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giovedì 29 febbraio 2024

Febbraio 1980: usciva "Civilian", ultimo album dei Gentle Giant

Il look dei Gentle Giant nel 1980

Usciva a fine febbraio 1980 "Civilian", ultimo album dei Gentle Giant, un concept album sull'alienazione dell'uomo moderno. Messo da parte il "prog" e le loro complessità vocali, i G.G. optano per un rock lineare, a volte "hard", a "sacrificio" delle tastiere di Kerry Minner, messe in secondo piano... ricordo che la critica lo aveva ribattezzato "In-Civilian", abituati ai capolavori che la band aveva prodotto fino al 1977.
A distanza di anni, e soprattutto ascoltando ciò che si produce oggi, questo suona lavoro come un signor disco di pop-rock
Wazza


Recensione catturata in rete...

Tra l'agosto ed il settembre del 1979 i Gentle Giant si recano in California per registrare i brani del loro ultimo disco ufficiale. La scena musicale si sta allontanando dalle oscure e dure trame punk e stanno nascendo suoni parecchio elettronici che saranno definiti poi "New Wave". Pubblicato nella primavera del 1980, su Chrysalis, "Civilian" è un disco che riconsegna il complesso al meglio della propria creatività, sempre rapportata alla nuova tendenza, che porta il rock ad essere di più facile comprensione e stesura.
Il risultato è davvero incoraggiante. Lo strumento che acquista evidenza maggiore in tutto il LP è la chitarra elettrica, spesso distorta, di Gary Green che si trova assolutamente a suo agio in riff ed assolo da antologia. Anche le linee di basso di Ray Schulman sono realmente impeccabili anche perché in "Civilian" è utilizzato un basso a 8 corde per la prima volta. Nei precedenti dischi Ray ha sempre utilizzato un Fender Precision. La produzione americana, del grande Geoff Emerick, ha sicuramente portato beneficio al gruppo dei fratelli Schulman, che proprio in America hanno ricevuto i consensi commerciali maggiori.
I brani sono sempre di relativa lunghezza e le trame progressive sono ancor più lontane che nei precedenti due ultimi dischi da studio. La sensazione è però quella di essere di fronte alla maturazione ed alla completa trasformazione del gruppo in un grandissimo fenomeno del rock classico. Le canzoni sono molto tirate, il rock è davvero deciso ed a tratti hard. Sono chiari i riferimenti a band come Who o Led Zeppelin, ma la proposta resta di grande originalità. "Civilian" si lascia ascoltare con piacere e con inaspettata attenzione. E' un disco intriso di pezzi radiofonici e singoli da classifica (stranamente non ne furono emessi ufficialmente) di grande impatto e qualità. 


