La prima presentazione del
libro “1973 – L’anno cruciale della musica
raccontato in 73 dischi leggendari” di Enrile/De Negri/Pintellisi
è tenuta il 17 dicembre a Genova, presso Disco Club, nell’ambito dei festeggiamenti per il 58°
compleanno dello storico negozio di dischi della città.
La struttura all’esterno del locale
ha visto la presenza di un numero di persone interessate all’argomento trattato
dal libro.
Sempre perfetto nel ruolo di
conduttore Riccardo Storti, saggista e divulgatore musicale genovese,
che ha interagito con Angelo De Negri (in rappresentanza dei tre
curatori), Mauro Costa, Antonio Pellegrini e Luca Nappo,
tre degli oltre trenta recensori dei dischi racchiusi nel corposo volume
pubblicato il 24 novembre scorso dalla casa editrice Arcana.
Con in sottofondo le note dell’album
“Selling England by the Pound” che provenivano dal negozio, si è
presentata la genesi del lavoro, la struttura del libro e si è motivato il
perché dell’importanza del 1973 per la musica.
Preziosi gli interventi dei tre
recensori che hanno citato gli album rispettivamente recensiti ed approfondito
uno di questi.
Si è pertanto parlato di ZARATHUSTRA
del Museo Rosenbach (Costa), QUADROPHENIA degli Who (Pellegrini)
ed ATEM dei Tangerine Dream (Nappo).
Piacevole l’intervento del
proprietario di Discoclub, Giancarlo Balduzzi, che rispondendo, come nel
capitolo presente nel libro, alla domanda “Ma tu, dov’eri quando usciva DARK
SIDE” ha descritto l’atmosfera che si viveva in un negozio che all’epoca
aveva otto anni di vita.
Finita la presentazione c’è stato
spazio per una piacevole interazione con il pubblico presente che
dall’argomento trattato nel libro ha spaziato verso parallelismi e convergenze
con la musica classica nati dalla domanda su quali possono essere i modi per
avvicinare i ventenni di oggi alla musica di cinquant’anni fa.
Una bella esperienza di condivisione
ed approfondimento musicale che sarebbe bello ripetere in tutti gli ormai rari
negozi di dischi rimasti nel nostro paese.
Per concludere, un caloroso
ringraziamento a Giancarlo Balduzzi che ha permesso la realizzazione di questo
piacevole evento.
Commento di Mauro Selis, con il montaggio di Athos
Enrile e le fotografie di Ago Sauro
Ci sono avvenimenti musicali che sono molto
attesi dai melomani progressivi, come ad esempio un concerto de La Maschera Di Cera, ensemble che ha
caratterizzato il nuovo millennio del prog italiano con opere di grande valore.
L’occasione di rivederli all’opera dopo oltre due lustri di assenza è avvenuta
a Genova presso La Claque il 24 marzo 2023, seconda data -prima
italiana- di un tour mondiale che sancisce e celebra i 20 anni più 1 della band
con una scaletta antologica che spazia totalmente tra i sei album in studio.
La formazione prevedeva il “trio delle
meraviglie COZUMA”, i formidabili membri fondatori Alessandro Corvaglia (voce e chitarra acustica), Fabio Zuffanti (basso) e Agostino
Macor (tastiere), coadiuvati dall’inossidabile Martin Grice al
flauto e sax, afflitto da un dolore persistente al piede che non gli ha
impedito -more solito- di essere strepitoso, e la new entry Andrea Orlando (La
Coscienza di Zeno, Finisterre etc..) alla batteria il cui “drummerismo”
è apparso sempre convincente ed efficace.
Prima dell’inizio del concerto c’è stato il
tempo per chiacchierare in libertà nel backstage… non tutti erano presenti ma...
Martin e Andrea si faranno “perdonare” sul palco!
Le due ore del concerto sono state di una
intensità vibrante e il pubblico presente, un pò d’âgé invero, ha gradito con applausi possenti.
Miriade di emozioni positive, una pletora di
sensazioni che ha fatto breccia a livello cognitivo e viscerale, della serie “anvedi
sta Maschera come ci dà!!! “
Già con l’intro registrata de Il canto
dell’inverno da “Il grande labirinto”, del 2003, si entra in climax e con la
comparsa dei componenti della band sul palco si riaprono le porte non del
domani ma del qui e ora, godersi il live è la missione precipua della serata.
La doppietta iniziale da “Luxade”, del 2006
con Doppia Immagine e Orpheus, lascia prelibatezza nel palato di
chi saliva per questo tipo di sound come il riflesso condizionato dei cani di
Pavlov udendo la campanella.
