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martedì 25 luglio 2023

YES-" Yes", guida all'ascolto, di Damiano Premutico




YES-"YES!
Atlantic Records
Data: 25 luglio 1969


Commento di Damiano Premutico

-Side one:
- Beyond and Before (Chris Squire/Clive Bailey)
-I See You (Jim McGuinn/David Crosby)
- Yesterday and Today (Jon Anderson)
- Looking Around (Jon Anderson/Chris Squire)

Side two:
-Harold Land (Jon Anderson/Chris Squire/Bill Bruford)
-Every Little Thing (Lennon/McCartney)
-Sweetness (Jon Anderson/Chris Squire/Clive Bailey)
-Survival (Jon Anderson)

Formazione:
Jon Anderson: vocalsChris Squire: bass and vocals
Peter Banks: guitars and vocals
Tony Kaye: keyboards
Bill Bruford: drums


Siamo nel cuore degli anni 60, Chris Squire e Peter Banks provengono dai “Syn” riuscendo anche a pubblicare un 45 giri. Jon Anderson proviene dai “Warriors” e dai “Party” e da alcune non esaltanti esperienze in Germania e Olanda. Grazie al suo vicino di casa, un produttore della EMI, riesce anche lui a pubblicare un 45 giri a nome “Hans Christian” per finire con una breve parentesi nei “GUN” (il destino: questo gruppo oggi è ricordato più che altro per la prima commissione di Roger Dean). Poi per tutti di nuovo l’anonimato.
Siamo nel 1968. Squire, dopo un periodo di depressione nel quale si abbandona alle droghe, viene salvato in estremis dal suo vicino di casa (non ci sono più i dirimpettai di una volta).
Si riprende e comincia a frequentare come avventore due locali di Soho, punti di ritrovo fondamentali per la storia del rock, il Chasse ed il Marquee. Un giorno Jack Barre, manager di entrambi i locali ed al quale noi tutti molto dobbiamo, lo presenta al cameriere del Chasse, Anderson. I due tra i fumi e le birre cominciano a covare l’idea di un progetto musicale comune. Anthony John Selridge, dopo rigorosi studi classici di pianoforte al prestigioso Royal College of Music, con la disperazione dei genitori e lo scandalo del corpo insegnanti, si avvia per tutti i 60 ad una carriera di “tastierista capellone” con non poche soddisfazioni, incidendo tra i tanti, con i Federals, il gruppo che accompagna Roy Orbison, “Johnny Star Combo” (meglio noti in seguito come Family) e vive da protagonista il fenomeno della swinging London insieme a Jimmy Winston (della formazione originale degli Small Faces). Frequenta il Chasse e sera dopo sera, bevuta dopo bevuta, stringe amicizia con il lungo bassista. Una notte Squire e Anderson irrompono nel suo appartamento e gli chiedono di entrare nel loro progetto, ancora al letto e con gli occhi semichiusi risponde “. Poi i due scompaiono nelle tenebre. La mattina dopo svegliandosi si chiede se la visione di quei due buffi esseri (uno lungo, uno corto) non è stata frutto di un incubo dovuto a qualche sostanza non identificata ma ormai è fatta, “Tony Kaye” è reclutato. “Bisogna trovare un batterista” si dicono, e mettono un annuncio sul Melody Maker.Risponde un ragazzo riccioluto e con la faccia pulitina. “Tu dovresti essere quel tale che ci ha risposto, vero ? Braford ... Breford” Chiede uno dei tre. “Mi chiamo Bruford, William Scott Bruford".
Piacere” risponde quello. Fanno il provino. “È bravino ‘sto figlio di papà”, esclama uno dei tre. “Però suona jazz” risponde perplesso il secondo. “Ma noi non facciamo blues rock” chiude il terzo. Giunti a questo punto a Squire non resta che richiamare il vecchio compagnone Banks il quale dubbioso gli chiede: “e come dovrebbe chiamarsi sto’gruppo?” Squire risponde con una sola parola, “YES”. Cominciano le richieste di ingaggio, finché un giorno Roy Flynn direttore del Blaise’s su segnalazione del signor Charisma in persona, Tony Stratton Smith, accetta di dargli una possibilità. Una serata di fuoco per gli abituali avventori di quel locale abituati a gruppi blues hard. Presto il gruppo si ritrova a suonare in tutti i principali festival e locali del periodo. Il momento di svolta, fino ad ottobre del 68, periodo nel quale Bruford va e viene dal gruppo, Anderson lo richiama per un importate data nientepopodimenoche dei Cream al Royal Albert Hall, come gruppo di apertura. La loro esibizione è di appena mezz’ora ma il pubblico non vuole saperne di farli andare via. Clapton si stranisce, Bruce da gentiluomo qual è riconosce il cambio di testimone. I tempi del Blues Boom stanno finendo, adesso è il momento dell’Art/ Rock Progressive (termini dai quali Anderson e soci hanno sempre preso le distanze). Dopo questa serata per Roy Flynn diventa più facile ottenere un contratto discografico.
Provano prima ad Abbey Road, dove si dicono interessati ma poi non si fa nulla. Riprovano all’Atlantic. E’ fatta, il primo album esce in agosto del 1969. E sì che i tempi erano maturi.
I Genesis sono li con le loro “Rivelazioni bibliche”, Kith Emerson brucia la bandiera americana e accoltella l’Hammond (lo strumento non il pittore), i King Crimson ed i Jethro Tull fanno il tutto esaurito al Marquee. Jimmy Page, stufo di incollare gruppi altrui, ne crea uno tutto suo, e così via ...


