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giovedì 31 dicembre 2020

Monjoie - "Love sells poor bliss for proud despair”, di Evandro Piantelli



MONJOIE - “LOVE SELLS POOR BLISS FOR PROUD DESPAIR”

(2020, LIZARD RECORDS)

Di Evandro Piantelli

Articolo già pubblicato su MAT2020 di ottobre 2020

Vorrei dire, innanzi tutto, che questa recensione, per me, non è come le altre dove solitamente vi parlo delle opere di artisti che non conosco personalmente o, al massimo, che ho incontrato a qualche festival o di cui sono andato a vedere i concerti. Questa volta si tratta di un gruppo musicale i cui componenti, nella quasi totalità, conosco da decenni e dei quali ho seguito le vicende personali, familiari e artistiche. Ma sono sicuro che tutto questo non interferirà con il mio giudizio, solamente mi sarà richiesta maggiore attenzione del solito. Vedremo.

I Monjoie sono un gruppo di musicisti, tutti provenienti da comuni della provincia di Savona, che, alla fine del secondo millennio, decisero di unire le loro esperienze e sensibilità per creare un progetto originale e innovativo, dove folk, world music, elettronica, jazz, canto antico e canzone d'autore si univano in un prodotto colto e popolare ad un tempo. Il loro primo lavoro fu un demo senza titolo (di cui possiedo una copia regalatami all'epoca dal gruppo) i cui brani confluirono, con altri, nel primo CD della band “Contravveleno” del 2002, disco caratterizzato dall'uso di strumenti provenienti da diversi continenti (tampura, tabla, derbouka, musette, djembè, bouzuki, ecc.), accanto a chitarra, basso, batteria, tastiere e voce. Ne uscì un'opera dove i suggestivi testi (in italiano) erano supportati da una musica a 360 gradi, contaminata dai suoni del mondo. Al primo lavoro fece seguito “Il bacio di Polifemo”, dove la band continuò e ampliò il discorso già imbastito. Dopo qualche anno di silenzio la band iniziò la propria collaborazione con la Lizard Records e pubblicando “Affetto e attrazione” (2012). Ma dopo tre lavori improntati sui testi scritti da Alessandro Brocchi e Massimo Gobber, la band  decise di intraprendere un nuovo cammino, utilizzando liriche provenienti dalle opere dei poeti inglesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo (William Blake, John Keats e William Woodsworth), unendoli alle musiche realizzate dalla band e pubblicando “And in thy heart inurn me” (2018), un lavoro di grande spessore culturale, che è stato portato anche in concerto per alcune date (ad una delle quali ho assistito nell'estate di due anni fa). 

Questo disco così particolare ha avuto riscontri molto positivi dalla critica e, probabilmente, ha incoraggiato i musicisti a ripetere e approfondire l'esperienza. Così la band si è messa al lavoro e, quest'anno, ha pubblicato un'altra opera basata sui testi dei poeti inglesi del passato, cioè Love sells poor bliss for proud despair, di cui andiamo a parlarvi.

L'attuale formazione dei Monjoie non è molto diversa da quella di oltre venti anni fa e comprende Alessandro Brocchi, voce, chitarre, tastiere e tampura, Valter Rosa, chitarre e bouzuki, Davide Baglietto, flauti, tastiere, musette del Berry, Alessandro Mazzitelli, basso, tastiere, programmazione e percussioni (del quale non possiamo non ricordare l'importante opera di produttore musicale, di tecnico suoni e luci e di titolare di uno studio di registrazione, la MazziFactory) e Leonardo Saracino, batteria (musicista di provenienza jazz e swing). Per la realizzazione del disco ai cinque musicisti savonesi si è unito un nutrito gruppo di eccellenti collaboratori.

Il CD si apre con la poderosa suite in cinque parti Ode on a grecian urn, su testi del poeta John Keats. Si tratta di una composizione molto ambiziosa, dove alla voce calda e malinconica di Alessandro Brocchi e agli strumenti degli altri componenti della band si uniscono i preziosi interventi di Edmondo Romano al sax, di Alessandro Luci al basso fretless e di Matteo Dorigo alla ghironda. Seguono cinque brani realizzati dai Monjoie su testi del poeta Percy Bisshe Shelley: Mutability, caratterizzata dai delicati arpeggi di chitarra acustica e dal bel lavoro al violino di Fabio Biale, To Night, la lievemente jazzata A Lament, la cantautorale The flower that smiles today (della quale la band ha realizzato un video presente su YouTube) e A Dirge (che potremmo tradurre in italiano come Un canto funebre), un pezzo velato di tristezza che non potrà non emozionarvi, con un bellissimo intervento dell'ospite Lorenzo Baglietto alla musette. Conclude l'album She walks in beauty, su testo di Lord Geoge Byron, un pezzo in lieve controtendenza, che contiene molti riferimenti alla new wave-elettronica degli anni '80.