Segue Fino all’aurora, da “Petali di Fuoco”,
del 2009, brano che chi scrive ha nel cuore anche perché all’epoca dell’uscita
il figlio di allora 9 anni l’aveva selezionata per la sua playlist dell’epoca,
incredibile dictu!
Nel rock progressivo si sa che i pezzi devono
essere lunghi e se poi sono sui venti minuti di durata meglio ancora, e allora
ci pensa La Maschera Di Cera con il brano omonimo tratto dal disco d’esordio
2002 con i suoi sei movimenti (Il tuo volto, la tua gente, il tuo rifugio,
la tua irrealtà, la tua guida, la mia fine) a saturare la voglia di full
length delle tracce anche in un concerto dal vivo.
Segue Nuova Luce, da “Luxade” che fa da
preambolo ad uno dei momenti determinanti e più attesi dello spettacolo, ossia
la trilogia (La guerra dei 1000 anni, Ritratto di lui e L’enorme
abisso) tratta da “Le porte del domani”, disco fondamentale del 2013 che
riprende le vicende dei pianeti “Felona e Sorona”, del mitico album delle Orme
di cinquanta anni fa, terminando la storia con una luce di speranza che crea
una fiammella di fiducia in questi tempi oscuri.
Gli ultimi due brani, Il cerchio del
comando e Vacuo senso, prima dei bis sono estrapolati da “S.E.I.”,
il sesto album della band del 2020 il cui acronimo significa
Separazione/Egolatria/Inganno.
Dopo un brevissimo intermezzo di acclamazione
per farli tornare sul palco, il quintetto si ripresenta con la bonus track
dell’album “Il Grande labirinto”, del 2003 ossia La Consunzione, brano ispirato
che lascia spazio ad un finale sublime con l’intensa ballad de La notte
trasparente tratta da “Petali di fuoco”, interpretata e non solo cantata
magistralmente da Corvaglia, degna conclusione di un avvenimento davvero gratificante.
In conclusione, una storiella minima con i
titoli dei brani della scaletta del concerto genovese in maiuscolo…
ORPHEUS, dopo aver intonato IL CANTO
DELL’INVERNO per tutta LA NOTTE TRASPARENTE FINO ALL’AURORA, con la NUOVA LUCE
del giorno scoprì nel RITRATTO DI LUI una DOPPIA IMMAGINE positiva di sé
stesso. Una proiezione metafisica ben lontana da quelLA CONSUNZIONE che aveva
creato un VACUO SENSO durante L’ENORME ABISSO della GUERRA DEI 1000 ANNI.
ORPHEUS segnando con vigore IL CERCHIO DEL COMANDO sul suo cammino, indossò LA
MASCHERA DI CERA trovando finalmente l’armonia.
Con questo verso in
mente, estratto dall’album “In Cauda Semper Stat Venenum” degli
incredibili Jacula, mi aggiravo per i vicoli di Genova poche settimane dopo il
mio trasferimento nel capoluogo ligure. In quella sera di novembre di ormai undici
anni fa diluviava proprio come oggi (siamo in piena allerta rossa), e
quell’atmosfera suggestiva e “da paura” mi ha portato persino a vedere ombre
sospette sul mio cammino…
Il fatto che il mese di
novembre si sia sempre accompagnato a queste atmosfere cupe e terrorizzanti è
qualcosa che, nella mia vita, aspetto ogni anno con una certa trepidazione.
Ormai so che novembre è il mese per eccellenza per immergersi nel nero e nel
viola, colori che associo a questi stati mentali, dove la pioggia (che, per
inciso, non amo) la fa da padrone, e la mente vola...
Quale atmosfera migliore
per descrivere e immedesimarsi nella serata che vi sto per raccontare, e che ha
visto avvicendarsi a La Claque di Genova due band di rilievo, Runaway
Totem e Il Segno Del Comando?
Sicuramente non sono
state troppe le band e gli album che mi hanno genuinamente trasmesso questa
sensazione di terrore puro, primordiale, di spavento quasi. Ascoltando musica
si può sì provare eccitamento, tristezza, gioia… ma paura?
Complice la più giovane
età, si tratta di un sentimento che nei primi anni in cui mi sono avvicinato
alla “musica del diavolo” veniva evocato da grandissime band e in album a mio
parere eccellenti e immortali, che nella mia esperienza personale rispondono al
nome di “Voodoo” di King Diamond, “Dusk… And Her Embrace” degli inglesi Cradle
of Filth, “In Cauda Semper Stat Venenum” dei già citati Jacula, ovviamente il
primo dei Black Sabbath e, in anni più recenti, il primo album de Il Segno Del
Comando.
