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domenica 8 febbraio 2026

Habelard2 – "Crossfade", commento di Luca Paoli

 


Habelard2 – Crossfade (Autoproduzione, 2026)

Tra echi di passato e orizzonti sospesi

Di Luca Paoli

 

Il caso di Habelard2 continua a incuriosirmi. Dietro questo nome si muove da anni Sergio Caleca, polistrumentista milanese attivo sin dalla fine degli anni Settanta e con alle spalle una lunga storia nel progressive italiano, anche grazie all’esperienza con gli Ad Maiora, conclusa nel 2018. Crossfade, pubblicato il 5 febbraio 2026, è il suo quattordicesimo lavoro e arriva come un nuovo tassello coerente di un percorso personale, libero da mode e compromessi.

Registrato a Milano tra aprile e dicembre 2025, l’album è un progetto totalmente autarchico: Caleca compone, arrangia, suona, mixa e cura anche l’aspetto visivo, dalle fotografie alla grafica. Un controllo totale che si riflette in un suono compatto, pensato nei dettagli, ma mai freddo. Il titolo nasce da una vecchia fotografia scattata a Hyde Park nell’aprile del 1982, segnata da un’apparente dissolvenza all’inizio dovuta a un piccolo problema della pellicola; quell’errore si trasforma in un’immagine suggestiva, che riflette bene il disco: fatto di sovrapposizioni, transizioni delicate e ricordi che tornano a galla.

Crossfade è interamente strumentale, composto da dieci brani che si muovono dentro un progressive riflessivo, di quelli che non hanno fretta di stupire ma preferiscono costruire atmosfere. Le tastiere hanno un ruolo centrale, ma non sono mai tiranne: basso, chitarra e batteria programmata dialogano con equilibrio, dando vita a paesaggi sonori luminosi, a tratti solari, sempre attraversati da una vena nostalgica.

Seguendo l’andamento della tracklist, il disco alterna momenti più distesi ad altri dal passo leggermente più dinamico. Crossfade apre il lavoro con un incedere misurato, dove il mellotron accompagna le prime atmosfere e definisce il tono di tutto l’album.

Change of Plans e Slow Food giocano su equilibri sottili, lasciando respirare le melodie senza forzature. In Dashboard si percepisce una pulsazione più nervosa, mentre In Overtaking e Abracadabra si notano dettagli e colori che arricchiscono il tessuto sonoro.

In The Drones War affiora un’eco dei Genesis più classici, soprattutto nel modo in cui le melodie si aprono e si richiudono con eleganza. The Great Wonders e In The Old Farm offrono momenti più intimi: la chitarra prende spazio e rivela il lato più lirico di Caleca, con una scrittura attenta ai dettagli e alla forma-canzone. Chiude il disco The Last Chord, lasciando che le idee si dissolvano lentamente e il silenzio riprenda il suo spazio.

Nel complesso, Crossfade si inserisce con naturalezza nella discografia di Sergio Caleca, rafforzando l’idea di una visione musicale personale, coerente e mai urlata. È un lavoro che non ha fretta di arrivare al punto, preferendo invece accompagnare l’ascoltatore passo dopo passo, lasciando sedimentare suoni e atmosfere. I brani dialogano tra loro senza soluzione di continuità, si sfiorano e si sovrappongono, per poi dissolversi lentamente, come immagini che restano impresse anche quando il silenzio torna a farsi spazio.



giovedì 28 agosto 2025

La Janara - Le Donne Magiche (BWR-2025), commento di Luca Paoli

 

 


Streghe, carne e rinascita: il ritorno viscerale de La Janara

Di Luca Paoli

 

Ci sono dischi che ti aggrediscono, e dischi che ti seducono. Le Donne Magiche fa entrambe le cose. Ti prende per mano con dolcezza arcana, poi ti scaraventa nel cuore di un bosco antico, tra riti pagani e passioni terrene, tra ossessioni e carne viva.

La Janara torna con un album che non è solo un'evoluzione rispetto a Tenebra, ma un vero e proprio nuovo capitolo espressivo. Se il disco precedente era dominato dall’ombra – il dolore, l’oppressione, la stregoneria come rivalsa – qui il tema è la rinascita. Sempre streghe, sempre donne, ma questa volta vitali, sensuali, rigeneranti. Madri, amanti, Circi irpine.

