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martedì 14 febbraio 2023

MACHINA COELI - “Lure Of The Forgotten Lake”, di Andrea Pintelli

 


MACHINA COELI - “Lure Of The Forgotten Lake”

di Andrea Pintelli


Machina Coeli è il personal project nato nel 1997 dalla mente di Coatl M. Evil, (aka Mickey E.Vil nei The Mugshots). L’anno successivo registra Finitor Visus Nostri, distribuito dalla Moonchild Records, poco dopo chiusa in seguito alla sparizione del produttore Brian Hirsch.

Coatl M. Evil si rifà vivo nel 2009 registrando Gnosis, un album ispirato dalla lettura dei vangeli gnostici ritrovati nel 1945 in Egitto, poi pubblicato solo nel 2017 dalla Masked Dead Records.

Arriviamo così a Lure Of The Forgotten Lake, ispirato dalle atmosfere del Lago d’Iseo, stampato dalla Nigra Opera Records, sottoetichetta della Masked Dead Records, in musicassetta, che è il disco che mi è stato sottoposto.

Esso è composto da 3 parti, di cui 2 di lunga durata. Si apre con “Approaching The Forgotten Lake”, una sorta di introduzione al lavoro vero e proprio. Con andamento quasi marziale, si dipana su una melodia malinconica e sinistra, lugubre, che viene ripetuta più volte fino all’intervento della voce gregoriana di Coatl, che ne arricchisce il pathos. Via via, si fa più riflessiva, fino ai rumori della natura, tuoni e animali, che ne annunciano il termine, oppure il passaggio alla fase successiva. “Lure Of The Forgotten Lake”, oltre 17 minuti, riparte dalla natura stessa, ossia dall’atmosfera che il nostro protagonista ha ricavato dalla vista della sponda bergamasca del lago Sebino.

Dark, Gothic, ma anche sprazzi di Neo-Folk a chiudere il cerchio dell’identità dell’ambito in cui ci si ritrovava nella prima parte. Questa suite acclama le onde del mondo interiore dell’artista, aiutato dalla visione di quelle fisiche di fronte a lui. L’acqua di lago, la nebbia autunno-invernale, l’assenza di Sole, la solitudine del luogo, sono tutti elementi che si possono ritrovare nel secondo passaggio, che è facilmente definibile come ipnotico. Tristezza e decadenza sono i cardini estetici del terzo segmento, ben poco musicale, ma molto (forse troppo) risucchiato dalle sensazioni. Il tutto per poi tornare alla prima parte, che piano piano cala di tono e di volume, come a spegnersi su sé stessa. Un rumore d’acqua corrente ne spegne la luce.

Search Of The Lost Scrolls”, 14 minuti esatti, pur restando negli ambiti di cui sopra, ha nella ripetizione del refrain tetro e sofferente il suo inizio. Si passa ad una ancor più desolata scena sonora, giusto per non lasciare l’ascoltatore speranzoso in una ripartenza briosa. Evidentemente non è questo l’approccio di M. Evil. Il rumore di gorgoglii lascia poi spazio ad un ritmo di percussioni su legni, che esaltano il (drammatico) luogo in cui ci si ritrova. Il passaggio successivo è una commistione fra un organo campionato di barocca memoria, il solito infrangersi delle onde sulle pietre della costa, e un refrain horror di estrazione gobliniana. Come nel capitolo precedente, l’ultima stazione è la stessa da cui si era partiti, un giro ad anello del grigiore introspettivo, talvolta deprimente, a tratti funebre. Il bubolare di un gufo mette il sigillo a questo disco che definire non per tutti è limitativo.

