pavlov’s Dog: pochissimi album realizzati, giusto una mezza dozzina
in oltre cinquant’anni di carriera; e poi un labirinto inestricabile di dischi
usciti postumi, di ristampe con copertine e titoli cambiati, registrazioni dal
vivo di ogni tipo, da quelle ufficiali a quelle “pirata”, raccolte dei loro
classici più o meno autorizzate dalla band e persino album sotto pseudonimo per
questioni di diritti d’autore e di liti con i discografici (i più appassionati
ricorderanno i St. Louis Hound, che in realtà erano sempre i Pavlov’s Dog). Il
tutto tra continui scioglimenti, reunion e cambiamenti drastici fra i
componenti.
La vetta ineguagliata rimane il loro esordio
“Pampered Menial”. E, a proposito di questo disco, purtroppo la
band all’inizio del nuovo millennio aveva già dovuto accusare la scomparsa di
due dei musicisti maggiormente caratterizzanti del sound dell’album: i due
polistrumenti Douglas Rayburn e Siegfried Carver, il primo capace di vastissime
tessiture al Mellotron e il secondo autentico virtuoso del violino elettrico.
In tutto questo l’elemento di spicco, il vero
fattore di unicità della band, era proprio quel David Surkamp che oggi
piangiamo, compositore della quasi totalità dei brani, capace di traslare la
dolcezza pastorale di certo folk psichedelico e progressivo delle Isole
Britanniche da una parte all’altra dell’Oceano, filtrandolo attraverso la
sensibilità del cantautorato americano figlio del country e con qualche
spruzzata di hard rock qui e là nei brani più veloci.
Ma, ancor più che David Surkamp, il punto di
forza assoluto era la voce di David Surkamp, unica e paragonabile a
quella di nessun altro, sovracuta e ipnotica, seppur a tratti in qualche modo
influenzata dal tremolo di Marty Balin e dalle intemperanze proto-metal di
Geddy Lee, all’epoca esordiente. Negli anni, come fisiologicamente avviene in ogni
cantante, il timbro di Surkamp si era abbassato drasticamente, rinunciando alle
note più alte ma senza perdere nulla in termini di carisma.
Pensandoci bene, però, in realtà io non sono
certo qui per fare un riassuntino della storia dei Pavlov’s Dog; quello ormai
lo trovate su qualsiasi Wikipedia o sui vari siti specializzati di musica.
No, in questo giorno di lutto ci tengo a
raccontare qualcosa di molto più intimo e personale, uno di quei piccoli
momenti giovanili che si ricordano per tutta la vita con affetto. Perché in
fondo la musica esiste solo in virtù dei ricordi e delle emozioni che ci
regala.
Scoprii i Pavlov’s Dog quando avevo
grossomodo 16 anni (nonostante appartenessero al decennio precedente al mio) e
fu subito una folgorazione devastante, di quelle che si riescono a vivere
soltanto da adolescenti. E non fu certo la prima: dai 12 anni in poi, quando
iniziavo ad affacciarmi al mondo della musica, ne avevo attraversate tante, dai
Marillion ai Genesis passando per Keith Emerson e numerosi altri artisti.
Nella mia “fase pavloviana” frequentavo il
Liceo Classico e i nostri professori non ci portavano mai, ma dico proprio mai,
da nessuna parte. Finché un giorno, come un fulmine a ciel sereno, giunse la
notizia che tutti, in classe, fino a quel momento avevamo osato solo sognare:
una gita di un giorno a Milano, con partenza all’alba e rientro in serata.
Devo confessare, con la giusta parte di
vergogna data dall’età matura, che in quel momento della mia vita gli svariati
gruppi già menzionati (e molti altri) rapivano la mia attenzione e la mia
curiosità ben più del Duomo o della Cattedrale di Sant’Ambrogio. Al limite, ma
proprio al limite, forse, via Montenapoleone; io, capellone e rockettaro, non
sentivo alcun senso di appartenenza nei confronti di quel luogo. Tuttavia, in
quanto strada di passeggio della capitale della moda, vedeva un vivace
pullulare di quell’unica entità che può distrarre qualsiasi adolescente dalla
musica. Ma per pudore non entrerò nei dettagli.
