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giovedì 30 settembre 2021

Cacio e pepe

Luigi Mantovani, qui in foto con Francesco e Rita Calderoni nelle cucine dello storico locale milanese Capolinea, durante la registrazione dell'omonimo disco.

 

Oggi quasi quasi a pranzo me la faccio la “cacio e pepe”, ma non seguirò la ricetta classica, ma quella che si inventarono anni fa il famoso chef Antonello Colonna e il grande Francesco di Giacomo. Allegata la “Ode a cacio e pepe”... e Cracco muto!

Buon appetito

Wazza


Cacio e pepe pepe e cacio

Pepe e pepe cacio e cacio 

Bianco e nero nero e bianco 

Impeto della luce ebbrezza della notte 

Tinte-contrasto- grande unisono

E ogni tanto acqua bollente 

E poi cacio e pepe pepe e cacio...

Decidi tu quando dire basta

 

Questa ode al cacio e pepe è stata scritta dal famoso chef Antonello Colonna con Francesco Di Giacomo cantautore del gruppo Banco. Questi versi si trovavano nel menù di degustazione del ristorante col “portone rosso”, a Labico, dove era possibile gustare una personale versione del cacio pepe preparata davanti ai clienti. Versione che come racconta Antonello Colonna nel suo libro “Antonello Colonna: un anarchico ai fornelli”, da Labico a New York è nata nel 2000 nel corso di “Cucinare a Labico”.

Colonna racconta che l’idea di far rinascere questo piatto popolare romanesco era data dall’esigenza di “contrapporlo” alla cucina fusion ed in particolare al sushi che andava di moda in quegli anni nei ristoranti della capitale. Così pensò di nobilitare il popolare e semplice cacio e pepe, finito in secondo piano o talvolta scomparso nei menù dei ristoranti, preparandolo a mo’ di risotto davanti ai clienti, in una sorta di esibizione artistica.

Riscosse grande successo tanto da essere definito “il re del cacio e pepe” e alla presentazione della Guida di Roma del 2000 il Gambero Rosso gli dedicò l’evento dal titolo "tra sushi e cacio e pepe".





mercoledì 29 settembre 2021

I Grand Funk Railroad il 29 settembre del 1973

Il 29 settembre del 1973, i Grand Funk Railroad raggiungono il primo posto nella classifica dei singoli statunitensi con "We're An American Band".

Di tutto un Pop…

Wazza


Il settimo album della band, “WE'RE AN AMERICAN BAND” (1973) 


Registrato in soli tre giorni ai Criteria Studios di Miami, prodotto dal talentuoso Todd Rundgren, è un altro esempio della vertiginosa velocità con cui si è sviluppato il rock.

L'album è stato n° 2 negli Stati Uniti e ha ottenuto un disco d'oro un mese dopo la sua uscita, merito alimentato dal successo del singolo “We're An American Band”.


Dalla rete…

We're an American band… 

We're an American band… 

We're coming to your town, we'll help you party it down. 

We're an American band… 

Parole semplici e dirette, copertina scarsa ed essenziale. È così che si presenta uno dei migliori dischi mai realizzati a marchio USA da uno degli ultimi gruppi che riempì gli stadi americani negli anni ‘80.

I Grand Funk nacquero come gruppo hard-blues col nome di “Grand Funk Railroad”, grazie al lead-singer e chitarrista Mark Farner, il bassista Mel Schacher e il batterista Don Brewer, tre ottimi musicisti che vengono troppo spesso dimenticati. Più tardi vi si affiancò anche il tastierista/cantante Craig Frost, il quale portò nel gruppo una vena di hard rock.

La band è famosa più che altro per le spettacolari performance live, al punto tale che la critica assegna loro il titolo di “loudest band in the world”, ovvero la band più rumorosa del mondo.

“We’re An American Band” è un disco dal facile ascolto, diretto ed immediato, che parla di feste, donne, alcool e della vita “on the road”, aprendo proprio con la title-track, una fantastica autocelebrazione di una band spaccaculo, il cui ritmo ha il potere di coinvolgerci fin dalle prime note. Il pezzo, scritto e cantato dal batterista, diventa subito uno dei capisaldi della band, immancabile nella scaletta dei concerti successivi. Il ritmo trascinante non è da meno in “Stop Lookin’Back”, i cui fraseggi di chitarra e basso si intrecciano in un alternarsi di linee melodiche, colorate dagli accenti di organo e dei piatti, con tanto di piccolo solo finale di batteria, una perla incastonata fra l’oro della canzone.

