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mercoledì 29 luglio 2026
Led Zeppelin rapinati il 29 luglio del 1973
martedì 28 luglio 2026
Due notti a Pompei la comunità dei Marillion nell’Anfiteatro, di Angelo De Negri
Pompei secondo i Marillion
Di Angelo De Negri
Ci sono concerti che iniziano quando si spengono le luci e
altri che cominciano molto prima. Quello dei Marillion
all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei prende forma già nelle stazioni, sui
treni, lungo le strade della città. Alla stazione di Napoli compaiono i primi
fan olandesi; nel centro di Pompei le magliette della band diventano un codice
di riconoscimento immediato. Ci si saluta, si scambiano impressioni, si
stringono amicizie. Nei ristoranti, ai tavoli, si parlano lingue diverse ma si
aspetta lo stesso concerto.
Sabato 25 luglio va in scena la prima delle due serate dei Marillion inserite
nella terza edizione di B.O.P. – Beats of Pompeii, la rassegna che porta
la musica contemporanea all’interno del Parco Archeologico. La seconda data, domenica
26, viene aggiunta dopo che i biglietti per il primo appuntamento si
esauriscono in poco più di due minuti. Entrambe le serate richiamano un
pubblico internazionale: Steve Hogarth parlerà dal palco di fan
provenienti da cinquanta Paesi, mentre secondo i dati diffusi dagli
organizzatori circa l’ottanta per cento degli spettatori arriva dall’estero.
È un dato che aiuta a comprendere la natura dell’evento. Non
si tratta soltanto di una band britannica che suona in uno dei luoghi più
suggestivi del mondo, ma di una comunità che converge su Pompei per partecipare
a un momento percepito fin dall’inizio come storico.
Molti spettatori approfittano della giornata per visitare gli
scavi e osservare in anticipo il luogo del concerto. Davanti all’ingresso si
forma una lunga coda, che procede comunque in modo ordinato. I cancelli aprono
attorno alle 19.30, più tardi del previsto. Oltrepassarli produce però una
sensazione difficile da ridurre alla semplice emozione dell’ingresso in
un’arena.
Entrare nell’Anfiteatro significa entrare nella storia in
almeno tre modi differenti: in quella antica di Pompei, in quella della musica
e in quella dei Marillion, che con queste due date aggiungono una tappa
fondamentale alla propria vicenda artistica.
Nel corridoio che conduce alla galleria, una mostra
permanente ricorda il concerto dei Pink Floyd filmato nello stesso luogo nel
1971. Il riferimento è inevitabile, ma non serve costruire paragoni musicali
che avrebbero poco senso: i due eventi nascono da idee e condizioni
completamente diverse.
Nel film diretto da Adrian Maben, i Pink Floyd suonano
davanti a un anfiteatro vuoto, non esiste un pubblico, se non quello futuro
delle sale cinematografiche. Cinquantacinque anni dopo, i Marillion trovano
invece davanti a sé una comunità arrivata da cinquanta Paesi. Se nel 1971 il
vuoto diventa parte essenziale dell’immagine, nel 2026 è la presenza collettiva
a definire l’avvenimento.
Dalla galleria, esattamente di fronte al palco, si coglie
bene la costruzione visiva dello spettacolo. La distanza permette di osservare
il disegno complessivo delle luci, il loro movimento sui fumi scenografici e il
modo in cui l’impianto dialoga con lo spazio dell’Anfiteatro. L’architettura
non rimane un semplice fondale prestigioso: entra nella percezione del
concerto, ne modifica le proporzioni e amplifica la profondità delle immagini.
Lo spettacolo inizia alle 21.20 con Splintering Heart.
È un’apertura efficace, nella quale musica, luci e fumi costruiscono
immediatamente la tensione necessaria. La scelta successiva di Fantastic
Place sembra quasi pensata per il luogo: il titolo assume un significato
ulteriore e la canzone diventa una dichiarazione involontaria su ciò che
circonda il pubblico.
La scaletta non segue una logica antologica. I richiami alla
prima fase della storia del gruppo sono limitati a Kayleigh e Hotel
Hobbies. Una scelta coerente, il concerto non vuole celebrare
nostalgicamente gli anni Ottanta, ma raccontare ciò che i Marillion sono
diventati durante la lunga stagione con Steve Hogarth.
