Compie gli anni oggi, 12 febbraio, Steve Hackett, chitarrista dei Genesis.
Non solo Genesis, ma anche una lunga e fortunata carriera da solista.
Happy Birthday Steve!
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
Compie gli anni oggi, 12 febbraio, Steve Hackett, chitarrista dei Genesis.
Non solo Genesis, ma anche una lunga e fortunata carriera da solista.
Happy Birthday Steve!
Wazza
RUNAWAY TOTEM
feat. ANDROMACA
“Metaphorm Tetraphirm”
Black Widow Records
Double CD + DVD
Commento di Andrea Pintelli
Un’altra dimensione. Cahal de Betel, alias Roberto Gottardi, deus ex machina dei Runaway Totem, insieme al gruppo Andromaca, ossia Antonella Suella (voce), Stefano Bertoli, Clara Luna, nel dicembre del 2023 in quel di Genova (precisamente all’abbazia di San Bernardino), tennero un concerto, o meglio una performance, durante il quale trasportarono gli astanti in un altro universo. Facile a dirsi, ma in realtà (e ovviamente) di difficilissima realizzazione. Vi riuscirono? Chi c’era giura di sì, basta guardare il dvd allegato a questo splendido doppio cd, pubblicato poco tempo fa dalla Black Widow Records (gloria sempre), intitolato Metaphorm Tetraphirm. Il titolo deriva da un’espressione latina che in italiano significa "la metafora delle quattro firme", dove per quattro firme si intendono le "elicoidi del DNA". Sono quattro elicoidi, e cioè otto filamenti di DNA, che vengono liberati per aprire degli "star gate" che portano a universi con densità diverse dal nostro. Trattasi di un viaggio spazio-temporale a base di musica elettronica psichedelica e progressiva, decisamente ispirata al krautrock più vicino a Tangerine Dream e Popol Vuh, che porta verso ambiti interstellari cosmici inesplorati. Suddiviso in due parti, ossia “Searching for a New Dimension” (prime sei tracce) e “On the Edge of Space and Time” (ultime cinque tracce), il portale si apre con In den Garten Pharaos: un epico sussurro che evoca giardini cosmici dimenticati, grazie a sonorità che si intrecciano come antichi geroglifici stellari, al fianco di entità ultraterrene. Con Future Days, grazie al tappeto di synth ideato, si è in un domani che forse non sarà mai. Speranza sospesa nella luccicanza dell’inimmaginabile. Father Cannot Yell è il silenzio che diventa voce: visita introspettiva dove ritmo e calma si rincorrono. È come dialogare con un padre cosmico che non grida, ma parla attraverso vibrazioni sottili. On the Run è accelerazione attraverso atmosfere sconosciute. Respirazioni elettroniche che fanno correre, mentre le corde del tempo si tendono e si rilassano in un’elegante fuga siderale. Stratosfear è espansione verso questo “nuovo” universo, ch’è ipnotico, profondo, estatico. Si avverte la gravità musicale che tiene sospesi, avvolti in un abbraccio di luce e ombra. Deutsch Nepal: zenit onirico del primo atto: visionario, un canto senza parole che scioglie i confini tra mente, memoria e infinito. La seconda parte si apre con Ritual Thanz, antico rito al crocevia dei mondi, pulsante, danzante: battito primordiale che abita gli universi. Indian Dream si apre lentamente come il fiore di una dimensione interiore, con le percussioni evocanti paesaggi interiori di trascendenze velate. Heliocentric Energy, con protagonisti voce soprano e theremin, è pura energia pura che pulsa nel cuore del cosmo, vivente come non mai. Mekanik Ritual oscilla tra trance e contemplazione, ove le geometrie musicali si intrecciano in danze siderali, rimandando a un ordine cosmico che è al tempo stesso meccanico e mistico. Tat l’Albero Cosmico cinge le anime: la musica si distende e ha rami che toccano tutte le direzioni dell’essere. Qui si percepisce la totalità del viaggio, in cui ogni nota è un seme, ogni pausa una porta aperta sulla vastità. In conclusione “Metaphorm Tetraphirm” è un’opera spirituale e futurista, è l’eco di mondi non ancora nati, il canto di stelle lontane, la poesia di un viaggio che non è solo uditivo, ma esistenziale. Abbracci diffusi.
