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venerdì 6 novembre 2026

L'Enorme Maria. Quando una copertina racconta un'epoca, di Renata Gatti

 


L'Enorme Maria. Quando una copertina racconta un'epoca

di Renata Gatti

 

Nel corso dell'intervista rilasciata da Simon Luca a Lorenz Zadro e Davide Grandi, un passaggio particolarmente significativo riguarda la genesi della copertina di Per proteggere l'Enorme Maria, album pubblicato nel 1972. Lo stesso musicista ricorda come quell'immagine, realizzata da Mario Camerini, fratello del più noto Alberto Camerini, sia finita col conquistare una notorietà persino superiore a quella del disco che accompagnava.

La vicenda è nota. In origine la protagonista dell'illustrazione avrebbe dovuto tenere tra le dita uno spinello. La commissione censoria dell'epoca impose però la sua eliminazione. Camerini accettò formalmente la richiesta, ma trasformò l'intervento censorio in un atto creativo. Lo spinello scomparve e al suo posto comparve un dito medio allungato con evidente intenzione ironica. In quella piccola modifica si concentra perfettamente lo spirito di una stagione culturale che spesso rispondeva ai divieti con l'intelligenza della metafora e dell'allusione.

Ridurre tuttavia la copertina al solo episodio della censura significherebbe coglierne soltanto una parte. L'immagine possiede un valore artistico autonomo e una complessità simbolica che merita di essere osservata più da vicino.

Al centro della composizione campeggia la figura dell'Enorme Maria, una presenza monumentale che occupa quasi interamente lo spazio visivo. La sua fisicità sovradimensionata non vuole rappresentare realisticamente il corpo umano, ma costruire una figura allegorica, volutamente grottesca e al tempo stesso accogliente. L'abbondanza delle forme diventa linguaggio espressivo. Maria si impone allo sguardo con una forza quasi teatrale, trasformandosi in un simbolo più che in un personaggio.

Ogni elemento dell'illustrazione contribuisce a costruire un racconto. I due indumenti intimi decorati con motivi a stelle e strisce rimandano immediatamente all'immaginario americano e al contesto della guerra del Vietnam. Il ciondolo che porta al collo richiama i medaglioni con le fotografie dei propri cari, particolarmente diffusi nel costume popolare del tempo. Sullo sfondo compare un piatto con un disco in rotazione, presenza discreta ma significativa che colloca l'intera scena all'interno dell'universo musicale da cui nasce. Nulla sembra lasciato al caso. Ogni dettaglio dialoga con il clima sociale, politico e culturale dei primi anni Settanta.

Anche dal punto di vista tecnico l'opera rivela una notevole consapevolezza artistica. Camerini realizza il disegno utilizzando la china nera per definire contorni netti e leggibili, mentre il colore viene affidato alle ecoline e, in alcuni dettagli, all'aerografo. Il risultato è un'immagine caratterizzata da forti contrasti cromatici e da una grande immediatezza comunicativa.

Lo stile si inserisce nella tradizione della ligne claire, la "linea chiara" resa celebre da Hergé, creatore di Tintin. Contorni definiti, assenza di tratteggio, colori stesi in campiture uniformi e massima leggibilità delle forme costituiscono gli elementi distintivi di questo linguaggio visivo. Nato per il fumetto d'avventura, tale approccio viene qui reinterpretato attraverso la sensibilità pop, psichedelica e underground che caratterizzò larga parte della grafica alternativa dei primi anni Settanta.

È proprio questo incontro tra chiarezza formale e contenuti provocatori a rendere la copertina particolarmente efficace. Artisti e illustratori legati alla controcultura compresero infatti che un linguaggio apparentemente rassicurante poteva diventare uno strumento potente per veicolare messaggi ironici, satirici e anticonformisti. L'opera di Camerini si inserisce perfettamente in questa ricerca, utilizzando un segno limpido per raccontare un mondo inquieto, irriverente e carico di tensioni creative.