Il disco è pubblicato da Black Widow Records, storica etichetta genovese che da sempre sostiene con coraggio e coerenza le voci più libere, creative e fuori dagli schemi della scena rock e metal italiana. Una realtà che merita rispetto e attenzione, perché continua a credere nella musica che ha qualcosa da dire, e che non ha paura di farlo.

A dare corpo e anima a Le Donne Magiche è una formazione ormai solida e affiatata. La voce di Raffaella Càngero si conferma magnetica, capace di passare dalla carezza al graffio, sempre più personale e incisiva nell’interpretazione. Le musiche e i testi portano la firma di Nicola Vitale, chitarrista e mente creativa del gruppo, qui anche alla voce nel brano conclusivo Domens. Completano l’ensemble Rocco Cantelmo al basso, Giovanni Costabile alle tastiere e Antonio Laurano alla batteria: un organismo compatto, vivo, che suona in piena sintonia.

Il disco si arricchisce anche della presenza di due ospiti speciali: Simone Pennucci, alle chitarre elettriche e ai synth in La Notte è Buia, e Ricky Dal Pane (Witchwood), alle percussioni e ai cori in Mò che Viene Agosto, entrambi perfettamente integrati nello spirito visionario del lavoro.

La band irpina fonde con sorprendente coerenza l’energia dell’heavy metal, la teatralità del folk mediterraneo e la profondità del cantautorato. Ma è il suono d’insieme, ora più maturo e coeso, a fare davvero la differenza. Non più un progetto che ruota intorno alla sola voce femminile, ma una vera band che respira e pulsa all’unisono. E si sente.

Brani come Serpe, Piangeranno i Demoni e Inverno (quest’ultimo, il più lungo mai scritto dalla band) mostrano una scrittura articolata, che passa con disinvoltura da atmosfere sabbathiane a passaggi dal respiro quasi prog, con un’attenzione ai dettagli che rivela la lunga gestazione del progetto. L’influenza del doom rimane, ma si apre a nuove sfumature, come in Bruceremo, che è insieme preghiera e condanna, fiamma e cenere.

Non mancano momenti di puro folklore reinterpretato in chiave oscura: Le Castagne Non Cadono Più e Mò che Viene Agosto portano con sé l’eco di un sud ancestrale, dove il dialetto irrompe con naturalezza, senza forzature né folclorismi. L’uso della lingua popolare non è effetto scenico, ma gesto politico e culturale. La janara, ancora una volta, è il tramite tra mondi.

In tutto questo, Le Donne Magiche riesce anche a toccare corde emotive profonde: la dedica finale in Domens a Domenico Carrara, con lo stesso Vitale alla voce, chiude il disco con un tono intimamente personale, che apre spiragli futuri sulla direzione artistica del gruppo.

In questo periodo in Italia stanno nascendo sempre più gruppi con una voce femminile al centro e un suono intenso e profondo. La Janara si distingue come una delle realtà più autentiche e personali. Non seguono le mode, ma restano fedeli alla loro visione. E questo si percepisce in ogni brano.

Le Donne Magiche è un disco che non si limita a suonare bene: vive. E ti costringe a farci i conti. Anche quando fa male. Anche quando accende qualcosa che credevi sopito.

 

 ASCOLTO DELL'ALBUM



venerdì 27 settembre 2024

J.C. Cinel - "Where The River Ends", commento di Luca Paoli


J.C. Cinel - Where The River Ends

(Andromeda Relix – Distr. Black Widow Records, 2024)

Di Luca Paoli

 

Sono sempre stato affascinato dall'hard rock, sia quello di origine inglese che americana. Band come i Deep Purple, i Led Zeppelin, i Whitesnake, gli Uriah Heep, ma anche l'intera scena southern degli Stati Uniti, il rock “stradaiolo” ed il folk americano dove le chitarre, sia acustiche che elettriche sono protagoniste assolute, e sudore, passione e polvere ne definiscono lo stile inconfondibile.

