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domenica 19 settembre 2021

Demetrio Stratos: intervista di Roberto Masotti del 1977

 

«Ho vissuto un'esperienza molto bella, con Stevie Wonder a Sanremo; noi suonavamo al Whisky a Go Go, parlo del 1967. Wonder era venuto per il festival della canzone e lo bocciarono subito. Rimase ugualmente e si ritrovò nel locale dove suonavamo noi, venne tutte le sere e cantammo assieme fino al mattino, facevamo un casino incredibile. Questo mi è servito molto da un punto di vista umano, anche per capire a fondo la qualità di questo genere musicale».

(Demetrio Stratos)

Ho ritrovato una vecchia intervista a Demetrio Stratos di Roberto Masotti pubblicata sulla rivista Gong del marzo 1977, sempre un piacere leggerla…

Di tutto un Pop!

Wazza


INTERVISTA A DEMETRIO STRATOS

 

di Roberto Masotti, da «Gong» n° 3 (marzo 1977)

 

Come diventa cantante Demetrio?

Ho iniziato a cantare per caso, ho iniziato come pianista. Ho studiato al conservatorio di Alessandria d'Egitto la fisarmonica a bottoni e da lì ho iniziato a studiare il piano, come autodidatta. Non riuscivo evidentemente a suonare Mozart vista la mia antipatia verso la musica classica, che quando si è piccoli penso sia un fatto generale. La musica classica è una castrazione per tutti quelli che studiano all'età di 9-11 anni. A 19 anni arrivo in Italia sapendo suonare il pianoforte; in quel periodo accompagnavo un cantante tipo Peppino di Capri, parlo di 10-11 anni fa. Una sera, visto che Il cantante era arrivato malridotto per un incidente, mi son trovato a sostituirlo, e ho dovuto cantare tutta la sera quello che faceva lui, più altre cose quindi ho cominciato facendo Little Richard e quelle cose lì. Chiaramente funzionò quella sera lì, io credo molto nel caso.

Poi, come seconda esperienza, c'è stato il Santa Tecla, sempre a Milano, dove mi sono fatto le ossa per sei mesi cantando ogni sera dalle 9 alle 3 del mattino, non stop; allora si facevano Animals, Ray Charles, blues in genere. Quindi questo ha contribuito ad allenare i miei muscoli fono articolatori, e per 3.500 lire a sera.

Poi comincia l'esperienza con i Ribelli, che è stata abbastanza interessante, tutto sommato. Incominciava il genere soul che allora non era molto famoso (lo è certamente più adesso) e I Ribelli erano il primo gruppo, staccatisi da Celentano, a proporre in Italia questo tipo di musica. In quel momento ho vissuto una esperienza molto bella, con Stewie Wonder a Sanremo; noi suonavamo al Whisky a Go Go, parlo del 1967, per sei giorni. Wonder era venuto per il festival della canzone, e lo bocciarono subito. Rimase ugualmente, e si ritrovò nel locale dove suonavamo noi, venne tutte le sere e cantavamo assieme fino al mattino, facevamo un casino incredibile. Questo mi è servito molto da un punto di vista umano, e anche per capire a fondo la qualità di questo genere musicale. Tutti ammiriamo oggi Stevie Wonder: è ancora un grande. Più tardi ho passato un po’ di tempo in America, suonando e cantando anche per gli emigranti. Suonare e cantare per un cantante è un fatto estremamente importante per la sua crescita, la musica in sostanza sta in fondo a tutta l'esperienza. Con il 10 aprile '70 c'è Io scioglimento dei Ribelli. Pensa che bello scherzo... E, poi Capiozzo, finalmente, mi porta un po’ di Blood Sweat & Tears e un po’ di Coltrane. E così partiamo insieme per gli Area.

Tu e Giulio Capiozzo siete stati i due "soci fondatori" degli Area?

Sì, suonavamo assieme prima che gli Area nascessero, questo per un anno e mezzo circa; ce ne sono successe di tutti i colori. Abbiamo avuto con noi musicisti inglesi, spagnoli, in quel periodo ce n'erano molti in giro per l'Italia. Facevamo molto lavoro da balera, però cercavamo anche un po' di gente disposta a fare "del free", che allora era una roba a livello di cantina.

In questo cambiamento giocava il suo ruolo il mito jazzistico, oltre che l'aspetto ideologico del free.

Sì, come improvvisazione, come liberalizzazione della musica, dell'individuo; trovammo Busnello, allora, e anche un chitarrista ungherese, Lambitzi, molto bravi. Cominciammo a suonare a provare moltissimo, parlammo con Mamone, ed ebbero inizio un numero incredibile di tournèe, come complesso spalla, con Rod Stewart e i Faces, i Gentle Giant, per raccogliere fischi più che consensi. Dal '72 ci siamo accorti di una certa crescita nell'ambito free, l'abbandono di molte ingenuità. Con la maturità, cercavamo di vederci chiaro: trovammo degli agganci con la musica mediterranea, araba, greca, dell'area balcanica.

Il vostro retroterra comunque è da considerarsi tipicamente rock.

