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mercoledì 30 ottobre 2019

"Led zeppelin II" nell'ottobre 1969

Led Zeppelin promo advert, 1969

Era l’ottobre 1969, quando usciva “Led Zeppelin II”, un altro caposaldo del rock-blues di una magnifica stagione che, ahimè, non ritornerà più!

Di tutto un Pop…
Wazza
È il 1969 e la scena rock è popolata da gruppi rock dalla forte contaminazione jazz e blues. Nasce la fusion, nasce il rock progressivo, ma soprattutto nasce l'hard rock. E coloro che l'hanno introdotto definitivamente sono noti a tutti: i Led Zeppelin. I Led Zeppelin pubblicano all'inizio del 1969 il loro primo album, Led Zeppelin I, album ricco di canzoni dallo stampo blues, in cui la voce graffiante di Plant e la chitarra di Page regnano sovrane. Nell'album sono presenti anche delle cover di artisti blues come Willie Dixon, come "I can't quit you". Non scordiamoci di pezzi prettamente rock come la canzone che apre l'album, "Good times bad times", e "Communication breakdown". Il gruppo si afferma già nel contesto musicale europeo.
Nell'ottobre dello stesso anno, quel lontano 1969 nel quale prevale ancora il rock progressivo e psichedelico, esce nei negozi Led Zeppelin II, secondo lavoro della band. L'album sembrerebbe banale a causa del titolo semplice, ma è tutt'altro che banale. L'album si apre con un pezzo da novanta, una canzone che segnerà la storia del rock, che ancora oggi si canta, "Whole lotta love", famosa per il suo riff di chitarra orecchiabile e insistente. Il testo è a sfondo sessuale, come molti nella discografia dei Led Zeppelin. Nel bel mezzo del brano Robert Plant, il cantante e leader della band, si abbandona ad urla e gemiti sessuali che sfociano nella batteria di John "Bonzo" Bonham e nel riff di chitarra elettrica di Page. Tale canzone è seguita da "What is and what should never be", canzone più dolce nella prima parte, ma che nel ritornello esplode con un ritmo forsennato. La terza canzone del lato a è un pezzo molto rock, dominato dal basso di John Paul Jones. Il testo presenta delle chiare allusioni sessuali: non a caso prende il nome di "The lemon song". Il lato a si chiude con un famosissimo pezzo dall'atmosfera più quieta e dal testo molto dolce, scritto da Plant e dedicato alla moglie. La chitarra introduce il brano ma poi verrà sostituita dall'organo di John Paul Jones come strumento prevalente.
Il lato b si apre con "Heartbreaker", canzone hard rock che presenta il famoso assolo orecchiabile di Page alla chitarra. La canzone che segue, "Living loving maid (she's just a woman)", è il pezzo più scanzonato dell'album. Appena parte la canzone si sente la voce di Plant che urla "With a purple umbrella and a fifty cent hat, livin', lovin', she's just a woman ...". "Ramble on" è un pezzo di ispirazione tolkieniana (J.R.R. Tolkien - autore del Signore degli anelli). Nel ritornello la voce di Robert Plant esplode in un canto graffiante, mentre le strofe sono più calme. Il penultimo brano dell'album è uno strumentale diventato famoso nella storia del rock per l'assolo di batteria di Bonzo e per il riff di Page. Una delle pietre miliari del rock, un pezzo dalla forte vena epica. La canzone che chiude l'album si intitola "Bring it on home", pezzo blues firmato Willie Dixon, famoso bluesman.
Un album prettamente rock, un album che segna la storia del rock, un album che ci introduce nel magico mondo dell'hard rock, un album senza esclusione di colpi, un album dove è impossibile trovare un difetto. L'ascolto è molto piacevole, un album che consiglio a tutti. Led Zeppelin II è un inno a quelli che vivono di rock.

lunedì 28 ottobre 2019

Concerto degli Osanna al Club Il Giardino di Lugagnano (70 anni di Lino Vairetti), di Giorgio Mora




OSANNA in concerto al Club Il Giardino
26 ottobre 2019
Di Giorgio Mora

Un compleanno speciale, 70 candeline che Lino Vairetti ha spento con un concerto magistrale al Giardino di Lugagnano di Sona, il “Tempio” del prog nel territorio del nord Italia.
Il Giardino, che anche quest’anno vanta un programma di prim’ordine con la presenza tra gli altri sul palco di Aldo Tagliapietra già leader delle Orme, ha accolto così gli Osanna e il loro front-man di Forcella in un concerto “sold out” nel corso del quale il gruppo ha mescolato i grandi classici con le nuove composizioni e con citazioni d’autore.
Vairetti e la band hanno iniziato con una bella versione di “Aushwitz”, poi, tra gli applausi, è scoccata l’ora de l’”Uomo” e quindi di altri richiami ai colleghi con “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti e “Gioco di bimba” delle Orme, fino ad approdare ai pezzi della band tratti da Suddance, una band che si avvale di fortissima energia e di ottima spontaneità vitale, che fa il paio con l’esperienza e la grande dimestichezza del palcoscenico di Vairetti, elemento storico non solo del gruppo, ma dell’intero panorama prog italiano dagli anni Settanta in avanti, con una accezione particolare legata a Napli, luogo da cui il gruppo proviene. Gli Osanna sono uno dei punti saldi della musica d’autore italiana e l’hanno dimostrato ancora una volta sul palco veronese suonando con maestria i brani di repertorio, comprese le hit legate alle colonne sonore, e le composizioni che prossimamente usciranno su album nell’anno venturo. Vairetti ha annunciato inoltre un docu-film e un libro, nel mentre in cui il concerto entrava nel vivo con altri richiami alla leggenda prog e con una citazione fantastica di “Non mi rompete” del Bando del Mutuo Soccorso e poi della Pfm.
La musica è continuata per oltre due ore tra un colpo di scena e l’altro, grazie anche alla presenza di ospiti sul palco che hanno arricchito una serata davvero bella e difficile d dimenticare.

