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mercoledì 20 novembre 2024

SUBMARINE SILENCE - "Atonement of a former sailor turned painter", di Valentino Butti

 


SUBMARINE SILENCE - Atonement of a former sailor turned painter

Ma.ra.cash records     

2024-ITA

Di Valentino Butti

 

A distanza di quattro anni dal precedente “Did swans ever see God?”, eccoci nuovamente a parlare dei Submarine Silence, uno dei numerosi progetti di Cristiano Roversi (Moongarden, Il porto di Venere, Catafalchi del Cyber, Lanzetti & Roversi… solo per rimanere in ambito prog). “Atonement of a former sailor turned painter”, questo il titolo dell’album, vede impegnati, oltre a Roversi (organo, piano, mellotron, tastiere, pedali bassi), il cantante Guillermo Gonzales, il chitarrista David Cremoni (entrambi “sottomarini” di lungo corso), l’altra vocalist Manuela Milanese (ospite già nell’album precedente) ed una sezione ritmica nuova di zecca con Marco Croci (Maxophone e Julius Project) al basso e Maurizio Di Tollo (già nei Moongarden, La maschera di Cera, Hostsonaten; ora Il porto di Venere e due album da solista all’attivo) alla batteria (e percussioni). L’immancabile, splendido, artwork di Ed Unitsky, fa da corollario al tutto. Mai come in questa occasione le abbondanti note di copertina (oltre alle liriche) sono necessarie per capire la storia di “Atonement…”. E, proprio dalle spiegazioni, mi farò aiutare per addentrarmi nei quarantacinque minuti dell’album (prevista pure la pubblicazione in formato LP). Un lavoro a tema, ma non solo. I vari brani sono come capitoli di una storia che si svolge in luoghi marittimi immaginari e senza tempo, ed ogni brano è pure un bozzetto, un quadro, con riferimenti sia letterari che cinematografici. In aggiunta, le liriche sono precedute da ulteriori osservazioni che specificano ed ampliano le vicende narrate ed il “viaggio” che sottintendono. Non ci soffermeremo più a lungo su queste ulteriori note, per non appesantire queste righe, ma ne avremmo gradito anche la versione in italiano.

Quattro sono i brani che compongono l’opera a cui si aggiunge la bonus-track “Zena”, presente nella sola versione in CD. Si inizia con “Majestic Whales” (che riprende e “stravolge” un brano di Anthony Phillips presente su “Sail the world” del 1994), uno splendido strumentale “liquido”, con un notevole “guitar-solo” di Roine Stolt (The Flower Kings), batteria possente ed atmosfere “genesisiane” molto spiccate (quelle dei brani più potenti di “A trick of the tail” per intenderci).

Una bordata ritmica e di hammond ed è subito “Les mots que tu ne dis pas”, la seconda traccia. Iniziamo ad apprezzare la voce di Guillermo Gonzales, il sound è sempre incalzante e la chitarra di Cremoni pare rivaleggiare con le tastiere di Roversi, mentre la sezione ritmica ci dà dentro che è un piacere. Poi tutto si placa per lasciare spazio anche alla voce di Manuela Milanese e al “solo” di Cremoni che ci conduce al finale. Ma non c’è tregua.

È la volta di “Limbo of the rootless”: chitarre arpeggiate, la voce della Milanese, poi cresce l’intensità, si inserisce anche Gonzales ed inizia un’epica, vorticosa, cavalcata strumentale con una ritmica davvero spumeggiante. Il cantato diventa ancora più enfatico, le digressioni ritmiche sempre più articolate e spericolate.

Il finale è per sola voce (Manuela) e chitarra arpeggiata. La suite, nonché title track, chiude l’album “ufficiale”: ventuno minuti di grandissimo progressive rock d’annata. Il vertice assoluto, ad oggi, della produzione della band. E’ presente un impianto melodico di prim’ordine, con le due voci ed i cori davvero superbi; ci sono repentini sbalzi di umore musicale con le atmosfere acustiche e pastorali che si fondono con quelle decisamente rock; ci sono gli squarci sinfonici che conciliano i “vecchi maestri” seventies con il new prog del decennio successivo; ci sono le trame ritmiche articolate e la “semplicità” di qualche arpeggio della sei corde; ci sono, infine, le “grandeur orgiastiche” di un suono pieno e dirompente frutto (anche) di una qualità di registrazione ottimale. Insomma, se la parola “capolavoro” è sempre impegnativa (e non a tutti concesso l’uso…), mi permetto questa volta di “spenderla” senza esitazioni. La versione CD, come anticipato, comprende pure “Zena”: tre minuti di struggente malinconia, nati da un’idea melodica di Sergio Lattuada, tastierista dei Maxophone, scomparso qualche anno fa, che i Submarine Silence hanno completato e pubblicato come doveroso omaggio.

“Atonement of a former sailor turned painter” si candida prepotentemente come disco progressive italiano dell’anno e sicuramente sarà tra i protagonisti dell’”Arlecchino Azzurro”, sondaggio indetto (assieme all’”Arlecchino Doro”, scritto così) dalla storica Webzine “Arlequins” e che premia l’album italiano e straniero che più è piaciuto ai membri del forum.





giovedì 24 ottobre 2024

JON ANDERSON & THE BAND GEEKS: TRUE, di Valentino Butti

 


JON ANDERSON & THE BAND GEEKS: TRUE

Frontiers records    2024     GBR/USA

Di Valentino Butti


Sono tra i 500mila ed oltre che hanno visto su YouTube la versione di “Close to the edge” dei “The band geeks”. Per loro (e nostra) fortuna tra quelle decine di migliaia di appassionati c’era anche qualcuno dell’entourage di Jon Anderson. Da lì a breve i cinque “Geeks” diventano la band che supporterà l’ex singer degli Yes, in un breve tour negli States, nella riproposizione dei grandi classici del gruppo inglese. La “chimica” pare funzionare bene e tra un concerto e l’altro, oppure attraverso “zoom”, nascono le prime idee per la pubblicazione di un album di inediti. Il risultato è questo “True”, pubblicato nell’agosto di quest’anno per l’italiana “Frontiers records”. Inevitabili i confronti con il recente (dello scorso anno…) “Mirror to the sky” degli Yes. Beh, su un punto penso non ci sia dubbio alcuno: la copertina di “Mirror…” batte quella di “True” 10 a 0!!! E se, da amante degli Yes, Roger Dean e la sua arte sono insuperabili, non riusciamo proprio a capire come il “divino” Jon non abbia potuto fare di meglio di una sua fotografia mentre… canta… errore di marketing… almeno. Certamente contano di più i contenuti, ma anche l’occhio vorrebbe la sua parte.