Si sarebbe potuta aprire una nuova grande pagina della storia dei Gentle Giant, invece al termine del tour statunitense il gruppo decide consensualmente di sciogliersi e di lasciare solitaria questa opera davvero pregevole. Il disco inizia con "Convenience", caratterizzato da un sound molto aggressivo e da un interessante introduzione post-punk guidata da batteria e chitarra elettrica. Sono sparite le trame classiche e progressive. I Gentle Giant, di "Convenience", traspaiono come un gruppo rock molto aggressivo e di grande impatto. Davvero degni di nota i solo di Green alla chitarra elettrica. Come nella seguente "All Through The Night", meno sparata della precedente ma sempre guidata da un orecchiabile riff di chitarra elettrica distorta. Ottimo anche l'organo di Minnear, che completa la scena in modo davvero impeccabile, soprattutto sul finire del pezzo. Un’introduzione delicata (che ricorda un po' l'attacco di "Free Hand") di Minnear al pianoforte regala momenti e vaghi ricordi progressivi in "Shadows On The Street", davvero memorabile la voce di Kerry che nei brani lenti e dolci ottiene sempre il massimo dei consensi. Uno degli apici dell'intero disco. Il lato A si chiude con "Number One" dove è d'uopo il ritorno su passi più rock. Il brano è certamente convincente, grazie ad un'astuta miscela tra la chitarra elettrica e le basi tastieristcihe di Minnear. Il refrain entra sicuramente in testa e avrebbe meritato un’esposizione maggiore. Tra le cose più riuscite di "Civilian" c'è di certo "Underground" che si apre proprio con il suono della vettura metropolitana, che si avvicina alla stazione e si ferma per far accomodare i passeggeri. Incalzante l'introduzione e l'andamento strumentale, che è sorretto da un fantastico basso e dalla chitarra elettrica, qui utilizzata in stile più funky che hard rock. Minnear, con le tastiere, regala incisi spaziali ed una jam incredibilmente variopinta, quasi in conclusione.
Anche "I Am A Camera" ha un incedere aggressivo. Anticipata da alcuni insoliti scatti di macchina fotografica, si espande su lidi hard forse meno trascinanti che in altri brani presenti sul disco. Ha tuttavia il merito di sottolineare, ancora una volta, le straordinarie doti canore di Derek in brani tirati e molto aggressivi. Da notare singolarmente che nello stesso anno gli Yes pubblicano il disco "Drama" e che nel brano "In The Lens" è contenuta la frase "I Am A Camera". Il brano termina di netto con l'ennesimo clic dello scatto fotografico.
Dal ritmo sempre convincente, ma meno violento, è l'ipnotica "Inside Out" con un riff chitarristico marmoreo e memorabile. La batteria di Weathers ricorda un pò i Led Zeppelin di "In Through The Out Door". "Inside Out" dura circa sei minuti ripetendo all'unisono, ma con interessanti e diversi intrecci soprattutto di tastiere e sintetizzatore, la ritmica iniziale. Il refrain è composto da magnifici intrecci vocali che ricordano i grandi pezzi cantati a madrigale o più da vicino i cori a cinque o sei voci. Il disco si chiude con l'alterna "It's Not Imagination" che ha una struttura musicale davvero densa e decisa, con batteria e chitarra che traggono il meglio da tutta la scena sonora. Purtroppo le parti vocali non sono all'altezza del resto del brano, che resta uno spiazzante epitaffio della band.
Alcune versioni in vinile e qualche ristampa in CD, riportano prima della fine del disco un breve groove che è stato intitolato (pur non avendo un’intestazione ufficiale) "That's All There Is". Tali parole sono un collage ripreso da quattro brani presenti sul LP e precisamente: "That's" è ripresa da "I'm Your Security, That's What They Say" da "I Am A Camera", la parola "All" è ripresa da "All Through The Night", il termine "There" è estratto da "Now They're Mine No More" dal brano "Heroes No More" e "Is" da "Everything Is Spinning Round" da "Inside Out". Proprio "Heroes No More" è un brano molto bello rimasto stranamente inedito su LP, ma aggiunto sulle ristampe CD sia della One Way Records che della Terrapin Records.
Curiosità: in copertina è difficile notare la dicitura "Civilian" del titolo che è invero riprodotta in rosso ai piedi della dicitura Gentle Giant, in un geniale effetto ottico.


mercoledì 28 febbraio 2024

Merak – “Sopho(s)more”, commento di Alberto Sgarlato

 


Merak – “Sopho(s)more” (2024) 

di Alberto Sgarlato


Era il 2022 quando i liguri Merak, in attività da circa un anno, debuttavano ufficialmente con il primo EP intitolato “Gnothi Sauton” (citazione greca del Tempio di Apollo a Delfi, letteralmente: “Conosci te stesso”). Alla fine di gennaio 2024, superati i necessari assestamenti legati a un cambio di formazione, la band sceglie un intreccio tra la già usata lingua greca e l’inglese come titolo per il secondo EP: un gioco di incastri di parole, infatti, dà vita al termine “Sopho(s)more”. Non facile da spiegare: sophomore, in inglese, è lo studente del secondo anno (e qui abbiamo il riferimento all’opera seconda). Ma così spezzato diventa un gioco tra “more” (accrescitivo in inglese) e “sophos”, che in greco significa “saggio”, quindi un riferimento a un sound oggi evolutosi in una direzione più matura e profonda.