Ebbene, l’italianissimo J.C. Cinel incarna perfettamente tutto quanto scritto sopra con il suo nuovo album, Where The River Ends, pubblicato da Andromeda Relix e distribuito da Black Widow Records, che arriva dopo cinque anni di gestazione, offrendo un risultato davvero potente e di grande impatto emotivo.

Cinel non è certo un esordiente: è stato la voce solista dei leggendari Wicked Minds, con cui ha inciso tre album – From the Purple Skies (2004), Witchflower (2006) e Live at Burg Herzberg Festival (2007).

Oltre alla sua esperienza con la band, J.C. ha costruito una solida carriera solista, che vanta quattro album, inclusi il nuovo Where The River Ends. Gli altri lavori sono Halfway There (2001), Before My Eyes (2007) e The Light of a New Sun (2011).

Where The River Ends è un lavoro vario che, in dodici brani di elevato livello compositivo ed esecutivo, include tutte le passate esperienze di Cinel che propone vocalmente con passione e grinta, oltre a suonare la chitarra.

Ad aiutarlo in questa impresa troviamo le altre due chitarre suonate da Davide Dabusti e Andrea Toninelli, l’ottima e versatile sezione ritmica composta da Daniele Tosca al basso e Marco Lazzarini alla batteria, Paolo “Apollo” Negri alle tastiere e interventi di Marcello Baio alla batteria in “Where the river ends”, “Strangers” e “Thanks God I was alone”, Roberto Tassone sempre alla batteria su “How far we shine” e Gianni Grecchi al basso su “City lights”.

Premesso che questo è un disco da gustare dall’inizio alla fine, posso indicare quei brani che mi hanno più colpito e che desidero portare all’attenzione dell’ascoltatore, come la seconda traccia “Oblivion”, deciso hard rock che mostra fin da subito le doti canore di J.C. ed il gran lavoro del basso e delle chitarre che funkeggiano alla grande.

La ballad in sapore di led Zeppelin “Mindmaze / Red-handed”, che dopo un intro acustico della chitarra molto atmosferico vede entrare tutta la band a dare corpo e forza al brano.

"How Far We Shine" inizia con un’atmosfera tranquilla e rilassata per poi evolversi gradualmente in un crescendo che ci conduce verso sonorità più decise e hard.

La seguente e breve “Karakal (lost in Shangri-la)” è un’oasi acustica con la chitarra che disegna linee orientaleggianti di sicuro impatto emotivo ed è dedicata a Jimmy Page.

Non posso non citare la traccia che chiude il disco, “Where The River End”,  un crescendo di emozioni con la voce che tocca vette emotive elevate, quasi otto minuti di piacevolezza sonora, dove parti più acustiche si alternano a momenti più diretti ed elettrici e che sfociano nel gran finale dove tutte e tre le chitarre si danno battaglia in assoli da pelle d’oca.

Chiunque ama il rock, quello, che trae linfa vitale dagli anni ’70, suonato con passione e con sudore ma anche con la giusta tecnica, non può esimersi dall’ascoltare questo disco che regala molte emozioni e che merita una visibilità adeguata.

 


Track list:

1. City Lights (4:30)

2. Oblivion (4:25)

3. Feel Like Prisoners (5:40)

4. Mindmaze / Red-Handed (6:15)

5. Asylum 22 (6:42)

6. Burning Flame (8:40)

7. How Far We Shine (6:52)

8. Karakal (lost in Shangri-La). (2:48)

9. Strangers (5:52)

10. Thank God I Was Alone (4:12)

11. Which Side Are You On? (5:09)

12. Where the River Ends (7:55)

 

BIO DI JC CINEL


Nato a Piacenza nel 1974, la carriera musicale di JC Cinel inizia nel 2003, quando entra a far parte della band prog-rock Wicked Minds come cantante e co-autore, con varie tournèe in tutta Europa.

Nel 2008 lascia i Wicked Minds e anche l'Italia, alla volta di Nashville. Nell'arco di quattro anni JC conosce la scena musicale sempre fiorente di Nashville e le sue personalità, tra cui Johnny Neel dei Gov't Mule e la Allman Brothers Band. Nel 2010 torna in Italia e nel 2011 esce il suo nuovo album “The Light Of A New Sun”, con il quale torna in tour in Europa.

