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venerdì 30 maggio 2025

Recensione album "A quiet Day", di Evocante

 


L'album A quiet day, di Vincenzo Greco (Dialettica Label-Tunecore-La Stanza Nascosta Records), in arte Evocante, è l’ultimo tassello-in ordine di tempo-di un mosaico musicale, videonarrativo e saggistico che ha come core la critica ragionata del moderno e delle storture dell’iperconsumismo capitalista, tanto cara all’autore.

A quiet day sembra fare, naturalmente, seguito a quel Finale aperto che conclude solo temporaneamente “All’improvviso. Canzoni lievi” (Dialettica Label/Tunecore/La Stanza nascosta Records).

Sei parti per il racconto, volutamente senza parole, di una giornata: dall’agognato sorgere del sole all’atmosfera sospesa della mattina, dall’operosità del mezzogiorno all’inquietudine del pomeriggio, fino all’ineluttabilità maestosa del tramonto e ai timori notturni.

Un affresco sonoro di rara icasticità, capace di suggerire emozioni, profumi, colori e di riconnetterci con il nostro io più profondo in un benefico affrancamento dalle parole.

Sperimentazione e sensibilità si uniscono in un lavoro vicino alle sonorità della musica classica-con qualche piccola sterzata elettronica-e che sembra recare un marchio di classicità nel senso più alto del termine, quello di limpidezza e universalità.

Comunicato

Spotify






martedì 27 maggio 2025

RocKalendario del secolo scorso-Maggio, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Maggio

Di Riccardo Storti

 

1955 – Per la prima volta in cima alla prestigiosa classifica Billboard R&B Chart: lui si chiama Ray Charles e la sua hit I Got a Woman, una sorta di blues al passo ritmico del country, insomma una buona miscela che possa piacere al tanto variegato, quanto diviso, popolo giovanile americano. È il 7 maggio del 1955 e questa canzone ne ha fatto di strada: incisa nel novembre del 1954 presso gli studi dell’Atlantic di Atlanta, con l’inizio del nuovo anno il brano cominciò a scalare l’hit parade, conquistando la vetta dopo cinque mesi. Pezzo forte della playlist di Charles, il cantante la stava rodando da più di un anno durante le sue apparizioni live. Dopo di lui, coverizzarono I Got a Woman Elvis Presley, i Beatles e il francese Johnny Hallyday.   

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1965 – Come nasce una canzone e che canzone. Qui parliamo di Satisfaction dei Rolling Stones: quel riff – che rivoluzionò irrimediabilmente la storia del rock – pare sia nato in circostanze piuttosto nebulose. Keith Richards registrò una versione grezza del riff su un registratore a cassette Philips. Non aveva idea di averla scritta o meglio… diciamo che si fosse dimenticato parecchi dettagli della serata precedente. Poi, la mattina successiva, ascoltando la registrazione, si accorse che c'erano circa due minuti di chitarra acustica, poi si sentiva cadere il plettro e quaranta minuti di un inedito Richards roncopatico. Insomma, quando si dice cadere tra le braccia di Morfeo (una “camomilla” troppo forte?). Sulla location di questo episodio, esistono diverse versioni: una stanza d’albergo al Fort Harrison Hotel a Clearwater in Florida, oppure una casa a Chelsea o il London Hilton, benché Richards insista sul fatto che l’epifania sonora avvenne nel suo appartamento di Carlton Hill, a St. John's Wood. Comunque sia andata, una data e un luogo certi ci sono per quanto concerne la prima incisione di Satisfaction: era il 10 maggio del 1965 presso i Chess Studios di Chicago.

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1975 – 18 maggio 1975 esce in edicola il n. 18 di “Ciao 2001” e in copertina c’è Rick Wakeman; sfogliando, però, il nostro occhio viene catturato a pagina 43 da una novità discografica che si riferisce all’esplosivo esordio dei Napoli Centrale (la recensione al disco era di Giorgio Rivieccio). Siamo nella Napoli di metà anni Settanta tra la pausa degli Osanna e la “nascita” musicale di Pino Daniele; in mezzo i Napoli Centrale sono quasi un ideale elemento di continuità che, a dire il vero, parte da molto lontano. I due fondatori James Senese e Franco Del Prete provengono dagli Showmen (che tanto successo ebbero alla fine degli anni Sessanta), mentre l’inglese Tony Walmsley e l’americano Mark Harris arrivavano da Il Rovescio della Medaglia (senza essere peraltro mai entrati in studio). L’album omonimo, pubblicato da Ricordi, è una mirabile fusione di verità etnofoniche partenopee e jazz-rock d’oltreoceano; la loro Napoli non è quella che esce dalle cartoline ma è un’occasione di denuncia sociale e civile, quasi in sintonia con un altro lavoro coevo ovvero El Tor dei Città Frontale (spin-off degli Osanna).

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1985 – I Dire Straits il 17 maggio pubblicano il loro quinto album in studio, Brothers in Arms. L’album riscuote un enorme successo, in parte grazie all’eccezionale qualità del suono; causa di ciò il fatto che è stato registrato interamente in formato digitale, anziché con il tradizionale nastro magnetico analogico. Per tale motivo l’album incentiva gli appassionati di musica a compiere un salto tecnologico dal vinile al compact disc, visto che Brothers in Arms sarà il primo album a vendere più copie su CD rispetto a quelle su disco. Non solo: diverrà l’album più venduto degli anni ’80 nel Regno Unito.

Al di là dell’appeal tecnologico, Brothers in Arms reca in sé una serie di successi tali da incrementare la popolarità della band di Mark Knopfler: pensiamo a Money for Nothing (con Sting), So Far Away, Walk of Life oltre alla title track. Sul solco delle innovazioni, merita menzione pure il videoclip di Money for Nothing, uno dei primi realizzati con grafica animata computerizzata (CGI).