Torniamo, dunque, a “True”. L’album è diviso in nove tracce e, assieme al lavoro di qualche anno fa con Roine Stolt (“Invention of knowledge”), è, senza dubbio alcuno, quello più vicino al classico “Yessound” che il singer di Accrington abbia mai realizzato. Il tutto anche grazie alle notevolissime capacità dei cinque “Geeks”: Richie Castellano (basso, chitarre, tastiere, voce), Andy Ascolese (batteria, percussione, tastiere, voce), Andy Graziano (chitarre, voce), Chris Clark (tastiere) e Robert Kipp (hammond, voce). Le due tracce iniziali “True messenger” e “Shine on” sono state scelte come singoli di lancio dell’intero lavoro. Più vicini agli Yes di “The ladder” e, per certi aspetti, a quelli di “90125”, piuttosto che a quelli dei seventies, si tratta di brani frizzanti, con refrain orecchiabili, ma notevoli pure dal punto di vista strumentale, a dimostrazione della bontà della band che sostiene la voce, sempre angelica, di Anderson.

Counties and countries” è uno dei brani migliori del lavoro. Introduzione con chitarre ruvide e tastiere straripanti sostenute da una ritmica rocciosa che prelude al cantato. Eccellenti i cori come eccellenti sono i break strumentali sia nelle parentesi acustiche sia nelle furiose scorribande elettriche, con il finale che rimanda un poco a “Starship trooper”: tutto molto Yes… ma va bene così…

Più ordinaria la breve “Build me an ocean” che ricorda, meno ispirata, “The meeting” o “Let’s pretend”. 

Still a friend”, composta da Anderson e dal trio Castellano/Ascolese/Clark, è più articolata, con i soliti saliscendi sonori, ma comunque non indimenticabile. 

Meglio, senz’altro, “Make it right”, con introduzione soffusa, voce in primo piano, chitarre acustiche, un azzeccato ritornello, cori gospel (!!) e belle orchestrazioni.

Realisation part two” segue, a grandi linee, “Make it right”, con qualche sfumatura etnica che ogni tanto Anderson ripropone nei suoi lavori solisti.

Once upon a dream” (oltre sedici minuti) è il brano più riuscito di “True”: un “bigino” che comprende più o meno velati rimandi a “Tales from topographic oceans” (in particolare” The revealing science of God”), il basso pulsante a la Squire, atmosfere solari, costruzioni melodiche sempre raffinate, sentori new age (“Awaken”), aperture sinfoniche (“Close to the edge”), cori eccellenti… insomma… quello che volevamo sentire da un po’ di anni dagli…Yes! In fondo non possiamo pretendere che questo, ormai ottantenne, Artista abbia l’ispirazione di cinquant’anni fa… ma l’entusiasmo è dei giorni migliori. L’album si chiude con “Thank God”, tipico brano intimista di Anderson e vero atto d’amore nei confronti della moglie, a lui sempre vicina nei momenti di difficoltà.

“True” è sicuramente un bell’album (con qualche inciampo, inevitabile), certamente “ruffiano” (del tipo: “Ascoltate quello che ho fatto io… e quello che hanno fatto i miei ex compagni… chi preferite?”), ma cadiamo volentieri nella trappola tesaci e ci accodiamo a quelli che vorrebbero un ultimo Yes album con il grande Jon alla voce. Per sognare… ancora.




lunedì 15 maggio 2023

MARCO BERNARD: "The boy who wouldn’t grow up", di Valentino Butti


MARCO BERNARD: The boy who wouldn’t grow up

Seacrest Oy-2023-Multinazionale

Di Valentino Butti

 

Dopo anni come responsabile dei numerosi “Colossus Project” (album a tema collegati alla fanzine finlandese omonima), e altrettanti come membro fondatore dei “Samurai of Prog”, nonché, ultimamente, collaboratore per gli album solisti di Kimmo Pörsti e di Rafael Pacha, finalmente il bassista italiano (da tempo residente in Finlandia) Marco Bernard decide di pubblicare un album a proprio nome. “The boy who wouldn’t grow up” è il titolo del lavoro appena pubblicato con la copertina curata sempre dal “fidato” Ed Unitsky.

“Il ragazzo che non voleva crescere” non è solo la storia di Peter Pan, ma, in fondo, pure quella di Bernard che, attraverso i suoi mille progetti, continua a coltivare i suoi sogni di gioventù. L’album, come tutti i precedenti che vedevano la presenza del bassista, si avvale dell’ormai consolidato team di collaboratori di alto livello che contribuiscono a confezionare i sette brani presenti. Eccezion fatta per “Ouverture”, musicata da Octavio Stampalia tutti gli altri pezzi sono stati composti da artisti italiani come Alessandro Di Benedetti (Inner Prospekt, Mad Crayon), Mimmo Ferri, Andrea Pavoni (Green Wall), Marco Grieco e Oliviero Lacagnina (Latte e Miele).

La presenza italiana è numerosa anche a livello esecutivo con, tra gli altri, Carmine Capasso (chitarra elettrica), Daniele Pomo e Riccardo Spilli (batteria) e Marco Vincini (Mr. Punch e G.O.L.E.M. alla voce).


