Era il luglio del 1986 quando i
GTR, gruppo fondato da due grandi
chitarristi - Steve Hackett e Steve Howe -, pubblicano l’album di
debutto e iniziano un tour in nord America ed Europa.
Oltre a Howe e Hackett i GTR
comprendevano Max Bacon alla voce, Phil Spalding al basso e Jonathan
Mover alla batteria.
A maggio dello stesso anno avevano rilasciato
il loro album omonimo che ebbe un ottimo successo; anche il singolo estratto, “When
the Heart Rules the Mind”, arrivò al 14° posto in UK.
Ma durante il tour nacquero problemi
finanziari - e personali - tra i due Steve.
Il progetto doveva andare avanti con
Brian May (ex Queen) al posto di Steve Howe, ma naufragò nel giro di un anno.
Nel luglio 1969 i Rolling Stonespubblicano
il 45 giri "Honky Tonk Woman",
che diventerà una delle tante "Hits" di Jagger & Richards.
Ma il chitarrista americano Ry Cooderrivendica
l'intro inziale, accusando Keith Richard di averla copiata in una precedente
session.
A Ry Cooder nel 1969 fu proposto di
sostituire Brian Jones, ormai dimissionario come chitarrista degli Stones.
Cooder aveva già suonato la chitarra come session-man in "Let it Bleed"
e "Sticky Fingers" e preferì continuare la sua carriera da
solista (e meno male)!
Il 17 luglio 1996 ci lasciava Bryan James
"Chas" Chandler, un musicista il cui impatto ha plasmato non solo
il suono di una generazione, ma ha anche lanciato la carriera di uno dei più
grandi chitarristi di tutti i tempi. Meglio conosciuto come il bassista
originale degli Animals e l'uomo che scoprì e lanciò Jimi Hendrix, Chandler è
deceduto all'età di 57 anni a causa di un aneurisma aortico, lasciando
un'eredità che va ben oltre le sue note sul basso.
Nato il 18 dicembre 1938 a Heaton, Newcastle-upon-Tyne,
Chandler iniziò la sua carriera musicale imparando a suonare la chitarra e poi
il basso mentre lavorava come tornitore. La sua bravura lo portò a unirsi
all'Alan Price Trio nel 1962, che presto si trasformò negli Animals con
l'arrivo del carismatico cantante Eric Burdon. Con la sua solida base ritmica e
le sue distintive linee di basso in brani come "House of the Rising Sun"
e "We Gotta Get Out of This Place", Chandler fu un pilastro
fondamentale nel sound della band che contribuì a definire la British Invasion.
Tuttavia, il contributo di Chandler alla musica andò ben
oltre il suo ruolo di strumentista. Insoddisfatto della gestione finanziaria
degli Animals, nel 1966 decise di intraprendere una nuova carriera come manager
e produttore. Fu durante un viaggio a New York che la storia della musica prese
una svolta decisiva. Al Cafe Wha? nel Greenwich Village, Chandler rimase
folgorato dall'esibizione di un giovane e sconosciuto chitarrista di nome Jimi
James, che di lì a poco sarebbe diventato Jimi Hendrix.
Riconoscendo immediatamente il potenziale rivoluzionario di
Hendrix, Chandler lo convinse a trasferirsi a Londra, dove lo introdusse alla
scena musicale britannica, reclutò Noel Redding e Mitch Mitchell per formare la
Jimi Hendrix Experience, e produsse i loro primi due album seminali: "Are You Experienced" e "Axis: Bold as Love". La sua
visione e il suo acume imprenditoriale furono cruciali nel plasmare l'immagine
e il sound di Hendrix, trasformandolo da un talento grezzo a un'icona globale.
Si racconta che Chandler vendette persino il suo basso per finanziare le prime
sessioni di registrazione di Hendrix.
Dopo l'esperienza con Hendrix, Chandler continuò la sua
carriera di successo come manager e produttore, portando al successo un'altra
band iconica, gli Slade, gestendoli per dodici anni e contribuendo alla loro
ascesa nel glam rock britannico. Negli anni '90, fu anche uno dei promotori
chiave dietro lo sviluppo della Newcastle Arena, un'importante sede per eventi
sportivi e di intrattenimento nella sua città natale.
Chas Chandler è stato un vero architetto del rock. La sua
capacità di identificare e coltivare talenti, unita alla sua profonda
comprensione del business musicale, lo rende una figura di spicco la cui
influenza persiste ancora oggi. La sua eredità è quella di un uomo che, sia sul
palco che dietro le quinte, ha avuto un impatto indelebile sul panorama
musicale globale.
Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia
del rock
Di Maurizio Pupi Bracali
Quando, qualora vogliate approfondire questo
articolo sui Patto, vi accosterete a una qualche enciclopedia del rock e
leggerete a proposito di Mike Patto: una voce roca e possente
dall’inevitabile paragone con Joe Cocker, non credeteci.
La voce di questo bravissimo cantante inglese
non era affatto possente e leonina come quella del singer di Sheffield, bensì
calda e pastosa e solo leggermente velata da un’ombra di raucedine che ne
esaltava i chiaroscuri rendendola molto interessante. Se un paragone dobbiamo
proprio farlo, per capirci, si potrebbe dire che quel timbro vocale era molto
più simile a quello del “sensazionale” AlexHarvey che a quello
di tanti altri “negri bianchi” dell’epoca.