Un disco decisamente particolare, ad alto contenuto lirico e di difficile catalogazione (sempre che la musica si possa catalogare). Un'opera che ha tra i suoi punti di forza il lavoro di ricerca sui testi dei poeti inglesi e la realizzazione di musiche che riescono ad esaltarli. Un lavoro sincero, che conferma la voglia dei cinque musicisti di sperimentare e non accontentarsi di percorrere vie già battute, nonché la notevole preparazione e sensibilità dei Monjoie e degli ospiti del disco (dove, a quelli già citati, va aggiunta Simona Fasano alla voce recitante). Non posso nascondere, però, che un progetto di questo tipo, alla lunga, può rivelare poca eterogeneità tra i brani, soprattutto per quanto riguarda il canto.

Giunto al termine della mia recensione mi chiedo se l'amicizia che mi lega ai componenti del gruppo abbia in qualche modo influenzato il mio giudizio. Forse la risposta la potete dare voi, ascoltando “Love sells poor bliss for proud despair”.





domenica 27 dicembre 2020

Il compleanno di Gianni Nocenzi

Compie gli anni oggi, 27 dicembre, "brother" Gianni Nocenzi.

A 19 anni era "l'altra mano" del Banco del Mutuo Soccorso.

Sceglie un percorso di ricerca, avanguardia, studi. Incide due album avanti "anni luce" rispetto allo standard discografico degli anni 80/90, "Empusa" e "Soft songs". 

Dopo 23 anni di silenzio voluto è tornato con un grande album di piano-solo, "Miniature", considerato a ragione una delle più importanti e "inattese" sorprese del 2016.

Uno dei pochi "geni" del panorama musicale. Ha avuto l'unico torto di essere nato in Italia, paese dove si "contrabbanda" un libro di Bruno Vespa come evento culturale.

Avanti così brother Gianni… raggio di sole in questo grigiore musicale!

Buon compleanno!

Wazza  

Vi ricordo che il 22 dicembre è uscito in edicola la versione in vinile di “Miniature”, il capolavoro uscito nel 2016.

Chi non riuscisse a trovarlo può richiederlo qui  banco.musicclub@libero.it

Angelo Branduardi e Gianni Nocenzi 





lunedì 21 dicembre 2020

Stefano Barotti – Il Grande Temporale, di Luca Paoli

 


Stefano Barotti – Il Grande Temporale

Stanza Nascosta Records

Di Luca Paoli


Sono rimasto veramente colpito dall’ultimo lavoro di Sfefano Barotti, cantautore toscano da parecchi anni sulle scene musicali, nello specifico cantautorali.

Il Grande Temporale”, questo il titolo del disco, vede l’artista impegnato nel suo racconto personale ma anche il livello prettamente musicale presenta sonorità e arrangiamenti di sicuro impatto.

Ad aiutarlo in sala di registrazione troviamo importanti musicisti americani, quali Joe e Marc Pisapia, Jono Manson, Mark Clark e John Egenes, che non vanno ad intaccare le composizioni, tutte italianissime, ma forniscono un tocco internazionale che rende il lavoro sicuramente di grande qualità.

Ascoltando le undici tracce si percepisce che uno dei riferimenti a cui Stefano si è probabilmente ispirato nella filosofia creativa ed espressiva è quello di Francesco De Gregori, da dove l’autore parte, per poi dare un’impronta personale e sicuramente originale a tutto il lavoro.

Da sottolineare il contributo di grandi musicisti italiani che hanno, anche loro, lasciato un’impronta importante al progetto, mi riferisco Paolo Ercoli, Max De Bernardo, Veronica Sergia che chi ama certa musica folk blues sicuramente conosce.

Il menù dei brani in scaletta è vario, e i temi affrontati vanno dall’amore all’arte e perfino il calcio viene menzionato... anche Enzo Jannacci ha il suo tributo nel bellissimo brano “Enzo” che racconta un fine serata con protagonista la sua 127 rossa.

Il Grande Temporale”, che intitola e apre l’album è una stupenda ballata molto intensa che rimanda al De Gregori dei ’70, ma con un arrangiamento attuale e molto piacevole.

