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mercoledì 26 marzo 2025

IL CONCERTO INCANTATORE, di Franco Vassia

 


IL CONCERTO INCANTATORE

di Franco Vassia

 

Nel ricovero riabilitativo della casa di cura CRRF Mons. Luigi Novarese in località Trompone, a cavallo dei comuni di Villareggia e di Moncrivello dove la provincia di Torino diventa vercellese, gli artisti napoletani di PAESE MIO BELLO hanno tenuto un concerto per gli operatori e per gli ospiti della struttura quale segno di ringraziamento per le amorevoli cure prestate a Patrizia Spinosi dopo un'operazione al ginocchio. 

Accompagnati dalla magia chitarristica di Michele Boné, Gianni Lamagna, Patrizia Spinosi e Anna Spagnuolo - Lello Giulivo, l'altra voce maschile del gruppo era assente per impegni pregressi - hanno intessuto un mosaico di voci di rara bellezza, di poesia e di teatralità: un collage di cultura, di umanità e dell'identità di Napoli, delle ricerche di Roberto De Simone e de La Gatta Cenerentola, capolavoro assoluto della Nuova Compagnia di Canto Popolare dove Gianni Lamagna ha anche raccolto l'eredità di quel gruppo che negli Anni '70 ha saputo rivoluzionare la musica popolare e folklorica del grande Sud. Un gesto spontaneo di rara bellezza, di profondo amore e di grande sensibilità. Un manifesto di cos'è e di che cosa dovrebbe essere la musica, oggi purtroppo merce dozzinale in mano a maneggioni, cialtroni e ciarlatani. Il concerto incantatore: una delle pagine più belle da archiviare nei pressi del cuore e nell'anima.




domenica 23 marzo 2025

Sykofant – “Red Sun”-Commento di Alberto Sgarlato

 


Sykofant – “Red Sun” (2025)

di Alberto Sgarlato


Squadra che vince non si cambia. Così recita un antico proverbio. E questo è quanto devono aver pensato anche Emil Moen (voce e chitarra), Melvin Treiders (batteria), Per Semb (chitarra) e Sindre Haugen (basso) nel dare alle stampe questa seconda opera a nome Sykofant.

Dell’album d’esordio omonimo, uscito poco meno di un anno fa, avevamo già parlato diffusamente in questa recensione su MAT2020 e lo avevamo entusiasticamente salutato come una vera boccata d’aria fresca nel vasto e variegato panorama progressivo internazionale.

Sì, perché nel III Millennio, “progressive rock”, può significare un genere musicale ben definito e codificato, sempre più diviso in sottogeneri (il sinfonico, il prog-metal, il jazz-rock e molto altro) oppure può significare un’attitudine: la voglia di abbattere gli steccati, di contaminare gli stili in modo spiazzante, di cercare nuove strade compositive sempre diverse da quelle canoniche.

Questo quartetto norvegese sceglie saggiamente la seconda via e ci offre un sound affascinante e personale, che non si lascia facilmente ingabbiare in soluzioni derivative.

Nel disco di esordio, infatti, parlavamo di grunge che incontrava il funky e dello stoner più cupo a braccetto con la psichedelia più rilassata.

Ma se nel debutto questa urgenza comunicazionale si esprimeva sorprendentemente in oltre un’ora di musica, per questo nuovo titolo del catalogo, intitolato “Red Sun”, la band opta per un EP di soli tre brani, divulgati a partire dal 20 marzo e con il singolo omonimo in anteprima dal 6 marzo.

Non mancano momenti di vibrante energia, ma la sensazione è che i Sykofant, rispetto all’esordio dalle tinte spesso vicine all’hard rock, per questo EP abbiano deciso di abbracciare invece maggiormente gli aspetti più introspettivi e riflessivi del loro sound.

Lo dimostrano i 7 minuti della opener “Ashes”, che prima di deflagrare in uno splendido arpeggio e verso ben calibrati, pulitissimi, stacchi ritmici, si affidano a un minuto e mezzo di impalpabile introduzione di ambient music.

In questo brano c’è già buona parte della cifra stilistica dell’EP: le suddette sperimentazioni eteree che tanto sarebbero care a Fripp e Eno, il grandissimo lavoro basso/batteria in qualche modo “figlio” di band storiche come Rush e Primus, le geometrie matematiche, taglienti e pulite, delle chitarre, un cantato sempre di fortissimo impatto melodico (per il quale non è blasfemo azzardare un paragone con gli statunitensi Echolyn), un azzeccatissimo solo chitarristico conclusivo.