Detto questo, si sappia che gli Stanlio e
Ollie (Halsall) del rock, inseparabili come due gemelli siamesi cominciano la
loro carriera entrambi sedicenni, in un oscuro gruppo il cui pregio, oltre
quello di essere la crisalide dei Patto, è quello di mettere in luce un
batterista che dopo quell’esperienza, al contrario della strana coppia, farà
soldi a palate militando in un gruppo multimiliardario che, come ragione
sociale, utilizzerà addirittura il suo cognome: i Fleetwood Mac.
Bo Street Runners è il nome di quel
gruppo che prima della fuoriuscita di Mick Fleetwood partecipa a un contest,
come si usa dire adesso, vincendolo e meritando la pubblicazione di un brano
nell’album di artisti vari “Ready Steady win” edito dalla Decca nel
1966.
La precocità artistica di Halsall e Patto (quest’ultimo
è un curioso nome d’arte senza alcun significato poiché il vero cognome del
cantante è McCarthy), dopo l’affondamento di quella band effimera e
propedeutica, si esprimerà in un nuovo gruppo: i Timebox, che oltre i
due fondatori vede l’ingresso di tre nuovi musicisti: il batterista John
Halsey, il bassista Clive Griffiths e Chris Holmes alle tastiere. Questa
formazione registra l’omonimo album che per motivi, legali, personali, ed
economici non verrà, all’epoca, pubblicato, riuscendo a venire alla luce solo
dieci anni dopo: (Timebox/ Original moose on the loose – 1977 Cosmos Usa)
Ollie Halsall
È a questo punto, che con l’abbandono di
Holmes, il quartetto rimasto assume il nome Patto.
Un nome che, pur non venendo mai iscritto
nelle varie Hall of fame del rock, verrà stampato e inciso a chiare
lettere nel cuore e nella memoria di sparuti gruppi di critici e appassionati
di buona, anzi, ottima musica senza frontiere.
È il 1970 quando sotto la supervisione di un
produttore illuminato come Muff Winwood, fratello del più celebre Steve,
esce il primo album del gruppo.
“Patto” è un’opera eccellente. Il duo Halsall
/Patto ha raggiunto la piena maturità compositiva e artistica, supportati da Griffiths
e Halsey che oltre a partecipare alla stesura dei brani, sono molto più di due
semplici comprimari; la loro sezione ritmica metronomica e pulsante è talmente
vivace e sostenuta che attribuire il ruolo di gregari a due musicisti del
genere sarebbe altamente riduttivo.
Il disco si rivela anche il trampolino di
lancio per far conoscere Ollie Halsall come chitarrista extraordinaire
dal tocco magico, personale e difficilmente imitabile.
E nonostante le note di copertina ben segnalino
che il chitarrista mancino si adopera anche al piano elettrico e al vibrafono
l’effetto straniante che produce l’assolo di quest’ultimo strumento nel bel
mezzo del brano The Man che apre l’album è quasi sconvolgente. Bisogna
calarsi in quegli anni dove già il flauto di Ian Anderson creava
atmosfere lontane da certo rock vigoroso e muscolare per capire come la
delicatezza di quei fragili e dolcissimi tocchi percussivi che nessuno mai
avrebbe immaginato in un contesto rock lasciassero a bocca aperta più di un
ascoltatore.
Per godere invece del chitarrismo scaligero
che rese famoso Ollie Halsall bisogna aspettare il quarto brano: Red Glow
è un furioso saliscendi di note infuocate che si susseguono incessanti tra le
parti cantate da Mike Patto e una sostenuta base ritmica. La dolce e sincopata Government
Man, sempre sottolineata dalle tessiture armoniche di Halsall e dal cuore
pulsante di un basso e una batteria strepitosi, è un gioiellino jazzy tra le
trame di una musica difficilissima da definire, assolutamente personale, e,
ritornando a quegli anni, sicuramente innovativa.
Altro momento di grande interesse è la lunga Money
Bag dove dei suoi dieci minuti esatti di durata i primi sei sono
appannaggio di Halsall che sostenuto dai due ritmi sviscera segmenti di
chitarra jazz correndo ancora su e giù per le scale fino al momento in cui
l’ascoltatore ormai convinto di trovarsi di fronte a uno strumentale in trio
viene ammaliato dalla voce di Mike Patto che seducente e arrochita appare dal
nulla trasformando gli ultimi quattro minuti in una sorta di altra bellissima canzone.
Il secondo album, Hold your fire,
sempre sotto la supervisione di Muff Winwood, come pure capiterà al
successivo, esce nel 1971; è un album splendido con una manciata di canzoni
(per l’esattezza otto come nel disco precedente) tra atmosfere delicatamente
rockeggianti, sentimenti jazz, e una spruzzatina di soul/blues. Il disco ha
anche due notevoli peculiarità: una fantasmagorica copertina che raffigura tre
personaggi fumettistici che cambiano abiti e apparenza sovrapponendo a quelle
immagini parti della copertina stessa che si divide in tre strisce distinte e
separate, e il fatto di creare tra gli estimatori del gruppo due scuole di pensiero
tra i sostenitori del primo album come capolavoro discografico della band e la
corrente che invece afferma che è proprio Hold your fire la vetta
artistica del quartetto inglese.
Nessuna scelta, naturalmente, fu più ardua di
quella di attribuire questa palma d’oro, ma il vostro cronista che non ama gli ex
aequo deve confessare di propendere per questo secondo album pur essendo
una decisione da pistola alla tempia.
Al di là di gusti e preferenze Hold your
fire è innegabilmente un prodotto di altissimo livello. Ollie Halsall
accentua la sua vena chitarristica in brani capolavoro quali la title track o
la strepitosa e jazzatissima Air rad shelter interamente scritta da lui.
