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domenica 18 maggio 2025

Fabio Rossi-"SANDY DENNY – La Regina del Folk Rock", commento di Andrea Pintelli

 


SANDY DENNY – La Regina del Folk Rock
di Fabio Rossi

Commento di Andrea Pintelli

 

L’amico scrittore romano Fabio Rossi ha fatto un grandissimo regalo a tanti appassionati di Musica vera, quella con l’emme maiuscola, realizzando un libro dedicato alla Regina del Folk Rock, ossia Sandy Denny. Il primo libro uscito in italiano su di lei, s’intende. Pubblicato lo scorso aprile da Il Cuscino di Stelle, esso va a coprire un vuoto editoriale che colpevolmente aveva, fin qui, escluso l’artista britannica dai radar del circuito letterario. 

Nata il 6 gennaio 1945 e deceduta il 21 aprile 1978 in seguito a una caduta dalle scale, Alexandra Elene McLean Denny, detta Sandy, è stata senza dubbio la miglior cantautrice di sempre del Regno Unito e una delle migliori di tutti i tempi a livello mondiale. Grazie a una sensibilità senza limiti, a un talento immenso, a una voce sognante e penetrante, ha composto canzoni che siedono nel gotha della Musica del Novecento. Purtroppo, proprio questa sua infinita sensibilità le condizionarono la vita, andando talvolta a intaccare negativamente il suo cammino nel campo dell’arte. Inutile e dannoso che spieghi qui il suo percorso, visto che lo farà questo sentito e ottimo libro, di cui Fabio mi ha pregiato di scriverne la prefazione. Il mio amore per Sandy risale a tantissimi anni fa, quando da ragazzino (intorno ai 13 anni) comprai “Liege and Lief” dei Fairport Convention, il disco-manifesto del Folk Rock, band di cui le fece parte. Da lì in poi, collezionai tutto ciò che riguardava il gruppo inventore di questo genere per quanto riguarda la Britannia, la stessa Sandy nella sua carriera al di fuori di questo “nido”, come pure ciò che i suoi membri rilasciarono come solisti o all’interno di altre formazioni. Insomma, il British Folk mi stregò fin dall’inizio. Quello che mi colpì maggiormente fu il flusso di emozioni che suscitarono in me molte delle composizioni di Sandy, andando a toccare corde interiori che finora nessun altro aveva nemmeno sfiorato (e assicuro che di Musica ne avevo fin lì “masticata” tantissima, di ogni genere). Late November, Solo, The Pond and the Stream, One More Chance, I’m A Dreamer, Who Knows Where The Time Goes, Nothing More, tanto per citarne alcune di clamorose, ebbero un effetto deflagrante su di me, andando ad aprire porte nel mio io più profondo. 


Sandy Denny fu (ed è) la chiave che mi permise di evolvere, in poche parole. Per chi non la conoscesse, quest’ottimo libro del bravissimo Fabio (già autore di diversi volumi oltremodo importanti dedicati a Rory Gallagher, Bathory, EL&P, ecc.) potrà avere una funzione determinante che permetterà di entrare a conoscenza di un pilastro della Musica tutta, sebbene qui in Italia sia sempre stata poco citata (ma si sa come girano le cose nel paese fatto a stivale…). Per chi la conoscesse già, esso sarà una piacevole lettura, perché non solo va a sbobinare la vita dell’artista e la sua preziosa (seppur troppo breve) carriera, ma riporta anche notizie di non facile raccolta. Il libro contiene un’interessante ed esauriente fascicolo fotografico sulla protagonista, nonché i testi di alcune sue canzoni con traduzione in italiano. Insomma, invito chiunque abbia un briciolo di curiosità e raffinatezza ad acquistare “Sandy Denny – La Regina del Folk Rock”: ne sarete soddisfatti. Abbracci diffusi.

 

 

Per contatti col sottoscritto:

andrea.pintelli@gmail.com






lunedì 9 settembre 2024

RUNAWAY TOTEM - “Creators”, commento di Andrea Pintelli


RUNAWAY TOTEM
“Creators”

Black Widow Records

Di Andrea Pintelli


Alcuni mesi fa, a dire il vero parecchi (ma non troppi), è uscito “Creators”, il nuovo disco dei Runaway Totem. Trattasi della prosecuzione di “Multiversal Matter”, da me trattato alcuni anni fa tramite un’intervista illuminante rilasciatami dal loro leader Roberto CAHAL Gottardi, sempre per MAT2020. Questo nuovo lavoro, pubblicato dalla Black Widow Records (gloria sempre), ha intensità senza paragone alcuno, pur avendo trovato il precedente un disco profondissimo. La qualità dei suoni è pazzesca, tanto che le note sembrano entrar dentro anima e corpo. Concettualmente è, come sempre, complicato ai più, ma se si produce lo sforzo di capirlo, esso ti porta in un mondo che è qui, ma che non vogliamo cogliere, essendo noi umani dediti, spessissimo, alla superficialità. Il saper valutare il tempo e lo spazio è davvero per pochi illuminati, cercare di spiegarlo (qui tramite musica e testi) è una lezione difficile da dimenticare.