Tracklist:
CD 1
PHASE 1 -SEARCHING FOR A NEW DIMENSION
IN DEN
GARTEN PHARAOS
FUTURE
DAYS
FATHER
CANNOT YELL
ON THE RUN
STRATOSFEAR
DEUTSCH NEPAL
CD 2
PHASE 2 - ON THE EDGE OF SPACE AND TIME
RITUAL
THANZ
INDIAN
DREAM
HELIOCENTRIC
ENERGY
MEKANIK RITUAL
TAT L’ALBERO COSMICO
DVD
PHASE 1 -SEARCHING FOR A NEW DIMENSION
IN DEN
GARTEN PHARAOS
FUTURE
DAYS
FATHER
CANNOT YELL
ON THE RUN
STRATOSFEAR
DEUTSCH
NEPAL
PHASE 2 - ON THE EDGE OF SPACE AND TIME
RITUAL
THANZ
INDIAN
DREAM
HELIOCENTRIC
ENERGY
MEKANIK RITUAL
TAT L’ALBERO COSMICO
Line-up:
RUNAWAY
TOTEM
Roberto
Gottardi / Cahal de Betel
Guitars,
synth guitar, synth Stellar, keys, Computers synth, Percussion, Theremin and
Vocals
ANDROMACA
Antonella Suella: Lead Vocals
Stefano Bertoli: Ableton Push3, Waldorf Iridium, Synclavier Regen,
Taiko, Gong, Singing Bowls
Clara Luna: Coreografie e danze
Phase I arranged by Roberto Gottardi
Phase II composed and arranged by Roberto Gottardi
Audio Recording, Engineering and Video Editing by stefano bertoli
Engineering and Audio Mastering by Roberto Gottardi
at the Totem Records Studio
Produced by Black Widow Records
Recorded at the Ex Abbazia San Bernardino, Genova,
Italy
IL LUNGO VIAGGIO – La
vita di Battiato al cinema
Di Riccardo Storti
C’è sempre molta attesa – tra critica e
pubblico – quando un biopic sta per uscire. Anzi, dirò di più: ci si apposta
come cecchini, pronti a scagliare il primo colpo, non appena si palesa la prima
incoerenza emersa tra realtà e finzione. E proprio su quel crinale, che è anche
una labilissima (nonché indefinita) linea di confine, ognuno dice la sua,
talvolta travisando alcuni aspetti fondamentali che si finisce per trascurare,
un po’ perché troppo presi dal giochetto enigmistico, un po’ perché si presume
di saperla lunga. Poi ci sono i social, centrali parolaie sempre aperte.
Non è di certo esente da questo trattamento Il lungo viaggio, pellicola di Renato De Maria, biopic su Franco Battiato, per l’occasione interpretato
dall’attore Dario Aita.
Accadde per varie fiction Rai (ricordiamo
quelle su Fabrizio De André, Rino Gaetano, Mia Martini, Franco Califano) e sta
accadendo per questa su Battiato, in prima visione nelle maggiori sale italiane
il 2, 3 e 4 febbraio 2026, per poi ritornare a marzo sul piccolo schermo in
prima serata (Rai Uno).
Visione piacevole, prodotto tutto sommato
onesto e rispettoso, ma, come spesso capita, in bilico tra punti di forza e
debolezze.
La forza? Nell’interpretazione: quella di
Dario Aita. La forza del vero attore che ha saputo trasformare Battiato in un personaggio
drammatico, se non addirittura, “drammaturgico”. Aita non somiglia a
Battiato, ma già dalle primissime sequenze in cui entra in scena (proprio come
su un palcoscenico), lo spettatore è preso dal personaggio su cui l’attore ha
svolto un profondo lavoro di scavo attraverso ogni intenzione (e intuizione)
gestuale, posturale, prossemica e verbale. Aita va oltre il meccanismo fisiognomico
e imitativo, o meglio, va oltre un meccanicismo attoriale, provando a ricreare
– e, secondo me, con successo – l’uomo Battiato, sotto la scorza del “fenomeno”
che via via viene camaleonticamente a galla, dallo strambo sperimentatore un
po’ velleitario all’eccentrico cantore pop scala-classifiche.
