Ciao 2001 gennaio 1977
Recensione del concerto BMS del 13
dicembre 1976
con Angelo Branduardi
"spalla"
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
Ciao 2001 gennaio 1977
Recensione del concerto BMS del 13
dicembre 1976
con Angelo Branduardi
"spalla"
Wazza
Tommaso Varisco - These Gloves
Di Luca Paoli
Dopo quattro anni da “All The Seasons Of
The Day” esce, anticipato dal singolo “Terhi”, il nuovo e
atteso lavoro del songwriter Tommaso Varisco dal titolo “These
Gloves”, che si differenzia dal suo predecessore per sonorità
che ora sono più intime ed acustiche.
L’album è stato principalmente registrato dal
vivo presso le Botteghe Barranco, uno studio ricavato da un antico casolare
nella campagna di Merlara, situato nella provincia di Padova. Il processo di
finalizzazione, simile a quello disco precedente, è stato completato negli
studi del Banhoff.
“These Gloves” non avrebbe visto
la luce senza la partecipazione fondamentale di amici musicisti quali Luca
Swanz Andriolo e Stella Burns alle chitarre, nonché la presenza di Lorenzo
Mazzilli al basso, batteria e nella direzione artistica.
La composizione dei brani presenti nel disco è stata fortemente condizionata ed ispirata dai suoi 18 mesi trascorsi fra l’Italia e la Finlandia.
Lasciando alle spalle l'energia impetuosa del suo predecessore, i nuovi brani comunicano un impellente senso di urgenza e immediata risonanza. Emergono richiami evocativi agli stili dei Doors ed ai primi Bad Seeds, per poi immergersi, nei momenti più introversi, in suggestioni folk di matrice americana.
Trovo molto interessante questa nuova avventura di Varisco che riesce molto bene a far convivere suggestioni tipiche di certo pop nordico con quelle di stampo americano, arricchendo il tutto con iniezioni psichedeliche che rendono più intrigante l’ascolto.
Un disco adatto a questi giorni invernali che va gustato con la dovuta calma e concentrazione per assaporare tutte le suggestioni contenute nelle varie tracce che lo compongono.
Vorrei sottoporre alla vostra attenzione “Lost Soul”, che sembra uscito da un disco di Jim Morrison ed i suoi Doors, per il suo andamento ipnotico e per quella chitarra acida che lo attraversa.
Tommy Varisco riesce a trasportare nel presente, con la sua voce e gli ottimi arrangiamenti, suggestioni ed emozioni che pensavamo sepolte dal tempo.
Non posso non citare “Kittila”,
pop ballad di grande intensità attraversata da rumori chitarristici di grande
impatto con il supporto della bella voce della cantante finlandese Tiina Sky.
Sempre la Sky duetta con Varisco in “Pic From A Plane”, ancora una grande canzone che dimostra le doti compositive di Tommaso Varisco che riesce ad emozionare con la sua voce e pochi strumenti ma di sicuro impatto emotivo.
Vorrei, infine, citare il brano che chiude l’album ovvero “Last Time” che vede la voce del Nostro accompagnata da una chitarra acustica e da una armonica … bel modo di chiudere un disco che riesce a convincere e a soddisfare sia chi è ancorato alla musica del passato ma soprattutto a coloro che cercano nuove emozioni nella musica del presente.
Credits:
Tommaso
Varisco: voce, chitarra acustica, melodica, armonica, missaggio.
Stella Burns:
chitarre, cori; piano e organo su Song Of Joy.
Luca Swanz
Andriolo: chitarre, e-bow, banjo, cori.
Lorenzo
Mazzilli: basso, cori, chitarra solista su Pic From A Plane; batteria su Terhi,
To Move On, Song Of Joy, Children Song; missaggio.
Matteo
Dall’Aglio: batteria su Kittila, Pic From A Plane, Lost Souls, shaker su Every
Moment Has Its Color; registrazione, produzione generale, missaggio e master.
Linda
Varagnolo: violoncello su Kittila e These Gloves.
Alessandro Arcuri: basso fretless acustico su Every
Moment Has Its Color e These Gloves.
Tiina Sky:
voce su Kittila e Pic From A Plane.
Linda Nordio:
voce su Song Of Joy.
Andrea Sambo: piano e archi su Every Moment Has Its Color e Kittila.
Canzoni e
testi: Tommaso Varisco.
Pic From a
Plane: testo di Tommaso e Terhi Oyala.