Fra alla voce, PG alla chitarra, Tom al basso e il nuovo ingresso Ale alla batteria (all’anagrafe Francesca Anselmo, Piergiorgio Bertoli, Tommaso Matta e Alessandro Isola) presentano così queste cinque tracce “più sagge”, frutto del calderone di influenze maturate dai musicisti non solo come band, ma nei precedenti trascorsi musicali dei singoli componenti.

Partiamo subito con “Anynothing” (scelta anche dalla band come singolo di lancio) e subito restiamo colpiti da un drumming tribale, marziale e solenne al tempo stesso, sopra il quale il riff chitarristico e i vocalizzi evocano le lande cosmiche della neo-psichedelia di band come Sun Dial, Bevis Frond o Mandragora. Queste dilatazioni, però, nel brano si avvicendano rapidamente ad accelerazioni più legate alle origini punk della formazione. Il ponte centrale estremamente etereo ci porta addirittura verso la new-wave di Joy Division o Siouxsie and the Banshees.

 

Easy day” regala delicati profumi semi-acustici nell’intro, ancora tra new-wave e tocchi shoegaze. L’alone della neopsichedelia è sempre ben presente (qualcuno ricorda per esempio i Rain Parade?) e non mancano eleganti ricami di organo a transistor (un Farfisa? Un Vox? Un altro modello?) che riportano alla memoria i Pink Floyd degli esordi, quando Syd Barrett era al timone. Ciliegina sulla torta, un solo chitarristico ineccepibile nella sua essenzialità formale. Brano ben scritto, squisitamente arrangiato e di rara eleganza che, dopo la grinta tra hard e punk della traccia di apertura, mette ben in chiaro la varietà della tavolozza stilistica della formazione.

Ancora drumming tribale in apertura di “Era Aurea”, brano che spiazza, dopo due tracce in inglese, per la scelta del cantato in italiano. E il cambio di rotta si rivela azzeccatissimo! In un istante rivivono, in quelle note, prima rarefatte, poi più sanguigne e rabbiose, la cupa new-wave cantautorale dei Diaframma, il combat-folk degli esordi degli Ustmamò e l’alternative rock del Consorzio Suonatori Indipendenti.

E ancora una volta la band dimostra non solo di padroneggiare diversi linguaggi, ma di saperli fare suoi con gusto, con classe, mai derivativi e senza afflato nostalgico, ma al contrario, “rivivendo” ogni corrente secondo la propria estetica e la propria forte personalità.

Sugarcandy mountain” ci riporta alle coordinate iniziali: rarefazioni psichedeliche, riff hard, cambi di tempo e di atmosfera repentini e – altra sorpresa! - un poderoso groove bassistico di gusto quasi dub, a ricordare anche i trascorsi tra punk e reggae di alcuni componenti della band. Questo cocktail di ingredienti dà vita a una cavalcata ipnotica, tutta da ballare in stato di trance. Se avete amato Ozric Tentacles, Hawkwind e Magic Mushroom Band, qui avrete di che divertirvi!

E ci congediamo sulle note di “Alone”, che riparte dalle sonorità “tribal-punk-wave” della traccia di apertura, con momenti più duri e altri più impalpabili e sognanti, quasi a chiudere un cerchio. E il cerchio è tracciato perfettamente, non ha sbavature, non ha imperfezioni, ma è il disegno di un team di progettisti (i quattro componenti dei Merak) perfettamente focalizzati sui loro ruoli e obiettivi.

La registrazione è avvenuta a giugno 2023, in presa diretta, presso lo studio di Luca “Nash” Nasciuti (Nash's studio), a Genova. Nash si è occupato del pre-mixaggio e dell'editing; in seguito, il lavoro è stato mixato e masterizzato in forma finale da Filippo Buono presso il Monolith Recording Studio di Vitulano (Benevento).