Suddiviso in due sezioni denominate Creators e Red Star, l’opera si apre con Viators, in cui si fa riferimento a razze aliene che intraprendono un viaggio intergalattico per arrivare ad approdare sulla terra. Intro d’altrove, denso, inizialmente ricongiungibile ad un adagio, per poi sfociare nella messa in musica del suddetto viaggio. Una marcia che Cahal riesce a costruire con la sua prestanza tecnica e artistica, tramite chitarre di ogni tipo, basso, sintetizzatori e tastiere. La presenza vocale della sempre magnifica Sophya Baccini, la eleva e la espande. I grandiosi fiati di Martin Grice dei Delirium fanno il resto. Advent Deus, ossia l’arrivo di queste forme aliene. Queste forme che non sono di materia terrestre, ma vibrano a frequenze più alte sono viste come fossero degli Dei. Stessi musicisti, atmosfera differente. Minacciosa e sinistra, trasuda novità: musica fiammante. Avvolge per non lasciare, piove concetti modernissimi. Gran lavoro di Simone Caruso alla batteria. Betelgeuse è la musica aliena portata dalla Stella di Betelgeuse. Strumentale che si popola del mai sentito, dell’estrema gioia del suo essere inedito. Si prosegue con Lemuria che è un luogo e un tempo che la nostra memoria ha perso. Le popolazioni della Lemuria sono antiche e tecnologicamente avanzate e la musica ricorda quei giorni. Per rendere tutto ciò fruibile è necessaria un’immaginazione fuori dal comune, oppure avere conoscenza di ciò che si sta proponendo. Chissà. Resta il fatto, ed è un fatto, che l’incrocio dei sax di Grice e di Andrea Facchini può amplificarne il discorso. Non mi è possibile chiamarla canzone, essendo parte di una sfera che non conosciamo. Grazie a Cahal ne abbiamo ora maggiore consapevolezza: non sentori, ma nozioni vere e proprie. Red Star si apre con The Gate of Orion, che altro non è che la venuta successiva di altri viaggiatori alieni che partono da Orione. Aprendo dei portali, essi possono entrano nel nostro mondo. Maurizio Poli porta una vocalità space, che si adatta perfettamente al concetto rappresentato. I portali sono qui riprodotti nella parte centrale del pezzo, nettamente differente dalla sua parte iniziale. Il ritmo inusuale ne delinea i tratti inconsueti, più unici che rari. Ecco Remembering Betelgeuse, dove il flauto dell’immenso Nik Turner la fa da padrone. Artista che parla la stessa lingua di Cahal, indubbiamente. Trattasi, comunque, del ricordo alieno della musica portata dalla stella di Betelgeuse. Non di facile presa, ma profonda e veemente. The Spiral vede il ritorno di Grice, a misurarsi con le vocalità di Emanuela Vedana e Maurizio Poli. Porta in grembo la volontà di manipolazione genetica degli alieni sulle popolazioni terrestri, per creare uno schiavo. Ma un’altra razza aliena, pro-vita, si interpone alle mire dei primi e riesce a creare l’uomo divino, distruggendo il piano precedente. Essa è una dimostrazione di resistenza, la cui cadenza si fa maggiormente intensa e potente. Universal Union è l’uomo nuovo collegato all’essenza primordiale. Quest’uomo nuovo entra in una dimensione da cui era partito. Ospite il mostro sacro David Jackson dei VDGG, la traccia assume fin da subito quell’importanza che traspare fin dal titolo. Cahal è oggettivamente artista straordinario; qui, credo, dia il suo meglio, in termini di fantasia applicata alla realtà. L’alchimista, bonus track, è altro rispetto a Creators e Red Star, sia come concetto espresso, sia musicalmente, ma anch’essa è assai buona e completa. Non un mero esercizio stilistico, ma espressione di gran maestria strumentale. Chiude in bellezza questo album compiuto e definitivo.