Mike Patto canta in maniera memorabile ancora ignaro di quanto succederà da lì
a poco alle sue corde vocali, la sezione ritmica, benché non partecipante alla
composizione dei brani come nel primo album, è unamacchina da guerra insostituibile in un disco
dove non c’è nulla da buttare a cominciare dal brano you, you point your
finger dolcissima ballad che godrà di un effimero e assolutamente relativo
successo, diventando, tra i fans, il brano più conosciuto e citato del gruppo,
passando per le sincopi di Tell me where you’ve been fino alla porta
magica (magic door) dietro la quale si chiude questo fantastico album il
cui valore, comunque intrinseco, è ancora una volta da ricondurre in anni, e si
perdoni la ripetizione, dove una musica così al di fuori da tutti gli schemi
dell’epoca risultava ostica e difficilmente definibile.
Il 1972 è invece l’anno di “Roll’em
smoke’em put another line out”, (ancora solo otto canzoni) album che al
contrario dei precedenti mette d’accordo tutti: la terza fatica dei Patto è un
gradino (ma solo un piccolo gradino, beninteso) sotto la media dei primi due
dischi.
In realtà, a un ascolto attento e senza
pregiudizi, si tratta ancora di opera più che dignitosa sfiorante i vertici di
quelle che la precedono alla quale si può però forse imputare una declinazione
verso forme sonore più commerciali, probabilmente dovute a un desiderio di quel
successo di massa mai giunto a coronare le eccelse qualità compositive e strumentali
di questi favolosi quattro musicisti.
Curiosamente in questo album Halsall
accantona in parte la chitarra che lo ha reso tra gli strumentisti più
apprezzati del suo tempo per dedicarsi maggiormente alle tastiere che comunque
suona mirabilmente come dimostra l’iniziale Flat footed woman, dove la
totale assenza del plettro è sostituita da un pianoforte ora martellante, ora
dolcissimo e da un tappeto di organo che unitamente al cantato di Mike Patto
fanno sembrare il brano quasi un plagio della celeberrima Delta Lady del
mitico Leon Russell. La singhiozzante Singing the blues on reds
invece entra direttamente nella funky corporation provocando sicuramente
brividi di piacere agli appassionati di James Brown o di Sly Stone.
La chitarra fiammeggiante di Halsall però si
rifà viva in Loud Green Song dimostrando che il guitar hero è ancora
degno di questo nome mentre scala le vertiginose vette di un assolo incandescente,
mentre Turn Turtle, di nuovo senza chitarra, profuma di glam rock con
coretti a là Cockney Rebel e un pianoforte dal martellamento honky
tonky. I got rhithm, splendida ballad atmosferica riporta ai sapori speziati
dei due primi album e una doppietta finale di ottime canzoni dalle inflessioni
folksy conclude questo album ancora pregno di umori sanguigni e viscerali.
Il 1972 è anche l’anno di importanti tour: i Patto
volano negli USA dove apriranno i concerti americani di Joe Cocker (ma
guarda un po’...) ma è anche la volta dell’Italia. In un luglio infuocato i
quattro ragazzi suonano ad Albenga (SV) dove il vostro cronista ha la ventura
di assistere a quel concerto. Salgono sul palco del Palasport senza
presentazioni, ancora con le luci tutte accese e ti chiedi se quei quattro tipi
così “normali” siano davvero loro o dei roadies che fanno un ultimo soundcheck
degli strumenti. Ma nel momento in cui senza proferir parola parte il riff
arpeggiato di Hold your fire tutti i dubbi svaniscono. Si rimane
incantati dalla maestria di quei quattro ragazzi che lontani dai mantelli
fluorescenti di Rick Wakeman, dai travestimenti di Peter Gabriel,
dalle borchie metallare dei Kiss, e dalle capigliature leonine di Black
Sabbath o Deep Purple, sembrano quattro studentelli appena usciti
dal doposcuola. Ollie Halsall ha una camicia di flanella a scacchi rossi portata
fuori dai jeans e ciabatte infradito, Mike Patto indossa una classica t-shirt
bianca, jeans e scarpe da ginnastica senza calze. Degli altri due la memoria
non aiuta ma il ricordo riunisce il gruppo in un look (look?) da ragazzi della
porta accanto, senza orpelli esteriori e divistici.
Anche il concerto è senza orpelli: ed è uno
strano concerto. I quattro non aprono mai bocca tra un brano e l’altro, non
parlano mai al pubblico e tra di loro non si rivolgono neanche la parola; non
si capisce se nell’aria c’è qualcosa che non va, qualcosa di storto, forse
un’atmosfera tesa. Si susseguono gli strepitosi brani dei primi due album e poi
dopo poco più di un’ora i quattro abbandonano il palco senza minimamente accennare
a un bis, tra la delusione del pubblico per un concerto bellissimo ma davvero
strano e troppo breve.
Forse quella particolare performance italiana
si può leggere oggi come la metafora di un momento magico che stava per
concludersi. Ancora pochi mesi e i Patto si scioglieranno come la neve
al sole. In quel periodo registrano un tentativo di quarto album tirato via per
i capelli, probabilmente demotivati e senza voglia, quel disco, uscito postumo
solo nel 2002, non si eleva oltre una mediocrità nemmeno tanto aurea.
Il 1973 vede però ancora Halsall e Patto
partecipare a progetti interessanti. Per la prima volta dopo anni la coppia
scoppia; le strade si dividono e i due sodali si ritrovano separati a
partecipare a due favolosi album entrati entrambi nella storia. Mike Patto si
ritrova a cantare coi cinquanta elementi riuniti da Keith Tippett sotto
il nome Centipede per lo straordinario “Septober Energy” pietra
angolare del jazz inglese, Ollie Halsall presta la sua chitarra live a Kevin
Ayers nell’altrettanto mitico “1 june 1973” impreziosendo con
le sue note dal gusto geniale e sopraffino le già stupende canzoni del
cantautore inglese.
