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sabato 23 maggio 2026

Pink Floyd: Festival Cinematografico di Cannes-"The Wall"-23 maggio 1982


Il 23 maggio 1982 veniva presentato al Festival Cinematografico di Cannes il film "The Wall", tratto dell'omonimo album dei Pink Floyd, diretto da Alan Parker, con Bob Geldof nel ruolo del protagonista "Pink".

Non è il solito film musicale, ma propone i ricordi, gli incubi e le visioni del protagonista (qualcuno dice autobiografico di Roger Waters).

Le scene con gli attori sono alternate alle animazioni di Gerald Scarfe, il tutto amalgamato dai brani dei Pink Floyd.
Sembra che alla presentazione di Cannes non fosse presente Richard Wright, già licenziato da Waters!

Di tutto un Pop…
Wazza



 PREMIERE 1982: 'PINK FLOYD - IL WALL' (Alan Parker)

Il 23 maggio è uscito al Festival di Cannes il film ' Pink Floyd - The Wall diretto da Alan Parker e interpretato da Bob Geldof. Basato sull'album dello stesso nome della banda britannica, contiene 15 minuti di elaborate sequenze di animazione create dall'illustratore Gerald Scarfe e quasi priva di dialoghi, la trama è accompagnata principalmente dalla musica dei Pink Floyd. Racconta la storia del musicista rock Pink, che riflette sulla sua vita e vede come davanti a lui passano i suoi ricordi, desideri, paure e sogni. I frammenti dei loro pensieri prendono forma e diventano mattoni di una grande muraglia che si erge intorno a lui immergendolo in uno stato di in comunicazione. Pieno di immagini e suoni simbolici, la moderna estetica video-clip, così come la felice combinazione di musica e immagini, hanno impressionato la critica che in una stragrande maggioranza ha lodato il lavoro di Parker.




 David Gilmour - Pink Floyd, 1982 Cannes Film Festival


This is a publicity shot for Pink Floyd's 1979 album, The Wall...


Ricordando Robert Moog, nato il 23 maggio


Nasceva il 23 maggio 1934 Robert Moog, ingegnere e inventore americano noto per aver sviluppato il Moog, uno dei primi sintetizzatori commercialmente disponibili. Moog è considerato una figura pionieristica nella musica elettronica per il suo contributo allo sviluppo dei sintetizzatori moderni.

Nel 1964 fondò la sua azienda, la R.A. Moog Co., per commercializzare il suo primo sintetizzatore modulare. Questo strumento aprì nuove possibilità nella creazione musicale, permettendo ai musicisti di generare e controllare suoni sintetici in modo innovativo. Il sintetizzatore Moog divenne popolare nella scena musicale degli anni '60 e '70, e la sua influenza si estese a vari generi, compreso il pop, il rock, il jazz e l'ambient.

Oltre ai suoi contributi nel campo dei sintetizzatori, Moog lavorò anche su altri progetti nel corso della sua carriera. Ad esempio, collaborò con diverse aziende elettroniche per sviluppare strumenti musicali come il Theremin, un dispositivo musicale controllato dal movimento delle mani, primo strumento elettronico conosciuto.

Robert Moog ha lasciato un'impronta significativa nel mondo della musica elettronica. La sua eredità è ancora evidente oggi, con molti artisti e musicisti che utilizzano sintetizzatori Moog e con la sua azienda, la Moog Music, che continua a produrre strumenti musicali innovativi.

Ci ha lasciato il 21 agosto 2005.


Nel video il sintetico racconto di Ezio Guaitamacchi ed una performance di Keith Emerson





Compie gli anni Patrick Djivas

Compie gli anni oggi, 23 maggio, Patrick Djivas, bassista, compositore.

Francese ma naturalizzato italiano, ha iniziato giovanissimo con il gruppo di "Rocky Roberts".