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1995 – Esce Stanley Road, terzo album di Paul Weller, e, in quattro e quattro otto, l’opera arriva al vertice della classifica britannica degli album più venduti. Al di là del consenso “pop”, la qualità compositiva di Weller si avverte canzone dopo canzone: sa fondere con sintesi i suoi due amori primigeni (il rock e il soul), guarda alla tradizione però anche alla contemporaneità e ciò è provato dagli ospiti (c’è Steve Winwood, ma pure Liam Gallagher degli Oasis). Spunti vintage ben evidenti sulla copertina, il cui collage è opera di Peter Blake, uno dei designer che stavano dietro all’artwork di Sergeant Pepper dei Beatles. Tra le canzoni, svettano l’hit The Changingman con quel riff arpeggiato all’inizio così simile a quello di 10538 Overture degli ELO, la smagliante black song Broken Stones e la suggestiva ballad da pelle d’oca You Do Something to Me.

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Compie gli anni John De Leo



Compie gli anni oggi, 27 maggio, John De Leo, pseudonimo di Massimo De Leonardis, cantante e compositore.

Per un breve periodo ha fatto parte come "special guest" del Banco del Mutuo Soccorso. Oltre al concertone del 6 dicembre 2014, ha cantato con la nuova formazione-allargata nei primi mesi del 2015.

Ex Quintorigo, ha iniziato una brillante carriera solista, e ha collaborato con molti artisti.

Happy Birthday John!
Wazza


A Musicultura-20 giugno 2015
Sferisterio di Macerata


 Roma 6 dicembre 2014



Il Banco del Mutuo Soccorso torna in scena con una nuova formazione... Vittorio Nocenzi, Maurizio Solieri, John De Leo, Giacomo Voli, Margary Signorino, Rodolfo Maltese, Tiziano Ricci, Filippo Margheggiani, Nicola Di Già, Arnaldo Vacca, Vito Sardo, Andrea Priola, Stefano Monastra.

Biografia

John De Leo, pseudonimo di Massimo De Leonardis (Lugo, 27 maggio 1970), è un cantante e compositore italiano.
De Leo ha esordito nel mondo della musica negli anni Novanta, fondando i Quintorigo insieme ai fratelli Andrea e Gionata Costa, Stefano Ricci e Valentino Bianchi. Con tale formazione, De Leo ha inciso gli album Rospo (1999), Grigio (2001) e In cattività (2003), dopodiché ha lasciato il gruppo durante il 2004.

Firmato un contratto con la Carosello Records, il 9 novembre 2007 il cantante ha pubblicato l'album di debutto Vago svanendo, da lui prodotto insieme a Loris Ceroni. Il disco, anticipato a ottobre dal singolo Bambino marrone, è stato presentato dal vivo nel corso di numerose manifestazioni, tra cui il Festival Eurosonic 2008 al Grand Theatre Up di Groningen (Paesi Bassi), la Milanesiana 2008, il Blue Note di Milano, il XX Festival di Villa Arconati, la Casa del jazz di Roma e l'Italia Wave Love Festival 2008; l'album ha inoltre vinto il Premio della Critica della rivista Musica e dischi. Nello stesso anno incide inoltre Kaleido con Gianluca Petrella e Indigo 4, mentre nel 2009 è uscito Progressivamente con l'ensemble di Roberto Gatto, album allegato a L'Espresso n°22. In allegato alla ventottesima rivista quadrimestrale Panta (Bompiani, 2009) è uscito il DVD Zolfo, spettacolo di De Leo costruito su testi di Leonardo Sciascia.

Nel 2010 ha preso parte alla raccolta tributo a Fabrizio De André Canti randagi 2 insieme a Bevano Est e partecipa all'album di Stefano Ianne Piano Car, in cui De Leo duetta con Trilok Gurtu al brano Too Bright. L'anno successivo De Leo è stato invitato da Stewart Copeland per il suo tour Strange Things Happen 2011.

Il 7 ottobre 2014 esce il secondo album, Il grande Abarasse, promosso da un tour partito a Salerno il 15 novembre che ha visto De Leo affiancato dalla Grande Abarasse Orchestra (Dimitri Sillato, Valeria Sturba, Paolo Baldani, Beppe Scardino, Piero Bittolo Bon, Fabrizio Tarroni, Silvia Valtieri, Franco Naddei).

Nel 2017 ha collaborato con il rapper Caparezza ai brani Prosopagnosia e Minimoog, entrambi contenuti nell'album Prisoner 709, e nello stesso anno ha realizzato l'album Sento doppio insieme al pianista Fabrizio Puglisi, pubblicato dalla Carosello Records il 6 ottobre.

Collaborazioni

Collaboratore e promotore di innumerevoli progetti artistici non strettamente a carattere musicale dagli anni novanta ad oggi ha collaborato con: Rita Marcotulli, Teresa De Sio e Metissage, Ambrogio Sparagna, Paolo Damiani, Stefano Benni, Gian Ruggero Manzoni, Banco del Mutuo Soccorso, Carlo Lucarelli, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Danilo Rea, Furio Di Castri, Roberto Gatto, Franco Battiato, Enrico Rava, Carmen Consoli, Mederic Collignon, Ivano Fossati, Antonello Salis, Alterego e Louis Andriessen, Nguyen Le, Gianluca Petrella, Gianluigi Trovesi, Alessandro Bergonzoni, Maurizio Gianmarco, Fabrizio Bosso, Trilok Gurtu, Stewart Copeland, Uri Caine e Caparezza.

