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giovedì 30 giugno 2022

Humble Pie e Grand Funk nel giugno 1971

GRAND FUNK & HUMBLE PIE in Italy, CIAO 2001, 1971


Nel giugno del 1971 CIAO 2001 ricordava il "doppio" concerto dei Gran Funk e Humble Pie, tenutosi a Roma e Milano.
A Roma la conferenza stampa fu tenuta in un "tram" dell'Atac!!! (a seguire la recensione fatta dall'epoca dal compianto Ernesto de Pascale)

Di tutto un Pop…
Wazza



Di Ernesto De Pascale

“Un sòla”… lì per lì non capisco: una nota musicale di sol al femminile?, un uomo solo ma declinato male? Non “Un” ma “Una sola” nel senso di una sola volta, una sola cosa, la suola di una scarpa? boh! Sinceramente non capisco.

Nel caldo romano odierno, di questi “un sòla” ce ne devono essere molti, o chi per loro in giro, visto che, davanti ai cancelli del Palaeur - dove mi trovo per un concerto pazzesco ed attesissimo da settimane e per il quale ho convinto la mia famiglia ad emigrare nella capitale - mi imbatto in una discussione sul gruppo che apre la serata e che, per l’animato relatore, è guidato da “un sola”. Giungo alla conclusione che, qualsiasi sia il significato nella migliore accezione del termine, sto’ sola ò è un ganzo o una mezzasega.

Il giovane in questione che conduce la discussione- canotta militare, ray ban da sole, capelli lunghi ondulati con la divisa su un lato, baffetti, jeans scampanati con bordino di merletto ricamato che denota una certa cura nel trattamento, clark marroni e, immancabile, tascapane – sta facendo capannello descrivendo il gruppo spalla come capitanati da “un sola”, un traditore che aveva mollato nel momento di maggiore successo il suo vecchio gruppo per formarne uno nuovo.
Il giovane, per un insieme di cose, dal tono della voce all’entourage che lo accompagna, anni dopo avrei pensato essere Nanni Moretti

Visto che io conosco a mala pena il gruppo in questione, se non per un album acquistato la settimana prima a Viareggio al negozio di Corrado Fontana, Fontana dischi (oggi Mondodisco), e che ho suonato a tutta manetta continuativamente per sette giorni, faccio fatica a entrare nel merito.

A me questi Humble Pie (così si chiama la band mentre il loro leader si chiama Steve Marriott, questo lo so!) mi sembrano molto ganzi, caro amico “un sola”, però mi esento dal dirglielo visto che non conosco nessuno intorno, che sono il più piccolo e che qui mi ci ha portato mio padre al quale ho imposto letteralmente di stare alla larga da questo luogo di rock & roll.
Infatti, lui mi ha mollato all’inizio della Cristoforo Colombo e se ne è tornato in città eseguendo alla lettera i miei desideri (a 3 km dal palasport, che ho fatto a piedi, chi se la sentiva di chiedere uno strappo come tanti altri facevano…).

Insomma, il tipo, qui, fuori dal Paleur, va avanti un bel po’ in mezzo a un capannello che va aumentando di numero fino a che uno, più anziano, o almeno così sembrava - ma a dire il vero mi parevano tutti grandi quelli lì- uno con la barba lunga fino quasi alla pancia – che anni dopo ricollegherò essere Paolo Zaccagnini o il suo sosia – dopo averlo ascoltato un po’ con un sigaro fra i denti, non lo zittisce, tirandogli “una pizza” in viso, quasi facendolo cadere, mandandolo via piangendo e urlandogli dietro
Davanti ai cancelli del Palaeur, intanto, è un delirio.
La gente urla incazzata che non vuol pagare le 1500 lire del biglietto perché – affermano – il prezzo è troppo alto e che, se non entrano gratis, “sfondano”. Io, che ho un biglietto comprato all’Orbis, il box office degli anni settanta a Roma, svicolo dentro quatto quatto mentre fuori sento urlare slogan celebri dei cortei dell’epoca come “celerini assassini“ (ma fuori non è successo nulla!), “jimi, Eric, Mao Tse Tung” (il compromesso politico-musicale avanza!) e altri meno celebri ma più geograficamente collocati come un mastodontico “Forza Roma!” e un più generico “ladri, ladri”, che in Italia funziona bene sempre.
Anche oggi.
Dentro il Palaeur sembra di stare al Super Dome di New Orleans dopo l’uragano Katrina.
Lo sbraco più totale imperversa.
L’aria condizionata non esiste (c’era scritto sul biglietto che al Palaeur c’era, era un segno distintivo dell’epoca!).
Non importa però.
Il fascino è così forte che l’odore del profumo patchouli, misto a pecorino da calzini sporchi una settimana assomiglia, in quel momento per me, all’odore di una rosa di prima mattina: Straordinario!
E se è il rock & roll, mi dico, deve essere così: let it be, lascia che sia
(le mie conoscenze dell’inglese erano, al momento del concerto, limitate a poche canzoni, poi sarei migliorato!).
Torniamo al disco più recente del gruppo che la formazione inglese questa sera presenterà e che da poco ho comprato e di cui vado fiero: esso ritrae una serie di poliziotti motociclisti che si sono montati in testa l’uno all’altro e io ho passato l’intera settimana precedente al concerto a studiare la loro faccia per tentare di capire come avevano fatto a non cascare tutti.

