L'album A quiet day,di Vincenzo
Greco(Dialettica
Label-Tunecore-La Stanza Nascosta Records), in arte Evocante, è l’ultimo tassello-in ordine di
tempo-di un mosaico musicale, videonarrativo e saggistico che ha come core la
critica ragionata del moderno e delle storture dell’iperconsumismo capitalista,
tanto cara all’autore.
A quiet day sembra fare, naturalmente, seguito a
quel Finale aperto che conclude solo temporaneamente “All’improvviso.
Canzoni lievi” (Dialettica Label/Tunecore/La Stanza nascosta Records).
Sei parti per il racconto, volutamente senza
parole, di una giornata: dall’agognato sorgere del sole all’atmosfera sospesa
della mattina, dall’operosità del mezzogiorno all’inquietudine del pomeriggio,
fino all’ineluttabilità maestosa del tramonto e ai timori notturni.
Un affresco sonoro di rara icasticità, capace
di suggerire emozioni, profumi, colori e di riconnetterci con il nostro io più
profondo in un benefico affrancamento dalle parole.
Sperimentazione e sensibilità si uniscono in
un lavoro vicino alle sonorità della musica classica-con qualche piccola
sterzata elettronica-e che sembra recare un marchio di classicità nel senso
più alto del termine, quello di limpidezza e universalità.
1955– Per la prima volta
in cima alla prestigiosa classifica Billboard R&B Chart: lui si chiama Ray Charlese la
sua hit I Got a Woman, una sorta di blues al passo ritmico del
country, insomma una buona miscela che possa piacere al tanto variegato, quanto
diviso, popolo giovanile americano. È il 7 maggio del 1955 e questa canzone ne
ha fatto di strada: incisa nel novembre del 1954 presso gli studi dell’Atlantic
di Atlanta, con l’inizio del nuovo anno il brano cominciò a scalare l’hit
parade, conquistando la vetta dopo cinque mesi. Pezzo forte della playlist di
Charles, il cantante la stava rodando da più di un anno durante le sue apparizioni
live. Dopo di lui, coverizzarono I Got a Woman Elvis Presley, i Beatles
e il francese Johnny Hallyday.
1965 – Come nasce una canzone e che canzone. Qui
parliamo di Satisfaction dei Rolling
Stones: quel riff – che rivoluzionò irrimediabilmente la storia del
rock – pare sia nato in circostanze piuttosto nebulose. Keith Richards registrò
una versione grezza del riff su un registratore a cassette Philips. Non aveva
idea di averla scritta o meglio… diciamo che si fosse dimenticato parecchi
dettagli della serata precedente. Poi, la mattina successiva, ascoltando la
registrazione, si accorse che c'erano circa due minuti di chitarra acustica,
poi si sentiva cadere il plettro e quaranta minuti di un inedito Richards
roncopatico. Insomma, quando si dice cadere tra le braccia di Morfeo (una
“camomilla” troppo forte?). Sulla location di questo episodio, esistono diverse
versioni: una stanza d’albergo al Fort Harrison Hotel a Clearwater in Florida, oppure
una casa a Chelsea o il London Hilton, benché Richards insista sul fatto che
l’epifania sonora avvenne nel suo appartamento di Carlton Hill, a St. John's
Wood. Comunque sia andata, una data e un luogo certi ci sono per quanto
concerne la prima incisione di Satisfaction: era il 10 maggio del 1965
presso i Chess Studios di Chicago.
1975 – 18 maggio 1975 esce in edicola il n. 18 di
“Ciao 2001” e in copertina c’è Rick Wakeman;
sfogliando, però, il nostro occhio viene catturato a pagina 43 da una novità
discografica che si riferisce all’esplosivo esordio dei Napoli Centrale(la
recensione al disco era di Giorgio Rivieccio). Siamo nella Napoli di metà anni
Settanta tra la pausa degli Osanna e la “nascita” musicale di Pino Daniele; in
mezzo i Napoli Centrale sono quasi un ideale elemento di continuità che, a dire
il vero, parte da molto lontano. I due fondatori James Senese e Franco Del
Prete provengono dagli Showmen (che tanto successo ebbero alla fine degli anni
Sessanta), mentre l’inglese Tony Walmsley e l’americano Mark Harris arrivavano
da Il Rovescio della Medaglia (senza essere peraltro mai entrati in studio).
L’album omonimo, pubblicato da Ricordi, è una mirabile fusione di verità
etnofoniche partenopee e jazz-rock d’oltreoceano; la loro Napoli non è quella
che esce dalle cartoline ma è un’occasione di denuncia sociale e civile, quasi
in sintonia con un altro lavoro coevo ovvero El Tor dei Città Frontale
(spin-off degli Osanna).
1985 – I Dire Straitsil 17 maggio pubblicano il loro quinto album in
studio, Brothers in Arms. L’album riscuote un enorme successo, in parte
grazie all’eccezionale qualità del suono; causa di ciò il fatto che è stato
registrato interamente in formato digitale, anziché con il tradizionale nastro
magnetico analogico. Per tale motivo l’album incentiva gli appassionati di
musica a compiere un salto tecnologico dal vinile al compact disc, visto che Brothers
in Arms sarà il primo album a vendere più copie su CD rispetto a quelle su
disco. Non solo: diverrà l’album più venduto degli anni ’80 nel Regno Unito.