Ora, non so se si tratti di un uso sfrenato del
cosiddetto “Diabolus in Musica” o tritono, o di qualche altro espediente magico
a livello musicale. Ma state certi: questa musica vi farà c****e sotto. Nel
senso che dicevo sopra, ovviamente.
In tutti i casi descritti sopra abbiamo una musica potente
ed evocativa, non necessariamente heavy in senso stretto (vedi Jacula), che si
presta alla perfezione a essere fruita in autunno. Aggiungiamo una copertina
sempre di grande effetto, un immaginario cupo e tetro, tematiche spesso legate
ai morti o alla morte, ai fantasmi o agli spiriti (notare: niente di
necessariamente “satanico”), riferimenti letterari di un certo livello o
concept album, ed ecco la ricetta perfetta per una musica “che fa spaventare.”
Gli amici della Black Widow evidentemente questa
cosa l’hanno capita molto tempo fa e con amore e passione ci propongono sempre
band di ottimo livello e spesso in contesti intimi come quello de La Claque a
Genova, venue purtroppo non piena come avrebbe potuto (e dovuto) a causa di una
pioggia davvero incessante che ha costretto più di un fan a preferire le mura
domestiche al rischio. Ma chi ha assistito al concerto si è portato a casa
un’esperienza davvero unica, in tutti i sensi, come vi dirò a breve.
Presenta la serata il boss di MAT2020 Athos Enrile che,
prima di dar spazio alla musica, introduce al pubblico due libri con rispettivi
autori: Max Rock Polis, anch’egli collaboratore di MAT2020, e autore di
“Storie di Prog Rinascimento” (volume che mi sarà molto utile
nella stesura di questo breve resoconto, e non vedo l’ora di leggere il resto…
grazie Max!), e Mario Gazzola, che ha scritto “Fantarock.”
Il primo volume è una raccolta delle trascrizioni delle
interviste ai protagonisti del prog italiano che il buon Max ha realizzato
negli anni all’interno della sua trasmissione Radio Godot, in onda ogni giovedì
dalle 17 alle 19. Sembra davvero interessantissimo, e i pareri positivi, in
rete e non solo, si sprecano.
Il secondo, edito da Arcana e vincitore del premio
Vegetti, segue l’intero corso della musica rock, dagli anni ‘50 a oggi,
evidenziandone i punti di contatto con l’immaginario fantastico. Come potete
immaginare, ci troverete di tutto, dai video e le copertine di dischi con
ispirazioni letterarie, cinematografiche e fumettistiche, alle colonne sonore per
i film del fantastico, e molto altro ancora… un libro che mi riprometto di
acquistare quanto prima.
Sono quasi le 22 e salgono sul palco Runaway Totem, band
che conoscevo solo di nome. Per dare un minimo di inquadramento al duo, unisco
elementi della bio contenuta nella pagina ufficiale di Runaway Totem e della
bio tratta dall’evento Facebook della serata:
“Runaway Totem esiste da sempre.
La storia e l’origine di Runaway Totem sono la storia e
l’origine del Cosmo.
Runaway Totem ha deciso di rendersi manifesto a questa
realtà attraverso un linguaggio universale che, come la matematica, possa
essere da tutti compreso: la Musica.
Per questo motivo ha iniziato la sua Opera nel 1988 a
Riva del Garda (Italia), a seguito di un preciso progetto di Cahål de Bêtêl
(Roberto Gottardi) e Mimïr De Bennu (Renè Modena).
Gli Elementi che compongono Runaway Totem hanno preso
possesso nel corso del tempo di differenti persone. È importante capire che il
loro avvicendarsi non è dato da vicissitudini umane, ma è frutto della volontà
di Runaway Totem. Ogni Elemento, ogni accadimento, è funzionale all’obiettivo
che Runaway Totem si è dato. Ecco quindi che quando un Elemento se ne va, è
perchè ha esaurito la sua funzione in quel luogo ed in quel tempo. L’Elemento
torna quindi al suo luogo d’origine, mentre la persona che lo ha ospitato non
può far altro che seguire questi eventi, allontanandosi così dal gruppo
Gli Elementi di Runaway Totem ci sono da sempre e ci
saranno per sempre: sia quelli già manifesti, sia quelli che ancora attendono
il momento di fare la loro comparsa.
La musica di Runaway Totem si dipana tra rock e prog, tra
sperimentazione e psichedelia, tra elettronica e avant-garde, tra voci
diplophoniche, cori surreali e strumenti acustici creando una tavolozza di
colori sonori che descrivono la società attuale.