Tredici anni dopo, alla fine di maggio 2024, dopo un processo di scrittura scrupoloso e meticoloso, pubblica “Where the River Ends”, il suo progetto più ambizioso fino ad oggi.




mercoledì 17 gennaio 2024

Tommaso Varisco - "These Gloves", commento di Luca Paoli


Tommaso Varisco - These Gloves

Di Luca Paoli

 

Dopo quattro anni da “All The Seasons Of The Day” esce, anticipato dal singolo “Terhi”, il nuovo e atteso lavoro del songwriter Tommaso Varisco dal titolo “These Gloves”, che si differenzia dal suo predecessore per sonorità che ora sono più intime ed acustiche.

L’album è stato principalmente registrato dal vivo presso le Botteghe Barranco, uno studio ricavato da un antico casolare nella campagna di Merlara, situato nella provincia di Padova. Il processo di finalizzazione, simile a quello disco precedente, è stato completato negli studi del Banhoff.  

These Gloves” non avrebbe visto la luce senza la partecipazione fondamentale di amici musicisti quali Luca Swanz Andriolo e Stella Burns alle chitarre, nonché la presenza di Lorenzo Mazzilli al basso, batteria e nella direzione artistica.

La composizione dei brani presenti nel disco è stata fortemente condizionata ed ispirata dai suoi 18 mesi trascorsi fra l’Italia e la Finlandia.

Lasciando alle spalle l'energia impetuosa del suo predecessore, i nuovi brani comunicano un impellente senso di urgenza e immediata risonanza. Emergono richiami evocativi agli stili dei Doors ed ai primi Bad Seeds, per poi immergersi, nei momenti più introversi, in suggestioni folk di matrice americana.

Trovo molto interessante questa nuova avventura di Varisco che riesce molto bene a far convivere suggestioni tipiche di certo pop nordico con quelle di stampo americano, arricchendo il tutto con iniezioni psichedeliche che rendono più intrigante l’ascolto.

Un disco adatto a questi giorni invernali che va gustato con la dovuta calma e concentrazione per assaporare tutte le suggestioni contenute nelle varie tracce che lo compongono.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione “Lost Soul”, che sembra uscito da un disco di Jim Morrison ed i suoi Doors, per il suo andamento ipnotico e per quella chitarra acida che lo attraversa.

Tommy Varisco riesce a trasportare nel presente, con la sua voce e gli ottimi arrangiamenti, suggestioni ed emozioni che pensavamo sepolte dal tempo.

Non posso non citare “Kittila”, pop ballad di grande intensità attraversata da rumori chitarristici di grande impatto con il supporto della bella voce della cantante finlandese Tiina Sky.

Sempre la Sky duetta con Varisco in “Pic From A Plane”, ancora una grande canzone che dimostra le doti compositive di Tommaso Varisco che riesce ad emozionare con la sua voce e pochi strumenti ma di sicuro impatto emotivo.

Vorrei, infine, citare il brano che chiude l’album ovvero “Last Time” che vede la voce del Nostro accompagnata da una chitarra acustica e da una armonica … bel modo di chiudere un disco che riesce a convincere e a soddisfare sia chi è ancorato alla musica del passato ma soprattutto a coloro che cercano nuove emozioni nella musica del presente. 


Credits: 

Tommaso Varisco: voce, chitarra acustica, melodica, armonica, missaggio.

Stella Burns: chitarre, cori; piano e organo su Song Of Joy.

Luca Swanz Andriolo: chitarre, e-bow, banjo, cori.

Lorenzo Mazzilli: basso, cori, chitarra solista su Pic From A Plane; batteria su Terhi, To Move On, Song Of Joy, Children Song; missaggio.

Matteo Dall’Aglio: batteria su Kittila, Pic From A Plane, Lost Souls, shaker su Every Moment Has Its Color; registrazione, produzione generale, missaggio e master.

Linda Varagnolo: violoncello su Kittila e These Gloves.

Alessandro Arcuri: basso fretless acustico su Every Moment Has Its Color e These Gloves.