Da ascoltare assolutamente a mente libera e serena. Chi sta passando un periodo delicato della propria esistenza ne stia alla larga. Comunque sia, sì di nicchia, ma non da evitare a priori: va solo preso per quello che è, ossia un viaggio-film introspettivo ispirato a un angolo di Paradiso italianissimo. Dipende sempre da come la si prende la vita…




domenica 12 febbraio 2023

Wobbler - “From silence to somewhere”, di Valentino Butti

 


Cloni di…? Copiano da…? Si rifanno decisamente a…? (nel più fortunato dei casi…). Ormai la quasi totalità delle prog band sono “condannate” da giudizi (talvolta affrettati) volti a sminuirne la qualità musicale (come se gli altri generi fossero sempre innovativi). A tali, anche prevenuti, pareri non sono certo esentati i norvegesi Wobbler che, con “From silence to somewhere” giungono al quarto album in studio.

Da sempre attratti da sonorità vintage (e con strumentazione adeguata) e, chiaramente ispirati da band come Yes, Gentle Giant, Genesis, hanno saputo comunque creare un sound affascinante, di grande valore e “tipicamente” Wobbler.

Il nuovo lavoro è diviso in quattro tracce per poco più di quarantacinque minuti di durata che, se da un lato evita lungaggini, dall’altro ci priva di qualche brano in più di probabile valore. Ci accontentiamo, perché le tre composizioni più articolate (la title track che sfiora i ventuno minuti, “Fermented hours” di dieci e “Foxlight” di più di tredici) ci offrono una band in gran forma ed ispirata (almeno) come nel precedente “Rites at dawn”. Suoni caldi e pastosi, uno stuolo di strumenti d’annata (Hammond, Mellotron, Minimoog, Chamberlin…), un basso “corposo” e ben presente, le cesellature della chitarra elettrica, i contorni offerti dalla dodici corde, un vocalist espressivo, una batteria piuttosto creativa. Caratteristiche secondarie? Un suono ampiamente sfruttato negli anni? Ma il progressive = innovazione? Prendiamo nota di tutto… ed andiamo avanti.

La suite ”From silence to somewhere” è incantevole: composizione di estrema naturalezza in cui i musicisti creano un tessuto sonoro con assoluta perizia. Non mancano “solos” importanti ma la qualità principale è data dall’alchimia raggiunta dai cinque Wobbler che, tra uno sprazzo sinfonico, una ”allure” folk offerta da flauto e clarinetto e momenti di “caos organizzato”, lasciano esterrefatti per la molteplicità delle soluzioni proposte. Un suono anche oscuro e misterioso, autunnale ed introspettivo, ma con sgargianti esplosioni “primaverili” che, di tanto in tanto, colorano a tinte vivaci il brano.

Un viaggio… un grande viaggio… appena iniziato. Sempre “già sentito"? Riprendiamo nota. E procediamo oltre.

Il secondo pezzo, “Rendered in shades of green” è un breve intermezzo per archi e piano, mentre la successiva “Fermented hours” è un altro “carico” calato dalla band norvegese. Facciamo prima un passo indietro e soffermiamoci brevemente sul fil-rouge che lega le liriche dell’album: testi ispirati alle metamorfosi, all’alchimia, al pensiero rinascimentale ed alla crescita psicologica e di consapevolezza di sé dell’essere che proprio in “Fermented hours” hanno sviluppo ulteriore. Nel brano, infatti, sono citati estratti da ”l’Indovinello Veronese” (il presunto testo più antico in volgare italiano) e della “Teseida” di Boccaccio che può essere interpretato anche come un omaggio al progressive italiano degli anni che furono. Tornando al brano, l’introduzione trae chiara ispirazione dagli Yes di “Relayer” (“Sound chaser”?), con una sezione ritmica granitica. Il brano si fa poi più delicato in cui emerge la voce di Andreas Wettergreen Strømman Prestmo.

Un lento crescendo, su un tappeto di tastiere, ad accompagnare ancora il vocalist, un gran lavoro di Hultgren (basso) e Kneppen (batteria) ed il brano volge al termine in un turbinio di note e colori.

