Nel variegato mondo del “classic rock” in
tutte le sue sfumature e sottogeneri, l’etichetta genovese Black Widow
Records ha saputo, nei suoi gloriosi 35 anni di attività, conquistare
l’attenzione del pubblico focalizzandosi su una nicchia ben precisa: l’anima
più cupa, dark, tormentata delle varie correnti prese in esame, che si tratti
di prog-rock, psichedelia o del mondo hard rock ed heavy metal. Tutto ciò
attraverso un sapiente mix tra produzione e distribuzione di nuove band,
pubblicazioni di nuovi lavori firmati da artisti sulla breccia da decenni e
preziose riscoperte di “perle” rarissime che diversamente, senza questo
certosino lavoro di ricerca filologica, avrebbero rischiato di andare
irrimediabilmente perdute.
Ma la band qui presa in esame esce un po’ da
questo schema, grazie alla capacità di innestare, sulla base dark-prog/psych
facente parte, come detto, del marchio di fabbrica della label, gustose
sfumature virtuosistiche di prog barocco, momenti di sanguigno hard-rock,
fiabesche rarefazioni acustiche di folk psichedelico e persino un certo
istrionismo enfatico e teatrale tipico del glam.
Loro si chiamano Vesuvius,
e già il nome potrebbe indurre a equivoci: non stiamo parlando, infatti, né
della band canadese dell’Ontario attiva da una dozzina di anni, né di una band
statunitense di AOR (rock melodico radiofonico) che ha dato alle stampe solo un
paio di titoli tra il 1988 e il 1990, né dei death-metaller californiani
prossimi al loro venticinquennale di carriera, né della band di fantasia (di
fatto mai esistita) protagonista del film comico “The rocker”.
Ebbene sì, Vesuvius è un nome evidentemente
diffuso nel rock e purtroppo ciò può essere motivo di confusione. Questi
Vesuvius di cui andiamo a parlare oggi sono una band dal passato veramente
oscuro e misterioso: della loro storia si sa soltanto che sono stati fondati
nel Nord-Ovest dell’Indiana e che hanno prodotto pochissimo materiale attorno
alla metà degli anni ‘70. Nei vari brani i componenti si avvicendavano nel
ruolo di cantante solista e ciò contribuiva a dare una variegata e affascinante
coloritura timbrica alle singole tracce. La formazione comprendeva Tom
Havens (chitarre elettriche e acustiche, voce solista e cori), Kevin
Lazar (flauto, sax alto & soprano, voce solista e cori), Joe
Shingler (tastiere, voce solista e cori), Roger Hutchins (basso,
voce solista e cori) e Greg Shaginaw (batteria e percussioni).
Black Widow Records ristampa oggi il loro
unico album dal titolo “Twisted tales from warped minds”, arricchito da svariate bonus tracks e rarità, alcune
delle quali contano dei cambi di formazione soprattutto tra i bassisti (a
Hutchins subentrano Dominic Povlinsky e poi Joe Maxin) e i chitarristi (Donny
Augistino e Rick Scobey, quest’ultimo anche cantante).
E ora strappiamo il sigillo della splendida,
orrorifica copertina dallo stile fumettistico (ve li ricordate gli albi firmati
da Stan Lee che in Italia uscivano come “I racconti di Zio Tibia”? Ecco, la
grafica potrebbe ricordarli parecchio) e sveliamo il contenuto musicale.
“Logic of the lunatic” per il sapiente
intreccio di chitarre, il cantato di gusto folksy e il flauto “saltellante”
potrebbe richiamare alla memoria un cocktail di Jethro Tull e Strawbs, con
qualche momento più distorto verso il finale.
Con la brevissima “Miss Mary” ci
spostiamo su territori hard-rock nei quali la chitarra, il sax e il Moog
incrociano i loro riff costruendo un pauroso muro di suono, sul quale
riecheggiano eccellenti armonie vocali.
Ancora un brano breve, sui 3 minuti, “Gazing
at reality”, fortemente debitore nei confronti di The Who nel suono della
chitarra ad accordi pieni, ma impreziosito da spettacolari virtuosismi di
Minimoog e di Hammond che potrebbero richiamare alla mente gli Styx dei
primissimi album, quando ancora sperimentavano e flirtavano col prog, prima
della graduale deriva verso il pomp-rock da stadio e l’AOR.
“Edward the mad grave digger”
(letteralmente “il becchino pazzo”), introdotta da un preambolo di una ventina
di secondi di rumori tenebrosi, ci riporta al godurioso folk-rock del brano
introduttivo, tra chitarre marziali e orchestrazioni tastieristiche molto
ricche.
“Tales from the lamplight” è invece
una traccia che regala prove di grande perizia chitarristica ma, più in
generale, di tutta la band, nei giochi di stacchi e di riprese all’unisono
gestiti con millimetrica precisione.
“Unknown wonder” è una ballad che vede
le atmosfere della band farsi più leggiadre e giocose, ma con un retrogusto
malinconico. Grandissima, toccante prova di folk-prog psichedelico; quasi una
summa dei molti linguaggi ben dominati dalla band.
Cambia tutto con “On the prowl”, al
contrario uno degli episodi più hard-rock, tra poderosi riff di chitarra, un
cantato rabbioso e un Minimoog letteralmente “urlante”.