Fatto sta che quello strano cortocircuito
mentale tra la visita a Milano e i miei gusti musicali fece scaturire in me un
farneticante piano diabolico. Il sabato pomeriggio prima della gita io e il mio
compagno di classe Francesco andammo nella più grande e fornita cartoleria del
nostro paesello e io acquistai il pennarello descritto come il più indelebile
di tutti. La marca non mi paga per farle pubblicità, quindi non ve la dico.
C’era una parete intera di colori, ma io scelsi il celeste. Dopo lunga
meditazione, anche la tinta non fu selezionata a caso: doveva spiccare, in modo
limpido e brillante, su del legno scuro. A quel punto decisi altrettanto
accuratamente quale potesse essere il maggior luogo di transito della nostra
ristretta area geografica, cioè la stazione ferroviaria. Mi accomodai su una
panchina e con il pennarello appena comprato scrissi bello grosso: “Pavlov’s
Dog”. Questo gesto eversivo, per me liceale del tutto incapace di
qualsiasi atto teppistico o vandalico, avveniva con la stessa circospezione di
Arsenio Lupin impegnato nel suo più grande colpo di tutti i tempi. Francesco
faceva da palo. Probabilmente tra di noi in quel momento ci parlavamo anche con
l’accento svedese, come Fantozzi e Filini nella celebre telefonata anonima del
film.
Dopo andammo a casa di Francesco, presi una
banconota da 1000 lire (ve le ricordate, vero? Quelle con Giuseppe Verdi…) e
iniziai a scriverci sopra. A quei tempi era normale che tutti scrivessero
qualsiasi cosa sulle banconote: numeri di telefono, la lista della spesa, il
nome della fidanzata, la propria fede calcistica… Oggi, inspiegabilmente, le
banconote sembrano sempre tutte fresche di stampa, mai stropicciate, mai un
segno sopra. Forse perché non le usa più nessuno, come i giradischi o le radio
a valvole.
Sul “millino” scrissi: “Se sei un fan dei
PAVLOV’S DOG recati alla stazione del tale paese, in piazza tal dei tali, e
apponi la tua crocetta sotto il nome scritto sulla panchina”.
Francesco mi guardava con l’occhio vitreo,
sembrava che avesse un enorme punto interrogativo al neon lampeggiante sulla
testa. Gli spiegai il piano: “Tra poco noi andiamo a Milano e io mi spendo
queste mille lire. Ti rendi conto del via vai di quella città? Milioni di
persone da tutto il mondo che la frequentano per l’arte, la moda, la cultura…
Se solo uno ogni mille è un fan dei Pavlov’s Dog la nostra panchina verrà
letteralmente presa d’assalto, sarà piena di crocette, si raduneranno
musicofili da tutto il pianeta, diventerà come un piccolo monumento, una meta
di pellegrinaggio, magari un giorno sarà citata nei libri di musica”.
Ebbene sì: a 16 anni si ha ancora intatta
tutta quella voglia di sognare che mediamente si sgretola entro il ventunesimo
anno di età al massimo. Ma soprattutto, a 16 anni ci illudiamo che gli adulti
abbiano ancora voglia di giocare come e quanto noi, mentre io adesso alla mia
età mi rendo conto che manco ho più tempo per ascoltarne una, di canzone dei
Pavlov’s Dog ogni tanto.
La gita a Milano fu qualcosa che definire
disastroso è limitante. Finimmo in mezzo a un diluvio tra i più grandi che io
ricordi in tutta la mia vita. In pochi si osarono a salire fin sulla parte più
alta del Duomo (io no, perché soffro di vertigini). Quando scesero, grondavano
acqua come se fossero stati presi d’assalto con degli idranti.
A un certo punto, con i cappucci delle
giacche dai quali scendevano ancora rivoli come da una grondaia, con i
calzettoni fradici e con un principio di mal di gola epico, fummo portati in un
museo. Pensai che, come luogo di passaggio, fosse il momento perfetto per
spendere le mie mille lire acquistando il biglietto. Che cosa vidi in quelle
sale non lo so: un po’ per l’emozione di aver portato a termine il mio piano,
un po’ per la febbre che stava già iniziando a salire, vedevo tutto ruotare
intorno a me in un carosello psichedelico.