Al di là dell’appeal tecnologico, Brothers
in Arms reca in sé una serie di successi tali da incrementare la popolarità
della band di Mark Knopfler: pensiamo a Money for Nothing (con Sting), So
Far Away, Walk of Life oltre alla title track. Sul solco delle
innovazioni, merita menzione pure il videoclip di Money for Nothing, uno
dei primi realizzati con grafica animata computerizzata (CGI).
1995 – Esce Stanley Road,
terzo album di Paul Weller, e, in
quattro e quattro otto, l’opera arriva al vertice della classifica britannica
degli album più venduti. Al di là del consenso “pop”, la qualità compositiva di
Weller si avverte canzone dopo canzone: sa fondere con sintesi i suoi due amori
primigeni (il rock e il soul), guarda alla tradizione però anche alla
contemporaneità e ciò è provato dagli ospiti (c’è Steve Winwood, ma pure Liam
Gallagher degli Oasis). Spunti vintage ben evidenti sulla copertina, il cui
collage è opera di Peter Blake, uno dei designer che stavano dietro all’artwork
di Sergeant Pepper dei Beatles. Tra le canzoni, svettano
l’hit The Changingman con quel riff arpeggiato all’inizio così
simile a quello di 10538 Overture degli ELO, la smagliante
black song Broken Stones e la suggestiva ballad da pelle
d’oca You Do Something to Me.
Compie gli anni oggi, 27
maggio, John De Leo, pseudonimo di Massimo
De Leonardis, cantante e compositore.
Per un breve periodo
ha fatto parte come "special guest" del Banco del Mutuo Soccorso.
Oltre al concertone del 6 dicembre 2014, ha cantato con la nuova
formazione-allargata nei primi mesi del 2015.
Ex Quintorigo, ha
iniziato una brillante carriera solista, e ha collaborato con molti artisti.
Happy Birthday John!
Wazza
A
Musicultura-20 giugno 2015
Sferisterio
di Macerata
Roma 6
dicembre 2014
Il Banco del
Mutuo Soccorso torna in scena con una nuova formazione... Vittorio Nocenzi, Maurizio
Solieri, John De Leo, Giacomo Voli, Margary Signorino, Rodolfo Maltese, Tiziano
Ricci, Filippo Margheggiani, Nicola Di Già, Arnaldo Vacca, Vito Sardo, Andrea
Priola, Stefano Monastra.
Biografia
John De Leo,
pseudonimo di Massimo De Leonardis (Lugo, 27 maggio 1970), è un cantante e
compositore italiano.
De Leo ha esordito nel
mondo della musica negli anni Novanta, fondando i Quintorigo insieme ai
fratelli Andrea e Gionata Costa, Stefano Ricci e Valentino Bianchi. Con tale
formazione, De Leo ha inciso gli album Rospo (1999), Grigio (2001) e In
cattività (2003), dopodiché ha lasciato il gruppo durante il 2004.
Firmato un contratto
con la Carosello Records, il 9 novembre 2007 il cantante ha pubblicato l'album
di debutto Vago svanendo, da lui prodotto insieme a Loris Ceroni. Il disco,
anticipato a ottobre dal singolo Bambino marrone, è stato presentato dal vivo
nel corso di numerose manifestazioni, tra cui il Festival Eurosonic 2008 al
Grand Theatre Up di Groningen (Paesi Bassi), la Milanesiana 2008, il Blue Note
di Milano, il XX Festival di Villa Arconati, la Casa del jazz di Roma e
l'Italia Wave Love Festival 2008; l'album ha inoltre vinto il Premio della
Critica della rivista Musica e dischi. Nello stesso anno incide inoltre Kaleido
con Gianluca Petrella e Indigo 4, mentre nel 2009 è uscito Progressivamente con
l'ensemble di Roberto Gatto, album allegato a L'Espresso n°22. In allegato alla
ventottesima rivista quadrimestrale Panta (Bompiani, 2009) è uscito il DVD
Zolfo, spettacolo di De Leo costruito su testi di Leonardo Sciascia.
Nel 2010 ha preso
parte alla raccolta tributo a Fabrizio De André Canti randagi 2 insieme a
Bevano Est e partecipa all'album di Stefano Ianne Piano Car, in cui De Leo
duetta con Trilok Gurtu al brano Too Bright. L'anno successivo De Leo è stato
invitato da Stewart Copeland per il suo tour Strange Things Happen 2011.
Il 7 ottobre 2014 esce
il secondo album, Il grande Abarasse, promosso da un tour partito a Salerno il
15 novembre che ha visto De Leo affiancato dalla Grande Abarasse Orchestra
(Dimitri Sillato, Valeria Sturba, Paolo Baldani, Beppe Scardino, Piero Bittolo
Bon, Fabrizio Tarroni, Silvia Valtieri, Franco Naddei).
Nel 2017 ha
collaborato con il rapper Caparezza ai brani Prosopagnosia e Minimoog, entrambi
contenuti nell'album Prisoner 709, e nello stesso anno ha realizzato l'album
Sento doppio insieme al pianista Fabrizio Puglisi, pubblicato dalla Carosello
Records il 6 ottobre.
Collaborazioni
Collaboratore e
promotore di innumerevoli progetti artistici non strettamente a carattere
musicale dagli anni novanta ad oggi ha collaborato con: Rita Marcotulli, Teresa
De Sio e Metissage, Ambrogio Sparagna, Paolo Damiani, Stefano Benni, Gian
Ruggero Manzoni, Banco del Mutuo Soccorso, Carlo Lucarelli, Stefano Bollani,
Paolo Fresu, Danilo Rea, Furio Di Castri, Roberto Gatto, Franco Battiato,
Enrico Rava, Carmen Consoli, Mederic Collignon, Ivano Fossati, Antonello Salis,
Alterego e Louis Andriessen, Nguyen Le, Gianluca Petrella, Gianluigi Trovesi,
Alessandro Bergonzoni, Maurizio Gianmarco, Fabrizio Bosso, Trilok Gurtu,
Stewart Copeland, Uri Caine e Caparezza.
