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venerdì 26 settembre 2025

John Strada - Basta Crederci Un Po’, di Luca Paoli



John Strada - Basta Crederci Un Po’

 (Crinale, 2025)

di Luca Paoli

Undici canzoni come specchi incrinati, dove la vita si riflette senza filtri


Release album: venerdì 7 novembre 2025


A volte ascoltare un disco è come aprire un quaderno che non ti aspetti: pieno di scarabocchi, note a margine, emozioni che ti colpiscono senza chiedere permesso. Così è stato per me con Basta crederci un po, il nuovo lavoro di John Strada

C’è sempre un confine sottile tra il bisogno di raccontare e quello di salvarsi, e qui quel confine diventa il filo invisibile che attraversa ogni brano: tra la vita quotidiana, le illusioni, la rabbia e le piccole speranze che ci portiamo dentro.

Il disco respira tra l’Emilia e l’America, tra la canzone d’autore italiana e le radici rock’n’roll che da sempre accompagnano Strada. Ma c’è qualcosa in più questa volta: come racconta lo stesso Strada, c’è stata una svolta nel suo modo di scrivere, guidata da nuove ispirazioni, letture e ascolti. Ha scritto, distrutto, rivisitato, e solo quando si è reso conto di avere del buon materiale ha deciso di affidarsi a Don Antonio Gramentieri, un vecchio amico e produttore artistico, per trasformare quelle canzoni in un percorso coerente. Ascoltarlo è come entrare in quel percorso: tra familiarità e sorpresa, ogni canzone diventa un piccolo diario che non smette di parlare.

Attorno alla voce e alle chitarre di Strada si muovono la batteria di Diego Sapignoli, le tastiere di Nicola Peruch, le percussioni di Denis Valentini e i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli. Un suono curato, essenziale, registrato a La Casina di Modigliana e rifinito da Ivano Giovedì al Waveroof di Castel Bolognese.

Ogni tappa della carriera di Strada sembra un tassello di un mosaico più grande. Dal progetto multidisciplinare di Dalla periferia dell’anima (2008), dove musica, racconti di Gianluca Morozzi e fotografie dipinte da Andrea Samaritani si intrecciavano in un’unica esperienza, fino al dvd live del 2010, che catturava l’energia dei concerti. Poi Live in Rock’a (2012), con la sua forza immediata, e Sangue e polvere, che ha raccontato il dolore e la resilienza dopo il terremoto emiliano. Non si può dimenticare il riconoscimento europeo per Meticcio (2014), l’apertura internazionale di Mongrel (2016), fino alla delicatezza acustica di Fra Rovi & Rose (2020). Ogni disco ha lasciato un segno diverso. Come se Strada stesse scrivendo un unico diario: corde di chitarra, parole, inchiostro. Ogni capitolo racconta un pezzo della sua vita e del nostro tempo.

I brani scorrono come pagine di un diario imperfetto, pieno di spigoli e annotazioni a margine. Basta crederci un po’ mi ha colpito subito. Un elettro-blues ipnotico che mette a nudo la finzione dei social: vite curate a tavolino, sorrisi costruiti. Ascoltandolo, ho pensato alle persone che conosciamo ogni giorno e a quanto ci raccontiamo versioni di noi stessi che non esistono davvero.

Ballando in città è un respiro leggero nel disco. Ti fa scivolare in un mondo sospeso, dove tutto sembra possibile e nessuno riesce davvero a rovinare i sogni. Mi ha fatto sorridere, e per un attimo ho dimenticato la gravità dei temi del disco.

Parlavo da solo è quasi un monologo interiore. Entrare in quella testa significa seguire dubbi, rimpianti, scoperte improvvise. Non è facile da seguire, ma ogni ascolto rivela piccole verità, frammenti che cercano una conclusione sempre in sospeso.

Non ti dirò ti amo parte ruvida, quasi a voler respingere, e poi sboccia in un ritornello fresco e luminoso. Non è mai sdolcinata. Parla di un amore imperfetto, fatto di gesti e dettagli, fragilità e onestà. L’ho percepita come una carezza inattesa, tra parole e silenzi.

Manca il respiro ti prende allo stomaco. È un pugno lento e inesorabile. Strada racconta la frustrazione di non essere diventati ciò che sognavamo da ragazzi, senza indulgere nel vittimismo. Rabbia e tenerezza si mescolano: la consapevolezza dei propri limiti diventa un sentimento vero, tangibile.

Girasoli è un brano silenzioso e pesante, che prende le mosse dalla storia di Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto nel 2005 durante un controllo di polizia. John Strada sceglie di raccontarla con delicatezza e rigore, senza indulgere ma senza nemmeno trasformarla in slogan: la voce resta ferma, il dolore non viene attenuato, e la musica diventa un’ombra discreta che accompagna l’ascoltatore, costringendolo a riflettere sulla violenza, sulla paura e sull’ingiustizia che possono ancora attraversare le nostre vite.