Il nuovo brano Ribbons and Lace conferma questa
volontà di guardare avanti. Accolto con interesse dal pubblico e impreziosito
dal lavoro chitarristico di Steve Rothery, mostra una band ancora impegnata
nella propria evoluzione musicale, dichiaratamente lontana dalle soluzioni più
immediate e dai facili accordi. I Marillion continuano a comporre musica che
chiede attenzione, che non cerca necessariamente di conquistare al primo
ascolto, ma invita a seguirne gli sviluppi, le variazioni e le sfumature.
È anche questa indisponibilità a vivere di rendita a spiegare
la durata del rapporto con il pubblico. L’appartenenza non nasce soltanto dai
ricordi, ma dalla possibilità di riconoscere una band ancora viva, curiosa e
capace di cambiare.
Steve Hogarth affronta la serata in condizioni vocali
eccellenti e con la consueta presenza scenica. Si muove sul palco come
cantante, attore e narratore, alternando teatralità, ironia e momenti di
raccoglimento. Ricorda il valore simbolico dell’Anfiteatro e sottolinea la
provenienza internazionale degli spettatori.
Prima di Seasons End introduce il tema ambientale con
un’ironia amara. Parla del Niño, del progressivo riscaldamento dell’Oceano
Pacifico e della facilità con cui fenomeni sempre più inquietanti vengono
accolti quasi con soddisfazione, senza prestare attenzione a ciò che stanno
annunciando.
Pubblicata nel 1989, Seasons End non sembra
appartenere al passato. Il cambiamento climatico evocato dal brano è diventato
una realtà ancora più evidente e, in un luogo segnato per sempre dalla potenza
della natura, le parole acquistano un peso particolare. A questa dimensione
collettiva si aggiunge quella privata, alcune canzoni attraversano gli anni
insieme a chi le ascolta e finiscono per custodire ricordi personali che
tornano a emergere a ogni esecuzione.
La prima parte dello spettacolo trova il proprio fulcro
nell’esecuzione integrale di Care, la suite conclusiva di An Hour
Before It’s Dark, suddivisa in Maintenance Drugs, An Hour Before
It’s Dark, Every Cell e Angels on Earth.
Hogarth la introduce ricordando un video che Davide Costa,
presidente del fan club italiano The Web Italy, gli invia durante il lockdown.
Le immagini mostrano una Venezia deserta, abitata quasi soltanto dai piccioni,
una città sospesa, privata improvvisamente delle persone che normalmente la
percorrono.
Da quella visione si apre una riflessione sulla fragilità,
sulla malattia e sulla cura. Care, non racconta soltanto la paura della
fine, ma la capacità di riconoscere gli “angeli sulla Terra” nelle persone che
assistono, accompagnano e rimangono accanto agli altri. Il passaggio conclusivo
verso Angels on Earth possiede tutta la forza emotiva prevista e chiude
la prima parte dello show con uno dei momenti più intensi della serata.
La band offre una prova tecnicamente solidissima. Mark Kelly
costruisce con le sue tastiere l’ossatura armonica e atmosferica dei brani.
Pete Trewavas e Ian Mosley formano una sezione ritmica precisa ma mai rigida:
il basso si muove continuamente dentro gli arrangiamenti, mentre la batteria
mantiene potenza, misura e riconoscibilità.
Mosley è affiancato da Andy Gangadeen, batterista e
percussionista britannico considerato uno dei pionieri della batteria ibrida,
capace di integrare strumenti acustici ed elettronici. Con una lunga esperienza
tra rock, pop e dance e collaborazioni con artisti come Chase & Status,
Labrinth e Rudimental, Gangadeen aggiunge nuove sfumature alla componente
ritmica senza alterare gli equilibri consolidati del gruppo.
Steve Rothery conferma ancora una volta la propria cifra, non
cerca l’esibizione tecnica fine a sé stessa, ma costruisce assoli nei quali
ogni nota sembra avere un peso emotivo preciso. Da The Crow and the
Nightingale a Easter, la sua chitarra interviene nei punti decisivi
e porta i brani verso il loro culmine. Durante Out of This World alcuni
problemi tecnici interrompono parzialmente la continuità del suo suono, ma non
compromettono la tenuta complessiva dell’esecuzione.