Tiina Sky: voce su Kittila e Pic From A Plane.

Linda Nordio: voce su Song Of Joy.

Andrea Sambo: piano e archi su Every Moment Has Its Color e Kittila. 

Canzoni e testi: Tommaso Varisco.

Pic From a Plane: testo di Tommaso e Terhi Oyala.

These Gloves: testo di Terhi Oyala.

Arrangiamento e produzione artica: Stella, Swanz, Lorenzo, Tommaso.







lunedì 20 novembre 2023

Baldo & i Giovani – "L’Ora D’Aria", commento di Luca Paoli

 


Baldo & i Giovani – L’Ora D’Aria

 (Music Force, 2023)

Di Luca Paoli

 

Una boccata di freschezza e di leggerezza anche nella musica è benvenuta ma sempre nel segno della qualità e del buongusto.

Tutto questo ci viene offerto dai Baldi & i Giovani con la loro nuova uscita discografica “L’Ora D’aria

La band friulana ci propone una fresca rilettura (con brani quasi tutti originali) di quel jazz che fu portato in alto da personaggi come Cab Calloway e Fats Waller, attraversando gli anni pioneristici dello swing e della musica popolare in voga nei primi decenni del secolo scorso, ma riverniciata e presentata con un’attitudine moderna questo anche per la notevole perizia tecnica e la giusta dose d’ironia.

Tra brani strumentali e cantati si passa un’oretta di ottimo intrattenimento, che in questo periodo storico, dove sono le guerre a farla da padrone, ci regala quell’ossigeno rigenerante che ci permettere di pensare alle cose belle che, nella vita, comunque non mancano.

La formazione vede Alan Malusà Magno alla composizione, chitarra e canto, Mirko Cisilino alla tromba e trombone, Gabriele "Gates" Cancelli alla tromba, David Cej alla fisarmonica, Marzio Tomada al contrabasso e Marco D'Orlando alla batteria.

Le 13 tracce che compongono il viaggio sonoro sono varie e, vi assicuro, non stancano, anzi, si plaude alla varietà degli arrangiamenti sempre di ottimo livello che elevano le belle composizioni … i testi, mai banali, portano il lavoro ai giorni nostri dimostrando che ci si diverte ma coi piedi ben ancorati a terra.

Per darvi un’idea di quanto andrete ad ascoltare vi segnalo “Baldanzoso”, che apre il disco e lo fa con un gran lavoro di fiati e fisarmonica ed una ritmica che si fa in quattro tra stacchi e ripartenze.

In “Città Vuote” è il jazz a farla da padrone mentre è la voce a rendere cantautorale la bella “Il Piede Sa (Piejalji'a).

Molto intensa la seguente “La Noia Che Precede La Dittatura” con un testo molto interessante che mi porta a scomodare anche un certo De André.

Vorrei segnalare, inoltre, le trombe con le sordine che marchiano a fuoco “Barone Torpedone” e senza dimenticare il bel lavoro di chitarra e fisarmonica.

Vi assicuro che tutto il lavoro mantiene uno stato qualitativo molto elevato che fi farà divertire con intelligenza.

Quindi vorrei consigliare questo lavoro a chi desidera prendersi un’ora d’aria (da qui il titolo del disco) da tutto ciò che è triste e pesante e cerca una distrazione costruttiva farcita con la giusta dose d’ironia e dove è impossibile tenere il piedino fermo e non fischiettare sulle melodie proposte.






mercoledì 14 giugno 2023

Aleco – “Gli amori Alle Stazioni”, commento di Luca Paoli


Aleco – “Gli amori Alle Stazioni”

Di Luca Paoli

 

"Chiunque si definisca un appassionato di musica sa sicuramente alternare l'ascolto e non si limita a generi definiti "impegnati", ma riesce ad apprezzare anche quei dischi più leggeri, ma non banali nel contenuto.

 

Storie che riguardano la vita quotidiana e sentimenti come l'amore. Vi consiglio di ascoltare "Gli Amori Alle Stazioni", il terzo disco del cantautore romano Aleco, all'anagrafe Alessandro Carletti Orsini, che segue i già ottimi "Il sapore della Luna" e "L'ultima generazione felice".