Certo, io e Giulio venivamo direttamente dal pop. Tutti venivamo dal pop: solo Busnello era veramente padrone del linguaggio jazz. Il nostro aggancio con il jazz era stato il blues. II massimo del jazz per noi allora erano i Blood Sweet & Tears. Poi il gruppo ha preso un'altra piega: il discorso politico è nato appena è entrato Fariselli, alcuni di noi venivano dall'università. Tutti avevamo questa passione politica di base. E così il discorso musicale è maturato assieme a quello politico. Arriviamo al primo disco, Arbeit Macht Frei, con Patrick Djivas e c'erano molte cose condensate: la voglia di rompere barriere anche se non con molta chiarezza, cercando di coagulare tutte le nostre esperienze precedenti e superarle contemporaneamente. La chiarezza è arrivata con Cage, attraverso Hidalgo e Marchetti: abbiamo imparato che il non essere è, questo riferito anche all'extramusicale. E poi l'incontro con la letteratura Fluxus (Sassi conosceva Cage da quindici anni, credo), tutto questo è stato molto importante. Per me è stato fondamentale. Arriviamo così al secondo disco, Caution Radiation Area, dove il caso ha giocato molto, e capire cosa sia il caso è stato determinante per la nostra evoluzione. Questo era frutto dell'improvvisazione, e da questa si ricavavano i momenti più interessanti, parlo anche da un punto di vista vocale, spesso momenti insospettati, inediti. Questa ricerca sul caso ha un esempio significativo nell'esperimento realizzato durante il nostro concerto all'ultimo Festival del Parco Lambro: l'esecuzione di Caos parte prima, con la partecipazione del pubblico che causava azioni del tutto casuali, nel sintetizzatore di Tofani, mediante contatto delle mani. L'aggiungere, il togliere il contatto, il numero di persone coinvolte al momento, determinavano questo caos imprevedibile, però controllato, ma pur sempre casuale. La musica è in questo caso secondaria, è un pretesto per innestare altri meccanismi. La radicalizzazione estrema, sempre parlando di caso, l'abbiamo con Caos parte seconda, quello del concerto alla Università Statale di Milano, quella ancora che compare nel nostro ultimo disco, Maledetti.

Ognuno di noi ha dei modelli che ha seguito o segue culturalmente. Nel tuo caso si possono fare degli esempi?

lo non ho avuto dei veri modelli (di tipo ideologico), ho avuto, piuttosto, dei passaggi, dei movimenti frequenti: sono psicomotorio. Nei primi anni i modelli più consistenti erano quelli del soul (Ray Charles soprattutto); e poi le radici del blues (pensa a cantanti come Jimmy Wither-spoon) che sono indispensabili per darti il cosiddetto "feeling". E poi Coltrane, che ho sempre ammirato, ma lui fa parte di tutti, ha insegnato a tutti. Da Coltrane sono passato repentinamente a Cage. Cage, però non è stata solo una scelta intellettuale, infatti mi sono reso conto che inconsciamente avevo la sua stessa visione del mondo. Cage è stato un momento molto importante della mia vita, in cui ho capito cosa c'è al di là del canto, della musica, abolendo qualsiasi barriera tra vita e musica. Ho anche amato molto la musica mediterranea e balcanica che non è soltanto molto ricca emotivamente, ma anche strutturalmente. II mio ultimo trip è il teatro coreano, che si chiama “pansori” e ha degli elementi vocali e strumentali veramente incredibili. Così come il teatro e la musica giapponese. Si tratta di forme di arte totali dove il canto è legato al gesto, e viceversa, in un coagulo quotidiano.

Nell'ambito della produzione degli Area, quale è la cosa a cui sei più attaccato?

Attaccamento non direi perché attaccamento forse è ideologia. Comunque, il disco più importante per me è stato il secondo (Caution Radiation Area), ma anche l'ultimo lo è, proprio per la presenza di quadri diversi. E qui qualche critico non concorda; ma io ribadisco l'importanza di un discorso critico alla base, alla necessità di ridiscutere tutto, per non essere legati alla ideologia della improvvisazione, per riuscire a progettare totalità. Non mi aggrappo come vedi, diciamo piuttosto che ci sono delle cose che mi stanno a cuore. Per esempio, il concerto della Statale è una di queste, perché siamo stati martellati da tutti. Essere martellati da tutti è una cosa molto bella perché ti spinge alla critica, quindi ti lancia. Un'altra cosa che mi sta a cuore ultimamente è il vivere l'improvvisazione, non come risultato estetico formale ma come pensiero di base che può essere ripreso, riadattato da altri musicisti ma non muore in un disco.

E il momento dei progetti singoli, individuali, cosa rappresenta?

Io ho già fatto il mio primo disco in solo, Metrodora, Tofani ha già registrato il suo, Fariselli anche. Proprio ora sto preparandone un secondo, che è più importante del primo, naturalmente, anzi il primo mi sembra adesso riascoltandolo un "disco pop", del resto sono cose ormai vecchie, di due anni fa. Oggi mi sento più preparato in materia vocale. Non vedo solo l'aspetto creativo della cosa e lo studio delle nuove possibilità, mi interessa sapere che cosa è la voce, conoscere da dove nasce. Se uno compra un clarinetto, lo smonta, vede come funziona il meccanismo, al limite ne segue la fabbricazione, capirà qualcosa di più delle sue possibilità; la voce invece è una cosa a parte, non si sa da dove venga, questo in un senso fisiopatologico, anche; quindi, bisogna andar per tentativi, fare continui esperimenti. Sono comunque molto pochi gli esempi di autentica riscoperta della voce. Poi bisogna vedere come affrontano il problema della vocalità; nel jazz si tratta di strumentalizzare la voce, seguire la voce degli altri strumenti, un sassofono ad esempio, con variazioni, bei suoni, questo riferito soprattutto alle donne, che hanno più possibilità di salire con la voce, poi c'è l'uso "classico", musica contemporanea inclusa. Penso che sia molto utile sperimentare vari campi, avere tutti i muscoli fonatori allenati. Troppo spesso uno rimane chiuso nel suo ambito e basta, anche una Jeanne Lee fatica ad uscire da un ambito jazzistico, Cathy Barberian, forse la più grossa cantante vivente, nonostante l'età, si limita all'ambito contemporaneo. La cosa più importante allora è fare cose diverse, cantare con Steve Lacy, con Markopulos (che è un incredibile musicista di musica popolare), fare delle cose con Cage, vivere varie esperienze.

Di tanto in tanto ci sono momenti in cui la tua voce mi infastidisce; per la pronuncia e talvolta per un uso sbracatamente rock che tu ne fai, questo lo avverto con gli Area, non in Metrodora, nei lavori sperimentali. Lì non ci sono sbavature.