LE TRACCE

Beyond & Before. Alla chitarra di Banks il compito di inaugurare il lungo viaggio.
La sua chitarra simula una sirena che dà subito l’urgenza della musica che segue. Al quinto secondo Bruford colpisce il rullante. Gli altri seguono a ruota. Siamo davanti ad una musica niente affatto ingenua (per l’epoca) suonata da un gruppo che sfoggia musicisti raffinati e sicuri delle loro (alte) capacità. La chitarra di Banks sa passare da momenti lirici ad altri di ricerca sonora che anticipano quelli del suo famoso successore. Il brano è di Squire e di Clive Baily, dai tempi dei Syn.


I See You. La prima delle due cover dell’album (Byrds). Bruford tra i ritmi swing jazz ci sguazza. La sua tecnica ed il suo stile “unico” che vedremo in futuro qui sono appena intravisti (ma conosco batteristi che darebbero via la zia pur di suonare come suona lui in questo disco giovanile). Banks anche qui grande nei momenti dove duetta con lui.

Yesterday & Today. La voce inconfondibile da “zecchino d’oro” di Anderson ci accompagna in questa breve ballata. Dolce e struggente. Misurato e toccante il pianoforte di Kaye.

Looking Around. Il primo brano che vede i due poli compositivi del gruppo lavorare insieme. Buon ritmo pimpante per un brano elaborato ma ci daranno di meglio. Sul finale finalmente il basso di Squire ruggisce per la prima volta.

Harold Land. Brano che vede la coppia Anderson/Bruford al calamaio. Il prototipo delle “tarantelle epiche” che diventeranno quasi il marchio di fabbrica del gruppo.

Every Little Tings. Un lungo intro strumentale al fulmicotone (che i 4 di Liverpool manco saprebbero da che parte cominciare a fare) dopo 1 minuto e 45 secondi diventa il noto brano da “For Sale”. Il resto è la dimostrazione di cosa succede quando la tecnica è al servizio delle idee. Questo glielo concedo ma la versione originale all’ascolto, dopo questa versione, fa un poco “tenerezza”.

Sweetness. L’organo di Tony Kaye e la chitarra di Banks creano atmosfere fiabesche che ricordano i prossimi futuri a venire Genesis di Trespass. La premiata ditta Anderson&Squire ci dimostra che ancora con le tasche vuote si può creare insieme qualcosa di bello. Banks è un grande (ma questo l’ho già detto).

Survival. Siamo tra i portali del cosiddetto “progressive”. Non ho voglia di dire niente. Un grande brano troppo presto dimenticato.... così finisce il primo capitolo di una storia lunga e articolata.






lunedì 24 luglio 2023

ALESSANDRA GAROSI / ADAM SIMMONS / DAVID JONES: “ZODIAC – THE MUSIC OF DAMIANO SANTINI”-Commento di Andrea Pintelli


 

ALESSANDRA GAROSI / ADAM SIMMONS /

DAVID JONES


“ZODIAC – THE MUSIC OF DAMIANO SANTINI”

Commento di Andrea Pintelli


Il 28 luglio 2023 uscirà “Zodiac”, un viaggio interstellare più che un semplice disco, che riguarderà l’opera del compositore Damiano Santini. Prodotto e pubblicato dalla benemerita Dark Companion Records di Max Marchini, ha il pregio di portare alla luce lo straordinario stile di questo musicista, tramite la mirabile interpretazione di Alessandra Garosi, David Jones e Adam Simmons.

