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giovedì 28 agosto 2025

La Janara - Le Donne Magiche (BWR-2025), commento di Luca Paoli

 

 


Streghe, carne e rinascita: il ritorno viscerale de La Janara

Di Luca Paoli

 

Ci sono dischi che ti aggrediscono, e dischi che ti seducono. Le Donne Magiche fa entrambe le cose. Ti prende per mano con dolcezza arcana, poi ti scaraventa nel cuore di un bosco antico, tra riti pagani e passioni terrene, tra ossessioni e carne viva.

La Janara torna con un album che non è solo un'evoluzione rispetto a Tenebra, ma un vero e proprio nuovo capitolo espressivo. Se il disco precedente era dominato dall’ombra – il dolore, l’oppressione, la stregoneria come rivalsa – qui il tema è la rinascita. Sempre streghe, sempre donne, ma questa volta vitali, sensuali, rigeneranti. Madri, amanti, Circi irpine.

Il disco è pubblicato da Black Widow Records, storica etichetta genovese che da sempre sostiene con coraggio e coerenza le voci più libere, creative e fuori dagli schemi della scena rock e metal italiana. Una realtà che merita rispetto e attenzione, perché continua a credere nella musica che ha qualcosa da dire, e che non ha paura di farlo.

A dare corpo e anima a Le Donne Magiche è una formazione ormai solida e affiatata. La voce di Raffaella Càngero si conferma magnetica, capace di passare dalla carezza al graffio, sempre più personale e incisiva nell’interpretazione. Le musiche e i testi portano la firma di Nicola Vitale, chitarrista e mente creativa del gruppo, qui anche alla voce nel brano conclusivo Domens. Completano l’ensemble Rocco Cantelmo al basso, Giovanni Costabile alle tastiere e Antonio Laurano alla batteria: un organismo compatto, vivo, che suona in piena sintonia.

Il disco si arricchisce anche della presenza di due ospiti speciali: Simone Pennucci, alle chitarre elettriche e ai synth in La Notte è Buia, e Ricky Dal Pane (Witchwood), alle percussioni e ai cori in Mò che Viene Agosto, entrambi perfettamente integrati nello spirito visionario del lavoro.

La band irpina fonde con sorprendente coerenza l’energia dell’heavy metal, la teatralità del folk mediterraneo e la profondità del cantautorato. Ma è il suono d’insieme, ora più maturo e coeso, a fare davvero la differenza. Non più un progetto che ruota intorno alla sola voce femminile, ma una vera band che respira e pulsa all’unisono. E si sente.

Brani come Serpe, Piangeranno i Demoni e Inverno (quest’ultimo, il più lungo mai scritto dalla band) mostrano una scrittura articolata, che passa con disinvoltura da atmosfere sabbathiane a passaggi dal respiro quasi prog, con un’attenzione ai dettagli che rivela la lunga gestazione del progetto. L’influenza del doom rimane, ma si apre a nuove sfumature, come in Bruceremo, che è insieme preghiera e condanna, fiamma e cenere.

Non mancano momenti di puro folklore reinterpretato in chiave oscura: Le Castagne Non Cadono Più e Mò che Viene Agosto portano con sé l’eco di un sud ancestrale, dove il dialetto irrompe con naturalezza, senza forzature né folclorismi. L’uso della lingua popolare non è effetto scenico, ma gesto politico e culturale. La janara, ancora una volta, è il tramite tra mondi.

In tutto questo, Le Donne Magiche riesce anche a toccare corde emotive profonde: la dedica finale in Domens a Domenico Carrara, con lo stesso Vitale alla voce, chiude il disco con un tono intimamente personale, che apre spiragli futuri sulla direzione artistica del gruppo.

In questo periodo in Italia stanno nascendo sempre più gruppi con una voce femminile al centro e un suono intenso e profondo. La Janara si distingue come una delle realtà più autentiche e personali. Non seguono le mode, ma restano fedeli alla loro visione. E questo si percepisce in ogni brano.