 

TRACK LIST:

 

CREATORS (clivvare sul titolo per ascoltare)

1.Viators

2.Advent Deus

3.Betelgeuse

4.Lemuria

 

RED STAR

1.The Gate of Orion

2.Remembering Betelgeuse

3.The Spiral

4.Universal Union

 

Bonus track:

L’alchimista

 

Composed, arranged and directed by Roberto “CAHAL” Gottardi, except: L’Alchimista composed by Richie Castellano arranged and directed by Roberto “CAHAL” Gottardi

 

The Intergalactic Totem Arkestra: Roberto “Cahal” Gottardi, Simone Caruso, Andrea Facchini, Maurizio Poli, Sophya Baccini, Martin Grice, David Jackson, Nik Turner, Emanuela Vedana

 

Mixed and engineered By Roberto Cahal Gottardi at Totem Studio Records

Mastered by Eugenio Vatta at E45 Studio - Roma

 





domenica 7 gennaio 2024

Lino Capra Vaccina - “Syn•Thesis”, commento di Andrea Pintelli


Lino Capra Vaccina

Syn•Thesis

di Andrea Pintelli


“È pur sempre un piacere estendere le proprie radici e vedere la propria esistenza innestarsi in altre.” Schiller a Goethe, 4 aprile 1797


Lo scorso 8 dicembre è uscito “Syn•Thesis”, ossia la nuova opera di Lino Capra Vaccina. Prodotto e pubblicato dalla sempre più notabile Dark Companion Records, ha il merito di essere un’estensione verso nuovi lidi artistici del grande Maestro, mai domo e capace di ideare musica nuova (in tutti i sensi) che può far riflettere e portare l’ascoltatore in un altrove di sicuro impatto.

Lasciamo a Marchini il compito di introdurre questo lavoro: “Ancora una volta Lino ci sorprende. Da sempre poeta dei silenzi e dei suoni rigorosamente acustici, ora propone un album dove i suoni sintetici sono i protagonisti. D’altronde, fin dai tempi delle collaborazioni con Franco Battiato, il VCS3 è nella poetica di Lino e Franco. Così, come spesso accade, anche il nuovo e il vecchio sono in simbiosi simpatetica. E questo album ne è la prova definitiva. Ciò che lo rende davvero incredibile è che non importa se Lino sieda al pianoforte o al suo amato vibrafono o ai suoi gong arcani. Lino è subito riconoscibile. C’è qualcosa di effimero eppure persistente nella sua semantica. Qualcosa che di fatto rende la poetica di Lino Capra Vaccina unica e capace di sondare profondi accordi ancestrali: suoni della memoria senza tempo e senza spazio. Quest’album è davvero qualcosa di diverso...Un nuovo inizio.

Il disco è composto da tre tracce che, di fatto, sono tre suite. Sacred Essence è l’emblematico titolo della prima di esse, che raggruppa in sé quattro passaggi: Alpha - Holy Myrth - Shiva, The Destroyer - Ocean Of Dust. Gli infiniti suoni del sintetizzatore dispongono la trama sonora su più livelli, sia emotivi che concreti. Un respiro che aiuta anima e corpo. Nella seconda parte c’è il dominio del ritmo, coadiuvato da ondivaghi pensieri tangibili, che possono quindi toccare ed essere toccati. Lo scenario è uno sconosciuto porto in cui Vaccina ci fa approdare, fra venti, mari agitati e movimentate escursioni. La terza parte, maggiormente statica rispetto alla precedente, è sinistra ed enigmatica, grazie a suoni che profumano di oscuri presagi. La quarta e ultima parte è un’apertura senza confini, con orizzonti assenti e ritrovata bellezza, resa ancor più profonda dall’intento che porta oltre il pensiero di andare. Arrivando(ci). Ellipsis; genialità allo stato puro. E senza esagerare. Per giungere ad un livello simile ci vuole psiche, spirito, ma anche corpo, tutti buttati oltre la staccionata del conosciuto. L’immaginazione al potere! urlavano tanti anni fa. Ora ci vuole coraggio, prima di tutto. Il Maestro è qui dove pochissimi si sono spinti, impegnato nel difficilissimo compito di coniugare mondi paralleli. Nessun volo pindarico: vivere. From The Birth Of Time è l’essenza del significato di fare arte, laddove l’istante non aveva ancora durata. Il primo strumento musicale inventato dall’uomo sono state le percussioni, ossia la scoperta del concetto di tempo, ascoltando il proprio battito interiore per poi differenziarlo creando di fatto la melodia. Il sintetico di Vaccina risale a quel momento, esplorando via via la gamma delle colorazioni in maniera sintetica. Stupore e meraviglia dominano questo estremo processo.

In sintesi, vogliate regalarvi un pellegrinaggio nei luoghi impervi, ma splendidi, delle origini. Il loro fascino è assicurato, grazie alla grandiosa arte sprigionata in questo monumento di ricerca sonora dal titolo “Syn•Thesis”.


