Ci sarai sempre
Buon viaggio capitano
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
RocKalendario del secolo scorso – Giugno
Di Riccardo Storti
1955 – Il 18 giugno in Germania a Baden Baden, nella prestigiosa cornice del Festival della Società Internazionale della Musica Contemporanea, si tiene la prima esecuzione assoluta di Le Marteau sans maître di Pierre Boulez, una delle pagine più note dell’avanguardia musicale del Novecento.
E qui c’entra Zappa perché questa composizione ha avuto un'influenza significativa sulla sua musica. Pensate che Zappa aveva acquistato da ragazzino una copia della registrazione di Le Marteau sans maître, accoppiata a Zeitmasse di Stockhausen sull'altro lato del vinile (due piccioni con una fava). In un articolo pubblicato su Hit Parader nel 1967, lo stesso Zappa dichiarò che l’opera lo aveva colpito in maniera totale. E se date una scorsa alle note di copertina di Freak Out, vi accorgerete che tra gli ispiratori del disco vi è anche Pierre Boulez.
1965 – Mattina del 14 giugno. Paul si alzò con quella
musica in testa che non voleva andare via. Andò in cucina per preparare la
colazione. Uova strapazzate con il bacon: ci sta. Canticchia il motivetto:
“Scramble eggs…”. Ci sta anche questo. Bisogna sbrigarsi e vedere subito che
accordi ci vogliono per questa melodia: il Fa maggiore suona bene. I piatti e
le tazze sporche le avrebbe lavate in un altro momento. “Ciao, Jane… a più
tardi.” In un attimo è al cospetto dell’amico George Martin per fagli ascoltare
quell’idea. “Non sarebbe male un quartetto d’archi alla Schubert.” Intanto nel
frattempo è arrivato anche un bel testo malinconico, quasi autunnale:
“Yesterday, all my troubles seemed so far away…”.
Così nacque una delle canzoni più famose della storia della popular music (e anche la leggenda intorno alla sua genesi, che mi sono divertito a tratteggiare).
1975 – “Era il 5 giugno del 1975. Ricordo che mi trovavo
nei pressi degli Abbey Road Studios, così, senza pensarci troppo, entrai. Non
era programmato. Mi attirava qualcosa lì dentro, un’energia familiare… o forse
era solo la mia curiosità.
Quando
sono entrato nella sala, c’erano i ragazzi — quelli con cui avevo iniziato a
strimpellare — intenti a lavorare su un brano. Non so se mi riconobbero subito.
Avevo la testa rasata, niente sopracciglia… e il corpo, beh, non era più quello
di un tempo, avevo preso qualche chilo. Potevo sembrare chiunque. Credo che
all’inizio mi abbiano scambiato per un tecnico o un tizio della casa
discografica, forse un impiegato.
Stavano
ascoltando un pezzo — qualcosa di lungo, ipnotico, malinconico. Mi sedetti lì
in silenzio, senza dire molto. Non capii subito che quel brano parlava di me. Shine
On You Crazy Diamond, lo chiamavano. Ironico, no? Essere presente, ma al
contempo completamente altrove.
