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sabato 13 giugno 2026

Demetrio Stratos: era il 13 giugno del 1979

La voce di Stratos non era una voce, era uno strumento in grado di passare con disinvoltura dall’r&b al rock fino a sperimentazioni inaudite nelle quali il canto si faceva lamento, si trasformava in flauto o sirena, tornava bambino. A volte spaziava in territori così distanti dall’ordinario che si fa fatica a riconoscere come voce quel suono incredibile che scaturisce dal corpo del suo creatore, tra diplofonie e trifonie (ovvero la produzione di due o tre suoni simultaneamente) e i picchi inauditi di 7000 Hz.”

Il 13 giugno dovrebbe essere giorni di lutto nazionale per la cultura italiana: una leucemia fulminante ci privava “fisicamente” di Demetrio Stratos, indimenticabile voce e persona eccezionale.

Gli “amici” artisti il giorno dopo gli dedicarono il concerto organizzato in precedenza per una raccolta fondi, utile ad affrontare le cure in USA, ma non ce ne fu il tempo…

Per non dimenticare…

Wazza


Dalla rete Francesco Cirillo- foto Renzo Chiesa...

Il 13 giugno del 1979 morì quasi all’improvviso all’età di 34 anni Demetrio Stratos, uno degli artisti più talentuosi e avanguardistici che si ebbero mai nel nostro paese. Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1945 da genitori greci, Efstràtios Dimitrìu, si trasferì diciasettenne a Milano per studiare architettura. Dopo l’esperienza con il gruppo beat de I Ribelli, nel 1972, fondò gli Area, uno dei gruppi cardine del progressive italiano e politicamente schieratissimo a sinistra. Nel giro di soli sei anni e cinque album in studio la band marchierà a fuoco la musica italiana, ma nel 1978 Stratos decise di perseguire ricerche artistiche personali basate su sperimentazioni vocali che lo porteranno a girare il mondo e collaborare anche con John Cage.

Colpito poco dopo da una grave forma di anemia aplastica, malattia causata dalla mancata riproduzione delle cellule da parte del sangue, venne ricoverato al Memorial Hospital di New York in attesa di un trapianto di midollo osseo. Per raccogliere fondi per far fronte alle astronimiche spese di degenza (che ad oggi sarebbero pari a circa 10.000 € alla settimana), Gianni Sassi della storica etichetta Cramps che lanciò gli Area nel 1973, organizzò in un paio di settimane un faraonico concerto all’Arena Civica di Milano; purtroppo le condizioni di salute del cantante precipitarono e Demetrio Stratos morì beffardamente proprio il giorno prima dell’evento a soli 34 anni.

Francesco Di Giacomo

Il concerto che doveva essere in sostegno al grande artista italo-greco prese così una dimensione inaspettatamente tragica, diventando una celebrazione alla sua memoria. Nella lista dei musicisti raccolti da Gianni Sassi (tutti esibitisi gratuitamente) c’è un po’ di tutto «Gente che c’entra e gente che non c’entra un cazzo» come commenterà Patrizio Fariselli (tastierista degli Area). Si radunarono sin dal giorno precedente oltre 60.000 spettatori in attesa dell’evento, la maggior parte dei quali non aveva mai sentito parlare né di Demetrio Statos né degli Area, non avevano mai sentito diplofonie e non avevano la benché minima conoscenza della musica d’avanguardia.

PFM

Tutti questi vennero attratti solo dai nomi dei cantautori più popolari in scaletta aspettandosi un classico concerto pop-rock. Come se non bastasse l’evento fu il pretesto di molti artisti per mettersi in mostra, adombrando la figura stessa di Demetrio Stratos (persino gli Area vennero reclusi a brevi partecipazioni all’inizio e alla fine dell’evento), mostrando sin da subito su quel palco l’enorme vuoto che aveva appena lasciato nella musica italiana. Così ricorda l’evento il chitarrista Paolo Tofani che all’epoca aveva da poco lasciato gli Area: «Molte delle persone che parteciparono a quel concerto non avevano niente a che fare nè con gli Area nè con Demetrio. È stato un momento di grande tristezza per il vuoto che aveva lasciato Demetrio e poi c’era la consapevolezza di vedere che c’erano delle persone che usavano quel momento per potere in qualche modo fare il “loro verso”. Io ad esempio sono stato messo in un furgone, in uno studio mobile a registrare. Ero triste e arrabbiato e solo alla fine mi chiamarono sul palco a suonare con gli Area “L’internazionale”».