Per il Teatro ha
presentato alcuni spettacoli multimediali tra musica, recitazione e
video-installazione in rassegne internazionali: “Intersezioni Virali” con Gian
Ruggero Manzoni, "Monsters" con Danilo Rea (Festival Internazionale
di Roccella Jonica '04), "Village Vanguard Lives" con Paolo Fresu
(ventennale del P. Fresu Quintet - Teatro Filarmonico di Verona),
"Reietto" e "Scrittori italiani" (Romaeuropa Festival '07)
con Stefano Benni, "Centurie" con Lietta Manganelli (Festival della
Letteratura di Mantova '07), “Zolfo” (La Milanesiana Festival 2009) in collaborazione
con Elisabetta Sgarbi e Matteo Collura.
Discografia
Da
solista
2007 – Vago
svanendo
2014 – Il
grande Abarasse
2017 – Sento
doppio (con Fabrizio Puglisi)
Con i
Quintorigo
1999 – Rospo
2001 –
Grigio
2003 – In
cattività
Collaborazioni
2007 –
Gianluca Petrella Indigo 4 feat. John De Leo - Kaleido (EMI)
2013 –
Gianluca Petrella Il Bidone feat. John De Leo - Omaggio a Nino Rota (Spacebone)
2009 –
Roberto Gatto feat. John De Leo - Progressivamente (L'Espresso)
2017 –
Caparezza feat. John De Leo - Prosopagnosia
Massimo Pacini di Radio Jasper ha avuto l'opportunità di
intervistare Neri Marcorèalcuni giorni fa, subito dopo la sua apprezzata
esibizione al festival "Su La Testa" di Albenga.
L'attore e musicista ha raccontato l'esperienza del festival,
giunto quest'anno alla sua diciassettesima edizione, un evento che si è svolto
il 15, 16 e 17 maggio e che ha offerto un ricco programma di musica, mostre,
incontri e teatro.
Marcorè, che ha concluso la serata finale di sabato 17
maggio, ha condiviso la sua soddisfazione per la partecipazione al
festival. La sua esibizione musicale, incentrata sulla riproposizione della
migliore canzone d'autore, si è rivelata un "happy ending"
coinvolgente per l'intera manifestazione. L'artista ha sottolineato il suo
legame con il festival, avendo collaborato nel corso degli anni con diversi
amici di "Su La Testa", tra cui Giua, gli Gnu Quartet e lo stesso
Lorenzo Santangelo, presente anche in questa edizione.
Il festival, noto per aver lanciato artisti del calibro di
Zibba, Levante e Raphael Gualazzi, ha confermato la sua capacità di individuare
talenti emergenti, affiancandoli a nomi affermati del panorama musicale
italiano e internazionale. Oltre a Marcorè, si sono esibiti sul palco del
Teatro Ambra artisti come i Nylon, Anna Carol con il suo nuovo album
"Principianti", Lorenzo Santangelo, e il chitarrista americano David
Grissom. Grande successo anche per Giulia Mei e Roberto Angelini, quest'ultimo
con il violinista Rodrigo D'Erasmo nel progetto "Il dominio della
luce".
Marcorè ha espresso ammirazione per la varietà e
l'eterogeneità del cartellone, che ha saputo mescolare eccellenze e promesse
della musica. Ha inoltre apprezzato l'innovazione di quest'anno, con
appuntamenti musicali che si sono tenuti anche nei pomeriggi, animando le
piazzette del centro storico di Albenga.
L'intervista ha permesso a Massimo Pacini di approfondire il
lato musicale di Neri Marcorè, un'attività che l'attore porta avanti con
passione da anni, affiancandola alla sua carriera di attore e regista
pluripremiato. La sua presenza al "Su La Testa" ha ribadito ancora
una volta la sua versatilità artistica e il suo amore per la canzone d'autore.
Quando a metà del 1985 lasciai la EMI
per entrare a far parte della CBS, ora Sony Music, ricordo che uno dei primi
impegni fu a Saint Vincent per il disco per l'estate, programma tv, dove ero
incaricato di ritirare un premio per conto di Sade e seguire la promozione del
Banco (Banco del Mutuo Soccorso) - di cui faceva parte Francesco Di Giacomo,
the Big Man, per dirla alla Canned Heat - che avevano come manager Gianni e
Lina Marsili, due belle e colte persone.
Li affiancai per poco tempo, decisero
di cambiare distribuzione, ma fu sufficiente per conoscere lo straordinario
talento di Francesco Di Giacomo, il musicista preferito dal regista Federico
Fellini, che lo coinvolse in ben quattro film, come attore.
Oggi sarebbe stata la sua festa.
Auguri Gigante Gentile.