Ma certo! Era stata la musica a dargli la forza di resistere, mi ero detto e giustificato: un cazzotto nello stomaco che li aveva compressi e impacchettati l’un sopra l’altro.

Ero, infatti, sicuro che la foto di “Rock On”, questo il titolo dell’album, era stata scattata mentre i motociclisti stavano ascoltando il contenuto sonoro del disco, una musica tozza e sporca e dura dal sapore blues che riempiva il cuore di piacere.

All’epoca del disco ero certo, anzi certissimo che le foto di copertina si scattavano facendo ascoltare ai soggetti i dischi che avrebbero rappresentato, per una semplice questione di pertinenza e aderenza ai contenuti, no?

Ad esempio, alla mucca di Atom Heart Mother avevano – sicuramente- fatto sentire tutta la suite dei Pink Floyd e alla tipa sul disco di debutto dei Black Sabbath tutto l’album dei quattro di Birmingham.
Andatevi a riguardare la copertina in formato ellepi dell’epoca e ditemi se sbaglio oppure no!

Riflessione a parte, devo confessare che avevo, in cuor mio, una vaga speranza di ritrovare sul palco del Palaeur, oramai un brodino per la temperatura tropicale, quello stesso show circense visto sulla cover del disco degli Humble Pie ma quando i quattro musicisti montano sul palco dell’enorme caverna capisco che le cose, per la prossima ora, sarebbero andate diversamente.

Annunciati fra una selva di fischi diretti a David Zard, un giovane impresario ebreo che si vocifera ricicli i soldi e lavori per la CIA, i Pie entrano come leoni nell’arena.

Il leader del gruppo, “un sola”, è in verità uno spiritato tappetto non più alto di Renato Rascel (all’epoca i termini di paragone erano quelli, mi dispiace. Prince non c’era ancora e se ci fosse stato avrebbe avuto la mia età, 13 anni!) che sbraita e urla e si rotola sul palco mentre i suoi soci con una certa nonchalanche gli ruotano intorno in una danza cannibalesca.

Il gruppo, attaccatosi agli ampli con lunghi cavi come funi, con lo spirito del musicista plug & play al quale frega ‘n cazzo tanto sa sempre cosa tirar fuori dal suo strumento - infatti fischia tutto! - partono con un boogie orgiastico menando come pazzi e sparando bordate dai loro amplificatori Marshall ed Orange alle prime file, centrandomi, immancabilmente, in pieno.

È in quel momento che comprendo che gli Humble Pie suonano con l’intenzione di fare male all’ascoltatore e lasciare il segno.

Questo rock, mi dico, è, a parte il dolore auricolare, un piacere, un vero piacere: una venatura di blues e rhythm & blues emana da tutti i pori dei quattro.
I riff sembrano sciabolate!

Il bassista (Gregg Ridley), un biondo crinito, sventola i lunghi capelli a tempo con maggiore insistenza proprio quando il batterista (Jerry Shilrey) cerca disperatamente di bucare i tamburi con delle mazzate così roboanti che il Palaeur trema e pare stia per cadere.
Un secondo chitarrista con la faccia d’angelo (Peter Frampton) tiene le redini della danza ed è così giovane che per mesi e anni a venire sono rimasto convinto fosse minorenne.
Nel mezzo della baraonda Steve Marriott canta il blues come non avevo visto fare a nessun bianco.

A un certo punto mi soffermo sugli abiti di scena del tappetto: pantaloni di flanella (cazzo! è giugno) tenuti su da delle bretelle con la union jack e delle scarpe basse di corda. Niente altro.