La scuola è finita esplode in energia e leggerezza. I cori di ragazzi e ragazze portano il brio della gioventù, la voglia di libertà, di non piegarsi al mondo degli adulti. Ti fa battere il cuore e ricordare l’euforia di quei momenti in cui tutto sembrava possibile.

Amore social racconta delusione e attesa che non viene ricambiata. Lui aspetta, lei non arriva. Nella voce di Strada c’è tutta la fragilità e la speranza di chi si affida a un legame costruito a distanza. Ti fa sentire amore e vuoto nello stesso istante.

La vita va restituisce una sensazione di sospensione. Giorni uguali, promesse non mantenute, routine che non lascia scampo. È il racconto di un disadattato che osserva il mondo dalla sua finestra, senza illusioni, e ti porta con sé nel suo piccolo universo.

Giocattoli rotti è la ballata più dolorosa del disco. Rimpianti, ricordi, tentativi di aggiustare ciò che ormai è spezzato. Ogni ascolto lascia un peso, un’amarezza sottile, che si mescola alla bellezza della melodia.

Infine, “La tygre e l’agnello” chiude l’album con un colpo secco. Il ritmo incalzante e la voce parlata disegnano immagini forti. Il titolo richiama le poesie di William Blake (The Tyger e The Lamb), che interrogavano la doppia natura dell’essere umano, tra ferocia e innocenza. Qui quell’immaginario viene spostato nel presente: un racconto crudo sul femminicidio, senza risposte rassicuranti, solo un’inquietudine che resta addosso.

Basta crederci un po’ è un disco che guarda la realtà senza filtri, senza paura di alternare leggerezza e dolore. John Strada ci accompagna in un mondo che conosciamo bene: fragilità e illusioni, ma anche resistenza e speranza. Basta davvero crederci un po’? Forse sì. Almeno nella musica che non smette di raccontarci chi siamo.

E in quel racconto c’è qualcosa che va oltre le parole e le note: c’è lo spazio per fermarsi un attimo, per riflettere sulle nostre giornate, sui gesti imperfetti, sulle emozioni che cerchiamo di nascondere. Ascoltando questo album, ti accorgi che credere non è solo un atto di fiducia o ottimismo: è un modo di restare presenti, di continuare a osservare, amare e sorprendersi. In ogni canzone c’è la pazienza della vita che scorre, e la forza gentile di chi, come Strada, sceglie di raccontarla senza filtri, con sincerità, senza mai scadere nel semplice buonismo. Alla fine, Basta crederci un po’ ti lascia con la sensazione di aver percorso insieme un piccolo viaggio intimo, fatto di luci e ombre, di dolore e di dolcezza, un viaggio in cui riconosci te stesso ad ogni passo.


giovedì 25 settembre 2025

RocKalendario del secolo scorso – Settembre, di Riccardo Storti


 

RocKalendario del secolo scorso – Settembre

di Riccardo Storti

 

1955 10 settembre. Il primo successo di Chuck Berry, Maybelline, raggiunge la posizione più alta in classifica, il numero 5 nella Billboard Top 100. Quando Berry portò per la prima volta la canzone a Leonard Chess, il brano si intitolava Ida May, ma il proprietario della casa discografica pensò che fosse "troppo rurale". 

Così, notando una scatola di mascara sul pavimento dello studio, Chess esclamò: "E che cavolo! Perché non chiamiamo questa dannata cosa Maybelline?", modificando accortamente l’ortografia per evitare problemi con la nota azienda di cosmetici.

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1965 – Il 25 settembre negli USA balza al n. 1 dell’Hit Parade, la controversa Eve Of Destruction di Barry McGuire. Siamo in piena Guerra Fredda e il tema cupo e apocalittico del brano fu così divisivo da essere bandito dalla programmazione di alcune radio statunitensi. Pensate che la canzone fu inizialmente offerta ai Byrds, che però la rifiutarono, mentre i Turtles ne incisero una versione, pubblicata nel loro album di debutto del 1965 (It Ain't Me Babe), poco prima che fosse registrata quella di McGuire.

Il cantante, anni dopo,  ricordò che Eve of Destruction era stata registrata in una sola sessione di registrazione, un lunedì mattina (12 luglio), leggendo il testo scarabocchiato su un foglio accartocciato. Il giovedì successivo, alle 7 del mattino, ricevette una telefonata dalla casa discografica che gli consigliò di accendere la radio: quella canzone stava passando già in onda.