Raggiunto nei camerini, Vairetti ha raccontato il suo presente e il futuro:

Sono qui per celebrare i miei settant’anni, un traguardo importante che affronto con la massima energia. Abbiamo scelto il Giardino per festeggiare con gli amici di qua un giorno speciale e con un pubblico che ci ha sempre seguito con affetto. La musica di oggi? La musica c’è, ogni periodo ha i suoi artisti. Oggi forse i giovani, alcuni bravissimi musicisti, arrivano troppo presto al successo e poi troppo presto vengono dimenticati. Ci vorrebbe un modo diverso di ragionare, perché per riuscire nella musica bisogna sapere affrontare i sacrifici e maturare poco per volta. Gli Osanna attraversano una fase molto creativa, abbiamo progetti importanti e sappiamo che il futuro è dalla nostra parte. Per me, insieme ai 70 anni di vita c’è anche la celebrazione dei 50 anni di carriera nella musica soprattutto legata al prog. Questo è un genere cult a livello internazionale e come il rock presumo che sarà eterno. Bisogna ascoltare con attenzione le avanguardie e affidarci alle nuove leve, affinché continuino, con talento e competenza, una strada che abbiamo tracciato tanti anni fa. Poi ognuno dovrà metterci del proprio per creare il Nuovo, come in musica è sempre accaduto. Oggi esistono anche altri generi, penso al rap, ma alla fine è la musica buona che rimane”.

Il nuovo album degli Osanna si intitolerà “Il diedro del Mediterraneo”. Il concerto è terminato tra i fragorosi applausi del pubblico. Una serata da ricordare per chi c’era al Giardino di Lugagnano. Una serata da non dimenticare per chi ama gli Osanna, vale a dire la buona musica italiana dagli anni Settanta fino a oggi e a domani.



domenica 27 ottobre 2019

Batteristi italiani: Sergio Ponti



Ci sono due “giovani” batteristi in Italia che mi piaccino molto come stile e groove… uno è Manuel Smaniotto, attualmente batterista della Aldo Tagliapietra Band e vanta altre migliaia di collaborazioni, session… (ne parliamo la prossima volata…).
L’altro e Sergio Ponti, molto attivo nel nord-ovest italiano e nei paesi dell’est Europa. Amico e collaboratore di Barriemore Barlow,Clive Bunker, Marco Minneman, da anni batterista dei Beggar’s Farm, “specializzati” in tributi.
Con l’occasione pubblico un’intervista a Sergio Ponti, per darvi modo di conoscerlo meglio…

Di tutto un Pop…

Wazza

 Intervista: Sergio Ponti
 26/10/2017


Quella di oggi è un’intervista diversa del solito e, lasciatemelo dire, molto interessante. Mister Folk ha scambiato due parole con Sergio Ponti, apprezzato batterista italiano che ha diviso il palco con mostri sacri dell’hard rock e del progressive, ma che riguarda da vicino il nostro mondo poiché ha inciso e suonato in tour con i fantastici romeni Dordeduh. Si è parlato quindi delle sue esperienze e dei gusti musicali, dei Metallica di … And Justice For All e di come avvicinarsi allo studio della batteria con alcuni utilissimi consigli (è insegnante!). Il tutto impreziosito da gustosi aneddoti. Beh, non resta che leggere!

La prima cosa che ti chiedo è come ti sei avvicinato alla musica e alla batteria in particolare.

Ciao Fabrizio, è un piacere essere qui a chiacchierare con te. Ho due sorelle molto più grandi di me che hanno sempre ascoltato musica. Si sono sposate quando ero molto piccolo e hanno lasciato alcuni dischi a casa dei miei. Più per capire come funzionasse il piatto, ho iniziato a mettere su dei vinili a caso, da Jesus Christ Superstar agli Eagles, passando per il grandissimo Cosmo’s Factory dei Creedence Clearwater Revival e mi sono ritrovato a comprarmi un paio di bacchette durante gli anni delle scuole medie e a distruggere la sedia di camera mia suonando dietro a quegli LP e alla cassetta di Greatest Hits dei Queen e a Made in Japan dei Deep Purple. Non che fossi capace di star dietro a quest’ultimo, ma ci provavo! Non osavo chiedere ai miei di prendermi una batteria e ricordo che chiesi a mia sorella Laura di domandare loro da parte mia… inspiegabilmente, mio padre mi prese una Century. Un set entry level su cui finii per suonare tutto il giorno, tutti i giorni.

Qual è stato il momento in cui hai detto “da grande voglio fare il batterista?”. E quando hai capito realmente che eri sulla strada giusta?

Un giorno su Videomusic passarono il video di One dei Metallica. Non avevo mai sentito parlare di batterie a doppia cassa (non c’era certamente Youtube e neanche Internet se è per questo!), e vedere Lars suonare la parte centrale all’unisono con le chitarre, con quella grinta e quella potenza, fece scattare qualcosa. Provavo e riprovavo a suonarci dietro, ma non ero in grado di farlo. Allora decisi che era il caso di studiare davvero. Leggevo Percussioni e sulla quarta di copertina trovai la pubblicità della scuola di batteria di Furio Chirico (batterista importantissimo per la scena italiana, N.d.r.). Telefonai e mi rispose lui in persona, gentilissimo. Fu proprio lui, dopo circa un anno di corso, a spronarmi a continuare, dicendomi: “guarda che se studi e continui ad impegnarti, potresti fare questo come lavoro”. Furio è stato una guida importante, musicalmente e umanamente.