La band attualmente formata da Cahål de Bêtêl (Roberto
Gottardi - Chitarre, liuterie elettroniche, sintetizzatori, cori, sound
designer), e dall’allievo di Demetrio Stratos, Re–Tuz (Raffaello Regoli - Voce,
diplophonie, sintetizzatori, sound designer), in questa occasione presenta in
anteprima mondiale il nuovo lavoro dal titolo “Multiversal Matter.”
Questo concept album è un ulteriore passo in avanti nella
ricerca sonora di Runaway Totem dove viene sperimentata l'accordatura con
l'intonazione del LA a 432 Hz (come auspicava Giuseppe Verdi) invece che a 440
Hz.
“Multiversal Matter” tratta di un viaggio negli stati
della materia di universi multipli. Il viaggio è concepito come nella Divina
Commedia con un Viaggiatore e il suo accompagnatore.
Il viaggiatore è chiunque di noi e il suo accompagnatore,
in questo caso è “Il Guardiano della Soglia”. In questo caso viene concepito il
multiverso come un insieme di universi che coesistono nello stesso momento
temporale e nello stesso spazio, creando multi spazi e multi tempi che si
avvolgono come le spire di infiniti serpenti. La materia dei multiversi passa
da essere solida (coagula) ad essere etere (solvet) ed ogni universo contiene
questa infinita materia.”
Questa premessa per farvi capire fin da subito che la
musica, in Runaway Totem, è un accessorio. Questo non intende affatto sminuire
l’aspetto puramente musicale, che anzi è peculiarissimo, ma rimarcare come ciò
che conta è l’esperienza del Multiverso. Il fatto che questo viaggio venga
fatto attraverso la musica, e che per caso questa musica sia di tipo progressive,
è quasi accidentale.
Qualcosa a cui certamente non sono abituato, considerato
il mio background principalmente rock e metal, per cui la curiosità è tanta,
vista anche l’aura di mistero che aleggia intorno a Runaway Totem e la presenza
scenica dei due.
Con Runaway Totem non si tratta di creare musica per il
fine di creare musica (come avviene nella stragrande maggioranza dei casi). La
musica è un mezzo per collegarsi all’Elemento venuto dal Cosmo, e non il fine
ultimo.
Tratto dal libro di Max Polis, in cui viene intervistato
Cahål de Bêtêl: “(L’Elemento) viene per fare, come la matematica, per creare un
linguaggio, un linguaggio che sia capibile da tutti, ma particolare. Che è la
musica, non costruita per essere musica di ascolto e divertimento, ma proprio
per dire delle cose importanti, e non solo. Per essere qualcosa che entra in
rapporto con il tutto.”
Nella serata a cui sto assistendo viene presentato il
nuovo album “Multiversal Matter” e la prima esperienza proposta è
un omaggio a Demetrio Stratos, dove la vocalità di Re–Tuz aka Raffaello Regoli
regala emozioni colorate di nostalgia agli estimatori del cantante e paroliere
degli Area.
Il resto del concerto, per un totale di oltre un’ora e
mezza, è suonato con grande trasporto da Runaway Totem, come dicevo formato per
l’occasione da due sole persone, che quindi si avvalgono di tastiere a volontà,
un theremin, strumenti a fiato, uno scacciapensieri, chitarre di vario tipo e
basi ritmiche pre-registrate per creare un tappeto sonoro accompagnato da immagini tipiche
da “viaggio” (no, non parlo del viaggio dell’agenzia turistica). Cerchi
che si aprono e chiudono, spirali, l’universo che si comprime e rinasce da
zero… un vero trip.
La musica di per sé è formata da lunghi(ssimi) brani dove
un’idea viene sviluppata e dilatata nel tempo. Alcune parti sono leggermente
più energiche, altre più lente e di atmosfera. Al di là del fatto che la musica
di per sé non sia il fulcro dell’esperienza di Runaway Totem, va sottolineato
come la musica, però, sia davvero particolare e ricercatissima. Non aspettatevi
i barocchismi o i virtuosismi a cui ci hanno abituato i nomi storici di questo
genere, né alcun tipo di struttura (la forma-canzone è un lontanissimo ricordo
qui, così come un approccio di tipo “suite”, tanto caro al prog).
Come riportato nel già citato libro dell’ottimo Max
Polis, “Già il prog è una nicchia di mercato, quindi fare ricerca
all’interno del progressive vuol dire andare addirittura in un’altra nicchia,
sempre più in profondità.”
