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lunedì 30 marzo 2026

RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti


1956 – 22 marzo. Mentre si dirigeva a un’apparizione al The Perry Como Show, Carl Perkins riportò la frattura della clavicola e una commozione cerebrale a causa di un incidente automobilistico. Il fatto accadde appena fuori Dover, nel Delaware: una Chrysler Imperial a otto posti, prestata a Perkins, si schiantò contro il retro di un pickup, guidato da un agricoltore. Tutta colpa del manager, Dick Stuart, si era addormentato al volante. 

Il sinistro causò anche la morte del povero agricoltore; feriti in maniera pesante anche Carl Perkins e il fratello Jay, che morì due anni più tardi a seguito dei postumi legati allo scontro stradale. Questo episodio segnò profondamente la carriera di Perkins che, nei primi mesi del 1956, aveva già raggiunto ampia popolarità con Blue Suede Shoes: durante la convalescenza a Jackson, nel Tennessee, Perkins assistette dal letto d’ospedale, il 3 aprile 1956, all’esibizione di Elvis Presley con la sua Blue Suede Shoes al The Milton Berle Show, uno dei numerosi passaggi televisivi che contribuirono a consolidare lo status leggendario della canzone (ma il cui destino, però, legò la propria identità alla carriera di Presley).

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1966 – “More popular than Jesus". Se ne uscì così John Lennon nel corso di un’intervista al rotocalco londinese “Evening Standard” il 4 marzo 1966. In soldoni, queste le sue parole: “Il cristianesimo se ne andrà. Sparirà e si ridurrà. Non ho bisogno di discuterne; ho ragione e sarà dimostrato che ho ragione. Ora siamo più popolari di Gesù; non so cosa scomparirà prima – il rock ’n’ roll o il cristianesimo. Gesù andava bene, ma i suoi discepoli erano ottusi e ordinari. Sono loro, distorcendolo, a rovinarlo per me.” 

Apriti cielo: in USA folle di ex fan arriveranno a mettere al rogo i baronetti, per fortuna solo simbolicamente attraverso falò di vinili (bella furbata: chissà quanto varrebbero oggi quei dischi!), stazioni locali mettono al bando le loro hit e inquietanti membri del KKK si prodigheranno ad allestire picchetti durante i live dei Fab Four. L’11 agosto dello stesso anno i Beatles a Chicago si vedranno costretti a tenere una conferenza stampa durante la quale Lennon si scuserà e il caso verrà definitivamente chiuso.

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1976 – 14 marzo. Ultimo capitolo della trilogia di Lucio Dalla con il poeta Roberto Roversi: dopo Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa, esce Automobili, probabilmente l’album più riuscito del cantautore felsineo, per quanto riguarda la collaborazione con l’intellettuale bolognese; un concept album dedicato al mezzo di trasporto che ha rivoluzionato la vita dell’uomo. Non manca la vena impegnata (Lettera all’avvocato), qualche ritratto memorabile (Nuvolari), un focus sull’alienazione tra le strade (Ingorgo), una visione proto-ambientalista del futuro (Il moto del 2000) e un finale tra tenerezza e desolazione in cui l’amore si può trovare tra i rottami di uno sfasciacarrozze (Due ragazzi).

L’apice è la microsuite Millemiglia, suddivisa in due parti, tra narrazione epica e storia, in cui il Dalla musicista dissemina la composizione di alterazioni jazzistiche e melodie folk. Il disco sarà all’origine di uno spettacolo RAI intitolato Il futuro dell’automobile e altre storie, che venne trasmesso sul secondo canale da febbraio a marzo del 1977 (tutte le puntate su RaiPlay).

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1986 – Da un Lucio all’altro ovvero Battisti. Quello degli anni Ottanta vede la famosa (per alcuni “famigerata”) svolta da Mogol a Pasquale Panella, autore tanto prolifico, quanto particolare, nonché diametralmente opposto, per temi e scrittura, a Giulio Rapetti. Don Giovanni esce il 24 marzo ed è il secondo lavoro del binomio Battisti – Panella, infatti la prima uscita E già risale al 1982. All’epoca i fan di Battisti rimasero abbastanza sconvolti, pertanto, alla pubblicazione di Don Giovanni parecchi avevano deciso di non seguirlo più. Solo a distanza di decenni ci si è resi conto che coraggio e una certa visione avveniristica pagano a livello critico, tanto che lo stesso Don Giovanni resta probabilmente il frutto più compiuto della collaborazione con Panella. In questo caso la musica venne scritta prima e su quella il paroliere vergò i suoi versi su metriche fortemente irregolari; le liriche scorrono su un portato timbrico prevalentemente elettronico, con qualche coloritura acustica data dagli archi e dai fiati. 