Le Donne Magiche è un disco che non si limita a suonare bene: vive. E ti costringe a farci i conti. Anche quando fa male. Anche quando accende qualcosa che credevi sopito.

 

 ASCOLTO DELL'ALBUM



giovedì 21 agosto 2025

Ricordando Francesco Di Giacomo

Francesco Di Giacomo, voce del Banco del Mutuo Soccorso-Olio su tela

foto di Antonio Mottola


Un uomo non muore mai se c’è qualcuno che lo ricorda.”

(Ugo Foscolo)

21 agosto

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano!

Wazza

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Lui, dinoccolato, fermo nelle immagini in bianco e nero, con una salopette ed una barba folta. Lui, voce lirica, che rinnega l'estetica esteriore, ma è tremendamente bello dentro. Nell'essere intellettuale acuto, nel disegnare con la voce traiettorie improbabili, dove storie di importanza sociale e di amore si intersecano come una tela piena di colori. "Un'idea che non puoi fermare", uno slogan postumo dei reduci del Rock, degli ultimi Mohicani di un fiume carsico che scorre, silenzioso, ma dirompente nella sua interiorità. Febbraio è il mese della pausa, tra Carnevale, Ceneri e ripartenze, è il mese dell'oblìo, dell'esaltazione e del castigo, ma la musica è dietro l'angolo dell'immaginario collettivo. 25 febbraio 2012, data da segnare con evidenziatore sull'agenda della storia musicale reggina. Banco del Mutuo Soccorso e Orme, la storia del Rock Progressivo italiano, segnato dagli stilemi degli arrangiamenti di Vittorio Nocenzi, dalla voce e dai testi classici di Francesco Di Giacomo, ma anche dalla dirompenza veneziana, tra rock e melodia di Michi Dei Rossi delle Orme. È immagine indelebile, il Teatro Cilea a Reggio Calabria che apre le porte al Rock, con ogni ordine di posto pieno di gente, con madri, padri, figli e nipoti, uniti dal sottile suono evocativo della musica e delle canzoni. Dinoccolato, tra i grandi suoni della band, tra le luci, tra gli applausi, entra sul palco, con la grazia dell'Essere Artista, tra le luci entra Lui, la sua voce è come una dolce lama tagliente "Prima o poi un pensiero arriverà a portarmi via, come un angelo nero mi confesserà che il cielo un sasso. Siamo stati e saremo parole e gesti nel battito del cuore. Ma il giorno come vero quello non arriva mai, ma arriverà, arriverà come una foglia, che non cade giù, ma che non si pente, ma va più in su e buca il cielo, ogni storia è a sé, Dio che ne sa se Dio credesse in me, se Dio credesse in me..." L'importanza delle parole, l'amanuense ghirigoro sui fogli bianchi. La Musica è l'estensione dell'Anima attraverso i suoni e le parole. Il tempo sembra fermarsi, tra i Festival dei Controtendenza degli anni Settanta, il Rock che rompe gli schemi del bel canto, il rinnovarsi di una "New Generation" che sogna "Love and Peace", ma poi sembra fermarsi su sogni acidi, ricordando decenni dopo, che ogni adrenalina è nel nostro cervello, nella nostra interiorità. Le canzoni, le parole, le copertine dei dischi, un brand "Banco del Mutuo Soccorso", tra storie di evoluzione in "Darwin" o spezzoni di "Messeri", di romanticismo epico, di strumentazioni da "Garofano Rosso" colonna originale di un film, di prime timide storie di diverse identità sessuali, tenere e dolci in "Paolo Pa". Tra periferie e giardini romani, tra sogni metaforici di "Moby Dick", tra viaggi "on the road" sulle strade dell'America Latina, tra prigioni e innocenti condannati da un’idea. È la grandezza dei suoni e delle parole.  il Banco del Mutuo Soccorso, che negli anni Settanta viaggia oltre il tempo, con il Rock Progressivo che contamina gli stili in Italia, ma si distingue da gruppi come Orme e PFM per la personalità di Francesco Di Giacomo e per le musiche classiche e gli arrangiamenti di Vittorio Nocenzi. Il viaggio nel tempo reale è una variabile impazzita, che si schianta in una sera di febbraio, fermando la voce di Francesco Di Giacomo, l'acuta intelligenza, l'umiltà dei Grandi. 21 febbraio 2014. Un forte impatto scuote l'anima e il cuore dei reduci del Rock, degli ultimi Mohicani delle emozioni, di generazioni cresciute nell'interiorità e negli scontri fisici ed ideali tra destra e sinistra, tra figurine Panini e fumetti del "Male". Tempi dispersi, mai fermi, ma sempre scorrevoli come fiumi carsici. Perchè il Rock,la Musica, l'Arte, sono fiumi carsici, che implodono.