Ho trovato l’esperienza sicuramente interessante ma non
del tutto rispondente al mio gusto. Ho provato uno straniamento simile
ascoltando opera davvero d’avanguardia come gli Opus Avantra e, per quanto
provi e riprovi a dare a questo tipo di proposte una possibilità di creare delle
impressioni positive e durature in me… non ci riesco.
Vi invito a immergervi in una performance di Runaway
Totem se vi capiterà in futuro (le sue apparizioni sono a dir poco
centellinate) per giudicare voi stessi e per regalarvi un’esperienza decisamente
fuori dalle righe, anche all’interno di un contesto, come quello progressive,
dove la regola è non avere regole.
Arriviamo alla seconda parte della serata dopo le 23:30:
la presentazione della ristampa, anche in limited edition con vinile colorato,
copertina argentata, medaglione esoterico metallico, bonus track inedita “Magia
Postuma” del primo album de Il Segno Del Comando, uscito nel 1996 per,
indovinate un po’, Black Widow Records, un pezzo di storia del progressive e
non solo, sia italiano che mondiale.
La ristampa di questo gioiello della musica “che fa
spaventare”, che oggi verrà suonato nella sua interezza, è un evento a lungo
atteso anche da chi, come me, si è avvicinato alla band in tempi recentissimi,
e l’attesa viene ripagata in pieno e con gli interessi. Per sicurezza, scelta
che si rivelerà azzeccatissima visto il tempo da lupi, vado a ritirare la mia
copia della ristampa in vinile limited edition, la numero 7, il pomeriggio
prima del concerto. Ora posso sfoggiare il medaglione esoterico nella mia zona
musica: si tratta infatti del plus più gustoso che accompagna il vinile in
questione, a parte la musica, ovviamente!
Per l’occasione, l’altissimo Diego Banchero, deus ex machina della band e unico
superstite ai numerosi cambi di formazione che hanno segnato la storia della
band in questi oltre 20 anni, ha deciso di fare le cose in grande e richiamare
ben tre dei musicisti che incisero il disco nel ‘96. Si tratta di Carlo Opisso
alla batteria e di Gabriele Grixoni e Matteo Ricci, entrambi chitarristi. Che
dire, una bellissima rimpatriata tra vecchi amici e che ci delizieranno sul
palco per la parte centrale del concerto, in cui verranno riproposti alcuni
brani dal primo album.
Completano la formazione de Il Segno Del Comando dei
musicisti di prim’ordine e di varie estrazioni e trascorsi musicali. Come si
diceva col grande Massimo Gasperini, fondatore di Black Widow records, la
grande capacità della musica de Il Segno è in una certa sintesi musicale e
concettuale: si tratta di un rock occulto a tratti più prog, a tratti più
metal, a tratti quasi jazz… che riesce a interessare ed emozionare (e,
ovviamente, a spaventare) amanti della musica di estrazioni diverse tra loro.
Complimenti, non è facile nel 2019 riuscire a creare
qualcosa di originale e a modo suo trasversale. Certo, i riferimenti e i
rimandi ai vari Goblin, Black Sabbath e Jacula ci sono tutti, ma non si può mai
gridare al plagio né al “già sentito”. La musica de Il Segno Del Comando
risulta freschissima nel suo essere “retrò.”
Come dicevo all’inizio dell’articolo, l’efficacia massima
nel creare quella sensazione di inquietudine e paura è dovuta anche a un certo
immaginario sia testuale che visivo. E anche qui Il Segno non delude: il nome
evocativo si rifà chiaramente al mitico sceneggiato della RAI degli anni ‘70
(se non l’avete mai visto andatelo a ripescare, in questi tempi di serie TV,
anche questa è invecchiata davvero bene), compresa la civetta presente anche
nel magnifico medaglione esoterico e che oggi continua a essere parte
dell’immaginario della band benché in forma 2.0, ossia stilizzata, i testi sono
basati su libri, romanzi e storie di vario tipo, tra cui ovviamente quelli del
primo che traggono ispirazione dallo sceneggiato stesso. E le copertine?
Spaventose, davvero. Gli ingredienti ci sono proprio tutti.
Ah, dicevamo dei musicisti (da paura): oltre a Diego,
bassista e maestro di cerimonie della serata, abbiamo Riccardo Morello alla
voce, Davide Bruzzi nel duplice ruolo di chitarrista e tastierista, Roberto
Lucanato alla chitarra, Fernando Cherchi alla batteria e, questa sera, alla
fisarmonica (stupenda l’interpretazione di “Ghost Lovers in Villa Piuma”, che
chiude il primo album) e Beppi Menozzi alle tastiere. Come si suol dire: bravi
tutti.