Marriott è matido di sudore. Sono talmente vicino a lui che noto un’otturazione tra i molari destri superiori. Ogni tanto, per allentare la tensione sputa per tera e si grata il sedere.

Lo show va avanti con la furia di quello che sa che il traguardo è in cima alla montagna.
Non so dietro di me il gradimento, ma qui davanti, nel golfo mistico, il feeling è altissimo.

Gli Humble Pie chiudono l’ultimo pezzo con la stessa classe con cui un camionista sonnambulo lanciato a tutta velocità tira il freno a mano a un metro da un muro.
Adesso Steve Marriott è steso al suolo come un pugile a knock out.

La gente applaude ma lui resta lì. Immobile. Nell’enfasi e nell’estasi generale la gente continua ad applaudire. Poi il silenzio scende per un attimo sul Palaeur ma dal brusio è evidente che il pubblico non ha capito la gravità della situazione.

Tutti riprendono a battere le mani mentre io inizio ad andare in paranoia e penso che Steve Marriott sia morto qui, stasera, A Roma, davanti a miei occhi, a un metro da me.

E’ tutta una ridda di pensieri velocissimi. Eppure, dopo l’iniziale spavento il mio umore cambia repentinamente e mi esalto e mi galvanizzo all’idea di aver visto il primo morto da troppo rock. Cazzo che scoop!!! E a soli tredici anni…

Due tecnici appaiono a questo punto sul palco e, senza proferire parola né una smorfia sul viso, prendono Marriott di peso e se lo tirano via sulle spalle.

Poi, è questione di un attimo, il gran colpo di teatro: le luci si accendono tutte e Steve ritorna in scena, sorridente, seguito dai suoi e saluta, tutti salutano. Gli applausi si moltiplicano.

Per le migliaia di persone non è accaduto nulla. L’ultimo è un applauso da Colosseo alla “morituri te salutant” quello che accompagna la scena finale, mentre dagli spalti ricompare l’immancabile coro “Forza Roma, Forza Lupi, Sò finiti i tempi cupi”.

Steve- penso- sei “un sòla”…

Questo è il mio ricordo degli Humble Pie come supporter dei Grand Funk Railroad, trio di cui rimembro ben poco se non che facevano il doppio del casino dei Pie.

Il repertorio di Marriott e soci?, chiederanno i (pochi) fans rimasti oggi aficionados della band: esattamente il doppio live “Rockin’the Fillmore” registrato solo il mese prima, che andai ad acquistare sempre a Viareggio, sempre da Fontana, appena pubblicato, e immediatamente mandato a memoria da allora fino a oggi.

Quando tutto il pubblico defluisce lentamente dal palasport noto qualche faccia famosa fiorentina mentre cerco di raccogliere i commenti. Fra loro spicca per altezza e sagacia “La Nonna” personaggio che anima i pomeriggi del “Sala Disco” di via Vecchietti, a Firenze, l’unico negozio che venda dischi d’importazione, con i suoi commenti. È uno, “La Nonna” a cui piacciono solo i dischi” strani” ma i concerti, quelli no!, non se ne perde uno e già nel 1971 è un veterano.

“La Nonna” a voce alta, come presto scoprirò essere sua abitudine fare, licenzia la serata, senza essere stato interpellato da alcun presente, con due sole parole: ”Bella Cagata” ma non farà in tempo a terminare l’ultima sillaba che lo stesso barbuto castigatore di cui sopra, facendosi larga tra la gente, lo mette a terra con “una pizza” tirata con una copia accartocciate del quotidiano “Il Messaggero” ( dove molti anni dopo il presunto o il suo sosia, sarebbe andato a lavorare), potente almeno due volte quella del pomeriggio e, fra le risate e i lazzi, lo liquida nello stesso modo con cui aveva liquidato nel pomeriggio il suo concittadino: ”tu nun ce capisci un cazzo de stà robba!” aggiungendo perentorio”...e tornatene a casa” concludendo con l’immancabile firma capitolina: “stronzo!”.

La serata finisce lì.
Enuff said!

Le parole del barbuto sceriffo, miste ai watt della serata e al ricordo della mezza bottiglia di Jack Daniel che Marriott si era tirato giù nel corso dello show, mi faranno girare la testa per un bel po’, conscio di aver toccato con mano il vero rock, in tutte le sue forme e sfumature, orgoglioso di essermi conquistato la prima fila, di aver vissuto una “vera” rissa per motivi musicali, di quelle che ti fanno togliere il saluto, nel nome di un ideale.
Resto solo deluso (un po’, solo un po’…) dal mancato decesso in diretta, lì, sul palco, di Steve Marriott.
I Pie mi resteranno per sempre nel cuore.