Di Cioccio Venditti

I nomi più noti sono sicuramente quelli di Eugenio Finardi, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Roberto Vecchioni (accompagnato da Ludovico Einaudi alle tastiere) e Antonello Venditti (accolto da un freddo applauso di circostanza del pubblico), mentre la quota “progressiva” viene coperta da P.F.M. (che se la ridono beatemente sul palco), Banco (emozionante l’eterea ed enigmatica versione di Lungo il margine e di E mi vien da pensare) e ovviamente gli Area che eseguono una versione sempre più dissonante de L’internazionale, perfetto commiato all’amico scomparso e alla fine del decennio. Oltre a questi troviamo anche nomi poco ricordati della musica di allora, come Venegoni & Co., il supergruppo Carnascialla con con Tony Esposito, il proto-punk dei Kaos Rock di Luigi Schiavone (appena arrivati sotto l’ala protettrice della Cramps e buttati nella mischia), i pianisti d’avanguardia Adiano Bassi e Italo Lo Vetere.

Ciotti – Treves - Einaudi

Nella baraonda generale troviamo anche l’ibrida Tarantella del vibrione di Gaetano Liguori e Tullio De Piscopo, la performance degli Skiantos che non suonarono una sola nota ma si misero a leggere poesie demenziali davanti ad un pubblico attonito e la tristemente famosa esibizione di Giancarlo Cardini, probabilmente l’ospite più interessante ed originale, ricordato tristemente per essere stato sommerso da una valanga di fischi da parte del pubblico durante l’esibizione della sua Solfeggio parlante che, ironia della sorte, sarebbe dovuta essere stata registrata da Demetrio Stratos se non fosse deceduto. 

Avrebbero dovuto partecipare anche Pino Daniele che chiese di esibirsi ma non gli fu permesso perché all’epoca era ancora uno sconosciuto cantautore napoletano e persino Adriano Celentano che contattò gli organizzatori, ma gli fu risposto un gentile diniego perché era troppo diversa la sua musica rispetto agli altri partecipanti.



venerdì 12 giugno 2026

Nel ricordo di John Hiseman


Ci lasciava il 12 giugno 2018 Jon Hiseman, mitico batterista dei Colosseum, caposcuola e punto di riferimento per molti "batteristi provetti"…

Per non dimenticare!
Wazza



 COPENHAGEN, DENMARK - 1st APRIL: Colosseum perform at the Radiohouse recording studio in Copenhagen, Denmark in April 1969. Left to Right: Dave Greenslade, John Hiseman, Tony Reeves, Dick Heckstall-Smith and at the front James Litherland. (Photo by Jan Persson/Redferns)



giovedì 11 giugno 2026

AC/DC: era l'11 giugno del 1975


La prima volta non si scorda mai...

L'11 giugno 1976 gli AC/DC iniziano il loro primo tour in Inghilterra, prima data la City Hall di Glasgow: hard rock come se piovesse!
Di tutto un Pop…
Wazza


L' 11 giugno del 1976 gli AC/DC iniziano dalla City Hall di Glasgow il loro primo tour britannico da protagonisti intitolato "Lock Up Your Daughters", ovvero "chiudete a chiave le vostre figlie". Era un verso del brano "T.N.T.", ed era perfetto per rappresentare l'idea di ribellione, ma soprattutto per incutere timore. Era l'equivalente della famosa campagna promozionale degli Stones che diceva: "Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?".

Era anche lo slogan giusto per sottolineare il cambio di direzione della band australiana. Se il primo disco strizzava l'occhio al glam rock, da questo in poi si faceva sul serio: hard rock come se piovesse, rock'n roll marchiato a fuoco dalle chitarre, spettacoli dal vivo pirotecnici e incendiari.

Questa è stata la prima visita della band nel Regno Unito per suonare nel leggendario Marquee Club.



Humble Pie e Grand Funk nel giugno 1971

GRAND FUNK & HUMBLE PIE in Italy, CIAO 2001, 1971


Nel giugno del 1971 CIAO 2001 ricordava il "doppio" concerto dei Grand Funk e Humble Pie, tenutosi a Roma e Milano.
A Roma la conferenza stampa fu tenuta in un "tram" dell'Atac!!! (a seguire la recensione fatta dall'epoca dal compianto Ernesto de Pascale)

Di tutto un Pop…
Wazza



Di Ernesto De Pascale

“Un sòla”… lì per lì non capisco: una nota musicale di sol al femminile?, un uomo solo ma declinato male? Non “Un” ma “Una sola” nel senso di una sola volta, una sola cosa, la suola di una scarpa? boh! Sinceramente non capisco.

