IL LUNGO VIAGGIO – La
vita di Battiato al cinema
Di Riccardo Storti
C’è sempre molta attesa – tra critica e
pubblico – quando un biopic sta per uscire. Anzi, dirò di più: ci si apposta
come cecchini, pronti a scagliare il primo colpo, non appena si palesa la prima
incoerenza emersa tra realtà e finzione. E proprio su quel crinale, che è anche
una labilissima (nonché indefinita) linea di confine, ognuno dice la sua,
talvolta travisando alcuni aspetti fondamentali che si finisce per trascurare,
un po’ perché troppo presi dal giochetto enigmistico, un po’ perché si presume
di saperla lunga. Poi ci sono i social, centrali parolaie sempre aperte.
Non è di certo esente da questo trattamento Il lungo viaggio, pellicola di Renato De Maria, biopic su Franco Battiato, per l’occasione interpretato
dall’attore Dario Aita.
Accadde per varie fiction Rai (ricordiamo
quelle su Fabrizio De André, Rino Gaetano, Mia Martini, Franco Califano) e sta
accadendo per questa su Battiato, in prima visione nelle maggiori sale italiane
il 2, 3 e 4 febbraio 2026, per poi ritornare a marzo sul piccolo schermo in
prima serata (Rai Uno).
Visione piacevole, prodotto tutto sommato
onesto e rispettoso, ma, come spesso capita, in bilico tra punti di forza e
debolezze.
La forza? Nell’interpretazione: quella di
Dario Aita. La forza del vero attore che ha saputo trasformare Battiato in un personaggio
drammatico, se non addirittura, “drammaturgico”. Aita non somiglia a
Battiato, ma già dalle primissime sequenze in cui entra in scena (proprio come
su un palcoscenico), lo spettatore è preso dal personaggio su cui l’attore ha
svolto un profondo lavoro di scavo attraverso ogni intenzione (e intuizione)
gestuale, posturale, prossemica e verbale. Aita va oltre il meccanismo fisiognomico
e imitativo, o meglio, va oltre un meccanicismo attoriale, provando a ricreare
– e, secondo me, con successo – l’uomo Battiato, sotto la scorza del “fenomeno”
che via via viene camaleonticamente a galla, dallo strambo sperimentatore un
po’ velleitario all’eccentrico cantore pop scala-classifiche.
Una critica che si fa al film è quella di
avere accennato in maniera un po’ superficiale al percorso spirituale di
Battiato: tale dettaglio non emergerebbe in maniera chiara. Critica non campata
per aria, ma, siamo sinceri: non era facile scendere nell’ombra di stati
d’animo cangianti, intrisi di umana spiritualità, a cui Battiato ha abituato
quel nugolo di aficionado che lo hanno (da sempre) seguito al di là (e al di
qua) dei dischi.
Ebbene, per rendere tutto ciò (non evidente,
ma sfumato con sensibilità) non basta un attore qualunque, ci vuole uno che sappia,
uno che sia in grado di miscelare tecnica e passione, naturalmente guidato da
un’adeguata regia. E Dario Aita è stata la scelta giusta, non solo per l’ottimo
curriculum (valga il suo ruolo in Partenope di Sorrentino), bensì
soprattutto per una formazione di altissimo livello (quello della Scuola di
Recitazione del Teatro Stabile di Genova).
Sì, ci siamo emozionati, perché la cifra
empatica del dettato interpretativo era tale da realizzare una corrente
trasmissiva di “pelle d’oca” in tutta la sala. E oltre Aita, Simona Malato nel
ruolo della madre e Elena Radonicich, in quello della poetessa Fleur Jaeggy.
Appurato ciò, però, qua e là, non sempre la
sceneggiatura si è rivelata all’altezza di alcune aspettative. Sono parecchie
le invenzioni e le licenze realistiche che non trovano aderenza con la
biografia di Battiato, ma ci sta: idee messe lì alla stregua di funzioni
narrative capaci di intrattenere, se non anche di divertire e romanzare
una trama che potesse farsi ancora più accattivante. Ne cito una su tutte: il
primo incontro con Juri Camisasca, che avvenne durante il servizio militare.
Siamo agli inizi degli anni Settanta: come è possibile che i due, passandosi
una chitarra, improvvisino, presi dall’ispirazione, Nomadi e Stranizzi
d’amuri, che sarebbero state composte qualche lustro dopo?
Anche certi personaggi appaiono caricati, un
po’ sopra le righe, quasi più funzionali a un contesto particolare - penso alla
vis freak negli anni Settanta e a un certo arrivismo pop nella fabbrica dello
star system negli anni Ottanta – rispetto a quanto avrebbe previsto il dettato
biografico; ovviamente il contrasto tra quel mondo e l’universo di Battiato,
attraverso simile artificio, è risultato più forte ma mi chiedo se fosse
necessario.
Ne è valsa la pena? Ne è valso il piacere.
Dirò di più: si tratta di una fiction dotata comunque di equilibrio per quanto
riguarda i probabili destinatari. Il lungo viaggio può essere apprezzato
da chi è anche un profondo conoscitore dell’opera di Battiato, quindi uno
spettatore capace di apprezzare la dedizione con cui De Maria e i suoi si sono
prodigati a ricostruire una vicenda umana singolare con passione filologica e
poesia; al tempo stesso, chi poco o quasi nulla sa di Battiato – pensiamo alle
giovani generazioni – il film diventa una curiosa occasione per entrare in
quella storia e, magari, cogliere i segnali di vita lungo una discografia tra
le più eccentriche della musica italiana di tutti i tempi.