Prima della sua prematura scomparsa, il 20 aprile 1991 nel suo cottage nell’Essex, avrei rivisto Steve Marriott ancora una volta, quasta volta insieme a Ronnie Lane, già suo compagno d’avventura nei mod-issimi Small Faces, nel 1980, dal vivo all’Hope & Anchor, uno storico rock club di Londra, ma l’intera serata aveva un tono dimesso, da viale del tramonto, da dimenticare.

Meglio mantenere forte nella memoria il ricordo degli Humble Pie.
Quei tipi Plug & Play dallo spirito olimpionico che non si arresero neanche davanti all’evidenza dei tempi che cambiavano più veloci dei loro boogie.

Ricordate, allora: colui che cerca di mutuare la vecchia storia per cui chi ha vissuto i sessanta se ve li racconta significa non c’era e tenta di rifilarvi la stessa abbinandola ai settanta, è solo “un sòla”.

Per zittirlo, tirategli “una pizza”…


mercoledì 29 giugno 2022

Solace Supplice-Liturgies Contemporaines-Commento di Fabio Rossi

 


Commento di Fabio Rossi 

Artista: Solace Supplice

Album: Liturgies Contemporaines

Genere: Art Rock/Prog Rock

Anno: 2022

Casa discografica: FTF Music

 

Tracklist

1. Le Tartuffe Exemplaire – 5:12

2. Sunset Street – 4:08

3. A Demi-Maux – 4:04

4. Les Miradors – 6:43

5. Cosmos Adultérin – 4:00

6. Schizophrénie Paranoïde – 3:13

7. Au Cirque des âmes – 4:08

8. En Guidant les Hussards  – 4:19

9. Liturgies Contemporaines – 3:50

10. Dans la Couche du Diable – 4:43

11. Marasmes et Décadence – 4:32

 

Line Up

Eric Bouillette: vocals, backing vocals, guitar, keyboards, violin, arrangements, composition

Anne-Claire Rallo: keyboards, bass on « Les miradors », « Sunset street », « Schizophrénie paranoïde », « Au cirque des âmes », and « Dans la couche du diable », lyrics
Jimmy Pallagrosi: Drums
Willow Beggs: bass on « Le tartuffe exemplaire », « Marasmes et décadence », « En guidant les hussards », « Cosmos adultérin », « Liturgies contemporaines » and « A demi-maux »
Laurent Benhamou: saxophone on « En guidant les hussards »

 


Formazione francese con all’attivo un promettente EP uscito nel 2020 per Anestheitze Productions, i Solace Supplice esordiscono con il loro primo album fissando i cardini del loro genere musicale. Il quartetto propone una visione modernizzata del rock a forti tinte umbratili. In Liturgies Contemporaines l’atmosfera è sovente eterea, misteriosa, depressiva, goticheggiante a tratti ipnotica in contrasto con quella che Eric Bouillette e Anne-Claire Rallo propinano con i Nine Skies, gruppo progressive fautore di una musica più briosa e con testi in inglese. Eric con i Solace Supplice canta in francese nel contesto di strutture sonore derivative dagli stilemi dei Porcupine Tree, Cure, Depeche Mode e Tool.

I brani sono ben concepiti e ottimamente registrati grazie al lavoro di Alexandre Lamia (altro membro dei Nine Skies). Occorrono svariati ascolti per entrare nella filosofia artistica della band e il cantato in francese richiede ai meno avvezzi uno sforzo suppletivo di concentrazione. Le undici tracce possiamo inquadrarle in una posizione equidistante tra l’Art Rock e il Progressive e liricamente rappresentano un attacco frontale alla nostra derelitta società contemporanea. Non c’è spazio per il disincanto ma solo per la riflessione. La chitarra è la vera dominatrice dell’album ma è da evidenziare anche l’ottimo apporto della sezione ritmica.

Nel complesso non ho ravvisato cali di tensione e ho riscontrato una certa coesione complessiva con picchi creativi nella veemente opener Tartuffe Exemplaire, in Les Miradors con intriganti tastiere e un pregevole assolo alla sei corde, in Schizophrénie Paranoïde dove a eccellere è il lavoro alla batteria, in En guidant les hussards con il sassofono sugli scudi e nella title track supportata da un video affascinante e contraddistinta da un superbo assolo di chitarra.