Viene naturale pensare ad alcuni autori che, negli stessi anni, sperimentavano percorsi paralleli. Se la dilatazione delle forme richiama in parte l'opera di Fernando Botero, le finalità appaiono profondamente differenti. Nei dipinti dell'artista colombiano l'espansione dei volumi diventa celebrazione poetica della presenza fisica e della sensualità. Nell'Enorme Maria, invece, l'alterazione delle proporzioni assume una funzione più ironica e satirica, vicina alla cultura del fumetto underground e alla sua volontà di mettere in discussione i codici borghesi dominanti.

La copertina nasce inoltre all'interno di uno straordinario laboratorio creativo che animava Milano tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Attorno a figure come Cesare Monti, Gianni Sassi e numerosi musicisti, fotografi e illustratori si sviluppò un ambiente in cui arti visive e musica dialogavano continuamente. In quel contesto la copertina di un album non era semplice confezione commerciale, ma parte integrante dell'opera, capace di amplificarne significati e suggestioni.

Anche l'episodio della censura acquista allora una luce diversa. Non rappresenta soltanto un aneddoto curioso, ma diventa la dimostrazione di come i limiti imposti dall'esterno potessero trasformarsi in stimolo creativo. Molti artisti dell'epoca impararono a esprimere dissenso, ironia e provocazione attraverso simboli, allusioni e doppi significati. Il celebre dito medio dell'Enorme Maria resta uno degli esempi più felici di questa strategia espressiva.

A oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione, la forza dell'immagine rimane sorprendentemente intatta. Ciò che continua a colpire non è soltanto il dettaglio provocatorio che la rese famosa, ma l'equilibrio tra qualità grafica, ricchezza simbolica e capacità narrativa. In questo senso l'opera di Mario Camerini rappresenta molto più di una copertina discografica. È il ritratto visivo di una stagione culturale in cui arte, musica, satira e libertà espressiva trovarono un terreno comune, lasciando immagini capaci di attraversare il tempo.


Tracce

1.   Aleinada Rapsody – 7:35

2.   Cuore Nero – 5:17

3.   E.A. Poe – 0:52

4.   Everybody's Gotta Drink Another Round With Me – 1:36

5.   Mangia Con Me Il Tuo Pane – 3:32

6.   Per Proteggere L'enorme Maria – 4:25

7.   Ridammi La Mia Anima – 4:58

8.   Sono Un Uomo – 3:21

9.   Tu Ora – 2:43

                             10.Venendo Piano – 2:56

 

Formazione

Simon Luca – voce, chitarra acustica, chitarra a 12 corde

Ricky Belloni – chitarra elettrica, cori, chitarra acustica

Alberto Camerini – chitarra

Eugenio Pezza – mellotron

Gigi Belloni – basso, cori

Pepé Gagliardi – pianoforte, armonica, organo Hammond

Franco Orlandini – pianoforte, organo Hammond

Ezio Malgrati – batteria

Lucio Fabbri – violino

Fabio Treves – armonica a bocca

Donatella Bardi, Lella Esposito, Lalla Francia, Paola Orlandi, Eugenio Finardi, Massimo Villa, Marco Ferradini – cori





giovedì 5 novembre 2026

Prog Exhibition- Roma, 5-6 novembre 2010...16 anni fa!

Ebbene sì… sono passati sedici anni dal “fantastico” evento chiamato Prog Exhibition…

Un dovere ricordarlo, con le recensioni di allora…


Prog Exhibition - Roma 5-6 novembre 2010

Hello boys and girls,

era dagli antichi fasti degli anni '70 che non si teneva un festival, raduno, così importante, per qualità e partecipazione di artisti.

Tutto questo ha un nome, "Prog Exhibition", che si tenne a Roma il 5-6 novembre 2010, grazie all'intuito e professionalità di Iaia De Capitani, organizzatrice, e Franz Di Cioccio, direttore artistico.

A Roma, in due giorni, si celebrarono i 40 anni del pop-progressive italiano, con la partecipazione di tutti i musicisti che hanno fatto la storia del prog nostrano, più nuove proposte. La grande trovata fu quella di accoppiare un "big" straniero ai gruppi italiani, quasi un interscambio tra le varie culture e stili musicali.

Per la gioia dei 2000 fans accorsi a serata da tutta Italia, e molti stranieri, si esibirono sul palco accoppiate del tipo Premiata Forneria Marconi + Ian Anderson, Banco Del Mutuo Soccorso + John Wetton, Osanna + David Jackson, Nuova Raccomadata + Thijs Van Leer, Tagliapietra, Pagliuca, Marton+David Cross.