Dopo il discutibile episodio di “Creepin”, si arriva alla strepitosa “Black Licorice”, uno dei pezzi più travolgenti del disco, che si fa ascoltare ai massimi livelli, in cui Frost dona dei vocalizzi degni di Ian Gillan dei tempi d’oro, e un assolo di tastiera che non ha niente da invidiare a John Lord in suono e abilità; alla fine del pezzo, paragonabile ad un’esplosione collettiva, la band ci lascia di nuovo respirare, con un pezzo lento ma intenso, “The Railroad”, dove si riconosce finalmente la voce del grande Mark Farner, col suo accento americano e la sua calda timbrica, suggellata dalla parte corale. Per ogni amante del basso elettrico, suonato in modo ritmico e sincopato, “Ain’ t Got Nobody” è una vera chicca, una di quelle canzoni che ascolterei all’infinito, senza stufarmi mai… “Walk Like A Man” è un bel pezzo, superata solo da “Loneliest Rider”, il brano più emozionante del disco. Mark Farner, la cui nonna era indiana, scrisse questa canzone come dedica all’etnia che da sempre fu vittima di persecuzioni da parte dei coloni bianchi.

Tra le bonus track, le canzoni “Hooray” e “The End” (in cui è percepibile un’influenza Deep-Purpleliana) sono di ottimo livello, avrebbero dovuto essere parte del disco originale. La All American Band per eccellenza sfornò questo disco nel 1973, e rimane tutt’oggi uno dei più belli dell’intera discografia, purtroppo poco conosciuto.





martedì 28 settembre 2021

IL PORTO DI VENERE – “E pensa che mi meraviglio ancora”, di Valentino Butti


IL PORTO DI VENERE – “E pensa che mi meraviglio ancora”

Ma.ra.cash records  -  2021   ITA

Di Valentino Butti


Con molta curiosità è stata accolta nell’ambiente degli appassionati la nuova (ma non la prima…) collaborazione tra Cristiano Roversi (Moongarden, Submarine Silence…) e Maurizio Di Tollo (ex Höstsonaten, ex La Maschera di Cera e da qualche anno “battitore libero” con due ottimi album solisti) nel progetto “Il Porto di Venere”.

I due, autori di tutti i testi e delle musiche, sono accompagnati in questa avventura da Erik Montanari alle chitarre, da Elisa Molinari al basso, da Marco Remondini al violoncello e sassofoni e da Stefano Zeni al violino.

Tra gli ospiti anche Faso al basso, Tiziano Bianchi al flicorno, Massimo Menotti alla chitarra acustica e… Demetrio Roversi (voci e “Suoni della strada).

Malgrado sia un lavoro di gruppo, l’impronta che ha ispirato i due lavori solisti di Di Tollo appare evidente. Testi “importanti”, di grande sensibilità, talvolta duri, disillusi, altre volte pieni di speranza, seppur con un velo di malinconia che sembra quasi aleggiare su ogni singolo verso.

L’impianto strumentale risulta ben strutturato, talvolta discreto al servizio della voce, ma, all’occorrenza, anche più deciso, sempre raffinato, e mai vuoto contenitore di estetismi fini a sé stessi. Il tutto grazie, anche, al valore aggiunto offerto da strumenti “colti” come il violino, il sax, il violoncello, il flicorno, che personalizzano al meglio molti dei sei brani di “E pensa che mi meraviglio ancora". Ma, “Il Porto di Venere” è soprattutto una rock band e lo scopriamo subito nel brano iniziale, “Formidabile,” nel quale la sezione ritmica non si fa certo pregare per intensità, le tastiere di Roversi non sono da meno, tra hammond e piano, e l’elettrica di Montanari si “guadagna” un ampio spazio. Emozionante la sezione acustica scandita da violino, arpeggi di chitarra, flicorno e violoncello. Pirotecnico il finale con un crescendo ritmico notevole a cui si va ad aggiungere pure il sax di Remondini.