Poi, come succede, i due compari fanno mente
locale; sono passati due anni dall’ultimo album dei Patto e la situazione è
quella di uno stallo. Nessuno dei due artisti ha ottenuto il successo sperato e
desiderato che comunque, e benché effimero, avevano sfiorato con quella
tripletta di ottimi dischi. Allora forse è il caso di riprovarci.
Persi per strada definitivamente Halsey e
Griffiths i due si rimettono insieme sotto la sigla Boxer ingaggiando
come ritmi un paio di musicisti di valore: Tony Newman, già batterista
per Jeff Beck e David Bowie e Keith Ellis con trascorsi in
Van der graaf generator, Juicy Lucy, e Spooky tooth.
L’album “Below the belt” esce nel 1975,
ed è, se non un capolavoro, un godibilissimo e sottovalutato disco. Più
ingiustamente e relativamente famoso per la copertina sexy e un po’ pacchiana
raffigurante una bellissima ragazza completamente nuda (la modella Stephanie
Marrian) in piedi a braccia aperte e gambe divaricate con solo le parti
intime coperte da un guantone da boxe, è invece un buon disco di rock
americaneggiante. Ollie Halsall adopera la slide in più di un brano e il suo
chitarrismo si fa più di maniera perdendo molto in originalità ma risultando
comunque indispensabile nell’economia del gruppo. La magnifica More than
meets the eye apice dell’album sembra uscita dal repertorio dei migliori Traffic,
lente ballate e brani più veloci si susseguono armoniosamente in un’operina
dove le venature jazzy tanto care al pubblico dei Patto sono scomparse
in luogo di riff più rockeggianti e americanismi ancora a là Leon Russell
comunque interessanti e degni di nota. Curiosità vuole che non accreditato
nell’album suoni anche il tastierista Chris Stainton, per l’appunto
sodale di Leon Russell, che entrerà in pianta stabile nel gruppo a
partire dal secondo album.
Secondo album che per una serie di
circostanze diventerà il terzo. Come già accaduto con l’unico disco dei Timebox
e con il quarto dei Patto, “Bloodletting” non viene pubblicato al
momento della sua registrazione ma ben tre anni dopo. È comunque un disco
strascicato e inutile, con diverse cover (Leonard Cohen, Neil Young,
Beatles, ecc,) sintomatiche per sottolineare un inaridimento creativo della
coppia Patto/Halsall. Quest’ultimo comincia (o continua) a fare uso di droghe
pesanti e abbandona definitivamente lo storico compagno per aleatorie avventure
musicali con Scaffold, Rutles, e Tempest.
“Absolutely” ultimo album dei
Boxer (ma penultimo in realtà come abbiamo visto) esce nel 1977, con il solo
Mike Patto circondato da vecchi e nuovi musicisti, passando totalmente
inosservato nella sua mediocrità in un’Inghilterra in preda a furori punk.
E se le più macabre cronache del rock
affermano che i T-Rex sono l’unico gruppo che non farà mai una reunion
essendone morti tutti i componenti, i Patto purtroppo seguono quasi a
ruota: un destino maligno e beffardo vuole che un grande cantante muoia proprio
per un tumore alle corde vocali nel 1979 a soli trent’anni, Ollie Halsall da buon
gemello diverso lo segue poco dopo stroncato da un’overdose di eroina e Clive
Griffiths rimane paralizzato in seguito a un incidente stradale.
Negli anni 2000 vengono pubblicati postumi a
nome Patto il live “Warts and All” e il famoso quarto album, “Monkey
Bum”, opere trascurabili e
meno che mediocri che non raggiungono neppure lontanamente i vertici della
prima tripletta di questa eccezionale, poco conosciuta e sfortunata band i cui
primi tre album di assoluta caratura, hanno il valore aggiunto di sembrare
scritti, suonati e pubblicati il mese scorso, e non è valore da poco.
Usciva nel luglio del 1968 "Shades of Deep Purple", primo LP dei Deep Purple.
Oltre a John Lord,
Ritchie Blackmore e Ian Paice, la band era composta dal cantante Rod Evans e
dal bassista Nick Simper, che poco dopo abbandoneranno il gruppo.
L’album, che in parte
comprendeva anche delle "cover", come “Help” dei Beatles, “Hush” di
Joe South e “Hey Joe” di Billy Roberts, sancisce la nascita dei Deep Purple.
Di tutto un Pop!
Wazza
Deep Purple
Very early days from 1968 featuring the Mark 1
line up with Rod Evans on vocals, and Nick Simper on bass guitar
Dopo due mesi di lavoro intenso e quotidiano, sento
finalmente la gioia di poter fare dono a tutti voi del docufilm dedicato all’Inferno
realizzato al Pacta di Milano. È un gesto di gratitudine verso chi ha
partecipato, sostenuto, condiviso, osservato, ascoltato. Un gesto che nasce dal
desiderio di restituire la vita di uno spettacolo che, pur essendo concluso,
continua a vivere.
Il film è disponibile su YouTube. Graditi i vostri like e i
vostri commenti, perché ogni traccia di presenza contribuisce a far vivere
ancora questa esperienza.
Ho voluto citare nei titoli di coda chi era presente al
Pacta, chi ha offerto filmati, fotografie, ma anche solo la propria presenza
fisica o digitale. È un modo per riconoscere che un’opera non esiste mai da
sola. È sempre un corpo collettivo, un respiro condiviso.