Più tardi quel giorno, mi feci vedere anche al ricevimento di nozze di David. Un po’ di musica, qualche volto sorridente… ma le parole mi sembravano lontane, come se arrivassero ovattate. Rimasi poco. Non serviva dire nulla. Quella fu, per molti di loro, l’ultima volta che mi videro. Ma per me, in un certo senso, ero già sparito da tempo.” (apocrifo barrettiano)
1985 – «Credevo totalmente negli Style Council. Nei primi anni ne ero ossessionato. Ci vivevo dentro, respiravo ogni cosa. Ogni parola la intendevo davvero, ogni gesto lo sentivo profondamente. Our Favourite Shop ne è stata la realizzazione.» Così parlò Paul Weller. E quell’album – uscito l’8 giugno - fu veramente un capolavoro firmato insieme all’altro sodale della band, Mick Talbot. Chi, come me, all’epoca sedicenne, guardava con diffidenza al soul, al funky e al R’n’B, ormai veicolati dal pop elettronico, dovette ricredersi, perché in quel loro negozio preferito, già dalla copertina si capiva tutto. Tra le carabattole si scorgeva un mondo mod lontano quasi due decenni e quei visi, quelle icone, quei simboli erano un richiamo verso tale tradizione, senza perdersi troppo in preconcetti ideologico-musicali. Poi, appena posai il disco sul piatto, per tutta la stanza sprizzò un caleidoscopio musicale di variegati elementi: easy listening (Homebreakers), Motown (Come to Milton Keynes, Luck e Walls Come Tumbling Down!), ritmi latini (All Gone Away e With Everything to Lose), pop (Boy Who Cried Wolf e A Man Of Great Promise), funk/punk (Internationalists), waltz jazz (Down In The Seine), acid jazz (la title track), soul disco (The Lodgers (Or She Was Only a Shopkeeper's Daughter)) e ballad dall’accompagnamento cameristico (A Stones Throw Away).
Un bel frullato che, però, manteneva inalterato un
sapore squisitamente british. I testi, inoltre, denunciavano ciò che non andava,
avvallando la necessità di credere in qualcosa di nuovo e più profondo,
nonostante un decennio troppo easy. Di lì in avanti non abbandonai mai più The
Modfather e, in men che non si dica, scoprii pure gli Who. Che strana vita era
quella di un adolescente post-beatlesiano a metà degli anni Ottanta!
Ah, per la cronaca, in quel giugno del 1985 uscirono anche: Misplaced Childhood dei Marillion, Fables of the Recostruction dei R.E.M., The Dream of the Blue Turtles di Sting e Steve McQueen dei Prefab Sprout.
1995 – In un decennio dominato da chitarre grunge, britpop e contaminazioni elettroniche mainstream, Björk pubblica Post, un album che suona come un messaggio dal futuro. Se il suo debutto solista (Debut, 1993) aveva già mostrato la voglia di rompere con le convenzioni del pop, Post è il momento in cui l’islandese si libera completamente da ogni forma predefinita, costruendo un mondo musicale stratificato, sorprendente e personale. L’album è una miscela sorprendente di elettronica, trip-hop, industrial, jazz e orchestrazioni, resa possibile grazie alla collaborazione con produttori come Tricky, Howie B e Nellee Hooper.
Ogni brano è un piccolo universo sonoro: è un’esperienza unica quella di partire da Hyperballad (sospesa tra beats elettronici e malinconia) per arrivare ad un personale omaggio al jazz orchestrale con It’s So Quiet. Ancora oggi, Post resta uno dei manifesti più audaci degli anni ’90: un album che non si limita a seguire le mode, ma le crea (magari nella nicchia).
PHIL SELVINI & THE MIND WARP
T.E.T.R.U.S. (cliccare per l'ascolto)
(Luminol Records,
2025)
5 tracce | 56.42 min.
di Alberto Sgarlato
Phil Selvini, chitarrista e
cantante che non disdegna incursioni tra i tasti del Mellotron ed esperimenti
tra svariate diavolerie elettroniche, presenta la sua nuova formazione,
denominata Phil Selvini & the Mind Warp.
Ad affiancare questo artista, da tempo già
ben noto nella scena progressiva e neopsichedelica italiana e internazionale,
troviamo Leonardo Spampinato alla chitarra, Davide Sebartoli alle
tastiere, Francesco Scordo al basso e Leonardo Puglisi alla
batteria.
Il quintetto presenta un album d’esordio
intitolato T.E.T.R.U.S.,
acronimo di Time, Eternal, Try, Redemption, Unique, Shine. Parole che
potrebbero, a una prima lettura, apparire abbinate in modo casuale; ma per
coglierne l’essenza è necessario conoscere il “concept” che le lega. L’album è
infatti stato concepito in periodo di pandemia e sembra quasi voler descrivere
o proiettare il malessere (psicologico, morale, fisico) che albergava in tutti
noi in quel periodo in una sorta di entità mostruosa pronta a dominare e
schiacciare il Mondo, uno Chtulu lovecraftiano rivisitato attraverso gli stati
d’animo di quei giorni.