Stop al televoto” è una denuncia verso la pochezza della società odierna, del suo nutrirsi e vivere di falsi miti e di idoli di plastica. Musicalmente meno avventurosa della precedente, fin troppo “moderna” in certe sonorità e ritmiche ma dal testo che invita a più di una riflessione.

Molto toccante “Dahlia” (liberamente ispirata alla storia dell’assassinio, rimasto impunito, di Elisabeth Short), non solo per le liriche, ma per l’esile e morbida musica in cui prevalgono gli archi, le chitarre acustiche su cui si posano, delicati, gli altri strumenti. Un pezzo davvero ricco di pathos e che colpisce nell’anima.

A seguire è posto il brano più lungo della raccolta, “Miserere sovietico (Dalnik- ottobre 1941”), oltre dodici minuti che ricordano l’eccidio di migliaia di Ebrei nei pressi di Odessa nel corso della II guerra mondiale. Qui la band ed il duo Roversi/Di Tollo si ricordano che provengono (anche) dal prog sinfonico e danno vita ad una mini-suite dalle sfaccettature plurime. Ogni singolo intervento, dal lungo “solo” di Montanari a quello del moog di Roversi o del violino di Zeni è perfettamente funzionale al brano. Volendo, potrebbero riproporne gli schemi con facilità e con uguale risultato ma, legittimamente, vogliono esplorare anche altro in un contesto sempre improntato alla musica “intelligente”.

La title track, di cui è in circolazione un video su You Tube, mi ricorda la poetica del duo Nocenzi/Di Giacomo di “E mi viene da pensare” … raffinata, elegante…

L’album si chiude con “…e ancora…”, l’unico brano interamente strumentale presente. Otto minuti magnetici dominati dal sax e dal flicorno ed un costante crescendo in cui incalza la chitarra di Montanari con chiusura in dissolvenza ancora del sax. Ottimo pezzo che forse avremmo collocato a metà lavoro non alla fine.  

E pensa che mi meraviglio ancora” mantiene e, anzi, amplifica, le aspettative che il progetto prometteva. La qualità testuale e strumentale è davvero molto elevata, senza effetti speciali, ma ricca ed attenta ad ogni particolare, ad ogni sfumatura. Se proprio vogliamo trovare un appunto da sottolineare (linea a matita… sottile…) è che avremmo gradito qualche digressione strumentale più spericolata in qualche frangente, ma si tratta, appunto, di dettagli. Non mi spingo a consigliarne vivamente l’acquisto… con un poco di presunzione, lo imporrei proprio! Eccellente e appassionante e un plauso ai testi che “costringono” all’ascolto… cosa non così scontata nel progressive italiano.

 

Tracklist

1.Formidabile

2.Stop Al Televoto

3.Dahlia

4.Miserere Sovietico (Dalnik – Ottobre 1941)

5.E Pensa Che Mi Meraviglio Ancora

6. …E Ancora…

 




lunedì 27 settembre 2021

I Creedence Clearwater Revival nel settembre del 1969

Settembre del 1969 i CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL raggiungono la vetta della classifica UK con il singolo "Bad Moon Rising"

Nel settembre del 1969 i Creedence Clearwater Revival, dopo aver partecipato all’Ed Sullivan Show e dopo aver scalato le classifiche con “Proud Mary”, arrivano alla testa della classifica in UK con il singolo “Bad Moon Rising” confermando il loro momento d’oro.

Di tutto un Pop…

Wazza


Bad Moon Rising

John Fogerty era entusiasta della sua ES-175, con cui registrò Proud Mary, ma quando stavano per iniziare a registrare il loro nuovo album, gli rubarono la chitarra. Invece di comprarne un’altra, Fogerty decise che fosse arrivato il momento di acquistare una Les Paul. Così andò al negozio più vicino e comprò una Custom nera. Il primo pezzo che avrebbe registrato con quella chitarra sarebbe stato Bad Moon Rising, un'altra delle tante canzoni irresistibili della sua carriera, numero uno nelle classifiche britanniche e numero due negli Stati Uniti. Il suo lavoro sulla chitarra ricorda le canzoni di Elvis ai tempi della Sun mentre il resto della band lo segue con un groove perfetto.   