In “Shipping through time” i
virtuosismi della sezione ritmica, che si prodigano in notevoli cambi di tempo
e stop all’unisono, e i ricami del flauto, riportano tutto su territori prog,
mentre chitarra e Moog (sempre ben presente) contribuiscono a costruire una
solida base per questa traccia che rappresenta uno degli episodi più lunghi di
questo disco, con i suoi 6 minuti circa; e infatti attorno alla metà cambia
tutto e si trasforma in una fiabesca traccia di prog pastorale, tra chitarre
pulite e arpeggiate, soavi armonie vocali e tappeti di “string-machines”
(sintetizzatori che emulano suoni di archi orchestrali). Chiude il tutto uno
splendido intervento solista di piano elettrico.
Chitarre acustiche, flauti, tappeti, delicati
sintetizzatori dal suono squillante sono gli ingredienti di “Dream of youth”,
altro brano che spinge verso i territori del folksy-prog pastorale.
Con una solenne introduzione tastieristica la
band ci guida per mano verso il “Tristo Mietitore”: si intitola proprio “Grim
Reaper” la traccia conclusiva del disco, nella quale i solenni tappeti di
tastiere orchestrali sorreggono un gran lavoro di chitarra a tinte decisamente
più hard-psych rispetto alle tracce immediatamente precedenti.
Il sapiente e scrupoloso lavoro di ricerca ci
consegna, al termine dell’album originale, ben altre 7 bonus-tracks, per un
totale così di 18 titoli (comprendenti sia materiale inedito sia versioni
differenti o mixaggi alternativi di alcune delle tracce già summenzionate). Lo
stile di queste rarities non si discosta molto da quello dell’album, tra
sfuriate acide che mostrano grande perizia tecnica di tutti i musicisti
coinvolti e momenti più dilatati e pastorali.
Un album che, per le sue molteplici
sfaccettature, potrà appagare il gusto di vari ascoltatori di “vintage rock” ma
soprattutto un ennesimo, pregevole lavoro di riscoperta da parte di una label
attenta alle rarità come Black Widow.
E così rimanendo, andiamo. Sì, perché il
viaggio non è solo fisicità, ma anche (e soprattutto) interiorità. Esistono
opere che permettono, che richiamano, che prevedono tutto ciò, quindi, riescono
nell’intento di (tras)portare il fruitore laddove non è mai stato, oppure non è
stato in quelle modalità previste dai messaggi in esse contenute. “Cordofonie di Pace” è una di queste. Trattasi
dell’ultimo disco di Ugo Gangheri, chitarrista
napoletano, anzi profondamente e intimamente napoletano, che ha pensato,
composto e suonato le dieci canzoni coinvolte insieme a Ernesto Nobili (anch’esso chitarrista,
compositore, oltre che arrangiatore e produttore), con, in aggiunta, un
importante parco ospiti di assoluto rilievo ad impreziosirne i messaggi (tra
cui il grande Edmondo Romano, anche collaboratore del nostro MAT2020). Ugo è un
esploratore delle autenticità, un artigiano dei suoni, un musicista in continua
evoluzione; basta dare un’occhiata al suo percorso artistico per rendersene
conto: nel 2009 pubblica il suo primo album “Cca' Nun
Ce Stanno Liune”, un’opera intensa e profonda che affronta temi sociali e
interiori con lirismo e forza narrativa; nel 2012 segue “L'Ammore & l'Arraggia”,
un disco che alterna dolcezza e rabbia, restituendo il contrasto emotivo tipico
della sua terra e del suo stile; nel 2016 con “’A Via D’O Tiempo” (2016),
continua a scavare nei solchi della memoria, firmando un lavoro maturo e
introspettivo; nel 2019 sorprende con “Un Biplano a Sei Corde”, il suo primo
album interamente strumentale, che apre a una dimensione più visiva, quasi
cinematografica, anticipando la sensibilità che troverà piena espressione in
questo “Cordofonie di Pace”. Già al fianco di Giobbe Covatta da oltre
venticinque anni, ha curato tra l’altro le musiche degli spettacoli teatrali di
E. Iacchetti, di S. Sarcinelli, di F. Paolantoni, di S. Friscia e altri.
Il tragitto parte con O’ Scuro: inizia il cammino e si è fin da subito immersi in un
mondo altro, dove i sentori mediterranei si possono quasi toccare, talmente
intensi riescono ad essere rappresentati e trasmessi. Magia. 0504 è pervasa da ritmi e andamenti
onirici, ove le percussioni dettano il passo; un momento di quasi quattro
minuti per fluttuare nella parte più nascosta dell’io, per ricevere in dono il
sigillo della progressione. Aiem
e lo scenario cambia di nuovo: si è al cospetto dell’energia positiva, quella,
proprio quella, che permette all’agognata, e sempre più rara, serenità di
emergere in tutta la sua importanza. Un abbraccio di luce. Aspettando La Prossima Luna Salire,
spirito e nascondiglio del segreto dell’attesa, è pazienza e fiducia, sogno e
confessione. Nel mentre la mente vaga e si fa strada fra i colori del presente,
tutti i colori, alla ricerca nemmeno troppo implicita della miglioria, ch’è
molto più vicina di quel che si possa pensare. Colli Del Tronto, quindi un insieme di luoghi ben definito, si
fa non luogo, un tutt’uno, durante il suo sorvolo. Cinematografia fatta a
musica, assai emotivamente raffinata. Craco
è uno dei picchi evocativi del lotto, grazie anche alla sua originalità.