Potete, su mia concessione, postare liberamente il film sui
vostri canali social. YouTube, Facebook, Instagram. Potete anche condividere il
link dei vostri post con amici e conoscenti. La diffusione è parte del senso
stesso di questo lavoro.
L’audio è stato restaurato integralmente, rispettando
l’intensità drammaturgica del live. Il video è stato trattato come un viaggio
onirico. Filmati, fotografie, maschere create per Genova e poi rielaborate come
ritratti, estratti da documentari, illustrazioni. Tutto è stato sovrapposto in
un dialogo continuo, una sorta di Gesamtkunstwerk contemporanea fatta di azione
scenica, immagine, musica, costumi, fotografie, commento stampa. Un organismo
vivo che si muove, si stratifica, si apre.
Nella speranza di fare cosa gradita, vi abbraccio uno a uno.
Questo spettacolo è concluso, sì, ma il suo viaggio continua.
On the Other Sidedegli Space
Trafficsi apre come un invito a
entrare in un ambiente che non ha confini e che si muove con un ritmo proprio.
Il disco non parte con un’introduzione tradizionale, parte con un varco, una
porta che si apre e lascia entrare un flusso continuo. La band lavora su
un’idea precisa, costruire un viaggio circolare che non ha un vero inizio e non
cerca una fine, un movimento che si rigenera a ogni ascolto. È un modo di
pensare la musica che non punta alla divisione, ma alla continuità, alla
sensazione di attraversare uno spazio che cambia mentre lo percorri.
Gli Space Traffic arrivano a questo disco dopo un percorso
che li ha portati a definire una identità molto chiara. Nati in Valle d’Aosta,
hanno costruito negli anni un linguaggio che unisce rock, psichedelia e una
forte componente cinematica. Marco Pica guida il progetto con basso e
voce, Fabio Baldassarri porta una chitarra che alterna riff incisivi e
atmosfere avvolgenti, Florian Bua dà profondità ritmica con una batteria
che spinge e apre. Accanto a loro c’è Michele Picciurro, figura
fondamentale nel tradurre la dimensione live della band in studio, un vero
quarto elemento che ha contribuito a dare forma al suono del gruppo.
Il disco è stato registrato interamente dal vivo negli home
studio di Picciurro, una scelta che definisce il carattere dell’opera. Il suono
è diretto, organico, privo di quella patina che spesso rende tutto troppo
levigato. Qui si sente la presenza dei musicisti, la loro interazione, la loro
capacità di muoversi insieme senza forzature. Le note di produzione parlano di
energia del momento e spontaneità, e questa spontaneità diventa parte della
narrazione. L’accordatura a 432 Hz accompagna questa scelta, non come slogan ma
come elemento che sostiene la fluidità del disco. Le tracce vibrano con un
respiro naturale, come se la frequenza fosse parte del viaggio.
La tracklist segue un percorso che vuole essere un cerchio.
L’intro apre la porta e subito arrivano Jungle e Pictures, brani
che la band aveva già mostrato come segnali di una nuova fase creativa. Jungle
ha un movimento ipnotico, un groove che si avvolge su sé stesso e prepara
il terreno. Pictures lavora su atmosfere più sospese, un gioco di
immagini sonore che si rincorrono. Lady Bubblegum introduce una
componente più visionaria, un episodio che si muove tra psichedelia e rock con
naturalezza. Fake Memories porta un tono più introspettivo, un viaggio
interno che si apre lentamente. Bright illumina il percorso con una
energia più diretta, Looking Forward spinge in avanti con una
progressione che cresce senza strappi. On the Other Side è il cuore del
disco, il punto in cui tutto si richiude e si riapre, un brano che rappresenta
la filosofia dell’album. A Deeper Dream scende in una dimensione più
liquida, più rarefatta, mentre Back from the Other Side riporta
esattamente al punto da cui si è partiti.
Ogni brano ha una sua identità ma non vive da solo. Il disco
funziona come un’unica lunga traiettoria, un viaggio che non chiede di essere
interrotto, un lavoro che invita a restare dentro, a lasciarsi portare, a non
cercare il punto in cui tutto si ferma. La band costruisce un ambiente che si
rigenera ogni volta, come se il loop fosse una condizione naturale. Le
suggestioni cosmiche non sono un vezzo estetico, ma la metafora di un
attraversamento che riguarda tanto l’esterno quanto l’interno. La psichedelia
non è nostalgia, è un modo di dilatare lo spazio, e il rock non è un
contenitore, è la base su cui costruire paesaggi che si muovono come visioni.
Gli Space Traffic consegnano un disco che vive della sua
coerenza, della sua capacità di trasformare il tempo in movimento. On the
Other Side è un viaggio che si attraversa e si attraversa di nuovo, un
cerchio aperto che resta vivo proprio perché non si chiude mai del tutto.
Roger Chapman article from Disc
Magazine published 17th July 1971
Sulla rivista "Disc Magazine" del luglio
1971, articolo dedicato ai Family di Roger
Chapman.
Un gruppo quasi dimenticato, formato da grandi musicisti, con
l'aggiunta dell'esplosiva voce di Roger Chapman, che ha "ispirato"
molti cantanti cari al prog.
Da ricordare e riascoltare!
Di tutto un Pop…
Wazza
Family perform on BBC Old Grey
Whistle Test TV show, London, 1971, L-R John Wetton, John Whitney, Roger
Chapman, Rob Townsend, John Poli Palmer. (Photo by Michael Putland)
La scomparsa di Paolo Raffone rappresenta una perdita
significativa per la musica italiana. Pianista, compositore, arrangiatore e
direttore d’orchestra, Raffone ha attraversato decenni di attività con una
competenza rara e una sensibilità che molti colleghi hanno sempre riconosciuto come
fuori dal comune. La sua formazione, solida e rigorosa, lo aveva portato a
diplomarsi in pianoforte e a insegnare Analisi, Armonia ed Elementi di
Composizione al Conservatorio di San Pietro a Majella, istituzione con la quale
mantenne un legame profondo.