Veniamo dunque alla seconda traccia, nonché title-track e singolo di esordio. Anche qui troviamo una breve introduzione affidata a inaspettati rumorismi, che ben presto deflagra in accordi di chitarra dal sapore new-wave e dark-wave. Ma quando tutto diventa più intimo la band manifesta un dichiarato amore per i Pink Floyd, decisamente palese nel cantato, nelle slide guitars, nelle ritmiche, nella delicatezza dell’assolo.

I 10 minuti circa di “Embers” concludono l’EP e sono anche quelli in cui la band ritorna maggiormente alla durezza dell’esordio, in un caleidoscopio di riff fiammeggianti, sempre alternati alle efficaci melodie cantate, marchio di fabbrica del gruppo, dilatazioni psichedeliche ariose e suggestioni cosmiche (la sezione centrale del brano è un vero e proprio “viaggio”). E non mancano, negli ostinati alternati a momenti più arpeggiati, echi di brani come “2112” o “Xanadu” dei Rush.

Se nell’album di debutto i Sykofant ci avevano piacevolmente sorpreso, in questo EP ci hanno altrettanto piacevolmente disorientato ed entusiasmato.

Aspettiamo con ansia il terzo lavoro (già annunciato dalla band, ancora in forma di EP, per la fine del 2025), con la certezza che sarà la piena riconferma di quanto già ottimamente dimostrato fino a ora.






venerdì 21 marzo 2025

Il giorno 21 dedicato a Francesco Di Giacomo


 21 marzo

 

“….la primavera è inesorabile”

 

Ci sarai sempre

Buon viaggio capitano!

Wazza


Dalla rete...

Ho scoperto il Banco per puro caso: la mia ex voleva vedere Finardi al Regio di Parma, salvo poi scoprire che faceva da spalla per qualche pezzo a un gruppo che non avevo mai visto prima. La mia ex era incazzata come un drago, io ero al settimo cielo: avevo conosciuto il Banco del Mutuo Soccorso.

Anni fa, avevo ottenuto un permesso di uscita anticipata dalla fabbrica dove lavoravo come operaio. Solo, andai in un paesino in provincia di Modena, con il terrore di arrivare tardi. La piazza era ancora vuota, come il palco. Vidi aggirarsi Vittorio Nocenzi, gli chiesi se dopo il concerto potevo fare due chiacchiere con loro, mi rispose gentilmente che avrebbero mangiato lì a fianco, dove c'erano quei tavoli. La piazza si riempì. La musica e la voce di Francesco Di Giacomo… Terminò il concerto e non stavo più nella pelle

Vidi la piazza svuotarsi, restarono le cartacce, arrivarono i netturbini, poi rimasi solo io. Era l'una, passò Vittorio, mi avvicinai, mi sorrise e mi invitò a sedermi con loro. Mi chiesero cosa volessi mangiare, non avevo fame, ero felice. Riuscii a dire che quel sigarillo che Vittorio teneva in bocca durante il concerto sembrava cadere da un momento all'altro e invece da trent'anni era ancora lì. Mi parve una bella metafora. "È liquirizia", mi disse lui. Osservai Rodolfo Maltese, Vittorio, Francesco. Non ci credevo!

La mattina dopo ero di nuovo in fabbrica, ne parlai coi colleghi, mi guardarono come un marziano. Ma che glielo dicevo a fare?

"Andiamo a Fidenza? – dissi a una ragazza – c'è il Banco del Mutuo Soccorso!" e lei: "È una trattoria?". Non le ho mai portato rancore per l'affronto, anzi: ci siamo sposati e oggi abbiamo due figli. L'ho perdonata.

