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mercoledì 27 maggio 2026

Ricordando Riki Maiocchi, nato il 27 maggio

 


Nasceva il 27 maggio del 1940 Riki Maiocchi, cantante italiano conosciuto per essere stato il fondatore del complesso dei Camaleonti.

Divenne famoso nel 1964 con “Non dite a mia madre”, cover del brano degli Animals “The House of the Rising Sun”.

Maiocchi partecipò per due volte al Cantagiro e una volta al Festival di Sanremo (in coppia con Marianne Faithfull), mentre nel Regno Unito ebbe collaborazioni artistiche con Ritchie Blackmore e Jimi Hendrix, e portò al successo un brano scritto da Mogol e Lucio Battisti, la celebre “Uno in più”.

Si avvicinò alla musica leggera ancora giovanissimo quando svolgeva il mestiere di muratore. Iniziò a frequentare il celebre locale milanese Santa Tecla, punto di ritrovo di molti grandi cantanti Adriano Celentano, Luigi Tenco, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci tra gli altri.

Iniziando coi Riki & the Four Jacks con l'amico Roberto Bescapé, prende parte, nel 1964, alla fondazione dei Camaleonti di cui sarà il frontman nel periodo beat più impegnato, con brani come “Chiedi chiedi” e “Io lavoro”. Li abbandona alla vigilia del grande successo, nel 1966.

Maiocchi sceglie di trasferirsi nel Regno Unito dove incontra Ritchie Blackmore (futuro componente dei Deep Purple), all'epoca chitarrista sconosciuto, insieme al quale fonda i The Trip, in seguito attivo soprattutto in Italia.

Maiocchi e i The Trip si esibiscono in molti locali della scena underground londinese, persino insieme a Jimi Hendrix. 

Per circa tre settimane suonano anche in Italia, all'incirca nel novembre del 1966. Fu comunque grazie a Hendrix che Maiocchi entrò in contatto con Marianne Faithfull, allora compagna di Mick Jagger, con cui partecipò al Festival di Sanremo 1967 con “C'è chi spera”, nell'edizione segnata dal tragico suicidio di Luigi Tenco.

Maiocchi partecipò anche a due edizioni del Cantagiro, quelle del 1965 e del 1967, e in quest'ultima edizione conobbe la coppia Mogol-Battisti, per i quali aveva interpretato “Prendi fra le mani la testa”.

Un altro brano scritto da loro, “Uno in più”, resterà per sempre il massimo successo del cantante milanese, e verrà reinciso dallo stesso Lucio Battisti nel 1969, pubblicato nel suo primo omonimo album.

Nel 1967/1968 il nuovo gruppo d'accompagnamento (durante i concerti e le esibizioni dal vivo) sono i Generali, una formazione beat di Milano.

Nel 1974 prende parte come attore al film “Il siculo”, che resta però senza distribuzione nelle sale e viene passato direttamente in televisione su alcune reti locali.

Il periodo d'oro di Maiocchi si esaurisce in pratica qui: a partire dagli anni Settanta si ritira a vita privata.

Negli anni Ottanta, con gran parte dei suoi colleghi, ha preso parte a molte trasmissioni revival che si sono occupate di riportare in scena gli anni Sessanta: nel 1983 Bandiera gialla, nel 1988 Vent'anni dopo, nel 1989 Una rotonda sul mare (in questa trasmissione riuscì ad arrivare in semifinale).

La canzone “Uno in più” è stata poi scelta come sigla del programma televisivo Roxy Bar.

Gravemente malato da tempo, è morto il 2 febbraio del 2004, all'età di 64 anni, in un ospedale milanese.




martedì 26 maggio 2026

Roma-Villa Pamphili Festival Pop 25-26-27-maggio 1972



Roma-Villa Pamphili Festival Pop 25-26-27-maggio 1972


Sicuramente il più grande raduno rock in Italia degli anni '70, si parla di centomila presenze!

Cartellone ricchissimo, per un prezzo politico di 300 lire (trecento) a serata. Organizzato da Giovanni Cipriani e Pino Tuccimei, e presentato da Eddi Ponti.

Nonostante le avversità del quartiere Monteverde Nuovo, (che si sono visti arrivare e accamparsi migliaia di giovani), dell'associazione Italia Nostra (che non voleva dare il parco), e l'Osservatore Romano, che mandava proclami contro la droga, e ambigue convivenze tra ragazzi e ragazze… il Festival fu un successo, mandato in diretta radiofonica nella trasmissione "Per voi Giovani", condotta da Renzo Arbore.

Cartellone comprendente tutte le nuove band italiane di successo: Banco Del Mutuo Soccorso, Trip, Osanna, Garybaldi, le migliori band romane "emergenti"… Quella Vecchia Locanda, Fholks, Il Punto, Raccomandata Ricevuta di Ritorno, Semiramis.

Ospiti stranieri Van Der Graaf Generator, Hawkwind, Hookfoot..

Tre giornate indelebili, nella testa di chi era presente...