Difficilmente si ha la fortuna di capitare in un giardino tanto ricco di suoni,
movenze, profumi, sfumature, in cui ogni angolo si fa sorpresa, in una fusione
pressoché unica fra natura, spiritualità e arte. Intensa. Isla Morada è più giocosa, quasi a
recuperare la dimensione realistica dell’esistenza, ch’è anche sorriso.
Piacevole, rilassata, sostanziale. Un gioiellino dell’oggi. Nadirè contemporaneità nella sua essenza più ricercata, in cui la
parola non serve per esprimere quel che si può udire col cuore. In essa si
capta il nobile animo di chi l’ha voluta e pensata. Un ritratto ben riuscito di
chi esiste senza prevaricare il prossimo, ma, anzi, all’inseguimento della
reciproca comprensione. Il Viandante
è colui che percorre a piedi le vie, per raggiungere posti anche lontani,
spesso con una sottintesa idea di disagio. I suoni che Ugo ed Ernesto hanno
pensato e prodotto per tale concetto sono pressoché perfetti per il suo
sentire: hanno in sé le difficoltà che la strada devolve, le gioie che gli
incontri dedicano, la missione del mai fermarsi per andare e andare e ancora
andare. Tacochiude con grazia
quanto iniziato nel segno della poesia. Sono gli sguardi di chi possiede il
miracolo della trasmissione delle emozioni, negli occhi di chi ne vuole
ricevere i racconti, i ricordi e il garbo. Un autentico ritrovo di anime
affini. Ugo Gangheri è un mondo, da cercare, trovare, assaporare, fare proprio.
Insieme ad Ernesto Nobili, in serendipità, vive tanto desiderio di bellezza
quotidiana e “Cordofonie di Pace” ne è il loro testimone.
Fusion, del duo francese Pat and
Co(appena
uscito su etichetta La Stanza Nascosta Records) potrebbe a buon diritto, per
l’indiscutibile qualità e per le sue caratteristiche, essere una pubblicazione
della leggendaria Motown Records, specializzata nel crossover di generi
musical e pioniera del c.d. "Motown Sound”.
La fusion di Pat and Co, lontanissima
da quella mancanza di vissuto e ambiguità di fondo sia a
livello culturale sia a livello sociale, denunciata dal musicologo Renzo Cresti nel
saggio Fare musica oggi (Del Bucchia, Viareggio 2011) muove
dall’importante consapevolezza che l’umano è un métissage,
senza cadute di stile o tonfi nel commerciale.
Claude Lai, diplomato in Pianoforte e
sperimentatore dell’arte del campionamento o sampling, è un artista autentico,
elegante e anticonformista nella scelta delle soluzioni sonore.
La vocalità e la personalità di Patricia si
presterebbero ad una serie infinita di paragoni lusinghieri. Ascoltandola ci
viene in mente una frase di Billie Holiday: «Sappiate
che questa mia vecchia voce non può salire o scendere più di tanto. È una voce
irregolare. Non ho una voce regolare. La mia voce è un casino, chi suona con me
deve sapere bene quello che fa».
Ecco, quella di Patricia è una voce
meravigliosamente irregolare: il suo portamento vocale, l’emissione
improvvisamente troncata, un fraseggio autonomo rispetto alla melodia ne fanno
la perfetta sintesi del suono del jazz.
Nel più genuino spirito della jam-session
Patricia riesce a trascendere la dimensione della mera esecuzione, in una
continua rielaborazione dei brani.
Uno dei brani più potenti è, a nostro avviso,
La dechirure, un pezzo serratissimo, nel quale Patricia crea una
stupefacente tensione nell’ascolto.
Di grande impatto anche Power, che
sembra uscita da un album dei Portishead (scusate se è poco), mentre
l’inarrivabile I am standing- capolavoro di pathos e suggestione- ci
induce a pensare che Patricia potrebbe, a suo modo, interpretare anche le
ardite parti vocali di Clare Torry in The Great Gig in the Sky.
La sua è infatti una voce che trasforma il
limite in possibilità, capace di dispiegare una forza emotiva e una
drammaticità che travolgono, letteralmente, l’ascoltatore.
Il “CO” nel nome del duo riflette
l’apertura alle collaborazioni artistiche e la potenziale versatilità dellaline up; il che ci fa ben sperare in merito a future collaborazioni di
livello.
Nel frattempo, ci godiamo questo, pregevole,
album di debutto.
1955–20 novembre. Dopo che lo staff del The Ed Sullivan Show gli aveva chiesto
di cantare Sixteen Tons, Bo Diddley eseguì, senza avvertire, Bo
Diddley nel programma televisivo della domenica sera. Sullivan ne fu
talmente infuriato che Bo non sarebbe mai più stato invitato. Il cantante
ricordò in seguito: «Ed Sullivan disse che ero uno dei primi ragazzi di colore a
non averlo mai fregato, per questo si fidava di me. Aggiunse che non sarei
durato sei mesi».