Presentiamoli: David Jones (Malmsbury) è uno dei batteristi più innovativi e musicali del mondo; un vero virtuoso. Si è esibito con artisti come James Morrison, John Farnham, Stevie Wonder, Tommy Emmanuel e innumerevoli altri. Alessandra Garosi (Toscana) è una pianista eccezionale di levatura internazionale; notabile il suo lavoro con Harmonia Ensemble, noto per le versioni da camera della musica di Frank Zappa, Nino Rota, Roger Eno e molti altri progetti internazionali. Anch’essa ha un rapporto di lunga data con l'Australia, come allieva di Sonya Hanke e lavorando con compositori come Peter Sculthorpe, May Howlett e Robert Davidson. Adam Simmons (Melbourne) è molto attivo sia nella musica classica contemporanea, sia nel jazz. I suoi progetti includono il suo trio, Origami, e l'acclamato "The Usefulness of Art" serie di concerti con Michael Kieran Harvey, Arcko Symphonic Ensemble, Ray Pereira e Wang Zheng-Ting. È anche l'editore della rivista Dingo. Alessandra e Adam si sono incontrati per la prima volta nel 2009 come colleghi artisti all'Alternative Praga Festival. Dopo aver condiviso un vorticoso tour della città, prima che Harmonie Ensemble partisse per l'Italia, avevano ben presto pianificato concerti in Australia e Sicilia nell'anno successivo. Da allora hanno condiviso molte avventure musicali, esibendosi regolarmente in Toscana, Sicilia e Australia, pubblicando due album in duo. L'incontro di David e Alessandra è avvenuto grazie ad Adam, che li ha riuniti per "Quiddity" della Federation Bells del 2014, eseguito nel foyer MRC. Come trio, il loro album del 2016 "Zappa in Recital" è stato registrato dal vivo al Salon Melbourne Recital Centre (data sold out), e rivisto per Mona Foma 2018 dove erano artisti resident. Questo progetto successivo, Zodiac di Santini, è stato registrato a Melbourne nel 2019.

Recita il libretto interno di “Zodiac”: “Le stelle, misteriose creature dell'Universo, sono sempre state affascinanti all'essere umano e al suo pensiero. Karlheinz Stockhausen, a metà anni '70, scrisse un famosissimo componimento sull'argomento. Damiano Santini, vent'anni dopo, ha dato vita alle sue profonde ispirazioni di questo tema partendo dal disegno della costellazione stessa creando una successione di suoni utilizzati per la costruzione di tutti i 12 pezzi per pianoforte. Ogni canzone ha la caratteristica di avere un nome aggiuntivo che ne descrive l'essenza. Sebbene siano scritti per pianoforte, c'è una libera interpretazione della strumentazione, ma il sistema rimane piuttosto delineato sia nella composizione musicale e nella dinamica, e le indicazioni sono molto dettagliate. Damiano Santini, nato in Toscana nel 1961, ha lavorato a “Zodiac” tra il 1990 e il 2019. La Luna, le stelle e i pianeti hanno ispirato molti poeti e compositori, ma troviamo pochissime opere musicali ispirate alle costellazioni dello Zodiaco come tema principale. Egli ha composto il suo gigantesco ciclo Zodiac per pianoforte su tre decenni - iniziando con Ariete nel 1989 e terminando con Pesci nel 2019 - completato appena prima del tour australiano della pianista Alessandra Garosi, avvenuto nel 2019, comprese esibizioni con collaboratori abituali e maestri musicisti, appunto Adam Simmons e David Jones. Il trio ha creato e registrato gli arrangiamenti speciali dell'intero ciclo di 12 pezzi a Melbourne, basandosi sul rapporto del loro precedente programma “Zappa in Recital”. Questi piani erano stati attuati per presentare in anteprima la versione trio e lanciare il cd nel 2020 Australia e Italia, che ovviamente sono state ostacolate dalla pandemia. Zodiac di Karlheinz Stockhausen è stato originariamente scritto per carillon, ma poi edito in tante diverse versioni con strumenti acustici. La prima parte sarà anche unita alle due composizioni, in una sorta di melting pot tra le due opere dei due compositori.”