Wazza


Recensione delle tre giornate di Marco Ferranti

 

Potrei iniziare questo articolo scrivendo che questo festival di Villa Pamphili ha veramente rappresentato un qualcosa di meraviglioso per tutti noi e sarei sincero, potrei anche esordire più amaramente parlando di un pubblico non ancora maturo e partecipe di questa musica, e potrei, andando avanti su questa linea, dire tante altre cose; ma indubbiamente sbaglierei perché un festival come questo è essenzialmente una cosa da viversi, lontana da ogni apprezzamento di critica musicale o di costume. E voglio proprio riviverlo, a beneficio della fantasia di chi non ci è stato o dei ricordi di chi lo ha diviso con tanti altri, lontano possibilmente da quel "mito di Villa Pamphili" che andrà già nascendo nelle storie degli hippies nostrani, vicino alla polvere, al sole, alla buona musica, al fracasso, alle facce amiche, ai volti stanchi di questi tre giorni troppo complessi e composti per essere giudicati.

GIOVEDI

Devo confessare che pur essendo un romano naturalizzato e come tale amando immensamente girare per la città a caccia delle sue bellezze questa parte di Villa Pamphili non l'avevo mai vista prima; è dunque da un lato la curiosità quella che mi spinge di prima mattina verso la sede del festival, ma dall'altro lato c'è la necessità di trovare una strada "tutta mia" che mi permetta di evitare gli impossibili ingorghi che per tre giorni soffocheranno tutta la zona: dopo qualche tentativo trovo infatti una piacevolissima stradine che tra la campagna e quartieri lontani arriva dritta ai cancelli e grazie alla quale io potrò permettermi di andare e venire come un signore. Ma nello spiazzo antistante l'enorme palco qualcuno mi ha già preceduto: sono le avanguardie di quei gruppi di giovani che dal giorno prima vanno popolando la città e sono, già stanchi e sudati, gli organizzatori. E a Pino Tuccimei, che ha profuso tutte le sue energie per organizzare questi meravigliosi tre giorni, ma il merito del successo ottenuto dal Festival di Villa Pamphili. Sul palco, c'è Eddy Ponti che già assapora il gusto della folla.

E quando torno il pomeriggio, l'automobile carica di vari Caffarelli, la folla è già arrivata e si sta gustando le note della Strana Famiglia: e nel mio improvvisato programma la protagonista di questa prima giornata diventa proprio questa folla.

Sembra quasi che la gente sia seduta seguendo un ordine ben prestabilito: sulla collina che sovrasta a sinistra il palco ci sono gli ultras, le sognanti comunità hippies, molte delle quali provviste di sacchi a pelo e tende danno l'idea di averne fatta di strada, davanti al palco sono seduti gli appassionati della musica, tutti quelli che amano viverla come fattore fisico, che si stordiscono, che si agitano,dietro, seduti, su provvidenziali coperte, i meno integrati, per la maggioranza ragazzi romani che si sono detti "annamo a vede" e che cominciano a provarci gusto, a sinistra e a destra del palco al di là di un fosso fangoso, oggetto di numerosi splash, e protetti da un boschetto i drittoni che si sono portati la ragazza: a cornice del tutto, chi scuotendo la testa, chi tappandosi le orecchie, sorridenti, curiosi o scandalizzati ma sempre sinceri, i cittadini romani, le madri con le carrozzine, i nonni con i ragazzini, i signori col cane. Non mancavano d'altronde le promiscuità: tra gli hippies sulla collina c'erano tre vecchiette dedite ai piaceri dell'uncinetto, e nel boschetto delle coppiette ho sorpreso un intero plotone di soldati.

Niente di fuori posto in tutto ciò, ma tutto ciò il vero festival di Roma pop, anche il gruppo che salito sul palco all'insegna della pace indiana se ne va dopo aver lanciato in inglese dei non proprio pacifici apprezzamenti sui nostri antenati, anche il furto repentino del mantello che ricopriva le spalle a un forse spoglia ma certamente bruttissima ballerina degli Hawkwind.

E proprio all'originale gruppo inglese spettava il compito di chiudere in bellezza questa prima simpatica e stancante giornata.

VENERDI

Ho ancora l'ultimo bocconi in bocca e sono già qui: ho fatto una gran corsa perché so che dietro il palco troverò dei vecchi amici; il caldo è veramente insopportabile ma non importa quando si gioca a calcio con Peter Hammill, Hugh Banton e David Jackson! Indubbiamente più che calcio è rugby e quando riesco ad uscirne fuori corro alla ricerca di un valido punto di appoggio: il punto si chiama Francesco, di professione e vocazione cantante del Banco del Mutuo Soccorso, indubbiamente un personaggio ma non tanto per certi facili attributi esteriori, quanto per la sincerità, e per la fiducia che anima tutto ciò che fa e che dice. Mi parla pieno di ammirazione per Hammill, che alle prove si è cantato da solo senza accompagnamento tutte le sue canzoni, indica Marcello, chitarrista del Banco, che sta girando tra i prati con la bellissima figlioletta in braccio, raggiante di felicità, poi mi prende un po' in giro infine leggero come un palloncino corre incontro ad Elio degli Osanna. Tra il napoletano un po' ricercato del sassofonista e il romano dissacrante di Big si tesse un discorso interessante sulla vita dei complessi, le difficoltà che può comportare la convivenza dei singoli componenti ma anche le enormi soddisfazioni a cui è possibile arrivare se si riescono a superare tutti gli ostacoli, il ruolo importante che giocano le mogli e le ragazze. Non è difficile comprendere che per gente come Elio o Francesco la presenza di tutti questi ragazzi, l'importanza del festival sono motivo di orgoglio personale; non sono lontani certi periodi di dure difficoltà e di umiliazioni artistiche ma la sensazione che ormai un periodo nuovo sia arrivato giustamente per tutti, e con questa certezza il desiderio di approfondire tutta una serie di discorsi, dalle tournée programmate dagli stessi complessi a un genere di spettacolo più globale, proprio sul modello degli stesso Osanna.