Furono due serate eccezionali, sia dal punto musicale che da quello della condivisone, tre generazioni che convivevano perfettamente sotto lo stesso tendone, c'erano i "reduci" di Villa Pamphili, di Caracalla, del Parco Lambro, giovanissimi che non avevano mai visto tanta "grazia di Dio", tutti assieme, emozioni indescrivibili per due giorni.

Purtroppo, le edizioni che sono seguite non hanno avuto lo stesso successo, non per la qualità dei musicisti, ma per il disinteressamento del popolo prog (!!??): in Italia possiamo avere il "Grande Fratello" 20° edizione, ma non siamo preparati, per cose, culturalmente più complesse!

Buona la prima...

Personalmente ho un bellissimo ricordo di tutto il periodo festival (prima-durante-dopo), uno degli eventi musicali più belli che abbia mai visto.

Ancora tanto di cappello a Iaia per questi concerti, che saranno sempre nella mente e nella storia di chi ha partecipato

Wazza

Commento di Alberto Sgarlato…

Nel 1970, anno di grandi fermenti musicali internazionali, mentre sull’Isola di Wight si contendevano (letteralmente, come rivelano gli aneddoti narrati dagli stessi musicisti) il palco   Hendrix, Jethro Tull, Miles Davis, i neo-costituiti  Emerson Lake   and  Palmer e tanti altri grandi, in Italia, a Roma, per la precisione, si avvicendava sul palco di Caracalla tutta la crème di quel movimento che all’epoca fu semplicemente battezzato “nuovo pop italiano”, e che negli anni conquistò una planetaria popolarità, dal Giappone al Sud America, con il nome di Italian Progressive Rock.

Venerdì 5 e sabato 6 novembre 2010, le   Edizioni Musicali Aereostella di Iaia De Capitani hanno voluto commemorare il quarantennale di quello straordinario evento con una due-giorni di progressive rock presso il Teatro Tendastrisce di Roma, la Roma ProgExhibition Festival. Tra il foltissimo pubblico accorso, anche delegazioni, con bandiere e striscioni, dagli USA, dal Messico, dalla Costarica, dal Giappone e da quasi tutte le nazioni europee.

5 novembre

L’arduo compito di rompere il ghiaccio è affidato ai   Synesthesia, in rappresentanza di quel recente filone che fonde certe atmosfere del prog con la violenza del power-metal. Il connubio esalta i più giovani tra i presenti ma fa un pò storcere il naso ai vecchi puristi.

Dopo di loro salgono sul palco i genovesi   La Maschera di Cera, band nata all’inizio di questo decennio ma con l’intento di riproporre in maniera fedele nelle proprie originali composizioni le sonorità (e persino la grafica e il packaging) dei grandi concept album prog dell’epoca. La loro performance è potente e grintosa, in particolar modo da parte del front-man Alessandro Corvaglia, che si scatena con grande teatralità, ma purtroppo la band è in assoluto quella più penalizzata in termini di suoni. Soprattutto le tastiere di Agostino Macor, sempre molto attento nel ricreare timbriche vintage, sono soffocate quando invece meriterebbero di emergere con vigore.

Iniziano le band storiche: i primi sono The Trip, che propongono materiale dai due loro album più famosi, cioè Caronte” e Atlantide”. Sul palco ritroviamo il tastierista Joe Vescovi, il cantante (e originariamente bassista, ma oggi purtroppo vittima di problemi articolari)  Wegg Andersen  e il  drummer  Furio Chirico  (anche degli   Arti & Mestieri), oltre a due giovani comprimari alla chitarra e al basso, rispettivamente   Fabrizio Chiarelli  e   Angelo Perini. 

L’esibizione, seppur penalizzata da qualche inconveniente tecnico iniziale (inevitabile nei festival, quando molte band devono condividere una stessa strumentazione sul palco), è talmente emozionante da far sgorgare più di una lacrima tra chi, nel pubblico, li aveva amati in gioventù e da lasciare a bocca aperta i più giovani. Serpeggia, però, un pò di delusione, per non aver visto chiamare sul palco dalla band, neanche per un saluto, il primo drummer   Pino Sinnone, che pure era presente tra il pubblico.