Battisti, a tratti, sembra essere ritornato a certe intuizioni melodiche del passato (Le cose che pensano, Fatti un pianto, la title track e Il diluvio) e, per il resto, il sound pop si sposa bene con il mainstream ma secondo soluzioni armoniche per nulla scontate: Il doppio del gioco e Madre pennuta potrebbero ha punti di contemporaneità stilistica con i Talk Talk e Peter Gabriel; inoltre emergono atmosfere soul-fusion nella ritmica di Equivoci amici e negli arrangiamenti Philly Sound di Che vita ha fatto. Un altro bel disco degli anni Ottanta, da riascoltare senza pregiudizi (sarà, ma per vena sperimentale qui si avverte l’entusiasmo di Anima latina). 

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1996 – Reduci del secondo posto a Sanremo con La terra dei cachi, il 28 marzo 1996 Elio e le Storie Tese danno alle stampe uno dei loro dischi più riusciti, Eat the Phikis. Ogni lavoro degli Elii è sempre un prodotto assai curato, quindi, anche lì, andare a scegliere il “The best of…” è sempre impresa peregrina. 

Ferma l’impostazione zappiana di testi surreali ed eclettismo musicale, colpisce come sempre la girandola stilistica che porta la band a spaziare con disinvoltura dal pop (Burattino senza fichi) al soul (T.V.U.M.D.B.), dal drum’n’bass (Lo stato A Lo stato B) al punk-metal (Omosessualità), dal folk cubano (El pube) a quello romanesco (Li immortacci), dal funky (Mio cuggino) al musical (First Me Second Me) fino al progressive nelle varianti più singolari (la fusion di Milza e la psichedelia di Tapparella, con citazioni da Area e PFM). Tra i credit James Taylor, Vinnie Colaiuta, Giorgia, Edoardo Vianello, Peppe Vessicchio, Enrico Ruggieri, i Tenores di Neoneli e Rolando ovvero Aldo Baglio con un gustosissimo monologo in Mio cuggino. 

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lunedì 9 febbraio 2026

IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema, di Riccardo Storti

 


IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema

Di Riccardo Storti

 

C’è sempre molta attesa – tra critica e pubblico – quando un biopic sta per uscire. Anzi, dirò di più: ci si apposta come cecchini, pronti a scagliare il primo colpo, non appena si palesa la prima incoerenza emersa tra realtà e finzione. E proprio su quel crinale, che è anche una labilissima (nonché indefinita) linea di confine, ognuno dice la sua, talvolta travisando alcuni aspetti fondamentali che si finisce per trascurare, un po’ perché troppo presi dal giochetto enigmistico, un po’ perché si presume di saperla lunga. Poi ci sono i social, centrali parolaie sempre aperte.

Non è di certo esente da questo trattamento Il lungo viaggio, pellicola di Renato De Maria, biopic su Franco Battiato, per l’occasione interpretato dall’attore Dario Aita.

Accadde per varie fiction Rai (ricordiamo quelle su Fabrizio De André, Rino Gaetano, Mia Martini, Franco Califano) e sta accadendo per questa su Battiato, in prima visione nelle maggiori sale italiane il 2, 3 e 4 febbraio 2026, per poi ritornare a marzo sul piccolo schermo in prima serata (Rai Uno).

Visione piacevole, prodotto tutto sommato onesto e rispettoso, ma, come spesso capita, in bilico tra punti di forza e debolezze.

La forza? Nell’interpretazione: quella di Dario Aita. La forza del vero attore che ha saputo trasformare Battiato in un personaggio drammatico, se non addirittura, “drammaturgico”. Aita non somiglia a Battiato, ma già dalle primissime sequenze in cui entra in scena (proprio come su un palcoscenico), lo spettatore è preso dal personaggio su cui l’attore ha svolto un profondo lavoro di scavo attraverso ogni intenzione (e intuizione) gestuale, posturale, prossemica e verbale. Aita va oltre il meccanismo fisiognomico e imitativo, o meglio, va oltre un meccanicismo attoriale, provando a ricreare – e, secondo me, con successo – l’uomo Battiato, sotto la scorza del “fenomeno” che via via viene camaleonticamente a galla, dallo strambo sperimentatore un po’ velleitario all’eccentrico cantore pop scala-classifiche.

Una critica che si fa al film è quella di avere accennato in maniera un po’ superficiale al percorso spirituale di Battiato: tale dettaglio non emergerebbe in maniera chiara. Critica non campata per aria, ma, siamo sinceri: non era facile scendere nell’ombra di stati d’animo cangianti, intrisi di umana spiritualità, a cui Battiato ha abituato quel nugolo di aficionado che lo hanno (da sempre) seguito al di là (e al di qua) dei dischi.

Ebbene, per rendere tutto ciò (non evidente, ma sfumato con sensibilità) non basta un attore qualunque, ci vuole uno che sappia, uno che sia in grado di miscelare tecnica e passione, naturalmente guidato da un’adeguata regia. E Dario Aita è stata la scelta giusta, non solo per l’ottimo curriculum (valga il suo ruolo in Partenope di Sorrentino), bensì soprattutto per una formazione di altissimo livello (quello della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova).