La sua carriera si è sviluppata in un territorio musicale
ampio, che comprende la tradizione napoletana, la canzone d’autore, la musica
colta e le forme più contemporanee della ricerca sonora. Raffone è stato un
collaboratore prezioso per numerosi artisti, tra cui Pino Daniele, con
cui condivise una stagione creativa particolarmente fertile. Il suo contributo
non si limitava all’arrangiamento: la capacità di leggere la struttura interna
di un brano, di comprenderne l’anima e di trasformarla in una veste orchestrale
coerente e duratura era considerata una delle sue qualità più distintive.
Nel corso degli anni Raffone ha lavorato con figure di primo
piano della musica italiana, tra cui Edoardo Bennato, Roberto Murolo,
Tullio De Piscopo, Rino e Marco Zurzolo, la Nuova Compagnia di
Canto Popolare, Enrico Ruggeri e molti altri. La sua presenza era
spesso silenziosa, discreta, ma decisiva: un professionista capace di dare
forma e profondità a progetti molto diversi tra loro, sempre con la stessa cura
e la stessa attenzione al dettaglio.
Accanto all’attività concertistica e discografica, Raffone ha
partecipato a numerose produzioni teatrali e orchestrali, collaborando con
ensemble, compagnie e istituzioni culturali. La sua versatilità gli permetteva
di muoversi con naturalezza tra linguaggi differenti, dal Blues al Jazz, dal
Rock alla musica contemporanea, mantenendo sempre una visione personale e una
ricerca costante sul suono.
Chi ha lavorato con lui ricorda la sua umiltà, la sua
intelligenza musicale e la capacità di instaurare rapporti professionali
fondati sulla fiducia e sul rispetto. Raffone era noto anche per una passione
parallela: la cucina, che coltivava con la stessa dedizione riservata alla
musica, trasformando spesso i momenti conviviali in occasioni di incontro e
scambio creativo.
La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo della musica e
della cultura. Raffone ha rappresentato una figura di riferimento per
generazioni di musicisti, studenti e professionisti che hanno trovato in lui un
esempio di rigore, sensibilità e amore autentico per l’arte. Il suo contributo
continuerà a vivere nelle opere che ha realizzato, nelle collaborazioni che ha
arricchito e nell’eredità musicale che ha lasciato.
Il 12 luglio 1983 ci lasciava Chris Wood, mitico, flautista, sassofonista, dei Traffic,
gruppo di cui si parla sempre poco.
Musicista sopraffino e pittore per diletto, ha contribuito ad
esaltare il sound dei Traffic. La sua presenza è fondamentale soprattutto su
album come "Dear Mr. Fantasy", "John Barleycorn Must
die", "The Low of High Heeled Boys".
Dopo la sua morte i Traffic gli dedicarono l'album "Far
from Home"… la figura centrale sulla copertina è uno stickman che
rappresenta un uomo che suona il flauto.
Compie gli anni oggi, 12 luglioAres Tavolazzi, bassista, contrabbassista, soprattutto in ambito
jazz.
È conosciuto nel
mondo prog per avere preso il posto di Patrick Djivas negli Area.
Una lunghissima
carriera la sua, passando da Carmen Villani, Francesco Guccini, Paolo Conte ed
un'infinità di collaborazioni con musicisti jazz.
Nel 2011, con Tofani e
Fariselli, ha riformato gli Area.
Happy birthday Ares!
Wazza
Luca
Manservisi, “Ravenna&Dintorni”, 20 maggio 2019 (intervista a Tavolazzi)
Ares Tavolazzi è uno
dei nomi che ha fatto la storia della musica italiana, stando spesso nelle
retrovie. Per molti resta semplicemente il bassista degli Area, uno dei gruppi
più avventurosi del panorama del progressive rock e non solo, ma Tavolazzi può
vantare una carriera cinquantennale che lo ha visto collaborare anche con
mostri sacri come Francesco Guccini, Paolo Conte, Mina o Lucio Battisti, fino
agli anni più recenti con Vinicio Capossela, passando dalla musica sperimentale
al pop, con una predilezione per il mondo del jazz, che lo vede ancora grande
protagonista. 71 anni da compiere tra poco, Tavolazzi continua a fare musica
senza curarsi troppo degli steccati, aderendo a progetti diversi tra loro e
trovando ora nuova linfa anche nel teatro.
Sabato 25 maggio
nell’ambito del Festival Polis sarà al teatro Rasi di Ravenna con la pluripremiata
attrice Silvia Pasello in Amor morto. Concerto mistico, spettacolo dedicato al
grande Carmelo Bene.
Come è nato questo
progetto?
«Come un omaggio a
Carmelo Bene, in occasione di un evento a Perugia (ideato e realizzato dal
saggista Piergiorgio Giacché nel settembre del 2017, ndr). Con Silvia (Pasello,
ndr), che è la vera protagonista dello spettacolo (e con cui Tavolazzi ha già
collaborato in passato, ndr) abbiamo analizzato alcuni testi che ho cercato di
rendere dal punto di vista musicale, con un effetto direi piuttosto mistico,
come da titolo, ispirato da una delle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, Amor
morto».
Che rapporto ha con
il teatro? Lo frequentava anche da spettatore?