L’altro brano che trovo molto intrigante è “Painter Loser”, dove un ritmo reggae si miscela a sonorità più americane.

“Guadagnarsi il pane,“when the music don’t pay”. Questo è uno dei grandi problemi di chi in Italia fa musica. Ma non solo, penso anche agli attori, i ballerini, i pittori, a tutto il mondo dell’arte in genere. Spesso chi si occupa di questo è costretto nel tempo ad abbandonare la propria passione per passare ad altro o ad escogitare una serie di modi per mettere qualcosa in frigo. L’Italia non è decisamente un paese per creativi”.

La traccia seguente racconta di calcio, “Spatola E Spugna” ci riporta in quel cantautorato che abbiamo, noi non più ragazzini, amato in quei gloriosi anni ‘70. Un racconto che parla del gioco più bello del mondo quando lo era veramente ed era anche pieno di episodi carichi di poesia: Stefano Barotti ce ne racconta uno.

Beh, che dire, la tripletta iniziale vale da sola l’acquisto del disco, ma il resto non è assolutamente da meno, come “Aleppo”, col suo intro di basso e la bella acustica che ricama la melodia.

“Una donna, suo figlio di pochi anni. Una casa in preda ai bombardamenti. La percezione di lei che non potrà proteggere il suo piccolo ancora per molto. Da angelo custode sta diventando solo il suo scudo, a proteggerlo da un soffitto che sta tremando e promette di cadere ad ogni passaggio di aereo. Solo polvere e tuoni di bombe, solo la luna nella finestra più lontana della casa a ricordargli che fuori c’è ancora un mondo, un cielo, la vita.

Sarebbe bello domani poter uscire senza paura e quella luna poterla guardare. E che venga il giorno in cui parlare di guerra sarà come si fa per i dinosauri. Un qualcosa di estinto, e che non tornerà.

Il blues della “Mi Ha Telefonato Tom Waits” vede come ospiti Max De Bernardi e Veronica Sbergia, e cita, in un racconto, “Closing Time” di Tom Waits.

Un lavoro maturo, con grandi composizioni al servizio di arrangiamenti sempre azzeccati e di un gran suono.

Dischi come questo portano alta la bandiera del cantautorato italiano che tanto ci ha dato negli anni ‘70 ma che tanto ci dà anche oggi.

Bravo Stefano Barozzi, hai fatto centro colpendo il cuore di chi la musica la ama veramente.


Tracklist:

1. Il grande temporale

2. Painter Loser

3. Spatola e spugna

4. Tra il cielo e il prato

5. Aleppo

6. Stanotte ho fatto un sogno

7. Mi ha telefonato Tom Waits

8. Quando racconterò

9. Enzo

10. Marta

11. Tutto nuovo


Bio: https://www.stefanobarotti.net/biografia.php

 Discografia: https://www.stefanobarotti.net/discografia.php

Press: https://www.stefanobarotti.net/press.php

 



21 Dicembre di ... riflessione!

La vita potrebbe essere divisa in tre fasi: Rivoluzione, Riflessione e Televisione.

 Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce col cambiare canale.” 

(Luciano de Crescenzo)

21 Dicembre

Ci sarai sempre. Buon Natale Capitano!

Wazza


Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: “Buon Natale”, e sparivo.

Luigi Pirandello

Buon DPCM a Tutti!


 

domenica 20 dicembre 2020

Natale al Marquee Club nel 1968

Natale al Marquee Club nel 1968

Con un’ipotetica macchina del tempo potremmo trasferirci al Marquee Club di Londra nel dicembre 1968, per le vacanze di Natale.

Un programma da paura The Who (con Yes da supporto), Joe cocker, Ten Years After e i Taste di Rory Gallagher.

Il 20 dicembre erano annunciati i Jethro Tull, ormai nello “stato di famiglia” del club londinese, visto che si esibivano spesso. Nonostante fossero ormai conosciuti in loco - dopo aver suonato ad Hyde Park, Sunbury Jazz Festival, pubblicato “This Was”, e freschi della partecipazione al “Rolling Stones Rock’n’Roll Circus”- il concerto fu cancellato perché la band era sprovvista di chitarrista!

Abrahams licenziato, Tony Iommi dimissionario, Martin Barre alle prese con la seconda audizione, ancora non confermato!