Quindi paura, angoscia, inquietudine, sì: ma
anche voglia di rinascita e di riscatto, con la certezza che l’umanità sarebbe
sopravvissuta anche a quella Apocalisse.
L’album si apre con i 9 minuti di “To make
ends meet”: un cantato acuto e arpeggi chitarristici puliti evocano i
Radiohead, ma ben presto il tutto si indurisce fino a virare verso sonorità
care ai King Crimson di “Red”. Accelerazioni, canto su voci armonizzate e
crescendo che si rincorrono nel corso della traccia in un equilibrio tra rock
progressivo classico, neo-psichedelia, alternative rock e post-rock, verso una
lunga, impalpabile, rarefatta coda.
I 5 minuti di “Reverie” iniziano come
una ballad affidata allo strumming della chitarra acustica. Ma è con l’entrata
di un ricco parco-tastiere, tra i barocchismi dell’Hammond, i piccoli tocchi
del piano elettrico e i sussulti melanconici del Mellotron che il brano assume
la sua connotazione più progressiva, con un bel tema melodico strumentale di
chitarra a far le veci del cantato. Una sezione centrale riporta tutto tra le
spigolosità del math-rock, per poi fare riaprire il brano con il ritorno alle
atmosfere iniziali.
Proseguiamo con “Riding the fog”: qui
l’autore ci fa respirare tutte le atmosfere di una soft-ballad d’altri tempi,
sempre in bilico tra prog, hard-rock e psichedelia e sempre in equilibrio tra
momenti più intimisti e altri più sanguigni. Echi di Pink Floyd, certo, ma
persino dei Led Zeppelin e degli Uriah Heep più romantici.
Con “The last 48 hours”, la band
abbraccia ancora un’altra via: quella della ballad pianistica. Tutto giocato su
chiaroscuri delicatissimi, al punto da evocare a tratti persino lo spettro del
compianto Mark Hollis, mentre il gemito sofferto della slide guitar richiama
nuovamente ai Pink Floyd.
Ma è con la monumentale suite finale che dà
anche il nome alla band, “The Mind Warp”, appunto, che il collettivo
svela il meglio di sé: circa mezz’ora di musica costantemente giocata tra
arpeggi delicatissimi e riff poderosamente infuocati, melodie affidate a un
cantato “acido”, intermezzi “matematici” fatti di precisione e velocità, momenti
cupi e “liturgici” la cui sacralità farà tremare i polsi ai fans dei Van der
Graaf, situazioni più lente, scolpite in una granitica cupezza, quasi al limite
del doom o dello stoner.
Un album che farà felici tanto i progsters più conservatori quanto quelli più innovatori e rivoluzionari, grazie alla sua capacità di volteggiare tra generi e stili senza apparire mai tedioso o calligrafico, ma sempre forte di una cospicua dose di freschezza e originalità compositiva.
