RocKalendario del
secolo scorso – Maggio
Di Riccardo Storti
1956 – Ci vuole qualcuno che possa rivaleggiare con Elvis (onnipresente e pure un po’ invadente). Quelli della Capitol hanno notato un giovanotto che, durante una diretta radiofonica a Norfolk in Virginia, interpretò una canzone scritta di suo pugno: si trattava di un rock’n’roll lento, assai sporco di blues, ma dal piglio deciso e accattivante. “ Be bop a lula, she’s my baby”… il tipo si chiama Gene Vincent: figlio di un volontario dell’ultima guerra, segue le orme del padre in marina finendo pure in Corea, dove comunque non combatterà.
Quella vita non faceva per lui, così con la buona
uscita si comprò una fiammante Triumph: l’amore per la motocicletta lo condurrà
a rischiare la propria vita, più che sotto le armi, tanto che un brutto
incidente lo costringerà a una lunga convalescenza. Durante proprio quel
periodo scrisse Be-Bop-A-Lula che registerà negli studi della Capitol il
21 maggio del 1956. Una hit che farà il giro del mondo: da noi segnerà il
battesimo del fuoco per giovanissimi cantanti emergenti come Mina e Giorgio
Gaber.
1966 – 16 maggio, esce la creatura più amata da Brian Wilson ovvero il mitico Pet Sounds dei Beach Boys. Fosse solo quello: i Beach Boys non sono solo la boy band canterina tutta surf e California, bensì un ensemble capace di sfornare un’opera destinata a fare epoca, grazie soprattutto all’estro geniale di Brian Wilson. È curioso come alla base si inneschi un feedback con i Beatles: quando uscì Rubber Soul, Wilson venne folgorato dal senso di unità di quel disco, tanto da fargli esclamare: “Il nostro prossimo disco dovrà essere così!”. E fu ben di più, infatti sulla sponda liverpooliana, un sensibile Paul McCartney restò a sua volta estasiato da Pet Sounds, ritenendo – a posteriori – questo lavoro un serio elemento di ispirazione per Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Vasi comunicanti tra capolavori. Dove sta la delicata forza di Pet
Sounds? Molteplici elementi che possiamo circoscrivere in melodie
irripetibili (Wouldn't It Be Nice, Don't Talk (Put Your Head on My
Shoulder) e soprattutto God Only Knows), arrangiamenti raffinati,
ampio uso della tavolozza orchestrale e una scrittura che mette insieme George Gershwin,
Burt Bacharach, Cole Porter e… Brian Wilson.
1976 – Dopo il notevole successo della colonna sonora di Profondo Rosso (con il sostanziale contributo compositivo di Giorgio Gaslini), i Goblin si avviano a mixare – siamo tra il 3 e il 10 maggio – il loro primo lavoro interamente sciolto dal mondo delle colonne sonore (benché esca sempre per Cinevox). Roller si impone, nella storia del progressive rock italiano, sul versante stilistico come uno dei lavori più interessanti di quegli anni, nonostante il genere abbia imboccato un’irreversibile crisi: l’ho sempre percepito come un disco esemplare, quasi unico almeno in Italia, per le forti ascendenze con lo Yes Sound; sarà il Rickenbaker di Pignatelli, saranno le timbriche tastieristiche del duo Simonetti – Guarini, saranno certe svise alla Howe di un Morante particolarmente ispirato, fatto sta che in taluni passaggi (Goblin e Dr. Frankestein) sembrano una versione tricolore di Anderson e compagni.
In questo album interamente strumentale, non mancano comunque virate verso il funk (Snip Snip), ispirazioni da “musica da film” (la title track rimanda a Profondo Rosso) e sentori mediterranei jazz rock alla Perigeo (Il risveglio del serpente e la prima parte di Aquaman, seguita da una spiazzante la coda floydiana).
1986 – Se mi ripeto, o vi annoio o mi perdonerete. Allora: lo scorso mese eravamo rimasti al successone di Sledgehammer di Peter Gabriel. Possiamo fare finta di nulla se il 19 maggio esce So? Avrei potuto parlarvi di The Final Countdown degli Europe, pubblicato la settimana successiva; ma So è un appuntamento troppo importante, un punto di svolta ineludibile, non solo per Gabriel, bensì per tutto il pop anni Ottanta. Sì, perché di questo si tratta: l’ex singer dei Genesis è un’icona pop. Bene ne ha parlato proprio una decina di giorni fa Fabio Zuffanti sulle colonne di Rolling Stone (leggi qui).
È venuto il tempo perché quella sua passione per il soul si trasformi in una dichiarazione d’amore discografica e So ne è la testimonianza più netta, che, comunque, ne incrementa l’appeal mainstream (That Voice Again e lo strepitoso funk di Big Time). Ma Gabriel è uno che guarda avanti e anticipa già qualcosa dello spirito etnofonico che prenderà campo tre anni dopo con l’avvento della Real World (ascoltate i pattern percussivi e gli arrangiamenti di Red Rain, We Do What We're Told (Milgram's 37) e Mercy Street). Brani top, oltre a Sledgehammer, Don’t Give Up (in duetto con Kate Bush e dal testo assai critico verso la società contemporanea) e This Is the Picture (Excellent Birds) (scritto con Laurie Anderson).
1996 – Sono passati tre anni dall’ultimo album in studio (Lindbergh - Lettere da sopra la pioggia); Fossati non era comunque restato fermo al palo: tour, dischi live (Dal vivo) e una colonna sonora (Il toro di Mazzacurati). Il 1996 è un anno cruciale, perché vede anche la febbrile e creativa (ma non facile) collaborazione con Fabrizio De André: da questa connessione nascerà quella meraviglia scritta a quattro mani che sarà Anime Salve. In mezzo a questo tourbillon, Ivano Fossati il 9 maggio pubblica una delle sue opere più raffinate e riuscite in una discografia che non ha mai subito cali qualitativi: Macramé. Rispetto ai lavori precedenti, si sente di più la lima sulla parola e il cesello sull’apparato melodico-armonico, con una centralità del pianoforte (così poco amato da Faber…) che si avverte subito nell’opener La vita segreta: lì si sentono maestria, felici gesti intuitivi, prospettive modulanti e mestiere tra Novecento classico e jazz, il tutto fuso a sfumature timbriche ricercate: ci sono i suoni dal mondo, come avvenne già in La pianta del tè e Discanto, secondo un’intelligenza “orchestrale” solida e rifinita nei particolari (creando una mirabile sintesi tra acustico e elettronico, anzi direi quasi “digitale”). E il disco scorre tutto così, si fa amare dalla prima all’ultima nota, su un apparato testuale in cui ogni canzone ha bisogno dei suoni e viceversa (proprio come nell’ordito tessile del macramé).
Talvolta è una melodia dal passo popolare (Il canto dei mestieri, il tango L’angelo e la pazienza, il valzer cronometrico L’orologio americano e La scala dei santi), altre volte è tutta musica leggera (L’amante, Labile e Stella benigna (La ragazza senza onore)) oppure una stazione di una via crucis moderna (L’abito della sposa e Bella speranza (Ti telefono da una guerra)). E Fossati ci ricorda che ci sa fare anche con le composizioni strumentali (ideali per un soundtrack) come la conclusiva Speakering. Importanti i camei del percussionista indiano Trilok Gurtu, del fisarmonicista Riccardo Tesi e del bassista Tony Levin (che firma le musiche di L’abito della sposa e Stella benigna (La ragazza senza onore)).