Questo è un sito che tratta folk/pagan/viking metal, quindi ci saranno un po’ di domande sul tuo lavoro con i Dordeduh. Per farla breve, nel 2009 Negru si è tenuto il nome Negură Bunget mentre Sol Faur e Hupogrammus (quest’ultimo nella band fin dal principio, 1995) hanno fondato i Dordeduh. Da quell’anno hai iniziato ad aiutarli con i live: come e perché sei stato contattato?

Tra il 2006 e il 2008 sono stato il batterista degli Ephel Duath. Nella primavera del 2007 facemmo tre settimane di tour nel Regno Unito, con i Negură che suonavano prima di noi. A dire il vero non legammo tanto in quel periodo. Ogni band viaggiava separatamente con il proprio mezzo e ci vedevamo solo ai concerti. Nell’autunno del 2009 mi arrivò una mail da Edmond (Hupogrammus) che mi chiedeva se ero intenzionato a registrare del materiale con loro e accettai, curioso di lanciarmi in una nuova avventura.

Con i Dordeduh hai registrato l’EP Valea Omolui: ci racconti come si sono svolti i lavori e se hai preso parte dalla fase di composizione, oppure era già stato scritto tutto quanto e tu hai “semplicemente” suonato?

Fu una settimana interessante, mi pare nell’ottobre del 2009. Loro avevano pronti i riff e la maggior parte delle strutture. Credo per entrambe le parti si trattò di un’esperienza molto interessante: io mi trovavo sicuramente fuori dalla mia comfort-zone di batterista rock, e ricordo che per loro fu una ventata d’aria fresca sentire delle idee ritmiche che non rientravano nei canoni tradizionali del metal. Il groove di Zuh ad esempio, è basato su un rudimento, il triple paradiddle, che ti aspetteresti più di sentire da Steve Gadd (batterosta di James Brown, Eric Clapton, Peter Gabriel, Pino Daniele e Chick Corea tra gli altri, ndMF) che da un metal drummer. Ognuno mise del suo e sicuramente venne fuori un EP interessante.

live con i Dordeduh all’Hellfest 2014

Dopo l’EP è stato realizzato il full-length Dar De Duh, ma tu hai soltanto registrato alcune percussioni mentre la batteria è stata affidata a Ovidiu Mihăiță anche se hai continuato a suonare live con loro. Mi pare una situazione sicuramente strana e quasi complicata! Difficoltà di distanze e impegni personali?

Abitando io in Italia ed essendo loro in Romania non è mai stato facilissimo, ma credo comunque di aver fatto avanti indietro, negli anni, almeno cento volte. All’inizio sembrava che dovesse esserci Ovi (che in Romania è un attore di fama nazionale!) alla batteria, insieme a me e ad un batterista tedesco, Jorg. Non ho mai capito bene se la cosa avrebbe potuto funzionare o meno, anche perché da lì a poco le condizioni di salute della mia anziana mamma si aggravarono parecchio, e dovetti rinunciare a quello che fu il concerto di debutto a Bucharest. Per un po’ suonai solo con l’altro progetto comune, Sunset In The 12th House e mi limitai, come hai scritto, a registrare le percussioni di Dar De Duh in una giornata di studio. Fu molto bello suonare le loro percussioni tradizionali e ricordo che mi diedero carta bianca, guidandomi solo in alcuni punti. Poi dal 2013 al 2015 suonai la batteria dal vivo con i Dordeduh, in tre tourneè europee e molti concerti singoli e festival in giro per l’Europa, tra cui anche Hellfest, Wacken e Rockstadt Extreme.

Come e perché è finita la collaborazione con i Dordeduh?

Nell’estate del 2015 Edmond annunciò pubblicamente il suo ritiro unilaterale e a tempo indeterminato dal mondo della musica e per me non ebbe più senso stare seduto ad aspettare che succedesse qualcosa. A questo devi aggiungere che negli ultimi periodi c’erano problemi tempistico/organizzativi generali ed io mi sono ritrovato più volte ad andare in Romania, rinunciando a concerti molto ben pagati qui in Italia (faccio il batterista di professione) per non concludere nulla là. Unisci questo al fatto che io ho una pazienza pressoché infinita per tutto, tranne che per il perdere tempo. Quello è un punto dolente, mi arrabbio subito e in maniera invereconda, quindi è stato meglio per tutti chiudere lì la collaborazione. Non rimpiango nulla di tutta l’esperienza comunque. Ho imparato un sacco di cose, suonato tanto e visto un sacco di bei posti. Ho tantissimi bei ricordi e considero la scena musicale Romena la più bella in cui abbia mai suonato… e poi li ho anche conosciuto mia moglie!

Finora abbiamo parlato di pagan black metal, ma tu sei un grande appassionato di prog rock. Ti sei mai sentito “fuori posto” mentre eri in tour con i Dordeduh? Cosa ti piaceva della loro musica e visto che ci siamo ti chiedo anche quali sono i gruppi della scena che più ti piacciono o incuriosiscono?