Lascio i clan dei due gruppi e arrivo a quello dei Trip: Joe è ancora stordito per la presenza di un carro armato con il nome del gruppo che si erge sulla collinetta: indubbiamente il colpo, generato dalla fervida mente del Tuccimei è riuscito: ne parlano tutti i giornali, accennando ad "un vecchio carro armato inglese della prima guerra mondiale". Con maggiore orgoglio Joe mi mostra il pancone di comando per l'amplificazione (veramente ottima) che è il prototipo del modello che tra breve sarà dei Trip e anche del Banco.


Lentamente sta calando la sera e, mentre Claudio Rocchi e le sue genti si apprestano a salire sul palco, il mio stomaco incomincia il suo canto di protesta (chiaramente per fame e non per Rocchi): è quindi provvidenziale l'invito di Maurizio Salvadori per una Van der Graaf-cena in un ristorante subito fuori dai cancelli, ove siamo accolti come marziani e subito relegati nell'angoletto buio.

Si mangia (uno strano menù: pasta e ceci, spaghetti con le vongole, salame, porchetta e gelato) e soprattutto si beve; all'inizio i discorsi sono quasi seri, Peter parla del nuovo album che è in preparazione e che comprenderà numerosi pezzi, David accenna ai suoi sassofonisti preferiti e ai rapporti con il nuovo jazz inglese, Evans discute con Massarini di Fripp; ma dopo poco io e Hammill stiamo duellando con i coltelli, Jackson spiega a Ronnie che vuole suonare vestito da pescato, Banton tira salame e Guy dopo aver precisato che il mio articolo su di loro era bellissimo, confessa di non averci capito nulla. Torniamo appena in tempo per farli salire: intorno c'è una certa confusione, bandiere nordvietnamite, gente che spinge e ti mette le dita negli occhi; noto con preoccupazione che la mia auto è proprio tra i ragazzi più "caldi" e certi minacciosi carabinieri. Mentre sto facendo considerazioni di ordine strategico arriva il cantante dei Fholks con una ragazza che, vittima del freddo umido, sta parecchio male: sono le ultime note dei Van der Graaf quelle che salutano la mia partenza.

SABATO

Sono così stanco che ho deciso di disertare il festival, tra l'altro devo trovare il tempo di fare questi due articoli altrimenti "qualcuno" mi licenzia; come potete vedere non sono stato licenzialo ma gli articoli hanno un che di frettoloso; naturalmente, infatti, mi sono trovato con Marozzi, Vittorio dei Trolls, Luisa delle Voci Blu e una ragazza venezuelana, una certa Ottolina, niente male.

Villa Pamphili era di sabato pomeriggio molto mondana: c'è, come al solito avvinghiato alla povera Mara, Pino che da quando non è più batterista dei Trip vuole essere chiamato "signor Sinnone", c'è un po' meno capellone degli altri Mr. Bornigia (leggere Piper), Carlo Silvestro a stelle e a strisce con una notevole ragazza, tutta la stampa accreditata con Zampa in testa, qualche discografico più o meno panciuto. Non sono invece per niente mondani Eddy che sta scolandosi un fiasco di vino e Mauro Chiari, fotografo ufficiale del festival, che in tre giorni è riuscito sul palco a dare fastidio a tutti. I New Trolls si sono attendati, i ragazzi di "Quella Vecchia Locanda" se ne tornano dopo un ottimo spettacolo sulla collina tra gli hippies. Dave, il chitarrista di Godfather è in tranquilla compagnia della moglie e del figlio, c'è chi si perde i documenti, chi i figli, Eddy sul palco ha perso la voce e io tra la folla mi sono perso Caffarelli, Baiata e Ronnie. La festa sta per finire, finirà nei salti di quel demonio di Caleb Quaye; finiranno così i guari per gli organizzatori, le proteste dei denigratori e finalmente gli abitanti di Monteverde (quartiere prospicente Villa Pamphili) dormiranno sonni tranquilli: ed io con loro.





Francesco Guccini: il 26 maggio del 1976 usciva "Via Paolo Fabbri 43"


"Che cosa posso dirvi? Andate e fate,

tanto ci sarà sempre, lo sapete,

un musico fallito, un pio, un teorete,

un Bertoncelli o un prete, 

a sparare cazzate!" - 

"L'avvelenata", Francesco Guccini




Usciva il 26 maggio 1976 l'album "Via Paolo Fabbri 43", di Francesco Guccini. Il titolo prende il nome dell'indirizzo della casa di Guccini di quell'epoca, dedicata al partigiano Paolo Fabbri.


L'album ebbe un successo enorme, sia di vendita che di critica, un disco che affronta tanti temi sociali, aborto, vecchiaia, amore.

Tra i vari episodi "L'Avvelenata", che diverrà suo cavallo da battaglia e manifesto di protesta di tanti giovani...