Tracklist:

01. Sacred Essence

Alpha - Holy Myrth - Shiva, The Destroyer - Ocean Of Dust

02. Ellipsis

03. From The Birth Of Time

 

Lino Capra Vaccina

Analog Synthesisers, Percussion,Vibraphone, Piano 

Produced by Max Marchini 

Recorded, mixed and mastered by Alberto Callegari at Elfo Studios, Tavernago (PC)




martedì 12 dicembre 2023

Markus Stockhausen - Luca Formentini: “Réverie”, commento di Andrea Pintelli


 Markus Stockhausen

Luca Formentini

“Réverie”

Di Andrea Pintelli


Oggi 8 dicembre 2023 esce Réverie, album di Markus Stockhausen e Luca Formentini, prodotto dalla sempre ottima Dark Companion Records di Max Marchini. Ecco, nelle sue parole, la genesi di questo notabile lavoro:

“Luca e Markus iniziarono a suonare insieme nel 2005, quando Markus formò un ensemble internazionale per esibirsi al festival I Suoni delle Dolomiti. Un anno dopo si esibirono in quintetto al St. Maternus di Colonia, in Germania, registrando un album dal vivo, che avviò il progetto chiamato "Flowers of Now" (Musica intuitiva a Colonia, etichetta Horus, 2008). Successivamente Markus suonò in due brani di Luca’s Tacet (Extreme Records, 2008) e nel doppio album Songs/Signs del progetto Flos di Luca con Stefano Castagna (Ritmo&Blu, 2018). Seguirono altre esibizioni dal vivo. Il 9 luglio 2021 Markus fece visita a Luca, mentre era in viaggio per alcuni concerti nel centro Italia. Si sistemarono nello studio di Luca e registrarono un set completamente improvvisato, dove nulla era stato precedentemente arrangiato o concordato. L'intero set è catturato su questo album: quattro take senza sovraincisioni. La musica riflette l'incontro di due diverse storie musicali, in cui ogni musicista reagisce all'altro in un continuo flusso di ispirazione, tensione e rilascio. La loro dedizione all'ascolto reciproco è tangibile e tuttavia continuano a mantenere la loro presenza personale: chiamare o rispondere e muoversi insieme in territori sconosciuti. Puoi quasi afferrarlo il loro stupore per il panorama sonoro in evoluzione, nonchè imprevedibile. Suoni acustici si intrecciano con parti elettroniche in costante esplorazione con la spontaneità di una composizione intuitiva. Dalla musica emergono un profondo senso dello spazio e atmosfere oniriche, le dimensioni di ampiezza, profondità e il tempo sembra dilatarsi.”

Sostanzialmente ci troviamo al cospetto di un dialogo intimo e totale fra due mirabili musicisti, in cui sono le anime ad esprimersi tramite i suoni generati. Un fiume in piena la cui portata va di pari passo coi picchi emotivi che Markus e Luca riescono a raggiungere insieme. Dream Talk, primo passaggio, riflette in pieno la fotografia di copertina, in cui il paesaggio si fa soffuso e nebbioso e sospeso, dove nulla è sinistro, ma piuttosto che emana calma interiore e invita al rilassamento. Le linee melodiche offerte sono una calda coperta che abbraccia per armonia. Spirits Everywhere, meno accomodante della traccia precedente, è fatta di tensione e inquietudine; sentori comuni e normali (ma non normalizzati) quando si è circondati da chi non c’è più fisicamente, ma che resta ed esiste sotto altra forma. Sta a noi riprendere e riportare il dialogo con essi, anche grazie all’aiuto di sonorità che emergono dalle profondità dei due artisti. Walking in Dream Land, ossia dove l’immaginario e l’irreale trovano casa. Tromba e chitarra con echi dolci ma al tempo stesso dirompenti, come se il camminare fosse una condizione troppo terrena e banale da svolgere. Qui si veleggia, più che altro, in un mondo parallelo fatto di colori vivissimi e dove anche il buio ha un brivido di luccicanza. Nemmeno gli occhi servono per vedere ciò che abbiamo in noi (e troppo spesso ce ne dimentichiamo). Night Birds, ultimo passaggio: la Natura non dorme mai, e quando si riposa una parte di essa, ce n’è sempre un’altra a tenere sveglio il futuro. Markus e Luca ne ricavano una fotografia dinamica, in cui la convivenza artistica raggiunge una vetta chiamata unione. Corpi liquefatti a formare un’entità univoca.

Un disco, insomma, da mettere in loop nelle vostre giornate felici, come in quelle tristi. Eleverà le prime e aiuterà a risolvere le seconde. E questo non ha prezzo.

 


Tracklist:

1. Dream Talk 10:01

2. Spirits Everywhere 09:49

3. Walking in Dream Land 07:25

4. Night Birds 10:14

 

Music composed by Markus Stockhausen and Luca Formentini

Produced by Max Marchini

Markus Stockhausen: Trumpet, Flugelhorn and Voice

Luca Formentini: Electric Guitar, Synth, Sampler and processing

Recorded live on July 9th, 2021 in Selva Capuzza, Desenzano del Garda, Italy

Mixed by Luca Formentini

Mastered by Alberto Callegari @Elfo Studio, Tavernago (PC), Italy

Photography: Franz Soprani, except page 4 by Manuela Esquilli; pages 5-6 by Lia Pironi