These Gloves:
testo di Terhi Oyala.
Arrangiamento e produzione artica: Stella, Swanz, Lorenzo, Tommaso.
Libro: Woodstock – Ricordi, Aneddoti,
Sentimenti Diffusi
Autori: Andrea Pintelli, Athos
Enrile, Angelo De Negri (grafica)
Anno: 2023
Casa editrice: Arcana
Commento di Fabio Rossi
Il Festival tenutosi a Woodstock dal 15 al 18 agosto 1969
costituisce senza dubbio l’apice del movimento hippy che, attraverso la pace e
l’amore, intendeva cambiare il mondo. Un’utopia perseguita peraltro in tempi
passati da personaggi del calibro di Gesù Cristo o Gandhi che non hanno poi
fatto una bella fine. Eh già, l’animo umano sa essere malvagio a tal punto da
eliminare chi la pensa diversamente per imporre logiche che di fatto si sono
dimostrate autodistruttive e che arricchiscono le tasche dei potenti.
Figuriamoci se la cultura dei figli dei fiori poteva riuscire dove altri hanno
fallito, rendendo il declino dell’umanità incontrovertibile. Ricordare, però,
specie ai giovani, che 500.000 persone (ne erano previste 50.000!) si sono
radunate sotto l’egida della musica, vivendo tre giorni (quattro a dire il
vero) all’insegna della pace, della fratellanza, dell’amore senza limiti (o
quasi), dell’alcool, delle sostanze stupefacenti, sotto una pioggia insistente,
in mezzo al fango eppure felici, è non solo doveroso, ma indispensabile.
Gli autori di questo bel libro, coadiuvati da numerose
testimonianze e riflessioni, quali quelle di Vittorio Nocenzi, Lino Vairetti,
Bernardo Lanzetti e Gianni Leone, ci raccontano quello che avvenne durante
quell’evento irripetibile con parole semplici e pregne di passione. Tale ultimo
aspetto basta per consigliare l’acquisto del saggio perché è ben lungi dalla
pedanteria che sovente troviamo in lavori simili, qui sostituita da un contagioso
entusiasmo che ha coinvolto tutti i partecipanti alla stesura dell’opera.
Capitoli brevi, essenziali, diretti, ben congeniati, pieni di notizie e aneddoti
interessanti, quali ad esempio la presenza del regista Martin Scorsese che
coadiuvò nelle operazioni di montaggio quello che diventerà il celeberrimo
documentario diretto da Michael Wadleigh, o la storia
della coppia raffigurata nel triplo album realizzato sull’evento (fu pubblicato
poi anche un doppio tanta è stata la musica suonata e purtroppo non tutta
registrata).
Mi sono appassionato nella lettura e ho riascoltato nell’occasione le straordinarie performance di Santana, Ten Years After, Joan Baez, The Who e naturalmente quella del marziano Jimi Hendrix, che all’alba del 18 dicembre davanti a poche persone ormai violentava l’inno americano con la sei corde, esprimendo con la musica la sua veemente avversione alla guerra in Vietnam. Un momento epico che simbolicamente sancì anche la fine del sogno degli hippies.
2023:
un anno memorabile per il prog-rock “Made in Liguria”
Di Alberto Sgarlato
Che il rock progressivo italiano
sia particolarmente apprezzato in tutto il pianeta, dall’Estremo Oriente
all’Est Europeo, dal Nord Europa al Sud-Est Asiatico, dagli USA all’America
Latina, è cosa ormai risaputa da tempo. Così come è altrettanto risaputo che,
tra le varie regioni italiane, la Liguria è una di quelle che nei decenni, fin
dagli esordi, hanno dato veramente tanto alla “causa” progressiva.
Tuttavia, ci sono anni che
risultano veramente sfolgoranti. E per la Liguria il 2023 appena trascorso merita
di essere ricordato tra questi. Tra esordi notevoli, eccellenti riconferme e
graditi ritorni, si è venuto a creare mese dopo mese un catalogo di artisti e
di album veramente mozzafiato.
Ma possono convivere quantità e
qualità? Eccome! Non solo il 2023 ci ha portato una grande ricchezza di titoli
prog “Made in Liguria”, ma il livello delle varie opere è stato talmente alto
da collezionare positive recensioni su scala internazionale.
Quantità e qualità, dunque, ma
anche varietà: l’età media estremamente diversificata dei musicisti in azione
ha fatto sì che venissero prese in esame tutte le correnti del rock
progressivo, da quello più classico alle sue più moderne evoluzioni.