No, sono sempre stato accolto bene da tutti e ben voluto… almeno credo! Io ero quello con i capelli corti, gli occhiali e la maglietta bianca dei Gentle Giant nel backstage in mezzo ad una folla vestita di nero. Almeno mi trovavano subito quando c’era bisogno! Sicuramente non mi è mai piaciuto suonare il blast beat, ma è una questione di ascolti, a casa ho oltre 6000 dischi e credo ci sia il blast su tre di questi. Ho visto dei batteristi pazzeschi suonarlo e stavo lì a guardarli tutto il concerto. In Romania c’è colui che credo essere il miglior batterista estremo al mondo: si chiama Septimiu Harsan e attualmente, tra i tanti progetti, è il batterista di Disavowed e soprattutto dei Pestilence. È un musicista eccezionale che suona come Derek Roddy (Hate Eternal, Nile, Malevolent Creation ecc., ndMF) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, Steven Wilson, Claudio Baglioni, Franco Battiato, Iggy Pop ecc., ndMF) messi insieme. Siamo amici e ci sentiamo spesso. Sono contento che stia ricevendo l’attenzione che merita. È una persona molto interessante con un sacco di cose da dire. Dovreste intervistarlo! Raphael Saini (Iced Earth, Cripple Bastards, Master, Corpsefucking Art ecc., ndMF)in Italia è un batterista estremo che seguo e apprezzo molto. Davide Piovesan, il batterista originale degli Ephel Duath è bravissimo anch’egli: originalissimo. Per quanto riguarda la musica dei Dordeduh, mi piaceva l’uso di accordi, ritmiche e armonie non propriamente tipiche del metal, l’uso delle dinamiche e anche di momenti totalmente silenziosi all’interno del set. Una bella varietà! In realtà non conosco quasi nessun altro gruppo della scena alla quale eravamo accumunati… anzi chiedo a te di segnalarmene qualcuno, te ne sarei grato!

Hai altre esperienze nel mondo dell’heavy metal?

Oltre agli Ephel Duath, tra il 2004 ed il 2006 sono stato il batterista degli Illogicist.


In tuo post su Facebook definisci …And Justice For All dei Metallica come un capolavoro del progressive metal. Una frase del genere potrebbe far storcere il naso a molte persone, ci puoi spiegare perché per te il quarto lavoro dei Metallica è progressive metal?

Devi sapere che io ho una sorta d’idolatria per questo disco, sentirlo mi ha fatto venire davvero voglia di studiare la batteria. Mi ricordo tutto le parti di Lars e i testi a memoria. Testi che non parlano di mostri sotto il letto e cose simili, ma di giustizia, libertà di parola e dura condanna della guerra. Sicuramente leggerli da adolescente ha lasciato un segno. Progressive perché nel 1987/88, quando il disco è stato concepito e registrato non c’erano in giro delle band heavy (a parte i Watchtower, forse) che ardivano a fare dischi con un suono così chirurgico e preciso e allo stesso tempo potente. Le strutture non sono mai scontate, c’è sempre un giro con qualche battuta in più o in meno rispetto a quello precedente, oppure cambia il tempo. O la velocità. È vero che ci sono un sacco di takes combinate fra loro, però il disco suona omogeneo, con il sound di una band che è (era?) veramente in grado di suonare INSIEME. Te lo dimostro dicendo che in One ogni ritornello è un pelo più veloce della strofa che lo precede e poi il tempo torna a sedersi per la strofa successiva. Però subito non te ne accorgi, senti solo che il tiro del pezzo sale e cresce d’intensità. Non senti quella sensazione fastidiosa di qualcosa che accelera e rallenta e perde di groove. Questo perché la band si ascolta, si segue e i musicisti suonano tutti con la stessa intenzione. So di certo, perché ho i miei informatori e faccio le mie ricerche, che tutto il disco è registrato a click, programmando tutti i cambi di tempo e velocità passo a passo con una drum machine. Credo che Lars abbia fatto impazzire tutti durante la registrazione tra questo e il volere quel sound di batteria, però ha avuto ragione.

Ho visto una foto con la tua batteria a pochi centimetri da quella di Ian Paice dei Deep Purple: ci racconti qualcosa di quell’incontro e ti senti fortunato a poter dividere il palco con personaggi del genere? O ti ci stai abituando?

No, non ti abitui mai e sì, sono molto fortunato. Dal 2004 suono nei Beggar’s Farm, band fondata dal polistrumentista Franco Taulino. Negli anni grazie a Franco siamo diventati una band di riferimento per alcune leggende del progressive rock, che si fidano di noi e ci assumono come band per concerti da solisti in Italia, oppure si affiancano a noi come special guest. Ho realizzato il sogno di suonare con tantissimi componenti dei Jehtro Tull, Banco Del Mutuo Soccorso, PFM e tantissimi altri grazie a questa formazione. L’esperienza con Paice è una di queste. Il batterista lo conosciamo. Parlano per lui 50 anni di carriera, milioni di dischi venduti e la stima di tutti i batteristi del mondo. Però Ian è una persona rilassata, quasi timida per quel che ho potuto vedere. Abbiamo suonato alcuni brani a due batterie e non abbiamo avuto modo di parlarci nel pomeriggio. Prima della nostra performance insieme, mentre ci presentavano, sono corso dietro la sua batteria e li è venuto fuori il mio lato da insegnante. Letteralmente: “mi hanno detto che tra gli altri pezzi dobbiamo suonare anche Smoke On The Water insieme, ma secondo me la gente la vuol sentire fatta solo da te”. Lui: “nah, come on, let’s have fun!”. Al che gli ho risposto: “allora, facciamo così, altrimenti ci pestiamo i piedi e viene fuori una schifezza. In Smoke suoni tu il groove e io solo le mani e non la cassa. Gli altri pezzi dei Jethro Tull li conosci bene?”. Vedendolo titubante e avendo trenta secondi per organizzarci gli ho detto: “allora guarda me, ti do tutti i segnali io. E non suonare la cassa in Locomotive Breath!”. Lui ha risposto: “wonderful, we’re all set!”. E ce la siamo cavata alla grande. Poi ci siamo seduti a cena assieme, ci siamo complimentati a vicenda e con lui e mia moglie abbiamo parlato della sua famiglia, della Scozia e di birre.