Consiglio l’ascolto di Liturgies Contemporaines, un progetto in aperta controtendenza rispetto alla deriva in cui ristagna il mondo della sette note.





martedì 28 giugno 2022

I King Crimson nel giugno del 1973

King Crimson from Bravo Magazine -published  June 1973 

Nel giugno del 1973 la rivista Bravo Magazine pubblica un articolo/poster dedicato ai King Crimson.

La formazione è stata da poco rinnovata con l'ingresso di Bill Bruford alla batteria, John Wetton al basso, il percussionista Jamie Muire, e David Cross violino.

Senza il "poeta" Pete Sinfield, sono in tour per promuovere il loro nuovo album "Larks' Tongues in Aspic”.

Di tutto un Pop…
Wazza





Una "vera" festa quella andata in scena dal 20 al 29 luglio 1979

Tanto tempo fa, quando c’erano i comunisti in Italia (quelli che non mangiavano i bambini), si organizzavano le Feste Dell’Unità, vere kermesse che duravano anche 15 giorni, dove si discuteva di politica, arte, letteratura, si mangiava bene e di tutto, insomma un modo per socializzare, aggregare, confrontarsi (parole diventate obsolete con i social)

Una di queste, che ancora si ricorda bene, fu tenuta a Calcinate, paese in provincia di Bergamo dal 20 al 29 luglio 1979. Tra i vari partecipanti i Nomadi e il Banco del Mutuo Soccorso.

Di tutto un Pop…

Wazza




 

Il Bath Festival Of Blues il 28 giugno 1969


 

Accadeva il 28 giugno 1969

Bath, contea del Somerset

Bath Festival Of Blues

 

Il Recreation Ground della cittadina termale alle porte di Londra ospitava in quel giorno la più grande manifestazione mai dedicata alla musica delle radici afroamericane.

Sul palco, nel verde della campagna inglese, era pronta a salire la crème del rock blues inglese:


John Mayall, Ten Years After, Led Zeppelin, Fletwood

Mac, The Nice, The Colosseum e molti altri…

 

Il presentatore era John Peel, leggendario dj della BBC.

Il Bath Festival Of Blues nacque da una geniale idea dell’organizzatore Freddie Bannister, una sorta di pioniere dei concerti rock in terra d’Albione.

Aiutato dalla moglie Wendy, Bannister fu così bravo e scrupoloso che, al contrario di tanti suoi colleghi dell’epoca (al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico) uscì vittorioso anche dal punto di vista economico, tanto che il Bath Festival Of Blues diventò, negli anni, una sorta di istituzione dei Festival inglesi.

Per agevolare la fluidità del programma, Bannister si inventò un palco doppio così che, mentre su uno si stava esibendo una band, sull’altro si preparava il gruppo successivo.

Il pubblico non ebbe così tempi morti d’attesa e il programma, molto intenso, venne rispettato al minuto.

I 30.000 presenti ebbero modo di godere di una giornata di musica straordinaria che scorse senza gravi incidenti.

Un unico problema di carattere tecnico accadde quando i Nice di Keith Emerson decisero di fare salire sul palco un gruppo di suonatori di cornamusa: il peso eccessivo fece crollare una parte del palco.


Il concerto venne così momentaneamente sospeso per dar modo di effettuare le riparazioni.

Un quarto d’ora dopo, la musica riprese più entusiasmante di prima …



lunedì 27 giugno 2022

Racconti sottoBanco: il 27 giugno 2009 il Banco del Mutuo Soccorso esegue dal vivo e per intero l'album "Darwin!"

Darwin, Frascati 2009

Racconti sottoBanco

Nella villa Torlonia di Frascati, il 27 giugno 2009 il Banco del Mutuo Soccorso esegue dal vivo, per intero l'album "Darwin!".

Per ricordare quella memorabile giornata ho scelto questo bellissimo articolo di Teo Orlando, che fa rivivere a chi c'era quelle inconfondibili sensazioni.
Wazza



Articolo di: Teo Orlando

Il Banco del Mutuo Soccorso ha suonato lo scorso 27 giugno a Frascati a Villa Torlonia presentando l'opera Darwin! Alla voce Francesco Di Giacomo per una rentrée di tutto rispetto e del tutto progressive.
Quando l’autorevole rivista inglese Gnosis stilò una sorta di graduatoria dei migliori album del genere progressive, molti appassionati del genere non credettero ai loro occhi vedendo che il primo posto non era occupato da uno dei capolavori di una band britannica.
Né il seminale In the Court of the Crimson King degli insuperabili King Crimson del geniale Robert Fripp o il leggendario Pawn Hearts degli immensi Van Der Graaf Generator con la stratosferica voce di Peter Hammill, o il cesellato Selling England by the Pound dei migliori Genesis di Peter Gabriel (che si classificò al secondo posto di stretta misura) o l’irriverente Aqualung dove Ian Anderson guidava i Jethro Tull verso rotte blasfeme; e neppure qualcuna delle sofisticatissime opere dei sottovalutati bardi della sperimentale scuola di Canterbury, dai Caravan agli Henry Cow fino ai Gong.