Nella seconda parte del concerto salgono sul palco otto
elementi dei Flowing Chords, formazione scelta all’interno
dell’orchestra vocale romana composta complessivamente da circa trentacinque
coristi e diretta da Margherita Flore.
Il loro contributo non si limita a creare una cornice
solenne. Le voci entrano negli arrangiamenti con equilibrio, rispettano la
struttura dei brani e ne aumentano progressivamente la forza emotiva. La
presenza del coro risulta particolarmente efficace in The Space…, dove
l’interpretazione di Hogarth trova una dimensione ancora più ampia. Le voci
sembrano estendere la musica oltre il palco e distribuirla nello spazio
dell’Anfiteatro.
Nato come progetto corale aperto a linguaggi differenti, Flowing
Chords attraversa cantautorato, pop contemporaneo, soul e rhythm and blues. A
Pompei questa esperienza viene messa al servizio della musica dei Marillion
senza sovrapposizioni, il coro non copre la band e non trasforma i brani, ma ne
fa emergere alcune tensioni già presenti.
Lo show procede come un lungo crescendo. The Space… è
uno dei vertici della serata per la prova di Hogarth e per l’ingresso del coro.
The Crow and the Nightingale conferma la profondità del repertorio più
recente, mentre Easter, sostenuta da uno degli assoli più riconoscibili e
intensi di Rothery, continua a sottrarsi alla dimensione del semplice classico
da repertorio.
Dopo Lucky Man, Out of This World e Living
in F E A R, il finale di Go! coinvolge direttamente il pubblico. Ma
il vero compimento arriva con Man of a Thousand Faces. “This one is
for Caligula”, così Hogarth introduce il brano, riportando ancora una volta
l’immaginario romano dentro il concerto. La canzone cresce insieme al coro e
agli spettatori fino a cancellare la separazione tra palco e gradinate.
La band e gli otto coristi si congedano insieme, dando
appuntamento alla sera successiva. Dagli altoparlanti arriva Life’s Been Good
di Joe Walsh, mentre il pubblico comincia lentamente a lasciare l’Anfiteatro.
Il pensiero più immediato è anche il più semplice: peccato che sia già finita.
Quando il pubblico lascia l’Anfiteatro, la sensazione non è
soltanto quella di avere assistito a un concerto musicalmente riuscito. La
qualità dell’esecuzione, la voce di Hogarth, gli assoli di Rothery, la
compattezza della band, il contributo di Gangadeen e dei Flowing Chords
costituiscono elementi fondamentali, ma non spiegano fino in fondo ciò che
avviene a Pompei.
Il significato delle due serate risiede anche nell’incontro
tra un luogo carico di memoria e una comunità internazionale che continua a
riconoscersi nella musica dei Marillion. Una comunità che viaggia, riempie le
strade della città, si saluta senza conoscersi e canta insieme dentro un
anfiteatro antico.
Le pietre sono le stesse dei Pink Floyd. Questa volta, però,
ad ascoltare c’è un’intera famiglia.
Marillion – Pompei, 25 luglio 2026
1.
Splintering Heart
2.
Fantastic Place
3.
You’re Gone
4.
Ribbons and Lace
5.
Kayleigh
6.
Hotel Hobbies
7.
Afraid of Sunlight
8.
Seasons End
9.
Care (I): Maintenance Drugs
10. Care (II): An Hour Before It’s Dark
11. Care (III): Every Cell
12. Care (IV): Angels on Earth
Primo bis –
con i Flowing Chords
13.
The Space…
14.
The Crow and the Nightingale
15.
Easter
16.
Lucky Man
17.
Out of This World
18.
Living in F E A R
19.
Go!
Secondo bis –
con i Flowing Chords
20.
Man of a Thousand Faces
La seconda notte
Marillion – Pompei, 26 luglio 2026
Domenica 26 luglio i Marillion tornano sullo stesso palco per
la seconda serata di Beats of Pompeii. L’architettura dello spettacolo rimane
sostanzialmente invariata, ma la band introduce alcune differenze significative
nella scaletta. You’re Gone e Fantastic Place invertono la loro
posizione iniziale; escono Kayleigh e Afraid of Sunlight, mentre
entra Sugar Mice, accolta sotto la pioggia come uno dei richiami più
importanti al repertorio del passato. Il finale cambia ancora: dopo Man of a
Thousand Faces, la band torna per un ultimo bis affidato a Mad e The
Great Escape, due brani tratti da Brave. Le due date non sono quindi
repliche perfettamente sovrapponibili, ma parti della stessa produzione,
costruita anche attraverso variazioni che potranno offrire materiale differente
per la futura pubblicazione.