Clive Bunker, Ian Paice e Sergio Ponti

Quali sono i gruppi e i batteristi più influenti per il tuo stile?

Troppi e me ne dimenticherò qualcuno. Ho grandissima ammirazione per i batteristi virtuosi che sono in grado di suonare con chiunque e qualsiasi stile. Io non ne sono capace! Mi piacciono tutti i batteristi dei miei gruppi preferiti, proprio perchè sono insostituibili nel suond della band e hanno fatto la storia del periodo in cui vi hanno militato. Il mio batterista preferito è Barriemore Barlow, che ha suonato nei Jethro Tull tra il 1971 e il 1980. Le sue idee e il suo stile sono inimitabili e non ho mai sentito nessuno suonare così, prima e dopo di lui. Ho passato centinaia di ore a cercare di imparare le sue parti e a meravigliarmi di come avesse fatto a pensarle. Lo conosco personalmente e sono stato ospite a casa sua. Lui non vuole sentir parlare di batteria, quindi abbiamo fatto lunghe chiacchierate sulla vita in generale e per me va bene così. Mi basta sapere che mi stima e che mi considera un collega e un amico. Di tutte le cose che ho fatto in musica, condividere batteria e palco con lui è stata la cosa più bella. Tutti gli altri batteristi dei Tull sono formidabili. Clive Bunker e Doane Perry sono sempre stati gentili con me ogni volta che abbiamo suonato insieme. Il compianto Mark Craney è stato un gigante del mio strumento, mai abbastanza considerato. Una forza della natura! Tutti i batteristi di Zappa, in particolar modo Terry Bozzio e Chad Wackerman per la follia organizzata del loro playing. Roger Taylor dei Queen: timing impeccabile, voce con estensione infinita, autore di brani senza tempo. Diciamo che anche suonare con una band composta da altre tre individualità così uniche è una cosa che un po’ gli invidio. John Bonham dei Led Zeppelin: non serve aggiungere altro. Ian Paice, ovviamente. Lars Ulrich, senz’altro. Mike Portnoy, come tutta la mia generazione. Nick Menza, un batterista metal con un grande groove, si sente che veniva dal rock e dal blues. Pat Torpey dei Mr.Big. Sempre in grado di infilare una chicca batteristica di grande rilievo in brani di pop/hard rock. Pierluigi Calderoni del Banco del Mutuo Soccorso, per il suo stile preciso e le ritmiche serrate e incalzanti ma allo stesso tempo leggere. È anche una brava persona, lo conosco. Edoardo Bellotti, un batterista con una grande cultura che potrebbe suonare bene tutto e suona jazz in maniera consapevole ed elegante, con poche note al posto giusto. Oggi mi piacciono tantissimo Keli, il batterista degli Agent Fresco. Bravissimo, originale e imprevedibile, e Blake Richardson dei Between The Buried And Me.

Mi sembra di capire che i Jethro Tull siano il tuo gruppo del cuore, ma ti sei sposato indossando una maglia dei Queen mentre tua moglie ne aveva una degli Yes. Si tratta di tradimento?

Ma sai proprio tutto! Grande! Quando ho saputo che Martin Barre e Clive Bunker dei Jethro sarebbero stati al nostro matrimonio, conoscendoli ho pensato che mi avrebbero preso in giro tutto il giorno perché indossavo una loro t-shirt il giorno del mio matrimonio, allora ho optato per i Queen, che adoro al pari dei Tull. Mia moglie è una grande fan degli Yes. Ho capito solo il giorno dopo che non era solo per la band, ma anche per il “sì”. Sono solo il batterista alla fine, un po’ lento di comprendonio.

Da batterista di alto livello ti chiedo se puoi dare qualche semplice consiglio a chi si vuole avvicinare al tuo strumento.

Premetto che non mi considero un batterista di alto livello, ma ti ringrazio davvero per la tua stima. Studio tutte le mattine per migliorarmi e non fare brutte figure quando suono! La mia idea è di prendere lezioni e cercare di imparare quanto più possibile e ascoltare molta musica diversa, ma poi specializzarci in ciò che ci piace davvero. Se abbiamo provato per due anni ad ascoltare ogni forma di jazz ma quando ci sediamo alla batteria suoniamo dietro a Reign In Blood, direi che la nostra direzione musicale è piuttosto chiara, ma il fatto di aver studiato altri generi ci aiuterà a suonare meglio in generale e con maggiore consapevolezza. Direi che individuare una scuola con un insegnante che ci piace, o studiare privatamente con un bravo maestro è molto molto utile. Io vorrei averlo fatto prima nella mia evoluzione. Non serve avere una batteria costosa, bisogna studiare. Allora poi una batteria da 500/700 euro con delle buone pelli accordate e dei piatti decenti suonerà come una che costa dieci volte tanto. Quando presto la mia vecchia Tamburo da 460 euro a Clive Bunker lui la suona ed esce il suono che aveva nel 1970 all’Isola di Wight davanti a 650.000 persone (si riferisce al grandioso concerto con The Doors, The Who, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Free, Emerson, Lake & Palmer e altri nomi fondamentali per il rock, potete recuperare il video “Message To Love: The Isle Of Wight festival”, ndMF). Io mi siedo dietro e tento di rubare il mestiere. Quello del suono è un aspetto affascinante e spesso trascurato dal batterista inesperto.