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1975 – È Settembre quando esce uno dei capolavori assoluti del jazz-rock italiano: La Valle dei Templi del Perigeo. La copertina resta un’icona e anche il disco è divenuto presto una pietra miliare tale da sevidenziare la maturità del gruppo. Dopo l’esordio di Azimuth e il bis con Abbiamo tutti un blues da piangere, questo nuovo disco impone il Perigeo all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

 Oltre al title track, si distinguono i guizzi frizzanti dell’opener Tamale e di Looping, l’ossessivo 5/4 di Il mistero della Firefly, l’intimismo da colonna sonora di Pensieri e di Alba di un mondo, i passaggi carioca di Cantilena e le evocazioni tra fusion e World Music nella conclusiva Un cerchio giallo. In line-up, oltre al consolidato quintetto (Biriaco, D’Andrea, Fasoli, Sidney e Tommaso), si aggiunge la presenza di Tony Esposito con le sue percussioni.

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1985 – 3 settembre. Steve McQueen sbarca in USA. No, non si tratta dell’attore, bensì dell’album della pop band inglese Prefab Sprout che, in primavera, aveva pubblicato il disco in Gran Bretagna, mentre l’uscita negli States mutò titolo in Two Wheels Good, probabilmente ispirandosi alla moto cavalcata dal cantante e chitarrista Paddy McAloon, ritratta in copertina.

Un album che vendette tantissimo grazie soprattutto ai singoli When Love Breaks Down, Appetite e Goodbye Lucille #1.

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1995 – 21 settembre, irrompe Buon compleanno Elvis di Luciano Ligabue. Abbandonato il ticket con la storica band d’appoggio dei Clan Destino, Liga balla da solo dando alle stampe un disco più vicino alle radici rock, blues, se non addirittura, folk rock: l’acustico e l’elettrico convivono placidamente tra ballad e r’n’r. 

Sarà un successo di vendite da paura anche grazie ad una serie di singoli (Certe notti, Viva!, Hai un momento, Dio?, Quella che non sei, Seduto in riva al fosso, Vivo morto o x e Leggero) che faranno da traino alla diffusione del 33 giri. Tra i musicisti, l’hammondista Pippo Guarnera, che alcuni di noi ricordano quale collaboratore dei Napoli Centrale e di Eugenio Finardi.

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giovedì 11 settembre 2025

L’IMPERO DELLE OMBRE - “Oscurità” - Di Andrea Pintelli

 


L’IMPERO DELLE OMBRE - “Oscurità”

Di Andrea Pintelli


L’Impero Delle Ombre, ormai a tutti gli effetti fra i principali gruppi di doom metal a livello europeo (pur se il cantato è in italiano), ha rilasciato il quarto album dal titolo Oscurità. Pubblicato, ovviamente, dalla Black Widow Records (gloria sempre), si pregia di andare ancor più in profondità rispetto ai loro lavori precedenti, o meglio, verso l’abisso delle tenebre, alla ricerca di sonorità sofferte, ispirate, energiche, tetre, incisive. Un insieme di escursioni che i componenti del gruppo hanno effettuato nei meandri dei luoghi più proibiti e oscuri, appunto, della psiche umana per proiettare sé stessi nelle loro composizioni; a noi fruitori il compito di accettare la sfida di rivivere le storie raccontate, sostituendo idealmente i ragazzi della band, qui nella terra della finta luce.

Il Mio Ultimo Viaggio è posta come prima traccia, e titolo più appropriato non potevano partorire. Ambientazione doom “in purezza”, iconica, arcana: otto minuti di lento e inesorabile tragitto verso il riposo eterno, verso il luogo in cui tutti finiremo. Straziante nelle atmosfere, deprimente, ma atrocemente vera.

Si prosegue con Zulphus Et Mercurius, con clavicembalo e flauto ad introdurne i contenuti. Un breve incipit che lascia spazio ad atmosfere doom, ma contaminate da spunti hard rock e da un lirismo che lascia il segno. Il tappeto sonoro tastieristico aiuta moltissimo il risultato finale che il gruppo si è prefissato.

Lacrime nella Pioggia, annunciata da un temporale nefasto e da un inusuale sax, ha andamento maggiormente sostenuto rispetto alle canzoni precedenti, ha tiro ed è straniante quanto basta per solleticare la fantasia dell’ascoltatore. Un ottimo esempio di qualità compositiva mai fine a sé stessa. Sicuro e inquietante l’assolo di chitarra.

Dagon, ispirato dal racconto di H.P. Lovercraft, si avvale di un coro iniziale per definirne il contesto, con al centro la narrazione che, come scattante serpente si insinua nella nostra immaginazione, cercando di approntarla a tanta inattesa e granitica resa sonora. Le tastiere disegnano i profili dei protagonisti come fossero dei miraggi, lontani e impalpabili, ma in realtà vicinissimi.