Fermo immagine al Teatro Cilea datato 25 febbraio 2012, senza nostalgie, ma con la consapevolezza di avere distribuito emozioni, con la musica e le parole, perché "Ci sono tante Rock band, ma un solo Banco del Mutuo Soccorso..." e Francesco Di Giacomo, un anno dopo il suo viaggio verso il cielo, sorride beffardo, sul palco del Cilea. Mani sui fianchi, cappello e salopette, è proprio vero l'emozione, "è un'idea che non puoi fermare". E non ci fermiamo sulle strade del Rock, noi reduci degli anni Settanta, disperse masse silenziose, fiumi carsici e promotori di interiorità nascoste. Slow Motion su una figura di un uomo sul palco con cappellino, salopette, lunga barba, sguardo tagliente e voce che si alza verso il cielo. R.I.P. Francesco!!!

 

 






 

martedì 19 agosto 2025

Occitanas-Sem Montanhòlas, di Andrea Pintelli

 

                         

      

OCCITANAS     
“Sem Montanhòlas”

Di Andrea Pintelli


Nella meravigliosa azione occitana che, com’è noto, si estende dalle vallate cuneesi e, in parte, torinesi fino ai Paesi Baschi, attraverso la Francia centro-meridionale (no, non è solo la regione istituita dalla Francia nel 2016), le tradizioni sono vivissime, molto più che in diverse aree europee assai più (a torto) blasonate. Nel tempo alcuni suoi illuminati abitanti si sono prodigati in un importante recupero culturale/politico (cito, uno su tutti, François Fontan, che fondò il Movimento Autonomista Occitano (MAO)) e artistico (cito, uno su tutti, Sergio Berardo, fondatore e leader dei Lou Dalfin, il gruppo musicale che più di tutti ha risvegliato il senso di appartenenza ai valori dell’occitanismo) di vitale importanza,  che ha permesso e permette tuttora al suo popolo di identificarsi appieno nelle proprie radici. C’è chi, oggigiorno, porta avanti questo inestimabile patrimonio, rinvigorendolo tramite diversi tipi di attività (es. Espaci Occitan e Chambra d’Oc) e musicale (es. Lou Dalfin e QuBa Libre). Tra questi ultimi vanno citate le Occitanas, band (quasi) tutta al femminile nata nel 2014 e autrice di due album veramente interessanti, l’ultimo dei quali uscito poche settimane fa intitolato Sem Montanhòlas. Il loro suono è solido e coinvolgente, come da loro stesse sottolineato, tramite arrangiamenti curati e dall’andamento energico e frizzante. Vanno a pescare brani dal vasto repertorio tradizionale occitano, a cui aggiungono composizioni di proprio pugno che ne nobilitano l’insieme finale. Ascoltarle su disco e dal vivo significa vivere un’intensa emozione, creata dai tanti strumenti impiegati, dalle loro suadenti voci e dalla forza delle loro idee, in un amalgama sonoro denso, fine e di sicuro impatto. Il lavoro si apre con Adiu Paore Carnaval: seducenti arpeggi chitarristici e voci melliflue lasciano spazio, nel finale, all’essenza gioiosa e dinamica delle Occitanas. Si prosegue con Chanter, Boire e Rire Rire, e si è proiettati nel mezzo della piazza di un borgo montano occitano; il divertimento come parte integrante della vita delle persone di quelle magiche vallate, la socialità e la condivisione al centro della loro immagine interiore. La Filha Dau Vesin ha la capacità di far vivere nell’ascoltatore le stesse sensazioni che la protagonista ha vissuto, suo malgrado, in questa storia poetica di dolore e fatica quotidiana; la voce di Paola Lombardo, storica cantante occitana, svetta. Set Saut è una filastrocca che si appiccica addosso tant’è simpatica e coinvolgente. Già portata alla ribalta dai Lou Dalfin nel loro disco “Lo Viatge”, è qui riarrangiata in maniera ottima. Da ballare, come al solito, tutti insieme! Estela Alpina, composizione di Michela Giordano (divulgatrice di bellezza occitana tramite il suo progetto web “Michela nelle valli”), qui dolcissima voce solista, commuove in modo garbato e sincero. Derek’s Bourée ha nell’originalità la sua