Nel maggio 1973 la Premiata
Forneria Marconi è in tour in Italia, con Pete Sinfield e Mel
Collins “guest”.
I due ex King Crimson saranno ancora presenti nel seguente tour Europeo.
Di tutto un Pop…
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
Nel maggio 1973 la Premiata
Forneria Marconi è in tour in Italia, con Pete Sinfield e Mel
Collins “guest”.
I due ex King Crimson saranno ancora presenti nel seguente tour Europeo.
Di tutto un Pop…
Wazza
«Nel 1968 suonavo nella band di Gabriella
Ferri, che alla fine dell’estate doveva incidere per la RCA il suo terzo album,
in cui c’erano otto mie canzoni. Riccardo Michelini, direttore artistico della
casa discografica, mi chiese se avessi altri brani e il gruppo per registrarli.
Risposi affermativamente. Ovviamente mentivo. I brani c’erano, ma non la band
per eseguirli. Allora reclutai alcuni amici musicisti e mio fratello Gianni al
pianoforte.
La formazione si allontanava dal cliché
imperante due chitarre-basso-batteria. Il provino andò bene e firmammo il
contratto. Arrivarono i poster per la band, due produttori artistici (Piero
Pintucci e Cesare Di Natale), la registrazione dell’album: un sogno a occhi
aperti. Passarono altri due anni, ma quel disco rimaneva nel cassetto, perché
ritenuto poco commerciale.
Nel 1970 la RCA ne pubblicò tre pezzi nella compilation Sound ’70, divisa con il Balletto di Bronzo, i Trip e gli Showmen. Decisi di cambiare strada con nuovi elementi, tenendo solo mio fratello. Il primo che trovai fu Marcello Todaro dei Fiori di Campo (chitarra), poi tre elementi del gruppo Le Esperienze: Francesco Di Giacomo (voce), Renato D’Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria). Un nuovo provino con “RIP” non commosse le orecchie dei dirigenti RCA, così capii che il Banco doveva andare a Milano, dove firmò per la Ricordi e registrò il “Salvadanaio”, “Darwin!” e “Io sono nato libero”: tutti ai vertici della classifica italiana di vendita, altro che band non commerciale. Per anni, quando passavo davanti all’RCA, mi sono esibito in un pernacchio degno di Eduardo De Filippo ne “L’oro di Napoli!”».
(Vittorio Nocenzi)
Usciva il 3 maggio 1972 “Banco Del Mutuo Soccorso”, primo omonimo lp
della band romana, il famoso “Salvadanaio”.
Il progressive rock in Italia non fu più lo stesso!
Di tutto un Pop
Wazza
Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.
Notati dal produttore Sergio Colombini che li
porterà alla Ricordi, il sestetto inizia così una nuova avventura discografica,
che parte nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano:
"Banco del Mutuo Soccorso", album noto anche come "Salvadanaio"
per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo
Melino.
Musicalmente il disco è straordinario tanto che "In Volo" sembra essere una delle migliori delle possibili opening tracks della storia del progressivo italiano: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che troveranno conferma sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".
In "R.i.P." poi, l'impostazione del sound del BMS si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.
Ogni strumento prende posto nello spettro
sonoro senza alcuna prevalenza, e questo, malgrado il potenziale ingombro
timbrico delle doppie tastiere.
I virtuosismi personali sono relativamente limitati e conferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.
La voce di voce di "Big" Di Giacomo
arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a
dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, ma si fa desiderare nelle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.
Largamente impostato su sonorità rock,
"Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità
in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi
precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al
meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere
complementari".
Il resto è una ritmica selvaggia su cui si
appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di
Todaro.
In "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).
Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.
Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo
Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente
ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e
inventiva propria.
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.
Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.
In "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).
Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.
Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo
Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente
ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e
inventiva propria.
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.
Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.
Il 2 maggio 1969, al Ronnie Scott’s di Londra, The Who presentano dal vivo la loro opera rock “Tommy”, il resto è storia del rock!
Di tutto un Pop…
Wazza
Il 2 maggio del 1969 gli WHO
suonarono un'anteprima per i media della loro opera rock "TOMMY", al
Ronnie Scott's di Londra. L'album doppio, prima ancora della rappresentazione
dal vivo e del film, è una pietra miliare, perchè è vero che gli Who non furono
i primi a realizzare un'opera concettuale di quella natura, ma furono i primi a
confezionare un prodotto che sarebbe rimasto nel tempo, e che avrebbe
influenzato svariate generazioni. Alla pubblicazione del disco la critica si
divise in due, tra quelli che lo reputavano un capolavoro e chi invece pensava
si trattasse di sfruttamento commerciale di tematiche serie come la disabilità
e le molestie sessuali su minori.
L'album venne messo al bando dalla
BBC e da alcune stazioni radio americane, per i riferimenti alla pedofilia e
all'uso di droghe. L'opera riscosse però un enorme successo presso il pubblico,
complici le frequenti esecuzioni dal vivo dei brani del disco.
Nel 1998 fu introdotto nella Grammy
Hall of Fame per "historical, artistic and significant value"
e a tutt'oggi ha venduto più di 20 milioni di copie!
Catramina tornano con un EP che sembra riaprire una porta rimasta socchiusa negli anni Novanta
Everything Runs for Nothing, dei Catramina, raccoglie tre
declinazioni della stessa idea musicale, nate in un periodo in cui la band
valbormidese viveva più in studio che sui palchi, trasformando la scarsità di
live in un laboratorio continuo. La copertina, con quell’immagine surreale
della banana “zipperata”, restituisce bene lo spirito dell’operazione: prendere
qualcosa di familiare e aprirlo, scoprire cosa c’è dentro, giocare con le
possibilità.
La traccia che dà il titolo all’EP è il punto di partenza, il
nucleo. Da lì si diramano Electrical Game e I Can’t Stop, nate
quasi per scherzo, come variazioni spontanee durante le sessioni. È
interessante come, riascoltandole oggi, emergano intuizioni che all’epoca non
avevano ancora un nome. In Electrical Game c’è un uso dell’autotune che
non nasce come effetto, ma come incidente creativo. Nel comunicato si legge che
“smanettando sulla traccia è uscito l’effetto”, e questo dettaglio racconta
bene la natura del gruppo: curiosità, tentativi, errori che diventano stile.
Quella serendipità anticipa inconsapevolmente ciò che qualche
anno dopo sarebbe diventato un marchio sonoro globale, da Cher in poi. È un
piccolo paradosso valbormidese: una band di provincia che, senza pretese,
arriva a sfiorare un’intuizione che diventerà linguaggio comune. Oggi
l’autotune divide, ma è anche uno strumento artistico usato con intelligenza da
molte popstar, compresa Annalisa, che lo porta sul palco con grande
naturalezza.
L’EP funziona proprio per questo: non è un’operazione
nostalgica, ma la fotografia di un momento in cui si sperimentava senza
calcoli. Tre versioni della stessa idea che mostrano come un tema possa
cambiare pelle, come una banana che si apre con una zip e rivela un interno
identico e diverso allo stesso tempo.