Ma il suo approccio al basso è arrivato casualmente, per esigenza, come racconta lui stesso…

"Dovevamo andare in Germania a suonare nelle basi Americane ma il bassista si prese l'epatite. Mi ricordo che ci trovavamo a Francoforte e dovevamo incominciare a lavorare il giorno dopo. Accompagnammo il bassista, che era scozzese, all'aeroporto, poi ci mettemmo a cercare un sostituto per tutta la città. Ovviamente non si trovò nessuno quindi, siccome è meglio suonare senza chitarra che senza basso, passai tutta la notte a provare i nostri pezzi con il mio nuovo strumento. Il giorno dopo feci il mio debutto come bassista. Beh, non so se fosse stato perché ero un cane alla chitarra o perché il nostro bassista scozzese non era un granché, ma con l’ausilio della mia ritmica il gruppo girava meglio. Quando il bassista tornò, la dura legge del rock'n roll lo estromise definitivamente. Io diventai il bassista ufficiale del gruppo. La mia vita era cambiata: avevo trovato, il mio strumento, il "trait d'union" tra la ritmica e l'armonia, tra la forza e la dolcezza, il tutto sulla stessa tastiera. Avevo trovato... IL BASSO ".

Entra negli Area ma, "complice" una Jam session all'Altro Mondo di Rimini, si “sposta” nella Premiata Forneria Marconi. Dal 1973 ad oggi è ancora il "cuore pulsante" della PFM.

Considerato uno dei migliori bassisti al mondo, si "diletta" anche a comporre sigle televisive e colonne sonore.

Happy Birthday Patrick!

Wazza







venerdì 22 maggio 2026

Genesis, 22 maggio 1975: fine tour di "The Lamb Lies down on Broadway"



Terminava il 22 maggio 1975 a Besancon (Francia) il lungo tour di "The Lamb Lies down on Broadway" dei Genesis.

Era partito il 20 novembre 1974 da Chicago (USA)… dopo poco tempo l'arcangelo Gabriel lascerà i Genesis!

Di tutto un Pop…
Wazza

 GENESIS 1975


 1975 March, Pavilhão de Cascais (Soundcheck)


 1975, March, CASCAIS. "GENESIS" , final concert ever at Pavilhão de Cascais


 1975 March 6, Peter Gabriel in Cascais with daughter Anne- Marie


Genesis em Sintra (Portogallo)- Palácio da Pena- 1975 marzo




1975 Flyer of the concert with the names of the musicians written on it..





giovedì 21 maggio 2026

Il 21 del mese si Big Francesco...



21 maggio

Ci sarai sempre

Buon viaggio Capitano!

Wazza




 

Ricordando Vincent Crane, nato il 21 maggio

 

 


Vincent Crane: l'anima profonda del Rock Progressivo

 

Oggi, 21 maggio, si celebra la nascita di Vincent Crane (1943-1989), una figura la cui influenza risuona ancora potentemente nel panorama del rock progressivo e dell'hard rock. Tastierista visionario, co-fondatore degli Atomic Rooster e mente creativa dietro molte delle sonorità più psichedeliche e innovative degli anni '60 e '70, Crane è stato un artista la cui vita, seppur tragicamente breve, ha lasciato un'impronta indelebile.

Nato a Hampstead, Londra, Vincent Crane ha iniziato la sua carriera musicale con una determinazione feroce e un talento innato per l'organo Hammond, strumento che avrebbe reso iconico. La sua versatilità e la sua capacità di tessere trame sonore complesse e al tempo stesso viscerali lo resero presto una figura di spicco. Prima di co-fondare gli Atomic Rooster con Carl Palmer, Crane fu una componente essenziale di The Crazy World of Arthur Brown, contribuendo a forgiare il sound di brani leggendari come "Fire". La sua abilità nel creare atmosfere drammatiche e spesso sinistre, unita a una tecnica impeccabile, lo distingueva in un'epoca di grande sperimentazione musicale.

Con gli Atomic Rooster, Crane raggiunse l'apice della sua creatività. Il suo organo Hammond, spesso distorto e carico di espressività, divenne il cuore pulsante della band, dando vita a un sound unico che fondeva elementi di blues, prog e hard rock con una vena psichedelica. Album come Atomic Rooster e Death Walks on High Heels mostrano la sua genialità compositiva e la sua capacità di creare brani che erano allo stesso tempo complessi e accessibili, oscuri e melodici. La sua musica parlava di temi profondi, spesso riflettendo le sue stesse battaglie interiori.