Nel caldo romano odierno, di questi “un sòla” ce ne devono essere molti, o chi per loro in giro, visto che, davanti ai cancelli del Palaeur - dove mi trovo per un concerto pazzesco ed attesissimo da settimane e per il quale ho convinto la mia famiglia ad emigrare nella capitale - mi imbatto in una discussione sul gruppo che apre la serata e che, per l’animato relatore, è guidato da “un sola”. Giungo alla conclusione che, qualsiasi sia il significato nella migliore accezione del termine, sto’ sola ò è un ganzo o una mezzasega.

Il giovane in questione che conduce la discussione- canotta militare, ray ban da sole, capelli lunghi ondulati con la divisa su un lato, baffetti, jeans scampanati con bordino di merletto ricamato che denota una certa cura nel trattamento, clark marroni e, immancabile, tascapane – sta facendo capannello descrivendo il gruppo spalla come capitanati da “un sola”, un traditore che aveva mollato nel momento di maggiore successo il suo vecchio gruppo per formarne uno nuovo.
Il giovane, per un insieme di cose, dal tono della voce all’entourage che lo accompagna, anni dopo avrei pensato essere Nanni Moretti

Visto che io conosco a mala pena il gruppo in questione, se non per un album acquistato la settimana prima a Viareggio al negozio di Corrado Fontana, Fontana dischi (oggi Mondodisco), e che ho suonato a tutta manetta continuativamente per sette giorni, faccio fatica a entrare nel merito.

A me questi Humble Pie (così si chiama la band mentre il loro leader si chiama Steve Marriott, questo lo so!) mi sembrano molto ganzi, caro amico “un sola”, però mi esento dal dirglielo visto che non conosco nessuno intorno, che sono il più piccolo e che qui mi ci ha portato mio padre al quale ho imposto letteralmente di stare alla larga da questo luogo di rock & roll.
Infatti, lui mi ha mollato all’inizio della Cristoforo Colombo e se ne è tornato in città eseguendo alla lettera i miei desideri (a 3 km dal palasport, che ho fatto a piedi, chi se la sentiva di chiedere uno strappo come tanti altri facevano…).

Insomma, il tipo, qui, fuori dal Paleur, va avanti un bel po’ in mezzo a un capannello che va aumentando di numero fino a che uno, più anziano, o almeno così sembrava - ma a dire il vero mi parevano tutti grandi quelli lì- uno con la barba lunga fino quasi alla pancia – che anni dopo ricollegherò essere Paolo Zaccagnini o il suo sosia – dopo averlo ascoltato un po’ con un sigaro fra i denti, non lo zittisce, tirandogli “una pizza” in viso, quasi facendolo cadere, mandandolo via piangendo e urlandogli dietro
Davanti ai cancelli del Palaeur, intanto, è un delirio.
La gente urla incazzata che non vuol pagare le 1500 lire del biglietto perché – affermano – il prezzo è troppo alto e che, se non entrano gratis, “sfondano”. Io, che ho un biglietto comprato all’Orbis, il box office degli anni settanta a Roma, svicolo dentro quatto quatto mentre fuori sento urlare slogan celebri dei cortei dell’epoca come “celerini assassini“ (ma fuori non è successo nulla!), “jimi, Eric, Mao Tse Tung” (il compromesso politico-musicale avanza!) e altri meno celebri ma più geograficamente collocati come un mastodontico “Forza Roma!” e un più generico “ladri, ladri”, che in Italia funziona bene sempre.
Anche oggi.
Dentro il Palaeur sembra di stare al Super Dome di New Orleans dopo l’uragano Katrina.
Lo sbraco più totale imperversa.
L’aria condizionata non esiste (c’era scritto sul biglietto che al Palaeur c’era, era un segno distintivo dell’epoca!).
Non importa però.
Il fascino è così forte che l’odore del profumo patchouli, misto a pecorino da calzini sporchi una settimana assomiglia, in quel momento per me, all’odore di una rosa di prima mattina: Straordinario!
E se è il rock & roll, mi dico, deve essere così: let it be, lascia che sia
(le mie conoscenze dell’inglese erano, al momento del concerto, limitate a poche canzoni, poi sarei migliorato!).
Torniamo al disco più recente del gruppo che la formazione inglese questa sera presenterà e che da poco ho comprato e di cui vado fiero: esso ritrae una serie di poliziotti motociclisti che si sono montati in testa l’uno all’altro e io ho passato l’intera settimana precedente al concerto a studiare la loro faccia per tentare di capire come avevano fatto a non cascare tutti.