Ouverture” (come da titolo) è l’ottima presentazione dell’opera: uno strumentale barocco ed enfatico caratterizzato, oltre che dalle tastiere di Stampalia, dal violino e dal flauto di Unruh e dal corno francese e dalla tromba di Marc Pepeghin, che conferiscono un’atmosfera solare al pezzo. Con “Never never land” entriamo nel vivo del lavoro con momenti acustici molto intensi (la chitarra di Ruben Alvarez e il flauto di Sara Traficante) e pervasi da una leggera malinconia. Un “signor” singer John Wilkinson (voce nel brano in oggetto), una ritmica robusta (il binomio Pörsti e Bernard), lunghe ed articolate frasi strumentali che talvolta sfiorano il jazz rock, senza dimenticare elementi più sinfonici ed epici, caratterizzano la seconda metà del brano. Scanzonata e decisamente new prog è (anche se molto riuscito è l’inserto jazzy sul finale, perfetto per il corno francese e la tromba di Pepeghin) “The lost boys” confezionata su misura per la voce di Marco Vincini e impreziosita dagli interventi di Beatrice Birardi allo xilofono. “The home under the ground” è una composizione di Andrea Pavoni concepita quasi come una pièce teatrale o un musical con Peter Pan (voce di Cam Blockland), Wendy (Audrey Lee Harper) e “i ragazzi perduti” (Steve Unruh) protagonisti del racconto. Un “botta e risposta” delle tre voci, molto divertente, su cui si appoggiano le musiche create da Pavoni. La splendida e un po’ inquietante voce di Mattew Parmenter (Discipline) ci accompagna in “The pirate ship (Hook or me)” frizzante composizione di Marco Grieco che furoreggia con il suo set di tastiere con ripetuti ed eccellenti “solos”. Importante, nel finale, il contributo del flauto di Sara Traficante, prima che la scena ritorni a concentrarsi sulla voce di Parmenter. Lo strumentale “The return home” di Lacagnina inizia sulle note del basso di Bernard per poi aprirsi alle tastiere dell’autore, ai dialoghi con il violino, ai “solo” di chitarra elettrica (Charles Plogman) e ai duetti chitarra classica, flauto e ancora violino. Si chiude con “Lunar boy (“Asylum” reloaded)” un vecchio brano degli Elektroshock (la band di Bernard degli anni ’70) rivisitata in chiave prog, da Grieco, in modo sgargiante. Insomma, cambiano i monicker, cambia qualche protagonista, ma la formula rodata di Bernard si dimostra ancora vincente e non possiamo che augurarci che lui e i suoi “Lost boys” continuino a deliziarci con questi lavori.  







giovedì 4 maggio 2023

RAFAEL PACHA: "A bunch of forest songs", di Valentino Butti

 


RAFAEL PACHA: A bunch of forest songs

Seacrest Oy-2023-SPA

Di Valentino Butti


Rafael Pacha, polistrumentista spagnolo, da alcuni anni collaboratore dei Samurai of Prog, e, più recentemente, co-protagonista sempre con Pörsti e Bernard, del progetto “The Guildmaster” (due album per loro, fra il 2020 e il 2022, di ottimo folk prog) ha all’attivo anche una ricca carriera solista incentrata soprattutto sul suo secondo “amore” musicale e cioè la musica popolare. Sollecitato anche dall’amico Pörsti, l’artista iberico “riprende in mano” alcune composizioni presenti nei suoi album solisti, li rivisita, li registra nuovamente e il risultato è questo “A bunch of forest songs”.

Tredici brani compongono la raccolta: dodici di essi sono estratti da quattro suoi album, uno, “La mujer del músico” è un brano inedito che comunque faceva già parte del repertorio live dell’autore. Artista eclettico, Pacha, per l’occasione, suona un po’ di tutto: dalle chitarre acustiche, classiche ed elettriche, al basso, dal violino alla viola da gamba, dal flauto al mandolino, per non parlare di altri strumenti della tradizione turca, spagnola o irlandese. Ovviamente presenti, in qualità di ospiti, Pörsti alla batteria, Bernard al basso in alcuni pezzi ed anche Alessandro Di Benedetti con le sue tastiere.

Un viaggio nella musica tradizionale non solo spagnola, ma pure in quella basca, celtica, scandinava e balcanica. Tutti i brani sono di grande fascino e ci avvolgono con le loro fragranze: le sonorità celtiche di “Piper’s dream” con le sue cornamuse oppure il folklore basco e gli strumenti tipici di questa zona che ci accompagnano in “Akelarre”. Ancora la verde Irlanda e le sue antiche leggende sono protagoniste in “Ossian by the door” e in “Bean Sidhe”, (le Banshee, spiriti femminili i cui pianti anticipano la morte di qualche essere umano) splendido bozzetto acustico che ci conferma tutta la sensibilità di Pacha con gli strumenti a corda. Non mancano le ritmate cadenze balcaniche come in “Balkan Rashness/ Pivo u staklu” o i rimandi all’epica scandinava protagonista in “Dance of Rohan” e, ancor di più, in “Kenningar (Swordwater)” che si rifà alle tradizioni medioevali norrene. Il folklore scozzese (delle isole Ebridi, in particolare) è oggetto della più elettrica “Stormchaser” con ancora le cornamuse in evidenza. “Artañola” è un mix di sonorità basche e celtiche, mentre “La mujer del músico”, l’unico inedito come detto, è un emozionante saggio dell’arte di Pacha e, qui, anche di Alessandro Di Benedetti al piano ed alle soffuse tastiere.

“A bunch of forest songs” si rivela un prezioso scrigno musicale in cui si (ri)scoprono tradizioni secolari ancora in grado di coinvolgere la nostra sensibilità.







domenica 12 febbraio 2023

Wobbler - “From silence to somewhere”, di Valentino Butti

 


Cloni di…? Copiano da…? Si rifanno decisamente a…? (nel più fortunato dei casi…). Ormai la quasi totalità delle prog band sono “condannate” da giudizi (talvolta affrettati) volti a sminuirne la qualità musicale (come se gli altri generi fossero sempre innovativi). A tali, anche prevenuti, pareri non sono certo esentati i norvegesi Wobbler che, con “From silence to somewhere” giungono al quarto album in studio.