Diddley dimostrò che Sullivan si sbagliava, pubblicando
undici album tra il 1958 e il 1963 ed entrando nella Rock and Roll Hall of Fame
nel 1987. Quanto all’alterazione di Sullivan, pare che il motivo non fosse poi
di natura “censoria” (benché la canzone abbia in sé allusioni a contenuti
“scomodi”), ma solo organizzativa (i palinsesti all’epoca erano assai rigidi).
Le cose che loro fanno sembrano
terribilmente fredde,
Spero di morire prima di diventare
vecchio.”
Così Roger Daltrey, il frontman
degli Who, racconta la sua generazione con voce aggressiva. Sullo sfondo, i
suoi compagni, gli fanno il controcanto con un coretto apparentemente
innocente, ripetuto come un mantra (Talkin’ about my generation”).
È il 20
novembre e, come un pugno nello stomaco, la Decca lancia sul mercato una
canzone destinata a diventare un inno generazionale a lunga gittata (visto che
qui dentro ci sono pure parecchi semi che fioriranno oltre dieci anni più
tardi). E quello degli Who è un rock innovativo, pure sotto forma di un 45
giri: si era mai sentita una song con un assolo di basso, buttato nella
mischia?
1975
– Non è facile scegliere un disco, perché fu un novembre ricchissimo. Vado a
sentimento e mi soffermo sull’album solista del bassista degli Yes Chris Squire
che il 21 novembre dette alle stampe Fish Out Water. Probabilmente è
l’album migliore prodotto dai progetti individuali dei componenti storici della
band britannica.
Fish Out Water possiede in sé la natura dell’album
mancato degli Yes tra Relayer e Going for the One: 5 composizioni
avviluppate intorno a testi immaginifici su arrangiamenti (anche orchestrali)
di livello sopraffino. Ci sono tutte le carte per urlare al capolavoro e, a
distanza di 50 anni, sarebbe anche l’ora di ascoltarlo quel grido di meraviglia.
Tra i musicisti, Mel Collins (King Crimson), Jimmy Hastings (turnista per i
Caravan e Patrick Moraz e Alan White degli Yes. Da riscoprire.
1985
– Ritornano gli Asia, rinnovati e, al tempo stesso, restaurati. Riassunto delle
puntate precedenti: il supergruppo sbanca nel 1982 con il primo disco omonimo
e, un anno dopo, con Alpha (singoli di successo, da Heat of the
Moment a Don’t Cry). La ricetta piace perché mescola il mestiere di
4 senatori del prog (Downes, Howe, Palmer e Wetton) alla richiesta di pop
mainstream da parte di una casa discografica (la Geffen) attenta a mettere a
segno il colpaccio per la MTV generation.
Poi, dopo Astra, arrivano i
casini interni che portano all’allontanamento di Wetton e al soccorso
provvisorio (live) di Lake, quindi, nel 1984 a fare le valigie è Steve Howe,
rimpiazzato dal chitarrista svizzero Mandy Meyer dei Krokus (portatore di uno
stile heavy). Nel frattempo, ritorna Wetton che, con Downes, è il maggior
compositore dei nuovi brani destinati a confluire nel nuovo disco Astra in
uscita per l’11 novembre (con immancabile cover art di Roger Dean). L’idea è
quella di alimentare la filiera di successi iniziata nel 1982, ma lo stesso
singolo di traino Go (con tanto di video distopico alla Blade Runner),
seguito nel 1986 dalla ballad Wishing, non sortirà l’effetto sperato:
ricezione freddina di pubblico e critica, nonostante l’impegno profuso.
Probabilmente non è più tempo. Curiosità: l’album doveva intitolarsi Arcadia
ma un uccellino fece sapere ai produttori che alcuni componenti dei Duran Duran
stavano dando vita ad una side-band con quel nome, così, per non creare
confusione, preferirono chiamare l’LP Astra.
1995
– Strane ricorrenze in casa Queen, a novembre. Proprio quando Squire pubblicava
il suo LP, nella stessa data i Queen uscivano con A Night at the Opera.
E il 6 di vent’anni dopo, si mette definitivamente la parola “fine” alla
mirabolante avventura con Freddy Mercury, sigillando il suo testamento musicale
con Made in Heaven. Il performer, poco prima di morire, aveva lasciato
ai suoi sodali parecchie tracce inedite con l’invito agli stessi di curarne le
parti musicali dalla composizione agli arrangiamenti. Così, a due anni dalla
dipartita (avvenuta il 24 novembre 1991), May, Deacon e Taylor si chiusero in
studio per lavorare ai brani: si trattò di un lavoro intenso che ebbe naturale
esito il 6 novembre 1995 con Made in Heaven.
La copertina evocativa, che
ritrae la statua di Mercury all’alba (quella a Montreaux sul lago di Ginevra),
è l’emozionante paratesto di un disco finalizzato a raccogliere le ultime gemme
di una delle presenze più importanti della storia del rock. Inutile aggiungere
che Made in Heaven ebbe un vasto successo, anche grazie ai sei singoli
di raccordo (Heaven for Everyone, A Winter’s Tale, Too Much
Love Will Kill You, I Was Born to Love You, Let Me Live e You
Don’t Fool Me).