Phil Selvini & The Mind Warp:
https://www.facebook.com/filipposelvini
Luminol Records:
DIEGO BANCHERO TRIO
“Gathered Lectures from a Lifetime”
Di Andrea Pintelli
Diego Banchero, leader de Il Segno del
Comando, arriva finalmente a pubblicare il suo primo album solista dal titolo
“Gathered Lectures From A Lifetime”. Uscito lo scorso 18 gennaio col moniker
Diego Banchero Trio, prodotto dalla Tricephale Independent Production,
rappresenta una summa del suo pensiero musicale. Insieme a lui, grandissimo
bassista nonché illuminato compositore, troviamo Fernando Cherchi alla batteria
e Roberto Lucanato alla chitarra, suoi collaboratori di vecchia data. Come già
descritto nel mio articolo-intervista apparso sul nr. 59 di Prog Magazine,
Diego è uno dei principali creatori del dark sound italiano, un mix di sonorità
prog, hard rock e (appunto) dark che prese piede negli anni Ottanta e Novanta
grazie a gruppi ineguagliabili quali Death SS, Paul Chain Violet Theatre, Black
Hole, Requiem (del compianto Mario “The Black” Di Donato), Arpia, Zess,
Malombra, e ovviamente Il Segno del Comando. Aggiungo anche i monumentali Devil
Doll del geniale Mr. Doctor, i quali meriterebbero un ampio capitolo a parte. Diego,
oltre ad avere fondato e “diretto” prima i seminali Zess e Malombra, e poi Il
Segno del Comando, è impegnato su altri fronti quali l’insegnamento musicale,
la produzione discografica ed è conosciuto anche come importante sound
engineer; infatti, il suo inconfondibile “tocco” ne fa uno dei personaggi più
in vista del panorama dark prog mondale, la cui inventiva sconfinata e il suo
carico di idee hanno determinato la creazione del suo stile in tanti anni di
esperienza.
“Gathered Lectures From A Lifetime” è stato registrato in presa diretta nel novembre del 2023 presso il Nadir Studio di Genova ed è composto da dodici tracce, tutte strumentali. L’interiorità di Diego Banchero è qui espressa, credo, in parte, siccome lui è tanto di più. Presumo che altri dischi verranno, per andare a completare il quadro completo del suo credo artistico. In ogni caso, una parte di esso è ben rappresentata da diverse influenze musicali che sono state prese in esame e, poi, svolte con ottimi risultati in questo disco. Si parte col funk-rock di Looking For The Pusher, che apre l’album con potenza e gran tiro; una sferzata di energia, avvolgente e senza fronzoli, che colpisce fin dalle prime note. Si prosegue con la rivisitazione di Macabro Suite tratta dal repertorio de Il Segno del Comando, uno dei pezzi più rappresentativi della band che prese il nome (e le ambientazioni) dallo sceneggiato capolavoro omonimo degli anni Settanta. Obbiettivo centrato: brividi lungo la spina dorsale e gusto da vendere. L’elegiaca meraviglia a tinte dark di Le 4 A prosegue il solco e lo fa in maniera corposa e decisa; proveniente anch’essa dal repertorio de ISDC, ha in sé passaggi di tempo difficili e complicati, ma i nostri lo fanno con una naturalezza tale che li mostra per quel che sono: dei bravissimi e preparatissimi artisti. Ce ne fossero… Indi Vestale, degli Egida Aurea (altra band di cui Diego fece parte): ritmo più rallentato, ma atmosfere decadenti da far invidia a molti altri musicisti. I tre riescono a cogliere e sviluppare il pieno senso del pezzo con folgorante maestria. One Winter Night è un basso-solo di Diego, fenomenale nello svolgimento, denso e rappresentativo della sua estrema preparazione tecnica. Metamorfosi, riprende il lavoro di gruppo, ed è grande blues! In modalità Diego Banchero Trio, ovviamente. Si passa a Il Viaggio, un ammirevole e ben fatto pezzo di jazz-rock. Qui i musicisti si prendono la libertà di dare sfogo alla loro competenza tecnica, autonomamente addestratosi come sono ad affrontare solo musica di qualità. Bloody Sunset, brano dalle tinte tenui e dai passaggi soffusi, controbilancia alla perfezione l’andamento indemoniato della traccia precedente. Si torna ora al catalogo del Segno con Magia Postuma, quasi un trionfo di lievità in musica o un omaggio alla bellezza. È la volta di Messaggero Di Pietra, uno dei pezzi più emblematici del dark sound italiano.
Impossibile restarle indifferente,
essendo essa orgogliosa, massiccia, gagliarda, a tratti incantata, dal fascino
infinito. Polizei Blues, in devozione
appassionata alle sonorità del cinema di genere anni Settanta, freme dalla
voglia di catturare immediatamente l’ascoltatore e ci riesce con ardore mirato.