Anche nella quarta traccia “Foxlight” la band si “abbevera” a quella fontana (inesauribile?) che già dissetò molti gruppi dei seventies e che dispensa frutti generosi pure oggi. Stavolta l’inizio è sussurrato, chitarre acustiche, flauto, tastiere appena accennate. Solo intorno al quarto minuto il brano sale d’intensità con le tastiere di Frøisle a sbizzarrirsi a più riprese, nonostante gli interventi del flauto (che ogni tanto fa capolino) a cui si accoda la dodici corde di Halleland (il nuovo chitarrista), forniscano momenti di pausa apparente. Il finale, una sorta di folk-sinfonico, con un bel guitar-solo, è degno della bellezza del brano e dell’intero album.

From silence to somewhere” si candida, per quel che mi riguarda, ad essere tra i lavori migliori del 2017. I detrattori non mancheranno, certamente. Ma c’est la vie!! Non cambieremo certamente parere.






venerdì 10 febbraio 2023

Enrico Rocci- Il Culto dell’albero porcospino – Storia sproloqui e ricordi dei Porcupine Tree (nuova versione aggiornata). Commento di Fabio Rossi

 


Libro: Il Culto dell’albero porcospino – Storia sproloqui e ricordi dei Porcupine Tree (nuova versione aggiornata)

Autore: Enrico Rocci

Edizioni: Officina di Hank

Anno: 2022

Recensione a cura di Fabio Rossi

 

Uscito in prima edizione nel 2018 per conto della casa editrice genovese Chinaski, il saggio Il Culto dell’albero porcospino – Storia sproloqui e ricordi dei Porcupine Tree dell’alessandrino Enrico Rocci viene ora riproposto da Officina di Hank, nata dalle ceneri della Chinaski, in una versione aggiornata contenente circa un centinaio di pagine in più e una veste grafica migliore.

Enrico non ha inteso minimamente cambiare il proprio stile di scrittura che si basa su una sottile vena ironica che rende la lettura piacevole e scorrevole dalla prima all’ultima riga. Di solito libri di tal fatta peccano di pedanteria e presunzione, ebbene proprio questa sua capacità di propendere all’arte del sarcasmo e del disincanto, alla battuta burlesca o alla simpatica presa in giro si rileva alla lunga un’arma vincente, nella considerazione che il lettore troverà nel testo vita, morte e miracoli di uno dei gruppi migliori del movimento progressivo unitamente a una prosa di tanto in tanto esilarante.

Tutti i dischi sono analizzati con competenza, obiettività ed esaustività, d’altronde Rocci è un grande appassionato di Wilson e compagni visto che li ha seguiti da sempre andandoseli a vedere dal vivo in più di una circostanza. Devo ammettere che quest’edizione ampliata la trovo superiore alla precedente, non tanto perché riporta fedelmente quello che è accaduto negli ultimi quattro anni, ma perché nel complesso il testo è stato migliorato e disseminato di tante notizie e chicche che i fan apprezzeranno di certo. Enrico Rocci, come lui stesso ammette, non è stato molto fortunato perché negli ultimi tempi sono usciti vari testi sui Porcupine Tree, ma io vi dico di acquistare il suo perché oltre a essere esauriente, fa piacere sorridere e di questi tempi ne abbiamo davvero tanto bisogno. Sono citato nei ringraziamenti unitamente ai colleghi e amici Francesco Gallina e Athos Enrile per aver apprezzato la precedente edizione con parole belle e inattese… beh, spero che l’autore sia contento della mia nuova positiva valutazione… ma era scontata, atteso che il simpatico Rocci, come me, si mette sempre in discussione per addivenire a un miglioramento dei sui scritti, e il risultato si vede di libro in libro. Complimenti.



martedì 7 febbraio 2023

Ci ha lasciato Franco Pontecorvi, il primo batterista del Banco del Mutuo Soccorso


Se ne andato anche Franco Pontecorvi, il primo batterista del Banco del Mutuo Soccorso, presente nell'album "Donna Plautilla".