Per il Teatro ha presentato alcuni spettacoli multimediali tra musica, recitazione e video-installazione in rassegne internazionali: “Intersezioni Virali” con Gian Ruggero Manzoni, "Monsters" con Danilo Rea (Festival Internazionale di Roccella Jonica '04), "Village Vanguard Lives" con Paolo Fresu (ventennale del P. Fresu Quintet - Teatro Filarmonico di Verona), "Reietto" e "Scrittori italiani" (Romaeuropa Festival '07) con Stefano Benni, "Centurie" con Lietta Manganelli (Festival della Letteratura di Mantova '07), “Zolfo” (La Milanesiana Festival 2009) in collaborazione con Elisabetta Sgarbi e Matteo Collura.

Discografia

Da solista

2007 – Vago svanendo
2014 – Il grande Abarasse
2017 – Sento doppio (con Fabrizio Puglisi)
Con i Quintorigo

1999 – Rospo
2001 – Grigio
2003 – In cattività

Collaborazioni

2007 – Gianluca Petrella Indigo 4 feat. John De Leo - Kaleido (EMI)

2013 – Gianluca Petrella Il Bidone feat. John De Leo - Omaggio a Nino Rota (Spacebone)

2009 – Roberto Gatto feat. John De Leo - Progressivamente (L'Espresso)

2017 – Caparezza feat. John De Leo - Prosopagnosia

2017 – Caparezza feat. John De Leo - Minimoog



giovedì 22 maggio 2025

Neri Marcorè, tra musica e festival: il racconto del "Su La Testa" di Albenga


Massimo Pacini di Radio Jasper ha avuto l'opportunità di intervistare Neri Marcorè alcuni giorni fa, subito dopo la sua apprezzata esibizione al festival "Su La Testa" di Albenga.

L'attore e musicista ha raccontato l'esperienza del festival, giunto quest'anno alla sua diciassettesima edizione, un evento che si è svolto il 15, 16 e 17 maggio e che ha offerto un ricco programma di musica, mostre, incontri e teatro.

Marcorè, che ha concluso la serata finale di sabato 17 maggio, ha condiviso la sua soddisfazione per la partecipazione al festival. La sua esibizione musicale, incentrata sulla riproposizione della migliore canzone d'autore, si è rivelata un "happy ending" coinvolgente per l'intera manifestazione. L'artista ha sottolineato il suo legame con il festival, avendo collaborato nel corso degli anni con diversi amici di "Su La Testa", tra cui Giua, gli Gnu Quartet e lo stesso Lorenzo Santangelo, presente anche in questa edizione.

Il festival, noto per aver lanciato artisti del calibro di Zibba, Levante e Raphael Gualazzi, ha confermato la sua capacità di individuare talenti emergenti, affiancandoli a nomi affermati del panorama musicale italiano e internazionale. Oltre a Marcorè, si sono esibiti sul palco del Teatro Ambra artisti come i Nylon, Anna Carol con il suo nuovo album "Principianti", Lorenzo Santangelo, e il chitarrista americano David Grissom. Grande successo anche per Giulia Mei e Roberto Angelini, quest'ultimo con il violinista Rodrigo D'Erasmo nel progetto "Il dominio della luce".

Marcorè ha espresso ammirazione per la varietà e l'eterogeneità del cartellone, che ha saputo mescolare eccellenze e promesse della musica. Ha inoltre apprezzato l'innovazione di quest'anno, con appuntamenti musicali che si sono tenuti anche nei pomeriggi, animando le piazzette del centro storico di Albenga.

L'intervista ha permesso a Massimo Pacini di approfondire il lato musicale di Neri Marcorè, un'attività che l'attore porta avanti con passione da anni, affiancandola alla sua carriera di attore e regista pluripremiato. La sua presenza al "Su La Testa" ha ribadito ancora una volta la sua versatilità artistica e il suo amore per la canzone d'autore.







mercoledì 21 maggio 2025

Ricordo di Francesco Di Giacomo

foto di Andrea Ascolese


21 maggio

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano.

Wazza


Quando a metà del 1985 lasciai la EMI per entrare a far parte della CBS, ora Sony Music, ricordo che uno dei primi impegni fu a Saint Vincent per il disco per l'estate, programma tv, dove ero incaricato di ritirare un premio per conto di Sade e seguire la promozione del Banco (Banco del Mutuo Soccorso) - di cui faceva parte Francesco Di Giacomo, the Big Man, per dirla alla Canned Heat - che avevano come manager Gianni e Lina Marsili, due belle e colte persone.

Li affiancai per poco tempo, decisero di cambiare distribuzione, ma fu sufficiente per conoscere lo straordinario talento di Francesco Di Giacomo, il musicista preferito dal regista Federico Fellini, che lo coinvolse in ben quattro film, come attore.

Oggi sarebbe stata la sua festa. Auguri Gigante Gentile.

(Massimo Bonetti, discografico, scritto un 22 di agosto)

 



martedì 20 maggio 2025

Il ritratto di Ray Manzarek, di Gianni Sapia



Gianni Sapia ci aiuta a ricordare Ray Manzarek


Ray è morto, ormai da dodici anni... lunga vita a Ray! I sudditi del rock hanno pianto la morte di un altro leggendario cavaliere. Ray Manzarek è andato ad incontrare Jim per la seconda volta, dopo quella a Venice Beach, dove tutto ebbe inizio. Raccontare quello che è stato Ray Manzarek, i Doors, raccontare gli incredibili avvenimenti di quegli anni è un po’ come giocare a nascondino con la retorica, da cui è difficile sfuggire. Devo essere più furbo, devo distrarla. Mi nasconderò dietro i miei ricordi, per gettarle fumo negli occhi. 