E venne finalmente il momento più atteso di
tutta la giornata: quello in cui salivamo sul bus per tornare a casa.
Mi sedetti nel sedile accanto al mio compagno
di banco Alessio (con il quale, peraltro, ho poi suonato nei circa 25 anni
successivi). Dopo un po’ che il bus viaggiava, Alessio, contando nel portafogli
quanta paghetta per la trasferta gli era rimasta, sgranò gli occhi e mi disse:
“Alberto, non ci crederai mai! Ho una banconota che parla dei Pavlov’s Dog,
non sono quelli che piacciono a te?” E sgranando ancora di più gli occhi: “E
c’è scritta persino la città del nostro stesso liceo!” A quel punto lo
guardai in faccia e gli dissi: “Ma secondo te chi lo avrà mai scritto?”
Scoppiammo entrambi in una fragorosa risata, subito repressa dalla severità
della nostra prof.
Che cos’era successo? Semplice: l’ingresso
del museo aveva un costo simbolico, tipo 2000 lire. Alessio, in coda subito
dopo di me, aveva pagato con un pezzo più grosso e di resto gli avevano dato i
primi soldi che avevano in cima alla cassa, cioè i miei.
Ma il vostro diabolico Alberto non è certo
tipo da darsi per vinto! Deragliata un’idea è già ora di pensarne un’altra.
Dissi ad Alessio: “Tieni, ti do queste 1000 lire pulite se mi ridai le mie
tutte scarabocchiate”.
Al momento della prima sosta in Autogrill non
avevo effettivamente voglia di niente, ma acquistai un gelato (scelta davvero
saggia, in quella stagione e con quel clima… Non c’è che dire) e mi assicurai,
temporeggiando in ogni modo possibile, di essere l’ultimo della coda, persino a
rischio di perdere l’autobus. Salii a bordo a capo chino tra i severi
rimproveri della prof: “Sgarlato, fai sempre di testa tua, ti gestisci i
tuoi tempi, ci sono delle regole da seguire!” Breve parentesi: quando, un
paio di estati fa, seppi del decesso della mia ex prof, forse - dico forse - un
pochettino mi dispiacque, ma molto meno che per David Surkamp (sono un rocker,
devo essere un po’ cinico; dopotutto fa parte del personaggio).
Tornai a sedermi accanto ad Alessio e gli
spiegai il mio piano B, esclamando: “Adesso sai come viaggiano!”
Lui: “Come viaggiano?”
E io: “In autostrada!”
Altra fragorosa risata collettiva ed ennesimo
ammonimento della prof (sì sì, lo ribadisco: mi dispiace molto di più per David
Surkamp).
EPILOGO: per molto tempo non tornai su quella
panchina, per dare il tempo “ai fans da tutto il mondo” di apporre le loro
crocette. Quando tornai a visitarla, però, non solo non c’era nessuna crocetta,
ma nemmeno più la scritta “PAVLOV’S DOG”. Le forti piogge di quel periodo
l’avevano stemperata in un incomprensibile acquerello celeste.
In quel momento il mio primo pensiero fu
quello di intentare causa legale fino in Giappone a un’azienda che descriveva i
suoi prodotti come “indelebili per sempre” e “a prova d’acqua”. Ma nello stesso
istante in cui mi resi conto di quanto fosse stupida e inutile questa idea,
capii una cosa ben più importante: ormai stavo già diventando grande e avevo
compiuto il primo passo per abdicare ai miei sogni.
Con Alessio ci frequentiamo ancora.
Francesco, l’altro mio complice in tutta questa vicenda, lo rividi invece dopo
tanti anni. Conversando amabilmente del più e del meno mi disse: “Ma ti
ricordi di quella volta che non capivo bene perché ma avevi scritto su una
panchina e una banconota il nome dei Beach Boys…”
Con la voce resa un po’ più rauca da quel
pizzico di nostalgia e di malinconia che ti agguanta alla gola quando meno te
lo aspetti, mi limitai a rispondere: “Erano i Pavlov’s Dog”.