Da sempre attratti da sonorità vintage (e con strumentazione adeguata) e, chiaramente ispirati da band come Yes, Gentle Giant, Genesis, hanno saputo comunque creare un sound affascinante, di grande valore e “tipicamente” Wobbler.

Il nuovo lavoro è diviso in quattro tracce per poco più di quarantacinque minuti di durata che, se da un lato evita lungaggini, dall’altro ci priva di qualche brano in più di probabile valore. Ci accontentiamo, perché le tre composizioni più articolate (la title track che sfiora i ventuno minuti, “Fermented hours” di dieci e “Foxlight” di più di tredici) ci offrono una band in gran forma ed ispirata (almeno) come nel precedente “Rites at dawn”. Suoni caldi e pastosi, uno stuolo di strumenti d’annata (Hammond, Mellotron, Minimoog, Chamberlin…), un basso “corposo” e ben presente, le cesellature della chitarra elettrica, i contorni offerti dalla dodici corde, un vocalist espressivo, una batteria piuttosto creativa. Caratteristiche secondarie? Un suono ampiamente sfruttato negli anni? Ma il progressive = innovazione? Prendiamo nota di tutto… ed andiamo avanti.

La suite ”From silence to somewhere” è incantevole: composizione di estrema naturalezza in cui i musicisti creano un tessuto sonoro con assoluta perizia. Non mancano “solos” importanti ma la qualità principale è data dall’alchimia raggiunta dai cinque Wobbler che, tra uno sprazzo sinfonico, una ”allure” folk offerta da flauto e clarinetto e momenti di “caos organizzato”, lasciano esterrefatti per la molteplicità delle soluzioni proposte. Un suono anche oscuro e misterioso, autunnale ed introspettivo, ma con sgargianti esplosioni “primaverili” che, di tanto in tanto, colorano a tinte vivaci il brano.

Un viaggio… un grande viaggio… appena iniziato. Sempre “già sentito"? Riprendiamo nota. E procediamo oltre.

Il secondo pezzo, “Rendered in shades of green” è un breve intermezzo per archi e piano, mentre la successiva “Fermented hours” è un altro “carico” calato dalla band norvegese. Facciamo prima un passo indietro e soffermiamoci brevemente sul fil-rouge che lega le liriche dell’album: testi ispirati alle metamorfosi, all’alchimia, al pensiero rinascimentale ed alla crescita psicologica e di consapevolezza di sé dell’essere che proprio in “Fermented hours” hanno sviluppo ulteriore. Nel brano, infatti, sono citati estratti da ”l’Indovinello Veronese” (il presunto testo più antico in volgare italiano) e della “Teseida” di Boccaccio che può essere interpretato anche come un omaggio al progressive italiano degli anni che furono. Tornando al brano, l’introduzione trae chiara ispirazione dagli Yes di “Relayer” (“Sound chaser”?), con una sezione ritmica granitica. Il brano si fa poi più delicato in cui emerge la voce di Andreas Wettergreen Strømman Prestmo.

Un lento crescendo, su un tappeto di tastiere, ad accompagnare ancora il vocalist, un gran lavoro di Hultgren (basso) e Kneppen (batteria) ed il brano volge al termine in un turbinio di note e colori.

Anche nella quarta traccia “Foxlight” la band si “abbevera” a quella fontana (inesauribile?) che già dissetò molti gruppi dei seventies e che dispensa frutti generosi pure oggi. Stavolta l’inizio è sussurrato, chitarre acustiche, flauto, tastiere appena accennate. Solo intorno al quarto minuto il brano sale d’intensità con le tastiere di Frøisle a sbizzarrirsi a più riprese, nonostante gli interventi del flauto (che ogni tanto fa capolino) a cui si accoda la dodici corde di Halleland (il nuovo chitarrista), forniscano momenti di pausa apparente. Il finale, una sorta di folk-sinfonico, con un bel guitar-solo, è degno della bellezza del brano e dell’intero album.

From silence to somewhere” si candida, per quel che mi riguarda, ad essere tra i lavori migliori del 2017. I detrattori non mancheranno, certamente. Ma c’est la vie!! Non cambieremo certamente parere.






domenica 28 novembre 2021

BLIND GOLEM: A dream of fantasy, di Valentino Butti

 


BLIND GOLEM: A dream of fantasy

Andromeda Relix      2021   ITA

Di Valentino Butti

 

Doctor Who… Star Trek… Kronos… “Non ci resta che piangere”… e Blind Golem… Non solo per le serie Tv o per le commedie è possibile un viaggio a ritroso nel tempo. Sembrerebbe proprio che i Blind Golem, quintetto veronese alla prima pubblicazione con questo monicker, abbiano usato la “famigerata” macchina del tempo per un “tour” che ci riporta ai primissimi anni Settanta del secolo scorso… in Inghilterra… quando imperversava un certo tipo di sound.

I cinque componenti della band sono Andrea Velardo al canto, Silvano Zago alle chitarre, Simone Bistaffa alle tastiere, Walter Mantovanelli alla batteria e Francesco Dalla Riva al basso (nonché voce solista in tre brani) e “A dream of fantasy” è il loro folgorante debutto.

La presenza (probabilmente l’ultima prima della sua morte) di Ken Hensley in “The day is gone” ci fa subito capire la principale fonte di ispirazione della band, gli Uriah Heep appunto, di cui alcuni dei componenti, col nome di Forever Heep, proponevano, in sede live, il repertorio.

Malgrado l’essenzialità del libretto del cd (i credits, un po’ di storia del gruppo, le foto dei protagonisti, senza purtroppo, le liriche) non possiamo fare a meno di notare la splendida copertina (tranquilli… c’è pure l’edizione in doppio vinile…) ad opera di Rodney Matthews (in passato autore di copertine importanti per Magnum, Nazareth, Eloy, gli stessi Heep ed ultimamente per i “nostri” Ellesmere). 

