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martedì 7 luglio 2026
RocKalendario del secolo scorso – Luglio-Di Riccardo Storti
RocKalendario del
secolo scorso – Luglio
Di Riccardo Storti
1956 – Mentre per tutto il mondo impazza il rock’n’roll e il suo incontrastato re resta Elvis Presley, in Germania, in quel di Darmstadt, dall’11 al 22 luglio si incontrano i cervelloni della musica d’avanguardia. In realtà si tratta di una “vacanza” per addetti ai lavori denominata Darmstädter Ferienkurse, quindi, corsi intensivi dove non mancano affatto stimoli volti alla più pura innovazione sonora ed estetica.
Si leggono passaggi di Adorno, si assiste alla prima di quel capolavoro nascosto che è The Unanswered Question di Charles Ives (mancato nel 1954 e, nella vita di tutti i giorni, assicuratore…) e - non era mai successo in tale sede - si disquisisce in maniera approfondita di musica elettronica, con altre premiere di alcuni giovani emergenti che faranno parlare di sé; tra codesti, Karlheinz Stockhausen, che, per l’occasione, si presenta con Gesang der Jünglinge e Zeitmasse. Battiato ha solo 11 anni e non lo sa…
1966 – A luglio di quell’anno usciva una pietra miliare della storia del rock: Fifth Dimension dei Byrds. Fiumi d’inchiostro si sono profusi a raccontarne i dettagli. Mi chiedo, però, quante parole si siano spese per Sei minuti all’alba di Enzo Jannacci, pubblicato il 16 luglio per Jolly Hi-fi Records. Terzo album del nostro, il disco riporta alla memoria un mondo che non c’è più tra canzone dialettale milanese, ironia e personaggi iconici (Soldato Nencini): per i testi si muovono, oltre a Jannacci (che scrive tutte le parti musicali) Dario Fo, Walter Valdi, Cochi Ponzoni e Marcello Marchesi (autori del twist demenziale Ho soffrito).
Il titolo dell’LP prende spunto da una canzone che racconta le vicende del padre di Jannacci, quando era partigiano; memorabile (e famosissima) Faceva il palo. Si sentono anche ispirazioni contemporanee tratte da Tenco e Paoli (Ho visto un uomo), Endrigo (Cosa portavi bella ragazza) e Bindi (Chissà se è vero). Da riscoprire perché oggi può ancora raccontare molto.
1976 – 21 luglio. Poohlover è il primo album in cui i Pooh si ritrovano ad avere le mani libere, affrancati dalla produzione di Giancarlo Lucariello. Meno orchestra, più interventi solistici di Battaglia e Facchinetti, scrittura corale con un ispirato Valerio Negrini alla penna. Il risultato è un album affiatato, certamente di svolta rispetto al passato, anche per la scelta degli argomenti non proprio rassicuranti.
I protagonisti di quelle canzoni sono un ex detenuto (Il primo giorno di libertà), una prostituta (Tra la stazione e le stelle), uno zingaro (Gitano), un emarginato (Uno straniero venuto dal tempo), un gay (Pierre), un militare (Padre del fuoco, padre del tuono, padre del nulla). Musicalmente si occhieggia al prog (e quasi di più rispetto al caro e vecchio Parsifal) con riferimenti a Genesis, Pink Floyd e Yes (Uno straniero venuto dal tempo) e Barclay James Harvest (Gitano). Segni di una svolta interessante che potrebbe fare cambiare idea a chi ha sempre trattato i Pooh solo come una band pop-melodica.