A guidare la classifica e a surclassare cotanta concorrenza fu un disco di un gruppo italiano, e d’origine romana, per giunta. Siamo nel 1972 quando il Banco del Mutuo Soccorso pubblica Darwin!, forse il primo concept album compiuto concepito da una band italiana. Tema e testi di notevole complessità, con l’intreccio di argomenti biologici, cosmologici e filosofici, e con un tasso di irriverenza che all’epoca fece gridare allo scandalo.
Per nulla invecchiati se non anagraficamente i musicisti e la musica, e di sorprendente attualità i testi, in quest’anno dedicato ai 200 anni dalla nascita di Charles Darwin e ai 150 dall’apparizione del suo capolavoro, ossia Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita (1859): abbiamo così assistito alla riproposta in concerto di questo capolavoro del progressive italiano.

La performance ha avuto luogo nella suggestiva cornice di Villa Torlonia a Frascati, il 27 giugno scorso, e ha visto il Banco nella formazione originale, con l’aggiunta di una recitazione affidata all’attore Alessandro Haber, preceduta da un’introduzione quasi teatrale ad opera del cantante del gruppo, Francesco Di Giacomo, che in modo semiserio ha cercato di ammaestrare” il pubblico sulle teorie di Darwin.

Le premesse ideologiche del disco del Banco sono in effetti ispirate al darwinismo e alle sue conseguenze: in particolare, viene pienamente accolta l’idea per cui le teorie di Darwin abbiano inferto un colpo mortale alla credenza nella creazione divina dell’uomo e nell’ordine finalistico della natura, voluto dall’intelligent design di un’entità provvidenziale e orientato verso una tendenza intrinseca all’armonia.


Secondo Darwin, infatti, tutte le specie viventi e la loro evoluzione sono determinate da tre fattori principali: 1) La variabilità spontanea delle popolazioni, sia vegetali, sia animali: ciò vuol dire che le variazioni genetiche che spiegano le differenze tra gli individui di una stessa specie sono assolutamente fortuite; 2) la selezione naturale prodotta dall’ambiente, in base alla quale gli individui che meglio si adattano alle condizioni ambientali appaiono anche più favoriti nella lotta per l’esistenza e nelle contese sessuali; 3) la trasmissione ereditaria dei caratteri, sviluppati liberamente e selezionati dall’ambiente, a un numero sempre più ampio di discendenti, finché non si forma una nuova specie.
Il ruolo cruciale delle variazioni fortuite rendeva superflua ogni ipotesi di un’autoregolazione finalistica della natura e permetteva di spiegare l’evoluzione biologica unicamente sulla base di cause meccaniche e naturali. Tuttavia, dato che, secondo Darwin, l’adattamento all’ambiente non produce direttamente caratteri nuovi, ma si limita a favorire la permanenza di alcuni caratteri rispetto ad altri, il modello darwiniano è meno rigido e deterministico di quanto si pensi: sono i caratteri genetici intrinseci dell’individuo a essere prioritari, ma essi sono frutto di una variazione casuale di partenza che non si combina agevolmente con previsioni ferree e necessitate.