Sì, ci siamo emozionati, perché la cifra empatica del dettato interpretativo era tale da realizzare una corrente trasmissiva di “pelle d’oca” in tutta la sala. E oltre Aita, Simona Malato nel ruolo della madre e Elena Radonicich, in quello della poetessa Fleur Jaeggy.

Appurato ciò, però, qua e là, non sempre la sceneggiatura si è rivelata all’altezza di alcune aspettative. Sono parecchie le invenzioni e le licenze realistiche che non trovano aderenza con la biografia di Battiato, ma ci sta: idee messe lì alla stregua di funzioni narrative capaci di intrattenere, se non anche di divertire e romanzare una trama che potesse farsi ancora più accattivante. Ne cito una su tutte: il primo incontro con Juri Camisasca, che avvenne durante il servizio militare. Siamo agli inizi degli anni Settanta: come è possibile che i due, passandosi una chitarra, improvvisino, presi dall’ispirazione, Nomadi e Stranizzi d’amuri, che sarebbero state composte qualche lustro dopo?

Anche certi personaggi appaiono caricati, un po’ sopra le righe, quasi più funzionali a un contesto particolare - penso alla vis freak negli anni Settanta e a un certo arrivismo pop nella fabbrica dello star system negli anni Ottanta – rispetto a quanto avrebbe previsto il dettato biografico; ovviamente il contrasto tra quel mondo e l’universo di Battiato, attraverso simile artificio, è risultato più forte ma mi chiedo se fosse necessario.

Ne è valsa la pena? Ne è valso il piacere. Dirò di più: si tratta di una fiction dotata comunque di equilibrio per quanto riguarda i probabili destinatari. Il lungo viaggio può essere apprezzato da chi è anche un profondo conoscitore dell’opera di Battiato, quindi uno spettatore capace di apprezzare la dedizione con cui De Maria e i suoi si sono prodigati a ricostruire una vicenda umana singolare con passione filologica e poesia; al tempo stesso, chi poco o quasi nulla sa di Battiato – pensiamo alle giovani generazioni – il film diventa una curiosa occasione per entrare in quella storia e, magari, cogliere i segnali di vita lungo una discografia tra le più eccentriche della musica italiana di tutti i tempi.







martedì 27 maggio 2025

RocKalendario del secolo scorso-Maggio, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Maggio

Di Riccardo Storti

 

1955 – Per la prima volta in cima alla prestigiosa classifica Billboard R&B Chart: lui si chiama Ray Charles e la sua hit I Got a Woman, una sorta di blues al passo ritmico del country, insomma una buona miscela che possa piacere al tanto variegato, quanto diviso, popolo giovanile americano. È il 7 maggio del 1955 e questa canzone ne ha fatto di strada: incisa nel novembre del 1954 presso gli studi dell’Atlantic di Atlanta, con l’inizio del nuovo anno il brano cominciò a scalare l’hit parade, conquistando la vetta dopo cinque mesi. Pezzo forte della playlist di Charles, il cantante la stava rodando da più di un anno durante le sue apparizioni live. Dopo di lui, coverizzarono I Got a Woman Elvis Presley, i Beatles e il francese Johnny Hallyday.   

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1965 – Come nasce una canzone e che canzone. Qui parliamo di Satisfaction dei Rolling Stones: quel riff – che rivoluzionò irrimediabilmente la storia del rock – pare sia nato in circostanze piuttosto nebulose. Keith Richards registrò una versione grezza del riff su un registratore a cassette Philips. Non aveva idea di averla scritta o meglio… diciamo che si fosse dimenticato parecchi dettagli della serata precedente. Poi, la mattina successiva, ascoltando la registrazione, si accorse che c'erano circa due minuti di chitarra acustica, poi si sentiva cadere il plettro e quaranta minuti di un inedito Richards roncopatico. Insomma, quando si dice cadere tra le braccia di Morfeo (una “camomilla” troppo forte?). Sulla location di questo episodio, esistono diverse versioni: una stanza d’albergo al Fort Harrison Hotel a Clearwater in Florida, oppure una casa a Chelsea o il London Hilton, benché Richards insista sul fatto che l’epifania sonora avvenne nel suo appartamento di Carlton Hill, a St. John's Wood. Comunque sia andata, una data e un luogo certi ci sono per quanto concerne la prima incisione di Satisfaction: era il 10 maggio del 1965 presso i Chess Studios di Chicago.