Cover graphics by Max Marchini with Markus Stockhausen





 

mercoledì 8 novembre 2023

SOPHYA BACCINI’S ARADIA: “RUNNIN’ WITH THE WOLVES”, commento di Andrea Pintelli

 


SOPHYA BACCINI’S ARADIA

“RUNNIN’ WITH THE WOLVES”

di Andrea Pintelli


Secondo disco per le Sophya Baccini’s Aradia, band tutta al femminile capitanata, com’è facile intuire, da Sophya Baccini, talentuosa cantante, musicista, compositrice, che da sempre ci delizia con lavori di ottima fattura. “Runnin’ with the Wolves” è infatti stato pubblicato a fine agosto dalla Black Widow Records (gloria sempre): sette tracce a dipingere un quadro sonoro che ha nel prog sinfonico il suo elemento principale. Vale la pena ricordare i trascorsi di Sophya; nei Presence, autori di notevole musica dark-prog che ha lasciato il segno; la sua carriera solista resa splendente grazie a tre album diversi tra loro, ma con la sua voce, unica, potente e poetica come comune denominatore; tantissime collaborazioni con vari artisti, tra cui spiccano Osanna e Delirium. Insomma, una carriera densa di soddisfazioni, ripagata dal sempre maggiore affetto di un pubblico fedele e attento, che si è saputa conquistare sul campo grazie alla sua bravura cristallina.

Sophya Baccini’s Aradia è un gruppo rinnovato grazie agli innesti di Chiara Cotugno (batteria), Francesca Masucci (violino) e Anais Noir (basso), che si vanno ad affiancare a Sophya e Marilena Striano (tastiere).

L’album si apre con la canzone omonima, quindi Runnin’ with the Wolves. Dall’andamento fiero e deciso, l’atmosfera resa soffusa dal violino, la voce di Sophya ad elevarla a nuovo spazio cui fare riferimento. Da qui l’apertura a ventaglio verso un florilegio di emozioni, perpetuate da un crescendo sonoro contrappuntato da picchi di viva sensazione trasmessi.

La mia soluzione ne prosegue le trame, grazie all’intro a più voci che fa da apripista a un livello espositivo ancor maggiore: questa composizione è fieramente intricata per cambi di tempo continui, tangibilità delle impressioni vissute e riportate, non luoghi visitati e resi fruibili dalle nostre; insomma, un brano che sprizza femminilità da ogni nota. Per chi scrive una nuova modalità, profonda e melodiosa, di intendere il prog; e non è poco.

Ordalia piace fin dal primo istante, con quell’ambientazione un po’ retrò che la rende soffice e mirabile. Qui Sophya ne dà un’interpretazione da brividi, quasi fosse una chanteuse teletrasportata nel presente. Inoltre, voglio sottolineare lo stupendo lavoro fatto dalla chitarrista Sonia Scialanca.

Never riporta ad una dolcezza rara oggigiorno; la sua armonia è marcatamente rappresentata da una ragguardevole linea di piano che è infinita nella sua soavità. E poi, ragazzi, mi ripeterò, ma che voce ammaliante… struggente e amabile.

Continua lascia spazio agli strumenti a fiato e con tempistica cadenzata fa aprire il sipario a una miscellanea di sensazioni che quasi si possono toccare. Il violino di Francesca Masucci vola alto, protagonista in questa traccia, e fa da tappeto sonoro alla multi-vocalità delle ragazze della band. Poi i sentori prog prendono il sopravvento e con sezione ritmica sugli scudi si dipana su più livelli di bellezza. Quanti fiori si possono cogliere in questo giardino sonoro? Veramente tanti, e ognuno di essi ha colori e profumi a sé stanti.

Gargantua dona attimi di beltà, proseguendo il discorso di poco fa, pur variando stanze di sensibilità. D’altronde credo che i cardini di questo disco siano la delicatezza, il piacere e la delizia, e questa congrega di splendide artiste ce li rappresentano secondo dopo secondo.

Sleepin’ with the Lyoness chiude con grazia questo lavoro, in un tripudio di onirismo e sfumature sensitive. Un bacio dal sapore wicca.

Chiunque abbia necessità di una carezza, chiunque voglia elargire un sorriso, compri questo disco. Tutti gli altri dovrebbero già averlo.


Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

Runnin’ with the Wolves

La mia soluzione

Ordalia

Never

Continua

Gargantua

Sleepin’ with the Lyoness

 

Aradia are:

Sophya Baccini: Vocals, Piano

Chiara Cotugno: Drums, Background Vocals

Francesca Masucci: Violin

Anais Noir: Bass, Vocals

Sonia Scialanca: Electric And Acoustic Guitar, Alto Saxophone, Vocals

Marilena Striano: Piano, Keyboards, Background Vocals.