Macara è doom metal fin dalla prima nota e rende omaggio al cinema horror italiano del secolo scorso, rendendo esplicito uno degli argomenti d’ispirazione de L’Impero Delle Ombre. Possessioni e follia si intersecano per regalare attimi di puro terrore, angoscia e inquietudine. Un film in musica.

La Taverna del Diavolo, ossia quel posto tristemente leggendario (realmente esistito) in cui si organizzavano atrocità e attività deprecabili. Le sonorità del pezzo sono più fosche e minacciose che mai, atte a rappresentare gli affreschi demoniaci apparsi all’interno dello sconvolgente locale.

Il Gatto Nero, chiaro omaggio a E.A. Poe il cui titolo è tratto da una sua narrazione, parte con marcata potenza e folle mistero, dipanandosi in un devoto omaggio all’autore americano. Lodevole il lavoro delle chitarre, che si incrociano, si attraversano, procedono insieme in un apprezzabile scontro/incontro.

Circolo Spiritus Navona 2000 chiude il lavoro ed è un trionfo esoterico di prim’ordine. Siamo ora in pieno italian dark sound, dove il doom si mischia col prog, in cui gli accenti metal si stringono a quelli rock, mentre le esposizioni di diversi cambi di tempo (davvero ben suonati) vanno di pari passo con le tante investigazioni interiori.

Personalmente seguo questa band dalla loro prima uscita discografica, omonima, risalente al 2004, cui fecero seguito “I Compagni di Baal” del 2011 e “Racconti macabri, vol. III” del 2020, e ora questo “Oscurità”, e in essi sono evidenti sia la crescita professionale della band, che l’evoluzione sonora della loro proposta, fermo restando che ognuno brilla di bagliori neri sempre differenti, portando volutamente ombre e raggi deprimenti, e sono da considerare una (importante) storia a sé. Cemetery rock, lo chiamano: io credo sia qualcosa (molto) di più. Abbracci diffusi.


Tracklist:

1)  Il Mio Ultimo Viaggio

2)  Zulphus Et Mercurius

3)  Lacrime nella Pioggia

4)  Dagon

5)  Macara

6)  La Taverna del Diavolo

7)  Il Gatto Nero

8)  Circolo Spiritus Navona 2000

 

Componenti:

GIOVANNI “John Goldfinch” CARDELLINO: VOCE, CORI, INVOCAZIONI

ANDREA CARDELLINO: CHITARRA RITMICA, SOLISTA E ACUSTICA

ROBERTO “Rob” URSINO: CHITARRA RITMICA

VINCENZO “Vinz” CERIOTTI: BASSO

DAVIDE “Dave” CRISTOFOLI: TASTIERE

MICHELE “DrumHead” ERCOLANO: BATTERIA e PERCUSSIONI

 

Ospiti:

Tommy “Sadist” Talamanca: solo di chitarra centrale in “Macara”

Giacomo Petrocchi: Sax tenore in “Lacrime nella pioggia”

Pietro Ragozzi: violino in “Dagon”

Daniela e Giorgia from Busto: cori femminili in “Dagon”

“Lovecraftian choruses of Dagon”: John, Andrea, Rob, Vinz

L’IMPERO DELLE OMBRE

Per contatto col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com




giovedì 4 settembre 2025

ARPIA - "Festa Grande", commento di Giancarlo Bolther

 


ARPIA

Festa Grande

Concerto Per i 40 Anni

Black Widow
Di Giancarlo Bolther

 

Una celebrazione ha sempre un sapore forte, che sia dolce o amaro poco importa, è segno di un percorso artistico che ha lasciato il segno. Questa band romana rappresenta un unicum sia nel nostro panorama nazionale sia in quello internazionale, essendosi distinta per originalità. La prima cosa che colpisce è che nonostante gli anni, la produzione pubblicata sia relativamente misurata.

Recentemente il gruppo sta conoscendo una “nuova giovinezza”, grazie all’interesse che diversi esponenti del settore discografico hanno dimostrato nei loro confronti. Tutto è iniziato con la ristampa su vinile dei loro primi lavori, De Lusioni, Bianco Zero e Metamorfosi. Questo ha risvegliato il pubblico e la band stessa che, pur non avendo mai smesso di comporre e lavorare, in questi lunghi anni non ha mantenuto contatti con i suoi sostenitori.