Le composizioni, quattordici, di “A dream of fantasy” scorrono tutte bene e non poche sono le chicche presenti, tra sonorità vintage e arrangiamenti più freschi.  

Uno dei brani manifesto è senz’altro l’opener “Devil in a dream”, con una ritmica rocciosa, cori, ritornello azzeccato e hammond a go-go.

A ruota segue Sunbreaker, possente hard rock… Heep/Purple… brano tiratissimo, con incendiari “solos” di hammond e chitarra elettrica.

Il tuffo nei seventies è cosa fatta.

Screaming to the stars si avvicina, invece, al sound “sabbathiano” appena stemperato dai soliti, eccellenti, cori.

Altro pezzo da novanta è la power ballad “The day is gone” con Ken Hensley alla slide-guitar e allo hammond: brano davvero emozionante in cui trasuda tutta l’anima Heep del gruppo.

Molto bella “The ghost of Eveline” che coniuga sonorità hard rock con quelle più solari e sinfoniche, ma anche con momenti più cupi e dark.

I cinque Blind Golem sanno regalarci anche una perla romantica ed introspettiva come “Night of broken dreams”, ma anche riff heavy come in “Pegasus”, altro pezzo degno di menzione.

Non dimentichiamo, infine, “Thegathering" che unisce il songwriting Heep con il moog… di “Lucky man” degli EL&P.

Insomma, un album che si fa apprezzare nella sua interezza: un sano hard rock viscerale che non potrà che entusiasmare i fans delle storiche band dei Settanta ma anche dei più recenti (e purtroppo sciolti…) Wicked Mind o Black Bonzo.


TRACCE (CLICCARE SUL TITOLO PER ASCOLTARE) 

1. Devil In A Dream  4:05

2. Sunbreaker 3:41

3. Screaming To The Stars 5:24

4. Scarlet Eyes 4:22

5. Bright Light 6:10

6. The Day Is Gone (Featuring – Ken Hensley) 5:11

7. The Ghost Of Eveline 7:39

8. Night Of The Broken Dreams  3:03

9. Pegasus 4:37

10. The Gathering 5:49

11. Star Of The Darkest Night 5:05

12. Carousel 4:50

13. Living And Dying 5:52

14. A Spell And A Charm 3:51




lunedì 1 novembre 2021

Marco Grieco: "Nothing personal", di Valentino Butti

MARCO GRIECO: Nothing personal

Musical box entertainment association      2020   ITA

Di Valentino Butti


Avevamo apprezzato un paio di composizioni di Marco Grieco, presente nel recente “The White Snake and other Grimm tales”, dei The Samurai of Prog e una rapida ricerca in internet ci ha permesso di ricondurre il suo nome all’album del 2009 “Il pianeta degli uomini liberi” uscito con il monicker “MacroMarco”.

Lo scorso anno è stato pubblicato “Nothing personal”, composto, suonato e cantato (in inglese stavolta) interamente dall’artista salentino.

Tutto è stato studiato sin nei minimi particolari, a partire dallo splendido artwork basato sulle illustrazioni del ballo mascherato di Grandville contenute in “Un autre monde”. Qui tutti gli animali rappresentati indossano delle maschere che assegnano loro un carattere, una funzione e dietro queste maschere anche l’uomo sarebbe, o meglio, è capace di commettere atti efferati. Malgrado non si tratti propriamente di un concept, è evidente il fil-rouge che lega le varie composizioni, unite dal desiderio, forte, di contrastare in ogni modo qualsiasi forma di violenza. Grieco se ne occupa con i mezzi a lui più congeniali attraverso nove brani che dimostrano il suo amore per il progressive rock inglese degli anni Settanta con qualche strizzatina d’occhio a quello più easy del decennio successivo. 



CLICCARE SUL TITOLO PER L'ASCOLTO


Last chance” apre l’album con un bombardamento di tastiere e solari cori “yesseggianti” che indirizzano subito l’ascoltatore verso territori conosciuti ma “confortevoli”. 

The eden”, più dura, ricalca per certi aspetti l’appeal dei primi album degli Asia con chitarre aggressive, batteria sostenuta e voce ricca di “effetti”.

La title track (il cui testo fa riferimento al processo di Norimberga) è un altro brano impetuoso e ricco di “punch” dominato dalle keytar dell’autore. 

Con “Am I sleeping” l’atmosfera cambia completamente: una soffusa ballata guidata dalla chitarra acustica che poi si “apre” melodicamente con un bel “guitar-solo” decisamente floydiano. 

Particolarmente effervescente e brillante pure “Falling dreams” con incastri vocali coinvolgenti. 

Piuttosto elaborato l’incedere di “Waiting for”: spumeggiante l’introduzione strumentale, straniante la sezione centrale (che riprende un discorso di Greta Thumberg), ancora brillante con uno sfarzoso “solo” di synth il seguito con un finale in crescendo in cui spicca l’elettrica. 

Waves” è un intenso e malinconico ritratto sonoro per il solo pianoforte ed un momento di “tregua” acustica prima dei due brani conclusivi. 

Heretics” (il cui tema è l’abiura a cui fu costretto Galileo) ha un incedere marziale e la chitarra heavy ne accentua ancora di più le caratteristiche. 

Poteva poi mancare la “suite”? No…e infatti ecco “Winter” (quasi quindici minuti), “pezzone” diviso in nove parti. Un trionfo di prog barocco di ottima fattura, nel quale Grieco “sguazza” che è un piacere.

Nothing personal” ci ha lasciato davvero soddisfatti, tanto che, il rammarico, essendo stato pubblicato lo scorso anno, è quello di non averlo scoperto prima. Speriamo di avere, almeno parzialmente, rimediato con queste poche righe e che qualche appassionato dia fiducia al lavoro del musicista salernitano. Se lo merita.