Nel segno del minimalismo- che caratterizza
tutta la sua produzione- torna a far sentire la sua voce Ilaria
Pastore,
con l’album- pubblicato su etichetta Maieutica Dischi- Stato
di Grazia.
Stanze di vita quotidiana- per citare Guccini-
che veicolano la personale concezione dell’amore dell’artista. Un incipit con
suoni sincopati, melodie calzanti e un finale à la Dottor Livingstone
per Un bacio sulla fronte, che apre l’album e che ne è un po’ il
paradigma; quasi un accordo di pacificazione con il proprio vissuto, quello “stato
di grazia” che è proprio il riuscire a guardare con benevolenza anche gli
errori del passato. La sufficienza, che ha delle significative analogie
di senso con lo spettacolo Tombola! Una questione di numeri, che l’autrice
co-firma (insieme a Tiziana Francesca Vaccaro, e che debutterà il
19/12, ore 21.00, al Teatro delle Briciole di Parma) è un benefico abbassamento delle proprie aspettative in una
società dominata dalla pressione asfissiante della competizione a tutti i
costi; le sonorità si avvicinano a quelle degli Üstmamò, con reminiscenze dei
Bluvertigo.
Molto intima e
testualmente ricercata Renè (Renè si nasconde e poi si mostra con orgoglio, lieve come una
bugia bianca, che attende calma di essere scoperta); in 'Sto cuore Ilaria Pastore ricorda Cristina Donà, ma con un maggiore
tocco di modernità; riuscita e coinvolgente la nostalgica “Vecchie canzoni”.
La rilettura
di Fotoromanza si
inserisce bene in quello che è quasi un concept sull’amore: nelle intenzioni
dell’autrice vuole rappresentare l’amore
disperato, che- grazie ad un arrangiamento totalmente
diverso rispetto all’originale- viaggia fra noise e toni sognanti, rivelando sfumature semantiche inedite.
Un bel lavoro,
che conferma la solidità di scrittura di Ilaria Pastore, dotata di una vocalità
sobria e coinvolgente.
I G.O.L.E.M., tramite la Black Widow Records (gloria sempre),
hanno pubblicato lo scorso 5 settembre un EP (o mini CD, decidete voi), dal
titolo Still Life. Tre parole tre per introdurlo: visionario, evocativo,
cinematografico.
Uscito in limited edition,
cento copie, ma comunque acquistabile anche in digitale sul loro profilo
bandcamp, arriva dopo i loro due CD usciti nel 2022 e 2024 ("Gravitational
Objects of Light, Energy and Mysticism" e "Gathering Of the Legendary
Elephant Monsters"). L’opera è composta da tre brani, a formare una mini- suite
che indaga “sul potenziale umano in contrapposizione
all'avidità e al totalitarismo delle società moderne; identità perdute,
solitudine fluttuante, fratture interiori che si intrecciano portando a un
confronto amaro e poetico. Esigenza (la loro, ndr) di offrire una visione
onirica e frammentata del reale, un percorso di sgomento, ribellione e, forse,
risveglio.” “Still Life” è una svolta nel sound dei G.O.L.E.M., siccome le
atmosfere eteree, introspettive e psichedeliche di questo lavoro si vanno ad
aggiungere alla loro (rara) potenza esecutiva, nonché alla ricchezza di
ambientazioni interiori. Born Erased,
nascita
cancellata, di un’identità che non ha diritto di manifestarsi, è apertura incisiva e megalitica,
grazie alle tastiere di Apollo e Quattrini che mixano sonorità vintage e
modernità, combinate all’ottima prova vocale di Vicini. La modalità esecutiva
dei nostri ne ha del prestigioso: trasmettono autorità nelle scelte di suoni
perfetti, che vanno a creare un’oggettiva efficacia di ampio respiro e sicuro
impatto. Sons of Deathè
il cuore della suite, sia in termini di durata che di sviluppo emotivo/strumentale.
Basso in primo piano e tastiere che colorano l’aria e le sensazioni, che si
possono quasi toccare tanto sono consistenti. Successivamente la parte centrale
esplora e pone all’ascoltatore le varie sezioni strumentali impiegate, in un
gioco di tensioni e rilassamenti che significano progressione tematica. La
terza parte ha in sé la concentrazione emozionale massima, avendo un che di
incantevolmente sinistro e, a tratti, celebrativo del dolore della perdita. Still Dreaming? chiude la
rappresentazione in maniera riflessiva, quieta; forse un risveglio rivelato
dalla domanda di quel che succede dopo la scomparsa. Il sogno come forza
rigeneratrice e inconsapevole atto di resistenza agli accadimenti. La band
dimostra maturità compositiva sempre maggiore e costante evoluzione (al
sacrosanto comandamento del “mai ripetersi”), nonostante la brevità del formato
EP, riuscendo in meno di quindici minuti a creare un percorso coerente e
atmosferico che sembra preludere a sviluppi più ampi che troveremo sicuramente
nel loro prossimo disco (in lavorazione). Abbracci diffusi.