E stato anche produttore di Rino Gaetan
 RIP

Wazza








Luca Scherani-"Everything’s Changing", commento di Alberto Sgarlato

 


Luca Scherani – “Everything’s Changing” (2023)

 Pubblicato il 27 gennaio 2023 

 CD papersleeve


di Alberto Sgarlato


Per gli appassionati di rock progressivo italiano il nome di Luca Scherani è una garanzia. Soprattutto in terra ligure, lo si associa al suo ruolo di tastierista ne La Coscienza di Zeno, ma non solo: spesso ha prestato il suo talento per le orchestrazioni come arrangiatore, ad esempio, per Fabio Zuffanti (citiamo un progetto su tutti: Hostsonaten, quello dall’afflato più sinfonico) e per lo storico cantante del Museo Rosenbach Stefano “Lupo” Galifi.

Dire che Scherani ha fatto di tutto nella sua vita artistica è ancora limitante: dal docente di musica in varie scuole, alle tribute-band, fino al flautista nella sua banda cittadina. Eppure, tanto prodigo sa essere al servizio altrui, tanto parco è nella sua produzione solista: tre soli titoli nell’arco di circa un paio di decadi.

Questo suo terzo “Everything’s Changing” è un lavoro (a parte tre capitoli) quasi interamente strumentale. E avendo parlato all’inizio della recensione delle svariate collaborazioni dell’autore del mondo del rock progressivo, ecco che alla parola “strumentale” ogni lettore si sarà già fatto il proprio percorso mentale: ci sarà chi pensa al sapiente cocktail tra languori floydiani e jazz canterburyano dei Camel, chi pensa alle sovraincisioni polistrumentistiche di Mike Oldfield, chi pensa ai delicati “acquerelli in musica” di Anthony Phillips, Jean-Pascal Boffo e Gordon Giltrap… ecco: no, no e poi no.

Sgombrate immediatamente la vostra mente, affrontate l’ascolto con orecchio puro: questo “Everything’s Changing” non è un album di rock progressivo strumentale, forse non è nemmeno un disco rock. Potremmo definirlo “musica neo-classica”, termine sgraziato, cacofonico e formalmente impreciso. L’etichetta più esatta potrebbe essere “musica contemporanea”, ma nel mondo accademico questa definizione ha assunto altri significati, riferendosi o a chi nel Novecento ha sperimentato con l’atonalità o la dodecafonia, a chi si è spinto fino alla ricerca dell’essenza del “suono puro” (nomi come John Cage o Alvin Lucier), oppure al minimalismo dei Reich, dei Glass, dei Riley.

Alla fine, è difficile etichettare e catalogare le composizioni di Scherani, quasi sempre tonali, spesso cantabili, caratterizzate da toccanti, struggenti momenti cameristici e crescendo più orchestrali. Al limite, se proprio volessimo trovare un collegamento con quel vastissimo universo progressivo menzionato all’inizio, potremmo forzare un paragone con i primissimi album degli Enid di Robert John Godfrey, con i primi tre del Banco del Mutuo Soccorso e con i Syndone, tre formazioni che hanno saputo davvero travalicare generi e stili.

LS (come egli stesso timidamente si firma nelle note dell’album) amministra il suo monumentale parco di tastiere con sapienza: non troverete mai i classici “luoghi comuni” ormai stereotipati di certo prog-rock, la “cavalcata” di Minimoog o il crescendo di Mellotron piazzati dove te li aspetti; al contrario, Luca emunge al massimo le potenzialità non solo dei sintetizzatori, ma anche dei VST (Virtual Studio Technologies, strumenti “virtuali” per computer) per ampliare le potenzialità timbriche della sua tavolozza verso territori inaspettati, con suoni ora algidi, ora tintinnanti, ora cangianti. E oltre ai tasti bianchi e neri, il polistrumentista chiavarese si alterna a una serie sbalorditiva di strumenti: flauto, vari sassofoni, basso a 5 corde, bouzouki, chitarre acustiche a 6 e 12 corde… E per completare al meglio il “percorso sonoro” funzionale alla complessità delle sue creazioni si avvale non di una band, non di un ensemble, ma si potrebbe quasi dire di un “esercito” di musicisti (tra percussionisti, chitarristi, fiati, intere sezioni di archi) e di voci maschili e femminili. Ai collaboratori diciamo: perdonateci se non vi menzioniamo tutti, ma sappiate che siete stati eccelsi, ognuno nel suo ruolo.

