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mercoledì 15 luglio 2026

I Deep Purple nel luglio del 1968

Deep Purple 1968


Usciva nel luglio del 1968 "Shades of Deep Purple", primo LP dei Deep Purple.
Oltre a John Lord, Ritchie Blackmore e Ian Paice, la band era composta dal cantante Rod Evans e dal bassista Nick Simper, che poco dopo abbandoneranno il gruppo.

L’album, che in parte comprendeva anche delle "cover", come “Help” dei Beatles, “Hush” di Joe South e “Hey Joe” di Billy Roberts, sancisce la nascita dei Deep Purple.

Di tutto un Pop!
Wazza

Deep Purple

Very early days from 1968 featuring the Mark 1 line up with Rod Evans on vocals, and Nick Simper on bass guitar





martedì 14 luglio 2026

Inferno al Pacta, il docufilm che restituisce la vita di uno spettacolo totale


Dopo due mesi di lavoro intenso e quotidiano, sento finalmente la gioia di poter fare dono a tutti voi del docufilm dedicato all’Inferno realizzato al Pacta di Milano. È un gesto di gratitudine verso chi ha partecipato, sostenuto, condiviso, osservato, ascoltato. Un gesto che nasce dal desiderio di restituire la vita di uno spettacolo che, pur essendo concluso, continua a vivere.

Il film è disponibile su YouTube. Graditi i vostri like e i vostri commenti, perché ogni traccia di presenza contribuisce a far vivere ancora questa esperienza. 

Ho voluto citare nei titoli di coda chi era presente al Pacta, chi ha offerto filmati, fotografie, ma anche solo la propria presenza fisica o digitale. È un modo per riconoscere che un’opera non esiste mai da sola. È sempre un corpo collettivo, un respiro condiviso.

Potete, su mia concessione, postare liberamente il film sui vostri canali social. YouTube, Facebook, Instagram. Potete anche condividere il link dei vostri post con amici e conoscenti. La diffusione è parte del senso stesso di questo lavoro.

L’audio è stato restaurato integralmente, rispettando l’intensità drammaturgica del live. Il video è stato trattato come un viaggio onirico. Filmati, fotografie, maschere create per Genova e poi rielaborate come ritratti, estratti da documentari, illustrazioni. Tutto è stato sovrapposto in un dialogo continuo, una sorta di Gesamtkunstwerk contemporanea fatta di azione scenica, immagine, musica, costumi, fotografie, commento stampa. Un organismo vivo che si muove, si stratifica, si apre.

Nella speranza di fare cosa gradita, vi abbraccio uno a uno. Questo spettacolo è concluso, sì, ma il suo viaggio continua.

Claudio Milano


 





lunedì 13 luglio 2026

Space Traffic - On the Other Side

 


On the Other Side degli Space Traffic si apre come un invito a entrare in un ambiente che non ha confini e che si muove con un ritmo proprio. Il disco non parte con un’introduzione tradizionale, parte con un varco, una porta che si apre e lascia entrare un flusso continuo. La band lavora su un’idea precisa, costruire un viaggio circolare che non ha un vero inizio e non cerca una fine, un movimento che si rigenera a ogni ascolto. È un modo di pensare la musica che non punta alla divisione, ma alla continuità, alla sensazione di attraversare uno spazio che cambia mentre lo percorri.

Gli Space Traffic arrivano a questo disco dopo un percorso che li ha portati a definire una identità molto chiara. Nati in Valle d’Aosta, hanno costruito negli anni un linguaggio che unisce rock, psichedelia e una forte componente cinematica. Marco Pica guida il progetto con basso e voce, Fabio Baldassarri porta una chitarra che alterna riff incisivi e atmosfere avvolgenti, Florian Bua dà profondità ritmica con una batteria che spinge e apre. Accanto a loro c’è Michele Picciurro, figura fondamentale nel tradurre la dimensione live della band in studio, un vero quarto elemento che ha contribuito a dare forma al suono del gruppo.