Il mio primo disco dei Doors è stato Absolutely Live. Li avevo scoperti grazie a un mio cugino più grande di me, che, in una cassetta mista, tra Deep Purle, Eagles e Black Sabbath, aveva messo anche i Doors. La canzone ovviamente era Light My Fire ed era già Manzarek-mania, prima ancora di Morrison-mania. Perché se Jim era il personaggio, la follia del genio, il poeta, Ray era il musicista. Le universali note dell’inizio di Light My Fire mi avevano catturato e dovevo saperne di più. All’epoca pensavo che solo ascoltando un gruppo dal vivo avrei capito se mi piacevano davvero o se era solo un’infatuazione del momento. Poi ho scoperto che non è proprio così, che un conto e vedere un concerto e un altro e ascoltarlo e che solo mettendo insieme le due cose puoi sentirlo. Ma allora vivevo di convinzioni adolescenziali, madri di inevitabili delusioni e comprai il disco dal vivo. Che non fu affatto una delusione. Ce l’ho ancora, bello, nelle sue tonalità di viola e d’azzurro. È un doppio, di quelli che si aprono in due. Fronte e retro di copertina sono un’immagine unica. Si vede Jim in primo piano con i suoi pantaloni di pelle, dietro di lui un’ombra, è Robby. In mezzo, di spalle, John, e defilato sulla sinistra l’architetto del suono dei Doors, come lui stesso amava definirsi, Ray Manzarek, naturalmente durante un’esibizione assolutamente dal vivo. La puntina del mio giradischi imparò a memoria la strada tra i solchi di quei due elleppì. Da Who Do You Love a Soul Kitchen, passando per Close To You, cantata da Ray, non passava giorno in casa mia in cui non si sentisse l’inconfondibile suono del Vox Continental di Manzarek. Già, perché prima di imparare a conoscere e quindi innamorarmi dell’encefalica sensualità di Jim Morrison, mi innamorai della musica di Ray. 

Per la prima volta di un gruppo non adoravo il cantante o il chitarrista solista, amavo il tastierista. Quando poi scoprii che le parti di basso le faceva lui con un Rhodes Piano Bass poggiato sul top piatto dell’organo, allora l’amore diventò devozione e Ray Manzarek fu asceso al cielo, nel mio personale Olimpo degli dei della musica. La melodica ossessione di quel suono colmava tutti i miei sensi. Come una benefica droga scorreva attraverso i canali sanguigni del mio corpo raggiungendo muscoli, reni, polmoni, stomaco, fegato, cervello, cuore, lasciandomi ubriaco di bellezza. Un po’ come la Scimmia di Finardi, “un onda dolce di calore, quasi come nell’amore”. Le emozioni si rincorrevano come libellule, che volano sul filo dell’acqua di un fiume e tutto sembrava potesse accadere in quei momenti, in cui l’eccitazione aveva la meglio sulla ragione, il trascendentale sul reale, in cui il mondo dell’esperienza cessava di esistere per dar spazio al mondo della mia fantasia, per farmi volare tra gli universi esistenziali della mia mente. E tutto questo grazie al sapiente scorrere delle dita delle mani sui tasti bianchi e neri del suo organo, di quel ragazzo biondo, dalle spesse basette e dai grossi occhiali, che sembrava un essere mitologico quando sedeva dietro il suo strumento, metà uomo e metà tastiera. 
Immagine di Glauco Cartocci, grazie a C.M.Schulz che sicuramente avrebbe approvato

Penso a Riders On The Storm, a When The Music’s Over, The Crystal Ship, a Take It As It Comes, Love Street, a Queen Of The Highway e quant’altre ancora e penso a quanto fosse sconfinato il talento musicale di quell’uomo. E quanto capace dovesse essere nell’individuare il talento negli altri. Fu lui quel giorno, sulla spiaggia californiana, a riconoscere le smisurate doti di Jim Morrison mentre canticchiava imbarazzato Moonlight Drive e subito dopo dichiarava di non saperne un accidente di musica. Fu lui che di James Douglas Morrison fece Jim Morrison. O per lo meno fu lui che lo regalò al mondo. Non reclamò mai un posto in primo piano nella band, benché gli competesse, ma lasciò che fosse Jim a prendersi la scena. Non per umiltà, ma per semplice onestà intellettuale. Suonare con Jim Morrison era un privilegio. Attento, la retorica è sempre lì, ti vede. Certo. 

Dopo Absolutely Live dovevo avere gli altri dischi. C’era solo un piccolo problema, non avevo una lira! Allora iniziai a risparmiare sulla miscela, sulla merenda a scuola, sul flipper, ma dovevo comprare gli altri dischi dei Doors, dovevo sentire ancora il calore di quell’organo scorrere dentro di me. Arrivai a pensare di vendere i miei Roy Rogers, ma non ce ne fu bisogno, perché quella santa donna di mia nonna, buonanima, ogni tanto mi elargiva un paio di biglietti da diecimila, che più di una volta finivo per spendere in musica e quella volta li spesi per The Doors. Sulla copertina dominava il viso dionisiaco di Morrison, mentre gli altri tre restavano in secondo piano, ma sul retro, metà della faccia di Ray era proprio in primo piano! Contento come sa essere contento un bambino, misi il disco sul piatto del giradischi e con cautela appoggiai la puntina su di esso. L’eccitante gracchiare dei primi solchi vuoti fu improvvisamente interrotto dal ritmo di John, seguito subito dall’organo di Ray, la chitarra di Robby e poi Jim: “You know the day destroys the nigt/Night divides the day/Tried to run/Tried to hide/Break on through to the other side/ Break on through to the other side/ Break on through to the other side, yeah”.