Si tratta di uno sfogo del cantautore in seguito ad una stroncatura del suo album “Stanze di vita quotidiana” (1974) da parte del giovane critico Riccardo Bertoncelli, il quale accusò Guccini di aver scritto le canzoni dell'album forzatamente, e lo considerò come "un artista finito". Guccini rispose con questa canzone, proponendola per la prima volta in un concerto. Bertoncelli venne a sapere della cosa e telefonò al cantautore, che si rivelò "sorpreso ma gentile". I due si incontrarono nella casa di Via Paolo Fabbri e Guccini suonò alla chitarra il brano. I due riuscirono a chiarirsi, ed il cantautore si offrì di togliere il nome del critico dal testo, ma Bertoncelli rispose: "Ora che ci conosciamo, non ha più senso."

Di tutto un Pop.

Wazza


"Via Paolo Fabbri 43" (1976) è il settimo album di Francesco Guccini. Via Paolo Fabbri 43, oltre ad essere il titolo di una canzone e dell'album, è l'indirizzo di quella che all'epoca in cui il disco fu pubblicato era l'abitazione di Guccini. La via è intitolata all'antifascista e partigiano Paolo Fabbri. Il cantautore trascorre ancora parte del suo tempo nella casa bolognese, sebbene usi ritirarsi sempre più frequentemente nell'altra abitazione che ha a Pavana, presso Sambuca Pistoiese.

L'album è presente nella classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone alla posizione numero 29.







lunedì 25 maggio 2026

Claudio Milano racconta “L’Orizzonte non Esiste”

 


Claudio Milano propone per MAT2020 il suo reportage dedicato a uno spettacolo teatrale che lo ha colpito in modo particolare.

Segnala inoltre il suo prossimo appuntamento dal vivo a Genova, a Palazzo Imperiale, venerdì 29 maggio alle 19, con rinfresco finale. In programma “Decimo Cerchio (L’Inferno 1911 O S T) Gesamtkunstwerk”, proiezione del film del 1911 nell’ultimo restauro della Cineteca di Bologna, accompagnata dalla colonna sonora originale eseguita dal vivo da I Sincopatici ft Claudio Milano, con suoi interventi performativi.

Per contatti Tel 3402473626


Spettacolo: “L’Orizzonte non Esiste”

Data: 8 Maggio 2026

Luogo: PACTA.dei Teatri

Regia: Filippo Natola

Produzione: PACTA.dei Teatri

Interpreti: Raffaele Bilello, Margherita Lisciandrano e Stefano Caramaschi

Musiche originali: Maurizio Pisati

Scene: Achille Grampa

Drammaturgia originale di Filippo Natola con inserti dall’Odissea di Omero

Web: https://www.pacta.org/eventi/lorizzonte-non-esiste-2/

 

Reportage:

La “Sindrome di Telemaco”, una nuova definizione psichiatrica per definire “il perché di uno strano caso” (cit. Brecht).

Si apre così la messa in scena di “L’Orizzonte non Esiste”, spettacolo di Filippo Natola (regia, scene – organizzate con Achille Grampa; luci, testo drammaturgico).

Su palco tre attori, due macchine sceniche di enorme presa e valore simbolico, che oltremodo girate, aperte, assumono significati e valenze costantemente diverse, trame di luci.

Tutto a disegnare in gestualità, movimenti massivi o appena accennati, rotazioni, trascinamenti, ombreggiature che si aprono a luce piena e focalizzare scene di un’evocatività che si fa spazio e lascia sedimentare riflessioni in un flusso continuo.

La memoria, del resto, è tema cardine della rappresentazione di Natola, che attinge al repertorio dei grandi classici greci per donarci una tragedia tutta contemporanea, ma sospesa tra spazio e tempo attraverso il filo dell’archetipo junghiano.

Telemaco in parallelo è nella narrazione, figlio di un alto funzionario della Marina Militare (descritto “con lo sguardo fiero, mani grandi, naso importante, petto in fuori”), salutato dal padre 20 anni prima su una spiaggia, così come Odisseo, fece col figlio, per rincorrere il proprio “folle volo”.

Adulto, in seguito a tentato suicidio, il ragazzo si ritrova ad affrontare un percorso di analisi con chi andrà a ricucire, a tessere le trame della propria vita, per gettare luce sulla propria ombra.

Novella Penelope (o forse Atena?) è una terapeuta, Arianna, che si introduce al pubblico, presentandosi in qualità di “collega di ognuno che assiste in sala”.

I dialoghi iniziali tra Simone, il giovane e la donna, sono organizzati con cauta attenzione alle pause, dapprima assai dilatate e in un gioco di richiami onirici, evocato dalla stretta associazione alle eccezionali musiche di Maurizio Pisati.

Pisati, compositore elettronico di fama mondiale, in questo caso, si dedica ad un linguaggio assai caldo. Non ci sono suoni puri, ma le elaborazioni, anche di soundscapes non hanno in alcun modo rapporto con la drone music in circolazione.

Ne sono precursori ma anche naturale evoluzione nel divenire estremo atto della landscape art di ricognizione per recuperare l’inaudito dell’universo naturale che diviene Musica.

Mettono al centro elaborazioni delle voci degli attori che appaiono e scompaiono come a lasciare messaggi inconsci a chi assiste e ascolta, ma creano attorno un habitat che è intrapsichico, che suona materico più di un flusso prenatale nato dalle elaborazioni di Tomatis, negli studi sul vissuto dei feti e la capacità di ascolto di ognuno.