La caratteristica prima che rende originale la proposta degli Arpia è lo stretto legame con la letteratura. Leonardo non è solo un musicista, è un vero appassionato di letteratura, fa l’insegnante e ha pubblicato dei romanzi molto apprezzati (due dei quali musicati dalla band), inoltre è anche un regista indipendente e i suoi lavori hanno riscosso l’interesse della critica di settore. Da notare che il teatro dove si è svolto questo concerto non è stato scelto a caso, prende il nome da una tragedia di Pasolini del 1966 e al grande intellettuale la band si è ispirata. I riferimenti letterari presi in considerazione spaziano dalle cantiche medievali alla poesia contemporanea. In A tutto il personale è trasformato in poesia perfino un ordine di servizio di una società. Nella versione dvd si possono apprezzare gli interventi di introduzione ai brani, che non sono presenti nei due cd.

La discografia della band passa poi per lavori significativi, come Liberazione, Racconto D’Inverno e Terramare. Tutti tasselli di una storia che non ha esaurito di svelare le qualità di questi artisti. Colpisce anche il fatto che il nucleo del gruppo, composto da Leonardo Bonetti alla voce, basso e chitarra acustica, Fabio Porcini alle chitarre e Aldo Orazi alla batteria, sia rimasto inalterato in tutti questi anni. Alla formazione si è recentemente aggiunta la cantante Valentina Citti, un cognome che agli appassionati di Pasolini non dovrebbe suonare inedito.

Musicalmente il percorso della band parte da un doom classico che col tempo si è evoluto verso un prog rock, sempre a tinte oscure. Il lato dark degli Arpia però non è determinato da un amore per le tematiche oscure o esoteriche, piuttosto è esistenziale e drammatico, in senso teatrale, più vicino alle tragedie greche che alla letteratura tardo romantica. L’amore per l’heavy metal che accomuna tutti e tre i musicisti si è aperto col tempo a strutture più ambiziose, che troviamo soprattutto negli ultimi lavori. Da non trascurare poi il cantato in italiano, lingua che da sempre è difficile innestare nel rock, sorprende la bravura di questi artisti nel far funzionare i testi.

Questo doppio cd con dvd contiene un excursus esaustivo di quanto prodotto dalla band, ma soprattutto sono presenti molti inediti che, da quanto annunciato dal gruppo, troveranno posto sulla loro produzione futura, hanno già in cantiere la lavorazione di un nuovo album.

Ottima la registrazione, che permette di ascoltare bene sia le parti vocali che quelle strumentali, restituendo un’esperienza totalizzante, sia per chi, come me, era presente all’evento, sia per chi non ha avuto questa opportunità. Fabio è un chitarrista molto preparato e le sue parti di chitarra sono sempre misurate e dosate con efficacia, al contempo Aldo fornisce un supporto ritmico essenziale e la pulizia della registrazione consente di apprezzare nei dettagli il loro importante contributo. Leonardo è come un cerimoniere, va oltre il ruolo di cantante, c’è in lui un’attenzione alla recitazione che diventa parte integrante del suo contributo artistico.

Come già indicato, ai due cd si aggiunge anche il dvd col filmato integrale del concerto. Belle le riprese, che mostrano, senza ombra di dubbio, quanto la dimensione teatrale sia congeniale alla musica della band. Inoltre, i filmati restituiscono la dimensione reale di quanto è accaduto sul palco di Ostia fin nei minimi dettagli. Testimonianza integrale di una serata magica.

Festa Grande non è il sigillo su una carriera distintiva e fuori dai soliti schemi, è anche anticipazione di nuove trame sonore che siamo già curiosi di poter dipanare.





martedì 2 settembre 2025

A FLYING FISH “EL PEZ QUE VOLÓ – ACT II” - Di Andrea Pintelli


 

A FLYING FISH
“EL PEZ QUE VOLÓ – ACT II”

Di Andrea Pintelli

 

La band messicana A Flying Fish ha da poco pubblicato El Pez Que Volò – Act II, ossia il secondo atto di quest’opera inventata da Râhoola, leader del gruppo e artista multiforme. Infatti “El Pez Que Volò”, suddiviso in quattro parti, è una ricerca musicale per dissotterrare la gemma divina nascosta dentro di sé, una raccolta caricaturale di desideri, fobie, patologie e virtù che vengono incanalati per creare un ambivalente miscuglio morale di tradizioni orientali e occidentali. Questo viaggio eroico zoomorfo, ingenuo e messianico è permeato da un'aura psichedelica che ci invita a sognare l'impossibile. Essa presenta un mix capriccioso e libero di stili musicali, generi, valori di produzione ed estetica, che fungono da espedienti narrativi per evidenziare momenti, personaggi ed emozioni in questa spedizione sonora altamente non convenzionale. La mia recensione di Act I, dedicato al nido, era apparsa su questo sito esattamente due anni fa. Con questo secondo capitolo, dedicato alla caverna, A Flying Fish vuole rappresentare una discesa negli strati più profondi della psiche: il viaggio notturno in mare, la catabasi, o il confronto con l'ombra. Râhoola così illustra la sinossi, attraverso l’analisi junghiana: “Dopo un balzo impulsivo, guidato dall'ambizione egoica, Teezûck precipita nell'abisso e si risveglia nella caverna platonica, un grembo simbolico di trasformazione. Qui, deve superare le cinque prove di Zaâm-Athǎ, ciascuna corrispondente a diverse resistenze psicologiche:

1. Camera Edonistica (Scena 16, o 6 di questo disco) – Tentazione del piacere e dell'eccesso (ombra istintiva).

2. Guardiano Ostile (Scena 17, o 7 di questo disco) – Rabbia proiettata verso l'immagine genitoriale, trascesa attraverso la compassione.