Quanto è importante (e difficile) trovare il drum kit ideale? Qual è oggi il tuo drum kit standard?

È importante, ed è difficile. Costa un sacco di soldi buttati per colpa dell’inesperienza e dell’insicurezza. Uso una batteria Vibe in alluminio, costruita da Paolo Zuffi a Imola. È uno strumento eccezionale. Ian Paice, Mark Richardson degli Skunk Anansie, i miei compagni di band e altri sono tutti rimasti sbalorditi dal suo suono. Ha molto volume e proiezione e magari se devo suonare in un teatro o in un club, uso una batteria in legno con diametri più contenuti, ma il mio set ideale ha una cassa da 24”, tom da 13” (a volte aggiungo un 10” sulla destra) e timpani da 16” e 18”. Le classiche misure da rock. Piatti Paiste 2002. Ho questo sound nelle orecchie perché tutti i miei batteristi preferiti li usano, quindi mi è sembrata una scelta ovvia. Bacchette Promark 5B e pelli Evans. Il mio set ideale è portare in giro o in studio meno roba possibile per poter affrontare in modo giusto la musica che devo suonare, così da non avere tentazioni di suonare più del necessario… e smontare velocemente dopo il concerto! E non dimenticare il tappeto, altrimenti si muove tutto!

Cosa stai facendo in questo periodo?

Insegno presso tre ottime strutture. Fondazione Fossano Musica di Fossano, una scuola che ha ottimi programmi di musica d’insieme; Musicanto a Piossasco (Torino) e la Pepper Music a Moncalieri. Ho un sacco di bravi allievi e cerco di fargli ascoltare i dischi al pari di studiare i rudimenti. Tra le molte band, segnalo The Critical Failure, una nuova formazione con disco in uscita. Immagina un sound vicino a certe cose di Devin Townsend e un concept che vede con occhio sinistro e quasi ironico la vita di alcuni famosi serial killers. Presto news in merito!

Sergio, grazie di cuore per la tua disponibilità e gentilezza. È sempre un grande piacere poter parlare con un musicista di spessore come lo sei tu.

Grazie a te per il tempo dedicatomi e ai lettori che avranno la pazienza di leggere quest’intervista fino a qui.

sabato 26 ottobre 2019

Tanti auguri a Lino Vairetti

Compie gli anni oggi 26 ottobre Lino Vairetti, leader dei mitici Osanna, da 50 anni punto di riferimenti per il progressive italiano, sempre attivissimo; sono in uscita un doppio CD, un libro, e un film autobiografico.

Buon Compleanno Maestro…
Wazza



PALEPOLI -OSANNA- tour 1973

venerdì 25 ottobre 2019

Pink Floyd il 25 ottobre del 1969


Usciva il 25 ottobre 1969 (50 anni fa!!!), il doppio album “Ummagumma” dei Pink Floyd, capolavoro del prog psichedelico.
Niente da aggiungere vostro onore!
Wazza

Ummagumma 4th Studio/live album from Pink Floyd
Released 25 October 1969
Recorded 27 April 1969 at the Mothers Club, Birmingham, England

2 May 1969 at Manchester College of Commerce, Manchester, England



mercoledì 23 ottobre 2019

ALIANTE: “Sul confine”, di Valentino Butti


ALIANTE: “Sul confine”
M.P.& Records     2019   ITA
Di Valentino Butti

Continua il magico volo degli Aliante dopo l’esordio, del 2017, intitolato “Forme libere” che aveva messo d’accordo (quasi) tutti i progsters nostrani (e non solo) considerandolo un album di ottima fattura. Una formula, quella del trio toscano, piuttosto coraggiosa, se si pensa che anche “Sul confine” (una lunga suite di 48 minuti, divisa in 7 sezioni ben distinte e un brano più breve, “Nel cielo” posto in chiusura) è un album interamente strumentale. All’origine del titolo di questa nuova release ci sono le note del booklet ad aiutarci: quando si vive in una terra di confine, come l’Italia, si incontrano lingue e culture diverse che possono generare contrasti ma pure un senso di vicinanza. È sul confine che si potranno scorgere le linee sottili che dividono la povertà dalla ricchezza, il dolore dalla gioia, la comprensione dall’indifferenza. Ed è sul “confine” che cercano di muoversi gli Aliante (Enrico Filippi, tastiere; Jacopo Giusti, batteria e Alfonso Capasso, basso) con questo seconda fatica discografica. Una raccolta di brani raffinati, non di rado a tinte color pastello, altamente evocativo nei suoni, con una patina di malinconia che ricopre le composizioni (su tutte “Ai confini del mondo” arricchito dal violino di Marianna Vuocolo), dal leggero tocco “jazzy” ma che non disdegna soluzioni più rock o dinamiche tipicamente new prog con le tastiere assolute protagoniste, in assenza della chitarra elettrica. Il tutto prodotto con apparente semplicità, tanto che, a conti fatti, l’assenza del cantato è per nulla penalizzante. Un viaggio sul “confine” ispirato anche a “Il deserto dei tartari” (“Ai confini del mondo”, “Tenente Drogo”) che si districa con disinvoltura in un universo sonoro variegato e coinvolgente. Un volo libero, senza costrizioni, che inizia con i nove minuti di “Viaggio nel vento” (prima sezione della suite-ogni segmento è “interpretato” separatamente dal lettore cd-), brano dominato dalle tastiere e dal piano di Enrico Filippi con la sezione ritmica ad accompagnare dolcemente l’ascoltatore. “Metzada” (un’antica fortezza in Giudea…terra di “confine”) conferma l’alto livello raggiunto dal trio toscano: la ritmica è più rocciosa e sostiene le divagazioni delle keyboards di Filippi, a qualche rimando jazz rock si aggiunge una sorta di infatuazione “cameliana” se al timone della storica band britannica ci fosse stato Bardens e non Latimer… La già citata “Ai confini del mondo” è un altro gioiellino intimistico e rarefatto di grande suggestione. Con “La rana” si cambia un po’ registro: hammond e synth imperversano ed il “divertissement” profuma di new prog di qualità. Anche “Cigno nero” vede le tastiere dominanti (a tratti sembra di essere nella colonna sonora di uno spaghetti-western con la tensione in crescendo…) anche se la sezione ritmica “lavora” al meglio sempre in bilico tra improvvisazioni jazz-rock e new prog. Vagamente Emerson, Lake & Plamer è “Il quadrato”, il brano più seventies della raccolta, mentre “Tenente Drogo” (settima ed ultima sezione della suite) profuma ancora di new prog britannico… strumentale ovviamente. Chiude l’album “Nel cielo” (dedicata al cantautore Renzo Zenobi - gli Aliante hanno suonato sul suo ultimo album in compagnia di Arturo Stalteri) altro pezzo delicato ed emozionante.
Sul confine” conferma quanto di buono prodotto dal trio in occasione di “Forme libere”: una proposta che necessita di numerosi ascolti per cogliere, o perlomeno tentare di farlo, le numerose sfumature che si materializzano nel quadro dipinto a sei mani dagli Aliante. Poi la strada sarà tutta in discesa e probabilmente vi capiterà di ascoltarlo, ascoltarlo ed ancora riascoltarlo…