Passiamo qui in rassegna alcuni
titoli. Attenzione: casualmente si tratta di dieci artisti, ma NON è una “Top
Ten”. Questa, infatti, non vuole essere una classifica di merito, semplicemente
i nomi menzionati sono citati in ordine alfabetico. E se abbiamo dimenticato
qualche valida produzione, ce ne scusiamo. La colpa non è di chi ha compilato
questo articolo ma semmai il merito è della scena musicale ligure, decisamente
vasta e godibile.
Ancient Veil: “Puer Aeternus”
Nati da una costola di un nome
indimenticabile del neo-prog italiano, cioè gli Eris Pluvia (che lasciarono il
segno nel 1991 con “Rings of Earthly Lights”), gli Ancient Veil donano alle
stampe un lavoro di gran classe, dove echi di musica antica e folk (grazie alla
maestria di Edmondo Romano nel gestire i suoi molteplici strumenti a fiato
etnici e alla versatilità chitarristica di Alessandro Serri, suo partner artistico di sempre e compositore delle musiche dell'album) “duellano” con impennate di sintetizzatori degni della miglior
tradizione del british new-prog e con momenti strumentali tra jazz-rock e
new-age. Ad accentuare ulteriormente la varietà del lavoro, la scelta di
coinvolgere molteplici voci differenti a interpretare le parti cantate per la
prima volta, nella storia della band, in italiano.
(il) Cerchio d’Oro: “Pangea e le tre lune”
Dopo tre ottimi concept-album distribuiti nel corso di tutto il Nuovo Millennio, questa band di Savona con il quarto titolo “Pangea e le tre lune” ci offre forse il suo lavoro più complesso, completo e maturo. Il marchio di fabbrica della band, dato dal mix di voci di Piuccio Pradal e dei gemelli Gino e Giuseppe Terribile (batterista e bassista), la potenza dell’Hammond e dei synth di Franco Piccolini e l’approccio sanguigno del chitarrista Massimo Spica, fusi con le chitarre hard-blues degli ospiti Tolo Marton e Ricky Belloni e con il violino dell’ex-Quella Vecchia Locanda Donald Lax (ricordiamo che nel 2023 il Cerchio d’Oro ha inserito per la prima volta anche un violinista fisso in formazione, Luca Pesenti) dà vita a un sound che per ingredienti e dosaggio fa pensare ai Kansas italiani. E il 2024 coinciderà con il cinquantennale dalla fondazione della band: i fans si aspettano grandi cose.
Gleemen: “Dove vanno le stelle quando viene giorno?”
Un album che commuove ad ogni singola nota e che profuma di malinconia, ma mai di nostalgia o, peggio, di passatismo o di stantio. Un plauso al batterista e cantante Maurizio Cassinelli che ha avuto la sensibilità di continuare a tener vivo un nome storico, tra i primi in assoluto del post-beat italiano, tra hard, psichedelia, blues e prog; un plauso ai tanti chitarristi (Marco Zoccheddu, Mauro Culotta, Santiago Fracassi, Giampaolo Casu) che si sono impegnati per tener vivo il ricordo del compianto Bambi Fossati; un plauso al percussionista ospite Matteo Robolini; ma soprattutto un plauso al versatile ed eclettico compositore e polistrumentista Alessandro Paolini (basso, tastiere, chitarre e cori) per l’incredibile lavoro effettuato.
Magia Nera: “Vlad”
Ed ecco che ci spostiamo all’estremo Levante della regione per salutare con entusiasmo i Magia Nera, tenebrosa formazione in attività addirittura dalla fine degli anni ‘60. Questo concept album dedicato al misterioso conte e condottiero della Transilvania (solo un folle sanguinario o realmente una creatura dotata di poteri sovrannaturali?) è un eccellente lavoro destinato a far sognare gli amanti del prog più dark e al tempo stesso più vintage, tra riff di chitarra infuocati, organo sempre in primo piano e testi interpretati con emozionante teatralità. Un sound vigoroso intriso dell’urlo primordiale che fu dei primordi dell’hard rock, tra Black Sabbath, Uriah Heep e Black Widow.
Malombra: “T.r.e.s.”