Tempi moderni. Di tutto un po' è il nuovo
spettacolo di Evocante, nome d’arte di Vincenzo Greco, cantautore,
saggista e artista multimediale.
Uno progetto molto diverso dai soliti, dal
clima carbonaro e dal contenuto resistenziale, di cui l'autore ha proibito di
fornire alcuna anticipazione.
Mat2020 lo ha incontrato, per convincerlo a
venire meno a questa ferrea determinazione.
Proprio perché carbonaro,
la prima assoluta sarà, il 12 dicembre 2025, in un luogo ideale
come il B-Folk di Roma, via dei Faggi, 129/A, dove l’avventura Evocante
ha mosso i primi passi e dove, sempre, nel tempo, l’autore ha messo alla prova
i suoi lavori prima di proporli ad altre platee.
L’infinito fra le mani. Viaggio sonoro
narrativo su temi cari a Franco Battiato, rappresentato in prima assoluta al
Teatro Basilica di Roma con due sold out, ha approfondito le tematiche che
hanno fatto da asse portante del percorso artistico di Battiato. Quale tra
queste tematiche, a suo avviso, ha avuto una maggiore presa sul pubblico?
Sicuramente quella della spiritualità. Che,
detta così, potrebbe creare un equivoco: Battiato non va considerato un santino
e tanto meno un santone, un guru. E purtroppo c’è qualcuno che lo rievoca così,
facendogli il peggiore dei torti.
La spiritualità in lui ha rappresentato una
spinta costante ad alimentare la curiosità verso sé stessi, verso le
potenzialità dell’uomo e verso ciò che non è visibile né raccontabile. Si
tratta di andare alla ricerca della sfera del sentimento e di tutto quello che
ci fa sentire come se riuscissimo ad astrarci, a liberarci dai pesi, a volare.
Questo ha interessato molto il pubblico perché
è stato stimolato ad andare alla ricerca di autori da leggere, di pratiche
meditative in cui esercitarsi, di luoghi particolarmente carichi di un’aria
diversa da quella che di solito viviamo, di territori reali e dell’anima.
Il mio spettacolo ha avuto la pretesa di
proseguire il discorso iniziato da Battiato, partendo da lui ma non esaurendosi
in lui, tanto che mi sono spinto ad ipotizzare come poter entrare in contatto
con quello che, seguendo l’esperienza di molti mistici, io chiamo il seme
divino che abbiamo dentro; e devo riconoscere che questo coraggio è stato
pienamente premiato dalla risposta del pubblico. Tanto che ho intenzione di
riproporlo. Ma in piena libertà, come tutte le cose che faccio, dove ho preso
esempio proprio da Franco: “non voglio comandare né essere comandato”. E qui
sorgono i problemi, perché purtroppo in Italia se non conosci governanti e
amministratori politici che ti sovvenzionano – ovviamente in cambio di
pacchetti di voti o di chissà che altro – o se comunque non fai parte del giro
dei soliti amichetti è molto difficile trovare luoghi e persone interessate
alla sola operazione artistica e culturale. Il crescente numero di casi di
sovvenzionamenti e segnalazioni – chiamiamole così – sta lì a testimoniare come
la promozione della cultura e dell’arte ormai siano entrate in pieno nella
logica clientelare. Alla cultura si dovrebbe guardare con ben altra ambizione
che piazzare il raccomandato di turno o farci soldi in prima persona “con la
scusa di…”.
Ma in qualche modo – che sia di nuovo
un’autoproduzione come quella rappresentata al Teatro Basilica (ci tengo a
dirlo, senza alcun sovvenzionamento né politico né da parte di sponsor
improbabili!) o altro – spero di riuscire a riproporre questo lavoro, tanto più
che ha avuto apprezzamenti unanimi e di alto livello anche da parte della
critica. Lo meritano tutte quelle persone che attendono una replica per
rivederlo o per vederlo la prima volta. In molti mi scrivono, e spero di
rispondere presto a questo interesse e questa attesa, trovando la giusta
situazione.
Nel videoracconto All’improvviso… tornerà la
luce, con musica suonata dal vivo in sincrono con il video, affronta il tema
della caduta nell’oscurità e del ritorno della luce. È uno dei suoi tópoi?
A ben pensarci, da buon fautore della visione
sistematica delle cose, basata su collegamenti, il mio discorso artistico è un
po’ tutto collegato. Quindi sì, anche questo tema torna spesso, e torna anche
in altri casi dove pare non entrarci.
Artisticamente è come se avessi due anime, in
contatto tra loro. Una, più metafisica, che guarda verso l’alto e cerca di
entrare in contatto con il soffio divino di eternità, affrontando cadute nel
buio e scacciando le tentazioni ateistiche che tutti gli spiritualisti ben
conoscono (tanto per tornare a Battiato, “nelle cadute c’è il perché della sua
assenza”). L’altra, più fisica e terrena, che guarda alla vita che conduciamo,
alle dinamiche del potere, agli ideali, anche politici (non di partito, per carità).
Qualcuno ogni tanto mi consiglia di
abbandonare questa visione perché potrebbe allontanare una parte di pubblico.
Non è un caso che si tratta di persone di destra che, se pure amiche, sono
comunque infastidite dalla mia insofferenza verso il potere e dai miei ideali
radicati a sinistra. Ma queste due anime non sono separabili perché sono i due
volti di una stessa medaglia: io credo che per la crescita spirituale occorra
crescere anche come cittadino e come persona inserita in un contesto sociale.
Se, tanto per fare un esempio, credi che Israele non stia compiendo un
genocidio, e ti limiti a farne una questione terminologica, se non ti interessa
nulla di quello che sta accadendo perché tanto non accade a te o, peggio
ancora, bolli la questione come bega politica dei soliti rompipalle sui diritti
umani e sulla tutela delle minoranze, a che crescita spirituale puoi ambire?
Credendo nell’Assoluto, cui sto dedicando il mio prossimo testo, so bene che
esiste anche un senso di giustizia assoluta, e che la Verità non è riducibile
ad una serie di “de gustibus” o di opinioni personali. Esiste la giustizia come
la Verità, alle quali la crescita spirituale impone di avvicinarci e cercare. E
quello che sta accadendo nel mondo è la summa di tante ingiustizie e menzogne.
Come poterne stare fuori per paura di perdere qualcosa, che sia pubblico, un
contratto discografico, una reputazione, il quieto vivere ecc.?
La cultura del presente la definirebbe
postmoderna o ipermoderna?
Mah, sono definizioni discusse e quindi non
saprei dirti esattamente proprio perché per qualcuno il postmoderno deve ancora
iniziare mentre per altri è già finito. Però, stando al gioco, tenderei più a
pensare che ora stia diventando tutto iper, nel senso di esagerato,
oltre misura, pompato, gonfiato. Si fa passare tutto per straordinario,
eccezionale, unico, e non è quasi mai vero. La banalità, anzi, trionfa.
Ma c’è una sensazione che ho, e che vorrei non
avere. Mi pare che da un po’ di tempo abbiamo preso un piano inclinato senza
neppure accorgerci, una sorta di Età di mezzo umana e culturale che ci sta
facendo ridimensionare e progressivamente abbandonare le grandi conquiste
sociali dell’uomo, dalla democrazia alla tutela dei diritti umani. Abbiamo
pensato molto allo sviluppo tecnologico e sempre di meno all’uomo. Un po’ come
è avvenuto con le grandi opere d’arte del Rinascimento, o nel Settecento e
Ottocento musicale, certi capolavori che hanno sfiorato la perfezione tanto da
sembrare espressione del divino (e probabilmente lo sono) sembrano lontanissimi
e ora irrealizzabili. Così sta avvenendo nel campo sociale, dove il concetto di
eguaglianza pare solo un bel ricordo del passato, che molti sono contenti di
avere archiviato come utopia irrealizzabile. Lo stesso per il concetto di
democrazia, di pace, di tutela dei più deboli. Ecco, tanto per tornare
all’ambito spirituale e metafisico, stiamo vivendo un periodo dove il diabolico
sta scatenando le sue forze, e lo vedo anche nei rapporti umani: se vai nei
social, vedi orde di persone che commentano con un odio inspiegabile qualsiasi
cosa e gettano fango su persone, accusandole di ogni genere di nefandezza,
quando i più nefasti sono proprio questi commentatori del nulla.
Si definirebbe antimoderno, senza timore di
essere tacciato di passatismo?
Sono consapevole che mettere l’accento sulle
storture del modernismo può generare questo equivoco. Tanto che nel mio libro
“Il tempo moderno e i suoi inganni. Riflessioni critiche in Ferretti, De André,
Battiato e Waters” ho risposto a questa osservazione nell’ultimo capitolo.
A me non interessa il passato in quanto tale
né ambisco a ritornarci, conscio come sono che la scala del progresso (sempre
che non sia mero sviluppo, come ci diceva Pasolini) è sempre in salita e
comporta un bruciare dietro i gradini: indietro non si torna, insomma.
Però ambisco a un presente e a un futuro
sostenibili ed umani. E, tanto per fare un esempio molto abusato ma efficace,
in persone che conducono la propria vita sempre con lo smartphone addosso,
accettando di ridurre la propria visione del mondo allo schermo del telefono o
di un Mac, che accettano di comunicare, come si fa ad esempio su molti social
come Instagram o TikTok, per slogan e per fonemi e non con ragionamenti, ci
vedo poco di umano e di sostenibile.
È umanamente insostenibile la deriva che ha
preso il moderno: sta vincendo, mi rendo conto, ma in cambio stiamo perdendo le
caratteristiche dell’umano, che sono quella di pensare, elaborare, parlare,
creare, incontrarci, confrontarci, ambire all’elevazione e al miglioramento. O
ci illudiamo di migliorare facendo fare tutto all’intelligenza artificiale,
dalle musiche alle locandine alle tesi di laurea ai racconti alle confessioni e
ad altro ancora? Stiamo perdendo, neanche troppo lentamente, tante capacità, delegandole
alle macchine. Vedo molti chiedere ogni cosa a Chat Gpt, come se avessero del
tutto perso il senso del ragionamento e la curiosità della scoperta. E
paradossalmente le nostre vite, sempre più affrettate e piene di stimoli cui
rispondere all’istante, stanno diventando, un po’ come in Tempi moderni di
Chaplin, macchinose, senz’anima, prevedibili, come fossero programmate.
Siamo sicuri che questo futuro fatto passare
per progresso sia veramente umano?
A proposito, può darci qualche anticipazione
sullo spettacolo Tempi Moderni - Di tutto un po’?
Come direbbe il ministro Tajani, “fino a un
certo punto”. Non per mero gusto del mistero, ma perché contiene alcune
sorprese che funzioneranno se non vengono anticipate.
Però qualcosa posso dire. Si tratta del mio
progetto più rischioso, persino più di quello su Battiato, dove almeno avevo la
sua ancora solida ad aiutarmi a tenere la barra dritta. In questi giorni,
invece, che sono di piena preparazione e rifinitura dello spettacolo, insieme
ai miei compagni di avventura (Barbara Vanorio al basso, Roberto leone alle
chitarre, Tommaso Avellino alla batteria e… sorprese varie) sono in pieno mare
aperto o, se preferisci, un vulcano in eruzione, pieno di idee e di spunti, e
devo fare attenzione a selezionare quelle giuste e scartare quelle meno adatte.
Si tratta di uno spettacolo molto diverso da
quelli finora fatti in cui prevarrà la parte terrestre della mia anima, anche
se quella spirituale avrà sempre il suo spazio. La parte principale sarà
musicale, con pezzi miei e qualche cover dei CCCP Fedeli alla line e Sidùn di
De André, che avrà un ruolo centrale. È un progetto folle in cui la pretesa è
di descrivere le storture dei tempi moderni usando la logica dei tempi moderni
stessi e quindi, come suggerisce il sottotitolo “di tutto un po’”, passare con
disinvoltura da un tema all’altro, da un genere musicale all’altro, da un
registro drammatico ad uno scherzoso, quasi come se fossimo davanti i tanti
video che ci propongono i social, in modo apparentemente schizofrenico.
L’attenzione che devo prestare in questo
utilizzo di una grammatica che vado a criticare è di non farmi travolgere né
incorporarmi in questa. Si tratta, infatti, non di un saggio critico né di una
maionese impazzita ma pur sempre di un prodotto artistico che, come sempre,
spero possa lasciare qualcosa di bello e smuovere qualche coscienza.
La scommessa è questa: usare in modo
artistico, guardando alla profondità e alla curiosità, una logica che di solito
produce cose superficiali. E l’obiettivo è che chi assista esca dalla sala
stemperando un certo senso di inquietudine con il sorriso proprio perché, non
in modo sguaiato, ci sarà parecchio anche da ridere, o almeno sorridere,
soprattutto nelle parti parlate, dove risiederanno le principali novità che non
posso anticipare e che nessuno credo di aspetterebbe da me. Forse perché in me
da qualche tempo sta crescendo la voglia di cazzeggio, inteso in modo tuttavia
serio (ma non assolutamente serioso!): tanto che come sottotitolo avevo pensato
pure a “una risata li seppellirà” o a “rido per non piangere”.
Ci saranno anche parti feroci, soprattutto a
livello politico, dove prendo posizione su un po’ di questioni perché sento il
dovere artistico, umano e civile di farlo. Da qui, la mia definizione di
spettacolo carbonaro e resistenziale. E infatti per la prima volta lo
rappresentiamo il prossimo 12 dicembre a Roma, al B-Folk di via dei Volsci,
129/A, locale che ha tutte le caratteristiche per ospitare un progetto
carbonaro di questo tipo: vicinanza del pubblico, aria intima e familiare,
rispetto per la musica e l’arte. I posti sono pochi, e quindi chi è interessato
è meglio prenoti con un messaggio (vedi locandina).
Per saperne di più:
Vincenzo
Greco, nato a Vibo Valentia e quasi sempre vissuto a Roma, ècantautore
e artista multimediale. Conosciuto col nome d’arte di Evocante,
ha già all’attivo gli album “Di
questi tempi”, Dialettica Label 2022; “Fino a tardi. Viaggi sonori con
Battiato”, Dialettica Label, 2023; “Siamo esseri emozionali”,
Dialettica Label, 2024 e i singoli “Troppo/Poco”, Dialettica Label, 2022
e “Lode all’inviolato”, Dialettica Label, 2023.
“All’improvviso- Canzoni lievi”
è il suo quarto album.
Ha
dedicato vari studi a Franco Battiato culminati nel libro “Battiato. Una
ricostruzione sistematica. Percorsi di ascolto consapevole” pubblicato da
Arcana Edizioni, Collana Musica, nel 2023, in contemporanea con l’uscita dell’album
“Fino a tardi. Viaggi sonori con Battiato”.
Vincenzo
Greco ha realizzato anche due video-racconti musicali (“Solo cose
belle”, 2013 e “LiberAzione”, 2015, ambientato in Islanda) e un docufilm
(“E noi ficimu a facci tanta. Una reazione Vibonese”, 2018).
L’11
e 12 ottobreha debuttato al
TeatroBasilica di Roma il nuovo spettacolo dell’autore, L'infinito fra le mani-Spettacolo su temi proposti da Franco Battiato, che ha fatto registrare un doppio sold-out.