(Massimo Bonetti, discografico, scritto un 22 di agosto)
Ray è morto, ormai da dodici anni... lunga vita a Ray! I sudditi del rock hanno pianto la
morte di un altro leggendario cavaliere. Ray Manzarek è andato ad incontrare Jim per la
seconda volta, dopo quella a Venice Beach, dove tutto ebbe inizio. Raccontare
quello che è stato Ray Manzarek, i Doors,
raccontare gli incredibili avvenimenti di quegli anni è un po’ come giocare a
nascondino con la retorica, da cui è difficile sfuggire. Devo essere più furbo,
devo distrarla. Mi nasconderò dietro i miei ricordi, per gettarle fumo negli occhi. Il mio primo disco dei Doors è stato Absolutely Live. Li avevo scoperti
grazie a un mio cugino più grande di me, che, in una cassetta mista, tra Deep Purle, Eagles e Black Sabbath,
aveva messo anche i Doors. La canzone
ovviamente era Light My Fire ed era
già Manzarek-mania, prima ancora di Morrison-mania. Perché se Jim era il
personaggio, la follia del genio, il poeta, Ray era il musicista. Le universali
note dell’inizio di Light My Fire mi
avevano catturato e dovevo saperne di più. All’epoca pensavo che solo
ascoltando un gruppo dal vivo avrei capito se mi piacevano davvero o se era
solo un’infatuazione del momento. Poi ho scoperto che non è proprio così, che
un conto e vedere un concerto e un
altro e ascoltarlo e che solo
mettendo insieme le due cose puoi sentirlo.
Ma allora vivevo di convinzioni adolescenziali, madri di inevitabili delusioni
e comprai il disco dal vivo. Che non fu affatto una delusione. Ce l’ho ancora,
bello, nelle sue tonalità di viola e d’azzurro. È un doppio, di quelli che si
aprono in due. Fronte e retro di copertina sono un’immagine unica. Si vede Jim
in primo piano con i suoi pantaloni di pelle, dietro di lui un’ombra, è Robby.
In mezzo, di spalle, John, e defilato sulla sinistra l’architetto del suono dei
Doors, come lui stesso amava
definirsi, Ray Manzarek, naturalmente durante un’esibizione assolutamente dal
vivo. La puntina del mio giradischi imparò a memoria la strada tra i solchi di
quei due elleppì. Da Who Do You Love
a Soul Kitchen, passando per Close To You, cantata da Ray, non
passava giorno in casa mia in cui non si sentisse l’inconfondibile suono del
Vox Continental di Manzarek. Già, perché prima di imparare a conoscere e quindi
innamorarmi dell’encefalica sensualità di Jim Morrison, mi innamorai della
musica di Ray. Per la prima volta di un gruppo non adoravo il cantante o il
chitarrista solista, amavo il tastierista. Quando poi scoprii che le parti di
basso le faceva lui con un Rhodes Piano Bass poggiato sul top piatto
dell’organo, allora l’amore diventò devozione e Ray Manzarek fu asceso al
cielo, nel mio personale Olimpo degli dei della musica. La melodica ossessione
di quel suono colmava tutti i miei sensi. Come una benefica droga scorreva
attraverso i canali sanguigni del mio corpo raggiungendo muscoli, reni, polmoni,
stomaco, fegato, cervello, cuore, lasciandomi ubriaco di bellezza. Un po’ come
la Scimmia di Finardi, “un onda dolce di calore, quasi come
nell’amore”. Le emozioni si rincorrevano come libellule, che volano sul
filo dell’acqua di un fiume e tutto sembrava potesse accadere in quei momenti,
in cui l’eccitazione aveva la meglio sulla ragione, il trascendentale sul
reale, in cui il mondo dell’esperienza cessava di esistere per dar spazio al
mondo della mia fantasia, per farmi volare tra gli universi esistenziali della
mia mente. E tutto questo grazie al sapiente scorrere delle dita delle mani sui
tasti bianchi e neri del suo organo, di quel ragazzo biondo, dalle spesse
basette e dai grossi occhiali, che sembrava un essere mitologico quando sedeva
dietro il suo strumento, metà uomo e metà tastiera.
Immagine di Glauco Cartocci, grazie a
C.M.Schulz che sicuramente avrebbe approvato
Penso a Riders On The Storm, a When The Music’s Over, The Crystal Ship, a Take It As It Comes, Love
Street, a Queen Of The Highway e
quant’altre ancora e penso a quanto fosse sconfinato il talento musicale di
quell’uomo. E quanto
capace dovesse essere nell’individuare il talento negli altri. Fu lui quel
giorno, sulla spiaggia californiana, a riconoscere le smisurate doti di Jim
Morrison mentre canticchiava imbarazzato Moonlight
Drive e subito dopo dichiarava di non saperne un accidente di musica. Fu
lui che di James Douglas Morrison fece Jim Morrison. O per lo meno fu lui che
lo regalò al mondo. Non reclamò mai un posto in primo piano nella band, benché
gli competesse, ma lasciò che fosse Jim a prendersi la scena. Non per umiltà,
ma per semplice onestà intellettuale. Suonare con Jim Morrison era un
privilegio. Attento, la retorica è sempre lì, ti vede. Certo. Dopo Absolutely Live dovevo avere gli altri
dischi. C’era solo un piccolo problema, non avevo una lira! Allora iniziai a
risparmiare sulla miscela, sulla merenda a scuola, sul flipper, ma dovevo
comprare gli altri dischi dei Doors, dovevo sentire ancora il calore di
quell’organo scorrere dentro di me. Arrivai a pensare di vendere i miei Roy
Rogers, ma non ce ne fu bisogno, perché quella santa donna di mia nonna,
buonanima, ogni tanto mi elargiva un paio di biglietti da diecimila, che più di
una volta finivo per spendere in musica e quella volta li spesi per The Doors. Sulla copertina dominava il
viso dionisiaco di Morrison, mentre gli altri tre restavano in secondo piano,
ma sul retro, metà della faccia di Ray era proprio in primo piano! Contento
come sa essere contento un bambino, misi il disco sul piatto del giradischi e
con cautela appoggiai la puntina su di esso. L’eccitante
gracchiare dei primi solchi vuoti fu improvvisamente interrotto dal ritmo di
John, seguito subito dall’organo di Ray, la chitarra di Robby e poi Jim: “You know the day destroys the nigt/Night
divides the day/Tried to run/Tried to hide/Break on through to the other side/
Break on through to the other side/ Break on through to the other side, yeah”. Queste sono state le mie
prime percezioni dei Doors, forse il primo gruppo che ho amato tanto da
comprarmi anche dei poster, che ovviamente sono ancora oggi appesi alle pareti
di casa mia. Gruppo che amo perché prima il rock e il blues, poi il resto.