Ma certo! Era stata la musica a dargli la forza di resistere, mi ero detto e giustificato: un cazzotto nello stomaco che li aveva compressi e impacchettati l’un sopra l’altro.

Ero, infatti, sicuro che la foto di “Rock On”, questo il titolo dell’album, era stata scattata mentre i motociclisti stavano ascoltando il contenuto sonoro del disco, una musica tozza e sporca e dura dal sapore blues che riempiva il cuore di piacere.

All’epoca del disco ero certo, anzi certissimo che le foto di copertina si scattavano facendo ascoltare ai soggetti i dischi che avrebbero rappresentato, per una semplice questione di pertinenza e aderenza ai contenuti, no?

Ad esempio, alla mucca di Atom Heart Mother avevano – sicuramente- fatto sentire tutta la suite dei Pink Floyd e alla tipa sul disco di debutto dei Black Sabbath tutto l’album dei quattro di Birmingham.
Andatevi a riguardare la copertina in formato ellepi dell’epoca e ditemi se sbaglio oppure no!

Riflessione a parte, devo confessare che avevo, in cuor mio, una vaga speranza di ritrovare sul palco del Palaeur, oramai un brodino per la temperatura tropicale, quello stesso show circense visto sulla cover del disco degli Humble Pie ma quando i quattro musicisti montano sul palco dell’enorme caverna capisco che le cose, per la prossima ora, sarebbero andate diversamente.

Annunciati fra una selva di fischi diretti a David Zard, un giovane impresario ebreo che si vocifera ricicli i soldi e lavori per la CIA, i Pie entrano come leoni nell’arena.

Il leader del gruppo, “un sola”, è in verità uno spiritato tappetto non più alto di Renato Rascel (all’epoca i termini di paragone erano quelli, mi dispiace. Prince non c’era ancora e se ci fosse stato avrebbe avuto la mia età, 13 anni!) che sbraita e urla e si rotola sul palco mentre i suoi soci con una certa nonchalanche gli ruotano intorno in una danza cannibalesca.

Il gruppo, attaccatosi agli ampli con lunghi cavi come funi, con lo spirito del musicista plug & play al quale frega ‘n cazzo tanto sa sempre cosa tirar fuori dal suo strumento - infatti fischia tutto! - partono con un boogie orgiastico menando come pazzi e sparando bordate dai loro amplificatori Marshall ed Orange alle prime file, centrandomi, immancabilmente, in pieno.

È in quel momento che comprendo che gli Humble Pie suonano con l’intenzione di fare male all’ascoltatore e lasciare il segno.

Questo rock, mi dico, è, a parte il dolore auricolare, un piacere, un vero piacere: una venatura di blues e rhythm & blues emana da tutti i pori dei quattro.
I riff sembrano sciabolate!

Il bassista (Gregg Ridley), un biondo crinito, sventola i lunghi capelli a tempo con maggiore insistenza proprio quando il batterista (Jerry Shilrey) cerca disperatamente di bucare i tamburi con delle mazzate così roboanti che il Palaeur trema e pare stia per cadere.
Un secondo chitarrista con la faccia d’angelo (Peter Frampton) tiene le redini della danza ed è così giovane che per mesi e anni a venire sono rimasto convinto fosse minorenne.
Nel mezzo della baraonda Steve Marriott canta il blues come non avevo visto fare a nessun bianco.

A un certo punto mi soffermo sugli abiti di scena del tappetto: pantaloni di flanella (cazzo! è giugno) tenuti su da delle bretelle con la union jack e delle scarpe basse di corda. Niente altro.

Marriott è matido di sudore. Sono talmente vicino a lui che noto un’otturazione tra i molari destri superiori. Ogni tanto, per allentare la tensione sputa per tera e si grata il sedere.