Nota di plauso, infine, per tutta la splendida veste grafica: dal disegno di copertina, che evoca gli anni d’oro del fumetto “alternativo” italiano, alle foto dei quattro musicisti all’interno del booklet, fino al retro che, tra gli abbinamenti dei colori e dei caratteri scelti, ci riporta a un’estetica squisitamente “seventies”.





martedì 27 febbraio 2024

"Physical Graffiti": era il 24 febbraio del 1975


Usciva il 24 febbraio 1975 "Physical Graffiti", sesto album dei Led Zeppelin...
Di tutto un Pop…
Wazza


"Physical Graffiti", ovvero i Led Zeppelin al culmine della carriera e della creatività. Con questo capolavoro i Led infatti portano a termine quella maturazione artistica iniziata da "III" e proseguita con "Houses of the Holy", arrivando a creare l'unico album doppio della loro discografia in cui sono sapientemente miscelati vari generi musicali, dall'hard rock fino al funky, passando per il blues e per sonorità orientaleggianti, con picchi di espressività e intensità veramente altissimi.

Album che si apre con "Custard Pie", un hard-rock dalle sonorità ruvide, per poi passare al rock più "pulito" di "The Rover", brano del '70, in cui Page piazza un riff dei suoi e uno dei suoi assoli di più perfetta costruzione. Segue "In My Time Of Dying", uno standard blues, a cui la batteria rovente di Bonham, il canto drammatico di Plant e la sadica chitarra di Page danno un'intensità emotiva spaventosa facendone un baluardo dei Led. Si continua con la smorfiosa "Houses Of The Holy", risalente al '73, con un pesantissimo brano funky, "Trampled Under Foot", con Jones che spicca alla tastiera e con Plant che canta le analogie tra la meccanica dell'automobile e l'atto sessuale, per arrivare all'apoteosi di "Physical Graffiti": "Kashmir". L'imponente batteria di Bonzo, il lento e maestoso riff di Page e di Jones, sempre alla tastiera, e il racconto di un viaggio epico di un Plant in grande forma, fanno di questo brano un viaggio mistico tra le sonorità orientali e gli danno un livello di espressività e di emotività altissimo.



Qualche immagine...















lunedì 26 febbraio 2024

Ricordando Danilo Rustici a tre anni dalla sua scomparsa

La scomparsa di Danilo è per me davvero un grande dolore. Danilo era per me come un fratello e anche di più. Tra noi due c’è sempre stato un legame affettivo e professionale che ha creato non solo questa fratellanza, ma anche un connubio artistico di grande valore. Gli Osanna sono nati grazie a noi due che con caparbietà, e controtendenza al periodo in cui i gruppi elaboravano solo cover del grande rock anglosassone, abbiamo gettato le basi per inventarci un nostro percorso originale, con brani scritti da noi con tematiche culturali e musicali di grande valore artistico”.

Lino Vairetti

Sono già passati tre anni (26 febbraio 2021) dalla scomparsa di Danilo Rustici, il geniale chitarrista degli Osanna.

Ha fatto parte anche degli “Uno” e dei “Nova” insieme al fratello Corrado.

Per non dimenticare!

Wazza

Osanna di Suddance 1977 - 78 - Fabrizio D'Angelo, Massimo Guarino, Enzo Petrone, Lino Vairetti, Danilo Rustici


Uno dei migliori chitarristi rock progressivi ci ha lasciato un anno fa: Danilo Rustici.

Un nome importante all’interno di una scena che fiorì fortemente in Italia e nel mondo, quella della musica progressive e hard rock. Rustici ne fu un riferimento, perché capace di fondere i due stili e, insieme agli Osanna, fu un pioniere di quello che venne chiamato “hard prog” e “progressive metal”!

Danilo e Lino Vairetti, portarono versatilità e distacco dagli stereotipi, unendo ciò che sembrava impossibile: la sottigliezza e l’aggressività all’identità sonora di Osanna.

UNO - LONDRA 1974 - MARZO 1974

I suoi riff di chitarra e la voce melodica e graffiante di Vairetti hanno permesso di costituire un capitolo a parte nella storia del rock italiano e mondiale.

Danilo Rustici ha lasciato un vuoto e la sua dipartita ha rappresentato una grande perdita per tutti gli amanti del rock, ma restano la sua musica, il suo lavoro, le sue creazioni… gli Osanna!







The Who in Italia nel febbraio 1967

Rarissima foto dei "Who" al Piper di Roma (26 febbraio 1967)

Quasi sconosciuti in Italia, nel febbraio del 1967 arrivano The Who, per la loro prima tournèe nella nostra penisola.
Presentati come i "Mods, giovani e ribelli", tengono quattro date, a partire da Torino - il 23 -concludendo al Piper di Roma il 26 febbraio.