Non ho mai curato la pronuncia perché non mi ha mai interessato, poi perché penso che la pronuncia corretta e la lingua siano grosse castrazioni per il cantante. Ho questa pronuncia perché sono greco, non sento le doppie, poi ho abitato per diverso tempo in Romagna. Del resto, c'è una differenza enorme tra il mio lavoro in Metrodora e quando si canta invece con degli strumenti; infatti, Daniel Charles ha pensato a me per esemplificare due vocalità diverse, durante un "Festival della Voce" che si farà a Parigi tra non molto. In Metrodora esiste un microcosmo di armonici che chiaramente, all'interno di un gruppo, non è più possibile esprimere perché la voce viene a contatto con le frequenze di altri strumenti.

Veniamo all'aspetto politico-ideologico degli Area: una vostra caratteristica consiste nella attenzione progettuale, nella preparazione teorica del prodotto.

Prima di tutto gli Area hanno deciso sin dall'inizio di vivere in mezzo ai problemi, non fuggirne, ad esempio abbiamo fatto centinaia di concerti per il circuito alternativo in condizioni incredibili. A noi interessa trasmettere contenuti, e significati intensi, che rimangano, che facciano riflettere. Fare quindi cose che molte volte sembrano incomprensibili ma che significhino qualcosa; non come Cocciante che ti porge le cose in un piatto d'argento, che però durano lo spazio del concerto, poi finisce lì.

Non ti sembra che talvolta l'aspetto ideologico sia eccedente rispetto la forma musicale?

Può sembrare, ma può anche aiutare a riflettere, non è importante essere l'eccelso musicista. Ricordati che Cage è in fondo un mediocre pianista. Poi c'è da dire che su disco alcune cose non sono totalmente comprensibili. lo difendo accanitamente lo spazio esecutivo: Area è un gruppo che si muove bene dal vivo. Quando hai un pubblico davanti sei più portato a proporre, a scontrarti con esso, io credo nello scontro; la formula eraclitea che dallo scontro nasce la creatività, non è gratuita. Penso tuttavia che le cose migliori che Area ha fatto non siano state capite, anche il progetto " fantasociopolitico" del nostro ultimo disco non sarà facilmente compreso: se la stanno già menando sui singoli brani senza pensare al quadro complessivo. Certo, ci possono essere delle contraddizioni, queste servono, per una crescita evolutiva. Ci saranno altre tappe, cambieranno altre cose, tieni ancora presente che io fino a 25 anni ero uno zombie: Daniele Caroli dice che fino al 71 io cantavo come Tom Jones, è molto vero. Ma è anche vero che da Tom Jones Metrodora c'è un abisso.

Non trovi che le esperienze in solo, corrispondano ad un bisogno di musica oltre che alla voglia di trovare anche strade personali?

Certo, il concetto di gruppo autoctono è superato, tendiamo ora a dilatare, e comporre diversamente il gruppo a seconda delle occasioni; perché Lacy, perché Lytton e i Txalaparta, perché il quartetto dell'Angelicum, se non per dilatare l'esperienza Area? Le cose singole corrispondono alle passioni di ognuno (le "miserie personali") e contemporaneamente si fa un passo in avanti. Si producono cose che si sentiranno magari in un prossimo disco. Mi sembra fondamentale superare il collettivo stabile che decisamente non esiste più. A proposito sto cercando di programmare una tournée con Lacy per la fine di marzo; come vedi voglio proporre un confronto tra due esperienze completamente diverse, senza prime donne, alla pari; Lacy ha già scritto delle cose per me e io ho già abbozzato brani da eseguire assieme, improvviseremo anche naturalmente. Sento molto il bisogno di questi confronti visto che mi muovo in un campo molto particolare, in cui mancano persone che facciano una ricerca parallela, almeno in Italia, ed è quasi impossibile trovare documentazioni di ciò che si fa all'estero (i dischi della Monk, di Joan La Barbara sono introvabili).

Gli Area non suonano abbastanza, l'organizzazione di una tournée è cosa difficilissima, anche la prossima sarà autogestita, perché tutto questo?

Questo nasce da un discorso politico evidentemente, e da una crisi economica: sono tutti fermi, non solo gruppi come noi, ma anche gruppi commerciali, come il Banco, per non parlare di chi fa jazz o musica contemporanea. Da sempre c'è stato un problema invernale, ma quest'anno è una cosa incredibile, non riusciamo a concludere la programmazione della prossima tournée. Ad esempio, il Banco, con alle spalle Zard, su 25 date ne fa 15 nei locali con il guadagno assicurato; Area su 25 date fa 3 locali. Il circuito alternativo, poi, non esiste più, si è sgretolato completamente, ha subito delle mazzate economiche incredibili; tutti i gruppi extraparlamentari hanno dei problemi, è come il dopo-sessantotto. Dunque, per tornare al discorso di prima, noi aspettiamo di poter fare sicuramente questi 3 o 4 locali, incassare gli anticipi, e con questi autogestirci il resto: quindi è un punto interrogativo, un azzardo continuo.






sabato 18 settembre 2021

Ricordando Jimi Hendrix

Il 18 settembre 1970 moriva Jimi Hendrix, l’uomo che rivoluzionò il modo di suonare la chitarra. Un’icona del nostro secolo (sotto riportato un aneddoto della sua data romana)

 Per non dimenticare…

Wazza

Roma, 25 maggio 1968.

Jimi Hendrix ha appena jammato al Titan, dopo aver cantato e fatto impallidire tutti al Brancaccio, in un concerto aperto dal balletto di Franco Estill, con un giovanissimo Renato Zero.

Hendrix entra al Piper, va a sedersi vicino a Patty Pravo e Alberto Marozzi. Dopo un po’, chiede di andare a fare un giro per Roma.

I tre procedono verso la Fiat 500 bianca di Patty. Hendrix si mette dietro. Si accende un cannone così grande che la macchina si riempie di fumo. Girano per Roma, senza una meta. Ad un certo punto, polizia e posto di blocco. Stanno cercando Renato Vallanzasca. In alto la paletta. Chiaro: una 500 bianca avvolta da una gigantesca nube di fumo...

Patty Pravo, la ragazza del Piper, tira giù il finestrino, butta fuori la testa con il suo cappello di piume viola e, con aria serafica e innocente, chiede: “Ragazzi, è successo qualcosa?”.