THIS DAY IN 1969 - Proud Mary climbs to number one on the Inter-Collegiate 50 Chart






Il settembre musicale londinese nel 1968

Outside the Marquee Club, London, 1968


Nel 1968 questo era il programma dei locali in UK, nello specifico il Marquee di Londra.

Ora solo cover e tribute (qualcuna con il sostantivo official) band. 

Nessuno vuole più investire idee nello spartito, il “copia incolla” oggi è di moda anche nella musica. 

Quando si saranno “estinti” gli ultimi interpreti, il rock diverrà come la musica classica, e continuerà ad essere suonata da “bravi esecutori” 

Nella speranza di una nuova “alba musicale” 

Di tutto un Pop…

Wazza


Jethro Tull abituè al Marquee

The Who perform at the Marquee Club, London



 

domenica 26 settembre 2021

Mindance – Cosmically Nothing, di Luca Paoli


Mindance – Cosmically Nothing

(Lizard Records) 2020

Di Luca Paoli


In colpevole ritardo mi trovo a scrivere di “Cosmically Nothing”, dei molisani Mindance.

La band di Campobasso ci porta attraverso un viaggio psichedelico e progressivo come raramente ascoltiamo in Italia.

Dalla frequentazione di una vera e propria “comunità musicale” frequentata da molti personaggi con la voglia di sperimentare e suonare lunghe ed improvvisate fughe strumentali fuori dall’ordinario, nascono i Mindance.

La loro avventura ha inizio nel 2012 e dopo vari cambi di formazione nel 2015 si assestano con Tonino Marchitelli alla voce e tastiere, Gianluca Vergalito alla chitarra, Peppe Aloisi al basso, alla voce, al synth e Massimo Cosimi alla batteria.

Ascoltando il disco, le radici ci riportano a gruppi come gli Hawkwind e i Pink Floyd del primo periodo, ma vorrei precisare che loro non copiano ma, partendo dai loro riferimenti, propongono una musica attuale consapevole dei nostri giorni.

Allora è giunto il momento di partire, schiacciate il tasto “play” del vostro lettore, mettetevi comodi sul vostro divano e chiudete gli occhi... il viaggio sta per iniziare.

Minkiadance”, elettrica ed incalzante, con le chitarre protagoniste, ci mostra il lato più elettrico e heavy della band.

L’elettronica prende il sopravvento nella seguente “Prologue One” introdotta da una voce recitante.

Il vero e proprio viaggio psichedelico inizia con “Falls In Love”, sette minuti abbondanti di grande pathos con i Pink Floyd come ispirazione e la band che suona veramente in modo splendido.

I Don’t Belive”, più ritmata, prosegue il viaggio con un suono più progressivo per i suoi cambi di tempo.

Echi Megl’E Me”, unico brano non cantato in inglese ma in dialetto, è una ballata molto bella e rimanda alla grande musica dei ‘70... grande pezzo.

Si prosegue con la lisergica “Don’t Break Me” che ricorda certe composizioni di Neo Prog.

Segue “Prologue Two”, altro breve intermezzo recitato su un tappeto di tastiere.

Don’t Break Me” accelera col suo riff di chitarra sfiorando certo punk degli anni ‘80 per rendere il menù più vario ma sempre di qualità.

Si torna al prog, anzi al neo prog degli anni ’80, con la bella “Sery”, dal ritmo lento, adatto a proseguire il viaggio che vorremmo non finisse mai.

Ancora il breve “Prologue Three” per poi finire in bellezza con la lunga (dodici minuti) “Cosmically Nothing” che dà il titolo all’album. Qui troviamo tutto quello che ci aspettiamo da un brano psichedelico e space.

Inizio col solito recitato su un mantra di tastiere elettroniche, poi la ritmica parte con un mood lisergico, ripetitivo, con effetti che ci guidano verso il cosmo per poi esplodere con la chitarra che sale in cattedra. Questo brano, per chi scrive, vale il prezzo del biglietto.

Ottimo il libretto, che contiene tutte le informazioni necessarie e i testi e molto bella la grafica.

Un disco di gran spessore con ottime composizioni, un suono veramente di livello, molto vario, con parti cantate veramente molto convincenti.

Ora siete arrivati alla fine del viaggio ma, son sicuro, che vi alzerete dal vostro divano e andrete a schiacciare ancora il tasto “play” del vostro lettore perché la voglia di ri-partire sarà più forte di voi e che, in questo modo, lascerete perdere, almeno per un po’, tutte le cose negative che questo periodo ci costringe a vivere.