chiave di lettura; essendo di nuova composizione si va a mixare con i tipici accenti sonori occitani, ma ne eleva i significati con stravaganza ed estro. Lizzy Valsa è uno stupendo e impeccabile valzer inventato da Laura Bagnis; una soffice carezza. La suite Circle Du Furet / Circle Desmentia / Saota Boisson racchiude tre componimenti propri di Marzia Cavallo, Agnese Valmaggia e Laura Bagnis; trattasi di un tripudio di meraviglia: organetti a tutto spiano, sezione ritmica a dettare legge, flauti a rimarcare le armonie che echeggiano nelle vallate. Entusiasmante, tanto da correre a piedi verso quei luoghi incantati. Sem Montanhòls esprime la forza e la verità dei montanari, quelli veri, e merita un discorso a parte. Riporto il testo tradotto in italiano per far capire quanto orgoglio ha questo popolo: “Siamo montanari, abbiamo l’indipendenza, l’abbiamo, l’abbiamo e la manterremo! Se non c’è un re in Francia, regneremo noi! Il nostro unico maestro è colui che fa nascere il grano in autunno e l’erba in primavera: lo preghiamo che ci lasci a lungo il sapore del pane. Facciamo giustizia alla moda della montagna, senza disturbare i giudici inutili; il codice di Laguiole è il legno di sorbo. Tu, vignaiolo, sii fiero della tua vendemmia, ma ti compiango, povero pezzente: tu coltivi la tua vigna, noi beviamo il vino. Degli antichi Galli abbiamo l’urlo di guerra, lanciamo delle urla che fanno rimbombare tutto. Passando sulla terra ci piace far sentire la nostra voce”. Il brano è classico della tradizione occitana ed è qui riproposto con la toccante multi-vocalità femminile a dargli nuove vesti, colorate, profumate, fresche. Gli strumenti ne incorniciano la sua forza. Al Pont De Mirabel, altro pezzo-immagine di quei posti, viene proposto come fosse una cartolina animata della comunque triste storia che vede protagonista Caterina e tre soldati suoi pretendenti. La Boina / La Calha: la prima è composta dalla grande Simonetta Baudino, la seconda arriva dal repertorio tradizionale; la ghironda è IL suono delle vallate occitane e in questi due brani è quella di Simonetta (migliore allieva dell’infinito Sergio Berardo) ad essere in sella, ed è appassionante dalla prima all’ultima nota. Un incanto. Balet La Machinetta è ballo e azione, dinamismo stellato e sorrisi. Blancha / ‘Na Barca T’en Pra; il primo è di Simonetta e del suo organetto fatto di mille sfumature, il secondo è di Fabrizio Carletto (unico elemento maschile del gruppo, bassista, che ha curato gli arrangiamenti e la registrazione di “Sem Montanhòlas”, insieme a Paolo Costola) ed è un crocevia del pensiero musicale occitano. Esteve è un circolo circasso ad opera di Simone Lombardo (altra autorità artistica, legata a questo mondo più volte citato) magistralmente arrangiato che offre la possibilità di una prova corale alla band. Tra i primi attori anche l’attraente arpa di Isabella Puppo. Paora Gramusa / Aviu Un Calinhaire: l’adattamento della prima ha nell’oud dell’ospite Adriano Taborro la palese (ma non scontata) singolarità, la seconda porta in grembo l’anima delle Occitanas, in un saggio di perizia esecutiva. Ultimo pezzo è Lo Torrin, impreziosito dal rullante di Riccardo Serra (motore ritmico da sempre dei Lou Dalfin), è sia un brano simbolo d’Occitania, ma anche un suo piatto famoso, ossia una zuppa a base di aglio e pepe, nella storia del brano servita durante un matrimonio. Da citare senz’altro il prezioso lavoro grafico del disco, grazie agli splendidi dipinti di Alessandro Siri. Orbene, fate vostro questo splendente album che vi permetterà di viaggiare con la mente verso l’Occitania, scoprirla e capirla, per poi andarla a esplorare personalmente: poi sicuramente ci tornerete tante altre volte, come successo al sottoscritto. Bravissime le Occitanas, da seguire e correre a vedere (vivere) in concerto. Abbracci diffusi.