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1975 – 18 maggio 1975 esce in edicola il n. 18 di “Ciao 2001” e in copertina c’è Rick Wakeman; sfogliando, però, il nostro occhio viene catturato a pagina 43 da una novità discografica che si riferisce all’esplosivo esordio dei Napoli Centrale (la recensione al disco era di Giorgio Rivieccio). Siamo nella Napoli di metà anni Settanta tra la pausa degli Osanna e la “nascita” musicale di Pino Daniele; in mezzo i Napoli Centrale sono quasi un ideale elemento di continuità che, a dire il vero, parte da molto lontano. I due fondatori James Senese e Franco Del Prete provengono dagli Showmen (che tanto successo ebbero alla fine degli anni Sessanta), mentre l’inglese Tony Walmsley e l’americano Mark Harris arrivavano da Il Rovescio della Medaglia (senza essere peraltro mai entrati in studio). L’album omonimo, pubblicato da Ricordi, è una mirabile fusione di verità etnofoniche partenopee e jazz-rock d’oltreoceano; la loro Napoli non è quella che esce dalle cartoline ma è un’occasione di denuncia sociale e civile, quasi in sintonia con un altro lavoro coevo ovvero El Tor dei Città Frontale (spin-off degli Osanna).

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1985 – I Dire Straits il 17 maggio pubblicano il loro quinto album in studio, Brothers in Arms. L’album riscuote un enorme successo, in parte grazie all’eccezionale qualità del suono; causa di ciò il fatto che è stato registrato interamente in formato digitale, anziché con il tradizionale nastro magnetico analogico. Per tale motivo l’album incentiva gli appassionati di musica a compiere un salto tecnologico dal vinile al compact disc, visto che Brothers in Arms sarà il primo album a vendere più copie su CD rispetto a quelle su disco. Non solo: diverrà l’album più venduto degli anni ’80 nel Regno Unito.

Al di là dell’appeal tecnologico, Brothers in Arms reca in sé una serie di successi tali da incrementare la popolarità della band di Mark Knopfler: pensiamo a Money for Nothing (con Sting), So Far Away, Walk of Life oltre alla title track. Sul solco delle innovazioni, merita menzione pure il videoclip di Money for Nothing, uno dei primi realizzati con grafica animata computerizzata (CGI).

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1995 – Esce Stanley Road, terzo album di Paul Weller, e, in quattro e quattro otto, l’opera arriva al vertice della classifica britannica degli album più venduti. Al di là del consenso “pop”, la qualità compositiva di Weller si avverte canzone dopo canzone: sa fondere con sintesi i suoi due amori primigeni (il rock e il soul), guarda alla tradizione però anche alla contemporaneità e ciò è provato dagli ospiti (c’è Steve Winwood, ma pure Liam Gallagher degli Oasis). Spunti vintage ben evidenti sulla copertina, il cui collage è opera di Peter Blake, uno dei designer che stavano dietro all’artwork di Sergeant Pepper dei Beatles. Tra le canzoni, svettano l’hit The Changingman con quel riff arpeggiato all’inizio così simile a quello di 10538 Overture degli ELO, la smagliante black song Broken Stones e la suggestiva ballad da pelle d’oca You Do Something to Me.

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martedì 1 aprile 2025

RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti

 

1955 – 15 marzo. Fats Domino registra Ain't It A Shame, che raggiungerà la vetta della classifica R&B di Billboard e arriverà al decimo posto nella Top 100 a luglio. Vendendo un milione di copie, la canzone è stata classificata al numero 438 nella lista delle 500 Greatest Songs of All Time della rivista Rolling Stone

Nello stesso mese, la versione di Pat Boone si piazzerà il primo posto nella chart Pop. Quanto sia stata importante questa canzone per le generazioni successive, lo racconta la serie di cover che sono state eseguite dai Cheap Trick a Paul McCartney. Da New Orleans al mondo! 

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1965 – Gara all’interno della prestigiosissima etichetta Motown di Detroit. Nella scalata delle classifiche americane se la giocano due ensemble vocali ormai famosissime: da un lato The Temptations, guidati dalla voce maestra di David Ruffin, dall’altro The Supremes di Diana Ross, da alcuni critici battezzate come le Beatles in gonnella, visto che, da quando è arrivata la British Invasion, costoro sono le uniche a tenere testa ai successi dei Fab Four. 

È il 6 marzo quando My Girl – firmata da Smokey Robinson - giunge al vertice dell’hit parade statunitense grazie all’interpretazione dei Temptations; trascorrono due settimane e le Supremes rispondono con Stop! In the Name of Love: nel giro di una settimana (27 marzo) la canzone raggiungerà il primo posto della Billboard Pop Chart. Ad onore di entrambi i gruppi, ecco una loro performance comune, registrata durante l’Ed Sullivan Show il 19 novembre 1967.

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1975 – E Jeff Beck ci mise la faccia, anzi il nome e poi la chitarra. Il 29 marzo esce Blow by Blow, il primo album solista di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Siamo ormai nella seconda metà del 1974, quando l’esperienza con Bogert e Appice giunge al capolinea; per non perdere smalto, a dicembre Beck fa pure qualche jam con gli Stones ma, nonostante l’amicizia, non scatta la scintilla. Gli appunti non mancano, così fa ascoltare un bel po’ di provini (tutti strumentali) a George Martin che, subito convinto dal valore dei pezzi, non esita a produrre un vero e proprio capolavoro. 