3. Viscosità Letargica (Scena 18, o 8 di questo disco) – Depressione, pigrizia e fuga nell'inazione, superate dal respiro e dalla volontà.

4. Fuoco Inquieto (Scena 20, o 10 di questo disco) – Ansia e panico, affrontati dalla consapevolezza e dalla presenza.

5. 2000 Porte Dubbiose (Scena 21, o 11 di questo disco) – Dubbio esistenziale e caos, trascesi attraverso la fiducia nel Sé. Ogni ostacolo rappresenta un confronto archetipico con sfaccettature dell'inconscio personale e collettivo, guidato dalla voce interiore di He̊-Kuree e tormentato dall'onnipresente El-Gǎbaal.

Il momento più rivelatore è l'incontro tra Teezûck e John, il cavaliere immaginario inventato da Teezûck, una classica proiezione psicologica che diventa uno specchio delle proprie aspirazioni. Il loro ricongiungimento simboleggia la reintegrazione della psiche divisa, con John che rappresenta l'Io ideale e Teezûck il vero Io. Fondendoli, l'individuazione raggiunge un punto di svolta. L'atto si conclude con Teezûck che completa lo specchio dorato (simbolo dell'Autorealizzazione) e abbraccia El-Gǎbaal, John e il suo riflesso: un atto di totale integrazione psichica. Un nuovo loto, verde e radioso, cresce nel suo petto: "...lasciando andare la tristezza e la perdita, e guadagnandosi il diritto all'amore.”

Quindi, dopo aver lasciato il nido, Teezûck si sente pronto a volare, ma nel suo prematuro tentativo incontra un ostacolo e fallisce, precipitando sul fondo del mare, nella caverna più oscura e terrificante di tutte: il subconscio. Realtà, finzione, ricordi, miti e leggende si intrecciano in questo circo oscuro e acido di specchi dove Teezûck dovrà imparare a meditare e a padroneggiare la sua psiche.

Si parte con The Lost Knight 1, straniante fin da subito, che ci conduce nel mondo parallelo del protagonista; con fare tra l’operistico e il circense, si annuncia l’apertura della saga