Così, l’evoluzione biologica non può essere rappresentata come una linea retta che dalle forme più elementari di vita condurrebbe fino alle scimmie antropomorfe e all’homo sapiens. È più corretto dire che l’evoluzione è un processo aperto, costituito da salti e deviazioni impreviste, da tentativi ed errori, da rami secchi e discendenze interrotte fino a possibili regressioni a forme di vita più primitive.
Qualcuno potrebbe obiettare che i temi darwiniani non si prestano particolarmente ad una trasposizione musicale e poetica, in nome di un’astratta separazione tra la creatività artistica e i risultati delle scienze. Ma si tratterebbe di un giudizio erroneo ed affrettato. Il connubio tra poesia e concetti scientifici risale almeno al De rerum natura di Lucrezio e, quanto al darwinismo, esso trovò una notevole trasposizione nella visione pessimistica e agnostica di Thomas Hardy, che ci sembra molto vicino alle liriche del Banco
Il grande scrittore inglese obliterò ogni visione provvidenziale dietro lo spettacolo della pena di vivere e dello struggle for life, come si evince dalla poesia Hap (Il caso, 1898): “Crass Casualty obstructs the sun and rain,/And dicing Time for gladness casts a moan” (La fortuna balorda ostruisce il sole e la pioggia,/E il Tempo biscazziere per allegria getta i dadi di un lamento). L’idea centrale di Hardy, che fonde abilmente il Darwin di On the Origin of Speciescon lo Schopenhauer di Die Welt als Wille und Vorstellung (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1818-19) e la sua concezione della volontà ciecamente operante, è forse espressa nella maniera più pregnante da Sue Bridehead, una delle protagoniste del romanzoJude the Obscure (1895): “Il mondo somigliava a una stanza o a una melodia composta in un sogno; si presentava come mirabilmente eccellente per un’intelligenza semi-desta, ma irrimediabilmente assurdo allorché ci si è completamente svegliati. La Causa Prima aveva lavorato automaticamente come un sonnambulo, e non riflessivamente come un saggio.
Temi analoghi presentano appunto i testi del Banco, che non a caso vennero percepiti all’epoca come provocatori e rivoluzionari. E questa carica dirompente si è mantenuta intatta e vitale anche durante il concerto, che ha seguito fedelmente la tracklist dell’album originario.


Stupefacente ancora oggi la possente voce di Di Giacomo, quasi da baritono, che senza il benché minimo tremolio ha accompagnato le tastiere di Vittorio Nocenzi, le chitarre di Rodolfo Maltese e Filippo Marcheggiani, il basso di Tiziano Ricci, la batteria di Maurizio Masi e i fiati di Alessandro Papotto. E questa voce ha cominciato a cantare le liriche all’interno del primo brano, dopo qualche minuto di introduzione strumentale. Brano che si intitola significativamente L’evoluzione. Evoluzione della musica come emblema del progressive ed evoluzione dell’universo senza necessità di postulare una Causa Prima: “Prova, prova a pensare un po' diverso/niente da grandi dèi fu fabbricato/ma il creato s'è creato da sé.

La visione è senz’altro orientata verso un deciso materialismo: sono solo cellule, fibre, energia e calore”ciò che spiega la genesi del cosmo e della vita. Ogni creazionismo di matrice biblica viene apertamente contestato: “E se nel fossile di un cranio atavico/riscopro forme che a me somigliano/allora Adamo non può più esistere/e sette giorni soli son pochi per creare/e ora ditemi se la mia genesi/fu d'altri uomini o di quadrumani.
E come il cosmo si è originato da pochi elementi, così il progressive ha dilatato i confini del rock ampliando la base blues, aprendosi al jazz e alla musica classica, utilizzando i cosiddetti metri additivi (ossia i tempi dispari), che caratterizzano questo brano e tutti gli altri dell’album. Notevolissimo l ’uso dei sintetizzatori che richiamano alla mente il dispiegarsi dell’universo dal caos originario, scene di origini primordiali e vulcani in eruzione.
Dopo i 20 minuti del primo brano, che si chiude con una polifonia strumentale memore degli impasti sonori dei Gentle Giant, si viene proiettati ex abrupto nell’evoluzione della specie umana: La conquista della posizione eretta ci ricorda irresistibilmente la scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio, nella quale il genio di Stanley Kubrick aveva messo in scena una tribù di australopitechi che si ergevano trionfanti, dopo aver conquistato la capacità di camminare come bipedi eretti, brandendo un osso d’animale trasformato in arma offensiva. Prima di trasformarsi in ominide, la scimmia antropomorfa cammina a quattro zampe, inseguendo l’odore di bestia” e l’orma di preda. Poi, provando e riprovando (il trial and error, che daDarwin stesso a Karl R. Popper caratterizza così tanto l’intelligenza umana!), ergendosi e cadendo ripetutamente, si avvierà verso la definitiva emancipazione dal mero stato animale, proiettandosi verso traguardi infiniti: “E dove l’aria in fondo tocca il mare/lo sguardo dritto può guardare.