Queste sono state le mie prime percezioni dei Doors, forse il primo gruppo che ho amato tanto da comprarmi anche dei poster, che ovviamente sono ancora oggi appesi alle pareti di casa mia. Gruppo che amo perché prima il rock e il blues, poi il resto. Gruppo che amo perché Jim Morrison non puoi non amarlo. Gruppo che amo perché le canzoni le firmavano The Doors, non Morrison/Manzarek o Morrison/Krieger. Gruppo che amo perché si coprivano le spalle, come una famiglia. Gruppo che amo perché The End è un capolavoro! Gruppo che amo perché in una settimana hanno fatto il loro primo disco. Gruppo che amo perché dopo quarant’anni il suono dei Doors è ancora il suono dei Doors. Gruppo che amo perché John Densmore e Robby Krieger sono dei grandi musicisti. Perché Jim Morrison era un genio assoluto. Gruppo che amo perché Ray Manzarek era una brava persona. Ray non c'è più, lunga vita a Ray!




domenica 18 maggio 2025

Fabio Rossi-"SANDY DENNY – La Regina del Folk Rock", commento di Andrea Pintelli

 


SANDY DENNY – La Regina del Folk Rock
di Fabio Rossi

Commento di Andrea Pintelli

 

L’amico scrittore romano Fabio Rossi ha fatto un grandissimo regalo a tanti appassionati di Musica vera, quella con l’emme maiuscola, realizzando un libro dedicato alla Regina del Folk Rock, ossia Sandy Denny. Il primo libro uscito in italiano su di lei, s’intende. Pubblicato lo scorso aprile da Il Cuscino di Stelle, esso va a coprire un vuoto editoriale che colpevolmente aveva, fin qui, escluso l’artista britannica dai radar del circuito letterario. 

Nata il 6 gennaio 1945 e deceduta il 21 aprile 1978 in seguito a una caduta dalle scale, Alexandra Elene McLean Denny, detta Sandy, è stata senza dubbio la miglior cantautrice di sempre del Regno Unito e una delle migliori di tutti i tempi a livello mondiale. Grazie a una sensibilità senza limiti, a un talento immenso, a una voce sognante e penetrante, ha composto canzoni che siedono nel gotha della Musica del Novecento. Purtroppo, proprio questa sua infinita sensibilità le condizionarono la vita, andando talvolta a intaccare negativamente il suo cammino nel campo dell’arte. Inutile e dannoso che spieghi qui il suo percorso, visto che lo farà questo sentito e ottimo libro, di cui Fabio mi ha pregiato di scriverne la prefazione. Il mio amore per Sandy risale a tantissimi anni fa, quando da ragazzino (intorno ai 13 anni) comprai “Liege and Lief” dei Fairport Convention, il disco-manifesto del Folk Rock, band di cui le fece parte. Da lì in poi, collezionai tutto ciò che riguardava il gruppo inventore di questo genere per quanto riguarda la Britannia, la stessa Sandy nella sua carriera al di fuori di questo “nido”, come pure ciò che i suoi membri rilasciarono come solisti o all’interno di altre formazioni. Insomma, il British Folk mi stregò fin dall’inizio. Quello che mi colpì maggiormente fu il flusso di emozioni che suscitarono in me molte delle composizioni di Sandy, andando a toccare corde interiori che finora nessun altro aveva nemmeno sfiorato (e assicuro che di Musica ne avevo fin lì “masticata” tantissima, di ogni genere). Late November, Solo, The Pond and the Stream, One More Chance, I’m A Dreamer, Who Knows Where The Time Goes, Nothing More, tanto per citarne alcune di clamorose, ebbero un effetto deflagrante su di me, andando ad aprire porte nel mio io più profondo. 


Sandy Denny fu (ed è) la chiave che mi permise di evolvere, in poche parole. Per chi non la conoscesse, quest’ottimo libro del bravissimo Fabio (già autore di diversi volumi oltremodo importanti dedicati a Rory Gallagher, Bathory, EL&P, ecc.) potrà avere una funzione determinante che permetterà di entrare a conoscenza di un pilastro della Musica tutta, sebbene qui in Italia sia sempre stata poco citata (ma si sa come girano le cose nel paese fatto a stivale…). Per chi la conoscesse già, esso sarà una piacevole lettura, perché non solo va a sbobinare la vita dell’artista e la sua preziosa (seppur troppo breve) carriera, ma riporta anche notizie di non facile raccolta. Il libro contiene un’interessante ed esauriente fascicolo fotografico sulla protagonista, nonché i testi di alcune sue canzoni con traduzione in italiano. Insomma, invito chiunque abbia un briciolo di curiosità e raffinatezza ad acquistare “Sandy Denny – La Regina del Folk Rock”: ne sarete soddisfatti. Abbracci diffusi.

 

 

Per contatti col sottoscritto:

andrea.pintelli@gmail.com






martedì 13 maggio 2025

CELESTE-“Anima Animus”-Commento di Andrea Pintelli

 

 

CELESTE - “Anima Animus”

di Andrea Pintelli

 