Intro – Libra, apertura dal ritmo vorticoso e ossessivo, in un andirivieni di sicura presa. Scorpio – Il più antico sfoggia la linea dettata dal clarino contralto, coadiuvato da percussioni libere nel loro incedere, quasi vogliano cercare l’incontro con lo strumento a fiato, molto più docile sebbene mai banale. Sagittarius – L’unificazione del corpo e dell’anima, a base pianistica, da ritmica si fa attraversare dalla melodia wyrd del sax e diviene entità univoca di pregevole fattura. La sua seconda parte pare una pioggia lieve di luci dal cielo tutto; un incanto. Capricorn – La porta celeste, o il giro strano delle stelle? A tratti sembra uscita dalla fervida mente di Darius Milhaud, anche se ovviamente è Damiano Santini a crearne ogni fattezza. Il ruolo della batteria è qui determinante per ottenere l’accesso ad un ambito straniante che dominerà l’ascoltatore. Aquarius – Il portatore dello spirito è trattata su registri più gravi, con andamento obliquo a trattenerne il respiro. Arriva al punto, successivamente, di trasformare sé stessa in esplosivo per anime, per tornare ai lidi calmi d’inizio composizione. Pisces – La forza opposta, ha percussioni che parlano, donando dialogo ai corpi celesti; grandissimi passaggi a suggellarne l’arte totale. Il pianoforte di Alessandra ha sinistre ossessioni, che portano a nuovi orizzonti futuristici. Aires – La forte goccia: misteri e ombre sfuggevoli ai più, rivelazioni e luccicanze agli eletti. Sensibilità, che crea fastidio agli sbadati e superficiali, che dona ricchezza e sapere alle mosche bianche (a volte trattasi di persone). Taurus – Il cuore che pulsa, tra cui il mio, originale fino al midollo, trae linfa dall’avanzare parallelo degli strumenti, a creare un gioco iniziatico come centro della vita stessa. Da (positivi) brividi. Gemini – Lo specchio ondeggia fra i meandri della psiche, nascondendosi senza mai rivelarsi appieno. Il suo contagocce rilascia poesia poco per volta, divenendo poi un mare interiore. Cancer – L’abitatore delle acque primordiali vede i fiati come protagonisti circolari, col piano a inventare un tappeto sonoro su cui giostrare le proprie idee incombenti e mai dome. Nessuno sovrasta nessuno, con grande gioia dell’armonia di gruppo. Leo – Il sole invincibile, probabilmente il segno più impavido, è qui rappresentato dalla traccia più folle e complicata dell’intera opera. Nulla di scandaloso quando a parlare è Santini, ma la metrica e il messaggio sono di meravigliosamente complicata adesione. Virgo – La madre è un grembo sostanzialmente rifugio, dove crescere, ripararsi, vivere, distanti dalla noia del quotidiano. É in ognuno di noi, basta scoprirlo. O scoprirsi. Lieve e trasognante, calorosa e nobile. Libra – Colui che cerca, chiude questo Interstellar Overdrive contemporaneo riprendendo ritmo dal furore iniziale. Si chiude un cerchio per aprirsene un altro. E si va avanti. Sempre e per sempre, dove nulla è mai iniziato e nulla mai finirà.

  

Tracklist:

01. Intro Libra -

02. Scorpio “Il più antico”

03. Sagittarius “L’unificazione del corpo e dell’anima”

04. Capricorn “La Porta Celeste”

05. Aquarius “Il Portatore dello Spirito”

06. Pisces “La Forza Opposta”

07. Aries “La Forte Goccia”

08. Taurus “Il Cuore che Pulsa”

09. Gemini “Lo Specchio”

10. Cancer “L’abitatore delle acque primordiali”

11. Leo “Il Sole Invincibile”

12. Virgo “La Madre”

13. Libra “Colui che cerca”

 

ZODIAC line-up:

Adam Simmons tenor and soprano saxophones, contra alto clarinet

David Jones drums kit and percussion

Alessandra Garosi piano

Damiano Santini

 

Recorded 1st November 2019

by Myles Mumford @ Rolling Stock Recording Studio, Melbourne Victoria (Australia)

Edited and mixed in November 2023 by Luca Frigo

Mastered by Alberto Callegari @ Elfo Studio, Tavernago (PC), June 2023

Produced by Max Marchini





venerdì 21 luglio 2023

DeaR-"Dear Me!", commento di Fabio Rossi


 

Commento di Fabio Rossi

 

Artista: DeaR

Album: Dear Me!