Qualche anno fa a Zagarolo, in un bellissimo palazzone, arrivammo per lavoro, sotto una pioggia battente e un vento forte. Dal palco vidi lui, seduto tra le prime file, Francesco Di Giacomo, e quando finimmo facemmo due chiacchiere, gli raccontai di come la mia vita avesse avuto la sua voce come colonna sonora (gli dissi anche di mia moglie, ridemmo), mi parlò di Bella Ciao, di una balconata di paese, di un 25 aprile e di quei fiori che cadevano giù mentre la gente cantava. Non ho una foto di quel momento, ricordo la felicità, nella foto non ci sarebbe entrata, ne sono sicuro. Non è vero che se ne vanno sempre i migliori, perché i migliori si possono cantare, magari non con quella voce lì, che non si può avere tutto, ma si possono cantare sempre. E Francesco canta "non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno…" ed io lo ascolto ancora.




martedì 11 marzo 2025

IKITAN - Shaping The Chaos-Commento di Luca Paoli

 


IKITAN - Shaping The Chaos

Di Luca Paoli

 


Pubblicare un album rock strumentale oggi potrebbe sembrare una scelta rischiosa, data la difficile situazione dell'industria musicale. Eppure, l'abilità di quei musicisti che si avventurano su questo terreno merita senza dubbio rispetto. Raccontare una storia esclusivamente attraverso gli strumenti non è semplice: richiede una combinazione di tecnica e immaginazione per suscitare emozioni senza l'ausilio di parole.

"Shaping The Chaos" degli IKITAN si inserisce perfettamente in questa dimensione, presentandosi come un viaggio musicale che si sviluppa in nove tracce, ognuna ispirata a fenomeni naturali e luoghi affascinanti del nostro pianeta … è il primo album completo della band, dopo l’EP di debutto Twenty-Twenty.

Registrato tra il 2021 e il 2025 presso i Marsala Studios di Genova, il disco è distribuito da Taxi Driver Records.

Il sound della band si distingue per la fusione di post-rock, metal, stoner, psichedelia e influenze progressive. Chitarre eteree, un basso profondo e una batteria potente creano un'esperienza di ascolto coinvolgente e dinamica, arricchita da un’ottima registrazione che enfatizza ogni dettaglio sonoro.

Il lavoro si sviluppa in nove tracce distinte, con sette di esse nella versione vinile. Rispetto al precedente EP, che si presentava come una suite unica di 20 minuti e 20 secondi, Shaping The Chaos porta la band a esplorare strutture più articolate, ma mantenendo un carattere strumentale inconfondibile.

L'album prende il via con "Chicxulub", una traccia atmosferica che evoca il drammatico impatto dell'asteroide che segnò l’estinzione dei dinosauri, creando un'atmosfera di mistero.

Con "Lahar", i ritmi energici e potenti trasmettono la furia delle correnti di gas e cenere vulcanica, mentre "Darvaza" ci immerge in sonorità ipnotiche, che ricordano il cratere infuocato in Turkmenistan.

"Sailing Stones" ci porta nel deserto della Death Valley, con melodie fluide e ritmi che sembrano danzare al ritmo delle misteriose pietre mobili.

"Natron", arricchita dal violino di Roberto Izzo e dalle percussioni di Olmo Manzano, esplora un’atmosfera profonda e meditativa, ispirata al lago Natron in Kenya … dieci minuti di pura magia.

La traccia successiva, "Bung Fai Phaya Nak", ci immerge in un'atmosfera esotica, dominata da ritmi pulsanti e da riff di chitarra che ne sono i protagonisti. Sebbene non manchino momenti di quiete, questi intervalli sono brevi e subito seguiti da una nuova esplosione di energia.

"Brinicle" crea una sensazione di fredda immersione, evocando le stalattiti di ghiaccio che si formano sotto il mare … notevole il lavoro offerto da batteria e basso che dialogano con la chitarra in modo energico ma anche complesso.

"Blood Falls", ispirata alle omonime cascate in Antartide, esplora tonalità cupe e melodie malinconiche. L’album si chiude con "52 Hz Whale", un brano breve ma carico di emozione, che richiama il canto solitario della balena che emette il suono più unico e misterioso del mare.

Le tracce dell’album, con i loro titoli evocativi, ci guidano attraverso una serie di paesaggi sonori: dalla devastazione delle cascate di sangue, al cratere dell'asteroide Chicxulub, fino al misterioso canto della balena solitaria. Ogni composizione diventa una narrazione che affascina sia gli appassionati di post-rock sia coloro che cercano atmosfere più dense e sperimentali.

"Shaping The Chaos" è uscito il 7 marzo 2025 in concomitanza con il Bandcamp Friday, con un release party il 9 marzo presso Flamingo Records Store a Genova.