Dopo i Trip salgono sul palco Tony Pagliuca (tastiere), Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarra 12 corde) e Tolo Marton (chitarra) che, pur essendo tutti membri storici de   Le Orme, non possono esibirsi con questo nome per una questione di diritti (probabilmente dovuta a qualche attrito con il batterista   Michi Dei Rossi, che detiene il nome e lo utilizza con un’altra line-up). Anche in questo caso il materiale eseguito è quello degli album più amati ma, soprattutto, più progressivi nelle sonorità, come Collage e Felona & Sorona". Proprio nei momenti finali di   Felona & Sorona i musicisti vengono affiancati sul palco da   David Cross, violinista elettrico dei   King Crimson, che dà un ulteriore valore aggiunto in termini di sonorità magiche a una già ottima esibizione. 

"Le Orme" (concedeteci di chiamarle così), dal canto loro, ricambiano il favore eseguendo   Exiles insieme a Cross. La calda, corposa voce di Tagliapietra, assai simile a tratti a quella dei vari cantanti avvicendatisi nella band guidata da   Robert Fripp, è davvero assai a suo agio nel repertorio crimsoniano, ed il risultato non lascia adito a perplessità.


Chiude la prima serata la Premiata Forneria Marconi. All’inizio i musicisti sono visibilmente indispettiti da alcuni inconvenienti tecnici, in particolare all’ampli del basso, ma come abbiamo già detto in un festival fa tutto parte del gioco. 

Di Cioccio salta e corre su e giù per il palco come un ragazzino ma, diversamente a molti show recenti, siede più spesso alla batteria (che condivide con l’ottimo   Pietro Monterisi) e lascia a   Franco Mussida  la maggior parte delle parti cantate, riservandosi piccoli e delicati momenti intimisti come Harlequin, Out of the Roudabout e la blueseggiante   Maestro della Voce, dedicata al compianto Demetrio Stratos  che, nell’intro affidata al basso, viene anche ricordato da   Patrick Djivas  con una citazione da   Luglio Agosto Settembre (nero).

Ma il momento sicuramente più emozionante per i fans, che si alzano in una standing ovation, è quando la PFM divide il palco con Ian Anderson, dei Jethro Tull. Il flautista/cantante/chitarrista inglese fa il suo tradizionale ingresso sul palco in posa da fauno (con la gamba destra alzata e appoggiata al ginocchio sinistro) e manda in visibilio la platea. Tutti sono emozionati, a cominciare dallo stesso Mussida che, con voce rotta dalla commozione, ricorda: “Avevo 22 anni quando saltai sulla sedia esattamente come voi, vedendoli per la prima volta dal vivo. Immaginate come mi sento in questo istante”. Con Ian la PFM esegue una irrinunciabile Bourée, poi My God (dall’album “Aqualung”) ma, soprattutto, una spettacolare versione della   Carrozza di Hans nella quale Anderson al flauto non si risparmia. Un momento indimenticabile per tutto il pubblico presente.


6 novembre

L’apertura è affidata ai Periferia del Mondo, band molto giovane ma che può già vantare collaborazioni illustri (da Mauro Pagani a Rodolfo Maltese, e molti altri) nei propri album. Il loro sound   è una riuscita contaminazione tra prog-rock dalle forti aperture romantiche, jazz-rock e influenze etniche arabeggianti e mediorientali, con in primo piano i molti fiati (sax alto, tenore e soprano, clarinetto, flauto) del cantante   Alessandro Papotto. Il pubblico mostra di apprezzare la solida e rodata band come merita.

Dopo di loro, salgono sul palco gli   Abash, che danno una ulteriore sterzata al sound della serata verso atmosfere multietniche, con    forti influenze anche della musica popolare del Sud Italia. Purtroppo, anche nel loro caso tante finezze a livello di sonorità, come certi piccoli tocchi di percussioni sapientemente posti a colorare qua e là, si perdono un pò’ nell’impasto generale dei suoni, ma il loro show è comunque trascinante e coinvolgente.