«Non molto. Tutto è
iniziato anni fa grazie all’amicizia con Roberto Bacci di Pontedera Teatro
(Tavolazzi vive a Pontedera, ndr) che mi ha coinvolto per primo nella
realizzazione delle musiche per spettacoli. Si è trattato di una sfida
professionale, un lavoro diverso dal solito, su cui ho dovuto concentrarmi per
creare paesaggi sonori in grado di accompagnare testi scritti da altri, molto
stimolante».
E come reagisce il
pubblico del teatro, a differenza dei concerti?
«Spesso non sono
presente agli spettacoli, la mia musica è registrata, a meno che non siano
progetti speciali come quello con Silvia Pasello, che accompagno dal vivo. I
concerti, in generale, restano ancora l’aspetto più importante del mio lavoro».
Nuovi progetti
musicali in arrivo? Proseguirà la reunion degli Area?
«No, la reunion
(con cui i membri originali nel 2010 avevano riportato in tour la musica degli
Area senza volutamente sostituire il cantante Demetrio Stratos, morto come noto
nel 1979 a soli 34 anni, ndr) non proseguirà. Lo spirito degli Area continua in
qualche modo a vivere con l’Area Open Project di Patrizio Fariselli, che però è
molto diverso da una reunion».
Che cosa ricorda di
quell’avventura. E crede che qualcuno abbia raccolto l’eredità degli Area nel
mondo musicale italiano?
«È stato un periodo
fondamentale della mia vita e della mia carriera, che mi ha permesso
innanzitutto, di scoprire cose nuove, di crescere. A dire la verità non mi pare
che davvero qualcuno abbia seguito le nostre orme. Anche perché è cambiato il
modo di fare musica. Noi davvero la facevamo senza alcuno scopo commerciale,
gli Area facevano musica per sperimentare, a fini solamente artistici. Oggi mi
pare che non esistano gruppi così, almeno di così rilevanti…».
E che ricordo ha di
Demetrio Stratos?
«Quando me lo
chiedono non ho particolari aneddoti da rivelare, era uno di noi, un ragazzo
con cui si stava bene. Dal punto di vista professionale, invece, era davvero
incredibile, la sua voce era uno strumento in più, qualcosa di mai sentito e
irripetibile».
E lei che rapporto
ha con il suo? Il contrabbasso è uno strumento molto “fisico”…
«Sicuramente ci
passo molto, molto tempo. E non solo per suonarlo, anzi. La maggior parte del
tempo lo impiego a montarlo e smontarlo e rimontarlo. A cercare di ricostruirlo
per trovare il suono che più mi aggrada…».
GliExpiatoriAnon
celebrano semplicemente un anniversario. Con A
History In Three Actstrasformano
il proprio percorso artistico in un racconto musicale che unisce memoria,
identità e futuro. Più che una raccolta, il disco rappresenta una nuova lettura
della storia della band: cinque brani reinterpretati dalla formazione attuale,
capaci di unire le origini del gruppo alla maturità raggiunta dopo quasi
quarant'anni di attività.
Nata a Genova nel 1987, la band ha attraversato scioglimenti,
ritorni e profonde trasformazioni senza mai rinunciare alla propria identità.
Heavy metal classico, epic doom, suggestioni dark e una marcata componente
teatrale convivono da sempre nel linguaggio degli ExpiatoriA, che negli
anni hanno costruito un percorso lontano dalle mode e profondamente radicato
nell'underground italiano.
Sul piano interpretativo, gli ExpiatoriA si presentano
con una formazione ormai consolidata e perfettamente affiatata. La voce di AngeleX
guida il racconto con intensità e personalità, mentre le chitarre di Massimo
Malachina e Roberto Lucanato costruiscono un dialogo ricco di riff,
melodie e atmosfere oscure, sostenute dal basso di GB Malachina e dalla
batteria di Enrico Meloni, che privilegia un approccio dinamico e
naturale, valorizzato dalla scelta di registrare la sezione ritmica in presa
diretta. A rendere ancora più significativo questo lavoro è il ritorno dello
storico cantante Massimo Cottica, protagonista in Underground Forever
e The Incredible Worm Man: la sua partecipazione non ha soltanto un
valore celebrativo, ma diventa il simbolo di un ideale passaggio di testimone
tra le diverse epoche della band, rafforzando il senso di continuità che
attraversa l'intero album.
Il titolo dell'album sintetizza perfettamente questo cammino.
I "tre atti" rappresentano infatti le tre rinascite vissute dalla
band nel corso della sua storia, trasformando il disco in una sorta di
autobiografia musicale.
L'apertura è affidata a Underground Forever, la
prima canzone mai registrata dagli ExpiatoriA. La nuova versione non si
limita a recuperare il passato, ma lo rilegge con il suono e la consapevolezza
della formazione attuale. La presenza dello storico cantante Massimo Cottica
restituisce ulteriore autenticità a un brano che rappresenta il manifesto delle
origini della band, mantenendone intatta l'energia e il fascino dell'heavy
metal underground degli esordi.
Il viaggio prosegue con An Angel Came To Me,
tratto dall'EP Return To Golgotha del 2010, testimonianza della prima
rinascita del gruppo dopo anni di silenzio. La nuova interpretazione valorizza
una composizione che già allora lasciava intravedere la volontà della band di
riprendere il proprio cammino senza rinunciare alle atmosfere oscure e alla
dimensione narrativa che ne hanno sempre caratterizzato la scrittura.