Un album che va dal rock al blues per toccare a piene mani funky, fusion e jazz con tanto di un importante cameo, quello di Stevie Wonder che darà a Beck due canzoni (Cause We've Ended as Lovers e Theolonius, in cui suona il clavinet). Altre uscite del mese: l’album inglese del Banco, Profondo Rosso (Goblin), Un biglietto del tram (Stormy Six), The Rotters' Club (Hatfield and the North), la colonna sonora di Tommy, Bundles (Soft Machine) e Young Americans (David Bowie). 

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1985The Power Station ovvero quando un gruppo di successo vuole distrarsi un po’. E questo gruppo di successo sono i Duran Duran. Due di loro – il bassista e il chitarrista (rispettivamente John e Andy Taylor) – decidono di dare vita ad una band con un batterista da paura, Tony Thompson degli Chic. Lo scopo è quello di utilizzare un bel po’ di canzoni extra-Duran per un disco ambizioso. L’idea, infatti, era quella di fornire la base musicale per un album composto da brani con un cantante diverso per ogni traccia; tra gli artisti contattati c'erano Mick Jagger, Billy Idol, Mars Williams, Richard Butler e Mick Ronson.

 Il gruppo invitò poi quella vecchia lenza di Robert Palmer (eccezionale interprete soul) a registrare la voce per il brano Communication; quando Palmer scoprì che avevano registrato le demo di Get It On (Bang a Gong) dei T. Rex, chiese di provare a cantarla. Alla fine della giornata, la band capì di aver trovato quella chimica speciale che distingue i gruppi di successo, così decisero di registrare l'intero album con Palmer. E fu un LP di notevole fattura (uscito il 25 marzo), dominato da note funky rock; peccato che, poi, in occasione del tour promozionale, Palmer li mollò per dedicarsi al proprio album solista, lasciando il posto a Michael Des Barres (con cui la band si esibì in occasione del Live Aid a Philadelphia).

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1995 – 13 marzo: i Radiohead pubblicano The Bends ed è la svolta. Si affievoliscono le sonorità più ruvide del precedente Pablo Honey in nome di composizioni più raffinate, pur in una visione sempre radicalmente “alternative”. Una delle principali innovazioni di questo album è l'uso più marcato del falsetto da parte di Thom Yorke, evidente in quasi tutte le tracce; inoltre, la scrittura dei testi si evolve, passando da espressioni più dirette a immagini tanto complesse, quanto suggestive, anticipando lo stile di lavori successivi come OK Computer

In sede critica sono parecchi a mettere in evidenza come questo album abbia influenzato moltissimi gruppi degli anni Novanta: si tratta di un’opera imprescindibile per capire la musica (non solo pop-rock) del decennio. Colpisce soprattutto l’eclettismo: oltre a quanto ci si possa aspettare, tra le righe emergono insospettabili melodie schubertiane (in Fake Plastic Trees, almeno così sostiene il musicologo Sasha Frere-Jones), scale ottatoniche (Just) e armonie beatlesiane (My Iron Lung).   

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martedì 25 febbraio 2025

RocKalendario del secolo scorso – Febbraio, di Riccardo Storti



RocKalendario del secolo scorso – Febbraio

Di Riccardo Storti 


1955 – La cantante R&B di Chicago LaVern Baker ottiene il suo primo successo con Tweedle Dee, hit che raggiunge quarto posto nella classifica R&B e il quattordicesimo nella classifica Pop sotto l'etichetta Atlantic Records. La Baker non è proprio giovanissima, visto che ha 26 anni, però la sua canzone fa breccia tra i giovani fan che si stanno avvicinando al Rock and Roll e anche tra il pubblico bianco, vista l’entrata nella classifica Pop, non le manca un buon credito. 

Lei ha una voce potente, possiede mestiere e capacità improvvisative quasi jazzistiche. Una curiosità: nel 1969, dopo avere divorziato dal comico Slappy White, si unì all’USO per tirare su il morale alle truppe americane in Vietnam: lì contrasse una polmonite che non l’abbandonò per tutta la vita. Nonostante le precarie condizioni di salute, la Baker non si fece intimidire dalle circostanze: durante la convalescenza presso la base navale statunitense di Subic Bay, nelle Filippine, un amico le consigliò di rimanere come direttrice degli spettacoli presso il club per sottufficiali dello staff del Corpo dei Marines. Stette lì per 22 anni, tornando negli Stati Uniti dopo la chiusura della base nel 1991; morirà sei anni più tardi, a 67 anni, a causa di problemi cardiovascolari. 

1965 – 24 febbraio. Ciak, si gira: iniziano le riprese di Help! I Beatles, dopo il successo di Hard Day’s (in italiano Tutti per uno), recitano e cantano per una nuova pellicola. Pare che il regista Richard Lester potesse contare su un budget piuttosto generoso da parte della produzione, così con gli sceneggiatori si sbizzarrì nel dare vita ad un plot ricco di colpi di scena, avventura, comicità e azione, tutto intorno ad un anello magico finito per sbaglio tra le dita di Ringo Starr. 