 

https://www.facebook.com/macromarcogrieco



mercoledì 27 ottobre 2021

THE FAR CRY: "If only…", di Valentino Butti

 

THE FAR CRY: If only…

Autoprodotto - 2021 -  USA

Di Valentino Butti

 

Una delle annose questioni che coinvolgono gli appassionati è la presunta “incapacità” delle band statunitensi di produrre prog di buon livello. Non appartenendo a questa “corrente di pensiero” ed anzi considerando il prog made in Usa, sin dagli anni Settanta, ricco di creatività (seppur non supportato da grandi numeri alla voce “vendite” …) e di notevoli band, talvolta, misconosciute, ecco che quando scopro qualche nuovo gruppo statunitense, mi ci fiondo nella speranza di trovarci qualcosa di qualitativamente interessante.

Così è successo per i THE FAR CRY: attirato dalla bella copertina, dopo una rapida scorsa alla durata delle tracce e al “parco” degli strumenti presenti, l’ascolto era d’obbligo. Non mi aspettavo certo un capolavoro, ma l’ora abbondante di musica proposta suddivisa su otto tracce, ha ampiamente giustificato l’approfondimento. Robert Hutchinson (batteria) e Jeff Brewer (voce, basso, chitarra) si conoscono sin dagli anni Settanta e negli anni Ottanta hanno fatto parte di una prog band, gli Holding Pattern, piuttosto nota tra gli appassionati più attenti.

Nel 2013 i due si ritrovarono per dare vita ad un nuovo progetto che, aggregatesi anche Bryan Collin (chitarre elettriche ed acustiche) e Chris Dabbo (tastiere e voce), col nome di “The Far Cry” giunge finalmente al debut-album.


Le due “vite” artistiche di Hutchinson e Brewer (quella 70/80 e quella di oggi) creano un ibrido in cui le sonorità proposte ricordano gli Yes, gli Styx, ma anche gli Spock’s beard e i Dream Theather. 

La parte del leone su “If only…la fanno le tre tracce più lunghe: l’iniziale “The mask of deception”, “Simple pleasures” e la title track.


CLICCARE SUI TITOLI PER ASCOLTARE


L’approccio in “The mask ofdeception” è piuttosto heavy, con chitarra elettrica e tastiere a decollare in modalità Spock’s beard, ma sempre con un occhio di riguardo all’aspetto melodico che, fortunatamente, non viene mai a mancare. Molto bello il “romantico” frammento strumentale nella seconda parte del brano, prima che riprenda il sopravvento la grinta iniziale.

Simple pleasures” sviluppa l’anima più sinfonica del quartetto statunitense, avvicinandosi alle suggestioni proposte dagli Yes o, per il lato più pomp, agli Styx. Molto riuscito, anche qui, l’inserto centrale con pianoforte e chitarre acustiche a prendersi la ribalta, prima dell’eccellente “solo” di synth.

La title track racchiude, nei suoi sedici minuti, non solo il meglio dell’album, ma anche un compendio del miglior prog sinfonico dai ’70 ad oggi. C’è l’introduzione acustica affidata alla chitarra, ci sono le brillanti tastiere di Dabbo, c’è il momento “ambient” e, ancora, il “divertissement” à la Gentle Giant, oppure il new prog alla I.Q (in zona “The wake”) senza scordarsi qualche scintilla heavy. Insomma, un florilegio di sensazioni diverse, ma ben assemblate tra loro.

Se queste tracce sono il fulcro di “If only…”, non dimentichiamo la breve “Winterlude”, dolce intermezzo per chitarra acustica e “Winterlude waning” per solo pianoforte.

Più lunghe ed articolate (ma sempre solo strumentali) sono l’epica “The missing floor” e l’eterea e raffinata “Dream dancer”.

Il quasi rap (!!!) di “Programophone” non va ad inficiare il valore di un album che si è dimostrato una piacevole sorpresa a dimostrazione che, con un poco di pazienza, si possono scovare ancora realtà e band degne di nota.





martedì 28 settembre 2021

IL PORTO DI VENERE – “E pensa che mi meraviglio ancora”, di Valentino Butti


IL PORTO DI VENERE – “E pensa che mi meraviglio ancora”

Ma.ra.cash records  -  2021   ITA

Di Valentino Butti


Con molta curiosità è stata accolta nell’ambiente degli appassionati la nuova (ma non la prima…) collaborazione tra Cristiano Roversi (Moongarden, Submarine Silence…) e Maurizio Di Tollo (ex Höstsonaten, ex La Maschera di Cera e da qualche anno “battitore libero” con due ottimi album solisti) nel progetto “Il Porto di Venere”.

I due, autori di tutti i testi e delle musiche, sono accompagnati in questa avventura da Erik Montanari alle chitarre, da Elisa Molinari al basso, da Marco Remondini al violoncello e sassofoni e da Stefano Zeni al violino.

Tra gli ospiti anche Faso al basso, Tiziano Bianchi al flicorno, Massimo Menotti alla chitarra acustica e… Demetrio Roversi (voci e “Suoni della strada).

Malgrado sia un lavoro di gruppo, l’impronta che ha ispirato i due lavori solisti di Di Tollo appare evidente. Testi “importanti”, di grande sensibilità, talvolta duri, disillusi, altre volte pieni di speranza, seppur con un velo di malinconia che sembra quasi aleggiare su ogni singolo verso.

L’impianto strumentale risulta ben strutturato, talvolta discreto al servizio della voce, ma, all’occorrenza, anche più deciso, sempre raffinato, e mai vuoto contenitore di estetismi fini a sé stessi. Il tutto grazie, anche, al valore aggiunto offerto da strumenti “colti” come il violino, il sax, il violoncello, il flicorno, che personalizzano al meglio molti dei sei brani di “E pensa che mi meraviglio ancora". Ma, “Il Porto di Venere” è soprattutto una rock band e lo scopriamo subito nel brano iniziale, “Formidabile,” nel quale la sezione ritmica non si fa certo pregare per intensità, le tastiere di Roversi non sono da meno, tra hammond e piano, e l’elettrica di Montanari si “guadagna” un ampio spazio. Emozionante la sezione acustica scandita da violino, arpeggi di chitarra, flicorno e violoncello. Pirotecnico il finale con un crescendo ritmico notevole a cui si va ad aggiungere pure il sax di Remondini.