La versione fisica del disco, disponibile in CD e vinile (con 100 copie numerate a mano e un poster in omaggio), riflette l'attenzione della band per la qualità del formato fisico. La grafica dell'album è stata curata da Luca Marcenaro.

Con questo lavoro, gli IKITAN consolidano la loro maturità artistica e la loro visione musicale, offrendo un album potente e ricco di emozioni, che li posiziona come una delle realtà più interessanti del panorama heavy post-rock italiano.

 

Track List:

Chicxulub

Lahar

Darvaza

Sailing Stones

Natron

Bung Fai Phaya Nak

Brinicle

Blood Falls

52 Hz Whale


Secondo alcune leggende, IKITAN è il Dio del suono delle pietre, ed è stato riportato in vita da: 

Luca Nasciuti: chitarre 

Frik Et: basso 

Enrico Meloni: batteria e cowbell 

Olmo Manzano: percussioni su “Natron” 

Roberto Izzo: violino su “Natron”

 



lunedì 10 marzo 2025

NORTHWINDS-"CIRCLES (Démos et Merveilles)"-Commento di Andrea Pintelli


NORTHWINDS

"CIRCLES (Démos et Merveilles)"

Di Andrea Pintelli


I magici Northwinds nel loro ultimo ballo. Questo è “Circles”, disco fatto di atmosfere diverse tra loro, ma legate dal comune denominatore che è Sylvain Auvé, venuto a mancare troppo presto. Lui era il leader della band, oltre che batterista, cantante, autore, e questo è il suo testamento, come, con tutta probabilità, è il testamento dei Northwinds stessi.

Come recita il sottotitolo, si tratta di canzoni nelle loro versioni demo (seppur suonate ad hoc), ossia le ultime magniloquenti composizioni, oltre a una cover dei maestri del doom (Black Sabbath, chi altri?). La copertina rappresenta appieno lo spirito che pervade questo lavoro, ed è oggettivamente una delle migliori in assoluto degli ultimi anni.

Prodotto e distribuito dalla Black Widow Records (gloria sempre), quest’opera chiude di fatto una storia nata trent’anni fa in Francia: un crescendo continuo di emozioni, idee ed evoluzioni che ha portato questa band a essere riconosciuta come una delle imprescindibili a livello mondiale di un non genere che spazia tra doom, dark prog, heavy e folk.

Talk To The Dead, primo brano proposto, è un monolite di rara potenza ed espressività; negli sferzanti accordi chitarristici trova spazio un’accattivante melodia di fondo, che ne accresce la dote. Il ritmo è più doom che non si può, dove improvvise accelerazioni squarciano le tenebre in cui i Northwinds vogliono portare l’ascoltatore. E poi la voce di Sylvain: magnetica e poderosa. Circles, con ambientazione fosca e rarefatta, rispetto alla traccia precedente gioca in maggior misura sulle armonie d’insieme, fondendo soavità, mistero e nebbie interiori. Dieci minuti in cui è consigliato immedesimarsi per trarne piena conoscenza, dove la noia è abbattuta da una mirabile favola nera, dove la musica d’insieme trova linfa vitale.

Images Of The Goat arriva all’occult rock e lo fa con le migliori modalità del caso, echi di Paul Chain compresi. Questo altrove dolcemente pericoloso, dove le sensazioni di assottigliano facendosi lame di affilatissimi rasoi (rappresentate dalla chitarra di Thomas Bastide), riescono nell’intento di creare paurose percezioni sussurrate da voci sconosciute.

Secret Of Time And Space continua nel solco del doom; qui le tastiere di Emmanuel Peyraud aiutano molto a tracciare il segno che collega l’ambiente e la mente dei nostri. Di certo la fantasia è una componente irrinunciabile per il gruppo, che qui ne fa sfoggio in maniera straordinaria.

Night Of The Ritual, forse la canzone più vicina al concetto di demo in questo disco, ha ritmo sostenuto dove la sezione ritmica formata da Auvé e Thomas Boivin trova terreno fertile in cui potersi mostrare con tutta la carica e vigore necessari. Il flauto di Pierre Champy ne ingentilisce il messaggio, con chiave di lettura che nel folk trova il suo fondamento. Di fatto, se fosse stato possibile arrangiarla con più tranquillità, avrebbe accresciuto la propria forza stilistica. Ma, si sa, il tempo è tiranno e con i Northwinds è stato anche bastardo.