A tratti, come ad esempio nelle introduzioni strumentali di “Il discorso” e “Un viaggio verso un sogno” (due dei tre brani cantanti) si avverte, in una certa “ossessività percussiva”, la scuola di molti autori dell’Est Europeo tra ‘800 e ‘900 cari anche a Keith Emerson; ma per fortuna, contrariamente a quanto tristemente talvolta si ascolta nel prog, qui nulla diventa macchietta, caricatura o parodia emersoniana. La lezione di Dvořák, Mussorgskij, Stravinskij, viene finalmente riletta con gusto e sensibilità nuove.

Nella title-track “Everything’s Changing” c’è il minimalismo di Glass, ma anche l’elettronica tribale ed etnica di Peter Gabriel, i Japan con il loro basso ficcante e i sax suadenti, atmosfere che solo in parte ritroviamo in “Awondalimba”, ma qui declinate con suggestioni da colonna sonora.

E a tal proposito non sfigurerebbero come “main theme” di colonne sonore anche tracce come l’opener “Piccole gocce”, l’inquietante “Ghiaccio calpestato” (perfetta per un horror ambientato a Natale), la commovente “Nebbia sul buio”.

A ulteriore dimostrazione dell’imprevedibilità scheraniana non si può tacer “Cristina”, sorta di tango/jazz pianistico su scansioni ritmiche assurde e inafferrabili.

Il Cosmo” è forse il brano che più riavvicina l’ascoltatore agli stilemi del progressivo classico, con il suo alternarsi di crescendo epici e più delicati momenti acustici arpeggiati.

E si chiude con “Ein Lied: der soldatenfriedhof in Brunick" (il cimitero di guerra di Brunico)” che, come il titolo stesso recita, è una romanza (lied in tedesco), un canto lirico per voce soprano.

Oggi un merito delle grandi piattaforme multinazionali di cinema e serie in streaming è quello di avere dato celebrità e visibilità a tanti validi autori, grazie al loro apporto nel campo delle colonne sonore. Rattrista e fa rabbia, in questo panorama, pensare che un talento come quello di Luca Scherani debba essere relegato ad artista apprezzato per una nicchia di veri appassionati, quando questo disco dimostra che potrebbe sedere nell’Olimpo dei Grandi riconosciuti a livello internazionale.

Album capolavoro: vi spiazzerà a ogni nota, vi saluterà al termine dell’ascolto lasciandovi una ricchezza interiore diversa.


Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1 Piccole gocce 1:28

2 Il discorso 8:14

3 Prologo frammentario 4:02

4 Everything’s Changing 4:09

5 Un viaggio verso un sogno 6:24

6 Nebbia sul buio 1:47

7 La ragione 9:17

8 La necessità 3:21

9 Ghiaccio calpestato 2:12

10 Cristina 2:35

11 Awondalimba 2:03

12 Il cosmo 5:37

13 Ein Liedder Soldatenfriedhof in Bruneck 4:42



http://www.lucascherani.it/

https://www.facebook.com/lucascherani

https://www.youtube.com/@tastieru




sabato 4 febbraio 2023

Il commento di Beppe Balugani al libro "Racconti e schegge di Acqua Fragile- L'intensa vita di Gino Campanini"


Nel racconto ci sono piccole e irrilevanti imprecisioni, almeno per la parte che mi riguarda direttamente, ma il libro è davvero molto bello, una lettura piacevole e che scorre stringata e veloce, un racconto un po’ specchio di una società che ormai non è più e di un tipo di vita quasi bohémien, anche se questo appellativo non rispecchia appieno il carattere del personaggio; ne consiglio la lettura a chi voglia ricordare così come a chi voglia conoscere.