Rivisto oggi, si capisce lontano un miglio che questo musicarello “in grande” sia stato soprattutto un mega-spot promozionale per i Fab Four che, sicuramente, si saranno divertiti a girare in variate location (dalle Bahamas alle Alpi austriache).

1975 – Sotto la regia di Alessandro Colombini della Produzioni Associati, la band meneghina Maxophone entra negli studi della Ricordi di Milano per cominciare le incisioni del loro primo album omonimo. Mai miglior sintesi di stile si è verificata in un album di progressive italiano (se si escludono i capolavori prodotti dalle band più note). 

Maxophone condensa influenze e prestiti ma li ridefinisce secondo una dettagliata scrittura musicale di insieme, tale da definire questo album un prodotto sicuramente esemplare nel suo genere. Se un neofita ci chiedesse cosa sia stato il progressive rock italiano degli anni Settanta, basterà indicargli Maxophone come un modello chiaro e (con)vincente. Musica classica di fattura cameristica, jazz tradizionale e contaminato (dal Dixieland alla fusion), rock sinfonico, canzone d’autore, blues, gospel. Cosa volere di più?

Ma a febbraio di quest’anno sono usciti anche: Fly by Night (Rush), High Voltage (AC/DC), Rock’n Roll (John Lennon), Physical Graffiti (Led Zeppelin), Song for America (Kansas) e Visions of Emerald Beyond (Mahavishnu Orchestra).   

1985 – L’11 febbraio gli Smiths pubblicano Meat is Murder. Va detto che l’esordio dell’album omonimo (editato nel 1984), non aveva soddisfatto al massimo la band di Manchester: lo stesso Morrissey si era sentito frainteso dal pubblico, segno che, probabilmente, dal suo punto di vista, fosse necessaria una svolta, o almeno, un tentativo di comunicare in maniera più netta il proprio messaggio. 

Meat is Murder sarà proprio questo: già il titolo – che potremmo tradurre “Carne da macello” – richiama alla battaglia animalista e vegetariana dello stesso Morrissey; si tratta di un album fortemente politico che non rinuncia a critiche verso il sistema scolastico (The Headmaster Ritual) e che denuncia il clima di violenze delle periferie urbane (Rusholme Ruffians), il disagio sociale ed esistenziale (I Want the One I Can't Have), la manipolazione del sistema (That Joke Isn't Funny Anymore), la diseguaglianza (Nowhere Fast, in cui non manca una critica alla monarchia britannica). Quando passa dal pubblico al privato, Morrissey ci narra di amori disperati, appesantiti dall’incomunicabilità e dalla solitudine (Well I Wonder) o di violenze domestiche in cui le vittime più segnate sono i bambini (Barbarism Begins at Home). Il sound, grazie soprattutto alle originali invenzioni della chitarra di Marr, spaziano dal punk al funk, sfiorando il rockabilly, il country, il dark e la folk ballad. La vera New Wave.

Altre uscite di febbraio: l’esordio di Whitney Houston, Vulture Culture (Alan Parsons Project), No Jacket Required (Phil Collins) e Songs from the Big Chair (Tears for Fears).


1995 – È il 1° febbraio. Richy James Edwards, chitarrista e paroliere della band gallese Manic Street Preachers, sparisce misteriosamente. Dopo quattordici giorni, la sua auto verrà ritrovata in prossimità delle rive del Severn (tra Galles e Inghilterra), ma di lui nessuna traccia. La famiglia aveva già avuto modo di dichiararlo legalmente morto dal 2002, però, non soddisfatta delle indagini della Polizia britannica, e sulle ali di una speranza mai sopita, aspetterà fino al 2008. 

Il ragazzo era entrato nella band agli inizi degli anni Novanta e, nonostante il talento, mostrò subito di essere schiavo di una serie di problemi legati ad una personalità assai fragile. Edwards era un po' il Syd Barrett dei Manics, per di più alternava momenti di autolesionismo a psicosi di ogni tipo, nonché comportamenti pubblici piuttosto trasgressivi. Eppure, con Edwards la band dette alle stampe 3 album accattivanti (Generation Terrorists, Gold Against the Soul e The Holy Bible), capaci di miscelare aggressività punk, ruvidezze hard e inaspettate melodie orecchiabili su liriche pregnanti.

Circa la sua scomparsa, si sono scatenate le ipotesi più disparate: c’è chi ha parlato di suicidio (con un corpo mai ritrovato nel Severn) e chi di scomparsa volontaria (con avvistamenti in India e alle Canarie). Aveva 27 anni (il numero maledetto che ritorna…).

 

 

 

 

 

 






martedì 28 gennaio 2025

RocKalendario del secolo scorso: Gennaio, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Gennaio

Di Riccardo Storti


1955 – Un’apparizione che farà storia, perché, nella classifica dei titoli più venduti del Regno Unito, fa capolino un evergreen del nascente rock’n’roll: Rock Around the Clock di Bille Haley and the Comets

È il 1° gennaio e l’anno inizia con un orologio che scandisce un ritmo totalmente nuovo in UK: tutta colpa di uno scombinato pennellone un po’ sovrappeso, con un irresistibile tirabaci in fronte, che sbanca, nonostante negli States la hit girasse tra radio e balere da oltre un anno e mezzo.