Di tutto un Pop…

Wazza

The Who

                                                           Jethro Tull

The Penny Peeps 1967/1968. Clockwise front: Martin Barre, in prova con i Jethro Tull

  Rory Gallagher e i Taste

Ten Years After

Keith Moon & Joe Cocker backstage at the Marquee Club in London, 1968

L’attesa…
 

venerdì 18 dicembre 2020

I Creedence Clearwater Revival nel dicembre del 1970

Anno d’oro il 1970 per i Creedence Clearwater Revival: nel dicembre dello stesso anno, cinque singoli e cinque album furono certificati disco d'oro negli Stati Uniti.

I singoli erano: "Down on the Corner", "Lookin out My Back Door", "Travelin 'Band", "Bad Moon Rising" e "Up around the Bend".

Gli LP erano "Cosmo's Factory", "Willy and the Poor Boys", "Green River", "Bayou Country" e "Credence Clearwater Revival".

Un successo strepitoso e mondiale!

Di tutto un Pop…

Wazza

7 aprile 1970: i CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL arrivano a Londra, aeroporto di Heathrow


Poster di CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL di Ciao 2001, aprile 1970



giovedì 17 dicembre 2020

David Bowie: il 17 dicembre 1971 usciva “Hunky Dory

Usciva il 17 dicembre 1971 Hunky Dory”, quarto album di David Bowie, il disco che l’ha fatto conoscere in tutto il mondo. 

Non so perché molti “talebani” storcono la bocca quando si parla di Bowie… quando si renderanno conto che era un “genio” sarà troppo tardi!

Di tutto un Pop!

Wazza

David Bowie photographed by Brian Ward, London, 1971

“Hunky Dory” sta per “Tutto OK” ed è il quarto album di un allora ventitreenne David Robert Jones, in arte Bowie, in cerca di celebrazione, ma anche di primo affrancamento, dalla Swinging London e i suoi eroi vicini e lontani (Syd Barrett, Bob Dylan, Iggy Pop, Velvet Underground…), nonché ancora alle prese con giovanili sfoggi di ambiguità sessuale (lui che è già padre di famiglia e futuro, ben corrisposto donnaiolo, altro che la posa da bionda Greta Garbo che ci ammannisce in copertina…). Vi riuscirà compiutamente nell’album successivo, il suo capolavoro “Ziggy Stardust”, sdoganando appieno un nuovo genere di rock, il glam, pregno di tutte le influenze di cui sopra, eppure brillantemente nuovo di zecca.

Ma se quest’opera non gode ancora della compattezza, della personalità, dell’alchimia perfetta di quella che seguirà, risulta essere per certo un’esimia raccolta di canzoni molto varie, quasi uniche nella loro incisiva profondità, talvolta imbellettata di lustrini e talvolta no, coniuganti il pop più esuberante e scintillante ad alcune tematiche urticanti e drammatiche, omaggianti Dylan, Reed, Warhol in una forma che brilla di luce propria e di sostanza musicale che travalicano gli stessi ispiratori, ancora senza un vero approdo autonomo, ma in ogni caso pregna di sostanza musicale e lirica.

La deviazione dal precedente lavoro “The Man Who Sold The World” è decisa. Le stesse tematiche, spesso e volentieri claustrofobiche ed oscure in quel disco, gli stessi disagi allora resi attraverso un chitarrismo elettroacustico asciutto e violento, qui vengono rivestiti di una irresistibile ed intelligente patina poppettara, che ha nel pianoforte di un versatile e agile Rick Wakeman lo strumento base. Il chitarrista di Bowie Mick Ronson, dominante e massimamente rumoroso nel precedente disco, è qui “retrocesso” ad interventi misurati e secondari, ma si rifà ampiamente grazie alla sua versatilità e preparazione musicale, curando i magniloquenti arrangiamenti orchestrali che forniscono un tocco unico e fondamentale all’opera. Un grande musicista, il compianto e mai abbastanza riconosciuto Ronson, in grado qui di scrivere partiture di intensità wagneriana e caricare il disco di decadente e intensa musicalità.

Il nascente gusto glam si avverte già nel timbro alterato della voce di David (filtri equalizzatori…o magari il nastro rallentato in fase di incisione…), assai più acuta e chioccia che nella realtà. E’ già la voce del futuro Ziggy Stardust, alle prese con una scaletta quasi tutta di ballate, per lo più pianistiche, di grande e variegata ispirazione, talché agli episodi molto spumeggianti e teatrali (“Oh You Pretty Things”, “Changes”, però sempre con testi tutt’altro che leggeri, e la cover “Fill Your Heart”) vengono intercalati a rancorose tiritere iperdylaniane (“Song For Bob Dylan” un vero e proprio omaggio, al di là della critica alle ultime cose del menestrello americano) oppure ad abissali sprofondamenti nel malessere personale (“The Bewlay Brothers”, riferita al fratello di Bowie ed ai suoi problemi psichici e allora magari anche a Syd Barrett, tesa e drammatica, vera superstite delle atmosfere del disco precedente… e bellissima).