Gruppo che amo perché Jim Morrison non puoi non amarlo. Gruppo che amo perché
le canzoni le firmavano The Doors,
non Morrison/Manzarek o Morrison/Krieger. Gruppo che amo perché
si coprivano le spalle, come una famiglia. Gruppo che amo perché The End è un capolavoro! Gruppo che amo
perché in una settimana hanno fatto il
loro primo disco. Gruppo che amo perché dopo quarant’anni il suono dei Doors è ancora il suono dei Doors. Gruppo che amo perché John
Densmore e Robby Krieger sono dei grandi musicisti. Perché Jim Morrison era un
genio assoluto. Gruppo che amo perché Ray Manzarek era una brava persona. Ray non c'è più, lunga vita a Ray!
SANDY DENNY – La
Regina del Folk Rock
di Fabio Rossi
Commento di Andrea
Pintelli
L’amico scrittore romano Fabio Rossi ha fatto un grandissimo regalo a tanti
appassionati di Musica vera, quella con l’emme maiuscola, realizzando un libro
dedicato alla Regina del Folk Rock, ossia Sandy
Denny. Il primo libro uscito in italiano su di lei, s’intende.
Pubblicato lo scorso aprile da Il Cuscino di Stelle, esso va a coprire
un vuoto editoriale che colpevolmente aveva, fin qui, escluso l’artista
britannica dai radar del circuito letterario.
Nata il 6 gennaio 1945 e deceduta
il 21 aprile 1978 in seguito a una caduta dalle scale, Alexandra Elene McLean
Denny, detta Sandy, è stata senza dubbio la miglior cantautrice di sempre del
Regno Unito e una delle migliori di tutti i tempi a livello mondiale. Grazie a
una sensibilità senza limiti, a un talento immenso, a una voce sognante e
penetrante, ha composto canzoni che siedono nel gotha della Musica del
Novecento. Purtroppo, proprio questa sua infinita sensibilità le condizionarono
la vita, andando talvolta a intaccare negativamente il suo cammino nel campo
dell’arte. Inutile e dannoso che spieghi qui il suo percorso, visto che lo farà
questo sentito e ottimo libro, di cui Fabio mi ha pregiato di scriverne la
prefazione. Il mio amore per Sandy risale a tantissimi anni fa, quando da ragazzino
(intorno ai 13 anni) comprai “Liege and Lief” dei Fairport
Convention, il disco-manifesto del Folk Rock, band di cui le fece parte. Da lì
in poi, collezionai tutto ciò che riguardava il gruppo inventore di questo
genere per quanto riguarda la Britannia, la stessa Sandy nella sua carriera al
di fuori di questo “nido”, come pure ciò che i suoi membri rilasciarono come
solisti o all’interno di altre formazioni. Insomma, il British Folk mi stregò
fin dall’inizio. Quello che mi colpì maggiormente fu il flusso di emozioni che
suscitarono in me molte delle composizioni di Sandy, andando a toccare corde
interiori che finora nessun altro aveva nemmeno sfiorato (e assicuro che di
Musica ne avevo fin lì “masticata” tantissima, di ogni genere). Late November, Solo, The Pond and the Stream, One More Chance, I’m A Dreamer, Who Knows Where The Time Goes, Nothing More, tanto per citarne alcune di clamorose, ebbero un effetto deflagrante
su di me, andando ad aprire porte nel mio io più profondo.
Sandy Denny fu (ed
è) la chiave che mi permise di evolvere, in poche parole. Per chi non la conoscesse,
quest’ottimo libro del bravissimo Fabio (già autore di diversi volumi oltremodo
importanti dedicati a Rory Gallagher, Bathory, EL&P, ecc.) potrà avere una
funzione determinante che permetterà di entrare a conoscenza di un pilastro
della Musica tutta, sebbene qui in Italia sia sempre stata poco citata (ma si
sa come girano le cose nel paese fatto a stivale…). Per chi la conoscesse già,
esso sarà una piacevole lettura, perché non solo va a sbobinare la vita dell’artista
e la sua preziosa (seppur troppo breve) carriera, ma riporta anche notizie di
non facile raccolta. Il libro contiene un’interessante ed esauriente fascicolo
fotografico sulla protagonista, nonché i testi di alcune sue canzoni con
traduzione in italiano. Insomma, invito chiunque abbia un briciolo di curiosità
e raffinatezza ad acquistare “Sandy Denny – La
Regina del Folk Rock”: ne sarete soddisfatti. Abbracci diffusi.