Una vera forza della natura che sconvolge i presenti, non abituati a tanta energia.

Per la prima volta in Italia si parla di "Swinging London"!
... di tutto un Pop

Wazza



Queste le date...

        23-02-1967: Torino, Palasport
        24-02-1967: Bologna, Palsport
  25-02-1967: Milan, Palalido
26-02-1967: Rome, Palaeur





Ricordando l'entrata nel BANCO di Rodolfo Maltese, che oggi avrebbe compiuto gli anni


Oggi Rodolfo Maltese avrebbe compiuto gli anni.

Wazza lo ricorda con l'articolo di Ciao 2001 che testimoniava il passaggio di consegne con Marcello Todaro.

Buon compleanno Rudy!


 





domenica 25 febbraio 2024

Peter Gabriel: accadeva il 25 febbraio 1977

Veniva rilasciato il 25 febbraio 1977 il primo album solista di Peter Gabriel dopo l’uscita dai Genesis.

Album senza titolo, dai fans ribattezzato "Car", per via della Lancia Flavia usata da Storm Thorgerson per la copertina.

Il singolo “Solsbury Hill” entrò nella top 20 della classifica inglese.

Di tutto un Pop…

Wazza

Quando uscì il primo disco a suo nome, Peter Gabriel aveva appena compiuto 27 anni: accadde il 25 febbraio 1977. Ne aveva appena tra 20 e 24 quando pubblicò la manciata di dischi con cui i Genesis – la band di cui era cantante, leader e ispiratore principale – divennero celebri in tutto il mondo, e che sarebbero rimasti la base del loro culto futuro. Nel 1974 era uscito The lamb lies down on Broadway, il doppio concept album ritenuto la sintesi finale delle aspirazioni letterarie e teatrali di Gabriel con i Genesis: dopo il tour per promuoverlo, Gabriel aveva deciso che la band gli stava stretta e di lasciare che si arrangiassero senza di lui, e con il batterista Phil Collins promosso a cantante (loro peraltro erano anche un po’ stufi della sua ingombrante presenza e si arrangiarono piuttosto bene, con una carriera di enorme successo ancora per quasi due decenni).

Il simbolo più palese di un’inclinazione di Gabriel a far da solo e intorno a sé stesso è rimasta la scelta unica di dare ai suoi successivi primi quattro dischi da solo sempre lo stesso nome, “Peter Gabriel”, costringendo giornalisti e fans a rinominarli autonomamente citando i numeri da uno a quattro, o le immagini sulle copertine. Il primo, quello che uscì oggi quarant’anni fa, mostrava una foto di Gabriel dietro il lunotto coperto di pioggia di un’automobile (che era una Lancia Flavia posseduta da Storm Thogerson, celebre art director di molte leggendarie copertine di dischi rock). Dentro ci suonarono il chitarrista e polistrumentista dei King Crimson Robert Fripp e il bassista Tony Levin, che sarebbe diventato uno dei musicisti più fedeli nelle band successive di Gabriel. C’erano nove canzoni, piuttosto varie e discontinue, con arrangiamenti in parte discendenti da quelli di The lamb lies down on Broadway e in parte ancora più creativi, ricchi ed eclettici.

Tra le nove canzoni, due divennero dei classici del repertorio di Gabriel. La prima è “Solsbury Hill” che molte interpretazioni legano anche alla separazione dai Genesis.

Solsbury Hill” ebbe anche un notevole successo da classifica, arrivando tra le prime venti nelle classifiche britanniche, e venendo ripresa in diverse cover nei decenni successivi.

L’altro grande pezzo del disco è quello che chiudeva il lato B, e che Gabriel rifece e modificò spesso nel tempo, dicendosi insoddisfatto dell’arrangiamento della prima versione. Si chiama “Here comes the flood” e l’esplosione del refrain fu in effetti una delle cose che lo resero notevole, allora, mentre nelle versioni successive Gabriel lo ridimensionò a un andamento più omogeneo e quieto.