Tra gli altri ospiti, per “Il Calice dell’Oblio”, tratta
dall’ultimo album “L’Incanto dello Zero”, abbiamo anche Dorian Mino Deminstrel
alla voce, cantante e mente dei Fungus Family, altra band della Black Widow che
costituisce un pezzo importante della storia del progressive genovese degli
ultimi 20 anni.
Completano la rimpatriata due Artisti che espongono le
proprie opere visual: Danilo Capua,
con alcune opere realizzate per la band, e Ksenja Laginja, presente con il suo
"Kairos Sensorium", un viaggio immaginifico tra fantascienza ed
esoterismo, simbologia e silenzio cosmico, dove la visione si unisce alle
proiezioni astrali con uno sguardo oltre l'umano.
Il concerto scorre velocemente e l’entusiasmo è tanto. La
resa dal vivo de Il Segno è un mix di energia, bravura tecnica e atmosfere
cupe. Non manca un certo umorismo “a denti stretti” nelle parole di Diego
nell’introdurre i vari brani, il che strappa più di un sorriso a varie riprese.
Una band compatta e potentissima che non dovreste perdervi mai e poi mai se
dovesse capitare dalle vostre parti.
Si è trattato insomma di un evento unico, reso ancor più
unico dalle circostanze che ci circondano (fuori piove davvero tantissimo) e
dal livello degli ospiti in sala... un setting speciale per una ricorrenza che
i presenti non dimenticheranno presto. Anche perché tutti sentiremo nuovamente
questa stessa musica nei nostri peggiori incubi, ne sono certo.
Si è tenuta
nella mattina di mercoledì 26 marzo, al 29 Rosso di via del Campo a Genova, il
museo recentemente allestito per omaggiare la tradizione cantautorale della
città (da De Andrè a Paoli, da Lauzi a Bindi, da Tenco a Fossati e molti
altri), la conferenza stampa di presentazione del CD “Passio secundum Matthaeum
– The Complete Work” dei Latte e Miele, storica band di rock progressivo
italiano.
La “Passio” è
sicuramente l’opera più famosa di questa formazione genovese, ma nel corso
degli anni il tastierista, Oliviero Lacagnina, ha sentito dentro di sé che in
tutto ciò c’era ancora qualcosa di incompleto, di irrisolto, e ha continuato a
scrivere musiche per quel disco, nonostante esso fosse uscito nel 1972. Per
questo motivo oggi, a 42 anni di distanza, esce “The Complete Work” che, a
tutti gli effetti, è un’opera nuova, di durata praticamente doppia rispetto al
lavoro originale, riarrangiata, suonata e prodotta con le migliori tecnologie
di oggi e impreziosita da numerosi ospiti: gli archi degli GnuQuartet, il coro
polifonico Classe Mista, la produzione sonora di Aldo De Scalzi e numerosissime
voci tra le più belle del rock italiano di ieri e di oggi che si avvicendano
nel ruolo di narratori dei passi del Vangelo che fanno da legame tra un brano e
l’altro del concept-album. Silvana Aliotta (Circus 2000), Paolo Carelli (Pholas
Dactylus), Giorgio D’Adamo (New Trolls), il già citato Aldo De Scalzi, Sophya
Baccini (Sophya Baccini’s Aradia), Alvaro Fella (Jumbo), Paolo Griguolo
(Picchio dal Pozzo), Max Manfredi, Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre),
Simonluca e Lino Vairetti (Osanna) sono i numerosi, validissimi nomi presenti
sul CD.
Questa mattina,
al 29 Rosso di via del Campo, sono presenti i quattro componenti storici dei
Latte e Miele: oltre al già citato tastierista Oliviero Lacagnina troviamo
Massimo Gori (basso e voce), Marcello Giancarlo Dellacasa (chitarre) e Alfio
Vitanza (batteria e voce). A porgere gli onori di casa è Massimo Gasperini,
della Black Widow Records, che racconta come questo museo (che tutti chiamano
riduttivamente “Museo De Andrè”, ma che in realtà è dedicato a una intera città
e alla sua musica) un tempo ospitasse il negozio di Gianni Tasso: “Là comprai
il mio primo vinile, da ragazzo. Era ‘Dolce Acqua’ dei Delirium, band che oggi
incide per la Black Widow Records. E la sede della casa discografica è proprio
a pochi numeri civici da qui, in via del Campo, la strada della musica nella
città della musica”. Tutto torna, dunque.