Non sono dunque contorno, ma la moltiplicazione binaurale dei tre attori su palco in mille da sé, in un’orchestrazione “concreta” ultra-contemporanea, ordita in un dettaglio di grande pregio.

La figura paterna, Pietro, appare nella messa in scena su di uno scoglio che può risultare anche conghiglia a pettine, accumulo di materia generata col tempo, dal flusso di onde e memoria.

Le azioni di chi la impersona, Stefano Caramaschi, sono misuratissime, al punto da divenire esse stesse scultura atemporale. Il suo corpo ha perfetta consapevolezza della rappresentazione che ha nello spazio e si contorce in spasmi e fonemi strazianti.


Di contro, Simone, Raffaele Bilello e Margherita Lisciandrano (Arianna), hanno un linguaggio assai più contemporaneo, che si organizza anche nella gestualità.

Lisciandriano incanta con capacità di controllo che emerge in ogni manifestazione, quella di chi ha quasi peso taumaturgico attraverso la parola, sempre quieta, salvo esplosioni che non sono mai paniche, ma normative.

Bilello ha di suo uno studio sul peso corporeo e una flessibilità nei movimenti davvero impressionante.

Nel quadro finale, in cui il personaggio del giovane, si confronta con l’incubo della figura paterna, si assiste ad una scena in cui il ragazzo è letteralmente trascinato per collo contro lo scoglio, attraverso un lazo teso al collo.

Una scena di un impatto emotivo devastante, dove il lazo diventa cordone ombelicale che strozza, soffoca il linguaggio, offusca la memoria.

Costante è l’organizzazione geometrica che va a generare i cambi di scena.

La regia ha controllo assoluto dell’opera e lascia davvero attoniti e non di rado, scava nell’intimo soggettivo, commuovendo.

Il lettino terapeutico di Simone è allo stesso tempo bara e nave che lo traghetterà, oltre un orizzonte illusoreo.

La profondità insondabile del mare, che nasconde il peso della memoria e della coscienza, troverà lo slancio del cielo, attraverso l’unica tessitura possibile: il perdono.

Un perdono che nasce dal giovane, come inviato ad affrontare il viaggio più doloroso della vita, quello della riconciliazione col male subito, prima rinnegato, infine, accolto dal padre, Pietro (anche qui il nome acquista valenza simbolica, laddove Simone, biblicamente era apostolo del martirio e Arianna “colei che tiene il filo”).

Un padre che si scopre nel doversi confrontare con la sua miseria e che perde inevitabilmente la mistificazione che il figlio gli aveva attribuito.

Vincitore del premio Miglior Progetto Master di Regia 2025 Scuola DanzaTeatroOscar/PACTA. dei Teatri, “L’Orizzonte non Esiste” è produzione che merita non una, ma mille repliche, per aiutare a portare, quella piccola sorgente di speranza, che allo sguardo interiore di ognuno, appare perduta, tanto è “viaggio che cresce nella narrazione, assieme a chi lo vive” (non a caso, all’origine della sceneggiatura è l’invito della terapeuta ad esser tutti ruolo attivo).

Una speranza che è anche nel “saper fare teatro” (e non a caso alla mente di chi scrive, la visione dell’opera, ha riportato “Il Prometeo Incatenato” di Luca Ronconi).

Un’eccezione che è fa luce autentica, andando a farsi largo senza necessariamente bussare alla porta.

Una realtà che, come tale, si manifesta, esiste, non può essere controvertibile in alcun modo.

Claudio Milano





Il Balletto di Bronzo: il 25 maggio del 1972 usciva l'album - "YS"

 Foto Lino Ajello

Il 25 maggio del 1972 usciva l'album - "YS" di Il Balletto di Bronzo.

Con l'ingresso del giovane e talentuoso Gianni Leone, la band di Lino Ajello e Gianchi Stinga cambia radicalmente genere. Un rock progressivo di alto spessore, un album rimasto ai vertici delle preferenze, sia dei fans, che dei critici specializzati.

Al basso si aggiunse Vito Manzari di Roma.

Tra le curiosità, i testi e le musiche, sono attribuiti a Nora Mazzocchi, zia dell'ex cantante Mario Cecioni, unica iscritta alla Siae, mentre nella realtà, le musiche sono di Gianni Leone e i testi di Daina Dini!

Di tutto un Pop…

Wazza





 Gianni Leone


1972 - 25/27 maggio - Roma - 2° Festival delle Nuove Tendenze parco di "Villa Pamphili" - Il Balletto di Bronzo




Tubular Bells: era il 25 maggio del 1973


Usciva il 25 maggio 1973 "Tubular Bells", di Mike Oldfield, disco che cambiò radicalmente il modo di fare musica

L'album fece la fortuna del "giovane" Oldfield e della neonata etichetta "Virgin", la sola che ebbe il coraggio di pubblicare il disco.

Di tutto un Pop…

Wazza

Il 25 maggio del 1973 esce TUBULAR BELLS, di Mike Oldfield, l'incredibile esperimento che nessuno voleva pubblicare, e che invece divenne il primo mattone dell'impero della Virgin di Richard Branson. Fu lui ad accettare la folle idea di quel genio ventenne che proponeva di realizzare un disco con una sola composizione divisa in più movimenti, a 28 strumenti tutti suonati da lui, dove si ripercorrono praticamente tutti gli stili della musica popolare.