I poliziotti, per fortuna, la riconoscono. È pur sempre Patty Pravo, la ragazza del Piper. Scambiano due parole, poi li fanno passare, senza controllare.

In tutto quel tempo, Hendrix non aveva mai smesso di fumare erba italiana. Seduto sul sedile posteriore di una Fiat 500, con le sue lunghissime gambe che a momenti uscivano dal finestrino.

 








venerdì 17 settembre 2021

Alessandro Angelone - “Stars At Dawn”, di Fabio Rossi


Alessandro Angelone - “Stars At Dawn”

Anno: 2019

Etichetta: Music Force

Di Fabio Rossi


Nella desertificazione del panorama musicale italiano, monopilizzato da tempo dalla Trap - per chi ancora non lo sapesse è un sottogenere dell’Hip Pop del quale molti ne farebbero volentieri a meno -, imbattersi in un album interamente strumentale ed emozionale come Stars At Down rappresenta qualcosa di miracoloso.

Alessandro Angelone, nato e cresciuto a Pescara, all’età di soli diciassette anni ha deciso di mettersi in gioco esordendo con un disco intimista il cui unico incontrastato protagonista è il suo amato strumento: la chitarra acustica. Con l’audacia che si confà ai giovani, l’artista si è messo a nudo e senza alchimie di sorta si è profuso con impegno affinché l’ascoltatore venisse inondato da un profluvio di note prodotte dalla sua sei corde.

I brani sono complessivamente undici, tutti apprezzabili nell’insieme e in larga parte scritti da lui stesso. Alessandro ha coraggio da vendere al punto che non ha avuto remore nel palesare la propria passione per Michael Jackson coverizzando alla sua maniera due successi quali You Are Not Alone, composta da Roberta Kelly, e Love Never Felt So Good, frutto della collaborazione tra Jackson e il cantante canadese Paul Anka, che figurano, tra l’altro, tra i momenti più significativi dell’intero lavoro.

L’album riflette i gusti musicali di Angelone cha vanno dal pop, al jazz con ammiccamenti al rock e al blues. Il compositore abruzzese dimostra notevoli abilità nella tecnica del fingerpicking, utilizzata per la chitarra classica, nell’ambito di strutture armoniche che risultano sempre intriganti.

Oltre alle summenzionate cover, segnaliamo le affascinanti The Key, la prima composizione della sua carriera, e Dreams, quest’ultima dall’andamento suadente ha partecipato al concorso Take The Back per una colonna sonora d’autore, le dinamiche Leaden Heart e Night e la struggente title track che chiude questo piacevolissimo debutto e che si rifà, per stessa ammissione di Angelone, a sonorità incluse nell’album alternative metal Dark Before Dawn dei Breaking Benjamin. Usando un gergo cinematografico, possiamo dire “Buona la prima!” e siamo curiosi circa il prosieguo dell’attività di questo talento nostrano (ha ottenuto il primo posto al concorso SGT Music Awards nel 2017 e al 1° Concorso Anxanum Music Awards nel 2018) perché penso che si sentirà ancora parlare di lui e della sua immaginifica musica. Un accenno alla durata del disco: all’incirca trenta minuti, una lezione a tutti coloro che sfornano polpettoni della durata che sfiora pure le due ore delle quali almeno una potrebbe benissimo essere eliminata… evitiamo di fare esempi per non urtare la sensibilità di qualche fan!



Artista: Alessandro Angelone

Album: Stars At Dawn

Anno: 2019

Etichetta: Music Force

 

Tracklist:

Intro

The Key

Dreams

Leaden Heart

Night

Plot Twist

You Are Not Alone (Roberta Kelly)

Rayn

Love Never Felt So Good (Michael Jackson/Paul Anka)

Certainties (Studio 1)

Stars At Dawn

Composizioni: tutte di Alessandro Angelone tranne dove indicato





giovedì 16 settembre 2021

FRAGILE - “Beyond”-Commento di Valentino Butti


FRAGILE - “Beyond”

Force ten production - 2021   Ger/Uk

Di Valentino Butti

 

Evidentemente i Fragile (nota cover band degli Yes) ci hanno preso gusto e nel giro di un anno confezionano il loro secondo album di brani originali dal titolo “Beyond”.

La formazione è rimasta invariata rispetto a “Golden fragments”.  Immancabile anche l’artista Steve Mayerson che si è occupato della bellissima copertina, chiaramente debitrice dell’arte di Roger Dean e che meriterebbe senza dubbio la più “visibile” versione per LP.

Se il debutto, oltre a presentare le liriche all’interno dell’essenziale confezione (purtroppo mancanti in “Beyond”) era suddiviso in sette tracce con solamente due mini-suite, questo come-back è costituito da solo tre pezzi: una sfiora i ventidue minuti, le altre due si aggirano sui quattordici. Tutte le sensazioni positive riscontrate nel primo lavoro si ripropongono, accresciute, in questi nuovi cinquanta minuti. Per una band che palesemente dichiara di scrivere e registrare musica ispirata agli Yes è sin troppo facile riscontrare rimandi a “The Yes Album”, a “Tales From Topographic Oceans” passando da “Going For The One” e ai più “recenti” due “Keys To Ascension”.

Si potrà discutere della necessità di questa operazione “recupero”, ma da amante della storica band inglese (anche se oggi due componenti sono statunitensi…) la proposta dei Fragile mi soddisfa appieno, senza troppe elucubrazioni mentali.

La title track apre l’album: divisa in cinque parti, ha il pregio, malgrado la lunga durata, di scivolare via senza sforzo e sempre in modo piacevole. C’è tutto quello che si può chiedere ad un album di questo tipo: sound solare, ghirigori sonori creati dalla ritmica spezzettata e dalla chitarra di Oliver Day, abbondanza di tastiere di ogni tipo e per ogni gusto, virtuosismi sempre al servizio del brano e della sua coralità e la voce di Claire Hamill a conferire quell’atmosfera senza tempo così cara agli “ultimi romantici”.