Buon viaggio a tutti!


Tracklist:

1 Minkiadance

2 Prologue one

3 Falls in love

4 I don't believe

5 E chi megl' e me'

6 Don't break me

7 Prologue two

8 Strange love

9 Sery

10 Prologue three

11 Cosmically nothing

 

Line-up

Antonio Marchitelli: voice, keyboards

Gianluca Vergalito: guitars

Giuseppe Aloisi: bass, voice, synth, noises

Massimo Cosimi: drums

 

 

 

 

          


sabato 25 settembre 2021

John Bonham: per non dimenticare

25 settembre 1980 - Starway to heaven... or hell!


Fine settembre 1980, i Led Zeppelin sono riuniti nella villa di Jimmy Page per le prove in vista di un eventuale ritorno sulle scene. John Bonham arriva già "brillo" e continua a bere, sembra "40 bicchieri di vodka"; viste le sue condizioni viene portato in una stanza dove viene lasciato dormire. La mattina dopo, 25 settembre 1980, John Paul Jones e il manager lo trovano morto, soffocato dal suo stesso vomito!

Se ne andava così a 32 anni il grande batterista dei Led Zeppelin, innovatore della batteria, caposcuola per l'hard rock, heavy metal, rock blues.

Con i Led Zeppelin ha macinato tour, dischi d'oro, riconoscimenti; nel 2011 i lettori di Rolling Stone Magazine lo dichiarano "miglior batterista di tutti i tempi"

Ma a causa di una vita fatta di eccessi, droghe alcol e sesso sfrenato (!!!), la sua carriera è andata rapidamente in declino. Rimarrà sempre il "Bonzo" che ancora oggi ci scuote, e non riusciamo a trattenerci, quando ascoltiamo, "Black Dog" "Moby Dick" "Immigrant Song".

Il Pensiero di alcuni "colleghi"...

«La batteria non c'entrava. John si sedette dietro un kit in miniatura: una cassa da 18", un rullante alto 4", un tom da 12" e uno da 14"... ed era quel suono! Rimasi annichilito da quello che stavo sentendo, e da come lo stava suonando: da quel minuscolo kit stava uscendo il sound dei Led Zeppelin!»

Dave Mattacks, Fairport Convention

Memories: Ringo Starr e John Bonham, cose da batteristi

«Avevamo ottenuto un backstage pass per le due serate del festival di Knebworth [1979, NdA]. Bonham arrivò insieme a suo figlio e si sedette alla batteria per controllare l'accordatura. L'impianto di amplificazione non era ancora acceso, e lui fece qualche acciaccatura: il palco iniziò a tremare, io e John Deacon ci guardammo negli occhi, e ci abbracciammo».

(Roger Taylor - Queen)

Alcune sue "bravate"

Una volta John Bonham invitò Glenn Hughes a fare un viaggio sulla sua nuova e lussuosa macchina. Il batterista andò a sbattere dritto contro un muro e abbandonò la macchina. Il giorno dopo Hughes lo incontrò su una nuova lussuosa macchina e gli chiese che cosa avesse fatto con la vecchia macchina. Bonham rispose: "Quale macchina?".

Nel 1976 si recò ubriaco nel backstage del "Nassau Coliseum" di Long Island durante un concerto dei Deep Purple. Quando notò un microfono libero salì sul palco prima che i roadies potessero fermarlo; il gruppo smise di suonare mentre Bonham urlava al microfono: "Sono John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che abbiamo un nuovo album in uscita: si chiama “Presence” e, cazzo, è fantastico!".

Prima di andarsene si voltò verso il chitarrista dei Deep Purple e lo insultò dicendo: "E per quanto riguarda Tommy Bolin, non sa suonare una merda!".



Band of joy 1968 , con John Paul Jones e Robert Plant 

 



venerdì 24 settembre 2021

Il 24 settembre 1974 si concludeva la seconda edizione del “Villa Pamphili Festival”


Il 24 settembre 1974 si concludeva la seconda edizione del 

“Villa Pamphili Festival”

 

Si concludeva il 24 settembre 1974 la seconda edizione del "Villa Pamphili Festival", all'epoca giudicata sottotono rispetto alla prima edizione, sia per numero di presenze che per la qualità dei gruppi presenti (si parla di 12.000 presenze contro le 20.000 della precedente edizione).