 


Aleco è residente a Chieti ed è anche da anni un discografico e produttore dell’etichetta Music Force.

 

Il terreno dell'amore è un tema molto delicato e spesso risaputo, ma Aleco scava nel profondo di questo sentimento e ci presenta i vari stati d'animo che si provano quando si ama, non solo la felicità ma anche il dolore quando "lei non scende da quel treno" tanto atteso dal protagonista.

Senza essere risaputo e ripetitivo, l'artista ci trasmette, attraverso le nove tracce del disco, i suoi racconti nostalgici.

Sicuramente tra i brani che meritano di essere sottolineati troviamo la title track, "Gli Amori Alle Stazioni", una canzone che fluttua tra le carrozze del treno e che è impreziosita dall'ottima voce di Alessandra Gentile.

E poi "L'Isola-La tresca", con un ritmo brasiliano, da bere come un sorso d'acqua fresca, mentre "Occhi" è un brano raffinato e accattivante che dimostra la caratura di cantautore di Aleco.

Inoltre, il suo amore per Venditti emerge nella riproposizione di "Notte prima degli esami/Questa notte è ancora nostra", in cui Aleco riesce a cucirsi addosso sonorità di terzi, facendole proprie ma senza snaturarle.

Il disco si conclude con "Le Comitive", una ballad che ho apprezzato particolarmente, che si tuffa nella nostalgia dei momenti che tutti abbiamo vissuto, tra viaggi, amicizie e storie che non dimenticheremo mai.

Ottimo anche il contributo al piano di Andy Miccarelli.

 

In conclusione, "Gli Amori Alle Stazioni" è un bel disco che scende in profondità e analizza sentimenti come amore e amicizia, ma con la leggerezza che contraddistingue le composizioni di Aleco,

Bravo Aleco, prosegui così."


Artista: ALECO

Titolo: “Gli amori alle stazioni”

Autori/Compositori: ALECO – A Micarelli

Editore: Music Force

Etichetta: Music Force

Catalogo: MF 111

 

Tracklist:

01. Intro GAAS

02. Gli amori alle stazioni  Feat. Antonella Gentile

03. Diavolo

04. I Fantasmi

05. L’isola/La tresca

06. Bella

07. Occhi

08. Notte prima degli esami/Questa notte è ancora nostra  Feat. David Madnight

09. Le comitive




 

giovedì 11 maggio 2023

Waking Sleeper Band – "Planetarium", commento di Luca Paoli



Waking Sleeper Band – Planetarium

(Black Widow Records, 2023)

Di Luca Paoli

 

Un viaggio tra i pianeti, nel cosmo più profondo, l’affascinante studio delle stelle che da secoli affascina studiosi, scienziati e uomini di diverse religioni.

Questo argomento è alla base di “Planetarium”, terzo disco dei Waking Sleeper Band, che chiudono una trilogia iniziata con “The Waking Sleeper” del 2012 a nome di Maurizio Antognoli e “Form & Appearance” del 2016.

 


Un po’ di storia per chi non li conoscesse…

La band prende forma nel dicembre 2012 a Genova e, nello stesso anno esce il loro omonimo primo CD, che viene presentato dal vivo in diverse occasioni, in particolare a marzo 2013 al Teatro La Claque di Genova, al FIM di Villanova d’Albenga e al Muddy Waters di Calvari (Ge) a fine maggio, ed in seguito al Garden dell’Hotel Europa a luglio dello stesso anno.

All’inizio del 2014 la band partecipa ad un rock contest al Teatro La Claque di Genova, per poi prendere parte, il 17 maggio, al 2° Riviera Prog Festival in occasione del Fim di Genova al Palasport.

A partire da Settembre 2015, la Waking Sleeper Band inizia le sessioni di registrazione del nuovo progetto musicale legato ad Oscar Wilde, “Form & Appearance”, pubblicato il 15 Aprile 2016, a cui sono seguiti diversi spettacoli di presentazione, come la versione acustica presso Palazzo Imperiale il 15 aprile, il live al Balera il 20 maggio, il concerto al Teatro Carignano il 19 giugno, il live unplugged al Garden dell’Hotel Europa a Rapallo il 16 luglio ed infine il 9 di dicembre la Waking Sleeper Band in concerto al Teatro Von Pauer, occasione per presentare in anteprima il videoclip del nuovo singolo “Show me”, tratto dall’album “Form & Appearance”.