Samba For A Butterfly, in chiusura, è
dedicata a Maria Teresa: altro basso-solo, commovente ed elegante, è la firma
in musica di Diego Banchero.
Non lasciatevi scappare l’occasione di
conoscere più profondamente questo autore dalle grandi e oggettive qualità e dalle
innumerevoli frecce nel suo arco estroso intriso di maestria.
Abbracci
diffusi.
Tracklist:
1 – Looking For The Pusher
2 – Macabro Suite
3 – Le 4 A
4 – Vestale
5 – One Winter Night
6 – Metamorfosi
7 – Il Viaggio
8 – Bloody Sunset
9 – Magia Postuma
10 – Messaggero Di Pietra
11 – Polizai Blues
12 – Samba For A Butterfly
Componenti:
Diego Banchero – basso
Roberto Lucanato – chitarra
Fernando Cherchi – batteria
Sound engineer – Tommy Talamanca
Photos – Maria Teresa Pace e
Giorgio Alemanni
Artwork – Paolo Puppo
Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com
Esordio graffiante per il gruppo La Città
Brucia,
che pubblica- su etichetta La Stanza Nascosta Records- “Resisteremo”, cronaca delle
derive della società di oggi, pervasa però da un soffio di speranza. Un viaggio
che affonda, parallelamente, nella sfera intima e quella collettiva,
restituendo senza cadere nel già detto gli umori di un periodo storico
complesso.
Echi di grunge, hard rock e heavy metal anni ’90
si combinano, in una miscela incendiaria, con influenze che
spaziano dal progressive rock e metal, al pop punk
e all’indie rock. Su tutto una felice spruzzata di pop, che
emerge nelle melodie e rende il suono più immediato.
Estremamente godibile il singolo “Qualcosa
di semplice”, che stupisce per potenza espressiva: un assolo di
chitarra che rompe gli schemi radiofonici di oggi, voci stratificate che
riportano al rock più autentico e una sezione ritmica martellante che sfiora i
territori più estremi per un invito accorato a rimanere fedeli a sé stessi,
in un mondo che tende a complicare e disumanizzare tutto.
Menzione speciale per 20, che
racconta con coraggio e crudezza il massacro alla Sandy Hook Elementary School
del 14 dicembre 2012, omaggiando- a livello di sonorità-il sound heavy degli
anni Ottanta e Novanta.
Ancora attualità ed emozioni
forti con 526, un pugno dritto
nello stomaco. Il riferimento è agli interminabili, atroci, 526 secondi (8
minuti e 46 secondi) durante i quali George Floyd è stato immobilizzato a
terra, soffocato da un agente di polizia a Minneapolis il 25 maggio 2020.
Merita di essere citata anche la title-track,
Resisteremo, che ha la vocazione del vero e proprio anthem
generazionale.
Tenete d’occhio questi ragazzi e il loro
trascinante atto di resilienza in musica, registrato e masterizzato in Sardegna
dal produttore Salvatore Papotto, presso gli studi de “La Stanza
Nascosta Records”, editato e mixato da Antonio Pennetta presso “Eclissi
Studios”.
CAFUNÉ - “Tra
le corde dei racconti”
Etichetta: M.P. & Records - Anno:
2025
Commento di
Andrea Pintelli
Cafuné, gruppo
musicale dalla magica Lunigiana. Terra a me molto cara, che spesso frequento
per sentirmi sempre più lontano dall’effimero e dall’inutile, è da sempre ricca
di storie e leggende tra l’esoterismo e la tradizione popolare. Un luogo
dell’importanza, insomma. I Cafuné si definiscono dei cantastorie di
folk-rock mediterraneo, ove tramite arpa celtica, chitarre, bouzouki greco,
voce femminile, basso, percussioni e flauto traverso si può intraprendere un
mistico viaggio musicale, una carezza tra le corde dei racconti. Proprio questa
carezza è il fulcro dell’intraducibile termine portoghese che dà il nome alla
band: un modo tenero e dolce di passare le
mani tra i capelli della persona amata, il coniuge, ma anche un figlio, un
bambino.