 -----------------------

Written by Sophya Baccini

Arranged by S. Baccini and Aradia

Recorded by Sophya Baccini’s Aradia

Mixed and Mastered by Pino Falgiano at Ondaquadra Studio

Executive Production: MaGaGiGa

Cover art: Nik Guerra

Graphic Layout: Pino Pintabona

Pics By Franco Quirile e Roberto Pagliuca




mercoledì 4 ottobre 2023

IL SEGNO DEL COMANDO-“IL DOMENICANO BIANCO”, commento di Andrea Pintelli


 

IL SEGNO DEL COMANDO

“IL DOMENICANO BIANCO”

Di Andrea Pintelli


Il 1° settembre è uscito il nuovo disco de Il Segno del Comando, splendida realtà musicale ligure e senz’altro una delle migliori band a livello internazionale del loro ambito. Intitolato “Il Domenicano Bianco”, questo lavoro di fatto chiude la trilogia dedicata ai racconti di Gustav Meyrink (i precedenti furono “Der Golem” del 2002 e “Il Volto Verde” del 2013).

Prodotto dalla Nadir Music, distribuito dalla Black Widow Records e digitalmente gestito dalla Believe, di fatto è un concept album di notevole spessore artistico, per diversi aspetti: l’estrema cura del suono, qui a livelli altissimi; i testi pressoché perfetti ad opera di Diego Banchero, sì basati sullo scritto di Meyrink, ma personalizzati in maniera mirabile; l’altissima qualità dei componimenti, anch’essi di Banchero, tranne uno di Beppi Menozzi (“La Testa di Medusa”); la sempre maggiore coesione dei musicisti coinvolti, che sazia ogni aspetto del termine “band”; un immenso lavoro di grafica, perfetta, calzante, immersa nel racconto.

Esoterismo e occultismo, sacro e profano, incubi e sogni, si intrecciano, senza mai sovrapporsi, in una danza di mondi nascosti, segnali di presenze sinistre, urla d’altrove, che pongono fin da subito l’ascoltatore alla mercè di questo elegante e sorprendente lavoro.

Il Libro Color Cinabro” apre il sipario della psiche, inchiodata fin da subito da sonorità maestose, minacciose, inquietanti; con un ritmo via via più serrato, essa lascia spazio a “La Bianca Strada”. Da essa si capisce l’estensione stilistica del gruppo, che riparte sì dalla sfera dark prog, ma va verso altri lidi arricchendo la propria proposta. Musica di ampio respiro, dove se le tastiere hanno imprinting solenni, le chitarre di Bruzzi e Lucanato sono protagoniste in un non generico heavy rock solido, roccioso e magniloquente. La voce di Riccardo Morello è quel che serve ad elevare il tutto ad uno stadio superiore. “Il Domenicano Bianco” parla, va oltre i suoni. Con intro da brividi (leggasi bellezza), si sviluppa in modo ricchissimo: non una, ma cento tracce e mille idee musicate e ognuna con una propria validità; tempi e controtempi da non credere, per cui un plauso alla immensa sezione ritmica Banchero/Cherchi; corre all’impazzata per poi fermarsi e diventare riflessiva, riagganciandosi all’arcano scenario iniziale. “Ofelia” rallenta il passo, donando altre sfumature al risultato complessivo. Poesia al servizio della musica, un’ode a questa donna che fisicamente non c’è più, ma che continua a vivere nel cuore del protagonista, che attende il momento di rivederla nel regno della giovinezza. Scenario decadente, dolorosamente nostalgico, che rivela il lato romantico del gruppo. “La Testa di Medusa”, oppure un sentito omaggio all’arte di Johann Sebastian Bach, il genio dei geni, come dicevamo composta e suonata dal solo Menozzi, musicista davvero dotato.

Il Dissolvimento del Corpo con la Spada” riparte in pieno stile Il Segno del Comando. Già, perché appena iniziano a concatenarsi le prime note, si capisce fin da subito chi sta suonando; se è così, ed è così, si parla di stile proprio. Avendoli seguiti fin dagli inizi di metà anni Novanta, posso affermare ciò senza paura di essere smentito. Grazie all’ambientazione cupa e fosca, il pezzo ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei punti saldi dei loro concerti: andamento martellante, chitarre sinuose, tastiere fantasiose, ne fanno un melange sonoro di sicura presa. Vigorosa. “Missa Nigra 2023” è la versione aggiornata e arricchita di “Missa Nigra” apparsa sul loro album d’esordio omonimo del 1996. Donata di infinito lirismo è qui riadattata alle innumerevoli sfumature che contraddistinguono oggigiorno la band. “Solitudine”, ultima traccia, è appunto il solo basso di Banchero a disegnare un’armonia soprannaturale, in chiaro accordo con l’atmosfera di magia (non bianca) che pervade questa magnifica opera.


