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venerdì 31 luglio 2026

BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026) - Di Riccardo Storti

 


BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026)

Di Riccardo Storti


Siano benedetti I social network perché, se non fosse stato per loro, quest’occasione – più unica che rara – me la sarei proprio persa.

“Scrollo” su Instagram e, nel giochino della social slot-machine, esce fuori Carl Palmer che, all’esterno della Royal Albert Hall di Londra, sta annunciando qualcosa di importante. Blocco, avanzo, torno indietro, do un occhio alla descrizione e scopro che il 18 luglio 2026 presso quel tempio della musica, sotto l’egida della BBC, si terrà una serata speciale dedicata al progressive rock. Più precisamente un happening all’interno del rinomato cartellone dei Proms. Cosa sono i Proms? Si tratta di una stagione concertistica di otto settimane, solitamente fissata durante l’estate, che ha come sede principale la Royal Albert Hall.

Una tradizione inossidabile, se pensiamo che la prima edizione risale al 1895; lo scopo era quello di programmare eventi musicali aperti a tutta la cittadinanza londinese, con biglietti accessibili a ogni fascia sociale e con un’offerta contenutistica popolare (oggi diremmo “mainstream”). Dal 1927 l’organizzazione dei Proms è in mano alla BBC che ne cura ogni dettaglio.

Circa questo appuntamento prog, esso è stato trasmesso in diretta radiofonica da BBC Radio 3 e in differita TV su BBC 4 il 23 luglio. Grazie a internet il concerto può essere riascoltato sulla piattaforma BBC Sound a questo link (ma assicuratevi di avere un account e di attivare una VPN sul Regno Unito; purtroppo dall’Italia non è possibile accedere al servizio); gli abbonati inglesi, che pagano la licenza per lo streaming su BBC IPlayer, possono riverderlo qui.

La BBC Concert Orchestra, diretta da Robert Ames, ha eseguito una playlist di evergreen del progressive rock britannico degli anni Settanta su arrangiamenti calibrati per l’occasione con coloriture e dinamiche ritmo-sinfoniche: un mega-ensemble che fonde l’orchestra classica al gruppo rock secondo un range elettro-acustico a 360°. Il live ha visto l’intervento di due “senatori” come Carl Palmer e Peter Hammill; le parti cantate sono state interpretate dal gallese Guy Garvey (leader degli Elbow), Gruff Rhys (attivo nel brit-pop con Superfurry Animals e Neon Neon), il duo indie-folk femminile The Staves, Jane Weaver (cantante con radici tra brit-pop e folktronica) e Vanessa Haynes (da Trinidad, già corista di Van Marrison e Chaka Khan, nonché voce soul-funk degli Incognito).

Sperando che ognuno di voi riesca – in qualche modo – ad assaporare le quasi due ore di concerto, vi passo qualche mio appunto preso al volo, durante la diretta sulla BBC (come quando si ascoltava Radio Luxembourg… vabbé, oggi c’è lo streaming).


Prima parte

Fanfare for the Common Man (E.L. & P.) – Magniloquente, ideale opener e fedele al mix dell’arrangiamento di seconda mano effettuato da Emerson (e che lasciò positivamente impressionato il buon Copland). Carl Palmer alla batteria. Bella l’idea di traslare, all’inizio, le parti dell’Hammond ai legni con alcune risposte della chitarra elettrica; il solo dello Yamaha GX-1 viene tagliato a favore di un interludio che, pur rifacendosi al mood improvvisativo originale di Emerson, viene affidato a una sorta di dialogo tra legni e ottoni.

Living in the Past (Jethro Tull) – Verrebbe da dire “ordinaria amministrazione”: sul piano interpretativo, però, la conduzione vocale di Rhys mi è parsa abbastanza monocorde e viziata da una timbrica troppo nasale (e ha pure rischiato di entrare in anticipo nella seconda strofa). Efficace la coda finale con unisono di violino e alcune percussioni idiofone.

Out Bloody Rageous (Soft Machine) – La fusion sul podio. Una delle perle di questa serata: il grosso lo porta avanti il sax sopranino di Andy Findon (musicista di Michael Nyman) che, dal riff (suonato all’unisono con la chitarra elettrica) ai momenti solisti, regge sulle spalle tutto il peso e la complessità di questa tostissima composizione, irta di mutamenti metrici e giochi dinamici (quindi gli perdoniamo quell’entrata anticipata e smorzata alla reprise del riff)

I Know What I Like (In Your Wardrobe) (Genesis) – L’esperimento gruppo rock più orchestra qui funziona molto bene, idem dicasi per i contrasti vocali tra Guy Garvey (a volte un po’ calante) e le sorelle Jessica and Camilla Staveley (The Staves). Il solo di flauto viene destinato invece alla chitarra elettrica. Interpretazione onesta e piacevole.