Celeste rilascia un nuovo capitolo della propria saga, Anima Animus, andando a riprendere, riarrangiare e ovviamente risuonare alcune fra le migliori composizioni solistiche di Ciro Perrino. La prolificità del suo leader, apparentemente senza confini, si eleva andando a riproporre in chiave attuale canzoni dimenticate o meno, siccome ad esse viene data nuova vita andando ad ampliarne il ventaglio dei loro significati. Questa si chiama importanza: sono motivi così intensi e profondi che hanno meritato l’accoglienza di Celeste. Un progetto assolutamente ambizioso e mirato, per dirla tutta. Andando nello specifico, vanno nominati gli album dai quali i brani presenti su “Anima Animus” arrivano, quindi: “Far East” del 1990 (Cosmic Carnival e El Mundo Perdido), “The Inner Garden” del 1992 (Lilith), “Moon In The Water” del 1994 (Roots And Leaves e Secret Crime), “De Rerum Natura” del 1997 (Anima Animus, De Rerum Natura e Moon And Cloud Dancing). Queste canzoni, insieme ad altre, erano state successivamente inserite in tre compilation a tema; un trittico dedicato alla ricerca interiore atta a migliorare la qualità della propria esistenza. Esse sono: “Energetic (playlist: music to find our own inner rhythm)”, ossia una raccolta di brani adatti a ripristinare un rinnovato equilibrio di energia psico-fisica, favorendone il movimento del corpo e il benessere dello spirito, nonché aiutando a trovare il proprio ritmo interiore - “Soothing Heart (playlist: music for relaxation)”, ossia una raccolta di brani che predispongono ad un ascolto interiore, alternando momenti di calma e lieve movimento, come il vento, la brezza, le onde del mare, per ristorare l’energia del cuore - “Inner Inspiration (playlist: music for meditation)”, raccolta di brani adatti a creare la giusta atmosfera per momenti di meditazione e rilassamento; consigliata a chi si dedica e pratica Reiki, Yoga, Meditazione e vuole canalizzare al meglio l’energia.

Anima Animus, traccia che ha anche dato il titolo a quest’opera, si presenta in maniera introspettiva (credo non potesse essere altrimenti) per poi virare verso lidi fiabeschi cari ai Celeste, dove la sinfonia d’insieme espone sé stessa ad alti livelli qualitativi veramente inusuali per l’ormai pressoché defunto panorama musicale italico. Grande prova dei fiati, che sul finale raccontano un mondo volutamente fantasioso. Roots and Leaves, dolcemente prog, ha ritmo piacevole e ammiccante, con mix di fiati e pianoforte a dettare la linea. Originale e figlia della seconda parte degli anni Settanta, trova un flauto che si fa stupendo nel saper colorare i chiaroscuri lasciati dalla melodia. Da volare e far volare. Cosmic Carnival rilassa donando rintocchi percussivi nati nella natura e per la natura. Il basso la fa da padrone a tessere le fila di questo non luogo, che resterà a lungo riparato dalle nefandezze d’oggigiorno, grazie a sorprendenti armonie che crescono e si sviluppano lungo la strada spirituale di ognuno di noi. Una carezza d’amore per il prossimo che Ciro ha saputo rendere viva sul pentagramma. De Rerum Natura, ossia “la natura delle cose” o “sulla natura”, è in origine un poema didascalico latino in esametri di genere epico-filosofico, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo a.C.

I Celeste lo interpretano come fosse il loro respiro, per regalare vita a chi lo ascolta. Non ha alcun genere di paragone o similitudine con altre bellezze in musica, ma ha solo e unicamente il coraggio nell’affrontare la grande sfida, vinta, di farne parafrasi in suoni. Elegiaca, con finale da brividi. Lilith, divenuta nell’Ottocento simbolo della libertà delle donne (pur avendo antiche origini leggendarie di negativi significati) tende la mano al mondo femminile per abbracciarne le motivazioni realistiche, portandone ancora una volta alla ribalta la sacrosanta lotta per l’emancipazione e i diritti troppo a lungo negati. Canzone dominata prima dalla voce di Ines Aliprandi e poi dal sax e dal flauto, è un piccolo gioiello che si fa sogno vivente. El Mundo Perdido è fatti di suoni d’ambientazione centro-sudamericana, e come suggerisce il titolo, narra di un qualcosa di estinto. Sebbene risvegli un messaggio di dolorosa attualità, riesce a suggerire all’ascoltatore una speranza per il futuro, recandone le giuste attenzioni a quello che ancora si ha a disposizione, da preservare, difendere e amare. Secret Crime è forse la più distante del lotto dalla filosofia dei Celeste, poiché è dal jazz che trae ispirazione. In ogni caso non un episodio distaccato dalla filosofia complessiva del disco, ma un capitolo che andava scritto e letto e suonato per globalità del messaggio finale. Voce, sezione ritmica e tastiere protagonisti indiscussi di questa cavalcata. Moon and Cloud Dancing, ultimo brano dell’album, è, per chi scrive, il suo apice. Un’ode alla vita vera. Tollerante coi sentimenti altrui, arricchisce secondo dopo secondo; nemica dell’ipocrisia, rende omaggio all’essenzialità, condannando il superfluo e l’inutile; evocativa di quanto di bello e sano possa ancora esistere; succosa come il frutto preferito di ciascuno di noi, essa invita a guardare la propria e l’altrui esistenza come unica, vera e possibile moneta fonte di benessere. Un’immensa prova di congiunzione artistica di anime pulite.

Oggettivamente “Anima Animus” è un disco da avere; se siete fra quelli che colgono da tempo questi messaggi, ne uscirete migliorati; se siete lontani anni luce da essi, farete grandi scoperte che vi aiuteranno nel tempo. Abbracci diffusi.   

 

Tracklist

Anima Animus 8’40”

Roots and Leaves 5’40”

Cosmic Carnival 6’59”

De Rerum Natura 9’03”

Lilith 6’32”

El Mundo Perdido 6’44”

Secret Crime 6’25”

Moon and Cloud Dancing 12’01”

Band:

Ciro Perrino - Mellotron, Eminent, Solina, Oberheim OBa, Minimoog, ARP 2600, EMS AKS, Percussion

Enzo Cioffi - Drums

Francesco Bertone - Electric Bass, Fretless Bass

Marco Moro - Flute, alto Flute, Bass Flute

Mauro Vero - Chitarre Acoustic and Electric Guitars

Guests:

Ines Aliprandi - Lead Singer

Marco Canepa - Pianoforte

Mirco Rebaudo - Soprano Sax, Alto Sax, Tenor Sax, Bariton Sax, Clarinet

Paolo Maffi - Soprano Sax, Alto Sax, Tenor Sax,

Enrico Allavena - Trombone, Bass Tuba

Davide Mocini - 12 Strings Guitar in “El Mundo Perdido” and “Cosmic Carnival”

Marco Fadda – Percussion

 

All tracks composed by Ciro Perrino

Graphics by Massimo Mazzeo

 

Le registrazioni si sono svolte tra gennaio e febbraio 2025 presso il Mazzi Studio di Borghetto S. Spirito con il Sound Engineer Alessandro Mazzitelli e sono proseguite da marzo ad aprile 2024 presso i Rosenhouse Studios di Vallecrosia con i Sound Engineer Alessio e Andy Senis. 