Un attimo ed inizia “Yours and mine”, divisa in due parti. I synth disegnano le prime linee guida del brano, ben sorretto da un basso possente e dai convincenti inserti dell’elettrica. La voce della Hamill ci porta nel confortevole “regno da sogno” con un convincente refrain che entra subito in testa e non ci lascia facilmente. Delicatissima la seconda parte con la voce angelica di Claire che dipinge un quadro di evanescente bellezza accompagnata dal piano e dalle chitarre acustiche.

The golden ring of time” è la terza traccia presente. Una articolata introduzione strumentale di circa tre minuti anticipa la voce di Claire che ci conduce nel solito mondo incantato da cui è difficile staccarsi e stancarsi. L’agile ritmica, il basso così “Yes”, le maestose tastiere e la fantasiosa chitarra di Day svolgono al meglio il loro compito e tutto “suona” proprio bene. Insomma, musica per nostalgici, magari dal cuore tenero… ma dai buoni gusti.

Ci rimane con “Beyond” un album molto bello, certamente elaborato in modalità “confort zone” e senza rischi eccessivi, ma non per questo meno meritevole di altri lavori di recente pubblicazione.





mercoledì 15 settembre 2021

Compie gli anni Gianni Leone

Compie gli anni oggi, 15 settembre… il “divino” Gianni Leone.

Happy birthday con besos Leo!

Wazza


Intervista di Claudio Rogai


Ciao Gianni, stasera avremo il piacere di veder il Balletto di Bronzo in azione. Tu sei l’unico membro della formazione originale, vuoi dirci qualcosa in merito?

Ho riformato il Balletto di Bronzo nel 1995, dopo che mi sono accorto che intorno al gruppo, e in particolare nei confronti dell’album “YS”, si era formato un vero e proprio culto, soprattutto in Giappone. Ho rintracciato gli altri musicisti ma nessuno di loro era interessato, così ho proseguito da solo, audizionando bassisti e batteristi per tutta Roma; non ero alla ricerca di nomi famosi o altisonanti, volevo solo musicisti tecnicamente preparati e allo stesso tempo energici, per tenere il mio passo ci vuole gente giovane! Abbiamo attraversato vari cambi di organico, ma la formazione attuale ritengo sia la migliore dal 1995.

LINO VAIRETTI & GIANNI LEONE Prog Exhibition-ROMA 06-11-2010Foto Enrico Rolandi

Dalla seconda metà degli anni ‘90 in poi abbiamo assistito ad una crescente rivalutazione della scena Rock-progressive, cosa ne pensi?

Personalmente non credo nelle “operazioni nostalgia”, preferisco essere giudicato per quello che faccio adesso, per come suonerò stasera e non quarant’anni fa… Se sei ancora in grado di suonare bene devi dimostrarlo. Ho accettato la sfida di suonare ancora come Balletto di Bronzo perché sapevo di poterla vincere, non per convenienze di moda o di recupero. Un nostro concerto include anche tanta musica che non è strettamente etichettabile come Prog-rock, genere dal quale ero già in fuga a metà anni ‘70, brani nuovi mai registrati in studio ma che suoniamo sempre dal vivo e che rendono l’idea di ciò che sono oggi. Naturalmente senza tradire l’intenzione originale, non stravolgerei mai un brano scritto nel 1973, per rispetto del pubblico che si aspetta “quella” versione.

Il pubblico stesso è diverso, ci sono molti giovani che erano bambini o forse neanche nati durante il periodo d’oro del Progressive…

Esatto, molti ragazzi vengono da me a fine concerto per farsi autografare il CD e mi dicono “che fortuna avete avuto a vivere gli anni ‘70!”. Non erano tutte rose e fiori ma sicuramente c’è del vero, all’epoca c’eravamo noi marziani, capelli lunghi e vestiti stravaganti, e la gente normale che ti guardava con sospetto. Il vantaggio era che se incontravi qualcuno come te lo riconoscevi, sapevi che il suo modo di porsi nei confronti della società era sincero, come il tuo, che portava avanti certe idee di rivoluzione culturale, sessuale, eccetera. Oggi è tutto più semplice, allo stesso tempo più banale.

Keyboardman Gianni Leone Balletto di Bronzo oil.on canvas 40x50 2020https://www.facebook.com/claudio.schirinzi.77

Parliamo del tuo strumento, la tastiera, quali sono stati i tuoi riferimenti in gioventù?

Keith Emerson e Brian Auger sono i più grandi tastieristi della storia. Punto. Ma io non cercavo di imitarli, all’epoca lo facevano tutti, volevo invece trovare una voce mia. E poi i miei miti musicali erano Jimi Hendrix e Frank Zappa! Tutti avevano qualcosa in comune che mi piace moltissimo, ovvero l’aggressività. Solo nell’arte, s’intende!





martedì 14 settembre 2021

I Genesis il 14 settembre del 1969

Genesis - 1969 (Top: Peter Gabriel. Middle-left to right: Tony Banks, Mike Rutherford. Bottom-left to right: Anthony Phillips, Chris Stewart)


La leggenda narra che il 14 settembre 1969 i Genesis tennero il loro primo concerto a pagamento in un cottage nel Surrey, di proprietà dell'insegnante di Peter Gabriel, della Sunday School.

Ormai non erano più solo la band del collage. A marzo dello stesso anno avevano firmato il contratto con la Decca, e fatto uscire il loro primo album "From Genesis to Revelation".

Qualche anno dopo, diventarono uno dei gruppi più innovativi della scena rock-progressive!