Tracce:

1)  ADIU PAORE CARNAVAL (trad.)

2)  CHANTER, BOIRE E RIRE RIRE (trad.)

3)  LA FILHA DAU VESIN (trad.)

4)  SET SAUT (trad.)

5)  ESTELA ALPINA (Michela Giordano)

6)  DEREK’S BOUREE (Fabrizio Carletto – Michele Gazich)

7)  LIZZY VALSA (Laura Bagnis)

8)  CIRCLE DU FURET (Marzia Cavallo) / CIRCLE DESMENTIÀ (Agnese Valmaggia) / SAOTA BOISSON (Laura Bagnis)

9)  SEM MONTANHOLS (trad.)

10)                AL PONT DE MIRABEL (trad.)

11)                LA BOINA (Simonetta Baudino) / LA CALHA (trad.)

12)                BALET LA MACHINETTA (trad.)

13)                BLANCHA (Simonetta Baudino) / ‘NA BARCA T’EN PRA (Fabrizio Carletto)

14)                ESTEVE (Simone Lombardo – Piero Nuvoloni – Bonnet)

15)                PAORA GRAMUSA (trad.) / AVIU UN CALINHAIRE (trad.)

16)                LO TORRIN (trad.)

 

Componenti:

Erica Molineris – voce

Michela Giordano – voce e percussioni

Simonetta Baudino – ghironda, organetto, cornamusa

Laura Bagnis – ghironda, zufoli, percussioni

Isabella Puppo – arpa

Agnese Valmaggia – batteria, programmazione (tr. 8)

Silvia Mattiauda – organetto

Francesca Macagno – organetto

Manuela Mattalia – organetto

Nadia Manera – galobet

Marianna Giraudo – flauto traverso

Alessia Martinengo – flauto traverso

Fabrizio Carletto – basso, contrabbasso, percussioni, tastiere, ukulele, programmazioni

 

Ospiti:

Paola Lombardo, Adriano Rovere, Sergio Berardo, Valerio Gaffurini, Paolo Costola, Riccardo Maccabruni, Marco Melillo, Daniela Mandrile, Dario Avena, Fabio Pirotti, Nives Orso, Loris Cavallera, Piergiorgio Chiera, Adriano Taborro, Riccardo Serra.

Registrazione effettuata da Fabrizio Carletto presso “Cenati studio” (Vernante – CN).

Prodotto da Fabrizio Carletto e Paolo Costola.

Arrangiamenti di Fabrizio Carletto e Simonetta Baudino.

Mixaggi e Mastering effettuati da Paolo Costola presso Macwave Studio di Brescia.

Dipinti di Alessandro Siri.

Fotografie di Claudio Berta, Luca Innocenti, Martina Giordano, Chiara Agostini, Mattia Aquila e Veerlebas.

Progetto grafico di Fabrizio Carletto.