Celeste rilascia un nuovo capitolo
della propria saga, Anima Animus, andando a riprendere,
riarrangiare e ovviamente risuonare alcune fra le migliori composizioni
solistiche di Ciro Perrino. La
prolificità del suo leader, apparentemente senza confini, si eleva andando a
riproporre in chiave attuale canzoni dimenticate o meno, siccome ad esse viene
data nuova vita andando ad ampliarne il ventaglio dei loro significati. Questa
si chiama importanza: sono motivi così intensi e profondi che hanno meritato
l’accoglienza di Celeste. Un progetto assolutamente ambizioso e mirato, per
dirla tutta. Andando nello specifico, vanno nominati gli album dai quali i
brani presenti su “Anima Animus” arrivano, quindi: “Far East” del 1990 (Cosmic
Carnival e El Mundo Perdido), “The Inner Garden” del 1992 (Lilith),
“Moon In The Water” del 1994 (Roots And Leaves e Secret Crime),
“De Rerum Natura” del 1997 (Anima Animus, De Rerum Natura e Moon
And Cloud Dancing). Queste canzoni, insieme ad altre, erano state
successivamente inserite in tre compilation a tema; un trittico dedicato alla
ricerca interiore atta a migliorare la qualità della propria esistenza. Esse
sono: “Energetic (playlist: music to find our own inner rhythm)”, ossia una
raccolta di brani adatti a ripristinare un rinnovato equilibrio di energia
psico-fisica, favorendone il movimento del corpo e il benessere dello spirito,
nonché aiutando a trovare il proprio ritmo interiore - “Soothing Heart
(playlist: music for relaxation)”, ossia una raccolta di brani che
predispongono ad un ascolto interiore, alternando momenti di calma e lieve
movimento, come il vento, la brezza, le onde del mare, per ristorare l’energia
del cuore - “Inner Inspiration (playlist: music for meditation)”, raccolta di
brani adatti a creare la giusta atmosfera per momenti di meditazione e
rilassamento; consigliata a chi si dedica e pratica Reiki, Yoga, Meditazione e
vuole canalizzare al meglio l’energia.
Anima Animus, traccia che ha anche dato il titolo
a quest’opera, si presenta in maniera introspettiva (credo non potesse essere
altrimenti) per poi virare verso lidi fiabeschi cari ai Celeste, dove la
sinfonia d’insieme espone sé stessa ad alti livelli qualitativi veramente
inusuali per l’ormai pressoché defunto panorama musicale italico. Grande prova
dei fiati, che sul finale raccontano un mondo volutamente fantasioso. Roots and Leaves, dolcemente prog, ha
ritmo piacevole e ammiccante, con mix di fiati e pianoforte a dettare la linea.
Originale e figlia della seconda parte degli anni Settanta, trova un flauto che
si fa stupendo nel saper colorare i chiaroscuri lasciati dalla melodia. Da
volare e far volare. Cosmic Carnival rilassa
donando rintocchi percussivi nati nella natura e per la natura. Il basso la fa
da padrone a tessere le fila di questo non luogo, che resterà a lungo riparato
dalle nefandezze d’oggigiorno, grazie a sorprendenti armonie che crescono e si
sviluppano lungo la strada spirituale di ognuno di noi. Una carezza d’amore per
il prossimo che Ciro ha saputo rendere viva sul pentagramma. De Rerum Natura, ossia “la natura delle
cose” o “sulla natura”, è in origine un poema didascalico latino in
esametri di genere epico-filosofico, scritto da Tito Lucrezio Caro nel I secolo
a.C.
I Celeste lo interpretano come fosse il loro respiro, per
regalare vita a chi lo ascolta. Non ha alcun genere di paragone o similitudine
con altre bellezze in musica, ma ha solo e unicamente il coraggio
nell’affrontare la grande sfida, vinta, di farne parafrasi in suoni. Elegiaca,
con finale da brividi. Lilith,
divenuta nell’Ottocento simbolo della libertà delle donne (pur avendo antiche
origini leggendarie di negativi significati) tende la mano al mondo femminile
per abbracciarne le motivazioni realistiche, portandone ancora una volta alla
ribalta la sacrosanta lotta per l’emancipazione e i diritti troppo a lungo
negati. Canzone dominata prima dalla voce di Ines Aliprandi e poi dal sax e dal
flauto, è un piccolo gioiello che si fa sogno vivente. El Mundo Perdido è fatti di suoni
d’ambientazione centro-sudamericana, e come suggerisce il titolo, narra di un
qualcosa di estinto. Sebbene risvegli un messaggio di dolorosa attualità,
riesce a suggerire all’ascoltatore una speranza per il futuro, recandone le giuste
attenzioni a quello che ancora si ha a disposizione, da preservare, difendere e
amare. Secret Crime è forse
la più distante del lotto dalla filosofia dei Celeste, poiché è dal jazz che
trae ispirazione. In ogni caso non un episodio distaccato dalla filosofia
complessiva del disco, ma un capitolo che andava scritto e letto e suonato per
globalità del messaggio finale. Voce, sezione ritmica e tastiere protagonisti
indiscussi di questa cavalcata. Moon
and Cloud Dancing, ultimo brano dell’album, è, per chi scrive, il suo
apice. Un’ode alla vita vera. Tollerante coi sentimenti altrui, arricchisce
secondo dopo secondo; nemica dell’ipocrisia, rende omaggio all’essenzialità,
condannando il superfluo e l’inutile; evocativa di quanto di bello e sano possa
ancora esistere; succosa come il frutto preferito di ciascuno di noi, essa
invita a guardare la propria e l’altrui esistenza come unica, vera e possibile
moneta fonte di benessere. Un’immensa prova di congiunzione artistica di anime
pulite.