Lo show va avanti con la furia di quello che sa che il traguardo è in cima alla montagna.
Non so dietro di me il gradimento, ma qui davanti, nel golfo mistico, il feeling è altissimo.

Gli Humble Pie chiudono l’ultimo pezzo con la stessa classe con cui un camionista sonnambulo lanciato a tutta velocità tira il freno a mano a un metro da un muro.
Adesso Steve Marriott è steso al suolo come un pugile a knock out.

La gente applaude ma lui resta lì. Immobile. Nell’enfasi e nell’estasi generale la gente continua ad applaudire. Poi il silenzio scende per un attimo sul Palaeur ma dal brusio è evidente che il pubblico non ha capito la gravità della situazione.

Tutti riprendono a battere le mani mentre io inizio ad andare in paranoia e penso che Steve Marriott sia morto qui, stasera, A Roma, davanti a miei occhi, a un metro da me.

E’ tutta una ridda di pensieri velocissimi. Eppure, dopo l’iniziale spavento il mio umore cambia repentinamente e mi esalto e mi galvanizzo all’idea di aver visto il primo morto da troppo rock. Cazzo che scoop!!! E a soli tredici anni…

Due tecnici appaiono a questo punto sul palco e, senza proferire parola né una smorfia sul viso, prendono Marriott di peso e se lo tirano via sulle spalle.

Poi, è questione di un attimo, il gran colpo di teatro: le luci si accendono tutte e Steve ritorna in scena, sorridente, seguito dai suoi e saluta, tutti salutano. Gli applausi si moltiplicano.

Per le migliaia di persone non è accaduto nulla. L’ultimo è un applauso da Colosseo alla “morituri te salutant” quello che accompagna la scena finale, mentre dagli spalti ricompare l’immancabile coro “Forza Roma, Forza Lupi, Sò finiti i tempi cupi”.

Steve- penso- sei “un sòla”…

Questo è il mio ricordo degli Humble Pie come supporter dei Grand Funk Railroad, trio di cui rimembro ben poco se non che facevano il doppio del casino dei Pie.

Il repertorio di Marriott e soci?, chiederanno i (pochi) fans rimasti oggi aficionados della band: esattamente il doppio live “Rockin’the Fillmore” registrato solo il mese prima, che andai ad acquistare sempre a Viareggio, sempre da Fontana, appena pubblicato, e immediatamente mandato a memoria da allora fino a oggi.

Quando tutto il pubblico defluisce lentamente dal palasport noto qualche faccia famosa fiorentina mentre cerco di raccogliere i commenti. Fra loro spicca per altezza e sagacia “La Nonna” personaggio che anima i pomeriggi del “Sala Disco” di via Vecchietti, a Firenze, l’unico negozio che venda dischi d’importazione, con i suoi commenti. È uno, “La Nonna” a cui piacciono solo i dischi” strani” ma i concerti, quelli no!, non se ne perde uno e già nel 1971 è un veterano.

“La Nonna” a voce alta, come presto scoprirò essere sua abitudine fare, licenzia la serata, senza essere stato interpellato da alcun presente, con due sole parole: ”Bella Cagata” ma non farà in tempo a terminare l’ultima sillaba che lo stesso barbuto castigatore di cui sopra, facendosi larga tra la gente, lo mette a terra con “una pizza” tirata con una copia accartocciate del quotidiano “Il Messaggero” ( dove molti anni dopo il presunto o il suo sosia, sarebbe andato a lavorare), potente almeno due volte quella del pomeriggio e, fra le risate e i lazzi, lo liquida nello stesso modo con cui aveva liquidato nel pomeriggio il suo concittadino: ”tu nun ce capisci un cazzo de stà robba!” aggiungendo perentorio”...e tornatene a casa” concludendo con l’immancabile firma capitolina: “stronzo!”.

La serata finisce lì.
Enuff said!

Le parole del barbuto sceriffo, miste ai watt della serata e al ricordo della mezza bottiglia di Jack Daniel che Marriott si era tirato giù nel corso dello show, mi faranno girare la testa per un bel po’, conscio di aver toccato con mano il vero rock, in tutte le sue forme e sfumature, orgoglioso di essermi conquistato la prima fila, di aver vissuto una “vera” rissa per motivi musicali, di quelle che ti fanno togliere il saluto, nel nome di un ideale.
Resto solo deluso (un po’, solo un po’…) dal mancato decesso in diretta, lì, sul palco, di Steve Marriott.
I Pie mi resteranno per sempre nel cuore.