Folk, Rock, musica classica, minimalismo e psichedelia soft, contrappunti di piano ed elettronica, organi e danze rurali, campane e cori femminili.



Nessun discografico aveva avuto il coraggio di assecondare questo enfant prodige. Branson lo mandò in studio dai suoi ingegneri del suono, Tom Newman e Simon Heyworth, e quando questi ascoltarono l'opera, il loro primo commento fu: "Questo è pazzo". Poi però si lasciarono contagiare dalla follia e dissero a Branson che sì, si poteva fare, e che se lui avesse voluto creare qualcosa di diverso non avrebbe potuto esserci inizio migliore.



“Tubular Bells” vendette oltre dieci milioni di copie, rimase in classifica per 247 settimane, conquistò anche l'America (grazie al suo utilizzo nella colonna sonora de “L'Esorcista”) ma soprattutto divenne punto di riferimento per le opere future, gettando un simbolico ponte tra la musica prog che regnava in quella prima metà degli anni ‘70, e la New Age, che busserà anni dopo alle porte del rock.







domenica 24 maggio 2026

"Get Back" 1° in classifica UK il 24 maggio del 1969

Il 24 maggio del 1969 i Beatles sono primi in classifica in UK, tra i singoli più venduti, con “Get Back”. Il 45 giri era uscito l’11 aprile 1969.

Fu incisa nel periodo di maggior contrasto tra i quattro di Liverpool e suonata per la prima volta sul tetto della Apple a Londra, nel gennaio dello stesso anno. 

Di tutto un Pop…

Wazza


Beatles Get Back 1969

Tutto (o quasi) su Get Back

 

Descrizione

Canzone scritta da John Lennon e da Paul McCartney, la versione originale è stata pubblicata come singolo l'11 aprile 1969 ed è stata eseguita dai Beatles insieme a Billy Preston. La canzone venne eseguita per la prima volta in pubblico nello speciale concerto tenutosi sul tetto degli uffici della Apple Records; venne incisa in un periodo di profondi dissidi tra i componenti della band. Poco dopo è divenuto il brano di chiusura di Let It Be (1970), che è stato l'ultimo album dei Beatles ad essere pubblicato prima che il gruppo si dividesse. Il singolo ha raggiunto la posizione numero uno nel Regno Unito per sei settimane, Stati Uniti per cinque settimane, Canada per sei settimane, Olanda per due settimane, Australia, Francia, Germania Ovest, Austria, Svizzera e in Messico.

Composizione

La melodia nacque da una jam improvvisata il 7 gennaio 1969 durante le sedute di registrazione agli studi Twickenham. McCartney iniziò il testo rielaborando il verso «Get back to where you should be» della canzone Sour Milk Sea di George Harrison, in «Get back to where you once belonged». McCartney aveva suonato il basso nella registrazione di Jackie Lomax della canzone qualche mese prima.

La versione pubblicata della canzone è composta da due strofe, con un'introduzione musicale, e parecchi ritornelli. Il primo verso racconta la storia di un uomo chiamato Jojo, che lasciò la sua casa in Tucson, Arizona, per un po' di "erba" Californiana (la futura sposa di Paul, Linda, aveva frequentato la University of Arizona di Tucson.), la seconda strofa parla di un personaggio dalla sessualità ambigua, "Loretta Martin" che «thought she was a woman, but she was another man» ("pensava di essere una donna, ma era un altro uomo"). La versione su singolo include il finale dove a Loretta viene consigliato di "tornarsene da dove è venuta". (Get back, where you once belonged).

I Beatles scherzarono spesso con il testo della canzone durante le sedute di registrazione, come dimostra l'introduzione di Lennon al brano sull'album Let It Be: «Sweet Loretta Fart, she thought she was a cleaner, but she was a frying pan» ("La dolce Loretta Scorreggia, pensava di essere un aspirapolvere, ma era una padella per friggere"). La versione del brano sull'album termina con la famosa frase di John Lennon: «I'd like to say thank you on behalf of the group and ourselves, and I hope we passed the audition» ("Vorrei ringraziarvi a nome del gruppo e di noi stessi, e spero che abbiamo passato l'audizione").

Versioni alternative

Mentre stava lavorando al testo di Get Back, McCartney si divertì a fare una parodia di un celebre discorso razzista dell'ex ministro inglese Enoch Powell in una breve jam che presto divenne famosa come "la canzone del Commonwealth". Le parole includevano la strofa: «You'd better get back to your Commonwealth homes» ("fareste meglio a tornare alle vostre case nel Commonwealth"). La “canzone del Commonwealth” non aveva niente a che fare con Get Back, ma diede lo spunto per la versione di Get Back intitolata No Pakistanis ("Niente pakistani"). Sulla melodia della canzone, McCartney improvvisa un testo ironicamente razzista: «(we) don't dig no Pakistanis taking all the people's jobs». ("Non ci piacciono i pakistani che vengono qui a portare via il lavoro alla gente") Sebbene lo sviluppo della versione "razzista" di Get Back proseguì per diversi giorni, alla fine lo stesso McCartney, decise di eliminare le strofe "incriminate" per paura che potessero venire fraintese.