… di tutto un Pop…
Wazza

Mike Rutherford, Anthony Phillips, Tony Banks, Peter Gabriel & John Mayhew





domenica 12 settembre 2021

2 DAYS PROG +1: un pò di cronaca (e video) di Mario Eugenio Cominotti della 2° giornata con il reportage fotografico di Alice Bellati

 


2 DAYS PROG +1 Veruno 3-4-5 settembre 2021 

Mario Eugenio Cominotti e Alice Bellati per MAT2020

 

Veruno 2021 DAY 2 - Piccola cronaca personale – Prologo


Seconda giornata a Veruno. Tra qualche mio ritardo e cambio di programma del Festival che mi era sfuggito, oltre alla mia affannosa e maldestra ricerca di un parcheggio in zona, arrivo all’Auditorium Forum 19 già gremito di gente per la presentazione fuori programma e purtroppo ormai giunta agli applausi conclusivi dell’ultimo lavoro di Elisa Montaldo, che spero di ritrovare presto in altre occasioni, lavoro in ogni caso ben recensito ovunque, a partire da qui per MAT2020 nientemeno che dal nostro deus ex machina,  Athos in persona. Non mi resta quindi che prendere posto per il secondo live dei feat. Esserelà per l’avvio del mio DAY 2.

 

Veruno 2021 DAY 2 -Secondo grande live al Forum 19 con i feat. Esserelà e con mia sconcertante ma sorprendente Video Intervista a seguire


Ammetto nella mia ignoranza di non avere mai sentito nemmeno nominare i feat. Esserelà, mentre qui a Veruno pare li conoscessero già un po’ tutti; poco prima del live del Day 1 all’Ustaria di Piazza Roma – quella di fronte all’Auditorium – mi erano stati presentati come giovani Zappiani sebbene a modo loro, molto bravi e “in senso buono” – nella musica di Zappa c’è davvero di tutto e non tutto mi entusiasma, rimango essenzialmente un fan di Hot Rats e di Grand Wazooo, soprattutto per quanto riguarda le parti strumentali, mentre per quelle vocali con Frank Zappa tutti bravissimi ma l’unico che mi piace resta quello squilibrato di Captain Beefheart ... - e in effetti almeno il chitarrista un poco Zappiano lo è ed in modo molto brillante e personale, soprattutto negli assoli, anche se ben più tesi o meglio ... “ipertesi”, nonostante il look da brillante bravo ragazzo, peraltro sfoggiato con grande ironia anche dagli altri membri di questa pirotecnica band bolognese.

I feat. Esserelà fanno musica strumentale di alto livello e con grande disinvoltura sia in studio che live: genere? ProgRockJazzFusionFunkAcid e dichiaratamente … si potrebbero definire un Power Trio, ma un po’ alla “Soulive” – grandi … li conoscete? - per il fatto di essere sì in tre ma con un chitarrista anziché un bassista, stupendamente risolto e sostituito con la mano sinistra alla tastiera relativa dedicata allo scopo. Loro stessi si definiscono sì un trio, ma anche e soprattutto un vero quartetto, dato che l’Essere che sta là – appunto – sul palco con loro ne è l’indiscusso e onnipresente leader e frontman.

Inizia il live, subito travolgente come quello del giorno precedente, con Lauto Grill seguita da Kajitemeco, entrambe come molti degli altri brani in scaletta tratti dal secondo album Disco Dooro (2019). Loro stanno sul palco con grande ironia e senza prendersi troppo sul serio ma con vera, navigata ed estrema padronanza e cura di ogni dettaglio, divertendosi e divertendo.

Seguono l’impronunciabile, se non percuotendosi le guance e quantomeno davvero impegnativo da scrivere “/°\\°//°\\°//°\\°/ “, dal primo album Tuorl (2015) e Lodovico Svarchi. Si passa quindi alla suite in due parti articolata in “Sahara…” e “… svegliati è primavehera”. In tutti i brani si succedono e alternano riff tiratissimi, break e ritmiche insieme funky e prog, raffinati passaggi di tastiere, soli micidiali di chitarra, atmosfere e sonorità sorprendentemente anche spesso rarefatte, tutto quanto godibilissimo per gusto e scrittura e suonato con grande bravura ed energia.


I feat. Esserelà concludono il live al Forum 19 con il brevissimo – facciamo poco più di un secondo - “La fine di Lodovico Svarchi: probabilmente il brano più corto che sia mai stato inciso e con il titolo più lungo … ecc ecc”.

Oltre al live ho ripreso, anche se a mano e con il cell – e si vede, ma si sente però molto bene nonostante tutto – tutta l’intervista che i feat. Esserelà mi hanno concesso alla fine del pomeriggio al Forum 19 prima di trasferirci a Revislate, una divertente e interessante chiacchierata quasi tra vecchi amici, mentre attorno succedeva un po' di tutto.



Veruno 2021 DAY 2 - Ku.dA dirompenti in Concerto al Forum 19 e Video Intervista serale nell’area ristoro di Revislate con il Frontman Chris Peda Castelletti


Con il successivo concerto del pomeriggio al Forum 19 mi hanno diversamente ma estremamente quanto positivamente impressionato anche i Ku.dA, duo novarese di polistrumentisti formato da Chris “Peda” Castelletti - voce solista, chitarre, moog e percussioni - e da Luca “Cush” Pasquino - basso elettrico, cori, tastiere ed elettronica.

I Ku.dA, pur essendo un duo, dal vivo si esprimono con tutta l’energia e la potenza di una poderosa band, grazie alla straripante personalità e alla grande padronanza sia tecnica che scenica, oltre che, almeno qui all’Auditorium di Veruno, all’apporto di Andrea Zanin, giovane e bravissimo batterista che li supporta attualmente dal vivo, perfetto nell’integrarsi con il sound della band e nel dare sempre un grande e giusto “tiro” a tutto quanto.

Avevo già sentito parlare molto bene dei Ku.dA e delle loro performace live. Rossana, conosciuta come “Zia Ross” – proprio Lei, che ci tiene sempre aggiornati con le “Tour dates” per MAT2020 – mi aveva segnalato come fossero molto apprezzati anche dal grande Giorgio Fico Piazza – indimenticabile e sempre attivissimo bassista della prima storica formazione della P.F.M. - con un giudizio confermatomi da lui stesso direttamente in sala, appena prima dell’inizio del concerto dei Ku,dA, sempre coinvolgente e che dal mio “posto in prima fila” sono in gran parte riuscito a riprendere con la mia piccola Sony, anche per il piacere di chi sta leggendo queste righe.