Lord Of Stones, la canzone più breve del lotto, è anche (per chi scrive) la meno riuscita; un embrione che non ha avuto la possibilità di svilupparsi. Resta comunque una buona idea e come tale vivrà.

Piece Of Mind, ultima traccia, è una cover tratta da “13”, ultimo album in studio dei Black Sabbath. Grande interpretazione, ottimo coraggio ad affrontare tale sfida, ammirevole cuore nel mettersi al cospetto dei capostipiti.

I Northwinds si congedano dal loro pubblico, consci di avere regalato a loro, come alla Musica stessa, un carico eccezionale fatto di note, rappresentazioni, immagini e suoni che mai nessuno potrà ignorare o alterare. Resteranno per sempre.

Abbracci diffusi.


Tracklist:

1. TALK TO THE DEAD 8:49

2. CIRCLES 10:09

3. IMAGES OF THE GOAT 5:57

4. SECRET OF TIME AND SPACE 7:10

5. NIGHT OF THE RITUAL 8:54

6. LORD OF STONES 3:20

7. PIECE OF MIND (Black Sabbath cover) 4:25

 

Line up:

Sylvain Auve: Drums, Vocals

Thomas Bastide: Guitars

Thomas Boivin: Bass

Pierre Champy: Flutes

Emmanuel Peyraud: Keyboards 


Discography:

Northwinds, demo (1995)
Le Grand Dieu Pan, demo (1996)
R.I.P., demo (1996)
The Great God Pan, studio album (1998)
Masters of Magic, studio album (2001)

Chimeres, studio album (2006)

Land of the Dead, demo (2007)

Winter, studio album (2012)

Eternal Winter, studio album (2015)

She Talked To The Dead, demo (2017)

 

 

per contatti:

andrea.pintelli@gmail.com



 

sabato 8 marzo 2025

Cheat the Prophet – “Redemption”, commento di Alberto Sgarlato

 


Cheat the Prophet – “Redemption” 

di Alberto Sgarlato


La storia dei Cheat the Prophet, dal New Jersey, è davvero particolare, emozionante e coinvolgente: amici di lunghissima data (e, nel caso di due componenti su tre, fratelli), affiatati musicalmente da sempre, collaboratori nei rispettivi progetti musicali da decenni, giungono però al loro album d’esordio con il nome di Cheat the Prophet, intitolato “Redemption”, soltanto all’inizio del 2025.

In realtà i componenti avevano già suonato insieme sotto il nome di Ars Nova (soltanto omonimi del gruppo prog giapponese e di un quartetto romano nato nel 1974) e, successivamente, come Nepenthe, monicker adoperato dal 1993 al 1999, con la pubblicazione di un album nel 1997.

E arriviamo, quindi, a questo nuovo progetto, avviato durante il periodo del Covid-19, che consegna alla storia il suo primo album intitolato “Redemption”.

La formula in power-trio, che vede il bassista-cantante Matt Mizenko e il chitarrista Todd Mizenko ambedue impegnati anche dietro le tastiere e nella programmazione di loops e di tappeti, con il drummer Jamie Boruch a chiudere il triangolo, fa immediatamente pensare ai Rush nel loro periodo anni ‘80, quello maggiormente caratterizzato dalla commistione e sperimentazione tra neo-prog, elettronica e new-wave.

Le sonorità dei Cheat the Prophet, però, sono drasticamente diverse e si muovono su ben altre coordinate: in particolare la chitarra, presente e “marmorea”, richiama alle ultime frontiere del metal-prog più moderno ed eclettico.

Le progressive band statunitensi, inoltre, hanno da sempre una grande cura nelle armonie vocali, secondo uno stile varato già ai tempi di Kansas e Styx per passare nel corso dei decenni attraverso Magellan, Spock’s Beard e Echolyn.

Ecco, appunto: il nome degli Echolyn non è qui certo citato per caso. Troviamo proprio il chitarrista di questa band, Brett Kull, impegnato dietro al banco di mixaggio per rendere perfetto, limpido, ben dipanato e “grosso” quanto basta l’ottimo sound di “Redemption”.