Prima della sua prematura scomparsa, il 20 aprile 1991 nel suo cottage nell’Essex, avrei rivisto Steve Marriott ancora una volta, quasta volta insieme a Ronnie Lane, già suo compagno d’avventura nei mod-issimi Small Faces, nel 1980, dal vivo all’Hope & Anchor, uno storico rock club di Londra, ma l’intera serata aveva un tono dimesso, da viale del tramonto, da dimenticare.

Meglio mantenere forte nella memoria il ricordo degli Humble Pie.
Quei tipi Plug & Play dallo spirito olimpionico che non si arresero neanche davanti all’evidenza dei tempi che cambiavano più veloci dei loro boogie.

Ricordate, allora: colui che cerca di mutuare la vecchia storia per cui chi ha vissuto i sessanta se ve li racconta significa non c’era e tenta di rifilarvi la stessa abbinandola ai settanta, è solo “un sòla”.

Per zittirlo, tirategli “una pizza”…





mercoledì 10 giugno 2026

ELP nel giugno del 1973

Emerson, Lake & Palmer article from i Pop Magazine published June 1973

Nel giugno del 1973 la rivista musicale "Pop Magazine" dedica un lungo articolo al tour tedesco di Emerson Lake & Palmer.
Il trio era reduce da un lunghissimo tour partito a marzo del 1972, toccando Stati Uniti, Giappone ed Europa.
Con parte dei soldi guadagnati gli ELP acquistano un ex cinema di Fulham a Londra, trasformandolo in studio di registrazione.
Fondano la loro etichetta "Manticore", producendo l'unico album solista di Pete Sinfield (paroliere dei King Crimson), appunto nel 1973.
Anni dopo anche gruppi italiani come Banco e PFM, registrarono album per la loro etichetta.

Di tutto un Pop…
Wazza






martedì 9 giugno 2026

YES: accadeva nel giugno del 1968

Nei primi giorni di giugno del 1968, un causale incontro tra un giovane Chris Squire e un ragazzo che lavora in un bar sopra al Marquee, tale Jon Anderson, darà vita ad uno dei gruppi più amati nel prog rock: gli YES.


Insieme a Peter Banks, Tony Kaye e Bill Bruford, tengono il loro primo concerto in un campeggio sull'isola di Mersea (Essex), con un repertorio che contiene molte "cover".
Un pò di gavetta  - come supporter dei più famosi The Who e Cream -  li porterà ad incidere il primo "omonimo" album, che verrà accolto molto bene da pubblico e critica... il resto è scritto nella storia del prog-rock!
…di tutto un Pop!
Wazza







lunedì 8 giugno 2026

De De Lind su Ciao 2001 nel giugno 1973

Sul numero 22 di Ciao 2001 del giugno 1973, articolo sui De De Lind.

Gruppo dell'interland milanese, prese il nome da una modella diventata "Miss Playboy".

Una meteora del progressive rock italian: incisero un solo album, con un titolo alla "Lina Wertmuller"… "Io non so da dove vengo e non so dove andrò. Uomo è il nome che mi han dato", un concept che parla di guerra e memoria. Ma la mancata risposta di vendite convinse il gruppo a sciogliersi, solo il cantante Vito Paradiso, continuò una breve carriera da solista incidendo due album, tra cui "Per lasciare una traccia", del 1980, che vede ospiti Vittorio e Gianni Nocenzi, alle tastiere e pianoforte...

Di tutto un Pop…

Wazza

Copertina disco

DE DE LIND - CIAO 2001 - GIUGNO 1973

L’originale De De Lind






domenica 7 giugno 2026

Il 7 giugno del 1973 il gruppo Paradiso a Basso Prezzo partecipava al "3 Festival d’Avanguardia Nuove Tendenze"


Il 7 giugno del 1973 il gruppo Paradiso a Basso Prezzo partecipava al "3 Festival d’Avanguardia Nuove Tendenze"

Il festival si svolse a Napoli dal 7 al 10 giugno 1973 presso la Mostra d'Oltremare.