Il carismatico e tenebroso Renato Carpaneto,
in arte Mercy, rispolvera il marchio Malombra a ben ventidue anni di distanza
dall’ultima pubblicazione sotto questo nome. Torna così in azione uno dei
monicker più gloriosi della scena dark-prog underground e in questo nuovo
album, dell’importante durata di un’ora, troviamo confermati tutti gli stilemi
che hanno costituito il marchio di fabbrica della band. Linee vocali
intrecciate a doppio filo con la new-wave e dark-wave italiana, sia nel timbro,
sia nell’enfasi del cantato, sia nella profondità dei testi (cupi, dolorosi, ma
sempre raffinatissimi nella scrittura e nei riferimenti letterari), vengono
sorrette da deflagrazioni chitarristiche figlie del metal. Il tutto tra
rarefazioni e dilatazioni psichedeliche e complesse strutture progressive,
nell’ambito di brani spesso oscillanti tra i dieci e i venti minuti di durata
ciascuno.
Mindlight: “N.A.M.I.”
Band di confine tra il metal-prog più sinfonico ed il power-metal, i savonesi Mindlight debuttano con questo album d’esordio pur avendo alle spalle sia una ricca produzione come singoli componenti in altre formazioni storiche dei due summenzionati generi, sia tanta gavetta concretizzata con questa line-up. Su tutto svettano le prestazioni vocali del carismatico frontman Dave Garbarino; il “muro di suono” compatto è dato dagli incroci delle due chitarre, ma a “spezzare” le “cavalcate” in tipico stile power sono i cambi di tempo e di geometria di una sezione ritmica ben avvezza alle imprevedibilità della scuola progressiva. E a far da collante su tutto questo, un gran lavoro di tastiere, capaci di maestosità sinfoniche come di inaspettati e malinconici chiaroscuri più intimisti.
Missing Ink: “Undrawn”
Altra band dal sound moderno e altro album di debutto, questo “Undrawn” dei Missing Ink che approdano alla firma con Ma.Ra.Cash. Records. Sono la band più a Ponente di questa rassegna, fanno quartier generale tra Albenga e Pietra Ligure, ma sono anche la formazione con l’età media più bassa tra quelle qui citate. Maggior gioventù in questo caso non significa minor esperienza, visto che i Missing Ink hanno già collezionato lunghi tour, vittorie in contest, premi e riconoscimenti. Tastiere sinfoniche figlie del new-prog di Arena e Pallas, fuse con chitarre ora più hard e ora più languide, nella miglior tradizione AOR, supportate da una sezione ritmica ineccepibile, sfociano in un moderno prog melodico, cantabilissimo a tratti imparentato con il nu-metal di Evanescence o Lacuna Coil. Ma a fare la differenza è la potente e graffiante voce femminile che impone al tutto inaspettate tinte soul e r’n’b.
Andrea Orlando: “La scienza delle stagioni”
Ok, ammettiamolo: si è fatto un po’ aspettare, questo batterista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e produttore genovese. Il suo eccellente esordio “Dalla vita autentica”, infatti, risaliva ben al 2017. Ma lo perdoniamo. Sia perché è stato molto impegnato in validi progetti (citiamo solo Finisterre, La Maschera di Cera e il tributo genesisiano dei Real Dream), sia perché ascoltando il risultato finale si può dire che valeva la pena aspettare. Un progressivo italiano estremamente classico e romantico, ma sempre pervaso da una vena cupa, struggente, inquietante, tra la colonna sonora di un “polar” francese o di uno sceneggiato “di genere” italiano d’epoca. E la suite finale, “La strada del ritorno”, con l’innesto di numerosi musicisti ospiti, è un vero tripudio sinfonico che mozza il respiro in gola.
Luca Scherani: “Everything’s changing”
Se oggi si dovesse pubblicare una nuova enciclopedia della musica mondiale, bisognerebbe inserire un nuovo genere musicale e chiamarlo “Luca Scherani”. Tra i musicisti che popolano il nostro pianeta, infatti, esistono esecutori perfetti che non scrivono una nota ed esistono compositori che preferiscono affidare ad altri le proprie partiture, o anche arrangiatori che rendono al meglio valorizzando quanto scritto da altri; esistono virtuosi che dedicano una vita intera a un solo strumento e polistrumentisti che sanno suonare un po’ di tutto. E poi esistono veramente pochi, pochissimi artisti degni dell’appellativo di Genio a tutto tondo. E uno di questi, oggi, è Luca Scherani. Nel suo album “Everything’s changing” costruisce un perfetto lavoro di arrangiamento degno di un direttore d’orchestra affidando i suoi brani ai comprimari perfetti ciascuno per la propria parte, eppure suona egli stesso oltre alle tastiere (suo strumento principe) anche flauti, sax, chitarre, basso, bouzouki; e compone tracce nelle quali convivono con un gusto estetico unico e una rara eleganza, partendo da una matrice prog-rock, il jazz-rock, il minimalismo, l’elettronica, la musica cameristica, la lirica, il musical, la new-age, la world music e molto altro. Un disco degno di fare la storia.