È la volta di una band che nel 1972 lasciò una traccia tangibile, con l’album Per un mondo di cristallo, nella scena prog romana: la (Nuova) Raccomandata con Ricevuta di Ritorno. La voce del cantante nonché ‘pittore volante’ (come recita il titolo del nuovo album) Luciano Regoli è ancora più potente, alta, brillante e versatile che negli anni ’70, frutto di un lungo periodo di studio e di esercizio. Con lui sul palco, della vecchia formazione, troviamo Nanni Civitenga, che all’epoca del primo album era il chitarrista e oggi è invece un bassista dalle quotazioni molto elevate (ha lavorato, tra gli altri, con Ennio Morricone). 

Il loro ospite sul palco è Thijs Van Leer, flautista e organista dei   Focus, con il quale eseguono   The house of the King, di certo il brano più famoso della band olandese (fu usato anche dalla Rai come sigla) e   Palco di Marionette, dall’album dei RRR “Per un mondo di cristallo. Ma oltre a Van Leer un altro ospite, totalmente a sorpresa e ingiustamente non citato sui manifesti, divide il palco con la Raccomandata: è   Claudio Simonetti, dei   Goblin, che delizia il pubblico con un’introduzione pianistica  d’alta scuola, in cui cita anche alcuni dei suoi temi più famosi ( Profondo Rosso  su tutti), prima di porsi totalmente al servizio della band con risultati notevoli, anche nelle interazioni con il mattacchione Van Leer, che intervalla le sue performances ad alto livello tecnico con bizzarre gag ironiche.

Salgono sul palco gli   Osanna e, senza nulla voler togliere a nessuna delle straordinarie band avvicendatesi nel corso del festival, sono forse il miglior live-act di prog-rock italiano di sempre: potenti, trascinanti, travolgenti, energici come un fiume in piena, precisi e perfetti come una macchina, un ben oliato macchinario in cui ogni suono è al suo posto e non può essere che lì.  


Gli Osanna, poi, hanno un ulteriore valore aggiunto: i due straordinari ospiti che li affiancano sul palco, David Jackson  dei  Van Der Graaf Generator  (sax sopranino, soprano, alto, tenore, flauto e tin whistle) e  Gianni Leone  del Balletto di Bronzo  (all’organo Hammond) non sono due star di passaggio che si sono preparati un paio di pezzi, sono ormai da parecchio tempo due membri effettivi della band e sanno interagire con gli altri musicisti in ogni dettaglio. E il pubblico dà prova di apprezzare tutto ciò con un’ovazione tra le più esplosive di questi due giorni.

Chiude la rassegna il   Banco del Mutuo Soccorso, con la formazione rinforzata da Papotto, dei Periferia del Mondo, che integra perfettamente   le sue parti di fiati con gli arrangiamenti storici della band. Il Banco, però, come è spesso nello stile di questa formazione dal vivo, sceglie di chiudere il festival con una punta di malinconia, che traspare dagli amari monologhi di   Di Giacomo e di   Nocenzi sul tema   Come eravamo, chi siamo, cosa saremo.

Francesco‘Big Di Giacomo denuncia apertamente alcuni problemi vocali, ma ciononostante la sua performance è egregia. Il repertorio, come da tradizione, è soprattutto quello dei primi tre album, con poche incursioni leggermente più recenti, come   Il Ragno (dall’Lp   Come in un’ultima cena”), mentre in generale è Darwin l’album più saccheggiato. 

L’ospite speciale del Banco è John Wetton, bassista-cantante che ha militato in alcune tra le più grandi formazioni degli anni ’70: King Crimson, Family, Uriah Heep, Uk, Roxy Music, Asia e collaborazioni con diversi artisti, da Phil Manzanera, a Martin Orford, a Peter Banks, e non solo. Con Wetton il BMS esegue Leave me alone (edizione inglese della famosa Non mi rompete, dall’album   "Io sono nato libero”) e   Starless dei King Crimson.

Conclusioni

Non una semplice rassegna di concerti, ma un evento con qualcosa di unico che resterà nel cuore di ogni vero amante del rock progressivo italiano e mondiale. Meravigliosa l’atmosfera che si respirava non soltanto sul palco, ma anche prima e dopo le due serate, grazie anche alla straordinaria disponibilità verso i fan dimostrata dalla maggior parte degli artisti italiani e internazionali coinvolti.