Marillion – Pompei, 26 luglio 2026
1.
Splintering Heart
2.
You’re Gone
3.
Fantastic Place
4.
Hotel Hobbies
5.
Sugar Mice
6.
Ribbons and Lace
7.
Seasons End
8.
Care (I): Maintenance Drugs
9. Care
(II): An Hour Before It’s Dark
10.
Care (III): Every Cell
11.
Care (IV): Angels on Earth
Primo bis –
con i Flowing Chords
12. The Space…
13. The Crow and the Nightingale
14. Easter
15. Lucky Man
16. Out of This World
17. Living in F E A R
18. Go!
19. Man of a Thousand Faces
Bis finale
20. Mad
21. The Great Escape
lunedì 27 luglio 2026
Band on the Run: era il 27 luglio 1974 quando...
Caratterizzato da una
"special guests" copertina, oltre ai coniugi McCartney comprendeva:
Michael Parkinson (giornalista), Kenny Lynch (attore, comico e cantante), James Coburn (attore), Clement Freud (rubricista, chef, narratore, parlamentare, e pronipote di Sigmund Freud), Christopher Lee (attore) e John Conteh (pugile originario di Liverpool, in seguito diventato campione mondiale dei pesi leggeri).
Wazza
Club Tenco: accadeva il 27 luglio del 1974
Si concludeva il 27 luglio 1974
la prima edizione del “Premio Tenco Rassegna della
Canzone d’Autore”, una specie di “Contro Sanremo”.
Negli diverrà uno dei più importanti
riconoscimenti musicali.
Come usuale non mancarono le
contestazioni.
A seguire l’elenco dei vincitori della prima edizione.
Di tutto un Pop…
Wazza
ARTISTI STRANIERI
Léo Ferré
PREMIO TENCO
Il Premio Tenco è il massimo
riconoscimento del Club Tenco, attribuito alla carriera di artisti (soprattutto
internazionali) dal comitato direttivo del Club, a differenza delle Targhe
Tenco, assegnate invece da una nutrita giuria di giornalisti ai migliori dischi
italiani della stagione.
I Premi Tenco possono essere
assegnati ad artisti che si sono espressi particolarmente nella canzone
d’autore, ovvero a personalità che hanno svolto un ruolo preminentemente come
operatori culturali nello stesso ambito.
PREMIO TENCO CANTAUTORE
Léo Ferré
Sergio Endrigo
Giorgio Gaber
Domenico Modugno
Gino Paoli
PREMIO OPERATORE CULTURALE
Nanni Ricordi
Roberto Vecchioni, Gianni Siviero, al
centro, Amilcare Rambaldi
domenica 26 luglio 2026
Compie gli anni Pino Sinnone
Oggi, 26 luglio 2026, ricorre il compleanno di Pino Sinnone, lo storico batterista dei The Trip, una delle band più innovative del progressive
rock italiano degli anni '70.
Pino è stato l'anima ritmica di un gruppo che ha saputo
mescolare sapientemente rock, psichedelia e sfumature jazz, creando un sound
unico e riconoscibile sintetizzato nel termine “prog”. La sua partecipazione
discografica riguarda i primi due album, seminali, The Trip
(1970) e il leggendario Caronte (1971), dischi che hanno segnato
un'epoca e continuano a influenzare generazioni di musicisti.
Nonostante la sua partenza dalla band nel 1972
(sostituito da Furio Chirico), Pino ha sempre mantenuto un legame profondo con
la musica e lo spirito del gruppo.
Negli ultimi anni, ha dimostrato ancora una volta la sua
indomita passione, riformando i The Trip, nel 2015, portando avanti la loro
eredità musicale con nuovi progetti nel nome di Joe Vescovi e Wegg
Andersen.
Tanti auguri, Pino!
sabato 25 luglio 2026
Il debutto di CSN&Y
Per la storia, il 25 luglio 1969 coincide con il debutto di C.S.N.&Y.





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