1986 – Quando uscì (7 luglio), sbottai senza esitazione: “Sono meglio dei Van Halen!”. David Lee Roth, uscito dal complesso dei prodigiosi fratelli, si mostra in copertina appariscente e dipinto, come se fosse uno stregone di qualche tribù persa tra le foreste del pianeta. Subito eccessivo, anzi, molto, troppo eccessivo per essere un esordio solista. Gli piace esagerare e lo fa anche nella scelta dei suoi compagni di strada: mette su un vero e proprio supergruppo con protagonisti della tecnica d’area hard’n’heavy. Con lui ci sono il batterista Greg Bissonette, il bassista Billy Sheehan (già nei Talas, che aprivano i concerti dei Van Halen) e soprattutto il chitarrista Steve Vai (Zappa’s alumnus!). Il titolo è già un programma: Eat’em and Smile, mangiali e sorridi.
Che cosa si debba consumare non si sa, forse le canzoni? Fatto sta che l’incipit di Yankee Rose si apre con un dialogo tra Lee Roth e la chitarra di Vai che parla: certo, una canzone in stile Van Halen, ma la differenza la fa proprio il chitarrista che sciorina assoli non solo di bravura, ma soprattutto di stile. Si schiaccia sull’acceleratore dello speed metal (Shyboy e Elephant Gun), ci si solazza con frizzanti rock’n’roll (I’m Easy), non si disdegnano scanzonati approcci funky (Ladies' Nite in Buffalo?, Bump and Grind e una Big Trouble quasi rap), si valorizza il riff per declinazioni pop (Goin’ Crazy tra Jump e Money for Nothing dei Dire Straits). Azzeccati, pertinenti e delicatamente irriverenti i due omaggi: il primo a un classico del blues (Tobacco Road) e l’altro a uno standard di Frank Sinatra (That’s Live). Su “Karrang” dell’8 gennaio 1987, recensendo l’album, il critico Malcom Dom scrisse: “Spettacolo puro, con quel gusto per la sorpresa. Nessuno sa farlo meglio di David Lee Roth. Fidatevi!” Sì, c’è da fidarsi.
1996 – Con Broken Arrow, Neil Young torna a collaborare con i Crazy Horse per un album che celebra la forza del suono grezzo, imperfetto e profondamente umano che da sempre caratterizza quel sodalizio. Pubblicato il 2 luglio, il disco si muove tra ampie song elettriche, atmosfere malinconiche e momenti di intensa introspezione, confermando la capacità di Young di trasformare la semplicità in pura emozione. Il brano d’apertura Big Time introduce subito un clima ruvido e ipnotico, mentre Loose Change e Slip Away mostrano il lato più contemplativo del cantautore canadese, con chitarre dilatate e arrangiamenti che sembrano respirare lentamente.
Il cuore dell’album è la lunga suite Changing Highways, dove
la ripetizione e l’improvvisazione si rivelano provvidenziali soluzioni
espressive, quasi una jam sospesa nel tempo (si tratta di una composizione
ripescata a oltre vent’anni di distanza, visto che fu scritta nel 1974). Music
Arcade è uno dei momenti più delicati e nostalgici, un piccolo gioiello
acustico che richiama il Neil Young più intimo.
Broken Arrow non è affatto un disco immediato né facile, bensì un’opera coerente con la poetica di Young: libero, imprevedibile e fedele alla ricerca di emozioni sincere. Un album a tratti addirittura crepuscolare e visionario, che dimostra ancora una volta il valore artistico di un musicista incapace di seguire strade convenzionali.
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sabato 4 luglio 2026
Atlanta International Pop Festival: erano i primi giorni del luglio '70
Il secondo Atlanta International Pop Festival si tenne in un campo di soia adiacente al Middle
Georgia Raceway a Byron, in Georgia, dal 3 al 5
luglio 1970, anche se non si concluse fino a dopo l'alba del 6.
Fu l'unico
successore del primo Atlanta Pop Festival, che si era tenuto l'estate
precedente vicino a Hampton, in Georgia. L'evento fu promosso da Alex Cooley,
che aveva contribuito a organizzare il festival di Atlanta del '69 e il Texas
International Pop Festival del '69, e due anni dopo avrebbe promosso il Mar Y
Sol Pop Festival a Porto Rico dall'1 al 3 aprile 1972.
