Il disco è stato registrato interamente dal vivo negli home studio di Picciurro, una scelta che definisce il carattere dell’opera. Il suono è diretto, organico, privo di quella patina che spesso rende tutto troppo levigato. Qui si sente la presenza dei musicisti, la loro interazione, la loro capacità di muoversi insieme senza forzature. Le note di produzione parlano di energia del momento e spontaneità, e questa spontaneità diventa parte della narrazione. L’accordatura a 432 Hz accompagna questa scelta, non come slogan ma come elemento che sostiene la fluidità del disco. Le tracce vibrano con un respiro naturale, come se la frequenza fosse parte del viaggio.

La tracklist segue un percorso che vuole essere un cerchio. L’intro apre la porta e subito arrivano Jungle e Pictures, brani che la band aveva già mostrato come segnali di una nuova fase creativa. Jungle ha un movimento ipnotico, un groove che si avvolge su sé stesso e prepara il terreno. Pictures lavora su atmosfere più sospese, un gioco di immagini sonore che si rincorrono. Lady Bubblegum introduce una componente più visionaria, un episodio che si muove tra psichedelia e rock con naturalezza. Fake Memories porta un tono più introspettivo, un viaggio interno che si apre lentamente. Bright illumina il percorso con una energia più diretta, Looking Forward spinge in avanti con una progressione che cresce senza strappi. On the Other Side è il cuore del disco, il punto in cui tutto si richiude e si riapre, un brano che rappresenta la filosofia dell’album. A Deeper Dream scende in una dimensione più liquida, più rarefatta, mentre Back from the Other Side riporta esattamente al punto da cui si è partiti.

Ogni brano ha una sua identità ma non vive da solo. Il disco funziona come un’unica lunga traiettoria, un viaggio che non chiede di essere interrotto, un lavoro che invita a restare dentro, a lasciarsi portare, a non cercare il punto in cui tutto si ferma. La band costruisce un ambiente che si rigenera ogni volta, come se il loop fosse una condizione naturale. Le suggestioni cosmiche non sono un vezzo estetico, ma la metafora di un attraversamento che riguarda tanto l’esterno quanto l’interno. La psichedelia non è nostalgia, è un modo di dilatare lo spazio, e il rock non è un contenitore, è la base su cui costruire paesaggi che si muovono come visioni.

Gli Space Traffic consegnano un disco che vive della sua coerenza, della sua capacità di trasformare il tempo in movimento. On the Other Side è un viaggio che si attraversa e si attraversa di nuovo, un cerchio aperto che resta vivo proprio perché non si chiude mai del tutto.






Family: accadeva nel luglio del 1971...

 Roger Chapman article from Disc Magazine published 17th July 1971

Sulla rivista "Disc Magazine" del luglio 1971, articolo dedicato ai Family di Roger Chapman.

Un gruppo quasi dimenticato, formato da grandi musicisti, con l'aggiunta dell'esplosiva voce di Roger Chapman, che ha "ispirato" molti cantanti cari al prog.

Da ricordare e riascoltare!
Di tutto un Pop…
Wazza


Family perform on BBC Old Grey Whistle Test TV show, London, 1971, L-R John Wetton, John Whitney, Roger Chapman, Rob Townsend, John Poli Palmer. (Photo by Michael Putland)


domenica 12 luglio 2026

In ricordo di Paolo Raffone, maestro della musica italiana

 


La scomparsa di Paolo Raffone rappresenta una perdita significativa per la musica italiana. Pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, Raffone ha attraversato decenni di attività con una competenza rara e una sensibilità che molti colleghi hanno sempre riconosciuto come fuori dal comune. La sua formazione, solida e rigorosa, lo aveva portato a diplomarsi in pianoforte e a insegnare Analisi, Armonia ed Elementi di Composizione al Conservatorio di San Pietro a Majella, istituzione con la quale mantenne un legame profondo.