I Ku.dA sono nati nel 2013 ed hanno all’attivo due album, Kudalesimo (2017) ed il nuovissimo e maturo Two Pathetic Souls (2021), con un sound in continua evoluzione e risultante da una originale alchimia tra Rock, Progressive, Psichedelia, Elettronica, Funk e Musica Etnica o World Music.

Dal vivo personalmente ho apprezzato oltre alla eccellente voce di Chris – estensione ed espressività un po’ tra quelle del giovane Sting e gli echi, almeno nei lirici vibrati, del primo Demis Roussos - e al suo virtuosismo strumentale la potenza e l’espressività del basso e i colori delle tastiere e dell’elettronica, soprattutto nei momenti più incalzanti ed esplosivi ritmicamente e nelle sonorità più piacevolmente scure, come quelle di Toshta, brano di apertura del nuovo album Two Pathetic Souls, che dal vivo mi ha incantato immediatamente con le sue ritmiche e le sonorità profonde ed avvolgenti.



Grazie all’Amico Massimo Orlandini, ritrovato come a ogni edizione del Festival allo stand di Ma.Ra.Cash. Records, etichetta con la quale è stato appena realizzato l’ultimo album, ho avuto poi modo in serata di conoscere ed intervistare in video con grande piacere anche lo stesso Chris dei Ku.dA per una bella chiacchierata informale presso l’area ristoro dietro il grande palco di Revislate.


Aggiungo una curiosità, quanto per me piacevole sorpresa: durante quasi tutto il live Chris ha utilizzato una chitarra realizzata dal liutaio Guglielmo Mariotti Pirovano, bassista già dei The Watch, conosciuto alla Casa di Alex di Milano con i Red Rex King Crimson Tribute ed attualmente con i Mr. Punch, anche lui  come ad ogni edizione allo stand delle sue Mariotti Guitars proprio di fronte a quello di Orlandini, che ha subito rilanciato con noi di MAT2020, dandomi la possibilità di intervistare nientemeno che Pino Sinnone con i The Trip, che proprio con la  Ma.Ra.Cash. Records hanno appena realizzato il loro “Caronte 50 anni dopo” e che avevano appena terminato il loro concerto sul grande palco di Revislate.


Veruno 2021 DAY 2 -The Trip, Caronte 50 anni dopo. Intervista in camerino dopo il Concerto sul grande palco di Revislate con il monumentale Pino “Caronte” Sinnone e i bravi, anzi, bravissimi ragazzi della band


Proprio così, stringo la mano a Carmine Capasso, chitarrista dell’attuale line up della storica band dei The Trip, che mi scorta rapidamente, superando i “gorilla” della sicurezza e le transenne che delimitano l’area palco, nei camerini retrostanti, dove tra strumenti e custodie accatastate oltre al rombo dei suoni provenienti dal vicino palco mi presenta la band dei Trip e il mitico – e per davvero – Pino “Caronte” Sinnone.

Iniziamo subito con una piacevolissima videointervista con Pino e i giovani e bravissimi musicisti dell’attuale line up dei Trip: Andrea Ranfagna (voce), Carmine Capasso (chitarra e voce), Andrea D’Avino (tastiere) e la - per me - “vecchia conoscenza” Tony Alemanno, apprezzato da tempo soprattutto  come bassista dei 5 Friends, eccellente e forse unico tributo almeno in Europa nientemeno che ai Gentle Giant, ed ora con questa bella formazione dei Trip, band nella quale ha militato l’indimenticabile Joe Vescovi e che con Pino Sinnone ha portato avanti fino ad oggi il progetto fino alla celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Album Caronte, nuovamente registrato con questa formazione per Ma.Ra.Cash. Records attualizzando le sonorità all’evoluzione tecnologica ma mantenendo tutta la scrittura originale.


Tra concerti al Forum, personale pit stop al B&B di Veruno, campo base con Leyla in attesa e inaspettati incontri e videointerviste, purtroppo anche in questa seconda giornata mi sono ritrovato costretto a perdere i concerti di due importanti band storiche come The Winstons e Il Rovescio della Medaglia. Ma la serata è ancora lunga e tutta da riprendere e non mi resta che controllare il biglietto e prendere possesso del posto numerato, in ottima posizione per i prossimi due grandi live.

 

Veruno 2021 DAY 2 - Due Grandi Concerti con Gianni Nocenzi Pianoforte Solo ed il B.M.S. Banco del Mutuo Soccorso con i Fratelli Nocenzi ancora insieme per un grandioso BIS ed il saluto alla fine dello splendido live e del DAY 2


Raggiungo con la massima discrezione possibile il mio posto a sedere in platea mentre il numerosissimo pubblico è in assoluto silenzio già incantato dalle note scintillanti provenienti dal pianoforte a coda di un concentratissimo quanto ispirato e meditativo Gianni Nocenzi, in forma smagliante e perfettamente a suo agio insieme soltanto al suo compagno naturale, il pianoforte.

Alla fine del brano Gianni Nocenzi scherzando sugli “occhi indiscreti dei media”, ringrazia sorridendo gli organizzatori per l’invito e tutto il pubblico, chiedendo indulgenza per quella che definisce come un’intrusione, subito accolta con grande calore dagli applausi del pubblico.

Nocenzi illustra il brano appena suonato al pianoforte, “Rawon”, personale e appassionato contributo a “Stratosferico”, il vinile realizzato dal polistrumentista Davide Pistoni con Guido Bellachioma, direttore della rivista Prog Italia, dedicato alla memoria di Demetrio Stratos e Giulio Capiozzo degli Area con la rielaborazione di due frammenti inediti e di Danilo Rustici degli Osanna, con Lino Vairetti con l’attuale formazione della storica band qui al Festival per i 50 anni de “L’Uomo”, ma ne parleremo meglio nel DAY 3.

Gianni Nocenzi presenta quindi i brani successivi, tutti tratti dal suo ultimo album solista, “Miniature”, dichiaratamente nato dalla voglia personale di lasciare frenesia e bulimia della superficie per entrare nella profondità delle cose, anche le più semplici, per fermarsi, avvicinarsi, cogliere e percepire le tante piccole ma significative bellezze che altrimenti sfuggirebbero … miniature appunto, musica che non va altrimenti spiegata e inizialmente concepita come esperienza assolutamente privata per poi essere concepita con felicità insieme agli altri.