Northern Lights (Renaissance) – Qui si va lisci, tenuto conto delle impostazioni “orchestrali” primigenie, naturali nella poetica musicale dei Renaissance. Compito non facile, invece, riprodurre la caratura qualitativa di Annie Haslam, ma Jane Weaver si dimostra all’altezza della prova.

Night in White Satin (Moody Blues) – Più controllo e meno pathos. Un bene o un male? La Weaver è bravissima, precisa, pulita ma, per questa canzone, mostra una temperatura espressiva ben più bassa di quella di Justin Hayward. Non sembra convinta al 100%. Il brano funziona, ma non ho sentito quella pelle d’oca che mi sarei atteso. Tutto un po’ freddino. Forse è un problema mio e, quando si fa critica, bisognerebbe andare oltre (o fermarsi prima).

Refugees (Van Der Graaf Generator) – Qui l’emozione ci fa sbarellare e bisogna cercare di essere molto lucidi. Già questa è una canzone dal testo attualissimo: ha un testo che si fa ancora didascalia ogniqualvolta i nostri occhi si confondono di fronte a gallerie di immagini disumane che raccontano di guerre e di sbarchi. In più rivedere Peter Hammill su un palcoscenico, in questo caso un palcoscenico speciale, in un’occasione speciale – scusate le insistite ridondanze -, ebbene non ci si riesce a distaccare facilmente. E, alla prima, talune sfasature mica le senti: Hammill è un signore di quasi ottant’anni che non può cantare Refugees come nel 1970. Va detto: non è stata una Refugees perfetta, anzi, la perfezione era assai lontana, però l’intensità con cui Hammill ha affrontato il brano sembrava sovrastare qualsiasi altro giudizio critico. BBC Proms non è X Factor: in questo caso, è quasi banale, se non infantile, insistere sulle note cadute e calate: Refugees ha funzionato proprio perché imperfetta, reale e vera. Con un aggettivo: commovente.

Quando ascoltai l’originale per la prima volta, mi avevano colpito certe rifiniture di sax e flauto che avevano un non so che di barocco, ideali – magari – per un ristretto gruppo cameristico d’archi; ecco: l’arrangiamento di Adam Dennis è riuscito a ricolorare questa pagina partendo anche da tale intuizione. Sarei curioso di conoscere il parere di David Jackson…

And You and I (Yes) - Il duo delle sorelle Staveley (The Stoves) si divide e raddoppia la parte di Jon Anderson: la riscrittura orchestrale è quasi tinta pastello, un acquerello musicale con le dinamiche dosate e un saggio bilanciamento tra orchestra e comparto rock. Esito di livello sopraffino: sicuramente una delle tracce più riuscite della performance, pur senza novità e trovate ad effetto.

Tubular Bells (Mike Oldfield) - Praticamente una versione compatta di 5 minuti della Side A del disco che tiene insieme il famosissimo tema (3 battute in 4/4 e una in 3/4) con un procedimento imitativo e il motivo finale in cui la frase – un po’ come nel Bolero di Ravel - è suonata da diversi strumenti (pianoforte, organo a canne, glockenspiel, tromboni, chitarra, fagotti, legni, trombe e le campane tubulari) fino al tutti orchestrale.


Seconda parte

Karn Evil 9. First Impression. Part 2 (E.L. & P.) - La traccia è quella del disco, si sente la voce di Lake e l’orchestra tributa un suo omaggio aggregandosi al brano.

Non-Uk Prog Rock Medley – Relativamente a questa breve antologia del prog fuori dal Regno Unito si potrebbero aprire infinite discussioni ed elucubrazioni sui motivi che hanno indotto gli organizzatori a scegliere Sylvia dei Focus, Komfo (High Priest) degli Osibisa e Peaches En Regalia di Frank Zappa. Nulla da dire, tre piacevolissime perle, quasi a rappresentare tre continenti (Europa, Africa e America). Sylvia si presta e i toni dell’orchestra sono quasi romantici (a tratti sdolcinati e kitsch, con quell’insistenza sui timpani, la grancassa e i piatti). Gli Osibisa sono un po’ una sorpresa ma il critico musicale Marco Zatterin (presente all’evento) mi faceva notare che la loro presenza a Londra e dintorni negli anni Settanta era assai radicata: Komfo, comunque, non ha sfigurato nella playlist grazie ad arrangiamenti orchestrali tra Lalo Schiffrin e Leonard Bernstein (a due passi dalla colonna sonora, insomma). Quanto a Peaches En Regalia, tocchiamo la categoria del capolavoro e – perché no? – una messa alla prova per qualsiasi orchestratore; in questa occasione, Christian Balvig ne ha attribuito un profilo coloristico e ritmico quasi franco-americano (si percepiscono ascendenze a compositori storici quali Milhaud e Copland).