 

Esempi d’ascolto:

https://www.youtube.com/watch?v=Ll_9KhpGdvQ

https://www.youtube.com/watch?v=VVrPuxEGBc0

https://www.youtube.com/watch?v=oLxDsYwqly8

 

Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com


 

giovedì 7 agosto 2025

È uscito "La vita è..." di Sal Di Martino


 

È uscito "La vita è..." di Sal Di Martino


Il nuovo singolo di Sal Di Martino, "La vita è...", è un brano che colpisce per la sua onestà e profondità, nato da un'idea apparentemente semplice e spontanea. La storia dietro la sua creazione è un esempio di come la passione e la collaborazione possano trasformare un "gioco" in un'opera sentita e matura.

Tutto ha inizio con una melodia, un provino inviato a Sal dall'amico e collaboratore Luca Di Ionno, tastierista, compositore e produttore di stanza alle Canarie. Il sound, gli arrangiamenti e l'atmosfera del brano colpiscono subito Sal, che decide di accettare la sfida di scriverne il testo. Quello che nasce come un "gioco" si trasforma in un processo creativo meticoloso: Sal adatta le frasi, le taglia, le modella sulla metrica, dando vita a un testo che riflette la complessità e la ciclicità della vita.

Il brano si apre con un verso evocativo: "La vita è una ruota, una giostra che gira, chi chiagne chi fotte e chi ride e chi certe cose nun se po scurdà..." Un'immagine potente che riassume l'essenza del pezzo: la vita è un ciclo continuo di emozioni, ingiustizie e gioie, dove il passato rimane impresso nella memoria.

Musicalmente, "La vita è..." è una composizione ricca e curata. Oltre al contributo di Luca Di Ionno al piano Rhodes e alla programmazione, il brano si arricchisce delle sonorità del sassofono tenore di Juan Martin e della chitarra di Ernesto Cantero Gonzàlez. Questa combinazione di strumenti crea un'atmosfera avvolgente e sofisticata, che accompagna perfettamente il testo profondo e riflessivo.

"La vita è..." è un brano che si ascolta volentieri, non solo per la sua qualità musicale, ma anche per la sincerità che traspare dalla sua genesi. Sal Di Martino, con il suo rispetto e la sua passione per la musica, ci regala un pezzo che, pur nascendo quasi per caso, si rivela un'opera di grande valore artistico e umano.

 

Crediti del brano:

Musica, arrangiamenti, Piano Rhodes, Programmazione e Campionamento: Luca Di Ionno

Sax Tenore: Juan Martin

Chitarra: Ernesto Cantero Gonzàlez

Voce e testo: Sal Di Martino






mercoledì 6 agosto 2025

Il fil rouge che lega Battisti e il Banco

 


Forse non tutti sanno che...

La valigia di pelle che ha in mano Lucio Battisti sulla copertina del brano La canzone del sole è la stessa che ha in mano Francesco di Giacomo nella foto all' interno di Darwin, uscito l'anno dopo.

In pratica era la borsa dove Ceasar Monti, autore degli scatti, metteva tutta la sua attrezzatura da lavoro.

Di tutto un Pop…

Wazza




domenica 3 agosto 2025

RocKalendario del secolo scorso – Agosto - Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Agosto

Di Riccardo Storti

 

1955 31 agosto. Un giudice di Londra multò Sidney Turner per tre sterline e dieci scellini. La causa? Avere "creato un rumore abominevole", dopo che Turner aveva minacciato i suoi vicini dicendo: "Vi farò impazzire." Turner, infatti, aveva fatto suonare a tutto volume Shake, Rattle & Roll di Bill Haley and His Comets dalle 14 alle 16,30 (ma non per tutta la notte, come una leggenda metropolitana riporterebbe). 