Il manoscritto originale di una variante della canzone con la strofa sui "Pakistani", è conservato nell'Hard Rock Cafè di San Francisco. In questa versione, la strofa è:

(EN)

«Meanwhile back at home too many Pakistanis,

Living in a council flat

Candidate Macmillan, tell us what your plan is,

Won't you tell us where you're at» 

(IT)

«Nel frattempo, qui in patria, troppi pakistani vivono in case popolari.

Candidato Macmillian, dicci quale è il tuo piano, perché non ci dici a che punto è?»

(Get Back versione alternativa - Lennon/McCartney)


In un'intervista concessa a Playboy nel 1980, Lennon descrisse il brano in questi termini: «...una versione migliore di Lady Madonna. Comunque, pur sempre una minestra riscaldata

Registrazione

In linea con l'idea alla base del progetto "Let It Be", di registrare tutti i brani dal vivo senza sovraincisioni in studio, per “tornare” (get back) alle radici del rock'n'roll, il gruppo registrò numerose take della canzone per trovare la versione “giusta“.

Billy Preston si unì ai Beatles per suonare il pianoforte elettrico Fender Rhodes il 22 gennaio, essendo stato invitato da George Harrison a partecipare alle sedute di registrazione. L'idea di Harrison era, introducendo un elemento estraneo al gruppo, di spezzare la tensione crescente tra i quattro Beatles, come era stato fatto l'anno precedente per While My Guitar Gently Weeps, durante le sessioni del White Album. L'idea funzionò alla grande, e la band si esibì in performance molto più grintose.

I Beatles registrarono circa dieci provini della canzone il 23 gennaio. Poi, il 27 gennaio fecero un ultimo sforzo per perfezionare Get Back registrandone altre 14 takes. Alla fine, la migliore risultò essere la take numero 11.

Il 4 aprile i Beatles, incaricarono i tecnici della EMI di preparare un missaggio mono della canzone. Quando il gruppo lo ascoltò, non rimase soddisfatto del risultato, così il 7 aprile, McCartney e Glyn Johns produssero un secondo mix agli Olympic Studios per l'uscita su singolo del brano.


L'esecuzione del brano sul tetto della Apple

Lo stesso argomento in dettaglio: Concerto dei Beatles sul tetto.

 

I Beatles eseguirono Get Back (insieme ad altre canzoni) come parte del celebre “concerto sul tetto” della Apple il 30 gennaio 1969. Get Back venne suonata per tre volte; la terza e ultima volta fu interrotta dall'arrivo della polizia, che era stata chiamata dagli impiegati delle aziende vicine. Dopo che gli agenti parlarono a Mal Evans minacciando di arrestare la band, il roadie staccò la spina degli amplificatori di Lennon e Harrison. Fu durante questo momento che McCartney improvvisò il verso: «You've been too long, Loretta! You've been playing on the roofs again, and that's no good, and you know your Mummy doesn't like that...she gets angry...she's gonna have you arrested! Get back!» ("Sei stata troppo tempo fuori Loretta!, siete andati ancora a suonare sul tetto, e questo non è bello, sapete che non fa piacere alla vostra mamma… si arrabbia…vi farà arrestare tutti! Tornate indietro!"). Nessuna delle versioni suonate sul tetto apparve mai integralmente su disco, sebbene nel film Let It Be sia possibile ascoltarne una versione rimaneggiata in studio. Questa è la stessa versione che appare sul terzo volume dell'Anthology. Alla fine dell'ultima esecuzione del brano sul tetto, il pubblico applaude e McCartney dice: «Thanks, Mo» in risposta all'applauso entusiasta di Maureen Starkey, e Lennon aggiunge: «I'd like to say thank you on behalf of the group and ourselves and I hope we've passed the audition». Phil Spector usò queste frasi per appiccicarle sul finale della versione in studio della canzone per approntare la versione che appare sull'album Let It Be, che appunto, differisce lievemente da quella sul singolo. Così facendo, diede al brano l'ingannevole atmosfera di un'esibizione dal vivo.

 

Pubblicazione

Versione su singolo

L'11 aprile 1969, la Apple Records pubblicò Get Back come singolo nel Regno Unito, accoppiata con Don't Let Me Down sul lato B. Il singolo iniziò la sua permanenza di diciassette settimane in classifica il 26 aprile, debuttando direttamente al primo posto, posizione che mantenne per sei settimane.

 

Negli Stati Uniti Get Back uscì come singolo il 5 maggio. Due settimane dopo raggiunse il numero 1 in classifica per restarci cinque settimane di fila. Fu il primo singolo dei Beatles ad essere pubblicato in versione stereo vero e proprio.

Sia in Gran Bretagna che negli USA, il singolo fu pubblicato dalla Apple, anche se i diritti della canzone rimanevano di proprietà della EMI come da contratto. Questo fu l'unico singolo dei Beatles attribuito anche ad un altro artista, nelle note in copertina, infatti, Get Back viene attribuita ai "Beatles con Billy Preston".

La versione su singolo della canzone contiene un effetto eco e una coda strumentale con le liriche aggiuntive: «Get back Loretta / Your mommy's waiting for you / Wearing her high-heel shoes / And her low-neck sweater / Get back home, Loretta». Questa strofa non appare nella versione sull'album Let It Be. Questa è la versione del brano contenuta nel greatest hits The Beatles 1967-1970, nella raccolta Past Masters, Volume Two e sulla compilation The Beatles 1.