I quattro
musicisti in questo incontro parlano liberamente, si raccontano con amore, con
grande disponibilità e “senza filtro”, ripercorrendo un percorso umano, ancor
prima che musicale, che tocca tutte le tappe della loro vita e della loro
carriera: da quando Gori e Vitanza, ragazzini, erano vicini di casa a Pegli e
si scambiavano i primi commenti entusiasti su tutte le novità musicali: “Hai
sentito, è uscita una nuova band fortissima: si chiamano Led Zeppelin!”,
oppure: “Il nuovo singolo dei Beatles è una bomba”. E poi ci raccontano di
quando assunsero una formazione a tre, come degli E.L.&P. italiani, con
Dellacasa letteralmente costretto a incidere chitarre e basso, perché Gori
doveva finire gli studi e i genitori non lo lasciavano uscire di casa fino a
dopo gli esami! Scopriamo con loro la storia di questo nome, Latte e Miele,
suggerito da Alfio Cantarella dell’Equipe 84, “perché tutti i gruppi cercano i
nomi inglesi, voi invece dovete puntare su una cosa italiana, diretta,
immediata, che arriva subito alla gente”. Dopo una fase di scetticismo iniziale
ben presto i Latte e Miele capirono che quella era la scelta vincente.
Del nuovo
album, Massimo Gori dice: “Non temiamo che qualcuno ci accusi di una
‘Operazione Nostalgia’: come band siamo più attivi che mai, lo dimostriamo ai
nostri concerti. Lo abbiamo fatto per sincera passione, perché le musiche nuove
scritte da Oliviero erano talmente belle che non si potevano non incidere. E
non lo facciamo certo per soldi: oggi sembra normale spendere 25 euro di
ingresso per una serata in discoteca, poi ci sono spettacoli teatrali di alto
livello che costano dai 15 ai 20 euro e la gente storce il naso. Noi negli anni
’70 facevamo i tour teatrali e il pubblico correva a sentirci mosso soltanto
dalla curiosità, dal passaparola e dalle uniche due riviste musicali in
circolazione, ‘Giovani’ e ‘Ciao 2001’. Oggi, paradossalmente, ci sono molti più
canali per essere sempre aggiornati sugli appuntamenti musicali e culturali,
eppure c’è meno entusiamo, più pigrizia. E poi ci sono mille paletti: oggi sono
state inventate migliaia di definizioni per i generi e i sottogeneri musicali,
all’epoca era normale che un gruppo folk come gli Amazing Blondel aprisse i
concerti dei Black Sabbath, e noi stessi abbiamo suonato in apertura a Gary
Glitter come a Mia Martini. La gente era assetata di musica e aveva voglia di
scoprire tutto”.
La carriera dei
Latte e Miele, in oltre 40 anni, ha avuto alcuni momenti di stop, ma i quattro
componenti non hanno mai smesso di fare musica: oggi Alfio Vitanza suona nei
Beatbox, una delle più conosciute e amate tribute-band beatlesiane a livello
europeo, Massimo Gori è in tournèe con il teatro leggero del grande attore
Corrado Tedeschi, Marcello Giancarlo Dellacasa è un concertista classico e
Oliviero Lacagnina, oltre a insegnare musica, ha un’intensa attività di
compositore e arrangiatore per altri interpreti. Proprio a proposito di questo,
Lacagnina commenta: “Chi fa musica non smette mai di scrivere. Tutti noi
componiamo sempre e per questo vorrei che il prossimo album dei Latte e Miele
fosse frutto di un lavoro corale, e non di un solo autore”.
In tutte queste
considerazioni c’è spazio per ricordare anche Aldo De Scalzi, descritto dai
Latte e Miele come “Un vero amico, con cui siamo cresciuti insieme, e una
persona disponibile e propositiva con cui è fantastico lavorare”, e c’è un
pizzico di malinconia nell’onorare la memoria di Don Andrea Gallo, a cui il
disco è dedicato. Don Gallo doveva essere tra i lettori dei passi del Vangelo,
ma ci ha lasciato prima di poter incidere la sua parte. “La cosa ci ha
addolorato molto. Sarebbe stata l’ultima testimonianza incisa della sua voce.
Ma da un lato è meglio così. Tanti sciacalli che non capiscono il fantastico
rapporto di amicizia che avevamo con quest’uomo, non avrebbero capito la nostra
sincerità e ci avrebbero ingiustamente accusato di speculare su di lui”,
commentano i quattro musicisti genovesi.