La loro musica è fatta di tenerezza, nebbie, non luoghi
ancestrali, interiorità tra sogno e reale, gesti e azioni a supportare un modo
sempre più raro di vivere la nostra esistenza, ma anche tantissima luminosità.
Con giusto richiamo al mondo pagano di cui siamo fatti da sempre, al di là
delle successive e varie religioni imposte spesso con la forza, il loro disco
intitolato Tra le corde dei racconti uscirà
impeccabilmente il 21 giugno, giorno del Solstizio d’Estate.
Magico e raffinato, coinvolgente e amabile, quest’album trasuda di
vita in ogni secondo del proprio cammino; un continuo incedere di delicate
narrazioni e adorabili novelle che sonoramente prendono spunto sia dal british
folk più classico (Fairport Convention, Pentangle, Fotheringay), sia da alcuni
episodi di wyrd folk albionico (Trees, Dr. Strangely Strange, Forest, Heron),
che dall’intenso (e sempre più vicino a noi) Oriente. Tornano alla mente le
meraviglie create da sua maestà Sandy Denny, soprattutto, imprescindibile per
chi si accosti a queste tematiche, ma i Cafuné creano il loro mondo, portandoci
nel loro scrigno segreto, ed è bene sottolinearlo. Prego, entriamo, perché è
con Cafunè, prima traccia omonima,
che si inizia. Chitarra di Antonio Pincione e soave voce di Irene Lippolis ad
accoglierci in maniera dolcissima, coadiuvati dal flauto di Floriana Benedetti,
ora soffuso, poi scatenato nel deciso refrain centrale e finale del pezzo, con
lontani echi di Andersoniana memoria. Fata
del Jazz, fosse cantata in inglese, non sfigurerebbe nella colonna sonora
di “The Wicker Man”, film capolavoro del 1973; si tratta di un mix di contesto
e clima psicologico che riporta a manifestazioni di antichissime origini, un
sabba cordiale e coloratissimo. La
Huesera è figlia indiscussa della tradizione, ed è una figlia bellissima.
L’arpa di Chiara Vatteroni, moglie di Pincione, si interseca perfettamente con
la sua chitarra e il preciso basso di Emanuele Casu, per poi proseguire da
assoluta protagonista del pezzo, insieme alla sempre evocativa voce di Irene. Aronte e la Sirena iniziano con flauto e
bouzouki ad annunciare la storia mitologica qui relazionata. Entra forte la
sezione ritmica, con l’ora nominata batteria di Michele Vannucci, in un gioco
d’insieme di cadenze che catapultano le anime in un universo altruista e mai vigliacco.
Follia rallenta il tiro e riporta ad
un incanto soffuso, che sfocia nel sinistro. Il giardino misterioso in cui
siamo è un impalpabile prato fiorito: mille profumi, mille sensazioni, guidate
da un flauto adulto e squisito. Il tutto si va versando, poi, nel calice di una
scatenata danza dalle percezioni wicca. Giordano
è affascinante, dal nucleo fino alla propria esteriorità, resa tale da un
insieme dorato fatto di arpa, voce, sonorità che travalicano il tempo. Caligo viene dall’area mediterranea,
anche come scelta stilistica e melodica. Si è molto più vicini al mare che ai
boschi, si è scaldati dal Sole estivo, si è avvolti dalla passione grazie al
pressoché esemplare andamento armonico. Alhambra
1492 è ancor più a sud, arabeggiante nel suo insieme. Un tappeto volante
carico di essenze speziate e pelli abituate a luccicare. Ninna Nanna, ultima canzone, è l’esemplare chiusura dell’opera. Da
ascoltare e riascoltare, anche per il testo davvero stupendo, seppur anche gli
altri siano di alto spessore, oggettivamente. Il gruppo intero si congeda così,
sperando che altri dischi del genere possano essere rilasciati presto e più
spesso.