 

1965 – Il 15 gennaio esce il singolo degli Who, I Can’t Explain; in realtà, ad essere precisi, si tratta della prima uscita britannica, perché l’esordio per la Decca avvenne alla fine del 1964 su suolo americano. Un inizio importante perché è la prima volta che Townshend e i suoi escono con la sigla The Who.

E la canzone è un bel pugno sullo stomaco: al di là dell’approccio hard’n’garage con un sonoro riff tonante alla Kinks, I Can’t Explain colpisce per un testo anticonformista, teso ad illustrare il senso di incomunicabilità delle nuove generazioni di fronte alle assurdità di una vita quotidiana vessata da regole ipocrite e comportamenti studiati. Inizialmente sembra solo una canzonetta d’amore, ma, tolta la scorza, i cuoricini beat sono solo un pretesto…

“Ho detto che non so spiegare

Mi stai facendo uscire fuori di testa

Be’, sono un tipo inquieto

Ho detto che non so spiegare”

 

È il prologo naturale di My Generation 

1975 – Il ritorno di Bob Dylan con Blood on the Tracks, album in studio pubblicato il 20 gennaio, dopo quasi due anni di silenzio discografico (se si eccettua il live Before the Flood del 1974, il menestrello – ormai – elettrico, mancava tra i vinili da quel Planet Waves del 1973). Un LP sofferto sotto molteplici punti di vista: c’è chi sostiene che i contenuti siano figli della recente separazione dalla prima moglie Sara Lownds, benché Dylan abbia da sempre smentito tale frangente, sottolineando, invece, un’ispirazione dai Racconti di Cechov. 

Al di là ciò, pur restando Blood on the Tracks uno dei migliori prodotti del cantautore statunitense nel decennio, la realizzazione dell’opera visse non poche traversie dovute ad un perfezionismo e da un’insicurezza dell’autore quasi maniacali. Mai contento degli arrangiamenti, Dylan arrivò a registrare alcune canzoni più volte, servendosi di quasi una ventina di musicisti di sala, nonché di almeno 3 tecnici del suono.

1985 – Siamo nell’anno del LIVE AID. Aiutare l’Africa e il Sud del mondo concretamente è diventato un dovere. Ci avevano già pensato un mese prima, sotto Natale, Bob Geldof, Midge Ure a altri artisti britannici con Do They Know It’s Christmas. Il 21 gennaio agli Hollywood's A&M Studios di Hollywood, su iniziativa di Harry Bellafonte, nasce il supergruppo USA FOR AFRICA: ci sono Lionel Ritchie, Ray Charles, Bob Dylan, Michael Jackson, Bruce Springsteen, Diana Ross, Stevie Wonder, Smokey Robinson, Billy Joel e molti altri ancora. 

Che stanno combinando? Semplice: entrano in studio per registrare We Are the World che verrà pubblicata il 7 marzo. La direzione degli arrangiamenti sarà affidata a Quincy Jones; tra i turnisti in sala Jeff Porcaro e David Paich dei Toto e il vecchio Ian Underwood delle Mothers of Invention di Frank Zappa. Naturalmente venne chiamato anche Bob Geldof. Il disco vendette 8 milioni di copie solo negli USA, raggranellando oltre 11 milioni di dollari donati in beneficenza (a cui si arriva a 63 milioni del fundraising generale – fonte).

1995 – 30 gennaio. E fu così che i Porcupine Tree diventano qualcosa di più rispetto ad un’invenzione del talentuosissimo Steven Wilson. È un gruppo, quello in The Sky Moves Sideways, in cui le varie personalità della line-up offrono contributi precisi (soprattutto nella collettiva Moonloop). 

Punto di riferimento di Wilson e compagni, restano i Pink Floyd ma il veicolo neo-psichedelico dei Porcupine Tree riesce ad andare oltre, in un’elaborazione sempre più complessa e personale del sound che caratterizzerà gli album a venire. Si dice che sia il corrispettivo anni Novanta di Wish You Were Here dei Pink Floyd, sia per impianto concept, sia per afflato lirico. D’altra parte, iniziare il disco con una title track di oltre 18 minuti non è da tutti. Oddio: lo è nel progressive rock che, proprio da qualche anno, sta cominciando a rialzare la testa.






giovedì 21 novembre 2024

RocKalendario del secolo scorso – Novembre, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Novembre

di Riccardo Storti

 

1954 – 19 novembre. Il ventinovenne Sammy Davis Jr., crooner sulla cresta dell’onda, è coinvolto in un incidente d'auto sulla Route 66 all’altezza di San Bernardino, mentre sta viaggiando tra Las Vegas e Los Angeles. La forza dell'impatto gli distrugge l'occhio sinistro dopo che il suo volto si è schiantato contro il volante metallico della Cadillac nuova di trinca. Sammy porterà una benda per un po' di tempo: sarà Humphrey Bogart a convincerlo a sottoporsi ad un intervento per farsi impiantare una protesi oculare. Di fronte alla titubanza dello showman, Bogart sbottò: “Tu non vuoi diventare famoso come il ragazzo con la benda, no?”. L’imprevedibile Sammy, durante la degenza ospedaliera, attraversò una crisi spirituale che lo portò a convertirsi all’ebraismo.