Con The Librarian, originariamente pubblicata
nel mini CD Crimson Evil Eyes del 2018, si entra nella fase della
definitiva ricostruzione della band. È il brano che documenta il ritorno a una
piena attività creativa e anticipa quel percorso che avrebbe portato alla
realizzazione di Shadows. L'attuale line-up ne offre una lettura più
compatta e convincente, mettendo in evidenza l'affiatamento costruito negli
ultimi anni attraverso un'intensa attività dal vivo.
La nuova versione di Seven Chairs And A Portrait,
proveniente proprio da Shadows (2022), rappresenta invece il presente
degli ExpiatoriA. Il debutto discografico aveva già mostrato una formazione
ormai matura e pienamente consapevole della propria identità artistica; questa
rilettura conferma quella crescita, mantenendo intatto il carattere teatrale
della composizione ma arricchendolo con una maggiore naturalezza esecutiva e
una dinamica ancora più coinvolgente.
Il percorso si conclude con The Incredible Worm Man,
unica composizione inedita della raccolta e anticipazione del prossimo album in
studio. È il brano che guarda decisamente avanti, pur conservando tutti gli
elementi che hanno definito la personalità degli ExpiatoriA: l'eredità di King
Diamond e Mercyful Fate emerge nell'approccio teatrale, nelle atmosfere oscure
e nell'equilibrio tra melodia e tensione. Anche qui ritorna la voce di Massimo
Cottica, chiudendo idealmente il cerchio iniziato con Underground
Forever e rafforzando il legame tra passato, presente e futuro della band.
Uno degli aspetti più interessanti dell'album è proprio
questa capacità di trasformare una raccolta celebrativa in un'opera coerente.
La partecipazione di Massimo Cottica non rappresenta soltanto un omaggio
alla storia degli ExpiatoriA, ma diventa il simbolo di una continuità
artistica che attraversa quasi quattro decenni senza perdere credibilità.
Anche il processo di registrazione riflette questa filosofia.
Basso e batteria sono stati incisi in presa diretta, senza metronomo,
privilegiando il dialogo spontaneo tra i musicisti e restituendo quella
vitalità che caratterizza le migliori esibizioni dal vivo. Una scelta che dona
alle nuove versioni un suono più organico e immediato, ulteriormente
valorizzato dal lavoro di produzione condiviso con Giorgio Barroccu
presso gli Evilcation Studios di Genova.
Sul piano stilistico, A History In Three Acts conferma
la personalità degli ExpiatoriA. Heavy metal classico, epic doom,
suggestioni dark e sfumature progressive convivono in un equilibrio ormai
perfettamente riconoscibile, mentre la componente teatrale rimane sempre
funzionale alla narrazione musicale senza mai trasformarsi in semplice esercizio
estetico.
Anche la pubblicazione assume un forte valore simbolico.
L'uscita coincide infatti con l'esibizione della band al Luppolo In Rock
del 18 luglio 2026, uno dei traguardi più significativi raggiunti dagli ExpiatoriA
nella loro lunga carriera. È la dimostrazione di come una realtà nata
nell'underground possa continuare a evolversi mantenendo intatta la propria
identità.
A History In Three Acts non è soltanto una celebrazione del passato. È la fotografia di una band
che ha saputo attraversare quasi quarant'anni di storia rimanendo fedele alla
propria visione musicale, trasformando ogni rinascita in una nuova occasione di
crescita. Un disco pensato per chi segue gli ExpiatoriA fin dagli
esordi, ma anche un punto d'ingresso ideale per chi desidera scoprire una delle
realtà più autentiche e longeve dell'heavy metal italiano contemporaneo.
Era il 10 luglio
1968 quando un giovanissimo Keith Emerson
diede fuoco alla bandiera americana durante un concerto dei Nice, alla Royal Albert Hall di Londra.
Di tutto un Pop...
Wazza
The
Nice 1968
Keith
Emerson e la bandiera americana
Il 10 luglio 1968, nel
corso di un loro partecipatissimo concerto alla Royal Albert Hall di Londra, i
Nice bruciano e calpestano la bandiera statunitense. Il gesto avviene durante
l'esecuzione di una versione molto “psichedelica” di “America”, il brano
di Leonard Bernstein tratto dal musical "West Side Story".
La band, che in quel
periodo è composta dal bassista Keith “Lee” Jackson, proveniente dai T. Bones
come il tastierista Keith Emerson, dal chitarrista Dave O'List, già con gli Attack
e dal batterista Brian "Blinky" Davison ex Mark Leeman Five, è solita
eseguire il pezzo di Bernstein insieme a una serie di evoluzioni improvvisative
(che comprendono anche frammenti della Sinfonia "Dal Nuovo Mondo" di
Antonín Dvořák) intitolate “Second Amendment”, con riferimento al secondo
emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che sancisce il diritto di
ogni cittadino a possedere armi.
In quel 10 luglio alla
dissacrazione musicale viene aggiunta la provocazione visiva. Quella bandiera
USA che brucia sul palco vuole essere, secondo quanto annunciato dallo stesso
Keith Emerson “di un segno di protesta per l’ignobile guerra in Vietnam”. Il gesto
che attira sui Nice molte simpatie da parte dei movimenti pacifisti finisce per
costare caro sul piano professionale. La band, infatti, viene messa al bando
dal locale, uno dei luoghi più prestigiosi per la musica dal vivo britannica.
1968 - The NICE
(Brian Davison, Keith Emerson, Lee Jackson)
Descritta da Emerson
come la "prima canzone di protesta strumentale", il singolo si
concludeva con la voce del figlio di tre anni della cantante soul P. P. Arnold
(alla quale i Nice avevano fatto da gruppo di supporto) che recitava "L'America
è incinta di promesse e aspettative ma è assassinata dalla mano
dell'inevitabile"