Nel 2018 e 2019, quali anticipazioni del nuovo cd sono stati pubblicati i due singoli “Planetarium” ed “Astral Mathematics”, facenti parte del nuovo “concept”.

Due mondi solo apparentemente così distanti tra loro: la musica e l’astronomia, ancora una volta nell’ottica della multidisciplinarietà di un progetto. 

“Planetarium” è un concept album che si muove all’insegna di un rock progressivo che affonda le sue radici principalmente nel neo prog degli anni ’80 e, se devo fare dei paragoni, citerei gli Yes (per le armonie vocali) ed i Marillion.

Ma non pensate che sia una scopiazzatura da quanto prodotto dalle band sopra citate perché i Waking Sleeper Band sanno bene come proporci le loro composizioni, aggiornandole con suoni attuali e con una vena progressiva che li porta a sperimentare, portando nel presente un menù non certo facile da proporre.

La band attualmente è composta Maurizio Antognoli al pianoforte e alla voce, Marco Fuliano alla batteria, Simone Carbone al basso, Andrea Kala alla chitarra elettrica e Roberto Ferrari al synth ed alle tastiere.

Il fiore all’occhiello del disco sono, come scritto sopra, le armonie vocali molto ben architettate ed i tessuti di tastiere dove si insinua spesso una ottima chitarra ed una sezione ritmica precisa nell’adattarsi ai vari umori all’interno di ogni brano.

Non ho informazioni riguardo I testi dei brani perché non sono in possesso del booklet di riferimento, quindi riporto quanto scritto sul comunicato stampa.

Sul piano dei contenuti espressi dai testi dei brani presenta un viaggio spazio-temporale di 10 brani nel nome del new progressive rock tra la musica e l’astronomia, un desiderio di raccontare attraverso la musica stessa il suono dei pianeti, la visione umana dell’universo e l’evoluzione delle teorie che hanno provato ad interpretarlo e descriverlo come certo e inconfutabile, un percorso che parte da Pitagora, Aristotele, Archimede e Tolomeo per giungere sino all’età moderna con Copernico, Galileo, Keplero e Newton, approdando quasi ad oggi con Einstein ed Hawking.

Ad ogni brano del progetto viene associato uno scienziato e le sue relative teorie astronomiche, dove vengono di volta in volta citate le più conosciute visioni del cosmo, dalla teoria eliocentrica a quella geocentrica, dalla relatività ai buchi neri”.

A livello musicale ho apprezzato particolarmente Astral Mathematics, secondo singolo uscito ad anticipare l’album, con una gran bella melodia ed un ritornello che ti si appiccica addosso grazie anche al bel gioco di voci ed il bel solo di chitarra finale; e ancora All Around The Sun, dal gran tappeto tastieristico e molto vicino agli Yes con tutta la band che offre il meglio di sé, ma è veramente difficile trovare un brano migliore dell’altro, tutto funziona molto bene così, come la ruggente Relative e la lenta e piena di phatos Falling Eternally, dominata dal pianoforte e cantata con trasporto da Maurizio Antognoli.

Tutte le tracce sono veramente di ottimo livello e quindi consiglio di ascoltare il disco dall’inizio alla fine, così da poter percorrere con loro il viaggio tra i pianeti e assaporare nel modo giusto il sound che con gusto e qualità viene proposto all’ascolto.

Se amate il rock progressivo con un grande accento sulla melodia questo disco non vi deluderà assolutamente.

 

FORMAZIONE: 

Maurizio Antognoli, Pianoforte e Voce

Marco Fuliano, Batteria

Simone Carbone, Basso

Andrea Kala, Chitarra elettrica

Roberto Ferrari, Synth, Tastiere 






giovedì 26 gennaio 2023

INITIAL MASS-"ALLUVIUM", commento di Luca Paoli

 


INITIAL MASS-ALLUVIUM

Luminol Records

(13 pezzi | 59.51 min.) 