(il) Segno del Comando: “Il domenicano bianco”
Diventa veramente difficile parlare di questo album. Che cosa si può aggiungere, ormai, su un disco che alla fine del 2023 ha letteralmente trionfato nelle classifiche dei siti, delle riviste e dei blog specializzati di rock progressivo, nei sondaggi dei lettori e in quelli dei critici, conquistando i primi posti del podio e spesso addirittura il primo posto, non soltanto tra i migliori lavori italiani dell’anno ma tra quelli mondiali? Ma forse la miglior vittoria per il Segno del Comando, nel 2023, è stata la soddisfazione di guadagnarsi il palco di Veruno in occasione del 2Days Prog+1, attualmente il più autorevole festival del genere, con una performance eccellente davanti a un nutrito pubblico entusiasta. Con il timone da anni saldamente nelle mani del bassista e compositore Diego Banchero, il Segno del Comando è una band di straordinaria versatilità, che riesce a fondere al meglio l’enfasi drammatica e teatrale del rock progressivo italiano classico, soprattutto quello dalla vena più dark, con l’energia e il virtuosismo del metal-prog moderno, ma sempre con gusto e senza mai scadere in un inutile autocompiacimento. E di pari passo con partiture così intricate altrettanto degni di nota sono i testi in italiano, densi di metafore e di riferimenti e citazioni letterarie e filosofiche.
Una “Menzion d’onore per meriti” da fuori Liguria…
Ok, l’artista che stiamo per citare non è ligure. È un napoletano verace, ma è anche cittadino del mondo; ha girato l’Italia, ha vissuto a Londra negli anni del punk e ha visto nascere negli USA la no-wave; ha persino fondato incarnazioni della sua band insieme a musicisti giapponesi; forse egli stesso non è nemmeno di questo pianeta, forse appartiene a una dimensione al di sopra dei miserabili concetti di tempo e di luogo. Ma non si può negare che Gianni Leone sia anche un grande amico della Liguria, regione dove torna spesso a suonare con il suo Balletto di Bronzo o in qualità di ospite con i suoi amici Osanna. Memorabili le sue prestazioni con il Balletto di Bronzo al Prog Fest del Porto Antico di Genova o al teatro La Claque (in un concerto aperto proprio dal Cerchio d’Oro) e memorabili le sue “ospitate” con gli Osanna al teatro Chiabrera di Savona e al Festival Prog per aiutare gli alluvionati di La Spezia. Nel 2023 il Balletto di Bronzo ha pubblicato “Lemures” e, pensate un po’, ha scelto proprio un’etichetta ligure, la Black Widow Records di Genova, come label di riferimento. E anche stavolta, proprio com’era successo con “Ys” ben 51 anni fa, Gianni Leone per composizione, gusto, sonorità ed estetica ha dettato le regole di quello che sarà il prog-rock per i vent’anni a venire.
…E nel 2024?
Quest’anno appena iniziato parte
già con una ricorrenza di rilievo: il trentennale di carriera di Fabio
Zuffanti, una firma divenuta ormai emblema dell’eclettismo, dell’imprevedibilità
e della vivacità intellettuale progressiva ligure. Nel 1994 infatti usciva l’album
d’esordio dei suoi Finisterre, ai quali sono seguiti progetti musicali dai nomi
più svariati, album a profusione, tour mondiali, libri e collaborazioni come
critico musicale per quotidiani e riviste. E siamo certi che per celebrare una
data così importante anche nel 2024 Zuffanti riuscirà a sbalordirci, a
spiazzarci, a sorprenderci come da tempo è uso fare.
L
& F live da Musicology Record Store
Albenga,
6 gennaio 2024
di
Alberto Sgarlato
Le pagine di MAT2020
avevano già ospitato in questo link la recensione la recensione di “Lost and Found”, album
d’esordio del progetto L & F di Andrea Bisaccia. In quelle tracce il musicista fa
rivivere il sound glorioso del grunge senza sentori di nostalgia o passatismo
ma, al contrario, con una scrittura fresca, grintosa e sincera.