Ci si stupisce ancora con tante altre e diverse cose, a cominciare da una bella presa in giro di Andy Warhol, con una ballata a lui intitolata e solcata dalla potente chitarra acustica a 12 corde del fido Ronson, e poi lo schizzo newyorkese di “Queen Bitch”, assolutamente a’la Velvet Underground, ma con a stretto seguito la tenerissima “Kooks”, una ninnananna dedicata al figlioletto, nella quale la fantastica voce di David assume convincenti toni paterni e protettivi.

Ed a proposito di voce, vi sono alfine in questo disco due fulgidi capolavori che dispiegano a tutta forza il grande talento esecutivo, oltre che compositivo, dell’artista. Il primo è celeberrimo e s’intitola “Life On Mars?”: molto di diverso che un episodio di fantascienza, è invece una straziante messa in scena di un’ordinaria fuga dalla realtà di una persona, che preferisce rifugiarsi in mondi paralleli e fittizi. La melodia è indimenticabile, Bowie la canta da padreterno, Ronson ci mette un’orchestra bella pesante, che comunque si ferma un attimo prima di risultare ridondante, ed insomma siamo al cospetto di quello che, per parecchia gente, è il suo capolavoro assoluto.

Il secondo gioiello è molto meno noto, ma ugualmente sfavillante. “Quicksand” possiede la perfezione formale e l’intensità ispirativa delle grandi e migliori ballate, con Bowie alle prese con le proprie incertezze e paure, con il suo/nostro inquietante lato oscuro.

Un’opera intensa e scorrevole, leggera e inquietante, ispirata, simbolo di un periodo in cui a Bowie riusciva proprio tutto, stava sbocciando compiutamente a livello artistico e si avviava a non avere rivali nel genere. Lo dimostrerà definitivamente col disco seguente, ma anche quest’album è fra gli indispensabili del rock, manifesto musicale di un artista fuoriclasse, in piena fase di messa a fuoco delle sue voglie e delle sue possibilità.

di Pier Paolo Farina




mercoledì 16 dicembre 2020

Compie gli anni Billy Gibbons

Compie gli anni oggi, 16 dicembre, Billy Gibbons, chitarrista, cantante, compositore, noto soprattutto per essere la chitarra solista dei ZZ Top, micidiale trio texano, rock-blues...

Un predestinato: nel 1969 Hendrix, intuendo la sua bravura, gli regalò la chitarra; un'altra se la fece costruire con il legno della casa di Muddy Waters, perché a suo dire era "impregnata di blues"!

Spesso appare come attore: oltre che su "Ritorno al futuro III", ha partecipato ad alcuni episodi del telefilm "Bones".

Se non avete la "puzza sotto al naso" ascoltatelo, è veramente un gran chitarrista.

Happy Birthday Billy!

 Wazza











Claudio Sottocornola-“Parole buone”, commento di Elisa Enrile

Claudio Sottocornola, professore di Filosofia e Storia, torna a far riflettere e a incuriosire con un prodotto letterario molto particolare. 

Con il suo “Parole buone” infatti, lo scrittore offre al lettore una sorta di dizionario, un piccolo scrigno di lemmi senz’altro conosciuti da tutti ma non da tutti visti sotto la luce da lui proposta. Il concetto di fondo che emerge dalle pagine dell’autore è tanto semplice quanto illuminante: vi sono molte parole che ricorrono freneticamente nel nostro parlato e scritto quotidiano, ma proprio perché così frequenti raramente godono dell’attenzione che meriterebbero; se analizzate e interiorizzate nel modo giusto, anche termini apparentemente banali o addirittura negativi acquistano un nuovo senso, e vanno ad arricchire il nostro vocabolario con una nuova consapevolezza e positività.

Partendo proprio da “Parola”, lo scrittore ci porta a riflettere sull’“Evoluzione”, sull’”Educazione”, o ancora sull’”Amore”, su un momento storico come il “Sessantotto”, passando attraverso sensazioni potenti come l’”Osceno” o la “Nostalgia”, per arrivare anche al “Covid-19”; un viaggio fatto di citazioni di filosofi e cantanti, scrittori ed esperienze personali.