Commento di Luca Paoli

 

Alluvium è il quarto disco della heavy prog rock band con sede a Los Angeles Initial Mass.

Il lavoro, uscito per l’etichetta italiana Luminol Records, segue il già ottimo "Bending Light" del 2019 e si pone un gradino sopra per livello compositivo e strumentale rispetto al suo predecessore.


Initial Mass è un trio di heavy prog rock. La band è composta da Mark Baldwin (voce/chitarra), Kevin Robertson (batteria) e Scott Smith (basso).

Il loro stile musicale combina riff potenti, cori ottimamente costruiti ed arrangiamenti complessi per creare un suono unico e distintivo.

 

Il loro album di debutto, "Time & Measure", del 2016, ha offerto un viaggio oscuro, malinconico e melodico di auto-scoperta. Il loro secondo album, "Tidal Force", è stato un concept album epico, con un approccio più elaborato e calcolato rispetto al loro primo album. "Bending Light" del 2019 ha rappresentato uno sforzo più concentrato con meno enfasi sulla coesione tematica e con un suono più duro e diretto.

 

Alluvium è un nuovo concept che racconta la vita di un individuo come metafora dell'ascesa e della caduta dell'umanità. Il personaggio principale inizia il suo viaggio, giovane e ambizioso, emozionato per l’occasione di fare la sua impresa. Rapidamente, diventa sempre più intenzionato nel suo desiderio di prendere ciò che vuole dal mondo. Mentre diventa sempre più potente, respinge gli avvertimenti della coscienza della natura e, lasciando una scia di distruzione alle sue spalle, si ritrova isolato in un mondo che non può più sostenere la vita.

 

Le tredici tracce che compongono il lavoro vanno quindi ascoltate dall’inizio alla fine, lasciando scorrere, oltre le note, la trama di quanto raccontato.

 

Dal punto di vista strumentale la proposta della band è molto varia, e assieme a riff belli duri convive un forte sentore melodico che lo rende appetibile anche a chi non frequenta abitualmente territori musicali hard e heavy, e continui cambi di tempo ed umori lo fanno planare decisamente su territori prog.

Insomma, chi ha amato i Rush troverà pane per i suoi denti.

 

Il primo singolo, “Wake”, racconta molto bene quello che è poi la storia presentata nell’album ed è proprio Mark Baldwin a spiegarcelo:

 

Questa canzone non solo cattura praticamente ogni stato d’animo dell’album, ma è anche il culmine di tutto ciò che abbiamo fatto finora come band dal punto di vista musicale. È una canzone che ci ha davvero spinto oltre come unità musicale. Wake è uno dei punti cardine del concept, dove il personaggio centrale raggiunge il suo apice mentre è circondato dal caos e dalle infinite possibilità che le grandi città tendono a offrire. Questo è il punto della storia in cui tutto cambia”. 

Altri brani che ho apprezzato particolarmente sono l’epica “Hadean’s Fall”, “Memory Fade” con I   suoi cambi di mood, l’indole prog di “The Calling” e la traccia che chiude il disco, “In Store”, con un ritornello che ti rimane appiccicato e non si stacca più.

Come ho scritto sopra tutti I brani sono sopra la media e vanno ascoltati tutti come da scaletta per poter apprezzare il lavoro che, oltre ai muscoli, mostra una buona dose di melodia e momenti che ci portano in terreni prog.

 


LINEUP

Mark Baldwin: vocals/guitar

Kevin Robertson: drums

Scott Smith: bass

 

Alluvium track listing (cliccare sul titolo per ascoltare)

01. Hadean’s Fall

02. Trails Behind

03. Out of the Mold

04. Horizon

05. Wake

06. Calm Wind

07. Believers

08. Memory Fade

9. Drifting

10. The Calling

11. A Crown in the Dark

12. Vacant Throne

13. In Stone


Initial Mass:

www.initialmass.com

https://www.facebook.com/initial.mass

 

Luminol Records:

www.luminolrecords.com

https://www.facebook.com/luminolrecords/

 

Donato Zoppo

 

Synpress 44 | ufficio stampa

 

http://www.donatozoppo.it