Il concerto prosegue così con grande intensità e tutta la magia e la poesia del pianoforte di Gianni Nocenzi che in conclusione, dopo essersi trasgressivamente acceso con ostentata soddisfazione una sigaretta di fronte al pubblico – morte ufficiale del politicamente corretto, e decretato da un ex fumatore per necessità di sopravvivenza come me – propone quello che lui definisce un rito laico. Immaginando di avere la sola mano destra che terrà dietro alla schiena interpreterà con la sola sinistra un brano del russo Alexandr Skrjabin - per Gianni il più prog di tutti per approccio e attitudine già dai primi del ’900 – il Preludio Opera 9 numero 1 per la sola mano sinistra – come nel caso di uno dei miei concerti preferiti dell’immane Ravel - dedicandolo alla tragica fine dell’immenso Keith Emerson – quello che tra l’altro con il primo album degli EL&P mi aveva avvicinato da ragazzo con “The Barbarian”, ovvero in origine “Allegro Barbaro”, al grandissimo Bela Bartok – perché il senso è per Gianni Nocenzi che sempre e soprattutto ora, tutti noi, anziché discutere di quisquilie dovremmo fare molto di più con molto meno … grande e commovente davvero.

Si conclude così il grande concerto solista di Gianni Nocenzi ed il testimone passa al fratello Vittorio con i B.M.S.



Il Concertone del B.M.S. Banco del Mutuo Soccorso si apre con decisione con il ritmo travolgente e le note fantastiche di “Metamorfosi”, dall’album del debutto del 1972, immergendoci subito nella grande atmosfera del live sul grande palco del festival e ideale apertura strumentale oltre che per l’ingresso di Tony D’Alessio, voce e frontman sempre all’altezza, dalla voce duttile e potente, oltre che dalla forte e bella personalità e stile nel ricoprire il ruolo già dell’indimenticabile Francesco di Giacomo.

Alla fine del brano Vittorio Nocenzi presenta immediatamente Tony insieme a tutti gli altri formidabili musicisti della band: l’estroverso e brillante Filippo Marcheggiani alla chitarra, con il Banco già dal 1994, Marco Capozzi al basso, Fabio Moresco alla batteria, già applaudito sul palco di Revislate il giorno precedente con i Metamorfosi e Nicola di Già, seconda chitarra perfettamente affiatata con quella di Filippo nel sostenere i complessi e squisiti arrangiamenti strumentali, regno indiscusso delle tastiere di Vittorio Nocenzi.

L’audio è perfetto e finalmente posso riprendere da una posizione eccellente anche per quanto riguarda le inquadrature video.

Il concerto prosegue tra i molti grandi classici della band, a partire dalla successiva incalzante “Il Ragno”, dall’album “Come in un’Ultima Cena” del 1976, alternando i momenti più melodici dai temi vocali più conosciuti alle più complesse architetture ritmiche e strumentali caratteristiche del Rock Progressivo nella inconfondibile scrittura e interpretazione del B.M.S. e dando parecchio spazio in scaletta anche all’ultimo lavoro del Banco, l’autobiografico concept album del 2019 “Transiberiana”.

Personalmente ho particolarmente apprezzato i brani più articolati armonicamente e ritmicamente, come “La conquista della posizione eretta” dal celebre secondo album “Darwin”, ancora del 1972, presentata tra l’altro da Vittorio Nocenzi con calore e citazioni colte e appassionate per le dissonanze tipiche della Sagra della Primavera di Stravinsky che, come tanta altra grande musica del novecento, ha dato tanta ispirazione nella scrittura di composizioni come questa del Banco e di tanto altro magnifico Progressive Rock.

Come un po’ per tutte le band susseguitesi nei live durante la tre giorni di Veruno anche i Fratelli Nocenzi e i B.M.S.hanno dovuto vedersela con quelle che gli Esserelà hanno ribattezzato come le Campane di Riversdale, nulla da invidiare come decibel rispetto al potente e preciso impianto audio del grande palco, ed onnipresenti a ogni ora di ogni giornata, privilegiando per gli improvvisi contributi le pause o irrompendo a sorpresa durante gli attacchi dei brani o nei rari momenti più delicati o rarefatti. Vittorio Nocenzi in questo caso era ben preparato e quando è arrivato il suo momento per la campana ci ha perfino rivelato la nota, se ricordo bene un FA#.

Durante una pausa Vittorio ha anche presentato il libro del musicologo Francesco Villari sulla storia del Banco, con un interessante riflessione sulla cosiddetta musica “extracolta” e la superficialità di tanta critica musicale che, diversamente da questo caso, spesso trascura gli aspetti strettamente artistici per limitarsi agli aspetti di costume. 

Sul palco non è mancata nemmeno l’ironia, tra la grande voglia di suonare dei musicisti e le frequenti gag e battute tra Vittorio e Tony, che tra l’altro ha festeggiato il compleanno sul palco insieme a tutta la band tra gli applausi del pubblico.



Non è mancato a grande richiesta uno spettacolare bis finale con i fratelli Nocenzi ancora insieme sul grande palco del festival per una trascinante versione della classica “R.I.P.” (Requiescant in Pace), dal primo album del 1972, sempre bellissima anche in questa dirompente versione live con la formazione attuale.

Per un attimo mi assale un flashback: la prima volta per me con il Banco in un fantastico concerto alla Locanda del Lupo di Rimini nell’estate del 1973 con il Banco del Mutuo Soccorso con la formazione originale ormai entrata da tempo saldamente nel mito con Di Giacomo e i Fratelli Nocenzi.

Mi incammino verso il parcheggio e si conclude così anche per me il DAY 2 dell’edizione 2021 del Festival di Veruno.


IL RESOCONTO DELLA 1° GIORNATA



IMMAGINI DE IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA




IMMAGINI THE WINSTONS