Genere: Sperimentale

Anno: 2023

Casa discografica: Music Force 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1.Eight seconds of fame
2. The art of decluttering
3. Planetesimals
4. Axis Mundi
5. Sequeri
6. Wind
7. DeaR Me! (Sweet Philly)
8. The Skyline
9. Life after life
10. Whales weep not!
11. Cockles of my heart
12. Otherness
13. Song to Grace
14. Shadows: my soul
15. To Bacharach
16. I’m older than I (With no younger of the two)
17.
Crickets (for Klaus)

Line Up

Davide Riccio: vocals & all instruments


Lo stakanovista, polistrumentista e scrittore Davide Riccio (aka DeaR) continua a sorprenderci, sciorinando album di spessore e dopo l’eccellente Mon Turin, che peraltro ho personalmente recensito (http://mat2020.blogspot.com/2023/02/dear-mon-turin-commento-di-fabio-rossi.html), è già l’ora di approfondire la sua nuova fatica discografica: Dear Me!.

Il titolo riprende il suo pseudonimo, ma più specificatamente è un’affermazione inglese che sta per “ahimè” o “povero me”.

Il lavoro comprende diciassette tracce di cui tre strumentali - Whales weep not!, To Bacharach e Crickets (for Klaus) -, incise nello studio di registrazione di Davide, il quale si è occupato di ogni aspetto senza alcun aiuto esterno.

Riccio stavolta compone liberamente, scevro da visioni preconcette o tematiche univoche. Dear Me!, quindi, non è assolutamente un concept. L’artista vaga senza meta, fatto che rende ogni suo pezzo una piccola gemma da ascoltare e riascoltare, plasmando un universo sonoro costantemente caratterizzato dall’eterogeneità e, quindi, mai ripetitivo. Davide usa egregiamente l’idioma inglese e si concede addirittura un incipit in latino in Cockles of my heart, dove canta anche in italiano.

La prima metà del disco comprende brani di nuova concezione concepiti mettendo insieme alcune idee dell’autore fino al risultato finale. Riccio, per sua stessa ammissione, si è ispirato come metodologia compositiva all’ipotesi planetesimale di Viktor Safronov, secondo la quale i pianeti si formerebbero da granelli di polvere che collidono e si aggregano per formare corpi sempre maggiori. La seconda metà, invece, è stata assemblata ripescando brani che risalgono agli anni Ottanta, estrapolati dall’archivio di Riccio per essere messi a disposizione di tutti. Non c’è nulla di scontato in Dear Me! e, seppure non sia un album eccessivamente complesso, è una specie di miracolo che si staglia tra le tante nefandezze che, purtroppo, ci propinano in continuazione. La voce profonda di Davide domina l’intera multiforme opera, districandosi magistralmente tra le sue armonie, sublime espressività di arte che, a poco a poco, ti conquista il cuore. Eccellente.




Ricordando Francesco Di Giacomo


21 luglio, ci sarai sempre.
Buon viaggio capitano!
Wazza

Il ricordo di Greg Lake nel 2014

 

mercoledì 19 luglio 2023

Bill Bruford: accadeva il 19 luglio del 1972

Il 19 luglio del 1972 Bill Bruford entrava nei King Crimson

Bruford emerse sulla scena musicale nel 1967, come primo batterista degli Yes; con loro incise alcuni dei più importanti album del gruppo: The Yes Album (1971), Fragile (1971), e Close to the Edge (1972).

Agli inizi 1972, sorprendendo i fan, abbandonò gli Yes al culmine del loro successo accettando l'invito di Robert Fripp e unendosi ai King Crimson, in cui suonò dal 1972 (epoca di Larks' Tongues in Aspic pubblicato l'anno seguente), e con cui avrebbe continuato a collaborare negli anni '80 (nel periodo di Discipline, al quale dette un contributo importante sviluppando un approccio allo strumento e uno stile innovativi) fino al periodo del "double trio" affiancato alla batteria da Pat Mastellotto (1994-1996) e del ProjeKct One (1997).

Ciò che contraddistingue il suo drumming è lo stile e l'approccio allo strumento e ai suoi suoni. L'estrema variabilità del suo kit, dagli inizi sino a ora, testimonia il suo interesse a sperimentare. Ha spesso integrato il set di base con percussioni elettroniche Simmons, octoban, rototom e altri effetti percussivi.