Per me è stata una scoperta del tutto inattesa di un amico, appunto Gino, che oltre a valente chitarrista si è rivelato pure abile scrittore, anche se come piacevole e divertente narratore lo conoscevo già da oltre 50 anni. Belle poi le note relative ai singoli
componenti (peraltro nella quasi totalità amici di una vita) di ACQUA FRAGILE, in assoluto da sempre uno dei miei gruppi preferiti. Complimenti anche a chi ne ha curato la stesura.

Beppe Balugani


 

venerdì 3 febbraio 2023

MINDANCE - "Colors"


 

MINDANCE - "Colors"

(LIZARD CD)


A volte si cercano tra montagne di parole definizioni e generi per descrivere e lodare dischi di nomi altisonanti, senza accorgersi che spesso la buona musica la possiamo trovare ad un palmo dal naso.

I minDance provengono da Campobasso e sono responsabili di un disco straordinario, sospeso tra la psichedelia, quella che potremmo definire "classica", il blues ed il rock progressivo di stampo anglosassone.

Una sequela di brani assolutamente di grande impatto, che parte deciso e duro, lasciando intravedere una certa ammirazione per i Black Sabbath, quelli più antichi. Ma poi è come se la band si lasciasse andare ud un turbinio di suoni e colori, per una cosciente e cercata 'ubriacatura'.

Ecco quindi che emerge 'Hypgnosis', un brano dove l'aggrapparsi onirico ai Pink Floyd di Barrettiana memoria è molto palpabile, anche se passa per un più "terreno" e vivace 'Colors' (il brano).

Poi è un tutto andare verso il nord, in un viaggio etereo, atmosferico e rilassante, incontro a quell'Ignoto toccato da temerari Viaggiatori Cosmici...

Ma un pensiero mi viene spontaneo: come sarebbe stato accolto 'Colors' se la band fosse stata di Lowfield, (immaginaria) località del nord Inghilterra? Oppure da qualche sperduto villaggio norvegese? Forse sarebbe menzionata come rivelazione dell'anno sulla prestigiosa rivista inglese Prog e magari corteggiata da label blasonate come la KScope, o la Karisma...

Invece è l'ennesima scoperta/conferma (i minDance sono al secondo album) dell'italianissima Lizard Records, capitanata dall'amico Loris Furlan, che vince sicuramente la classifica di chi ha passione. Ma quella italiana, purtroppo o per fortuna, è un'altra storia.

(Mauro Furlan)




TONINO MARCHITELLI: voice - keyboards - ambients

GIANLUCA VERGALITO: guitars

PEPPE ALOISI: bass - voice - synth - noises

MASSIMO COSIMI: drums


I colori sono il rimedio contro la monotonia del grigiore, la cui tossica persistenza invade ormai qualsiasi ambito dell'umana esistenza. Grigiore che estingue le diversità, le identità, le fantasie, le creatività, i sogni.

I colori sono segno e simbolo di possibilità, di visione, di prospettiva, di curiosità, di VITA.

I colori sono l'antidoto all'omologazione, al manicheismo e all'unilateralità.

I colori sono gioia, crescita e miglioramento consapevoli.

E nei consapevoli limiti che ci definiscono proviamo, noi minDance, a portare

colori nelle vite di chi può e vuole..."

Colors " è il colore che vuole rinascere ed è musica che vuole essere ascoltata più che sentita.

Namastè da Gianluca, Massimo, Peppe e Tonino... minDance

 

https://www.facebook.com/minDanceProg