Abbiamo citato Rush ed Echolyn. E in comune con queste due band i Cheat the Prophet hanno anche l’approccio mentale, caratterizzato da un sapiente amalgama di citazioni letterarie, riflessioni filosofiche e umorismo spesso surreale e spiazzante. A cominciare dal nome della band, tratto da una citazione del romanzo del 1904 “Il Napoleone di Notting Hill”, di Chesterton. Secondo l’autore, “Imbrogliare il profeta” non è altro che una metafora dei destini dell’umanità descritta come un gioco per bambini, nel quale l’unica regola è “Aspettare che tutti gli uomini intelligenti siano morti, seppellirli bene e poi andare a fare qualcos’altro”.

E ora passiamo alla musica: si parte con “Chaos”, ma è tutt’altro che caotica questa perfetta alchimia di incastri matematici tra tastiere e chitarre. Un pianoforte volontariamente suonato in modo asciutto e percussivo si interseca bene con le sonorità dure della chitarra; il cantato, morbido ed elegante, suona molto “anni ‘80”, evocando il ricordo di Talk Talk, Tears for Fears (dei quali i Nepenthe avevano molto tempo fa anche eseguito una cover), mentre quando la melodia si apre nel ritornello ricorda i Pendragon del periodo tra “The window of life” e “The masquerade overture”.

Le linee basso/batteria così presenti, effettivamente, richiamano i Rush, ma dal quarto minuto un duetto elettroacustico di chitarre sorprende l’ascoltatore. Finale metal-prog dalle melodie arabeggianti al sapor di Dream Theater. Partenza deflagrante per quello che fin dalle prime note si afferma già come un album eccellente.

Con “Bad bitch” le atmosfere svoltano verso un seducente metal-prog a tinte dark, uno degli episodi più duri del disco, tra batterie elettroniche industrial, cantato a tratti sussurrato e a tratti urlato, chitarre ora arpeggiate, ora a riff, Hammond distorti e bass synthesizers sibilanti.

Ma i Cheat the Prophet sono sempre molto abili a sorprendere, ed ecco che in direzione opposta va la dolce e commovente ballad “Marvelous World (Losing Season)”, dominata dal piano, dalla chitarra acustica e da eleganti tocchi di percussioni, su cui si erge una grande prestazione vocale solista e corale, il tutto proiettato verso il crescendo finale. Una delle vette dell’album.

Nel progressive rock spesso i chitarristi si ritagliano degli “interludi” acustici in situazioni totalmente solitarie. Gli esempi più celebri sono quelli di Howe negli Yes (“The Clap” o “Mood for a day”) e di Hackett nei Genesis (“Horizons”), ma si potrebbero citare anche “T. O. Witcher” di Steve Morse nei Kansas, “Broon’s Bane” di Lifeson nei Rush, il duetto elettroacustico “The end of the endless majority” di Clive Mitten e Andy Revell nei Twelfth Night… anche Todd Mizenko non si sottrae a questa nobile tradizione e con “Paper white" (11.16) ci regala 4 minuti di pura poesia.

Gli undici minuti di “Whisper”, la traccia più lunga dell’opera, iniziano con un Mellotron che, proprio come dice il titolo, sembra “sussurrato” nelle prime note. Ma rapidamente il pezzo cresce, in un sublime connubio tra il metal più moderno (nel cantato, nei riff di chitarra, del drumming e nel basso molto presente) e il progressivo rock più classico (nelle sonorità vintage delle tastiere e nei meravigliosi ricami di pianoforte). In questa traccia, grazie alla lunga durata, la band riesce a esprimere al meglio le sue varie sfumature espressive.

Un puro esercizio di funambolismo è la conclusiva “Zaff’s Fez”, momento strumentale da meno di un paio di minuti di durata, caratterizzato dall’alternarsi tra sorprendente velocità e altrettanto sorprendenti rarefazioni.

Concludendo: che voi siate fans del neo-progressive, del metal, della dark-wave, della fusion o del math-rock, questo disco si imporrà come uno dei “must have” del 2025, a riprova della grande varietà espressiva di cui la band è capace.

Ora non resta che sperare che Todd, Matt e Jamie, a.k.a. Cheat The Prophet, dopo un percorso di crescita durato oltre 30 anni, facciano presto seguire a questo album di esordio altre pubblicazioni, imponendosi come meritano nell’Olimpo delle più interessanti realtà progressive del Nuovo Millennio.


https://www.cheattheprophet.com/

https://open.spotify.com/album/6EXrDjPtVXP8IQY8Lc5kTq?si=8Qg_b-TVR8KW8WvPDxUP8g