Che il nostro Diego Banchero sia artista portentoso, già lo si sapeva, ma credo che qui abbia superato una parte di sé stesso che, forse, anche lui non conosceva; il mio pensiero può solo sfiorare il sapere quante porte possa lui avere aperto per arrivare fino a questo risultato compositivo. Applicazione, dedizione, concentrazione, da sole non basterebbero; questo non luogo lo si raggiunge solo e unicamente con la volontà di rischiare, perché di fatto si possono rivelare anche dei pericolosi aspetti, sconosciuti, che sono lame affilatissime pronte a ferire. Cioè, carpire tutto il possibile ben sapendo che queste “eventualità” possano essere ovunque. Il pregio maggiore, quindi, non è migliorare la poetica, abbracciare il talento o arricchire la propria predisposizione, ma scavare, osare, trovare l’oro interiore (talvolta nero) e metterlo in musica. Il Segno del Comando, tutto il gruppo, pur sapendo che Diego ne è il principale compositore, ci sono riusciti. E questo va oltre ogni parola.

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

Il Libro Color Cinabro (3’37’’)

La Bianca Strada (8’33’’)

Il Domenicano Bianco (7’18’’)

Ofelia (5’39’’)

La Testa di Medusa (1’56’’)

Il Dissolvimento del Corpo con la Spada (9’06’’)

Missa Nigra 2023 (8’18’’)

Solitudine (2’49’’)

 

Line-up:

Diego Banchero: bass

Davide Bruzzi: guitars, keyboards

Roberto Lucanato: guitars

Riccardo Morello: lead and backing vocals

Beppi Menozzi: keyboards

Fernando Cherchi: drums

 

Recorded, mixed and mastered at Nadir Music – Genova

Sound Engineering, mixing, mastering and executive production: Tommy Talamanca

Lyrics: Diego Banchero

Music: Diego Banchero, except “La Testa di Medusa” by Beppi Menozzi

Arrangements: Davide Bruzzi and Il Segno del Comando

Concept: Cristian Raimondi, Paolo Puppo and Diego Banchero

Esoteric Research Director: Cristian Raimondi

Digital painting: Paolo Puppo

Artwork: Paolo Puppo

Photos: Danilo Olivieri, Giorgio Allemanni, Maria Teresa Pace

Artistic Direction: Diego Banchero

Production: Il Segno del Comando, Paolo Puppo, Cristian Raimondi


BIOGRAFIA

http://www.ilsegnodelcomando.net/index.html







martedì 20 giugno 2023

LUCIANO BASSO – “TO TELL” , commento di Andrea Pintelli

TO TELL è un viaggio nella mia musica, ripercorrendone gli inizi per arrivare al giorno d’oggi, con le sue nuove possibilità sonore e le sue complesse variabili. Gran parte delle soluzioni prospettate nei brani degli anni precedenti sono divenute i modelli delle composizioni successive.

I punti di partenza sono i nuclei tematici che si distinguono per le loro caleidoscopiche variazioni. Ogni dettaglio è comunicazione diretta, poiché queste composizioni in un certo senso sono giochi di luci e ombre, emozioni e riflessioni di complesse scritture contrappuntistiche.

Un accordo, il suono di un respiro, una melodia, una variazione ritmica, governano i vari cambiamenti; è così che ogni elemento diviene parte di una complessa struttura, e le diverse variazioni conducono ad un unico e ampio movimento.”

 

Questo è quanto il maestro Luciano Basso spiega a proposito del suo nuovo quadro sonoro intitolato, appunto, “To Tell”, pubblicato dalla prolifica AMS Records. Vero e proprio pittore del pentagramma, concetto che va ben oltre alla definizione del musicista in sé, Basso si rifà vivo nel panorama discografico sei anni dopo “Open”, opera di ampio respiro che aveva ottenuto buonissime recensioni.

In questo “To Tell” Luciano si è avvalso della collaborazione di altri strumentisti, ad arricchire così le proprie composizioni, donando maggiori sfumature e colori alle già sontuose armonie che ha creato. Costoro rispondono ai nomi del pianista Arturo Bertin, del flautista Denis Garzotto, del violinista Jacopo Pisani. Ad ascolto terminato, emerge la corposità di quest’opera, così complessa ma soave, così cospicua ma dai tratti delicati, così importante e fuori dal tempo. Ma il bello viene durante l’ascolto: si è come investiti da un vortice di beltà, in cui le musiche e le tematiche affrontate riportano alla luce ricordi lontani ma rapportati al vivere attuale; certo, ognuno ha i propri, ma è l’universalità e la particolarità di queste melodie che permettono l’apertura di quei cancelli della memoria in cui albergano parti dell’esistenza che hanno permesso la formazione della personalità. Elementi sonori che si fanno visivi, atti a proiettare innanzi a noi ascoltatori il film vero e preciso e personale del cammino fin qui intrapreso. Il tutto senza nemmeno accorgersene. Motivi che provocano ora sorrisi, ora lacrime, che si vestono ora da gioia, ora da riflessione, che inducono all’urgenza di voler condividere col mondo intero la proiezione di sé stessi, per quanto possibile, ma senza vanità alcuna.