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1965 – Il 6 agosto gli Small Faces debuttano nel mondo del rock con una debordante Whatcha Gonna Do About It. Il riff venne in mente a Marriott e Lane, ispirati dall’hit di Solomon Burke Everybody Needs Somebody to Love, ma, siccome i ragazzi erano a corto di parole, il manager scritturò gli autori Ian Samwell (quello di Move It di Cliff Richard) e Brian Potter affinché completassero la canzone con un testo adeguato. Come racconta il batterista Kenney Jones, gli Small Faces degli esordi non avevano ancora sviluppato sufficienti capacità di scrittura: i loro live consistevano principalmente in cover di brani come Shake di Otis Redding e questo si adattava perfettamente alla potenza della voce di Steve Marriott. La stessa Whatcha Gonna Do About It ne è un esempio: base R’n’B ma con una chitarra distorta foriera di rumori molesti e timbro canoro aggressivo. Il brano vanta diverse cover da parte dei Sex Pistols, dei Pretenders e dei Cheap Trick.  


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1975 – Qualche indiscrezione girava già alla fine della primavera, quando i Genesis avevano concluso il tour di The Lamb Lies Down on Broadway. Ebbene sì, voci sempre più insistenti davano Peter Gabriel prossimo a lasciare i Genesis. Il rumore di fondo aumentò dopo Ferragosto, nel momento in cui “Melody Maker” annunciava la notizia in prima pagina con un quesito emblematico: “Gabriel Out of Genesis?” Il manager dei Genesis, Tony Smith, inizialmente negò le voci, ma una settimana più tardi la band annunciò ufficialmente l’uscita di Gabriel, spiegando che stavano cercando un nuovo cantante (vedi “Melody Maker” del 23 agosto 1975). Non sapevano ancora che il cantante fosse già nel gruppo ovvero il loro batterista, Phil Collins.


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1985 – Nuova vita per i Cure di Robert Smith: formazione rimaneggiata, voglia di scrivere e entusiasmo a mille. Esce The Head on the Door ed è subito successo, anzi, questo album diventa di fatto il primo vero grande successo della band britannica. Il disco si pone come un lavoro di transizione dalle atmosfere dark degli inizi verso una sperimentazione che non disdegna flirt con il mainstream e il pop. Lo testimoniano i due singoli In Between Days e Close to Me, destinati a scalare i vertici delle classifiche planetarie. A proposito di riconoscimenti, The Head on the Door vanta 2 dischi d’oro in Francia e uno in Gran Bretagna e negli States.

Quanto alle felici influenze contemporanee, Smith ammise di essere stato condizionato fortemente dai recenti lavori di Bowie, Siouxie and the Banshees, Human League, Costello, Stranglers, Psychedelic Furs e New Order. Si andò anche oltre, visti gli agganci con la musica orientale (Kyoto Song) e il flamenco (The Blood). Per le reminiscenze dark, rivolgersi a Push (con uno dei riff più suggestivi di tutta la new wave), The Baby Scream, A Night Like This e la tenebrosa Sinking. Altro discone che contraddice il luogo comune secondo cui la musica degli anni Ottanta fosse tutta spazzatura…

 


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1995 – È l’alba 9 agosto quando, a soli 53 anni, se ne va Jerry Garcia, chitarrista e storico fondatore dei Grateful Dead, nonché figura di assoluto rilievo nella storia della psichedelia californiana. Garcia, all’epoca, era paziente presso il centro di riabilitazione Serenity Knolls a Lagunitas-Forest Knolls in California, minato da diversi disturbi, alcuni dei quali probabilmente provocati dall’uso intensivo di sostanze stupefacenti. Al suo funerale, tenutosi il 12 agosto, erano presenti anche Bob Dylan e il cestista Bill Walton.

Chitarrista di impostazione bluesgrass, Garcia si distinse per uno stile assai innovativo per l’epoca ed era noto per gli assoli chilometrici, spesso improvvisati sempre alla ricerca di una traccia melodica da fare emergere all’interno delle canzoni. Tra le maggiori influenze, che ne distinsero l’approccio compositivo, si annoverano il jazz, il country e il blues. Nel corso della sua carriera suonò circa 25 modelli di chitarre (che qualcuno, con dovizia di particolari, si è cimentato a censire qui).


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