Ottima, infine, l’idea di alleviare i tempi morti del cambio palco con interviste e presentazioni di libri, condotte dal giornalista Donato Zoppo o dalla stessa   Iaia De Capitani. Molte e interessanti le opere letterarie citate, tra cui il bel giallo “Com’era nero il vinile", di Glauco Cartocci, il volume antologico a molteplici firme  Prog 40, dedicato ai quarant’anni di storia di questo genere musicale in ogni sua accezione e sfumatura, e un’autobiografia di  Bill Brudford. 



 

Il compleanno di Peter Hammill

Compie gli anni oggi, 5 novembre, Peter Hammill, autore, compositore, cantante dei Van der Graaf Generator e protagonista di una sterminata discografia da solista.

La sua voce è un vero e proprio strumento, con un’ampia tonalità, dal "sussurrato" all'urlo devastante (IL VIDEO A FINE ARTICOLO NE È UNA TESTIMONIANZA).

Un'icona del progressive rock mondiale, a cui ha regalato autentici capolavori!

Happy Birthday Peter!

Wazza











mercoledì 4 novembre 2026

ZZ Top: rilasciato nel novembre 1976 l'album "Tejas"

Usciva a novembre del 1976 “Tejas”, quinto album dei granitici ZZ Top, un album “pregno” di rock-blues, su tutti “El diablo” … tutto questo prima che crescessero le barbe e il conto in banca!

Consigliatissimo per chi non vive di solo prog!

Di tutto un Pop…

Wazza

Non sono in pochi a ritenere che "Tejas" (1976) sia il miglior album dei texani ZZ Top. Io credo che, anche se effettivamente non lo è, poco ci manca. Gibbons, Hill e Beard, all’epoca di queste registrazioni, dovevano essere particolarmente ispirati e molto, molto preparati. Un album così ragionato e pieno di spunti, per chi si accingeva ad entrare in studio per la quinta volta, doveva essere frutto di incontri, chiacchiere, prove, discussioni e un certo clima. Anche quello atmosferico che, si dice, in quegli anni stesse rendendo la vita impossibile alle popolazioni di quelle latitudini. Avranno anche preso il bue di copertina per le corna, lo avranno calmato e coinvolto nel preparatorio dibattito su come trovare nuova ispirazione per raccontare la propria terra, questa volta tutta la loro terra, sempre attraverso aneddoti riguardanti personaggi e storie di quello che era il vecchio west, ma stavolta con una proposta musicale un po’ più orientata alla ricerca. "Tejas" diventa così un disco territoriale, che varca i confini di ranch, motel e birrerie, per allargare il panorama su canyon e una wildlife sorniona e solo apparentemente sonnacchiosa. Un ritorno alla natura di Rio Grande Mud che va oltre la voglia di Fandango.


Su questi presupposti si assiste ad un lieve ma intenso cambio di stile che regala più profondità ai brani proposti dalle barbe. Blues, boogie e southern rock sono sempre presenti ma cambia il tono di voce che si fa più d’autore, sperimentale e meno dirompente, manifestando una voglia matta di esplorare ed aprire nuove strade. Ma ritorniamo un attimo all’artwork. Illustrazione ad acquerello che sembra ritrarre il momento in cui nasce il giorno, mentre un bue rumina tra i cespugli e la luna inizia a perdere il dominio della volta celeste. Il tutto in una valle dai monti erosi nei secoli. Le bucoliche in salsa piccante, verrebbe da pensare. Ma sicuramente il miglior contesto e l’ora perfetta in cui ascoltare questo disco. Anche se alcuni episodi non mancano, questa non è più musica da interno giorno. Questa è musica da esterno notte che può accompagnare i cowboy attorno al fuoco, in un periodo di migrazione delle mandrie.