 

Sound Designer - Marco Canepa

 

Chi è interessato all’acquisto del disco, contatti direttamente Ciro Perrino alla mail ciroperrino1950@gmail.com; riceverà la copia autografata con dedica personalizzata. L’acquisto in digitale potrà essere fatto tramite Bandcamp (https://celeste4.bandcamp.com/album/celeste-anima-animus-2). Altre opere in digitale di Ciro Perrino possono essere trovate all’indirizzo: https://ciroperrino.bandcamp.com/

 

Per contatti col sottoscritto:

andrea.pintelli@gmail.com








sabato 10 maggio 2025

Massimo Pieretti – "The Next Dream", commento di Luca Paoli

 


Massimo Pieretti – The Next Dream

Di Luca Paoli

Un viaggio notturno tra sogno e realtà

 

Con The Next Dream, Massimo Pieretti firma un'opera che va ben oltre il concetto di “secondo album solista”: è un audace viaggio musicale e narrativo, un concept che si muove tra i territori del sogno e della coscienza, tra introspezione e denuncia sociale, rielaborando le forme del rock progressivo in chiave personale e contemporanea. È un piacere per me scrivere di un musicista che stimo profondamente, capace di dar vita a una musica che non solo esplora, ma sfida i confini del genere, trasportando l'ascoltatore in una dimensione sonora unica e intensa.

Già con l’esordio A New Beginning, Pieretti aveva mostrato una forte inclinazione alla costruzione di mondi sonori visionari, ma è in questo nuovo capitolo che la sua scrittura si fa più estrema e stratificata, abbracciando una tavolozza espressiva che spazia dal jazz-rock elettrico all’art rock, dal pop sinfonico al teatro musicale. Un “dark musical”, così lo definisce l’autore stesso, dove sogno e realtà si mescolano in un racconto simbolico e inquieto. Questo nuovo lavoro è, senza dubbio, una dimostrazione della crescita artistica di Pieretti, che in ogni nota riesce a trasformare il concetto di musica in una vera e propria esperienza sensoriale.

A partire dall’invocazione rinascimentale di “Come Heavy Sleep”, trasfigurata con spirito visionario, Pieretti compone un percorso coerente e stratificato. L’opera si articola come un “dark musical”, in cui il protagonista (immaginario, ma potenzialmente ciascuno di noi) attraversa stanze oniriche abitate da creature ambigue e simboliche.

Creatures of the Night” si divide in due momenti distinti, entrambi fondamentali per l'equilibrio narrativo del concept.

Part 1 è quasi una soglia onirica: la voce profonda e magnetica di Germana Noage introduce l’ascoltatore in un mondo sospeso tra il reale e il surreale, mentre la chitarra di Simone Cozzetto firma un solo elegante, capace di evocare tensione e mistero senza mai cedere all’enfasi.

Part 2, affidata alla voce intensa di Laura Piazzai, prosegue il viaggio interiore con una sensibilità diversa, più lirica e riflessiva. La chitarra qui si fa più atmosferica, avvicinandosi con naturalezza a certe suggestioni floydiane, amplificando il senso di spaesamento e introspezione che attraversa l’intera suite.

Il cast coinvolto è da capogiro e contribuisce in modo decisivo alla ricchezza timbrica e alla varietà espressiva dell’album: voci intense come quelle di Claudio Milano, Laura Piazzai, l’eleganza del violino di Lisa Green, il flauto di John Hackett, il chapman Stick di Gabriele Pala, la batteria policroma di Mattias Olsson (Anglagard), fino al basso di Tom Hyatt (già negli Echolyn). Tutto è orchestrato con misura e con quella “cura per gli arrangiamenti e le armonie (a)tipiche” che l’autore stesso rivendica come cifra del proprio suono.

Brani come “Get in Line” o “The Chinese Witch” introducono riflessioni tutt’altro che scontate sull’educazione, la società e le percezioni culturali.

Tra i momenti più toccanti dell’album spicca “I Dreamed Of Flying”, una riflessione sul dolore della guerra e sul bisogno universale di speranza. Il testo nasce da una scrittura della sorella di Massimo, Patrizia, ed è stato successivamente rielaborato da lui insieme a Gianluca Del Torto. Il brano si distingue per la delicatezza dell’arrangiamento, che mette in risalto la dimensione emotiva e intima di una canzone che ha il respiro di un inno personale contro ogni forma di violenza. A dare voce a questo potente messaggio sono Michael Trew nella parte principale e Amy Breathe come voce di supporto, offrendo un’interpretazione che amplifica la forza evocativa del testo.

C'è spazio anche per momenti più intimi e riflessivi, come in “Alone” (con la voce di Lorenzo Cortoni) e “The First Time We Met” (con la voce di Michael Trew) dove la dimensione autobiografica si mescola alla rappresentazione dell’umano comune.