Quando Mauro Costa incontrò in sogno Alan Sorrenti!

 


Sogno di una notte di mezza estate.

Il vento che soffiava da sud est, caldo e secco qui da noi acquistava umidità; era sicuramente vento di Scirocco e ci scioglieva anima e pensieri.

È una strada tortuosa ed in salita quella che sto percorrendo a passo spedito finché non mi appare una figura che dinanzi a me percorre il medesimo cammino, solo a passo “un poco più piano”.

"Ciao Alan!"

Il tipo si volta, non avevo dubbi; non ha più barba e capelli fluenti, ma lo riconosco, non sono passati poi molti anni.

È Alan Sorrenti che un tempo, dopo essersi ripetutamente nutrito di Tim Buckley, usava la sua voce come strumento su arditi tappeti sonori, mentre oggi, non affrancatosi completamente dal suo amore per 'Starsailor', ricorda comunque agli imberbi discotecari che in fondo siamo tutti “figli delle stelle, eroi di un sogno”.

Già, “eroi di un sogno”.

Ah, sì, non vi ho detto che siamo anche nel 1977, anche se le mani sul fuoco non le metterei.

"Ciao, mi fa piacere incontrare qualcuno!" risponde sereno

"Sto camminando da un po' e il pulmino che mi aspetta con il resto del gruppo e tutta l'attrezzatura pare ancora piuttosto distante. Vai anche tu da quella parte?"

"", gli rispondo "possiamo fare un po' di strada insieme".

Parliamo dei suoi esordi, delle ispirazioni, delle aspirazioni e relative delusioni, di cambiamenti e di concerti imminenti.

Il vento non accenna a placarsi mi pare anche di notare molto in lontananza dei diavoli di sabbia che si sollevano dalla terra.

Mi piacerebbe in realtà sapere dove mi trovo, e soprattutto perché sto passeggiando e amabilmente conversando con Alan Sorrenti, poi improvvisamente tutto mi è chiaro.

Non sono lì per caso e lui non è lì per caso.

Finalmente trovo il coraggio a quattro mani e cambio discorso..."Alan posso farti la madre di tutte le domande?"

"Spara pure tanto, se è imbarazzante, resterà tra noi, giusto?" "Giusto! Dunque, Alan è da quando ho l'età della ragione che prendendo in mano il tuo secondo Lp, dalla magnifica copertina fustellata, leggo il titolo 'Come un Vecchio Incensiere all'alba di un villaggio deserto...'"

M'interrompe con stampato in faccia un sorriso d'approvazione "Sono contento che ti piaccia anche la copertina, ci abbiamo studiato tanto, sono molto orgoglioso di quel lavoro".

Faccio finta di non ascoltarlo per non lasciarmi distrarre altrimenti poi finisce che non glielo chiedo più...

Poi di getto: "Alan, leggendo e rileggendo quel titolo sto fantasticando di tutto e di più. Cosa rappresenta l'incensiere in mezzo al villaggio deserto?"

Avevo appena rivisto per l'ennesima volta il capolavoro di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, e immaginavo quell'incensiere forse testimonianza aliena, come un monolito nero pece alla ricerca di una spiegazione esistenziale, oppure simbolo di un orientamento religioso che partiva dal cristianesimo e si perpetrava ai giorni nostri, oppure...

"Insomma Alan che ci fa quel turibolo di prima mattina in mezzo al villaggio deserto?"

Mi guarda stupito.

Per un attimo sembra non comprendere "Turibolo? Quale turibolo?"

"Come quale turibolo? L'hai scritto tu, mica io! L'incensiere no? Quello del titolo, quello che "da il La" a tutto il tuo "concept" album"…

Il vento adesso è sferzante e quasi mi ferisce in volto, ma osservo Alan senza abbassare lo sguardo.

"No guarda, forse c'è un malinteso perché io non volevo indicare nessun turibolo in mezzo al villaggio deserto..." fa una pausa e smettiamo di camminare.

Lui si volta e mi guarda dritto negli occhi, io reggo lo sguardo come fossimo piombati nella scena madre di un western di Sergio Leone.

"Spiegati meglio" gli dico fissandolo con due occhi ridotti a fessura.

Alan raccoglie le idee per qualche secondo e poi spiega.