Segue poi a mo’ di intermezzo la Danza dei grandi rettili: il mellotron e le chitarre intrecciano una sorta di ballo funky-progressive. Poco importa che cronologicamente questo brano avrebbe dovuto precedere il secondo: come è noto, infatti, i dinosauri si sono estinti molti milioni di anni prima della comparsa dei primi ominidi. Ma l’anacronismo serve anche a sottolineare la dimensione profondamente “preistorica” in cui si muove tutto l’album e la performance che ne deriva.
Dalla preistoria si passa comunque alla protostoria con Cento mani e cento occhi. Siamo immersi in una dimensione hobbesiana, dove cominciano a formarsi i primi consorzi sociali, seppure finalizzati alle battute di caccia: “Laggiù altri ritti vanno insieme/insieme stan cacciando carni vive/bocche affamate braccia forti/scagliano selci aguzze con furore. Si pone però il dilemma all’incerto ominide: unirsi alla forza di cento mani e alla vigilanza espressa da cento occhi, propri di esseri che diventeranno da branco una tribù e costituiranno prima villaggi e poi città? Oppure fuggire dagli altri uomini, praticando un solitario bellum omnium contra omnes?
Il vero culmine poetico viene però toccato con 750.000 anni fa ... L'amore, forse la canzone più celebre del disco. Il sentimento dell’amore viene espresso con gesti delicati, che precedono addirittura l’elaborazione di un vero e proprio linguaggio verbale: “Se fossi mia davvero/di gocce d'acqua vestirei il tuo seno/poi sotto i piedi tuoi/veli di vento e foglie stenderei. Ma “il labbro inerte non sa dire niente” e quindi nella mente dell’ominide si mescola l’istintiva brama di possesso con un’oscura consapevolezza dell’impossibilità di possedere una donna che non è stata prima gentilmente corteggiata. Sembra di sentire il poeta statunitense Langdon Smith (1858-1908), che nella celebre poesia Evolution, quasi immedesimandosi in esseri primitivi, dice che “Mindless we lived and mindless we loved” (Dimentichi abbiamo vissuto e senza pensieri abbiamo amato).



Il concerto volge alla conclusione con un’accorata meditazione sul destino dell’umanità. È Miserere alla Storia, dove i versi “Quanta vita ha ancora il tuo intelletto/se dietro a te scompare la tua razza?, alludono sinistri alla possibile autodistruzione del genere umano. E in effetti, l’ultimo brano dal disco, Ed ora io domando tempo al Tempo, ed egli mi risponde…non ne ho! sembra scandire le eterne domande che assillano gli uomini dai loro albori: qual è la nostra vera origine e quale sarà la nostra fine? Qual è il senso del tempo?
“Ruota eterna, ruota pesante/lenta nel tuo cigolio/stai schiacciando le mie ossa e la mia volontà: è la ruota del Mulino di Amleto, per usare il titolo di un libro di Giorgio De Santillana ed Hertha von Dechend, che coincide con il tempo ciclico e qualitativo, ritmato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché si identificano con il Fato stesso.

A questo punto, conclusa l’esecuzione del disco, tocca ad Alessandro Haber riprendere alcuni brani leggendone i testi senza accompagnamento musicale e dando una veste teatrale a quella che Darwin chiamava The Descent of Man (l'origine dell'uomo).

Il concerto continua ancora con la ripresa de L’evoluzione e con due altri brani dalla produzione del Banco, la pacifista R.I.P. e Non mi rompete: una conclusione perfetta per un connubio tra il progresso nella scienza e il progressive nella musica.




domenica 26 giugno 2022

YES: accadeva nel giugno del 1969

Nei primi giorni di giugno del 1969, un causale incontro tra un giovane Chris Squire e un ragazzo che lavora in un bar sopra al Marquee, tale Jon Anderson, darà vita ad uno dei gruppi più amati nel prog rock: gli YES.


Insieme a Peter Banks, Tony Kaye e Bill Bruford, tengono il loro primo concerto in un campeggio sull'isola di Mersea (Essex), con un repertorio che contiene molte "cover".
Un pò di gavetta  - come supporter dei più famosi The Who e Cream -  li porterà ad incidere il primo "omonimo" album, che verrà accolto molto bene da pubblico e critica... il resto è scritto nella storia del prog-rock!
…di tutto un Pop!
Wazza







sabato 25 giugno 2022

Il 24 giugno 1965 i Beatles suonano per la prima volta in Italia


Il 24 giugno 1965 i Beatles suonano per la prima volta in Italia.

Paul, John, Ringo e George si esibiscono due volte al Vigorelli di Milano.

Il primo concerto si svolge alle 17 (davanti a 7.000 spettatori), il secondo alle 21 (davanti a 20.000 persone).

Entrambi i concerti dureranno 40 minuti.

Reportage fotografico fornito da Wazza...