La title track finale, “The Next Dream”, è una mini-suite di otto minuti che segna l’inizio di una nuova collaborazione con il talentuoso chitarrista e cantautore britannico Dominic Sanderson. Il brano, quasi interamente strumentale, raccoglie e rilancia i temi musicali dell’intero lavoro, tra virtuosismi controllati, sezioni in progressione e richiami ai grandi maestri del prog anni '70, da Peter Gabriel ai primi Genesis, dai Pink Floyd ai Rush. Una composizione che riassume e sublima la poetica di Massimo Pieretti: evocativa, inquieta, libera.

Il CD include una traccia aggiuntiva rispetto alla versione in vinile: una versione acustica particolarmente delicata di “I Dreamed Of Flying”, che si conferma una delle gemme più notevoli dell'intero album.

The Next Dream è un disco che sfugge a ogni catalogazione facile. È rock progressivo, ma anche teatro sonoro, critica culturale, poesia musicale. È il sogno successivo che ognuno dovrebbe ascoltare, almeno una volta, con le cuffie nelle orecchie e gli occhi chiusi.

The Next Dream sarà disponibile a partire da venerdì 16 maggio, con la pubblicazione della title track come primo singolo.












venerdì 9 maggio 2025

Intervista a Marian Trapassi- Nuotare controcorrente non mi spaventa

 

Dal 15 maggio 2025 disponibile su tutte le piattaforme digitali “Rosa”, il nuovo singolo di Marian Trapassi, che anticipa l’uscita- prevista in autunno- del nuovo album della cantautrice


Il singolo, testo e musica di Marian Trapassi, è stato arrangiato da Lele Battista e Paolo Iafelice, che ne firma la produzione per Adesiva Discografica.

Già contenuto nell’album “Marian Trapassi” del 2004, Rosaviene ora proposto in una nuova veste sonora e con un testo parzialmente rivisto.

In “Rosa” - dilatate sospensioni e ripartenze- la vocalità speziata di Marian Trapassi sembra disegnare quasi una grammatica del cambiamento in musica. Suggestioni trip-hop, canzone d’autore e impronta catchy si incontrano in un brano minimale, sofisticato e dal forte potere evocativo.


Mat2020 ha incontrato la cantautrice...


Il singolo “Rosa” esce in una veste nuova rispetto a quella originaria, contenuta nell’album “Marian Trapassi” del 2004… a livello di arrangiamenti e di testi questa nuova versione, attualmente, la rispecchia maggiormente?

Le canzoni sono parte della vita, riprendere questo brano è stato come aprire un cassetto e trovare una vecchia foto un po’ impolverata. L’ho ripresa e messa in una cornice nuova per mostrarla adesso come nuova. Per farlo- inevitabilmente- ho dovuto adattarla a come mi sento adesso, a quello che mi fa piacere sperimentare musicalmente e a quello che voglio comunicare in questo momento. Complici di questa operazione il bel lavoro di arrangiamento di Lele Battista e Paolo Iafelice, a cui ho affidato la produzione artistica, e l’uso di suoni più elettronici e atmosfere più rarefatte.

L’essenzialità testuale della nuova versione di “Rosa” vuole essere anche un invito al silenzio in tempi di- troppe- parole?

Un po’ sì, oggi c’è poco spazio per le pause nelle canzoni, e si tende a mettere un sacco di parole nei testi. Per citare Brunori “vorrei cantare senza parole, senza mentire”, riuscire con l’essenziale a dare un’emozione. Ma questa forse è una mia personale esigenza e forse il mondo va da un’altra parte, la gente ha bisogno di riempire i vuoti… io di trovare quei vuoti e tuffarmici; nuotare controcorrente non mi spaventa.

Cosa possiamo aspettarci dal nuovo album di prossima uscita, a livello di sonorità e di temi? Ci vuole dare una piccola anticipazione?

Sono partita dal titolo e lo sto componendo dall’idea del 6, intanto perché sarà il mio sesto album… ma “sei” è inteso anche come “essere”, più precisamente essere coerente con me stessa. “Rosa”, il primo singolo, è il punto di partenza che raccorda quello che è venuto prima e che fa ancora parte di me, e il futuro. Sono ancora in cammino nella scelta dei brani ed è possibile che arrivi qualche altro brano a definire meglio l’idea di tutto il disco. Come sonorità resterò su suggestioni elettroniche e rarefatte ma non mancheranno momenti più acustici e varie contaminazioni sonore.

Dal 2019, con la rassegna Because the Night-La notte delle cantautrici, accende i fari sul cantautorato femminile indipendente. È arrivato il momento di ri-puntare i riflettori anche su Marian Trapassi, come cantautrice e artista a tutto tondo?

In realtà le due cose possono andare di pari passo, dedicarmi alla rassegna “Because the Night” mi ha dato molto in questi anni e mi ha fatto piacere aver contribuito a creare uno spazio per il cantautorato femminile. Il mio lavoro personale di cantautrice richiede molto impegno e concentrazione e forse sì, è arrivato anche il momento per me di dedicarmi a me stessa.

Sogno verde, Bianco, Rosa…un tocco cromatico è sempre presente nei titoli dei suoi lavori?

Mi piace giocare con i colori anche per quello che rappresentano, il loro significato simbolico e metaforico mi aiuta quando voglio evocare un concetto. Forse dipende molto anche dai miei studi artistici e dall’interesse che ho per questa forma d’arte e involontariamente lego i due linguaggi, visivo e musicale, fra loro, cercando spesso delle connessioni.

Lei è milanese d’adozione, cosa le manca e cosa invece non le manca della Sicilia, la sua terra di origine?

Chiunque lasci la propria terra si porta dietro una qualche dose di nostalgia, mi mancano soprattutto la gente, gli amici cari e il mare. Quello che non mi manca è un vivere caotico e complicato in una città come la mia. Ma questa è un’altra storia