Si parte il 20 settembre con un diluvio che mette a dura prova gli organizzatori, che presentavano un impianto da 10.000 watt ma, a parte un ritardo di 24 ore, il festival prende il via.

Nella prima serata tra gli altri se esibirono: Ciampini & Jackson, Biglietto per L'Inferno, Dodi Moscati, Angelo Branduardi, Banco Del Mutuo Soccorso; il giorno dopo: Amazing Blondel, Richrd Benson, La Spirale, La Preghiera di Sasso, Juri Camisasca, Strada Aperta, I Crash (dei fratelli Falco), Il Volo....

Terza serata: ancora Amazing Blondel, Sensation Fix, Crepuscolo, Murple, Kaleidon, Albero Motore, Samadi (ex RRR), Mauro Pelosi.

...le due firme sono di Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso... il biglietto è di Tony Carnevale che lo conservò per trent'anni nel suo portafoglio e lo mostrò poi a Francesco (ovviamente molto commosso) durante una mostra sull'evento...

L'ultima serata era previsto il concerto di Stomu Yamashta, ma i costi elevati del percussionista giapponese indussero gli organizzatori a "ripiegare" sui Soft Machine, che iniziarono a suonare a mezzanotte, davanti ad un pubblico gelato e fradicio di umidità! Prima di loro toccò ai Perigeo, Ibis, Assemblege, Ines Carbona, Etna.

Stando alle recensioni dei giornali, il Banco Del Mutuo Soccorso fu il gruppo che risollevò il festival, per le presenze e per un concerto memorabile (posso testimoniare… ma io sono di parte!).

Oltre ai grandi e alle nuove promesse del rock, nel cartellone c'erano molti folk-singer: da notare che la siciliana Rosa Balestreri fu sommersa dai fischi, tanto da non poter continuare la sua esibizione, mentre il Duo di Piadena, con Bandiera Rossa e Bella Ciao (paraculi!), ricevettero molti applausi.

Per il resto, pubblico ordinatissimo, nessun incidente, e per quattro giorni capelloni, seguaci di Hare Krishna, militari in libera uscita e studenti, condivisero questa "Woodstock" dè noantri.

Si dice che molte persone non vennero perchè in quei giorni in tv c’erano sia il tentativo di record di immersione di Enzo Majorca che il derby Roma-Lazio!

C'era anche la troupe Rai di "Sapere" che riprendeva... chissà che fine hanno fatto quei filmati… sarebbe bello rivederli, visto che la memoria, ha poca ram...

Altri tempi!

...di tutto un Pop!

Wazza






giovedì 23 settembre 2021

Pop Rock Meeting: era il settembre del 1971

Il 22 settembre 1971 iniziava il “Pop Rock Meeting” di Novate, piccola cittadina in provincia di Milano, organizzato da Pino Tuccimei, Francesco Sanavio e Franco Mamone.

Oltre ad esibirsi nomi già affermati - come gli inglesi Colosseum, i canadesi Ocean, i “quasi famosi” New Trolls, i Delirium, Mia Martini, gli Osanna, Le Orme, la Premiata Forneria Marconi -, vennero invitati anche gli “emergenti” Banco del Mutuo Soccorso, il Balletto di Bronzo, Nuova Idea, Il Punto, Trip, Quelle strane Cose Che, Gleemen… una specie di “talent show”, che si tenne al Palasport di Novate, e finì il 24 settembre.

La leggenda racconta che John Hiseman talentuoso batterista dei Colosseum, si “innamorò” artisticamente di Franco Mussida, giovane chitarrista della PFM, chiedendo a Mamome “how mach”; per fortuna non se ne fece nulla, anche perché i Colosseum, dopo due mesi si sciolsero, mentre la PFM inizio la carriera che tutti conosciamo.

Sembra che il termine “progressive rock” fu coniato per la prima volta durante questi tre giorni di festival.