Il 4 aprile
l’album verrà presentato al Teatro “G. Verdi” di Genova con l’apertura affidata
alla band Il Tempio delle Clessidre in set acustico. Alla fine di aprile,
invece, i Latte e Miele saranno a La Spezia ospiti di una presentazione di un
libro biografico su Andrea Gallo firmato da Luigi Faccini.
Genova
la Superba, la città dei cantautori per eccellenza, è la magica cornice che
farà da sfondo alFIM – Fiera Internazionale della Musica,
dal16al18 MaggioallaFiera del mare; la kermesse, quindi, non poteva
non rendere omaggio al suo luogo d’origine con una serata di note e premi.
Sabato 17 si esibiranno sul palco blu i migliori artisti liguri, cantanti e
gruppi che si sono distinti nell’ultimo anno per i loro numerosi meriti
artistici e che hanno dato lustro a Genova e alla regione.
Claudia
Pastorino,
artista pegliese dalla carriera pluriventennale, fondatrice nel 2005 a Genova
della Scuola di Cantoterapia, ritirerà il premio“Cantautrice
Ligure”; l’ultimo dei suoi 7 album,Ligyes,
è un viaggio musicale tra inediti e cover nelle radici alla riscoperta –
appunto – dei Ligyes, i popoli abitanti l'attuale terra di Liguria, già
conosciuti nell'antichità per le loro doti canore.
L’Orchestra Bailame laCompagnia di canto Trallallero,
invece, saliranno sul palco portando a casa il premio“Tradizione
Ligure”: fondata nel 1989, l’orchestra nasce con forti
influenze di musica araba e balcanica, ma esplora anche la musicalità e le
suggestioni della musica genovese portando quest’ultima all’attenzione dei
maggiori festival canori internazionali. Le loro numerose collaborazioni (da
Luca e Paolo a Carla Peirolero ed Enrico Campanati, da Roberta Alloisio a Marco
Fadda) sottolineano la voglia di percorrere nuove strade, come la recente unione
con la compagnia di canto Trallallero che ha portato al successo dell’ultimo
album “Galata”.
I
giovaniTuamadre, invece, sono la
migliore“Band Emergente Ligure”: Naim
Abid (voce), Eugenio Ruocco (batteria), Alfredo Sarpero (piano e tastiere),
Gigi Magnozzi (chitarra), Pietro Martinelli (basso), Francesco Mascardi (sax),
Stefano Bergamaschi (tromba) e Tony Carvelli (trombone), otto talentuosi
musicisti che hanno fatto dell’ironia la loro arma vincente e che alternano
brani famosi del passato e del presente arrangiati secondo il loro stile, un
po’ jazz e un po’ rock steady, passando per il reggae, la musica classica e
yiddish.
IBuio Pesto,
capitanati da Massimo Morini, ritireranno il premio“Musica
Ligure nel mondo”: dal 1995 ad oggi hanno venduto 83.000 dischi
(ottenendo un Disco d’Oro alla carriera), si sono esibiti in più di 600
concerti di fronte a un pubblico di oltre 1.200.000 di persone, e hanno
raccolto fondi destinati alla beneficienza per una cifra di 190.000 euro. I
loro nove album si sono piazzati nei primi nove posti della classifica di
vendita in Liguria degli ultimi 15 anni, e quarti assoluti nella storia della
musica genovese.
Al
cantautoreFabrizio Casalino, sulla
scena da oltre vent’anni, verrà assegnato il premio“Comicità in
musica”. Artista poliedrico, Casalino alterna le esibizioni
comiche a carattere musicale e le imitazioni (da Mario Biondi a Gianluca
Grignani, passando per gli sketch con personaggi inediti come Giginho e Mirko)
alla scrittura di brani e canzoni. Due album suoi, un libro, nel 2012 vince il
prestigioso premio Bindi.
Domenica
18, dopo il live di Bobby Kimball dei Toto, sarà la volta diRoberto
Tiranti, premiato come miglior“Voce
Ligure”: lo studio del canto lirico gli ha conferito un timbro
unico e potente, perfetto per il musical (a cui spesso prende parte). Dal 1997
è il cantante dei Labyrinth, gruppo power/prog metal col quale ha registrato
sei album e aperto i concerti italiani di Megadeth, Ozzy Osbourne e Iron
Maiden, ma collabora con altri gruppi ed artisti internazionali. L’11 gennaio
2014 è salito sul palco del Politeama Genovese per presentare lo show“40-25”,
una festa – concerto con amici e colleghi illustri come Stef Burns, Vittorio De
Scalzi, Rocco Tanica, Irene Fornaciari e tanti altri.
Sul
palco del FIM si prepara una festa lunga tre giorni: la festeggiata? Genova!
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