Stop al televoto” è una denuncia verso la pochezza della società odierna, del suo nutrirsi e vivere di falsi miti e di idoli di plastica. Musicalmente meno avventurosa della precedente, fin troppo “moderna” in certe sonorità e ritmiche ma dal testo che invita a più di una riflessione.

Molto toccante “Dahlia” (liberamente ispirata alla storia dell’assassinio, rimasto impunito, di Elisabeth Short), non solo per le liriche, ma per l’esile e morbida musica in cui prevalgono gli archi, le chitarre acustiche su cui si posano, delicati, gli altri strumenti. Un pezzo davvero ricco di pathos e che colpisce nell’anima.

A seguire è posto il brano più lungo della raccolta, “Miserere sovietico (Dalnik- ottobre 1941”), oltre dodici minuti che ricordano l’eccidio di migliaia di Ebrei nei pressi di Odessa nel corso della II guerra mondiale. Qui la band ed il duo Roversi/Di Tollo si ricordano che provengono (anche) dal prog sinfonico e danno vita ad una mini-suite dalle sfaccettature plurime. Ogni singolo intervento, dal lungo “solo” di Montanari a quello del moog di Roversi o del violino di Zeni è perfettamente funzionale al brano. Volendo, potrebbero riproporne gli schemi con facilità e con uguale risultato ma, legittimamente, vogliono esplorare anche altro in un contesto sempre improntato alla musica “intelligente”.

La title track, di cui è in circolazione un video su You Tube, mi ricorda la poetica del duo Nocenzi/Di Giacomo di “E mi viene da pensare” … raffinata, elegante…

L’album si chiude con “…e ancora…”, l’unico brano interamente strumentale presente. Otto minuti magnetici dominati dal sax e dal flicorno ed un costante crescendo in cui incalza la chitarra di Montanari con chiusura in dissolvenza ancora del sax. Ottimo pezzo che forse avremmo collocato a metà lavoro non alla fine.  

E pensa che mi meraviglio ancora” mantiene e, anzi, amplifica, le aspettative che il progetto prometteva. La qualità testuale e strumentale è davvero molto elevata, senza effetti speciali, ma ricca ed attenta ad ogni particolare, ad ogni sfumatura. Se proprio vogliamo trovare un appunto da sottolineare (linea a matita… sottile…) è che avremmo gradito qualche digressione strumentale più spericolata in qualche frangente, ma si tratta, appunto, di dettagli. Non mi spingo a consigliarne vivamente l’acquisto… con un poco di presunzione, lo imporrei proprio! Eccellente e appassionante e un plauso ai testi che “costringono” all’ascolto… cosa non così scontata nel progressive italiano.

 

Tracklist

1.Formidabile

2.Stop Al Televoto

3.Dahlia

4.Miserere Sovietico (Dalnik – Ottobre 1941)

5.E Pensa Che Mi Meraviglio Ancora

6. …E Ancora…

 




domenica 29 agosto 2021

THE SAMURAI OF PROG : The white snake and other Grimm tales II, di Valentino Butti


THE SAMURAI OF PROG : The white snake and other Grimm tales II

Seacrestoy       2021     Multinazionale

Di Valentino Butti

 

Abbiamo appena finito di raccontare “The lady and the lion and other Grimm tales I” che abbiamo già tra le mani “The white snake and other Grimm tales II” dell’instancabile trio (allargato…) The Samurai Of Prog.

Una produzione copiosa che ha il merito di non perdere in qualità, anche grazie alla struttura “aperta” dell’ensamble che ha le sue colonne portanti nei soliti Marco Bernard (basso), Kimmo Pörsti (batteria-percussioni) e Steve Unruh (voce-violino e flauto).

La seconda parte della serie dedicata alle fiabe dei due fratelli tedeschi è incentrata su sei composizioni, delle quali tre interamente strumentali, per un’ora circa di musica emozionante.

Numerosa la presenza di artisti italiani, autori di tutte le musiche e delle liriche presenti nell’album, ma anche protagonisti, con altri ospiti stranieri, delle esecuzioni dei brani stessi.

The tricky fiddler” (musiche di Marco Grieco) è ispirata alla favola “Lo strano violinista” e ha l’onore di aprire il lavoro. Protagonista assoluto o quasi il violino di Unruh. Melodie da festa campestre rinascimentale di grande suggestione, si confondono con l’afflato rock, fornito dalle chitarre di Marcel Singor e Carmine Capasso e dalla ritmica del duo Bernard-Pörsti, e con quello più soft delle tastiere dell’autore, senza tralasciare qualche incursione nella classica.

Alessandro Di Benedetti (Mad Crayon-Inner Prospekt) è l’autore di “Searching for a fear” (tratta dalla fiaba “Storia di uno che se ne andò in cerca della paura”), dieci minuti ad altissimo impatto emotivo, infarcita, com’è, di saliscendi sonori di ottima fattura in cui si inseriscono i vocalizzi di Paula Pörsti.

Mimmo Ferri (tastiere e chitarre elettriche) è il compositore di “The devil with the three golden hairs” (“I tre capelli d’oro del diavolo”), il primo dei brani cantati… da ben quattro “singer” a cui sono affidati altrettanti personaggi della fiaba. Unruh (il re), Daniel Fäldt (il diavolo), Marco Vincini (il ragazzo) ed Elisa Montaldo (la madre). Il risultato è ottimo: le quattro voci si integrano perfettamente ed il sound è un omaggio, non solo al prog anni Settanta, ma anche (e forse di più…) a quello della “rinascita” dei primi eighties, con la chitarra “romantica” di Capasso. Non manca qualche accenno folk con gli immancabili interventi del violino e del flauto di Unruh e quelli di Rafael Pacha al mandolino ed al saz baglama (un particolare strumento a corde di origine turca).