Purtroppo, la vita di Vincent Crane fu segnata da una lunga e coraggiosa lotta contro la depressione bipolare, una condizione che influenzò profondamente la sua carriera e la sua esistenza. Nonostante i successi e la stima dei colleghi, Crane affrontò periodi di grande difficoltà, che spesso lo portarono a ritirarsi dalla scena musicale o a combattere per mantenere la sua stabilità.

Il 14 febbraio 1989, il mondo perse Vincent Crane. Morì a soli 45 anni a causa di un'overdose di antidolorifici, un tragico epilogo di una vita intensa e tormentata. La sua scomparsa lasciò un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei musicisti che lo avevano conosciuto e amato.

Oggi, mentre ricordiamo la sua nascita, è fondamentale celebrare non solo il genio musicale di Vincent Crane, ma anche la sua resilienza e la sua onestà artistica.







mercoledì 20 maggio 2026

Il ritratto di Ray Manzarek, di Gianni Sapia



Gianni Sapia ci aiuta a ricordare Ray Manzarek


Ray è morto, ormai da tredici anni... lunga vita a Ray! I sudditi del rock hanno pianto la morte di un altro leggendario cavaliere. Ray Manzarek è andato ad incontrare Jim per la seconda volta, dopo quella a Venice Beach, dove tutto ebbe inizio. Raccontare quello che è stato Ray Manzarek, i Doors, raccontare gli incredibili avvenimenti di quegli anni è un po’ come giocare a nascondino con la retorica, da cui è difficile sfuggire. Devo essere più furbo, devo distrarla. Mi nasconderò dietro i miei ricordi, per gettarle fumo negli occhi. 

Il mio primo disco dei Doors è stato Absolutely Live. Li avevo scoperti grazie a un mio cugino più grande di me, che, in una cassetta mista, tra Deep Purle, Eagles e Black Sabbath, aveva messo anche i Doors. La canzone ovviamente era Light My Fire ed era già Manzarek-mania, prima ancora di Morrison-mania. Perché se Jim era il personaggio, la follia del genio, il poeta, Ray era il musicista. Le universali note dell’inizio di Light My Fire mi avevano catturato e dovevo saperne di più. All’epoca pensavo che solo ascoltando un gruppo dal vivo avrei capito se mi piacevano davvero o se era solo un’infatuazione del momento. Poi ho scoperto che non è proprio così, che un conto e vedere un concerto e un altro e ascoltarlo e che solo mettendo insieme le due cose puoi sentirlo. Ma allora vivevo di convinzioni adolescenziali, madri di inevitabili delusioni e comprai il disco dal vivo. Che non fu affatto una delusione. Ce l’ho ancora, bello, nelle sue tonalità di viola e d’azzurro. È un doppio, di quelli che si aprono in due. Fronte e retro di copertina sono un’immagine unica. Si vede Jim in primo piano con i suoi pantaloni di pelle, dietro di lui un’ombra, è Robby. In mezzo, di spalle, John, e defilato sulla sinistra l’architetto del suono dei Doors, come lui stesso amava definirsi, Ray Manzarek, naturalmente durante un’esibizione assolutamente dal vivo. La puntina del mio giradischi imparò a memoria la strada tra i solchi di quei due elleppì. Da Who Do You Love a Soul Kitchen, passando per Close To You, cantata da Ray, non passava giorno in casa mia in cui non si sentisse l’inconfondibile suono del Vox Continental di Manzarek. Già, perché prima di imparare a conoscere e quindi innamorarmi dell’encefalica sensualità di Jim Morrison, mi innamorai della musica di Ray. 