"L'incensiere è quel tizio che arriva con un carrettino pieno di boccette di vetro con dentro acqua di fiume e, una volta in mezzo alla gente, comincia a imbonire i presenti adulando la loro intelligenza per reclamare un concreto interesse ai propri unguenti finto miracolosi e chiedendo sonante denaro in cambio.

Uno che incensando falsamente le persone le manipola "costringendole" a comperare la sua mercanzia affinché dimostrino il loro giudizio, altrimenti si sentirebbero stupidi per non averne approfittato.

Arriva in questo villaggio appena spunta il sole ma lo trova deserto, e questo mancato incontro con la gente rappresenta il fallimento di un adulatore, di un imbonitore... di un incensiere"…

"Alan vorresti dire che il titolo del tuo disco dovrebbe intendersi 'Come un vecchio incensatore (nel senso di dispensatore servile e seriale di lodi “pro domo sua”) all'alba di un villaggio deserto'?"

"Ah, si dice incensatore? Ma sai che ero un pochino indeciso... si dice incensatore dunque, buono a sapersi, ma guarda che scherzi che fa la lingua italiana; amico mio, la prossima volta prometto di stare più attento, magari in una futura ristampa modifico il titolo."

Mi sveglio di colpo! Ma chi me lo ha fatto fare di accendere il ventilatore prima di coricarmi? In fondo siamo appena a inizio luglio.

Premo il tasto "off" e finalmente il vento si placa. Almeno quello.

Mi alzo un poco intontito e ben presto raggiungo la sala dove, sul tavolino di fronte allo stereo, c'è in bella mostra il secondo album di Alan Sorrenti, quello dalla copertina fustellata, quello che ho ascoltato per ultimo ieri notte prima di decidere che forse era arrivata l'ora di riposare un po'.




martedì 18 luglio 2023

Pink Floyd - Hyde Park - luglio 1970


Si tenne il 18 luglio del 1970 ad Hyde Park, Londra, un concerto gratuito.
Nella lineup del concerto c'erano i Pink Floyd, Roy Harper, Kevin Ayers e la Edgar Broughton Band.
Si parla di circa 120.000 persone presenti.

Di tutto un Pop…

Wazza


(da un'articolo di Nino Gatti)

Il pensiero torna indietro a tre importantissimi momenti della vita dei Pink Floyd: il primo concerto gratuito ad Hyde Park, del 29 giugno 1968, quando davanti ad una manciata di spettatori si esibirono Jethro Tull, Roy Harper, i Tyrannosaurus Rex e infine i Pink Floyd, che concludevano quel pomeriggio in musica che si trasformò in un appuntamento fisso e che un anno dopo, nell’estate 1969, raccolse 500mila persone per i Rolling Stones. Per l'epoca era un’idea senza precedenti: sei ore di musica gratis per tutti, con i nomi più importanti che il rock britannico potesse offrire ai propri sostenitori. L'evento fu ideato ed organizzato dalla Blackhill Enterprises, la società che curava gli interessi dei Pink Floyd di cui nel 1967 i componenti del gruppo erano soci insieme a Peter Jenner e Andrew King. La Blackhill si dissolse nei primi mesi del 1968 con la defezione di Syd Barrett dai Pink Floyd, ma la collaborazione tra loro e la band continuò negli anni a venire.
Un momento importante per il futuro della carriera dei Pink Floyd fu la loro seconda esibizione, quella del 18 luglio 1970, quando fu presentata per la seconda volta dal vivo (la prima era avvenuta a Bath il 27 giugno) la suite “Atom Heart Mother” con coro e orchestra. Fu un evento cruciale per il loro futuro, e le critiche furono entusiastiche. Una recensione dell'epoca testimoniò a parole lo stupore del pubblico quando la band suonò “The Embryo” e fece partire la registrazione della voce di un bambino, diffusa tramite gli altoparlanti con uno dei classici effetti in quadrifonia dei loro spettacoli, spingendo i presenti a voltarsi per cercare di individuare quel bambino. La band stava per conquistare definitivamente il mercato inglese; tre mesi dopo infatti “il disco della mucca” toccò per la prima volta la prima posizione delle chart britanniche, muovendo il nome Pink Floyd fino ai piani alti del rock che contava.