The travelling musicians” (“I musicanti di Brema”) è il brano “offerto” da Luca Scherani (tastiere, ovviamente). Anche qui i personaggi della fiaba hanno altrettanti interpreti alla voce. Unruh impersona l’asino, “Lupo” Galifi il cane; Elisa Montaldo il gatto; Alessio Calandriello il gallo; Daniel Fäldt il primo ladro, mentre ad Alessandro Corvaglia è affidata la voce del secondo ladro. Oltre a Bernard e Pörsti la line up del brano annovera anche Marcella Arganese alle chitarre. Il brano è senza dubbio complesso ed il “dare voce” ai vari personaggi, soprattutto se ora cantano in inglese, ora in italiano, è una sfida non da poco, che però risulta vincente, riuscendo a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore lungo tutti gli undici minuti del pezzo. La musica, poi, talvolta soffice ed in altri momenti più energica, riesce a far risaltare al meglio le qualità dei vocalist impegnati.

Non passa inosservata (e ci mancherebbe…) la lunga (oltre diciassette minuti) “The white snake” opera “totale” di Oliviero Lacagnina con testi di Massimo Gori. Divisa in cinque sezioni, si presenta subito alla grande con l’epica “Prologue” che ricorda un poco le migliori “contorsioni” degli EL&P con, in aggiunta, il violino di Unruh e la chitarra di Singor ad offrire un prezioso contributo. Inizia poi la parte cantata con, pure qui, Unruh pronto a duettare stavolta con Camilla Rinaldi, gradita sorpresa dell’album. La qualità musicale si mantiene alta sia nei momenti acustici (splendida la quinta sezione “The wedding”) sia in quelli più concitati con le tastiere dell’autore grandi protagoniste, mentre l’impianto melodico talvolta risulta poco fluido. Ospite del brano anche Rafael Pacha (flauto irlandese e chitarra acustica) e Marc Pepeghin (corno francese e tromba).

La reprise di “The trickly fiddler” chiude in maniera piuttosto enfatica questa ennesima fatica dei tre samurai. Ancora una volta la band (seppur sui generis) non tradisce le aspettative e la nostra fiducia. Il sound è sì riconoscibilissimo ed i tratti distintivi ormai consolidati, ma la magia rimane inalterata anche per la qualità che ogni ospite offre. Ed in fondo è questo ciò che conta.





mercoledì 18 agosto 2021

EVERSHIP: "The uncrowned king act 1", di Valentino Butti

EVERSHIP: The uncrowned king act 1

Autoprodotto- 2021 - USA

Di Valentino Butti


I due lavori precedenti di Shane Atkinson, deus ex machina degli statunitensi Evership, mi avevano favorevolmente impressionato con il loro prog che annoverava tra gli ispiratori (storici) principali i connazionali Styx, gli Yes, ma anche i Queen.

Confermata la line up del precedente “Evership II”, la band con il recente “The uncrowned king Act 1”, sembra aver confezionato il lavoro sinora più ambizioso e maturo: un concept album (a cui seguirà l’Act II) basato su un’opera dello scrittore Harold Bell Wright, del 1910, dal titolo omonimo.

La partenza, fulminea, è affidata a “The pilgrimage” (malgrado i primi due minuti siano quasi… new age…) con synth ridondanti che profumano di Styx, ma anche di Yes (West…), soluzioni sinfoniche, arpeggi di chitarra che accompagnano la splendida voce di Beau West, le note soffuse del piano… insomma, uno zibaldone sonoro molto, ma molto gradevole.

L’atmosfera cambia decisamente con la cupa “The voice of the wave”, introdotta dal cinguettino di uccellini e basata sulla voce “distorta” di West.

Segue un’altra mini-suite, “Crownshine/Allthetime”, anch’essa infarcita di vibranti tastiere (di Shane Atkinson) e da qualche importante contributo della chitarra di John Rose (su “Crownshine”) e di James Atkinson (su “Allthetime”). Cori magistrali, sempre in modalità Styx/Kansas, arricchiscono il tutto di melodia ed energia.

I dieci minuti di “The tower” sono anche quelli più convenzionali e mainstream e, forse, i meno appetibili per il pubblico dei “die-hard” fans prog.

The voice of the evening wind”, interpretata da Poem Atkinson, ci riporta alle atmosfere rarefatte e piuttosto oscure di “The voice of the wave”.

Seguono “Yettocome/Itmightbe” di oltre sedici minuti: la prima quasi un “out-take” di un brano degli Styx se il compositore fosse stato Dennis De Young trattandosi di una ballata sinfonica con anche chitarre acustiche e piano. Più rock, la seconda, come se la direzione fosse passata al duo Young/Shaw.

Chiusura, sottotono, con la sciapa e piuttosto banale “Wait” che, solo qualche gradevole coro, riesce a farle raggiungere la sufficienza.

L’album, nella sua interezza, è comunque decisamente gradevole e riuscito e potrebbe accontentare quella fascia di progsters meno “cerebrali” e più “fisici” …


Tracklist:

1. The Pilgrimage (10:38):

- i. Desert of Facts

- ii. The Temple of Truth

- iii. The Quiet Room

2. The Voice of the Waves (3:08)

3. (a) Crownshine / (b) Allthetime (10:50)

4. The Tower (9:47)

5. The Voice of the Evening Wind (4:23)

6. (a) Yettocome / (b) Itmightbe (16:42)

7. Wait (5:12)


Tempo globale 60:40



Line-up

- Beau West / voce solista

- Shane Atkinson / tastiera, batteria, voce, percussioni, theremin

- James Atkinson / chitarra solista (3b,4,6b)

- John Rose / chitarra ritmica, classica, acustica e solista (1,3a,4,6a,7)

- Ben Young / basso

- Matt Harrell / chitarra 12 corde (1)

Con:

- Poem Atkinson - "The Voice of the Evening Wind"

- Mike Priebe / cori

- The Charles Heimermann / choir

- The Adriatic Sea / sea organ