21st Century Schizoid Man / I Talk to the Wind / Court of the Crimson King (King Crimson) – Il medley dal primo disco dei King Crimson. Nello “schizoid” siamo al cospetto di un’orchestra heavy metal; tutt’altra atmosfera in I Talk to the Wind: l’ensemble rispetta la tavolozza minima e minimale dell’originale, non si eccede mai e certe sottolineature degli archi evitano rischi retorici (come purtroppo si sono ascoltati in altri brani); idem dicasi per la “corte del re cremisi” dove la tentazione a spingere sulla dinamica viene lasciata altrove per un finale deciso ma misurato, nonché composto. Buona anche la prova di lead vocalist di Guy Garvey (accompagnato da Rhys nella seconda e dal resto dei cantanti per la terza): una grana particolare che, in questa occasione, più che ricordarmi Lake, mi ha portato alla memoria Gordon Haskell. Chapeau all’ottima orchestratrice Fiona Brice.

Entangled (Genesis) – Indovinato lo sdoppiamento vocale tra Guy Garvey e Jane Weaver in questa suggestiva ballata dei Genesis del dopo Gabriel, ma, soprattutto, mi ha colpito l’arrangiamento di Fiona Brice che, con indubbia sensibilità, è riuscita a conferire al brano un’aria ulteriormente onirica, per merito di un utilizzo raffinato e aggraziato degli archi, in particolar modo nella coda “sinfonica” in cui riesce a mettere in luce il dialogo tra l’organo Hammond e i violini (mentre i legni tengono note lunghe e i tromboni doppiano il basso).

On Reflection (Gentle Giant) – Cosa succede se spogli questo brano dei colori rock e lo rivesti con i tessuti della musica da camera? Accade che ne viene fuori tutta l’anima classica, anzi a tratti addirittura pre-barocca. Questa On Reflection, appena inizia, sembra un ricercare di Andrea Gabrieli, poi, nel momento in cui si fanno largo ritmi claudicanti e note dissonanti, pensiamo alla svolta neoclassica di Stravinsky o a certi spunti – tra espressionismo e tradizione - dei nostri Malipiero, Ghedini e Petrassi. Poi, io ho avvertito ciò, ma probabilmente Shulman e compagni potrebbero rispondermi a tono citandomi compositori elisabettiani e Vaughan Williams. Una gemma che non toglie nulla all’originale, ma, anzi, ce la fa capire meglio.

Maker of Islands (Incredible String Band) – Il progressive inglese non può essere separato da una componente folk che ha avuto il suo peso evolutivo nella storia del genere, così ecco questa bellissima ballad dell’Incredible String Band che ben si adatta a una versione orchestrale più infiorettata rispetto a quella del disco. Molto buona e sentita l’interpretazione di Rhys.

The Great Gig in the Sky (Pink Floyd) – Qui non si scherza, ci vuole un’ugola che abbia coraggio di affrontare una simile scalata, perché i casi sono due: o riesci e ci fai toccare il paradiso con un orecchio o, se no, ci condanni all’inferno acustico. Basta niente, pertanto ogni volta che mi imbatto in chi ci vuole provare, percepisco sempre un certo disagio, anzi provo proprio compassione, un po’ come quando da bambino al circo assistevo al passaggio del trapezista sulla fune. Vanessa Hayes ci ha portato su e su, con lei, ci siamo rimasti. Il vertice spettacolare di tutto il concerto? Forse, sì… devo ancora metabolizzare.

A bocce ferme: su Youtube c’è il filmato dell’esecuzione. La Haynes dimostra subito un enorme controllo che pare andare ben oltre la questione tecnica ed esecutiva. Nella prima parte prende le misure al pezzo perché sa che il difficile arriverà dopo, quindi non ci stupisce più di tanto quanto si stia ascoltando, quindi da 2’47” prende la rincorsa e ci convince al 100% (sarà che anche i suoi occhi – come i nostri – paiono velati…).