Attraverso una serie di riflessioni puntuali che lasciano però libero spazio alla rielaborazione individuale, Claudio Sottocornola ci invita a dare nuovo peso alle definizioni e a guardare con occhio critico stereotipi e luoghi comuni, portando all’attenzione il misterioso ossimoro per cui il bello non sarebbe tale se non avessimo sull’altro piatto della bilancia il brutto. Stesso discorso vale per la dicotomia buono-cattivo, bene-male, tristezza-felicità: ciò che ci fa apprezzare il positivo non è a ben guardare esso stesso positivo?

Ecco così che tutte le parole possono diventare buone se utilizzate con il giusto peso e scopo, senza dimenticarne l’origine e l’essenza.

Un utile compendio da portare con sé e sfogliare all’occorrenza, senza un vero inizio e una vera fine, senza un ordine preciso o limitante, ma con la chiara finalità di riscoprire l’equilibrio e l’armonia del nostro essere e del nostro porci nei confronti degli altri e di noi stessi.

Ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, poeta, giornalista e scrittore, Claudio Sottocornola ha pubblicato saggi, opere poetiche, multimediali e musicali. Studioso del popular, tiene corsi presso la Terza Università di Bergamo, collabora con varie riviste e realizza ricerche di carattere interdisciplinare fra musica, filosofia e immagine, che propone a un pubblico trasversale attraverso le sue famose lezioni-concerto, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano, che lo vedono in azione come eclettico performer. Si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di “interpretazione”, alla cui luce indaga il mondo del contemporaneo, e per un approccio olistico e interdisciplinare al sapere.



lunedì 14 dicembre 2020

Yes- Rainbow Theatre 14-16 dicembre 1972

Rick Wakeman-Keyboard player Rick Wakeman performing with English progressive rock group Yes at the Rainbow Theatre, London, 17th December 1972

Dal 14 al 16 dicembre 1972 gli Yes tengono tre concerti al Raimbow Theatre di Londra, dopo l’uscita di “Close to the Edge” e l’abbandono di Bill Bruford, sostituito da Alan White. Le date del 15 e 16 furono registrate. Fu realizzato un film che usci molti anni dopo, prima in VHS e poi in DVD, intitolato “Yessongs”.

Il gruppo “spalla” erano i “Badger”, capitanati dall’ex tastierista Tony Kaye e da David Foster (ex bassista del gruppo Tomorrow dove suonava anche Jon Anderson...). Anche loro registrarono un album live in quelle date, “One Live Badger”, prodotto dall’amico Jon Anderson.

Di tutto un Pop

Wazza



Badger

Roy Dyke - drums

Dave Foster - bass, vocals

Tony Kaye - keyboards, Mellotron (YES)

Brian Parrish - electric guitar, vocals

Kim Gardner - bass

Jackie Lomax - rhythm guitar, vocals

Paul Pilnick - lead guitar

Fu registrato al mitico London Rainbow Theatre il 15 e 16 dicembre 1972 durante il tour del non meno leggendario "Close to the Edge".

Ecco il datasheet: 

Dal vivo al Rainbow Theatre, Londra, Regno Unito

15-16 dicembre 1972 (tour "Close to the Edge")

Regista: Peter Neal

Produttori: Brian Lane e David Speechley

Editore: Philip Howe 

Musicisti: 

Jon Anderson - Voce principale e percussioni

Chris Squire - Basso e cori

Steve Howe - Chitarre e cori

Rick Wakeman - Tastiere, sintetizzatore, organo

Alan White – Batteria





Il compleanno di Pierluigi Calderoni

Compie gli anni oggi, 14 dicembre, Pierluigi Calderoni (er secco), mitico batterista del Banco del Mutuo Soccorso.

Mancino, con una tecnica particolarissima, a 17 anni, era già uno dei batteristi più richiesti nel circuito romano.

Suona con i "Dannati", "Le Esperienze", "Banco del Mutuo Soccorso", "Riccardo Cocciante", "Pierangelo Bertoli", "Indaco", "Bermuda", "Samadhi"... centinaia di collaborazioni!

Ancora oggi un metronomo, tecnica, dinamica, forza e sentimento... si è dedicato all'insegnamento della batteria.

Buon Compleanno, secco!

Wazza



Il Banco al completo. Da sinistra: Gianni Nocenzi, Gianni Colajacomo, Francesco Di Giacomo (nascosto), Rodolfo Maltese, Pierluigi Calderoni e Vittorio Nocenzi

1982