Oggettivamente “Anima Animus” è un disco da avere; se siete
fra quelli che colgono da tempo questi messaggi, ne uscirete migliorati; se
siete lontani anni luce da essi, farete grandi scoperte che vi aiuteranno nel
tempo. Abbracci diffusi.
Davide Mocini - 12 Strings Guitar in
“El Mundo Perdido” and “Cosmic Carnival”
Marco Fadda –
Percussion
All tracks composed
by Ciro Perrino
Graphics by Massimo Mazzeo
Le registrazioni si sono svolte tra gennaio e febbraio 2025
presso il Mazzi Studio di Borghetto S. Spirito con il Sound Engineer Alessandro
Mazzitelli e sono proseguite da marzo ad aprile 2024 presso i Rosenhouse
Studios di Vallecrosia con i Sound Engineer Alessio e Andy Senis.
Con
The Next Dream, Massimo Pierettifirma
un'opera che va ben oltre il concetto di “secondo album solista”: è un audace
viaggio musicale e narrativo, un concept che si muove tra i territori del sogno
e della coscienza, tra introspezione e denuncia sociale, rielaborando le forme
del rock progressivo in chiave personale e contemporanea. È un piacere per me
scrivere di un musicista che stimo profondamente, capace di dar vita a una musica
che non solo esplora, ma sfida i confini del genere, trasportando l'ascoltatore
in una dimensione sonora unica e intensa.
Già
con l’esordio A New Beginning, Pieretti aveva mostrato una forte
inclinazione alla costruzione di mondi sonori visionari, ma è in questo nuovo
capitolo che la sua scrittura si fa più estrema e stratificata, abbracciando
una tavolozza espressiva che spazia dal jazz-rock elettrico all’art rock, dal
pop sinfonico al teatro musicale. Un “dark musical”, così lo definisce l’autore
stesso, dove sogno e realtà si mescolano in un racconto simbolico e inquieto.
Questo nuovo lavoro è, senza dubbio, una dimostrazione della crescita artistica
di Pieretti, che in ogni nota riesce a trasformare il concetto di musica in una
vera e propria esperienza sensoriale.
A
partire dall’invocazione rinascimentale di “Come Heavy Sleep”, trasfigurata con
spirito visionario, Pieretti compone un percorso coerente e stratificato.
L’opera si articola come un “dark musical”, in cui il protagonista
(immaginario, ma potenzialmente ciascuno di noi) attraversa stanze oniriche
abitate da creature ambigue e simboliche.
“Creatures of the Night” si divide in due
momenti distinti, entrambi fondamentali per l'equilibrio narrativo del concept.
Part
1 è quasi una soglia onirica: la voce
profonda e magnetica di Germana Noage introduce l’ascoltatore in un mondo
sospeso tra il reale e il surreale, mentre la chitarra di Simone Cozzetto firma
un solo elegante, capace di evocare tensione e mistero senza mai cedere
all’enfasi.
Part
2, affidata alla voce intensa di Laura
Piazzai, prosegue il viaggio interiore con una sensibilità diversa, più lirica
e riflessiva. La chitarra qui si fa più atmosferica, avvicinandosi con
naturalezza a certe suggestioni floydiane, amplificando il senso di spaesamento
e introspezione che attraversa l’intera suite.
Il
cast coinvolto è da capogiro e contribuisce in modo decisivo alla ricchezza
timbrica e alla varietà espressiva dell’album: voci intense come quelle di
Claudio Milano, Laura Piazzai, l’eleganza del violino di Lisa Green, il flauto
di John Hackett, il chapman Stick di Gabriele Pala, la batteria policroma di
Mattias Olsson (Anglagard), fino al basso di Tom Hyatt (già negli Echolyn).
Tutto è orchestrato con misura e con quella “cura per gli arrangiamenti e le
armonie (a)tipiche” che l’autore stesso rivendica come cifra del proprio suono.
Brani
come “Get in Line” o “The Chinese Witch” introducono riflessioni tutt’altro che
scontate sull’educazione, la società e le percezioni culturali.
Tra
i momenti più toccanti dell’album spicca “I Dreamed Of Flying”, una riflessione
sul dolore della guerra e sul bisogno universale di speranza. Il testo nasce da
una scrittura della sorella di Massimo, Patrizia, ed è stato successivamente
rielaborato da lui insieme a Gianluca Del Torto. Il brano si distingue per la delicatezza
dell’arrangiamento, che mette in risalto la dimensione emotiva e intima di una
canzone che ha il respiro di un inno personale contro ogni forma di violenza. A
dare voce a questo potente messaggio sono Michael Trew nella parte principale e
Amy Breathe come voce di supporto, offrendo un’interpretazione che amplifica la
forza evocativa del testo.
C'è
spazio anche per momenti più intimi e riflessivi, come in “Alone”(con
la voce di Lorenzo Cortoni) e “The First Time We Met” (con la voce di Michael
Trew) dove la dimensione autobiografica si mescola alla rappresentazione
dell’umano comune.
La
title track finale, “The Next Dream”, è una mini-suite di otto minuti che segna
l’inizio di una nuova collaborazione con il talentuoso chitarrista e cantautore
britannico Dominic Sanderson. Il brano, quasi interamente strumentale,
raccoglie e rilancia i temi musicali dell’intero lavoro, tra virtuosismi
controllati, sezioni in progressione e richiami ai grandi maestri del prog anni
'70, da Peter Gabriel ai primi Genesis, dai Pink Floyd ai Rush. Una
composizione che riassume e sublima la poetica di Massimo Pieretti: evocativa,
inquieta, libera.