La vita artistica di Andrea
Bisaccia nasce nel Ponente Ligure, giusto in tempo per respirare gli ultimi
fasti dell’epoca d’oro della musica dal vivo nei locali, nelle piazze, nelle
spiagge, prima dell’arrivo di un certo appiattimento generale a stendere un
velo di tristezza su tutto. Le circostanze della vita lo hanno portato a
trasferirsi in Toscana, dove si è ben inserito nella scena musicale fiorentina.
Ma per l’Epifania, Bisaccia ha
regalato una sorpresa agli amici di una vita, tornando ad esibirsi per una
serata da solo, voce e chitarra, ad Albenga. E questo evento assume una duplice
valenza: sia perché l’artista non suonava in Liguria da sei anni; sia perché il
suo ritorno è avvenuto da Musicology Record Store,
il negozio di dischi da poco inaugurato in via Torlaro, nel cuore del
centro storico ingauno. Insomma: se in questo periodo ci vuole del coraggio a
riproporre la musica dal vivo, mille volte di più ce ne vuole a tornare a
vendere “supporti fisici” come vinili e CD. Per cui un plauso al titolare Matteo Pelissero per questo suo progetto di
altissimo valore artistico, che va a impreziosire una città da 25mila abitanti
tornando a darle un negozio di dischi tra le sue antiche mura.
Andrea Bisaccia ha presentato,
come lui stesso ha detto nel proporre le varie canzoni, una scaletta
altalenante tra brani di propria composizione e cover che hanno letteralmente
segnato la sua vita. Oltre ai titoli del suo disco d’esordio, ha eseguito anche
materiale nuovo e ancora e inedito. E negli antichi soffitti a volta del
bellissimo negozio del centro storico ingauno, sono riecheggiate (tra l’altro
con un’acustica ottima!) le note celebri di brani come “Smells like teen
spirit” o “Come as you are” dei Nirvana, “Black hole sun” dei Soundgarden e
persino qualche incursione nel rock del decennio precedente, come “With or
without you” degli U2.
Nel migliore spirito della musica
live più sincera si sono viste al microfono anche jam-sessions e rimpatriate,
come il duetto da brividi con l’amica Maura Fioroni.
E, a proposito di amici di una
vita, Bisaccia ha colto l’occasione per ricordare anche quelli che purtroppo ci
hanno da poco lasciato, come il suo vero e proprio “fratello di musica” Michele
Teghillo, con il quale suonava nei Woytila Sunrise, come il batterista Fabio
Linoti, che ci ha lasciati a settembre scorso, e come il chitarrista Gabriele
Braga, venuto a mancare proprio due giorni prima di questo concerto. Tra
l’altro Andrea Bisaccia è proprio l’autore del quadro usato come copertina dell’album
di Mauro Pinzone & i Pensieri Compressi, band nella quale Gabriele Braga
militava.
Per Teghillo, in particolare, Bisaccia ha scritto una canzone che ha eseguito live in questa circostanza, tra la palese commozione del pubblico presente.
Ma non dimentichiamo che lo stesso
Matteo Pelissero, titolare di Musicology Record Store, è un eccellente
musicista e, oltre a essere legato a Bisaccia da profonda amicizia, è anche
accomunato a lui dall’amore per un preciso periodo musicale. Pelissero ha
infatti girato l’Italia per anni con il suo tributo Arc, dedicato ai Pearl Jam
e alla carriera solista di Eddie Vedder.
Nel corso della serata, quindi,
Pellissero ha contribuito a questa celebrazione del grunge con una eccellente
performance, sia da solo, voce e chitarra, sia affiancato dalla splendida voce
di Stefania Filice.
Oggi il concetto di “negozio di
dischi 2.0” si evolve in questa direzione: un vero e proprio luogo di
aggregazione nel quale non soltanto vendere musica, ma anche far suonare
musica, parlare di musica, attraverso convegni, dibattiti, presentazioni di libri,
punto di incontro e di scambio di opinioni e soprattutto, come è successo in
occasione di L & F, ritrovo tra veri amici.
E infatti Matteo Pelissero annuncia che quella dell’Epifania sarà solamente la Data Zero di un percorso che si snoderà nei prossimi mesi e che vedrà coinvolti nomi ovviamente locali, ma anche da fuori Liguria… E perché no? Anche dall’estero.