I gruppi partecipanti alla manifestazione furono: Festa Mobile - Dedalus - Rinomata Vinicola Torre Quarta - Il Paese dei Balocchi - Alan Sorrenti - Quella Vecchia Locanda - Vince Tempera - La Fine Del Libro - Alberomotore - Saint Just - Semiramis - Bravo Reverendo Reebman - Paradiso a Basso Prezzo - Abramo Lincoln - Oro - Patty Pravo - Alusa Fallax - Richard Cocciante - Fabio Celi e gli Infermieri - Antonello Venditti - Rustichelli e Bordini - Living Music - Museo Rosembach - Il Rovescio della Medaglia - L'Uovo di Colombo - Perigeo - Maurizio Monti - Simon Luca - Francesco De Gregori - Il Cervello - Piazza delle Erbe - Primo Angolo a Destra - Free Love - Living Music.


A proposito del Paradiso a Basso Prezzo…

Uno dei pochi gruppi rock della Val d'Aosta, il Paradiso a Basso Prezzo non riuscì ad incidere niente durante la propria carriera, e la loro unica uscita discografica è una registrazione postuma in CD pubblicata dalla Mellow e comprendente la registrazione di un concerto a Saint Vincent del 1973. 

Il CD ha una qualità di registrazione mediocre e dimostra un buon livello tecnico dei cinque musicisti. Ci sono i soliti ingredienti, le tastiere come strumento principale, buone parti di flauto e chitarra, alcune influenze jazz qui e là, ma la mancanza di una produzione professionale è evidente nelle introduzioni troppo allungate, con parti parlate su basi musicali lente e arrangiamenti frammentari.


I brani contenuti nel CD provenivano dal progetto di un LP intitolato Pika Dòn Hiroshima, che il gruppo non riuscì mai a registrare. Il Paradiso a Basso Prezzo si sciolse a metà del 1974.


 
DISCOGRAFIA:

Paradiso a Basso Prezzo-Mellow (MMP 128)

          1992  registrazioni live del 1973





Ricordando Bambi Fossati, che ci lasciava il che il 7 giugno del 2014

  
Ricordiamo Bambi Fossati, che il 7 giugno del 2014 ci lasciava, all'età di 65 anni.

Cantante, compositore, grande chitarrista, tanto da essere soprannominato il "Jimi Hendrix italiano"... si fece le "ossa" con i Gleeman per poi fondare i "Garybaldi".

Con questo gruppo Bambi partecipò a molte manifestazioni, festival e raduni degli anni '70, facendo da spalla a big del rock internazionale, come Van Der Graaf, Santana, Uriah Heep, Bee Gees; incise due album: Nuda (1972) e Astrolabio (1973).

Quando sciolse la band Bambi si dedicò ad altri progetti, come Bambibanda e Melodie e Acustico Mediterraneo.

Bambi fossati era una persona fragile, generosa, disinteressato al denaro, era nato con il concetto di pace e libertà. Caduto in grande difficoltà, si arrangiava dando lezioni di chitarra; nel 2006 aveva provato a rimettere in piedi i "Garybaldi".

Ci lascia, tra le altre cose, due perle: il singolo Marta Helmut - brano che parla di una strega bruciata sul rogo, di inquisizioni (censurata dalla Rai) - e lo splendido album Nuda, con una delle più belle copertine della storia, disegnate da Guido Crepax.

... per non dimenticare.
 Wazza









Gentle Giant: accadeva il 7 giugno 1976


Preceduto da un documentario trasmesso alla "TV dei Ragazzi" chiamato "Baroque n' Roll" (2 giugno 1976 alle 16.30), si concludeva a Roma il 7 giugno l'"Interview Tour", dei Gentle Giant.
 
O erano troppo avanti musicalmente i ragazzini degli anni '70, o i dirigenti Rai pensavano che "Fanny Way" stava a Elisabetta Viviani come "Haidi" stava ai Gentle Giant, visto che fu trasmesso tra due cartoni animati...

Il tour era partito il 31 maggio da Torino. Nella data del 5 maggio, all'Altro Mondo di Rimini, come gruppo spalla c'erano i "Bingo", con un giovanissimo Tiziano Ricci (futuro bassista del Banco).

Forse non tutti sanno che, i Gentle Giant hanno "gentilmente" devoluto parte dell'incasso della data di Roma ai terremotati del Friuli, evento di pochi giorni prima... io ero a militare da quelle parti e, naturalmente, bloccate tutte le licenze, non potei vedere nessuna data di questo tour, ma feci delle cose altrettanto utili!

Di tutto un Pop...
Wazza