Alla fine dell’ascolto, che è esperienza profonda e altamente consigliabile, viene da chiedersi come mai il nostro essere non è così, cioè come le atmosfere e i racconti di questo mirabile disco. Vivremmo senz’altro meglio, tutti e tutti insieme. Abbracci diffusi.
Tracklist:
1
- Cafuné (5:39)
2
- Fata del Jazz (3:41)
3
- La Huesera (4:01)
4
- Aronte e la Sirena (4:24)
5
- Follia (4:45)
6
- Giordano (3:00)
7
- Caligo (4:14)
8
- Alhambra 1492 (4:00)
9 - Ninna Nanna (4:50)
Componenti:
Antonio
Pincione - chitarra classica, chitarra acustica, bouzouki greco
Chiara
Vatteroni - arpa celtica
Irene
Lippolis - voce
Emanuele
Casu - basso elettrico
Floriana
Benedetti - flauto traverso, synth
Michele
Vannucci - batteria, percussioni
Registrazione
e missaggio a cura di Mirko Mangano presso Media Wave Studio di Massa (MS)
Musiche
di Antonio Pincione e Chiara Vatteroni - Testi di Chiara Vatteroni
Arrangiamenti:
Cafuné
Illustrazione
in copertina di Luca Merli
Fotografie
di Irene Malfanti
Progetto
grafico di Ondemedie
Prodotto
da Cafuné e Vannuccio Zanella per M.P. & Records
Distribuito
da G.T. Music Distribution di Antonino Destra
Edizioni
Musicali Micio Poldo
Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com
Purtroppo, ci ha lasciati Emiliano Branda, musicista, arrangiatore,
produttore... uno della famiglia Banco
Condoglianze alla famiglia!
Wazza
Il 2 giugno del 1981 ci lasciava Rino Gaetano,
“genio dell’ironia”!
Per non dimenticare...
Wazza
Il re del pop-rock umoristico
italiano nasce il 29 ottobre 1950 a Crotone e nel 1960 si trasferisce
con la famiglia a Roma, nel quartiere popolare di Monte Sacro.
Rino Gaetano ha dunque delle origini che una volta si definivano “umili”, proletarie, ma che lo avvicinano alla realtà delle piccole cose e a quella capacità tutta italiana di sdrammatizzare le tragedie sociali o personali. Aspirante geometra, coltiva i primi interessi artistici più per il mondo del teatro che per quello musicale, recitando la parte della Volpe in una versione di Pinocchio e componendo le prime canzoni alla chitarra con stile sarcastico, un modo di fare musica popolare, poco in linea con la tendenza seriosa e ideologica di quel periodo.
Nei primi anni Sessanta suscita la
curiosità di due discografici romani, Sergio Bardotti e Vincenzo Micocci,
quest'ultimo proprietario dell'etichetta IT, una creatura della major RCA, per
la quale incide nel 1973 un 45 giri con lo pseudonimo di Kammamuri's,
personaggio salgariano e suo eroe letterario. Questo singolo conteneva la
canzone I love you Maryanna, un brano calypso, giocato sul filo del doppio
senso: Maryanna come marijuana; il lato B del disco, proponeva invece un brano
dixie-charleston intitolato Jaqueline.
Il primo 33 giri di Rino Gaetano
Ingresso libero, pubblicato nel 1974, viene per lo più ignorato ma nel 1975 con
il singolo intitolato Ma il cielo è sempre più blu, una sorta di filastrocca
sui vizi e le contraddizioni della società italiana, insomma quasi una
canzone-manifesto, finalmente l'artista rompe l'indifferenza della critica.