ALIANTE sono:

ENRICO FILIPPI: tastiere, piano e moog
ALFONSO CAPASSO: basso elettrico ed effetti
JACOPO GIUSTI: batteria e percussioni
e MARIANNA VUOCOLO: violino in “Ai confini del mondo”


TRACKLIST:

1 – Viaggio nel vento
2 – Metzada
3 – Ai confini del mondo
4 – La rana
5 – Il cigno nero
6 – Il quadrato
7 – Tenente Drogo
8 – Nel cielo


Jamie Muir


Si parla sempre poco di Jamie Muir, artista a 360°, conosciuto nel mondo musicale come percussionista dei King Crimson.

Sembra che da anni si sia ritirato per dedicarsi alla pittura, una specie di Jeffrey "Hammond" Hammond dei Jethro Tull.

Tanto per ricordare...
Wazza
Jamie Muir è stato un musicista senza barriere. Iniziò la sua carriera al trombone in band jazz, poi passò alla batteria e alle percussioni con un approccio del tutto libero. Suonò per due anni con l’Edinburgh free-jazz ensemble The Assassination Weapon, poi seguì Derek Bailey nel suo progetto The Music Improvisation Company. Nel 1971 Muir si unì al gruppo di rock africano Assaggi. Qualche tempo dopo Robert Fripp gli fece la proposta che l’ha consegnato alla storia, seguirlo nell’ennesima incarnazione del re cremisi. La sezione ritmica dei Crimson era formata da John Wetton al basso, Bill Bruford alla batteria e da Jamie Muir che percuoteva e utilizzava tutto ciò che era possibile: fogli di metallo, catene, richiami per uccelli, bottiglie di plastica, letti di foglie secche, seghe.
Le performance di Muir sono immortalate in uno degli album più belli della band, “Larks’ Tongues in Aspic”.


Dopo l’esperienza con i King Crimson, Muir decise di ritirarsi a una dimensione di vita più introspettiva e in particolare alle pratiche buddiste.
Nel 1980 Muir tornò a fare musica e lo fece in un progetto tutto suo chiamato Ghost Dance, con l’aiuto di David Cunningham e Michael Giles.
Nel 1990 Muir decide di abbandonare completamente la musica per dedicarsi alla pittura.


lunedì 21 ottobre 2019

Il 21 del mese, dedicato a Francesco Di Giacomo


                                                                  21 Ottobre

Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti.”
(Dario Fo)

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano

Wazza

IMAGINE (John Lennon)

Immaginate che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o morire
Ed anche alcuna religione
Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come un’unica entità

Immaginate che non ci siano proprietà
Mi domando se si possa
Nessuna necessità di cupidigia o brama
Una fratellanza di uomini
Immaginate tutta la gente
Condividere tutto il mondo


mercoledì 16 ottobre 2019

ERIS PLUVIA & ANCIENT VEIL - “1991/1995 Rings of earthly light and other songs”, di Evandro Piantelli



ERIS PLUVIA & ANCIENT VEIL - “1991/1995 Rings of earthly light and other songs”
2019 – Lizard Records
Di Evandro Piantelli
Articolo già uscito su MAT2020 di giugno