A Leap Of Wright segna la partenza di Teezûck, l’abbandono del nido e il volontario allontanamento dai genitori, in acquisizione del sentiero che lo porterà lontano, non senza difficoltà (altrimenti che storia sarebbe?). Sbatte la testa sulle onde dell’oceano, scende verso gli abissi dell’ombra, in profondità dove incontrerà, come detto, il suo subconscio, affrontandolo. Coraggio. The Lost Knight 2 è l’altra faccia della medaglia: prima partente in pompa magna, ora attorniato dall’oscurità. Capiamoci bene: l’utilizzo delle voci da parte dei musicisti coinvolti è incredibile, perché non solo recitano, ma anch’essi si immedesimano nei vari personaggi della storia, facendolo con estrema bravura e scavando all’interno anche delle proprie anime. Valori aggiunti che regalano un immenso valore aggiunto al tutto. Enter The Cave è dove si (ri)trovano tutti i personaggi del proprio passato, anche quello non vissuto direttamente, in una sorta di parata surrealistica; paure e sconfitte, lasciano il posto alla determinazione di Teezûck che verrà messa a dura prova da El-Gǎbaal, ossia la malvagità senza pari. Face Thyself, titolo ancorato più alla realtà che alla profezia, mette a confronto il protagonista con la parte nera del suo universo. A volte non basta la forza, serve molto di più, ad esempio capire chi si ha davanti per poterlo battere dentro sè stessi. I suoni si fanno cupi e, grazie ad essi, viene simboleggiato l’incontro/scontro in maniera esaustiva e magniloquente, utilizzando gli archi con parsimonia per sottolineare i picchi emotivi. Come Magenta e al banchetto partecipano in tanti, ma tutti col fine di strafogarsi di cibo. Da girone dantesco, viene portata la gola come peccato universale atto a significare la resa del proprio io (nei casi più gravi) o l’errore di mettersi a tavola con taluni poco raccomandabili, che vogliono solo il male altrui. Fare attenzione ai danni che possono portare alcuni desideri è il minimo che si possa fare per non cadere nella rete dei maligni, i tentatori o più precisamente le ombre. By A Padder o la giostra del risentimento; El-Gǎbaal pone a Teezûck alcuni quesiti per insinuarne i dubbi; il protagonista dopo un’analisi dolorosa, rigetta tutto ciò, vomitando fuori di sé tutto il marcio accumulato. Le sonorità si fanno sinistre, non esiste un tempo, ma un’infinità di sensazioni in un mare (è proprio il caso di scriverlo) di cattiverie assortite. Urla, imprecazioni, per poi tornare al respiro. Thin Amid All o la danza degli incantesimi; El-Gǎbaal le prova tutte per far sentire in colpa il povero Teezûck, che nel sonno ha sempre trovato ristoro, sfuggendo alle sue responsabilità. Ma era piccolo ed era protetto dai suoi cari; ora che sta crescendo deve affrontare da solo il reale e l’irreale, anche se il risveglio può essere traumatico. La mente inconscia è un labirinto sabbie mobili, come recita Râhoola, e non vi è niente di peggiore nel dormire sonni deleteri, perché dietro a ogni angolo si cela un potenziale pericolo, come le ombre che vogliono impossessarsi delle luci interiori per spegnerle. Il far finta di niente porta all’estinzione. Personalmente la ritengo la traccia musicalmente più maestosa dell’intero lavoro, pur sapendo che mai come in questo caso vada valutato nella sua interezza. The Lost Knight 3 è un sogno dentro un sogno, un dèjà vu tra Teezûck e John attuato a discapito di quest’ultimo per confonderlo maggiormente, nel tentativo di cambiare le carte in tavola. Una parentesi coloratissima, illusoria e tetra. Would Hack A Coo Cooker o il tentativo massimo di portare ansia; El-Gǎbaal alza l’asticella del male, provando a far incamerare ansia e sensazione di pericolo a Teezûck, il quale ha diversi attacchi di panico, ma fa lo sforzo di restare vigile e comprensivo di ciò che lo circonda e ciò che vive e sopravvive in lui. Immagini e suoni difficili da sopportare per coloro che sono stati afflitti dalle stesse tenebrose oscurità. Be Psychic Show o il caos servito da capire e superare; Teezûck ha dubbi sul perchè restare vivo, se la condizione del caos nella quale si trova giace nella più totale e netta anarchia omnicomprensiva. Chi sa parli, ma intuisce che intorno a sé c’è solo uno show, che quando lo intenderà come finzione, allora e solo allora sarà libero. 2000 porte e una da scegliere come via di fuga o come ritorno alla realtà o terra promessa. Imparare è l’arte del proseguo. Love Thyself o il significato della propria consapevolezza; ego, ombra e i propri doppi speculari nella quarta dimensione, ma solo con l’amor proprio se ne esce e si vince. Abbandonati i timori, ecco l’addio all’infanzia, ecco la crescita verso un’età adulta che non può più aspettare. Smettere di essere personaggi diventando persone, come successo ad altri di noi afflitti, per troppo tempo, dal demone dell’insicurezza. Quindi addio caverna, in attesa di Act III. Signore e signori, ecco un disco magistrale, ottimamente suonato, cantato ancor meglio, fuori da ogni schema, oltre ogni identificazione. Trascende il tempo e ne fornisce nuovi connotati. Abbracci diffusi.

Music, Orchestration, Rec, Edit and Mix by Râhoola.

Produced in CIRCODENSO, Monterrey, Nuevo León, México between August 2014 and January 2025.

Additional Recordings in Gymnocal Industries (Bergen), Tom Goldstein Studio (Haifa) & Alex Manley Studio (Virginia).

Drums Rec & Engineered in PSICOFONIA by Charles A. Leal.

Drum Recording Assistance by Faver Paz.

Mastered in PSICOFONIA STUDIO by Charles A. Leal. 

Râhoola – KEYBOARDS, PIANO, GUITARS, BASS, FX, PROGRAMMING OF PERCUSSIONS, CHOIR & ORCHESTRA

 

Musical Guests:

Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

Saša Olenjuk – Violin (in “Love Thyself”)

Arturo Ávila – Flute Sample “El Sátiro y la Ninfa” (2011)

 

CAST MEMBERS (In order of appearance):