Nello specifico, Un respiro inizia dall’ultimo giro di boa, l’antico che si fonde col moderno; rintocchi d’esistenza ed echi di trasognante meraviglia, grazie a un’armonia che regala caldissime emozioni, vibranti ed esaltanti. Da ascoltare nel silenzio più assoluto. Danzando 4 è maggiormente riflessiva, gioca sui chiaroscuri dei ricordi, che ovviamente possono essere di qualsiasi tipo; certo è che, comunque sia, essi affiorano. L’intensità delle accelerazioni è un turbinio che pare non fermarsi mai, grazie a un flusso continuo di energia che ne consegue. Commovente (reazione capitata anche al sottoscritto). Luc – Art, primo capitolo affrontato con pianoforte a quattro mani, mette in scena il carattere dei due musicisti, ma non ne compromette il risultato voluto, che resta quindi univoco: un mare di turbamento che non lascia indifferenti, ma anzi a tratti impaurisce tanto è concreto. Remember è l’innocenza di un sorriso, l’ardore di un primo bacio, il lieve passaggio di una nuvola. Meditativa ma mai triste, si dipana su più livelli emozionali. Free Fly 2 riprende il vigore della libertà, qui creativa ed espressiva, ma paragonabile al vivere comune, basta che la si scelga. Talvolta non è possibile, ma basta decidere per cambiare; un invito al non abbattersi mai, perché la soluzione all’osceno siamo noi stessi. Stupendo l’intervento del violino. Folk Song, altro pezzo tramite pianoforte a quattro mani, è la rappresentazione di quanto la tradizione sia importante e basilare; dolcezza, danza, lentezza, amore, morte: il popolare è talvolta individuato come profano, ma spesso è molto più sacro di un abito talare. To Tell, impostata come trio con piano-violino-flauto, è una sorta di omaggio al periodo barocco del ‘700 veneziano (lo so, è un azzardo, ma tant’è), un riassunto di un concerto grosso che incontra la sensibilità dell’autore, il quale fa da filtro per renderlo attuale. L’immortalità del messaggio a volte non ha bisogno di parole. Come in questo caso. Suoni di Pace: il titolo dice tutto, o quasi. Il resto voglio aggiungerlo io: la si ascolti a volume altissimo, con finestre spalancate, e funzionerà. Chi passerà e la sentirà, si fermerà senza lamentarsi e la ascolterà con piacere. Quello stesso piacere che provoca bellezza nei visi delle persone quando si attraversa tutt’insieme un periodo di serenità e condivisione, spesso chiamata Pace. ’76 è da brividi; ancora brividi, e ancora, e ancora. Già, perché in questo caso Luciano Basso fa un omaggio a sé stesso, al suo capolavoro “Voci”, album del 1976. Potrete riascoltare quest’opera immensa in poco più di cinque minuti, siccome qui ci sono gli elementi che la compongono, seppur sotto forma di compendio. Successivamente andate a rivivere quel disco per intero: vi avvolgerà con garbo e poesia. Fandango, affrontata a quattro mani, è come se parlasse; la tipologia di struttura fa sì che sia un oratore che decanta versi dai richiami e accenti lontani, pur essendo ben chiaro che il popolo è uno solo ma fatto di tante genti. Riflessioni, ottimo esempio di quanto sostenuto ad inizio recensione, ha in sé lucentezza e felicità; avanza giocosa grazie a un superlativo lavoro di flauto, qui protagonista, e nulla toglie al messaggio d’insieme, ma anzi lo rafforza grazie alla sua euforia. Reverse, ultima tappa di questo viaggio interiore, è il suggello del tutto: moderata, pensierosa, impetuosa, proporzionata, magica, profumata. Oltre al resto, s’intende.

Se la qualità oggettiva vi interessa, quest’opera fa per voi, miei cari lettori. Se, al contrario, cercate la quantità, comprate comunque questo disco, siccome c’è talmente tanto dentro di esso che sarete comunque accontentati. Luciano Basso è questo e tanto altro: la sua storia parla da sé.   

Per una visione panoramica dell’arte del maestro, vi rimando al mio articolo apparso sul numero di gennaio/febbraio 2020 di MAT2020.

Abbracci diffusi.

Andrea Pintelli

 

per contatti, Instagram: @apintelli

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)


1)    Un respiro

2)    Danzando 4

3)    Luc–Art

4)    Remember

5)    Free Fly 2

6)    Folk Song

7)    To Tell

8)    Suoni di Pace

9)    ‘76

10)  Fandango

11)   Riflessioni

12)  Reverse

 

Musicato da:

Luciano Basso – pianoforte

Arturo Bertin e Luciano Basso – pianoforte a quattro mani

Denis Garzotto – flauto

Jacopo Pisani – violino

 

Per consulti: www.lucianobasso.com