E pensare che nel 1954 aveva mietuto successi con Something's Gotta Give, Love Me or Leave Me e That Old Black Magic, scalando le classifiche degli States.

Link: https://www.youtube.com/watch?v=FxJHmNWsKgk


1964 – È il 24 novembre, quando gli High Numbers decidono di mutare definitivamente il loro nome in The Who e lo fanno in occasione di un tour londinese che vede come prima tappa il prestigiosissimo palcoscenico del Marquee. In realtà va precisato che questa data è la prima di una lunga permanenza nel locale che durerà ben 16 settimane. Inutile aggiungere che i ragazzi si fanno conoscere subito, in particolare modo quel chitarrista nasuto e talentuoso che, tra le ovazioni dei presenti, di tanto in tanto riduceva in frantumi qualche chitarra. 

Insomma, per Townshend, Daltrey, Entwistle e Moon tutto esaurito, ma idem dicasi per le finanze del management che dovette ripagare non pochi danni.

Link video: https://www.youtube.com/watch?v=BxCLyY9-Tuw


1974 – Erano le prime ore dell’alba del 25 novembre, quando Nick Drake fece un salto in cucina, forse per una micro-colazione di cereali, quel minimo per variare un’insonnia che sarebbe stata calmata dalle solite pillole di amitriptilina; ma quella volta la dose aveva superato i livelli di guardia, tanto che il ragazzo non si sarebbe più svegliato. Fu suicidio o fu un errore? Se ne parla ancora oggi e le tesi, spesso, sono contrastanti tra di loro. Il povero Drake lottava ormai da tempo contro una depressione profonda, testimoniata spesso all’interno delle sue liriche tanto struggenti, quanto ricche di umana tenerezza. Il suo ultimo album Pink Moon era uscito da oltre due anni e Drake si era allontanato da tutto e da tutti; secondo qualcuno aveva rinunciato alla vita già da un bel po’.

L’ultimo saluto il 2 dicembre nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Tanworth-in-Arden: una sparuta folla di una cinquantina di persone, tra cui diversi suoi collaboratori che si sarebbero incontrati lì per la prima volta; sì, perché Nick amava tenere distanti tra loro le sue relazioni.

Link video: https://www.youtube.com/watch?v=Vdl-C09MStg


1984 – Londra, Notting Hill, 25 novembre: la Band Aid entra in sala per registrare Do They Know It's Christmas?. L’idea del supergruppo venne a Bob Geldof e a Midge Ure (Ultravox) con lo scopo di creare una canzone natalizia per raccogliere fondi in favore della popolazione etiopica, vessata dalla fame. Il passo successivo – ce lo ricordiamo bene – sarà il Live Aid. Ma chi c’è negli SARM Studios a dare man forte al progetto? Beh, il meglio del mainstream pop-rock delle isole britanniche: un ponte tra Irlanda e Regno Unito che vede a cantare e suonare insieme componenti degli U2, Duran Duran, Spandau Ballett, Paul Young, Boy George, Ultravox, Police (Sting), Genesis (Collins), Heaven 17, Kool and the Gang, Bananarama, Status Quo, The Style Council, Paul McCartney e altri ancora. La canzone uscirà il 7 dicembre e dal successo arriveranno nelle casse di Geldof e compagni oltre 8 milioni di sterline in beneficenza. 

All’epoca il compianto Ernesto Assante scrisse un brillante corsivo su La Repubblica da rileggere tutto d’un fiato (leggi qui).  

Link video: https://www.youtube.com/watch?v=j3fSknbR7Y4


1994 – Fu la prima volta che sentii la parola “unplugged”. Kurt Cobain se n’era andato ad aprile; proprio a seguito di quell’evento funesto MTV mandò più volte in onda il concerto tenuto 18 novembre 1993 dai Nirvana nei Sony Studios di New York e trasmesso nel contenitore MTV Unplugged. L’eco della scomparsa continuava ad aleggiare tra i fans, così la label Geffen decise di fare uscire il 1° novembre 1994 MTV Unplugged in New York, primo album live dei Nirvana. 

Il disco ebbe un successo planetario da capogiro tanto che, al di là delle vendite alle stelle, questo lavoro si guadagnò dischi d’oro e di platino in numerosi paesi del mondo. E – diciamolo – lanciò anche la moda degli “unplugged”.

Link video: https://www.youtube.com/watch?v=IAp6bQfTQ20