Versione su Let It Be

Quando Phil Spector lavorò su Get Back per la sua inclusione nell'album, decise di differenziarla dalla versione pubblicata su singolo. Entrambe le precedenti versioni mai pubblicate dell'album Get Back includevano effetti sonori vari, atti a catturare lo spirito di un'esecuzione dal vivo. Spector incluse parte della registrazione di studio e aggiunse la parte finale dell'esibizione sul tetto della Apple. Questo fece sì che la versione dell'album sembrasse una versione live, creando l'impressione che le versioni su album e singolo fossero due diverse registrazioni. Fu rimosso anche l'effetto eco di studio.

Versione sull’Anthology 3

Nel 1996, una versione differente di Get Back, proveniente dal concerto sul tetto, fu pubblicata sul terzo volume dell‘Anthology. Si tratta dell'ultima esecuzione della canzone, la terza. La polizia era arrivata per intimare ai Beatles di smettere di suonare. Durante l'ultimo verso McCartney canta: «You' ve been out too long Loretta! / You've been playing on the roof again! / ... Your mommy doesn't like that... / Oh no... she gets angry / She's gonna have you arrested!»

Versione su Let It Be... Naked

Nel 2003 Get Back venne ripubblicata sull'album Let It Be... Naked remixata sotto l'approvazione dei Beatles superstiti Paul McCartney e Ringo Starr e delle vedove di John Lennon e George Harrison. La versione "naked" di Get Back è una versione sensibilmente ripulita di quella del singolo, accorciata nella durata, con la canzone che viene sfumata appena prima dell'ultimo "whoo" nel finale.

Versione su LOVE

Nel 2006 una versione nuovamente remixata di Get Back, prodotta da George Martin e dal figlio Giles fu inclusa nell'album LOVE. Questa versione incorpora elementi di A Hard Day's Night, A Day in the Life, The End (la canzone dei Beatles su Abbey Road), e Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (Reprise). Inoltre, ci sono molti interventi di studio, inclusa una lunga introduzione, e la seconda strofa è stata eliminata del tutto.


Formazione

·         Paul McCartney - voce, basso 

·         John Lennon - armonie vocali, chitarra solista 

·         George Harrison - chitarra ritmica 

·         Ringo Starr - batteria 

Altri musicisti 

·         Billy Preston - pianoforte elettrico

 

Cover

·         Gli Amen Corner pubblicarono la loro versione del brano come singolo nel novembre 1969. 

·         Patrick Williams, arrangiatore e compositore statunitense, fece una reinterpretazione strumentale jazz della canzone, sul suo album del 1970 Heavy Vibrations. 

·         Il cantante soul Doris Troy, sotto la supervisione di George Harrison, registrò la canzone come lato B del singolo Jacob's Ladder. 

·         Elvis Presley eseguì il brano come parte di un medley nel documentario musicale That's the Way It Is (1970).

·         Elton John reinterpretò la canzone in concerto sull'album 11-17-70 (1971).

·         Ike & Tina Turner eseguirono il brano sul loro album Nutbush City Limits (1973).

·         I The Punkles ne fecero una reinterpretazione punk sul loro album Pistol.

·         Rod Stewart reinterpretò la canzone per il documentario musicale del 1976 All This and World War II.

·         Billy Preston eseguì il brano nel film del 1978 Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.

·         Steve Wariner pubblicò la sua versione nel 1995.

·         I Little Texas eseguirono la canzone nel 2007.

·         Gli Status Quo reinterpretarono la canzone sul loro album Don't Stop nel 1996.

·         Al Green eseguì il brano sul suo album di debutto per la Hi Records di Willie Mitchell nel 1969.

·         Chris Clark reinterpretò la canzone sul suo secondo album, CC Rides Again.

·         La Nitty Gritty Dirt Band reinterpretò la canzone sull'album Welcome to Woody Creek (2004).

·         Il concept album Let it be (1988) della band slovena Laibach contiene anche la reinterpretazione di Get Back.


Nella cultura di massa:

·         La canzone Get Up and Go dei The Rutles, scritta da Neil Innes, è una parodia di Get Back.

·         Alla fine dell'episodio dei Simpsons "Homer's Barbershop Quartet" (it: Il quartetto vocale di Homer), i componenti del gruppo dei “Be Sharps” (i "Re Acuti" nella versione italiana) cantano il loro primo successo sul tetto del locale di Moe mentre George Harrison, osservando la scena dall'auto dice: «L'abbiamo già fatto.» Inoltre, alla fine dell‘esibizione, Homer afferma: «...I hope we pass the audition», frase seguita dalle risate dei presenti.

·         Il video degli U2 del 1987 per la canzone Where the Streets Have No Name raffigura un concerto in stile Get Back eseguito sul tetto di un edificio a Los Angeles. L'esibizione termina allo stesso modo con la polizia di Los Angeles che stoppa il concerto.

·         Nel film del 2007, Across The Universe, diretto da Julie Taymor, molti personaggi hanno il nome di protagonisti delle canzoni dei Beatles. Uno dei personaggi principali si chiama Jojo, interpretato da Martin Luther McCoy.

·         La popolare serie manga intitolata Le bizzarre avventure di JoJo, prende il titolo dal personaggio della canzone.