Nel 1976 esce l'album “Mio
fratello è figlio unico” – che include la famosa, divertente e sarcastica “Berta
filava” – imponendo Rino Gaetano come cantautore fuori dagli schemi,
“grillo parlante” per antonomasia e anarchico nelle associazioni dei testi, i
quali possiedono l'insolita qualità di divertire e al contempo di far
riflettere su argomenti tanto delicati quanto difficili da affrontare nelle
canzonette; aveva messo la satira sociale e politica nella musica pop.
Nel 1977 esce l'album “Aida”,
che contiene l'omonima canzone – appassionata e dal sapore un po' amaro,
dedicata all'Italia e alla sua storia – l'anno successivo esce il 33 giri “Nuntereggae
più” (1978) e, in un periodo nel quale il reggae è poco conosciuto nel
nostro Paese, ottiene un vero e proprio successo con il singolo estratto
intitolato “Gianna”, canzone portata al Festival di Sanremo del 1978,
dove Rino si presenta come un classico artista da varietà, indossando frac e
cappello a cilindro, ovviamente un esibizione rara per quel tipo di platea,
abituata a distinguere tra cantanti popolari, cantautori impegnati e attori
televisivi da spettacolo leggero.
Sul palco del Teatro Ariston Gianna
si piazza al terzo posto, preceduta da Un'emozione da poco di Anna Oxa e
da E dirsi ciao dei Matia Bazar, ma raggiunge il top nelle classifiche
di vendita e ci rimane per diverse settimane.
Nel 1979 pubblica l'album intitolato “Resta
vile maschio, dove vai?”, con il brano omonimo scritto da Mogol, per il
periodo estivo lancia un'altra canzone estratta da questo 33 giri, la
divertente ballata intitolata “Ahi Maria”; quest'ultimo LP segna per
Rino il passaggio dall'etichetta IT alla multinazionale RCA. Seguono diversi
tour di successo ma anche l'inizio di una crisi artistica, alla quale Rino
Gaetano tenta di dare una svolta, anche attraverso la tournée con Riccardo
Cocciante e i New Perigeo, dalla quale sarà tratto un Q-disc live intitolato Q-Concert,
pubblicato nel 1981.
L'ultimo album inedito di Rino, “E
io ci sto”, esce nel 1980 e rimane una sorta di previsione su ciò che le
indagini di “mani pulite” avrebbero messo drammaticamente in luce, oltre un
decennio dopo.
Il 2 giugno 1981, un incidente stradale – immediatamente paragonato a quello di Fred Buscaglione, altro sfortunato umorista della canzone – ci impedisce di sapere quant'altro ancora avrebbe detto questo giullare degli anni 70. Le sue canzoni, in gran parte attuali e spesso riproposte in antologie rievocative, hanno aperto la strada a molti gruppi musicali e artisti più o meno ispirati che hanno fatto e fanno umorismo usando parole e musica, anche se in anni sicuramente più facili per la satira e l'ironia.
La grandezza artistica di Rino
Gaetano non consiste però solo nel tradurre comicità in musica, seguendo la
tradizione del varietà, nel satireggiare personaggi e politica, come i
cantastorie popolari e i canzonieri di protesta facevano da tempo, o
nell'ironizzare sulle mode e i costumi dell'epoca, come anni prima aveva fatto
Fred Buscaglione, ma sta anche nel fatto che lui ha seguito quella strada
quando nessun altro nella musica italiana lo stava facendo, in un decennio dove
le hit-parade ospitavano Mogol-Battisti, le piazze ascoltavano i cantautori
impegnati e il Paese si preparava agli anni di piombo. Solo quando la sua auto
si schianta contro un camion, all'alba di un giorno di primavera a Roma,
perdendo la vita a soli 31 anni, pubblico e critica lo consacrano
definitivamente. E da allora ancora oggi la gente non ha mai smesso di scoprire
le sue canzoni.
"C’è qualcuno che vuole
mettermi il bavaglio! Io non li temo.
Non ci riusciranno, sento che, in
futuro le mie canzoni
saranno cantate dalle prossime
generazioni. Che, grazie
alla comunicazione di massa capiranno
che cosa voglio dire
questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale."