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sabato 29 novembre 2025

Vesuvius - “Twisted tales from warped minds”-Commento di Alberto Sgarlato

 


Vesuvius - “Twisted tales from warped minds”

(ristampa Black Widow Records, 2025) 

di Alberto Sgarlato

 

Nel variegato mondo del “classic rock” in tutte le sue sfumature e sottogeneri, l’etichetta genovese Black Widow Records ha saputo, nei suoi gloriosi 35 anni di attività, conquistare l’attenzione del pubblico focalizzandosi su una nicchia ben precisa: l’anima più cupa, dark, tormentata delle varie correnti prese in esame, che si tratti di prog-rock, psichedelia o del mondo hard rock ed heavy metal. Tutto ciò attraverso un sapiente mix tra produzione e distribuzione di nuove band, pubblicazioni di nuovi lavori firmati da artisti sulla breccia da decenni e preziose riscoperte di “perle” rarissime che diversamente, senza questo certosino lavoro di ricerca filologica, avrebbero rischiato di andare irrimediabilmente perdute.

Ma la band qui presa in esame esce un po’ da questo schema, grazie alla capacità di innestare, sulla base dark-prog/psych facente parte, come detto, del marchio di fabbrica della label, gustose sfumature virtuosistiche di prog barocco, momenti di sanguigno hard-rock, fiabesche rarefazioni acustiche di folk psichedelico e persino un certo istrionismo enfatico e teatrale tipico del glam.

Loro si chiamano Vesuvius, e già il nome potrebbe indurre a equivoci: non stiamo parlando, infatti, né della band canadese dell’Ontario attiva da una dozzina di anni, né di una band statunitense di AOR (rock melodico radiofonico) che ha dato alle stampe solo un paio di titoli tra il 1988 e il 1990, né dei death-metaller californiani prossimi al loro venticinquennale di carriera, né della band di fantasia (di fatto mai esistita) protagonista del film comico “The rocker”.

Ebbene sì, Vesuvius è un nome evidentemente diffuso nel rock e purtroppo ciò può essere motivo di confusione. Questi Vesuvius di cui andiamo a parlare oggi sono una band dal passato veramente oscuro e misterioso: della loro storia si sa soltanto che sono stati fondati nel Nord-Ovest dell’Indiana e che hanno prodotto pochissimo materiale attorno alla metà degli anni ‘70. Nei vari brani i componenti si avvicendavano nel ruolo di cantante solista e ciò contribuiva a dare una variegata e affascinante coloritura timbrica alle singole tracce. La formazione comprendeva Tom Havens (chitarre elettriche e acustiche, voce solista e cori), Kevin Lazar (flauto, sax alto & soprano, voce solista e cori), Joe Shingler (tastiere, voce solista e cori), Roger Hutchins (basso, voce solista e cori) e Greg Shaginaw (batteria e percussioni).

Black Widow Records ristampa oggi il loro unico album dal titolo “Twisted tales from warped minds”, arricchito da svariate bonus tracks e rarità, alcune delle quali contano dei cambi di formazione soprattutto tra i bassisti (a Hutchins subentrano Dominic Povlinsky e poi Joe Maxin) e i chitarristi (Donny Augistino e Rick Scobey, quest’ultimo anche cantante).

E ora strappiamo il sigillo della splendida, orrorifica copertina dallo stile fumettistico (ve li ricordate gli albi firmati da Stan Lee che in Italia uscivano come “I racconti di Zio Tibia”? Ecco, la grafica potrebbe ricordarli parecchio) e sveliamo il contenuto musicale.

“Logic of the lunatic” per il sapiente intreccio di chitarre, il cantato di gusto folksy e il flauto “saltellante” potrebbe richiamare alla memoria un cocktail di Jethro Tull e Strawbs, con qualche momento più distorto verso il finale.

Con la brevissima “Miss Mary” ci spostiamo su territori hard-rock nei quali la chitarra, il sax e il Moog incrociano i loro riff costruendo un pauroso muro di suono, sul quale riecheggiano eccellenti armonie vocali.

Ancora un brano breve, sui 3 minuti, “Gazing at reality”, fortemente debitore nei confronti di The Who nel suono della chitarra ad accordi pieni, ma impreziosito da spettacolari virtuosismi di Minimoog e di Hammond che potrebbero richiamare alla mente gli Styx dei primissimi album, quando ancora sperimentavano e flirtavano col prog, prima della graduale deriva verso il pomp-rock da stadio e l’AOR.

“Edward the mad grave digger” (letteralmente “il becchino pazzo”), introdotta da un preambolo di una ventina di secondi di rumori tenebrosi, ci riporta al godurioso folk-rock del brano introduttivo, tra chitarre marziali e orchestrazioni tastieristiche molto ricche.

“Tales from the lamplight” è invece una traccia che regala prove di grande perizia chitarristica ma, più in generale, di tutta la band, nei giochi di stacchi e di riprese all’unisono gestiti con millimetrica precisione.

“Unknown wonder” è una ballad che vede le atmosfere della band farsi più leggiadre e giocose, ma con un retrogusto malinconico. Grandissima, toccante prova di folk-prog psichedelico; quasi una summa dei molti linguaggi ben dominati dalla band.

Cambia tutto con “On the prowl”, al contrario uno degli episodi più hard-rock, tra poderosi riff di chitarra, un cantato rabbioso e un Minimoog letteralmente “urlante”.

In “Shipping through time” i virtuosismi della sezione ritmica, che si prodigano in notevoli cambi di tempo e stop all’unisono, e i ricami del flauto, riportano tutto su territori prog, mentre chitarra e Moog (sempre ben presente) contribuiscono a costruire una solida base per questa traccia che rappresenta uno degli episodi più lunghi di questo disco, con i suoi 6 minuti circa; e infatti attorno alla metà cambia tutto e si trasforma in una fiabesca traccia di prog pastorale, tra chitarre pulite e arpeggiate, soavi armonie vocali e tappeti di “string-machines” (sintetizzatori che emulano suoni di archi orchestrali). Chiude il tutto uno splendido intervento solista di piano elettrico.

Chitarre acustiche, flauti, tappeti, delicati sintetizzatori dal suono squillante sono gli ingredienti di “Dream of youth”, altro brano che spinge verso i territori del folksy-prog pastorale.

Con una solenne introduzione tastieristica la band ci guida per mano verso il “Tristo Mietitore”: si intitola proprio “Grim Reaper” la traccia conclusiva del disco, nella quale i solenni tappeti di tastiere orchestrali sorreggono un gran lavoro di chitarra a tinte decisamente più hard-psych rispetto alle tracce immediatamente precedenti.

Il sapiente e scrupoloso lavoro di ricerca ci consegna, al termine dell’album originale, ben altre 7 bonus-tracks, per un totale così di 18 titoli (comprendenti sia materiale inedito sia versioni differenti o mixaggi alternativi di alcune delle tracce già summenzionate). Lo stile di queste rarities non si discosta molto da quello dell’album, tra sfuriate acide che mostrano grande perizia tecnica di tutti i musicisti coinvolti e momenti più dilatati e pastorali.

Un album che, per le sue molteplici sfaccettature, potrà appagare il gusto di vari ascoltatori di “vintage rock” ma soprattutto un ennesimo, pregevole lavoro di riscoperta da parte di una label attenta alle rarità come Black Widow.




giovedì 27 novembre 2025

UGO GANGHERI feat. Ernesto Nobili: “Cordofonie di Pace” - Commento di Andrea Pintelli

 


UGO GANGHERI

feat. Ernesto Nobili
“Cordofonie di Pace”

Commento di Andrea Pintelli


E così rimanendo, andiamo. Sì, perché il viaggio non è solo fisicità, ma anche (e soprattutto) interiorità. Esistono opere che permettono, che richiamano, che prevedono tutto ciò, quindi, riescono nell’intento di (tras)portare il fruitore laddove non è mai stato, oppure non è stato in quelle modalità previste dai messaggi in esse contenute. “Cordofonie di Pace” è una di queste. Trattasi dell’ultimo disco di Ugo Gangheri, chitarrista napoletano, anzi profondamente e intimamente napoletano, che ha pensato, composto e suonato le dieci canzoni coinvolte insieme a Ernesto Nobili (anch’esso chitarrista, compositore, oltre che arrangiatore e produttore), con, in aggiunta, un importante parco ospiti di assoluto rilievo ad impreziosirne i messaggi (tra cui il grande Edmondo Romano, anche collaboratore del nostro MAT2020). Ugo è un esploratore delle autenticità, un artigiano dei suoni, un musicista in continua evoluzione; basta dare un’occhiata al suo percorso artistico per rendersene conto: nel 2009 pubblica il suo primo album “Cca' Nun Ce Stanno Liune”, un’opera intensa e profonda che affronta temi sociali e interiori con lirismo e forza narrativa; nel 2012 segue “L'Ammore & l'Arraggia”, un disco che alterna dolcezza e rabbia, restituendo il contrasto emotivo tipico della sua terra e del suo stile; nel 2016 con “’A Via D’O Tiempo” (2016), continua a scavare nei solchi della memoria, firmando un lavoro maturo e introspettivo; nel 2019 sorprende con “Un Biplano a Sei Corde”, il suo primo album interamente strumentale, che apre a una dimensione più visiva, quasi cinematografica, anticipando la sensibilità che troverà piena espressione in questo “Cordofonie di Pace”. Già al fianco di Giobbe Covatta da oltre venticinque anni, ha curato tra l’altro le musiche degli spettacoli teatrali di E. Iacchetti, di S. Sarcinelli, di F. Paolantoni, di S. Friscia e altri.

Il tragitto parte con O’ Scuro: inizia il cammino e si è fin da subito immersi in un mondo altro, dove i sentori mediterranei si possono quasi toccare, talmente intensi riescono ad essere rappresentati e trasmessi. Magia. 0504 è pervasa da ritmi e andamenti onirici, ove le percussioni dettano il passo; un momento di quasi quattro minuti per fluttuare nella parte più nascosta dell’io, per ricevere in dono il sigillo della progressione. Aiem e lo scenario cambia di nuovo: si è al cospetto dell’energia positiva, quella, proprio quella, che permette all’agognata, e sempre più rara, serenità di emergere in tutta la sua importanza. Un abbraccio di luce. Aspettando La Prossima Luna Salire, spirito e nascondiglio del segreto dell’attesa, è pazienza e fiducia, sogno e confessione. Nel mentre la mente vaga e si fa strada fra i colori del presente, tutti i colori, alla ricerca nemmeno troppo implicita della miglioria, ch’è molto più vicina di quel che si possa pensare. Colli Del Tronto, quindi un insieme di luoghi ben definito, si fa non luogo, un tutt’uno, durante il suo sorvolo. Cinematografia fatta a musica, assai emotivamente raffinata. Craco è uno dei picchi evocativi del lotto, grazie anche alla sua originalità. Difficilmente si ha la fortuna di capitare in un giardino tanto ricco di suoni, movenze, profumi, sfumature, in cui ogni angolo si fa sorpresa, in una fusione pressoché unica fra natura, spiritualità e arte. Intensa. Isla Morada è più giocosa, quasi a recuperare la dimensione realistica dell’esistenza, ch’è anche sorriso. Piacevole, rilassata, sostanziale. Un gioiellino dell’oggi. Nadir è contemporaneità nella sua essenza più ricercata, in cui la parola non serve per esprimere quel che si può udire col cuore. In essa si capta il nobile animo di chi l’ha voluta e pensata. Un ritratto ben riuscito di chi esiste senza prevaricare il prossimo, ma, anzi, all’inseguimento della reciproca comprensione. Il Viandante è colui che percorre a piedi le vie, per raggiungere posti anche lontani, spesso con una sottintesa idea di disagio. I suoni che Ugo ed Ernesto hanno pensato e prodotto per tale concetto sono pressoché perfetti per il suo sentire: hanno in sé le difficoltà che la strada devolve, le gioie che gli incontri dedicano, la missione del mai fermarsi per andare e andare e ancora andare. Taco chiude con grazia quanto iniziato nel segno della poesia. Sono gli sguardi di chi possiede il miracolo della trasmissione delle emozioni, negli occhi di chi ne vuole ricevere i racconti, i ricordi e il garbo. Un autentico ritrovo di anime affini. Ugo Gangheri è un mondo, da cercare, trovare, assaporare, fare proprio. Insieme ad Ernesto Nobili, in serendipità, vive tanto desiderio di bellezza quotidiana e “Cordofonie di Pace” ne è il loro testimone.

Abbracci diffusi.


Tracklist:

1.   O’ Scuro

2.   0504

3.   Aiem

4.   Aspettando La Prossima Luna Salire

5.   Colli Del Tronto

6.   Craco

7.   Isla Morada

8.   Nadir

9.   Il Viandante

10.                 Taco

 

Ugo Gangheri – chitarre acustiche, elettriche, classiche, chindolino, chindolone

Ernesto Nobili – chitarre elettriche e acustiche, chitarra baritona, bouzuki, tastiere, basso, programmino, arrangiamenti, produzione artistica

 

Ospiti:

Michele Signore - lira pontiaca, violino

Mario Crispi - duduk

Carletto Di Gennaro - tamburi

Francesco Di Cristofaro - bansuri

Massimo D’Avanzo - kemenche

Edmondo Romano – chalumeau, bansuri, flauti

Giosi Cincotti - pianoforte

Antonio Fraioli – violino

 

Silvia Benelli – cover art

 

https://www.ugogangheri.com


Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com



martedì 25 novembre 2025

"Fusion": il debutto meravigliosamente irregolare di Pat and Co

 


Fusion, del duo francese Pat and Co (appena uscito su etichetta La Stanza Nascosta Records) potrebbe a buon diritto, per l’indiscutibile qualità e per le sue caratteristiche, essere una pubblicazione della leggendaria Motown Records, specializzata nel crossover di generi musical e pioniera del c.d. "Motown Sound”.

La fusion di Pat and Co, lontanissima da quella mancanza di vissuto e ambiguità di fondo sia a livello culturale sia a livello sociale, denunciata dal musicologo Renzo Cresti nel saggio Fare musica oggi (Del Bucchia, Viareggio 2011) muove dall’importante consapevolezza che l’umano è un métissage, senza cadute di stile o tonfi nel commerciale.

Claude Lai, diplomato in Pianoforte e sperimentatore dell’arte del campionamento o sampling, è un artista autentico, elegante e anticonformista nella scelta delle soluzioni sonore.

La vocalità e la personalità di Patricia si presterebbero ad una serie infinita di paragoni lusinghieri. Ascoltandola ci viene in mente una frase di Billie Holiday: «Sappiate che questa mia vecchia voce non può salire o scendere più di tanto. È una voce irregolare. Non ho una voce regolare. La mia voce è un casino, chi suona con me deve sapere bene quello che fa».

Ecco, quella di Patricia è una voce meravigliosamente irregolare: il suo portamento vocale, l’emissione improvvisamente troncata, un fraseggio autonomo rispetto alla melodia ne fanno la perfetta sintesi del suono del jazz. 

Nel più genuino spirito della jam-session Patricia riesce a trascendere la dimensione della mera esecuzione, in una continua rielaborazione dei brani.

Uno dei brani più potenti è, a nostro avviso, La dechirure, un pezzo serratissimo, nel quale Patricia crea una stupefacente tensione nell’ascolto.

Di grande impatto anche Power, che sembra uscita da un album dei Portishead (scusate se è poco), mentre l’inarrivabile I am standing- capolavoro di pathos e suggestione- ci induce a pensare che Patricia potrebbe, a suo modo, interpretare anche le ardite parti vocali di Clare Torry in The Great Gig in the Sky.

La sua è infatti una voce che trasforma il limite in possibilità, capace di dispiegare una forza emotiva e una drammaticità che travolgono, letteralmente, l’ascoltatore.

Il “CO” nel nome del duo riflette l’apertura alle collaborazioni artistiche e la potenziale versatilità della line up; il che ci fa ben sperare in merito a future collaborazioni di livello.

Nel frattempo, ci godiamo questo, pregevole, album di debutto.





domenica 23 novembre 2025

RocKalendario del secolo scorso – Novembre


 

RocKalendario del secolo scorso – Novembre


1955 – 20 novembre. Dopo che lo staff del The Ed Sullivan Show gli aveva chiesto di cantare Sixteen Tons, Bo Diddley eseguì, senza avvertire, Bo Diddley nel programma televisivo della domenica sera. Sullivan ne fu talmente infuriato che Bo non sarebbe mai più stato invitato. Il cantante ricordò in seguito: «Ed Sullivan disse che ero uno dei primi ragazzi di colore a non averlo mai fregato, per questo si fidava di me. Aggiunse che non sarei durato sei mesi». 

Diddley dimostrò che Sullivan si sbagliava, pubblicando undici album tra il 1958 e il 1963 ed entrando nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987. Quanto all’alterazione di Sullivan, pare che il motivo non fosse poi di natura “censoria” (benché la canzone abbia in sé allusioni a contenuti “scomodi”), ma solo organizzativa (i palinsesti all’epoca erano assai rigidi).

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1965 – “La gente cerca di metterci sotto

Solo perché noi gli stiamo intorno

Le cose che loro fanno sembrano terribilmente fredde,

Spero di morire prima di diventare vecchio.”


Così Roger Daltrey, il frontman degli Who, racconta la sua generazione con voce aggressiva. Sullo sfondo, i suoi compagni, gli fanno il controcanto con un coretto apparentemente innocente, ripetuto come un mantra (Talkin’ about my generation”). 

È il 20 novembre e, come un pugno nello stomaco, la Decca lancia sul mercato una canzone destinata a diventare un inno generazionale a lunga gittata (visto che qui dentro ci sono pure parecchi semi che fioriranno oltre dieci anni più tardi). E quello degli Who è un rock innovativo, pure sotto forma di un 45 giri: si era mai sentita una song con un assolo di basso, buttato nella mischia?

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1975 – Non è facile scegliere un disco, perché fu un novembre ricchissimo. Vado a sentimento e mi soffermo sull’album solista del bassista degli Yes Chris Squire che il 21 novembre dette alle stampe Fish Out Water. Probabilmente è l’album migliore prodotto dai progetti individuali dei componenti storici della band britannica. 

Fish Out Water possiede in sé la natura dell’album mancato degli Yes tra Relayer e Going for the One: 5 composizioni avviluppate intorno a testi immaginifici su arrangiamenti (anche orchestrali) di livello sopraffino. Ci sono tutte le carte per urlare al capolavoro e, a distanza di 50 anni, sarebbe anche l’ora di ascoltarlo quel grido di meraviglia. Tra i musicisti, Mel Collins (King Crimson), Jimmy Hastings (turnista per i Caravan e Patrick Moraz e Alan White degli Yes. Da riscoprire.

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1985 – Ritornano gli Asia, rinnovati e, al tempo stesso, restaurati. Riassunto delle puntate precedenti: il supergruppo sbanca nel 1982 con il primo disco omonimo e, un anno dopo, con Alpha (singoli di successo, da Heat of the Moment a Don’t Cry). La ricetta piace perché mescola il mestiere di 4 senatori del prog (Downes, Howe, Palmer e Wetton) alla richiesta di pop mainstream da parte di una casa discografica (la Geffen) attenta a mettere a segno il colpaccio per la MTV generation. 

Poi, dopo Astra, arrivano i casini interni che portano all’allontanamento di Wetton e al soccorso provvisorio (live) di Lake, quindi, nel 1984 a fare le valigie è Steve Howe, rimpiazzato dal chitarrista svizzero Mandy Meyer dei Krokus (portatore di uno stile heavy). Nel frattempo, ritorna Wetton che, con Downes, è il maggior compositore dei nuovi brani destinati a confluire nel nuovo disco Astra in uscita per l’11 novembre (con immancabile cover art di Roger Dean). L’idea è quella di alimentare la filiera di successi iniziata nel 1982, ma lo stesso singolo di traino Go (con tanto di video distopico alla Blade Runner), seguito nel 1986 dalla ballad Wishing, non sortirà l’effetto sperato: ricezione freddina di pubblico e critica, nonostante l’impegno profuso. Probabilmente non è più tempo. Curiosità: l’album doveva intitolarsi Arcadia ma un uccellino fece sapere ai produttori che alcuni componenti dei Duran Duran stavano dando vita ad una side-band con quel nome, così, per non creare confusione, preferirono chiamare l’LP Astra.

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1995 – Strane ricorrenze in casa Queen, a novembre. Proprio quando Squire pubblicava il suo LP, nella stessa data i Queen uscivano con A Night at the Opera. E il 6 di vent’anni dopo, si mette definitivamente la parola “fine” alla mirabolante avventura con Freddy Mercury, sigillando il suo testamento musicale con Made in Heaven. Il performer, poco prima di morire, aveva lasciato ai suoi sodali parecchie tracce inedite con l’invito agli stessi di curarne le parti musicali dalla composizione agli arrangiamenti. Così, a due anni dalla dipartita (avvenuta il 24 novembre 1991), May, Deacon e Taylor si chiusero in studio per lavorare ai brani: si trattò di un lavoro intenso che ebbe naturale esito il 6 novembre 1995 con Made in Heaven. 

La copertina evocativa, che ritrae la statua di Mercury all’alba (quella a Montreaux sul lago di Ginevra), è l’emozionante paratesto di un disco finalizzato a raccogliere le ultime gemme di una delle presenze più importanti della storia del rock. Inutile aggiungere che Made in Heaven ebbe un vasto successo, anche grazie ai sei singoli di raccordo (Heaven for Everyone, A Winter’s Tale, Too Much Love Will Kill You, I Was Born to Love You, Let Me Live e You Don’t Fool Me).

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giovedì 13 novembre 2025

Ilaria Pastore propone il suo... "Stato di Grazia"

 


Ilaria Pastore – “Stato di Grazia”


Nel segno del minimalismo- che caratterizza tutta la sua produzione- torna a far sentire la sua voce Ilaria Pastore, con l’album- pubblicato su etichetta Maieutica Dischi- Stato di Grazia.

Stanze di vita quotidiana- per citare Guccini- che veicolano la personale concezione dell’amore dell’artista. Un incipit con suoni sincopati, melodie calzanti e un finale à la Dottor Livingstone per Un bacio sulla fronte, che apre l’album e che ne è un po’ il paradigma; quasi un accordo di pacificazione con il proprio vissuto, quello “stato di grazia” che è proprio il riuscire a guardare con benevolenza anche gli errori del passato. La sufficienza, che ha delle significative analogie di senso con lo spettacolo Tombola! Una questione di numeri, che l’autrice co-firma (insieme a Tiziana Francesca Vaccaro, e che debutterà il 19/12, ore 21.00, al Teatro delle Briciole di Parma) è un benefico abbassamento delle proprie aspettative in una società dominata dalla pressione asfissiante della competizione a tutti i costi; le sonorità si avvicinano a quelle degli Üstmamò, con reminiscenze dei Bluvertigo.

Molto intima e testualmente ricercata Renè (Renè si nasconde e poi si mostra con orgoglio, lieve come una bugia bianca, che attende calma di essere scoperta); in 'Sto cuore Ilaria Pastore ricorda Cristina Donà, ma con un maggiore tocco di modernità; riuscita e coinvolgente la nostalgica “Vecchie canzoni”.

La rilettura di Fotoromanza si inserisce bene in quello che è quasi un concept sull’amore: nelle intenzioni dell’autrice vuole rappresentare l’amore disperato, che- grazie ad un arrangiamento totalmente diverso rispetto all’originale- viaggia fra noise e toni sognanti, rivelando sfumature semantiche inedite.

Un bel lavoro, che conferma la solidità di scrittura di Ilaria Pastore, dotata di una vocalità sobria e coinvolgente. 





martedì 11 novembre 2025

G.O.L.E.M. “Still Life”- Commento di Andrea Pintelli

 

G.O.L.E.M.
“Still Life”

Di Andrea Pintelli

 

I G.O.L.E.M., tramite la Black Widow Records (gloria sempre), hanno pubblicato lo scorso 5 settembre un EP (o mini CD, decidete voi), dal titolo Still Life. Tre parole tre per introdurlo: visionario, evocativo, cinematografico.

Uscito in limited edition, cento copie, ma comunque acquistabile anche in digitale sul loro profilo bandcamp, arriva dopo i loro due CD usciti nel 2022 e 2024 ("Gravitational Objects of Light, Energy and Mysticism" e "Gathering Of the Legendary Elephant Monsters"). L’opera è composta da tre brani, a formare una mini- suite che indaga “sul potenziale umano in contrapposizione all'avidità e al totalitarismo delle società moderne; identità perdute, solitudine fluttuante, fratture interiori che si intrecciano portando a un confronto amaro e poetico. Esigenza (la loro, ndr) di offrire una visione onirica e frammentata del reale, un percorso di sgomento, ribellione e, forse, risveglio.” “Still Life” è una svolta nel sound dei G.O.L.E.M., siccome le atmosfere eteree, introspettive e psichedeliche di questo lavoro si vanno ad aggiungere alla loro (rara) potenza esecutiva, nonché alla ricchezza di ambientazioni interiori. Born Erased, nascita cancellata, di un’identità che non ha diritto di manifestarsi, è apertura incisiva e megalitica, grazie alle tastiere di Apollo e Quattrini che mixano sonorità vintage e modernità, combinate all’ottima prova vocale di Vicini. La modalità esecutiva dei nostri ne ha del prestigioso: trasmettono autorità nelle scelte di suoni perfetti, che vanno a creare un’oggettiva efficacia di ampio respiro e sicuro impatto. Sons of Death è il cuore della suite, sia in termini di durata che di sviluppo emotivo/strumentale. Basso in primo piano e tastiere che colorano l’aria e le sensazioni, che si possono quasi toccare tanto sono consistenti. Successivamente la parte centrale esplora e pone all’ascoltatore le varie sezioni strumentali impiegate, in un gioco di tensioni e rilassamenti che significano progressione tematica. La terza parte ha in sé la concentrazione emozionale massima, avendo un che di incantevolmente sinistro e, a tratti, celebrativo del dolore della perdita. Still Dreaming? chiude la rappresentazione in maniera riflessiva, quieta; forse un risveglio rivelato dalla domanda di quel che succede dopo la scomparsa. Il sogno come forza rigeneratrice e inconsapevole atto di resistenza agli accadimenti. La band dimostra maturità compositiva sempre maggiore e costante evoluzione (al sacrosanto comandamento del “mai ripetersi”), nonostante la brevità del formato EP, riuscendo in meno di quindici minuti a creare un percorso coerente e atmosferico che sembra preludere a sviluppi più ampi che troveremo sicuramente nel loro prossimo disco (in lavorazione). Abbracci diffusi.


Tracklist:

1.   Born Erased

2.   Sons of Death

3.   Still Dreaming?

 

Line-up:

● Paolo “Apollo” Negri - organ and synthesizers

● Emil Quattrini - electric pianos and Mellotron

● Marco Zammati - electric bass

● Francesco Lupi - drums

● Marco Vincini - vocals

 

Credits:

Produced by G.O.L.E.M.

Published by Black Widow Records

Recorded and mixed at Dark Side Lab by Mattia Montenegri

Artwork by Garden of Earthly Delights

  

Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com





Intervista ad Evocante, in attesa del suo nuovo spettacolo, il 12 dicembre 2025, a Roma

 


Evocante- Intervista


Tempi moderni. Di tutto un po' è il nuovo spettacolo di Evocante, nome d’arte di Vincenzo Greco, cantautore, saggista e artista multimediale.

Uno progetto molto diverso dai soliti, dal clima carbonaro e dal contenuto resistenziale, di cui l'autore ha proibito di fornire alcuna anticipazione.

 

Mat2020 lo ha incontrato, per convincerlo a venire meno a questa ferrea determinazione.

Proprio perché carbonaro, la prima assoluta sarà, il 12 dicembre 2025, in un luogo ideale come il B-Folk di Roma, via dei Faggi, 129/A, dove l’avventura Evocante ha mosso i primi passi e dove, sempre, nel tempo, l’autore ha messo alla prova i suoi lavori prima di proporli ad altre platee.

L’infinito fra le mani. Viaggio sonoro narrativo su temi cari a Franco Battiato, rappresentato in prima assoluta al Teatro Basilica di Roma con due sold out, ha approfondito le tematiche che hanno fatto da asse portante del percorso artistico di Battiato. Quale tra queste tematiche, a suo avviso, ha avuto una maggiore presa sul pubblico?

Sicuramente quella della spiritualità. Che, detta così, potrebbe creare un equivoco: Battiato non va considerato un santino e tanto meno un santone, un guru. E purtroppo c’è qualcuno che lo rievoca così, facendogli il peggiore dei torti.

La spiritualità in lui ha rappresentato una spinta costante ad alimentare la curiosità verso sé stessi, verso le potenzialità dell’uomo e verso ciò che non è visibile né raccontabile. Si tratta di andare alla ricerca della sfera del sentimento e di tutto quello che ci fa sentire come se riuscissimo ad astrarci, a liberarci dai pesi, a volare.

Questo ha interessato molto il pubblico perché è stato stimolato ad andare alla ricerca di autori da leggere, di pratiche meditative in cui esercitarsi, di luoghi particolarmente carichi di un’aria diversa da quella che di solito viviamo, di territori reali e dell’anima.

Il mio spettacolo ha avuto la pretesa di proseguire il discorso iniziato da Battiato, partendo da lui ma non esaurendosi in lui, tanto che mi sono spinto ad ipotizzare come poter entrare in contatto con quello che, seguendo l’esperienza di molti mistici, io chiamo il seme divino che abbiamo dentro; e devo riconoscere che questo coraggio è stato pienamente premiato dalla risposta del pubblico. Tanto che ho intenzione di riproporlo. Ma in piena libertà, come tutte le cose che faccio, dove ho preso esempio proprio da Franco: “non voglio comandare né essere comandato”. E qui sorgono i problemi, perché purtroppo in Italia se non conosci governanti e amministratori politici che ti sovvenzionano – ovviamente in cambio di pacchetti di voti o di chissà che altro – o se comunque non fai parte del giro dei soliti amichetti è molto difficile trovare luoghi e persone interessate alla sola operazione artistica e culturale. Il crescente numero di casi di sovvenzionamenti e segnalazioni – chiamiamole così – sta lì a testimoniare come la promozione della cultura e dell’arte ormai siano entrate in pieno nella logica clientelare. Alla cultura si dovrebbe guardare con ben altra ambizione che piazzare il raccomandato di turno o farci soldi in prima persona “con la scusa di…”.

Ma in qualche modo – che sia di nuovo un’autoproduzione come quella rappresentata al Teatro Basilica (ci tengo a dirlo, senza alcun sovvenzionamento né politico né da parte di sponsor improbabili!) o altro – spero di riuscire a riproporre questo lavoro, tanto più che ha avuto apprezzamenti unanimi e di alto livello anche da parte della critica. Lo meritano tutte quelle persone che attendono una replica per rivederlo o per vederlo la prima volta. In molti mi scrivono, e spero di rispondere presto a questo interesse e questa attesa, trovando la giusta situazione.

Nel videoracconto All’improvviso… tornerà la luce, con musica suonata dal vivo in sincrono con il video, affronta il tema della caduta nell’oscurità e del ritorno della luce. È uno dei suoi tópoi?

A ben pensarci, da buon fautore della visione sistematica delle cose, basata su collegamenti, il mio discorso artistico è un po’ tutto collegato. Quindi sì, anche questo tema torna spesso, e torna anche in altri casi dove pare non entrarci.

Artisticamente è come se avessi due anime, in contatto tra loro. Una, più metafisica, che guarda verso l’alto e cerca di entrare in contatto con il soffio divino di eternità, affrontando cadute nel buio e scacciando le tentazioni ateistiche che tutti gli spiritualisti ben conoscono (tanto per tornare a Battiato, “nelle cadute c’è il perché della sua assenza”). L’altra, più fisica e terrena, che guarda alla vita che conduciamo, alle dinamiche del potere, agli ideali, anche politici (non di partito, per carità).

Qualcuno ogni tanto mi consiglia di abbandonare questa visione perché potrebbe allontanare una parte di pubblico. Non è un caso che si tratta di persone di destra che, se pure amiche, sono comunque infastidite dalla mia insofferenza verso il potere e dai miei ideali radicati a sinistra. Ma queste due anime non sono separabili perché sono i due volti di una stessa medaglia: io credo che per la crescita spirituale occorra crescere anche come cittadino e come persona inserita in un contesto sociale. Se, tanto per fare un esempio, credi che Israele non stia compiendo un genocidio, e ti limiti a farne una questione terminologica, se non ti interessa nulla di quello che sta accadendo perché tanto non accade a te o, peggio ancora, bolli la questione come bega politica dei soliti rompipalle sui diritti umani e sulla tutela delle minoranze, a che crescita spirituale puoi ambire? Credendo nell’Assoluto, cui sto dedicando il mio prossimo testo, so bene che esiste anche un senso di giustizia assoluta, e che la Verità non è riducibile ad una serie di “de gustibus” o di opinioni personali. Esiste la giustizia come la Verità, alle quali la crescita spirituale impone di avvicinarci e cercare. E quello che sta accadendo nel mondo è la summa di tante ingiustizie e menzogne. Come poterne stare fuori per paura di perdere qualcosa, che sia pubblico, un contratto discografico, una reputazione, il quieto vivere ecc.?

La cultura del presente la definirebbe postmoderna o ipermoderna?

Mah, sono definizioni discusse e quindi non saprei dirti esattamente proprio perché per qualcuno il postmoderno deve ancora iniziare mentre per altri è già finito. Però, stando al gioco, tenderei più a pensare che ora stia diventando tutto iper, nel senso di esagerato, oltre misura, pompato, gonfiato. Si fa passare tutto per straordinario, eccezionale, unico, e non è quasi mai vero. La banalità, anzi, trionfa.

Ma c’è una sensazione che ho, e che vorrei non avere. Mi pare che da un po’ di tempo abbiamo preso un piano inclinato senza neppure accorgerci, una sorta di Età di mezzo umana e culturale che ci sta facendo ridimensionare e progressivamente abbandonare le grandi conquiste sociali dell’uomo, dalla democrazia alla tutela dei diritti umani. Abbiamo pensato molto allo sviluppo tecnologico e sempre di meno all’uomo. Un po’ come è avvenuto con le grandi opere d’arte del Rinascimento, o nel Settecento e Ottocento musicale, certi capolavori che hanno sfiorato la perfezione tanto da sembrare espressione del divino (e probabilmente lo sono) sembrano lontanissimi e ora irrealizzabili. Così sta avvenendo nel campo sociale, dove il concetto di eguaglianza pare solo un bel ricordo del passato, che molti sono contenti di avere archiviato come utopia irrealizzabile. Lo stesso per il concetto di democrazia, di pace, di tutela dei più deboli. Ecco, tanto per tornare all’ambito spirituale e metafisico, stiamo vivendo un periodo dove il diabolico sta scatenando le sue forze, e lo vedo anche nei rapporti umani: se vai nei social, vedi orde di persone che commentano con un odio inspiegabile qualsiasi cosa e gettano fango su persone, accusandole di ogni genere di nefandezza, quando i più nefasti sono proprio questi commentatori del nulla.

Si definirebbe antimoderno, senza timore di essere tacciato di passatismo?

Sono consapevole che mettere l’accento sulle storture del modernismo può generare questo equivoco. Tanto che nel mio libro “Il tempo moderno e i suoi inganni. Riflessioni critiche in Ferretti, De André, Battiato e Waters” ho risposto a questa osservazione nell’ultimo capitolo.

A me non interessa il passato in quanto tale né ambisco a ritornarci, conscio come sono che la scala del progresso (sempre che non sia mero sviluppo, come ci diceva Pasolini) è sempre in salita e comporta un bruciare dietro i gradini: indietro non si torna, insomma.

Però ambisco a un presente e a un futuro sostenibili ed umani. E, tanto per fare un esempio molto abusato ma efficace, in persone che conducono la propria vita sempre con lo smartphone addosso, accettando di ridurre la propria visione del mondo allo schermo del telefono o di un Mac, che accettano di comunicare, come si fa ad esempio su molti social come Instagram o TikTok, per slogan e per fonemi e non con ragionamenti, ci vedo poco di umano e di sostenibile.

È umanamente insostenibile la deriva che ha preso il moderno: sta vincendo, mi rendo conto, ma in cambio stiamo perdendo le caratteristiche dell’umano, che sono quella di pensare, elaborare, parlare, creare, incontrarci, confrontarci, ambire all’elevazione e al miglioramento. O ci illudiamo di migliorare facendo fare tutto all’intelligenza artificiale, dalle musiche alle locandine alle tesi di laurea ai racconti alle confessioni e ad altro ancora? Stiamo perdendo, neanche troppo lentamente, tante capacità, delegandole alle macchine. Vedo molti chiedere ogni cosa a Chat Gpt, come se avessero del tutto perso il senso del ragionamento e la curiosità della scoperta. E paradossalmente le nostre vite, sempre più affrettate e piene di stimoli cui rispondere all’istante, stanno diventando, un po’ come in Tempi moderni di Chaplin, macchinose, senz’anima, prevedibili, come fossero programmate.

Siamo sicuri che questo futuro fatto passare per progresso sia veramente umano?

A proposito, può darci qualche anticipazione sullo spettacolo Tempi Moderni - Di tutto un po’?

Come direbbe il ministro Tajani, “fino a un certo punto”. Non per mero gusto del mistero, ma perché contiene alcune sorprese che funzioneranno se non vengono anticipate.

Però qualcosa posso dire. Si tratta del mio progetto più rischioso, persino più di quello su Battiato, dove almeno avevo la sua ancora solida ad aiutarmi a tenere la barra dritta. In questi giorni, invece, che sono di piena preparazione e rifinitura dello spettacolo, insieme ai miei compagni di avventura (Barbara Vanorio al basso, Roberto leone alle chitarre, Tommaso Avellino alla batteria e… sorprese varie) sono in pieno mare aperto o, se preferisci, un vulcano in eruzione, pieno di idee e di spunti, e devo fare attenzione a selezionare quelle giuste e scartare quelle meno adatte.

Si tratta di uno spettacolo molto diverso da quelli finora fatti in cui prevarrà la parte terrestre della mia anima, anche se quella spirituale avrà sempre il suo spazio. La parte principale sarà musicale, con pezzi miei e qualche cover dei CCCP Fedeli alla line e Sidùn di De André, che avrà un ruolo centrale. È un progetto folle in cui la pretesa è di descrivere le storture dei tempi moderni usando la logica dei tempi moderni stessi e quindi, come suggerisce il sottotitolo “di tutto un po’”, passare con disinvoltura da un tema all’altro, da un genere musicale all’altro, da un registro drammatico ad uno scherzoso, quasi come se fossimo davanti i tanti video che ci propongono i social, in modo apparentemente schizofrenico.

L’attenzione che devo prestare in questo utilizzo di una grammatica che vado a criticare è di non farmi travolgere né incorporarmi in questa. Si tratta, infatti, non di un saggio critico né di una maionese impazzita ma pur sempre di un prodotto artistico che, come sempre, spero possa lasciare qualcosa di bello e smuovere qualche coscienza.

La scommessa è questa: usare in modo artistico, guardando alla profondità e alla curiosità, una logica che di solito produce cose superficiali. E l’obiettivo è che chi assista esca dalla sala stemperando un certo senso di inquietudine con il sorriso proprio perché, non in modo sguaiato, ci sarà parecchio anche da ridere, o almeno sorridere, soprattutto nelle parti parlate, dove risiederanno le principali novità che non posso anticipare e che nessuno credo di aspetterebbe da me. Forse perché in me da qualche tempo sta crescendo la voglia di cazzeggio, inteso in modo tuttavia serio (ma non assolutamente serioso!): tanto che come sottotitolo avevo pensato pure a “una risata li seppellirà” o a “rido per non piangere”.

Ci saranno anche parti feroci, soprattutto a livello politico, dove prendo posizione su un po’ di questioni perché sento il dovere artistico, umano e civile di farlo. Da qui, la mia definizione di spettacolo carbonaro e resistenziale. E infatti per la prima volta lo rappresentiamo il prossimo 12 dicembre a Roma, al B-Folk di via dei Volsci, 129/A, locale che ha tutte le caratteristiche per ospitare un progetto carbonaro di questo tipo: vicinanza del pubblico, aria intima e familiare, rispetto per la musica e l’arte. I posti sono pochi, e quindi chi è interessato è meglio prenoti con un messaggio (vedi locandina).


Per saperne di più:

Vincenzo Greco, nato a Vibo Valentia e quasi sempre vissuto a Roma, è cantautore e artista multimediale. Conosciuto col nome d’arte di Evocante, ha già all’attivo gli album “Di questi tempi”, Dialettica Label 2022; “Fino a tardi. Viaggi sonori con Battiato”, Dialettica Label, 2023; “Siamo esseri emozionali”, Dialettica Label, 2024 e i singoli “Troppo/Poco”, Dialettica Label, 2022 e “Lode all’inviolato”, Dialettica Label, 2023. 

“All’improvviso- Canzoni lievi” è il suo quarto album.

Ha dedicato vari studi a Franco Battiato culminati nel libro “Battiato. Una ricostruzione sistematica. Percorsi di ascolto consapevole” pubblicato da Arcana Edizioni, Collana Musica, nel 2023, in contemporanea con l’uscita dell’album “Fino a tardi. Viaggi sonori con Battiato”.

Vincenzo Greco ha realizzato anche due video-racconti musicali (“Solo cose belle”, 2013 e “LiberAzione”, 2015, ambientato in Islanda) e un docufilm (“E noi ficimu a facci tanta. Una reazione Vibonese”, 2018). 

 

L’11 e 12 ottobre  ha debuttato al TeatroBasilica di Roma il nuovo spettacolo dell’autore, L'infinito fra le mani-Spettacolo su temi proposti da Franco Battiato, che ha fatto registrare un doppio sold-out.

 

Riferimenti Utili

Sito: https://www.vincenzogrecoevocante.it/

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YouTube: https://www.youtube.com/user/gadamer13