The Crime of the Century (Supertramp) – I Supertramp non saranno proprio prog ma un brano come questo non sfigura di certo in scaletta. Bene il comparto orchestrale dal sapore quasi epico, però nutro qualche perplessità nella scelta di avere attribuito la parti vocali alle The Stoves: manca il piglio interpretativo blues di Rick Davies mentre la loro timbrica – azzeccata in altri brani – qui appare troppo leggera, poco incisiva, benché si tratti di una sezione breve.

The Great Gates of Kiev (E.L. & P.) – Non poteva che finire così, con una chiosa che sa veramente di ciliegina sulla torta. E qui c’è tutto: l’originale di Musorgskij, il trattamento di Ravel e il progressive rock di Emerson e compagni, più un rutilante solo di batteria di Palmer, sostenuto da una ciurma percussiva retrostante assai motivata a picchiare su timpani e grancasse.

Per tutti i credit, cliccate qui.



 

 

EL&P nel luglio 1972

Emerson, Lake & Palmer article from issue 30 of Bravo Magazine published 19th July 1972

L'uscita di "Trilogy", quarto album di EL&P, nel luglio 1972, trova largo spazio nei giornali musicali.
Seguirà un lungo tour mondiale in USA e Japan…

Di tutto un Pop!
Wazza





EMERSON, LAKE and PALMER from Extra magazine aout 1972

This poster was presented at the August 1972 Keyboard magazine in japan.
From playing style of Keith, I think this was illusion concert at Koshien Stadium in Osaka, EL & P first visit because of canceled in the riot on the way

1972 Emerson Lake & Palmer in Japan during a driving rain storm.
Take note of the Polypropylene sheeting to cover the stage

Fairport Convention nel luglio del '70

Fairport Convention, [Full House], Line Up "July 1970"… Simon Nicol, Dave Swarbrick, Richard Thompson, Dave Pegg, & Dave Mattacks


Usciva nel 
luglio del 1970 "Full House", album dei Fairport Convention, capostipiti del folk-rock d'oltremanica.

Da avere assolutamente!

Di tutto un Pop…
Wazza 

Allindomani delluscita del celebrato Liege & Lief, vera e propria pietra dangolo di tutto il folk revival inglese anni 70, la premiata ditta Fairport Convention” deve registrare due importanti defezioni, quella di Ashley Hutchings, bassista ma in primis vero e proprio ideologo della band, e soprattutto quella di Sandy Denny, forse la più grande cantante inglese del decennio. 

Il primo continuerà nella propria infaticabile opera di ricerca e riscoperta filologica delle radici della musica tradizionale inglese, dapprima fondando gli Steeleye Span, in seguito dando vita al progetto Albion Country Band”.

La seconda, desiderosa di dar maggior spazio alle proprie canzoni, intraprenderà la carriera solista; tornerà nella band cinque anni dopo per una breve e controversa réunion, poco prima della prematura e tragica scomparsa.
FAIRPORT CONVENTION 1970

Date tali premesse, ci si potrebbe aspettare un inevitabile sbandamento dellensemble, orfano di due personalità di tale calibro; nei fatti invece i membri rimanenti smentiscono tutto e tutti, dando alle stampe questo Full House” la cui musica si conferma qualitativamente su livelli vertiginosi, non avendo nulla da invidiare allillustre predecessore. Se al basso viene assoldato lottimo Dave Pegg (il quale negli anni Ottanta farà anche parte dei Jethro Tull, e che, sopravvissuto a tre decenni di travagli e continui cambi di formazione, rimane ancora ai giorni nostri il vero faro della band), tocca al chitarrista Richard Thompson e al violinista Dave Swarbrick accollarsi, oltre che il songwriting, le parti vocali. Ovviamente non reggono il confronto con la sontuosa vocalità della Denny, ma non sfigurano di certo, completandosi a vicenda ed amalgamandosi alla perfezione.