Per la prima volta di un gruppo non adoravo il cantante o il chitarrista solista, amavo il tastierista. Quando poi scoprii che le parti di basso le faceva lui con un Rhodes Piano Bass poggiato sul top piatto dell’organo, allora l’amore diventò devozione e Ray Manzarek fu asceso al cielo, nel mio personale Olimpo degli dei della musica. La melodica ossessione di quel suono colmava tutti i miei sensi. Come una benefica droga scorreva attraverso i canali sanguigni del mio corpo raggiungendo muscoli, reni, polmoni, stomaco, fegato, cervello, cuore, lasciandomi ubriaco di bellezza. Un po’ come la Scimmia di Finardi, “un onda dolce di calore, quasi come nell’amore”. Le emozioni si rincorrevano come libellule, che volano sul filo dell’acqua di un fiume e tutto sembrava potesse accadere in quei momenti, in cui l’eccitazione aveva la meglio sulla ragione, il trascendentale sul reale, in cui il mondo dell’esperienza cessava di esistere per dar spazio al mondo della mia fantasia, per farmi volare tra gli universi esistenziali della mia mente. E tutto questo grazie al sapiente scorrere delle dita delle mani sui tasti bianchi e neri del suo organo, di quel ragazzo biondo, dalle spesse basette e dai grossi occhiali, che sembrava un essere mitologico quando sedeva dietro il suo strumento, metà uomo e metà tastiera. 
Immagine di Glauco Cartocci, grazie a C.M.Schulz che sicuramente avrebbe approvato

Penso a Riders On The Storm, a When The Music’s Over, The Crystal Ship, a Take It As It Comes, Love Street, a Queen Of The Highway e quant’altre ancora e penso a quanto fosse sconfinato il talento musicale di quell’uomo. E quanto capace dovesse essere nell’individuare il talento negli altri. Fu lui quel giorno, sulla spiaggia californiana, a riconoscere le smisurate doti di Jim Morrison mentre canticchiava imbarazzato Moonlight Drive e subito dopo dichiarava di non saperne un accidente di musica. Fu lui che di James Douglas Morrison fece Jim Morrison. O per lo meno fu lui che lo regalò al mondo. Non reclamò mai un posto in primo piano nella band, benché gli competesse, ma lasciò che fosse Jim a prendersi la scena. Non per umiltà, ma per semplice onestà intellettuale. Suonare con Jim Morrison era un privilegio. Attento, la retorica è sempre lì, ti vede. Certo. 

Dopo Absolutely Live dovevo avere gli altri dischi. C’era solo un piccolo problema, non avevo una lira! Allora iniziai a risparmiare sulla miscela, sulla merenda a scuola, sul flipper, ma dovevo comprare gli altri dischi dei Doors, dovevo sentire ancora il calore di quell’organo scorrere dentro di me. Arrivai a pensare di vendere i miei Roy Rogers, ma non ce ne fu bisogno, perché quella santa donna di mia nonna, buonanima, ogni tanto mi elargiva un paio di biglietti da diecimila, che più di una volta finivo per spendere in musica e quella volta li spesi per The Doors. Sulla copertina dominava il viso dionisiaco di Morrison, mentre gli altri tre restavano in secondo piano, ma sul retro, metà della faccia di Ray era proprio in primo piano! Contento come sa essere contento un bambino, misi il disco sul piatto del giradischi e con cautela appoggiai la puntina su di esso. L’eccitante gracchiare dei primi solchi vuoti fu improvvisamente interrotto dal ritmo di John, seguito subito dall’organo di Ray, la chitarra di Robby e poi Jim: “You know the day destroys the nigt/Night divides the day/Tried to run/Tried to hide/Break on through to the other side/ Break on through to the other side/ Break on through to the other side, yeah”.

Queste sono state le mie prime percezioni dei Doors, forse il primo gruppo che ho amato tanto da comprarmi anche dei poster, che ovviamente sono ancora oggi appesi alle pareti di casa mia. Gruppo che amo perché prima il rock e il blues, poi il resto. Gruppo che amo perché Jim Morrison non puoi non amarlo. Gruppo che amo perché le canzoni le firmavano The Doors, non Morrison/Manzarek o Morrison/Krieger. Gruppo che amo perché si coprivano le spalle, come una famiglia. Gruppo che amo perché The End è un capolavoro! Gruppo che amo perché in una settimana hanno fatto il loro primo disco. Gruppo che amo perché dopo quarant’anni il suono dei Doors è ancora il suono dei Doors. Gruppo che amo perché John Densmore e Robby Krieger sono dei grandi musicisti. Perché Jim Morrison era un genio assoluto. Gruppo che amo perché Ray Manzarek era una brava persona. Ray non c'è più, lunga vita a Ray!