Râhoola AS HIMSELF

Teezûck/El-Gabǎal RÂHOOLA

John FABIO LIONE

He̊-Kuree LUIS MORA

Aleekãnto (memory) MYRTHALA BRAY

Namazöoh (memory) MARGIL VALLEJO

Hybriz NO-ONE

Child RÂHOOLA

With

The Flying Chorus/Ghosts/Turkeys RÂHOOLA, MARGIL VALLEJO,

MYRTHALA BRAY, MONICA LYRAE, DENISSE ARRIAGA,

DAVIDAVI DOLEV, OTTOEGIL SAETRE & ÓSCAR MARTINEZ

Übermenschen DAVIDAVI DOLEV & MARGIL VALLEJO

Jungian Shadows OTTOEGIL SAETRE & DAVIDAVI DOLEV

Buddha DAVIDAVI DOLEV

Jesus RÂHOOLA

Lucifer OTTOEGIL SAETRE

Rāvaṇa DAVIDAVI DOLEV

Gorger Laarv RÂHOOLA

Plato RÂHOOLA

Castrato ALESSANDRO MORESCHI (sampled)

 

Album & Singles Cover Concept by Râhoola.

AI Artworks generated by Râhoola.

Design by nu studio.

 

EL PEZ QUE VOLÓ series was created thanks to the support of multiple Mexican artistic grants:

CONARTE – PECDA 2013    FONCA – JC 2014-2015  CONARTE – PECDA 2015

CONARTE – EFCA 2018   CONARTE – EFCA 2022

 

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Credits song by song:

 

1.   “The Lost Knight 1”

Râhoola – As Himself / Teezûck

Fabio Lione – John
With The Flying Chorus

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

2.   “A Leap of Wraith”

Râhoola – As Himself / Teezûck
With The Flying Chorus

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

3.   “The Lost Knight 2”

Râhoola –Teezûck
Fabio Lione – John
With The Flying Chorus

Râhoola – Piano, Guitars, Sound Design, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

4.   “Enter the Cave”

Râhoola – As Himself / Teezûck / Jesus

Davidavi Dolev Buddha / Rāvaa / Übermenschen

Ottoegil Saetre Lucifer / Jungian Shadows

Luis Mora He̊-Kuree
The Flying Chorus Ghosts
Râhoola – Piano, Orch. Program, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Arturo Ávila – Flute (Sampled)

 

5.   “Face Thyself”

Râhoola – Teezûck / El-Gǎbaal

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

6.   “Come Magenta”

Râhoola – As Himself/Teezûck/El-Gǎbaal/Gorger Laarv
The Flying Chorus Turkeys

Myrthala Bray – Aleekãnto

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

7.   “By a Padder”

Râhoola – Teezûck / El-Gǎbaal
Myrthala Bray – Aleekãnto

Margil Vallejo Namazöoh
The Flying Chorus Ghosts

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

8.   “Thin Amid All”

Râhoola – As Himself / Teezûck / El-Gǎbaal
The Flying Chorus Ghosts
Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Orch, Synths, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

 

9.   “The Lost Knight 3”

Râhoola – As Himself / Teezûck
Fabio Lione – John
With The Flying Chorus

Râhoola – Piano, Sound Design, FX
Javier Garagarza – Drums

Sebastián Garcia – Violin

Alex Manley – Trombone

 

10.             “Would Hack a Coo Cooker”

Râhoola – As Himself/Teezûck/El-Gǎbaal/Plato

Castrato – Alessandro Moreschi (Sampled)
With The Flying Chorus
Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Orch, Keys, FX
Javier Garagarza – Drums

 

11.             “Be Psychic Show”

Râhoola – Teezûck / El-Gǎbaal
Fabio Lione – John

Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Orch, Keys, FX
Javier Garagarza – Drums

 

12.             “Love Thyself”

Râhoola – As Himself/Teezûck/El-Gǎbaal/Child
Fabio Lione – John

With The Flying Chorus
Râhoola – Piano, Guitars, Bass, Orch, Keys, FX
Javier Garagarza – Drums

Saša Olenjuk – Violin

Alex Manley – Trombone

 

Discography:

"Bohemian Rhapsody (minor key cover)" (2018) - single
https://www.youtube.com/watch?v=JSgxbHqzv8E&ab_channel=AFlyingFish

"Carnival of Souls" (2019) - LP album
https://www.youtube.com/watch?v=5wKtcJ2oIOY&t=1391s&ab_channel=AFlyingFish

"Tears of God" (2020) - long single/short EP
https://www.youtube.com/watch?v=RXlqw9fI07M&ab_channel=AFlyingFish

"Maestro del Disfraz" (2021) - long single/short EP
https://www.youtube.com/watch?v=IW6BXxJjWeM&ab_channel=AFlyingFish 

"Pollo Sin Cabeza" (2022) - EP
https://www.youtube.com/watch?v=SZlNBdXM4YA&ab_channel=AFlyingFish

“El Pez Que Volò – Act I” (2023) - LP

https://www.youtube.com/watch?v=mvsPNGVWXtI