Il riff calmo e irresistibilmente sicuro, che apre l’opener "It’s Only Love", sembra proprio inaugurare la stagione del desert rock e consolida la posizione di Gibbons tra i più grandi chitarristi (per ispirazione) a stelle e strisce. I solos di tutto l’album valgono l’acquisto del disco originale. Hill & Beard sono la premiata ditta che, anche dopo una pantagruelica mangiata, sarebbe in grado creare ritmo per ore ed ore. Dopo il chitarristico blues dal titolo che mi fa ridere di gusto, "Arrested For Driving While Blind", c’è "El Diablo". Il brano è una fenomenale favola sull’uomo nero, diciamo così, per mandriani in cerchio che respingono l’escursione termica notturna scaldando il corpo davanti ad un falò e l’animo con una storia da tramandare ai figli. Le atmosfere da racconto che aprono il brano si fanno man mano più rarefatte, misteriose ed oniriche, con un pregevole lavoro di chitarra sblusata e lievemente distorta, mentre Beard trova il modo di fare da contrappunto pestando in maniera inquietante sulla batteria. Una delle migliori canzoni della carriera degli ZZ Top.

Il trio va anche alla ricerca di punti di contatto con i rock altri dell’epoca amalgamando suoni blues e country con basi hard evolute per i tempi e molto tecniche, ottenendo ottimi risultati con "Snappy Kakkie" ed "Enjoy And Get It On". Soprattutto la seconda, alterna fasi hendrixiane a menestrellate tipiche della doppia Z. "Ten Dollar Man" è un rock rabbioso e a tratti ipnotico, strapazzato dalla batteria. Giunti alla sesta traccia sarà facile riflettere anche sui sei diversi tipi di voce con cui Gibbons ha sollecitato le proprie corde vocali. Doti canore di questo tipo sono difficili da trovare in questo tipo di gruppi. Con "Pan Am Highway Blues" il blues mette l’anello nuziale all’hard rock, facendosi accompagnare da strimpelli hawaiani. Il terzetto di chiusura è molto particolare. "Avalon Hideaway" e "She’s A Heartbreaker" continuano a segnare la felice unione di blues e country con il rock duro. Ma è con "Asleep In The Desert", chiusa strumentale di questo album, che gli ZZ Top rendono omaggio alle sonorità ispaniche già abbondantemente penetrate nel tessuto sociale del sud degli states. Si tratta di un country tango riservato e desertico, che continua sulla falsa riga di El Diablo.

Mi piace questo "Tejas", forse l’album più personale di una band alla quale sono legato a doppia mandata.

 

 

 



martedì 3 novembre 2026

Le Orme nel tour inglese del novembre 1973

Piccadilly Circus

Per promuovere "Felona & Sorona" in Inghilterra, Le Orme, nel novembre 1973, tennero quindici concerti in due settimane.
Il tour partì da Norwich, passando per Manchester, fino al famoso Marquee di Londra. Un'esperienza fondamentale per il trio veneto, che ricevette un ottimo consenso in tutti i concerti, con i fans inglesi a gridare "more, more..", chiedendo il bis ad ogni loro performance.
Il disco uscì nell'aprile del 1973 in versione inglese, con l'etichetta Charisma, la stessa dei Genesis. La traduzione dei testi, fu affidata a Peter Hammill.

Con i Genesis a Manchester

Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarre), Tony Pagliuca (tastiere) e Michi Dei Rossi (batteria, percussioni) maturano l’idea, non nuova nella scena musicale progressiva italiana di quegli anni, di realizzare un concept album unitario, completo e in linea con il percorso musicale già avviato l’anno precedente con Uomo di pezza. La genesi dell’album ha inizio infatti nel dicembre del 1972, quando Tagliapietra propone ai compagni una quindicina di melodie da unire nell’ambizioso concept. La natura del materiale sonoro agevola enormemente il compito ai tre musicisti, che presentano le prime bozze delle composizioni già nelle date del tour di supporto a Peter Hammill, del dicembre 1972. Proprio ad Hammill, affascinato dalle nuove melodie, ma incapace di codificare il provvisorio slang delle parti cantate, Tagliapietra confessa di voler narrare la storia di due pianeti contrapposti ma complementari, che gravitano nello stesso cosmo ma divisi dalla luce: uno è radioso, l’altro buio. Dei due pianeti Tagliapietra ha già il nome del primo: Felona, da felice. A dare il nome al secondo pianeta è proprio Hammill, che suggerisce Sorona, dall'inglese "sorrow" (dispiacere). 