Un altro gruppo a cui Novate portò fortuna fu il Banco del Mutuo Soccorso. Anche se il viaggio per i “ragazzi” fu un incubo - strumenti e musicisti stipati dentro un pulmino che, se non erro, si ruppe per ben due volte durante il viaggio - fu l’unico gruppo a suonare per tutte e tre le serate, anche se ad orari assurdi, nel primo pomeriggio o a notte fonda.

Nella serata finale, tra il pubblico c’era anche Sandro Colombini della Ricordi. Franco Mamone visto il “talento” dei ragazzi, organizzò una serata al “Carta Vetrata” di Bollate, invitando Colombini ed altri discografici della Ricordi, da lì agli studi di via dei Cinquecento a Milano per un provino: fu quella la pista di lancio per il Banco del Mutuo Soccorso!

Di tutto un Pop…

Wazza


PREMIATA FORNERIA MARCONI  1971

Novate Milanese near Milano Italy Colosseum tour 23/9/1971

Primo Manifesto Osanna -Marzo 1971

Banco del Mutuo Soccorso



 


                                                              New Trolls nel 1971

Colosseum

Mia Martini, 1971





mercoledì 22 settembre 2021

ALEX SAVELLI | IVANO ZANOTTI - "Italian Kidd", di Luca Paoli

 

ALEX SAVELLI | IVANO ZANOTTI

Italian Kidd

Radici Music Records

15 brani | 73.41

di Luca Paoli


Alla domanda... Come sta il Rock in Italia? Dopo aver ascoltato l’ultimo lavoro di Alex Savelli la risposta non può che essere… Il rock in Italia sta benissimo!

Polistrumentista e compositore, già leader dei londinesi Pelican Milk, prog band di assoluto valore, prosegue il suo percorso di collaborazioni. Lo avevamo lasciato con l’ottimo “Doing Nothing” in coppia con i Nostress di un anno fa che seguiva un altro gran disco che era “Gettare Le Basi” del 2019, in coppia con il notevole batterista Massimo Manzi.

Eccoci a commentare “Italian Kidd”, nuovo capitolo discografico di Alex che collabora ancora con un altro grande della batteria che risponde al nome di Ivano Zanotti (attualmente batterista e direttore musicale di Loredana Bertè e batterista dal vivo di Ligabue, Zanotti vanta collaborazioni internazionali con giganti quali Brian Auger e Manolo Badrena e nazionali, sia live che in studio, con Vasco Rossi, Anna Oxa, Alan Sorrenti, Edoardo Bennato etc.)

Ma non è finita... a cantare le 15 tracce che compongono l’album sono stati coinvolti ben 11 vocalist.

Il disco, diciamolo subito a scanso di equivoci, è un susseguirsi di emozioni, tra brani rock diretti e potenti, ballate e brani più elaborati dove fa capolino anche una certa psichedelia che rende il menù particolarmente speziato.

Ma andiamo per ordine.

L’opener è affidata a “Loud Mouth Went Crazy”, funky rock molto anni ‘80 con un giro di basso intrigante e la bella voce di Luca Fattori.

Not Alone” è un piacevole e tenue brano pop venato di folk e cantato, questa volta, dal bravo Luciano Luisi.

Le chitarre tornano a ruggire nella trascinante “Dogman” cantata da Massimo Danieli col giusto piglio rock... gran pezzo con Savelli molto ispirato alla chitarra.

Si prosegue con la suggestiva “Dead End”, cantata dalla voce molto evocativa di Jeanine Heirani, supportata da un altrettanto evocativo coro.

Si torna alle atmosfere hard rock con la trascinante “Take Me Back”, cantata egregiamente da Michele Menichetti e con basso e batteria sugli scudi... poi la chitarra solista di Savelli mette la ciliegina sulla torta.

Rosita” è veramente una bella ballata soave dove spicca la più che convincente voce di Teresa Iannello.

Si torna al rock deciso con “Spears”, aperta da un gran bel riff di chitarra poi sostenuta dalla decisa e compatta sezione ritmica e dal gran lavoro di Zanotti alle pelli... Lorenzo Giovagnoli ci fa capire di che pasta è la sua voce.

Con “The Shepherd” si rallentano ancora i toni per un bel brano che vede l’intensa prova vocale di Valentina Gerometta, sorretta da un sound tenue e arricchito anche da un uso controllato dei synth: oltre nove minuti di pura magia dove aleggia anche una tenue psichedelia... grande brano!