La sua carriera si è sviluppata in un territorio musicale ampio, che comprende la tradizione napoletana, la canzone d’autore, la musica colta e le forme più contemporanee della ricerca sonora. Raffone è stato un collaboratore prezioso per numerosi artisti, tra cui Pino Daniele, con cui condivise una stagione creativa particolarmente fertile. Il suo contributo non si limitava all’arrangiamento: la capacità di leggere la struttura interna di un brano, di comprenderne l’anima e di trasformarla in una veste orchestrale coerente e duratura era considerata una delle sue qualità più distintive.

Nel corso degli anni Raffone ha lavorato con figure di primo piano della musica italiana, tra cui Edoardo Bennato, Roberto Murolo, Tullio De Piscopo, Rino e Marco Zurzolo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Enrico Ruggeri e molti altri. La sua presenza era spesso silenziosa, discreta, ma decisiva: un professionista capace di dare forma e profondità a progetti molto diversi tra loro, sempre con la stessa cura e la stessa attenzione al dettaglio.

Accanto all’attività concertistica e discografica, Raffone ha partecipato a numerose produzioni teatrali e orchestrali, collaborando con ensemble, compagnie e istituzioni culturali. La sua versatilità gli permetteva di muoversi con naturalezza tra linguaggi differenti, dal Blues al Jazz, dal Rock alla musica contemporanea, mantenendo sempre una visione personale e una ricerca costante sul suono.

Chi ha lavorato con lui ricorda la sua umiltà, la sua intelligenza musicale e la capacità di instaurare rapporti professionali fondati sulla fiducia e sul rispetto. Raffone era noto anche per una passione parallela: la cucina, che coltivava con la stessa dedizione riservata alla musica, trasformando spesso i momenti conviviali in occasioni di incontro e scambio creativo.

La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo della musica e della cultura. Raffone ha rappresentato una figura di riferimento per generazioni di musicisti, studenti e professionisti che hanno trovato in lui un esempio di rigore, sensibilità e amore autentico per l’arte. Il suo contributo continuerà a vivere nelle opere che ha realizzato, nelle collaborazioni che ha arricchito e nell’eredità musicale che ha lasciato.






Ricordando Chris Wood


Il 12 luglio 1983 ci lasciava Chris Wood, mitico, flautista, sassofonista, dei Traffic, gruppo di cui si parla sempre poco.

Musicista sopraffino e pittore per diletto, ha contribuito ad esaltare il sound dei Traffic. La sua presenza è fondamentale soprattutto su album come "Dear Mr. Fantasy", "John Barleycorn Must die", "The Low of High Heeled Boys".

Dopo la sua morte i Traffic gli dedicarono l'album "Far from Home"… la figura centrale sulla copertina è uno stickman che rappresenta un uomo che suona il flauto.

Per non dimenticare...
Wazza
 Trio delle meraviglie...Wood - Capaldi – Winwood




Il compleanno di Ares Tavolazzi



Compie gli anni oggi, 12 luglio Ares Tavolazzi, bassista, contrabbassista, soprattutto in ambito jazz.
È conosciuto nel mondo prog per avere preso il posto di Patrick Djivas negli Area.
Una lunghissima carriera la sua, passando da Carmen Villani, Francesco Guccini, Paolo Conte ed un'infinità di collaborazioni con musicisti jazz.
Nel 2011, con Tofani e Fariselli, ha riformato gli Area.