In poche parole la genesi di questo capolavoro" delle Orme, e del progressive italiano (e non solo!)
Le Orme tornarono a Londra nel 1976, per incidere "Verità Nascoste"... ma non in tour!
… di tutto un Pop

Wazza


lunedì 2 novembre 2026

Alvin Lee: accadeva il 2 novembre 1973


Usciva il 2 novembre 1973 "On the Road to Freedom", album di Alvin Lee (Ten Years Afters) e del cantautore "gospel" Mylon Le Fevre.
Primo album solista di Alvin Lee, registrato nello studio della sua casa nell'Oxsfordshire, aiutato da un gruppo di "amici musicisti" notevoli:
George Harrison, Jim Capaldi, Steve Winwood, Ron wood, Mick Fleetwood...
Nasce così un album di rock, blues, folk, ballads... un disco assimilabile ad un ottimo vino che si accompagna bene con tutto.
Un album che vi consiglio, se non conoscete... "Sulla strada per la libertà".
Wazza



I collaboratori che suonano su questo disco:

Alvin Lee - lead, harmony and backing vocals; electric and acoustic guitars; bass; sitar; drums
Mylon LeFevre - lead, harmony and backing vocals; 6- and 12-string acoustic guitars; percussion; bass
George Harrison (as "Hari Georgeson") - acoustic guitar, dobro,[30] bass, harmony vocals
Ron Wood - electric and 12-string acoustic guitars, bass, slide guitar, drums
Steve Winwood - piano, electric piano
Tim Hinkley - piano, organ, backing vocals
Boz Burrell - bass, backing vocals
Bob Black - steel guitar
Andy Stein - fiddle
Ian Wallace - drums
Jim Capaldi - drums, percussion
Reebop Kwaku Baah - congas
Mick Fleetwood - drums
Mike Patto - backing vocals, percussion




domenica 1 novembre 2026

Genesis il 1 novembre del 1969

Tony Smith (a destra) con i quattro membri dei Genesis nel luglio 1969: Mike Rutherford, Anthony Phillips, (Brian Roberts, un amico), Peter Gabriel e Tony Banks. I Genesis stavano provando in una casa appartenente alla nonna del loro amico Brian Roberts


Il 1° novembre 1969 i Genesis tengono il loro primo concerto a pagamento presso la Brunel University di Londra.

A marzo avevano avuto il loro debutto discografico con l’album “From Genesis To Revelation”, mentre l’anno prima, il 15 ottobre 1968, avevano già fatto la loro prima apparizione televisiva.

Di Tutto un Pop…

Wazza


Il gruppo a ottobre del 1968 registrò anche negli studi Evesham della BBC

Nella Student Hall del College, il 1° novembre 1969 si esibiscono i Genesis in quello che è considerato il loro primo vero live professionale, in quanto davanti a un pubblico pagante e pagati loro stessi per esibirsi.

Prima di questa data uno dei due requisiti manca, come il 23 settembre al Balmes’s Dance di Chobham o il 10 ottobre al Kingsbury Working Mens Club di Tamworth o il giorno successivo al Wood End Youth Centre, sempre di Tamworth, concerti in cui i Genesis vengono pagati, ma si tratta di party gratuiti.

Ecco il ricordo di Mike Rutherford:

"Brunel è stato il primo vero concerto, la nostra prima performance pubblica (...). È stato difficile tenere le dodici corde accordate e ho passato molto tempo nella toilette per cercare di ottenere l'accordatura giusta!"


Sono live di cui mancano notizie basilari, quasi avvolti nella leggenda. Ecco allora la probabile setlist suonata quella sera dai Genesis, confermata in varie interviste sia da Anthony Phillips che da Tony Banks:


Genesis, 1969: Peter Gabriel, Tony Banks, Anthony Phillips, Mike Rutherford and John Mayhew


In the Wilderness

Masochistic Man

The Stumble (Cover di John Mayall & The Bluesbreackers)

Baa Baa Black Sheep (Cover del brano Rock Around The Clock)

Build Me a Mountain

In Limbo

Digby

Little Leaf

Babies

Key to Love

Looking For Someone

Twilight Alehouse

Sitting on Top of the World (Cover dei Cream)

Pacidy