Una critica che si fa al film è quella di
avere accennato in maniera un po’ superficiale al percorso spirituale di
Battiato: tale dettaglio non emergerebbe in maniera chiara. Critica non campata
per aria, ma, siamo sinceri: non era facile scendere nell’ombra di stati
d’animo cangianti, intrisi di umana spiritualità, a cui Battiato ha abituato
quel nugolo di aficionado che lo hanno (da sempre) seguito al di là (e al di
qua) dei dischi.
Ebbene, per rendere tutto ciò (non evidente,
ma sfumato con sensibilità) non basta un attore qualunque, ci vuole uno che sappia,
uno che sia in grado di miscelare tecnica e passione, naturalmente guidato da
un’adeguata regia. E Dario Aita è stata la scelta giusta, non solo per l’ottimo
curriculum (valga il suo ruolo in Partenope di Sorrentino), bensì
soprattutto per una formazione di altissimo livello (quello della Scuola di
Recitazione del Teatro Stabile di Genova).
Sì, ci siamo emozionati, perché la cifra
empatica del dettato interpretativo era tale da realizzare una corrente
trasmissiva di “pelle d’oca” in tutta la sala. E oltre Aita, Simona Malato nel
ruolo della madre e Elena Radonicich, in quello della poetessa Fleur Jaeggy.
Appurato ciò, però, qua e là, non sempre la
sceneggiatura si è rivelata all’altezza di alcune aspettative. Sono parecchie
le invenzioni e le licenze realistiche che non trovano aderenza con la
biografia di Battiato, ma ci sta: idee messe lì alla stregua di funzioni
narrative capaci di intrattenere, se non anche di divertire e romanzare
una trama che potesse farsi ancora più accattivante. Ne cito una su tutte: il
primo incontro con Juri Camisasca, che avvenne durante il servizio militare.
Siamo agli inizi degli anni Settanta: come è possibile che i due, passandosi
una chitarra, improvvisino, presi dall’ispirazione, Nomadi e Stranizzi
d’amuri, che sarebbero state composte qualche lustro dopo?
Anche certi personaggi appaiono caricati, un
po’ sopra le righe, quasi più funzionali a un contesto particolare - penso alla
vis freak negli anni Settanta e a un certo arrivismo pop nella fabbrica dello
star system negli anni Ottanta – rispetto a quanto avrebbe previsto il dettato
biografico; ovviamente il contrasto tra quel mondo e l’universo di Battiato,
attraverso simile artificio, è risultato più forte ma mi chiedo se fosse
necessario.
Ne è valsa la pena? Ne è valso il piacere.
Dirò di più: si tratta di una fiction dotata comunque di equilibrio per quanto
riguarda i probabili destinatari. Il lungo viaggio può essere apprezzato
da chi è anche un profondo conoscitore dell’opera di Battiato, quindi uno
spettatore capace di apprezzare la dedizione con cui De Maria e i suoi si sono
prodigati a ricostruire una vicenda umana singolare con passione filologica e
poesia; al tempo stesso, chi poco o quasi nulla sa di Battiato – pensiamo alle
giovani generazioni – il film diventa una curiosa occasione per entrare in
quella storia e, magari, cogliere i segnali di vita lungo una discografia tra
le più eccentriche della musica italiana di tutti i tempi.
Il debutto romano della band di Peter
Hammill tra cronaca tecnica e accoglienza del pubblico
Il 9 febbraio 1972 rappresenta una data spartiacque
per la scena progressive in Italia, segnando l'arrivo dei Van der Graaf Generator sul palco del Piper Club di Roma. Nonostante all'epoca
la formazione britannica non godesse ancora di una fama consolidata a livello
internazionale, l'impatto con la realtà romana rivelò una sintonia immediata e
profonda. La rivista Ciao 2001 documentò l'evento descrivendo
un'atmosfera di rara partecipazione, dove la complessità armonica e le
strutture sghembe della band trovarono un terreno fertile in un pubblico
attento e preparato.
L'esibizione si distinse per una cifra stilistica che fondeva
l'oscurità dei testi di Peter Hammill con l'irruenza sonora del sassofono di
David Jackson, capace di manipolare lo strumento attraverso l'uso di
amplificatori e pedali, distaccandosi dai canoni del rock tradizionale. Questa
ricerca timbrica, unita all'assenza di una chitarra elettrica solista e alla
centralità dell'organo Hammond di Hugh Banton, conferì al concerto una densità
quasi cameristica, eppure carica di una tensione viscerale. La reazione dei
presenti non fu semplicemente legata alla novità del genere, ma a una
comprensione tecnica ed emotiva di un linguaggio musicale che altrove faticava
a imporsi.
