LA MADELEINE DI “FABBIO”
Di Francesco Pullè
Tra autobiografia e romanzo di
formazione, il racconto di un’inquietudine adolescenziale.
Tra autobiografia e romanzo di formazione, “Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti si
colloca in una zona narrativa che evita con intelligenza tanto il compiacimento
memoriale quanto la facile enfasi del riscatto, scegliendo invece di fare della
memoria uno strumento di lettura del passato e, insieme, di messa a fuoco di
ciò che si diventa nel tempo. Ne risulta un libro che non indulge nella
nostalgia, ma interroga con discrezione e fermezza le proprie origini,
trasformando l’esperienza individuale in una forma di conoscenza.
L’infanzia e l’adolescenza a Cornigliano, quartiere operaio
di Genova, in una famiglia di origine siciliana, restituiscono un percorso di
crescita tutt’altro che lineare, segnato da bullismo, paura e da un persistente
senso di inadeguatezza, in un contesto che rende gli anni delle scuole medie
ben lontani da qualsiasi immagine di leggerezza. I quaderni riempiti di
Goldrake e Mazinga, come pure la figura onirica della “tana della talpa”, non
sono allora semplici fantasie infantili, ma spazi di difesa, piccole
architetture immaginarie attraverso cui sottrarsi, almeno in parte, alla
durezza del reale.
È su questo sfondo che la musica assume una funzione
decisiva. L’ascolto passa dapprima dalle sigle dei cartoni giapponesi ai
successi pop del momento, da Gianna a Wuthering Heights, fino a Sotto il segno
dei pesci e Generale, componendo una sorta di educazione sentimentale del suono
in cui convivono immaginario infantile, curiosità adolescenziale e desiderio di
appartenere a un tempo condiviso. In questo stesso clima entrano anche il
gioco, la goliardia, perfino il divertimento quasi rituale di incidere rutti su
una C60, gesto minimo e triviale ma rivelatore di un’epoca in cui la musica era
anche fisicità, complicità e invenzione domestica. Solo in seguito, attraverso
i dischi del fratello, arriva la scoperta del progressive rock, che non
coincide soltanto con la nascita di un gusto, ma con un ampliamento
dell’immaginazione e della percezione, quasi con l’apertura di un lessico nuovo
per leggere il mondo. Le copertine di album come Atom Heart Mother, Acquiring
the Taste e Nursery Cryme non restano allora immagini decorative, ma
diventano soglie, passaggi verso altri paesaggi mentali, capaci di modificare
la relazione stessa con la realtà.
In questa stessa direzione va letta la trasformazione del
ponte Morandi nel ponte di Brooklyn, gesto immaginativo che dice molto sulla
possibilità di reinventare lo spazio e, attraverso di esso, la propria
posizione nel mondo. E non è casuale che in questo itinerario trovi spazio
Franco Battiato, non solo come riferimento musicale, ma come epifania di
libertà artistica e intellettuale, quasi una promessa di scarto rispetto ai
modelli dominanti. Sullo sfondo, senza mai diventare dichiarazione, affiora l’idea
di una musica intesa come forma primaria di conoscenza, secondo una sensibilità
che richiama Verlaine e il suo programmatico “de la musique avant toute chose”.
Uno dei meriti maggiori del libro è la capacità di
intrecciare la vicenda personale con il clima storico e collettivo senza
irrigidire il racconto in una cornice didascalica. Gli anni di piombo, il caso
Moro, la morte di Guido Rossa, la strage di Bologna, ma anche episodi entrati
nell’immaginario comune come la tragedia di Alfredino Rampi o la figura di
Pertini, contribuiscono a definire l’atmosfera in cui il protagonista cresce,
facendo da controcampo a una formazione che non è mai puramente privata. Più laterali,
ma non meno suggestivi, alcuni episodi minori - come quello del giovane Luca
inghiottito da un buio abisso - aggiungono una tonalità ulteriore di
inquietudine, quasi una risonanza sotterranea che attraversa il libro.
Anche la dimensione familiare è trattata con misura e
sensibilità. La madre, segnata dalla depressione, è restituita nella sua
presenza fragile e tormentata, in un rapporto affettivo che resta intimo ma mai
pienamente pacificato; il fratello Saverio, la sorella Anna e l’onnisciente
amico Sandro rappresentano appigli importanti, mentre figure come Giulia o
Anglona introducono il primo territorio del desiderio, dove immaginazione e
realtà si osservano da vicino senza coincidere del tutto. In questo quadro, la
pronuncia cadenzata di “Fabbio”, con cui la madre chiamava l’autore, diventa
una delle risonanze più intime del libro.
Tra le immagini più riuscite emergono la cassetta pirata
acquistata in via di Pré, piccolo oggetto che racchiude un intero mondo di
attese e scoperta, e l’abbraccio a un albero, gesto semplice ma carico di una
necessità profonda, quasi primaria. Sono momenti in cui Zuffanti raggiunge una
notevole efficacia evocativa, riuscendo a dire molto senza mai forzare il
significato.
La “riscossa” del titolo, in definitiva, non ha nulla di
trionfale: è un movimento interiore, lento, fatto di consapevolezze
progressive, in cui la fragilità non viene negata ma trasformata in forma.
Musica e immaginazione non valgono come fuga, bensì come strumenti di
orientamento, come modi per restare nel mondo senza subirne la durezza. “Alla
riscossa stupidi” si impone così come un libro sobrio e intenso, capace di
trasformare una vicenda privata in una riflessione più ampia sulla formazione
e di restituire alla ferita una forma leggibile, principalmente proprio
attraverso quella pronuncia materna di “Fabbio” che ne custodisce, con
discrezione, la parte più preziosa e segreta. Il finale, segnato da un evento
traumatico insieme gratuito e auspicato, apre infine una soglia decisiva,
conducendo il protagonista in una dimensione di sospensione e catarsi che
sembra accompagnare quietamente il lettore anche oltre le ultime pagine, senza
sottrarsi alla domanda irrisolta sul senso del dolore attraversato insieme
all’autore.