Happy birthday Ares!
Wazza


Luca Manservisi, “Ravenna&Dintorni”, 20 maggio 2019 (intervista a Tavolazzi)

Ares Tavolazzi è uno dei nomi che ha fatto la storia della musica italiana, stando spesso nelle retrovie. Per molti resta semplicemente il bassista degli Area, uno dei gruppi più avventurosi del panorama del progressive rock e non solo, ma Tavolazzi può vantare una carriera cinquantennale che lo ha visto collaborare anche con mostri sacri come Francesco Guccini, Paolo Conte, Mina o Lucio Battisti, fino agli anni più recenti con Vinicio Capossela, passando dalla musica sperimentale al pop, con una predilezione per il mondo del jazz, che lo vede ancora grande protagonista. 71 anni da compiere tra poco, Tavolazzi continua a fare musica senza curarsi troppo degli steccati, aderendo a progetti diversi tra loro e trovando ora nuova linfa anche nel teatro.

Sabato 25 maggio nell’ambito del Festival Polis sarà al teatro Rasi di Ravenna con la pluripremiata attrice Silvia Pasello in Amor morto. Concerto mistico, spettacolo dedicato al grande Carmelo Bene.

Come è nato questo progetto?
«Come un omaggio a Carmelo Bene, in occasione di un evento a Perugia (ideato e realizzato dal saggista Piergiorgio Giacché nel settembre del 2017, ndr). Con Silvia (Pasello, ndr), che è la vera protagonista dello spettacolo (e con cui Tavolazzi ha già collaborato in passato, ndr) abbiamo analizzato alcuni testi che ho cercato di rendere dal punto di vista musicale, con un effetto direi piuttosto mistico, come da titolo, ispirato da una delle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, Amor morto».


Che rapporto ha con il teatro? Lo frequentava anche da spettatore?
«Non molto. Tutto è iniziato anni fa grazie all’amicizia con Roberto Bacci di Pontedera Teatro (Tavolazzi vive a Pontedera, ndr) che mi ha coinvolto per primo nella realizzazione delle musiche per spettacoli. Si è trattato di una sfida professionale, un lavoro diverso dal solito, su cui ho dovuto concentrarmi per creare paesaggi sonori in grado di accompagnare testi scritti da altri, molto stimolante».

E come reagisce il pubblico del teatro, a differenza dei concerti?
«Spesso non sono presente agli spettacoli, la mia musica è registrata, a meno che non siano progetti speciali come quello con Silvia Pasello, che accompagno dal vivo. I concerti, in generale, restano ancora l’aspetto più importante del mio lavoro».

Nuovi progetti musicali in arrivo? Proseguirà la reunion degli Area?
«No, la reunion (con cui i membri originali nel 2010 avevano riportato in tour la musica degli Area senza volutamente sostituire il cantante Demetrio Stratos, morto come noto nel 1979 a soli 34 anni, ndr) non proseguirà. Lo spirito degli Area continua in qualche modo a vivere con l’Area Open Project di Patrizio Fariselli, che però è molto diverso da una reunion».



Che cosa ricorda di quell’avventura. E crede che qualcuno abbia raccolto l’eredità degli Area nel mondo musicale italiano?
«È stato un periodo fondamentale della mia vita e della mia carriera, che mi ha permesso innanzitutto, di scoprire cose nuove, di crescere. A dire la verità non mi pare che davvero qualcuno abbia seguito le nostre orme. Anche perché è cambiato il modo di fare musica. Noi davvero la facevamo senza alcuno scopo commerciale, gli Area facevano musica per sperimentare, a fini solamente artistici. Oggi mi pare che non esistano gruppi così, almeno di così rilevanti…».

E che ricordo ha di Demetrio Stratos?
«Quando me lo chiedono non ho particolari aneddoti da rivelare, era uno di noi, un ragazzo con cui si stava bene. Dal punto di vista professionale, invece, era davvero incredibile, la sua voce era uno strumento in più, qualcosa di mai sentito e irripetibile».

E lei che rapporto ha con il suo? Il contrabbasso è uno strumento molto “fisico”…
«Sicuramente ci passo molto, molto tempo. E non solo per suonarlo, anzi. La maggior parte del tempo lo impiego a montarlo e smontarlo e rimontarlo. A cercare di ricostruirlo per trovare il suono che più mi aggrada…».