Il successo di quella serata non rimase un episodio isolato,
ma diede inizio a un rapporto privilegiato tra il gruppo e l'Italia, nazione
che più di ogni altra ha saputo storicizzare e sostenere la loro carriera nel
corso dei decenni. Quello che nacque cinquant'anni fa al Piper si è trasformato
in una consuetudine culturale, alimentata dalla coerenza artistica della band e
dalla fedeltà di una base di ascoltatori che ha riconosciuto nella loro
proposta una forma d'arte rigorosa e lontana dalle logiche commerciali.
Wazza
Habelard2 – Crossfade
(Autoproduzione, 2026)
Tra echi di passato e orizzonti
sospesi
Di Luca Paoli
Il caso di Habelard2 continua
a incuriosirmi. Dietro questo nome si muove da anni Sergio Caleca,
polistrumentista milanese attivo sin dalla fine degli anni Settanta e con alle
spalle una lunga storia nel progressive italiano, anche grazie all’esperienza
con gli Ad Maiora, conclusa nel 2018. Crossfade,
pubblicato il 5 febbraio 2026, è il suo quattordicesimo lavoro e arriva come un
nuovo tassello coerente di un percorso personale, libero da mode e compromessi.
Registrato a Milano tra aprile e dicembre 2025, l’album è un
progetto totalmente autarchico: Caleca compone, arrangia, suona, mixa e cura
anche l’aspetto visivo, dalle fotografie alla grafica. Un controllo totale che
si riflette in un suono compatto, pensato nei dettagli, ma mai freddo. Il
titolo nasce da una vecchia fotografia scattata a Hyde Park nell’aprile del
1982, segnata da un’apparente dissolvenza all’inizio dovuta a un piccolo
problema della pellicola; quell’errore si trasforma in un’immagine suggestiva,
che riflette bene il disco: fatto di sovrapposizioni, transizioni delicate e
ricordi che tornano a galla.
Crossfade è interamente strumentale, composto da dieci brani che si muovono dentro
un progressive riflessivo, di quelli che non hanno fretta di stupire ma
preferiscono costruire atmosfere. Le tastiere hanno un ruolo centrale, ma non
sono mai tiranne: basso, chitarra e batteria programmata dialogano con
equilibrio, dando vita a paesaggi sonori luminosi, a tratti solari, sempre
attraversati da una vena nostalgica.
Seguendo l’andamento della tracklist, il disco alterna
momenti più distesi ad altri dal passo leggermente più dinamico. Crossfade
apre il lavoro con un incedere misurato, dove il mellotron accompagna le prime
atmosfere e definisce il tono di tutto l’album.
Change of Plans e Slow Food giocano su equilibri sottili, lasciando
respirare le melodie senza forzature. In Dashboard si percepisce una
pulsazione più nervosa, mentre In Overtaking e Abracadabra si
notano dettagli e colori che arricchiscono il tessuto sonoro.
In The Drones War affiora un’eco dei Genesis più
classici, soprattutto nel modo in cui le melodie si aprono e si richiudono con
eleganza. The Great Wonders e In The Old Farm offrono momenti più
intimi: la chitarra prende spazio e rivela il lato più lirico di Caleca, con
una scrittura attenta ai dettagli e alla forma-canzone. Chiude il disco The
Last Chord, lasciando che le idee si dissolvano lentamente e il silenzio
riprenda il suo spazio.
Nel complesso, Crossfade si inserisce con naturalezza
nella discografia di Sergio Caleca, rafforzando l’idea di una visione musicale
personale, coerente e mai urlata. È un lavoro che non ha fretta di arrivare al
punto, preferendo invece accompagnare l’ascoltatore passo dopo passo, lasciando
sedimentare suoni e atmosfere. I brani dialogano tra loro senza soluzione di
continuità, si sfiorano e si sovrappongono, per poi dissolversi lentamente,
come immagini che restano impresse anche quando il silenzio torna a farsi
spazio.