Roy Haper

Il backstage






lunedì 17 luglio 2023

Area: accadeva il Il 17 luglio 1974

Il 17 luglio 1974 gli Area sono in concerto ad Imperia: grazie alle formidabili foto di Giorgio Lagomarsini, possiamo rivivere quei momenti…

Era il tour di "Caution Radiation Area"

Di tutto un pop…

Wazza








Creedence Clearwater Revival: il 17 luglio 1970 usciva “Cosmo’s Factory”



Usciva il 17 luglio 1970Cosmo’s Factory”, quinto album dei Creedence Clearwater Revival, quello che li ha consacrati al successo mondiale.

Disco senza tempo, miscela di rock, blues, country, cantato dalla superba voce di John Fogerty.

Sei brani di questo album entrarono nella Top 5 della classifica dei singoli in USA.

Di tutto un Pop…

Wazza

Dalla rete – Giacomo Messina

Parlando dei Creedence Clearwater Revival, si corre il rischio di scivolare nelle più banali frasi fatte: “La quintessenza dell’american sound”, “L’abbecedario del rock n’roll” e via discorrendo. Si tratta però di un rischio inevitabile, perchè i Creedence sono stati anche questo: miscelando influenze di vario tipo (dal soul al country, dal blues al rock n’roll) sono stati capaci di creare un sound inconfondibile, spontaneo ed eccitante, condito da una “mitologia” a base di swamp e bayou che evoca la Louisiana; cosa alquanto singolare, tenuto conto che i nostri sono californiani. Ma nel panorama californiano di fine anni Sessanta diviso tra Jefferson Airplane, Grateful Dead, CSN, tra sballi psichedelici e contestazione politica, i Creedence erano a dir poco dei pesci fuor d’acqua; paradossalmente questo loro essere out of fashion e out of time ha rappresentato il loro punto di forza, e ha reso le loro canzoni impermeabili al trascorrere del tempo e al susseguirsi delle mode, tanto da diventare fonte di ispirazione per numerose band e artisti.

Cosmo’s Factory è il quinto album della band (formata dai fratelli Fogerty, John alla chitarra e voce e Tom alla chitarra; nonchè da Stu Cook al basso e Doug Clifford alla batteria.) e viene realizzato nel 1970; l’anno precedente, il 1969, era stato per la band un vero e prorio annus memorabilis , in quanto vide la luce una trilogia a dir poco irripetibile: Bayou Country, Green River, Willie And The Poorboys. Cosmo’s Factory rappresenta l’apice della carriera della band, summa e sintesi della loro arte, della loro capacità di pescare a piene mani nella tradizione del passato per creare qualcosa di nuovo. Tra tutti i dischi dei Creedence Cosmo’s Factory è probabilmente il più vario, quello più “enciclopedico” nello svelare tutte le varie influenze della band, un meraviglioso contenitore nel quale trovano posto rock n’roll anfetaminici alla Chuck Berry come Travelin’ Band,blues da roadhouse come Before You Accuse Me, ballate country (Lookin’ Out My Back Door), galoppate a ritmo di psychobilly (la straordinaria Ramble Tamble, cioè Gun Clubbefore Gun Club) folk ballad dal sapore byrdsiano (Who’ll Stop The Rain), senza dimenticare Up Around The Bend, brano dal riff micidiale, che anticipa molto del power pop di lì a venire. 

Come nei precedenti dischi non mancano le cover, da Ooby Dooby di Roy Orbison a My Baby Left Me di Arthur Crudup (interpretata anche da Elvis Presley), alla già citata Before You Accuse Me (di Bo Diddley) fino ad arrivare al capolavoro di Marvin Gaye I Heard It Through The Grapevine che diventa uno stravolto e stravolgente tour de force di circa 11 minuti. Ma la palma di capolavoro assoluto del disco è indubbiamente la conosciutissima Run Through The Jungle, probabilmente uno dei pezzi più coverizzati di sempre (dai Gun Club a Lydia Lunch, passando per i Killdozer), archetipo dello swamp blues tipico dei Creedence: distorsioni “apocalittiche” di chitarra, ritmo “paludoso” e un testo che parla della guerra in Vietnam vista dai soldati.

Dopo questo capolavoro, i CCR daranno alle stampe altri due dischi, Pendulum e Mardi Gras, nei quali non mancano buoni spunti (Pagan baby per esempio), ma si riveleranno troppo incostanti, nonchè privi (soprattutto il secondo, senza Tom Fogerty) della “magia” che invece possedevano i dischi precedenti.