Il
CD include una traccia aggiuntiva rispetto alla versione in vinile: una
versione acustica particolarmente delicata di “I Dreamed Of Flying”, che si
conferma una delle gemme più notevoli dell'intero album.
The
Next Dream è un disco che sfugge a ogni
catalogazione facile. È rock progressivo, ma anche teatro sonoro, critica
culturale, poesia musicale. È il sogno successivo che ognuno dovrebbe
ascoltare, almeno una volta, con le cuffie nelle orecchie e gli occhi chiusi.
The
Next Dream sarà disponibile a partire da venerdì
16 maggio, con la pubblicazione della title track come primo singolo.
Dal 15 maggio 2025 disponibile su tutte le
piattaforme digitali “Rosa”, il nuovo singolo di Marian Trapassi, che anticipa
l’uscita- prevista in autunno- del nuovo album della cantautrice
Il singolo, testo e musica di Marian Trapassi, è stato arrangiato da Lele Battista
e Paolo Iafelice, che ne firma la produzione per Adesiva
Discografica.
Già contenuto nell’album “Marian Trapassi”
del 2004, “Rosa” viene ora proposto in una nuova veste sonora e con un testo
parzialmente rivisto.
In “Rosa” - dilatate sospensioni e
ripartenze- la vocalità speziata di Marian Trapassi sembra
disegnare quasi una grammatica del cambiamento in musica. Suggestioni
trip-hop, canzone d’autore e impronta catchysi
incontrano in un brano minimale, sofisticato e dal forte potere evocativo.
Mat2020 ha incontrato la cantautrice...
Il singolo “Rosa” esce in una veste nuova rispetto a quella
originaria, contenuta nell’album “Marian Trapassi” del 2004… a livello di
arrangiamenti e di testi questa nuova versione, attualmente, la rispecchia
maggiormente?
Le canzoni sono parte della vita, riprendere questo brano è
stato come aprire un cassetto e trovare una vecchia foto un po’ impolverata.
L’ho ripresa e messa in una cornice nuova per mostrarla adesso come nuova. Per
farlo- inevitabilmente- ho dovuto adattarla a come mi sento adesso, a quello
che mi fa piacere sperimentare musicalmente e a quello che voglio comunicare in
questo momento. Complici di questa operazione il bel lavoro di arrangiamento di
Lele Battista e Paolo Iafelice, a cui ho affidato la produzione artistica, e
l’uso di suoni più elettronici e atmosfere più rarefatte.
L’essenzialità testuale della nuova versione di “Rosa” vuole
essere anche un invito al silenzio in tempi di- troppe- parole?
Un po’ sì, oggi c’è poco spazio per le pause nelle canzoni, e
si tende a mettere un sacco di parole nei testi. Per citare Brunori “vorrei
cantare senza parole, senza mentire”, riuscire con l’essenziale a dare
un’emozione. Ma questa forse è una mia personale esigenza e forse il mondo va
da un’altra parte, la gente ha bisogno di riempire i vuoti… io di trovare quei
vuoti e tuffarmici; nuotare controcorrente non mi spaventa.
Cosa possiamo aspettarci dal nuovo album di prossima uscita,
a livello di sonorità e di temi? Ci vuole dare una piccola anticipazione?
Sono partita dal titolo e lo sto componendo dall’idea del 6,
intanto perché sarà il mio sesto album… ma “sei” è inteso anche come “essere”,
più precisamente essere coerente con me stessa. “Rosa”, il primo singolo, è il
punto di partenza che raccorda quello che è venuto prima e che fa ancora parte
di me, e il futuro. Sono ancora in cammino nella scelta dei brani ed è
possibile che arrivi qualche altro brano a definire meglio l’idea di tutto il
disco. Come sonorità resterò su suggestioni elettroniche e rarefatte ma non
mancheranno momenti più acustici e varie contaminazioni sonore.
Dal 2019, con la rassegna Because the Night-La notte delle
cantautrici, accende i fari sul cantautorato femminile indipendente. È arrivato
il momento di ri-puntare i riflettori anche su Marian Trapassi, come
cantautrice e artista a tutto tondo?
In realtà le due cose possono andare di pari passo, dedicarmi
alla rassegna “Because the Night” mi ha dato molto in questi anni e mi ha fatto
piacere aver contribuito a creare uno spazio per il cantautorato femminile. Il
mio lavoro personale di cantautrice richiede molto impegno e concentrazione e
forse sì, è arrivato anche il momento per me di dedicarmi a me stessa.
Sogno verde, Bianco, Rosa…un tocco cromatico è sempre
presente nei titoli dei suoi lavori?
Mi piace giocare con i colori anche per quello che
rappresentano, il loro significato simbolico e metaforico mi aiuta quando
voglio evocare un concetto. Forse dipende molto anche dai miei studi artistici
e dall’interesse che ho per questa forma d’arte e involontariamente lego i due
linguaggi, visivo e musicale, fra loro, cercando spesso delle connessioni.
Lei è milanese d’adozione, cosa le manca e cosa invece non le
manca della Sicilia, la sua terra di origine?
Chiunque lasci la propria terra si porta dietro una qualche
dose di nostalgia, mi mancano soprattutto la gente, gli amici cari e il mare.
Quello che non mi manca è un vivere caotico e complicato in una città come la
mia. Ma questa è un’altra storia …