NSD – Natural Space Drift” è un gran esempio di dark rock dove tastiere e coro creano un alone cupo, ma il groove non manca, basso e batteria lavorano alla grande... ottima prestazione vocale da parte di Michele Menichetti.

Ancora ritmica e riff di chitarra sugli scudi in “The Bat From Wuhan“, con la voce abrasiva e graffiante di Luca Fattori assoluta protagonista... un rock che non lascia superstiti.

Alex Savelli si occupa anche della parte vocale di “Uspoken”, brano dal suono più pacato con un bel solo di synth e di chitarra.

Ritornano ritmo e riff hard rock nella successiva “Don’t Get a Word”, cantata da Francesco Grandi e Omar Macchione. 

Il brano che per phathos e sound che più ha colpito chi scrive è la bellissima e quasi bluesata “The Stranger”, cantata da Frederick Livi, ballata che ci trasporta in territori psichedelici con una chitarra solista stratosferica.

Territori psichedelici anche per “UFG – Unidentified Flying Girl”, penultima traccia di questo lavoro notevole. La voce è affidata a Valentina Gerometta che coi suoi vocalizzi ci fa viaggiare in territori inesplorati. Tastiere, un basso rotondo, le chitarre e tutta la seziona ritmica, fanno un lavoro incredibile.

Non siamo soli”, versione italiana di “Not Alone”, chiude, col suo inno alla speranza e alla unione, un grande disco di rock che, nel nostro paese non è scontato ascoltare.


Come sempre Radici Music confeziona in modo superbo il cd con libretto in carta di alta qualità.

Non servono tante parole ma un cd, uno stereo e un’ora abbondante del vostro tempo.

Lasciatevi trasportare dai suoni che propongono Savelli e Zanotti e, vi assicuro, che una volta arrivati all’ultima traccia sarà impossibile per voi non schiacciare il famoso tastino “play” per riascoltarlo.


BIOGRAFIA 

ALEX SAVELLI-Polistrumentista e produttore di esperienza trentennale, fondatore a Londra del 1999, tra le altre, della band Pelican Milk, Alex Savelli nel corso degli anni ha collaborato con Eddie Kramer, Francesco Guccini, Simon Painter, Paul Chain, David Eserin, Alex Elena, Ares Tavolazzi, Davey Rimmer, Pippo Guarnera, Andrea Giomaro, Antonio Stragapede, Gianpiero Solari e tantissimi altri. Dopo Gettare le basi (2019) con Massimo Manzi e Doing Nothing (2020) con i NoStress, riprende la partnership con Ivano Zanotti in Italian Kidd.

www.facebook.com/alexsavelli


IVANO ZANOTTI-Batterista, arrangiatore e produttore a richiesta. Si destreggia in tutte e tre le pratiche con accortezza e passione totale per la musica. Vanta collaborazioni internazionali con giganti quali Brian Auger e Manolo Badrena e nazionali, sia live che in studio, con Vasco Rossi, Luciano Ligabue, Loredana Bertè, Anna Oxa, Alan Sorrenti, Edoardo Bennato etc. Attualmente è batterista e direttore musicale della Bertè e live è batterista di Ligabue. Dopo aver suonato in uno degli undici brani di Gettare le basi (Savelli/Manzi), si dedica a un disco tutto con Savelli dal titolo Italian Kidd.

www.facebook.com/ivanozanotttithebigdrummer


 


Tracking List

Loud Mouth Went Crazy

Not Alone

Dogman

Dead End

Take Me back

Rosita

Spears

The Shepherd

NSD – Natural Space Drift

The Bat from Wuhan

Unspoken

Don’t Get a Word

The Stranger

UFG – Unidentified Flying Girl

Non siamo soli

 

Alex Savelli: basso, chitarre, tastiere

Ivano Zanotti: batteria


Italian Kidd Singers:

Luca Fattori (1, 10)

Luciano "Luiss" Luisi (2, 15)

Massimo Danieli (3)

Jeanine Heirani (4)

Michele Menichetti (5, 9)

Teresa Iannello (6)

Lorenzo Giovagnoli (7)

Valentina Gerometta (2, 8, 15)

Alex Savelli (11)

Francesco Grandi e Omar Macchione (12)

Frederick Livi (13)