Quelli come me che sono nati all'inizio degli anni '60 del secolo scorso sono venuti in contatto con il progressive rock nella fase declinante di questo genere musicale, minacciato e presto scalzato da altri suoni (il punk, la new wave e, nel nostro Paese, dai cantautori). Tuttavia, come il fuoco che dorme sotto la cenere, verso la metà degli anni '80 in Gran Bretagna c'è stata una rinascita del genere, grazie a gruppi quali Marillion, IQ, Pallas, Pendragon, ecc., pur raggiungendo un successo numericamente inferiore rispetto alle band della decade precedente. Anche in Italia il new prog ha visto il formarsi di molti gruppi che, a cavallo tra gli '80 e i '90, hanno pubblicato dei lavori interessanti, destinati ad un pubblico di carbonari che si faceva in quattro per trovare i cd e vedere i concerti (in un'epoca in cui non c'era internet)
È proprio in quel periodo che a Genova si costituisce un gruppo di giovanissimi che vogliono dire la loro dal punto di vista musicale, dando vita al progetto Eris Pluvia: Alessandro Serri (voce e chitarre), Edmondo Romano (sassofoni e voce), Paolo Raciti (piano e tastiere), Marco Forella (basso), Martino Murtas (batteria), con Valeria Caucino (voce). I ragazzi nel 1992 pubblicano per l'etichetta francese MuseaRings of earthly light”, una proposta molto originale, nella quale si incontrano prog, folk e musica contemporanea, dove flauto e sax prevalgono sulle più consuete chitarre e tastiere. Ma lo stesso anno della pubblicazione del disco, per divergenze tra i componenti del gruppo, la band si spacca; una parte dei musicisti continua a portare avanti il progetto Eris Pluvia, mentre Alessandro Serri e Edmondo Romano danno vita, insieme a Paolo Serri, fratello di Alessandro, al progetto Ancient Veil, che sfocia nella realizzazione dell'album “The Ancient Veil” nel 1995. 
Nel corso di più di 30 anni le strade delle due band non si sono più incrociate e i loro componenti hanno intrapreso le proprie carriere personali, spesso lontane dal mondo musicale. Stranamente negli ultimi tempi l'attività discografica delle band, solitamente molto parche di uscite, si è intensificata; gli Eris Pluvia hanno pubblicato “Different earths” (2016) e “Tales from another time” (2019), mentre gli Ancient veil hanno rilasciato “I am changing” (2017), “New” e “Rings of earthly … live” (entrambi del 2018).
Nel 2019 è uscito a nome congiunto delle due band (che, dopo tanti anni, hanno forse accantonato le vecchie ruggini) un lavoro decisamente interessante dal titolo Rings of earthly light and other songs, il CD di cui vorrei parlarvi oggi, distinguendo le due parti che lo compongono.

RINGS OF EARTHLY LIGHT
La prima parte del CD ripropone integralmente il contenuto del disco uscito nel 1992 per la francese Musea Records, un'opera che conteneva la lunga suite omonima (che si sviluppava in cinque movimenti) ed altri sei brani.  Questi pezzi, riascoltati a quasi 40 anni di distanza dalla loro prima pubblicazione, risultano ancora freschi e godibili a dimostrazione (parere personale) che il gruppo era più avanti rispetto alle band dello stesso periodo. Infatti, molti lavori dei primi anni '90 abbondavano di tastiere e batterie elettroniche, mentre in “Rings” erano in grande evidenza gli strumenti acustici ed in particolare i fiati di Edmondo Romano, che conferivano all'album un sapore folk che è rimasto intatto nel tempo.

OTHER SONGS
Ma veniamo ai pezzi che costituiscono le “altre canzoni” presenti su questo CD.
Si inizia con “Through the sky”, un brano acustico dolcissimo ricamato dal sax soprano di Edmondo. Si prosegue con “And when the train has left”, una gradevole ballad dal sapore celtico. Si tratta di due brani degli Ancient Veil composti nel 1994 (all'epoca dell'album d'esordio della band), ma registrati da Serri e Romano all'inizio del 2019.
I brani successivi sono stati tutti composti nel periodo 1991-94 e registrati nell'inverno del 1995. “Flying” è un pezzo totalmente strumentale dove il flauto la fa da padrone e ad Alessandro ed Edmondo si affianca un gruppo di talentuosi musicisti (Fabio Serri, Marco Fadda, Gianni Serino, Massimo Tarozzi, Sergio Grazia, Antonella Trovato, Alice Nappi e Tommaso Olivari), oltre gli archi del Willow Quartet (Roberto Mazzola, Sara Diano, Alessandro Sacco e Stefano Cabrera). “You'll become rain (part two)”, invece, è una struggente ripresa per soli archi del brano omonimo interamente eseguita dal già citato Willow Quartet. Si cambia totalmente con “Walking around”, che vede la presenza di un coro orchestrale di 17 elementi. Il disco si conclude con “Landscape and two”, un brano dal forte timbro etnico realizzato da Edmondo Romano mediante la sovrapposizione del suono di sei flauti di tipo mohozeno (si tratta di un flauto boliviano di grandi dimensioni tipico della zona del lago Titicaca).
Devo dire che per me, che acquistai l'album al momento della sua uscita e che l'ho apprezzato fin dall'inizio, questa ripubblicazione con brani inediti ha costituito una piacevole sorpresa. Nonostante si tratti di composizioni con qualche anno sulle spalle, come ho già detto, il loro ascolto risulta sempre gradevole e coinvolgente. Consiglio a tutti gli amanti della buona musica, al di là delle etichette stereotipate, di riscoprire questo piccolo capolavoro che il tempo non ha offuscato.

Repertorio live...



martedì 15 ottobre 2019

“Teatro Valle Occupato”: 15 ottobre 2011


Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati
(Bertolt Brecht)

Il 15 ottobre 2011 Francesco di Giacomo, Vittorio Nocenzi, e Alessandro Papotto in “rappresentanza” del Banco, si esibiscono al “Teatro Valle Occupato”, lo storico teatro italiano che lottava (e lotta) contro la chiusura dello stabile.

La data riportata dal fotografo (che non conosco) riporta erroneamente la data 14 giugno 2011, sulle foto, confondendo con la data che Francesco di Giacomo fece insieme a Paolo Sentinelli, appunto il 14 giugno!

Sempre solidali, con chi ne ha bisogno… questo è il Banco

Wazza