FAIRPORT CONVENTION Philadelphia Folk Festival 1970

Ne è la controprova il trascinante brano dapertura, Walk Awhile”, ancora oggi efficace cavallo di battaglia nelle esibizioni dal vivo, un brioso ed incalzante mid-tempo con il funambolico violino di Swarbrick in gran spolvero. Questultimo in grande evidenza anche nella successiva ed insolitamente dura Doctor of Physick”, azzarderei dire una sorta di hard-folk, caratterizzato dai toni particolarmente enfatici del cantato. La coppia di indiavolati strumentali Dirty Linen” e Flatback Carper” continuano la consuetudine dei traditional arranged e proseguono ed ampliano il discorso di riscoperta di danze della tradizione popolare inglese già intrapreso in "Liege & Lief"; lamalgama e laffiatamento strumentale raggiungono qui livelli a dir poco prodigiosi, con i cinque musicisti intenti a inseguirsi, intrecciarsi, alternarsi, gareggiare in virtuosismi, a tratti sembrano addirittura sfidarsi a duello, a tutto vantaggio goduria uditiva dellascoltatore. La lunga e dilatata ballata (oltre nove minuti) Sloth”, dai tratti ipnotici e quasi indolenti, traccia invece sentieri finora quasi inediti ai Fairport, rievocando atmosfere ben poco british bensì dal vago sapore west-coast americano, facendo riaffiorare alla mente qualcosina degli Eagles dei giorni migliori; inutile dire che diverrà subito anchessa un classico cavallo di battaglia dal vivo. Sir Patrick Spens”,  altro tradizionale arrangiato, una suggestiva melodia dal sapore medievale, di quelle melodie senza tempo, cantata, o meglio, raccontata con azzeccato piglio trobadorico, ha il suo punto di forza nellelegante ed efficace ricamo della chitarra elettrica di Thompson, la stessa chitarra elettrica che tanto (ingiustamente) aveva fatto inorridire i cosiddetti puristi della scena folk. Now Be Thankful”, evocativa ballata corale, chiude degnamente un album memorabile, sicuramente da annoverare tra i grandi classici del genere. Sicuramente da menzionare la recente reissue (del 2001) in versione rimasterizzata, contenente tre bonus tracks tra cui val la pena citare una ottima Bonny Bounce of Roses”, fine e suggestiva ballata ed una Now Be Thankful” in versione new stereo mix.

Fairport Convention, Record Song Book, 1970






giovedì 30 luglio 2026

29 luglio 1973: “Terza Rassegna di Music Contemporanea” a Civitanova nelle Marche

Nel 1973 ci furono molti “Raduni Pop”, tra i piu famosi il “Be-In” di Napoli.

Forse non tutti sanno che il 29 luglio 1973 si tenne anche la “Terza Rassegna di Music Contemporanea” a Civitanova nelle Marche, con la partecipazione di molti cantautori e complessi musicali (come si usava all’ora), con la “solita” contestazione all’avanguardista Franco Battiato, ricordato nell’aneddoto a seguire.

Di tutto un Pop

Wazza


A ricordare l’aneddoto è stato Edoardo Bennato, che ha riavvolto il nastro al concerto all'Arena Barcaccia tenutosi nel 1973. «Un pensiero per Franco, di cui ho avuto sempre grande stima, fin dalla nostra prima esperienza comune sul palco di Civitanova Marche nel 1973. Ciao Franco», queste le parole che il musicista napoletano ha voluto affidare ai suoi canali social.


Franco Battiato Civitanova 1973

I due, pressoché coetanei (nato nel 1945 Battiato, del 1946 Bennato), erano giovani rampanti che cercavano di farsi strada nel mondo della musica italiana, reduci dai precoci esordi discografici: Battiato aveva esordito l’anno prima con “Fetus”, bissato a fine anno da “Pollution”, disco che lo segnalò al grande pubblico e che raccolse gli elogi persino di Frank Zappa; Bennato invece esordiva proprio nel 1973 con “Non farti cadere le braccia”, al cui interno spicca “Un giorno credi”.


«Battiato, che era nel primo periodo sperimentale elettronico provocatore, si presentò sul palco da solo, poi chiese al pubblico se qualcuno che non aveva mai suonato uno strumento volesse provare poteva salire sul palco per accompagnarlo – ricorda più approfonditamente Antonello Pietrarossi sul suo profilo Facebook. 


Salirono in tanti e cominciò un concerto assurdo, chiaramente scoordinato, con Battiato che emetteva suoni al sintetizzatore, allora strumento avanguardistico, e il gruppo di strumentisti improvvisati che andavano ciascuno per conto suo. Era chiaramente una provocazione concettuale che stava riuscendo in pieno, data la bordata di fischi che nel frattempo si era levata tra il pubblico inviperito. Poi ciascun strumentista è stato progressivamente sostituito dal musicista ufficiale e tra il chiasso più completo, man mano si cominciò a formare un flusso musicale udibile tra lo sconcerto generale e la progressiva soddisfazione del pubblico incredulo. A quel “festival” parteciparono un sacco di musicisti allora quasi sconosciuti ai più o agli inizi: Venditti, Bennato, De Gregori, Cocciante, Banco, PFM, e tantissimi altri che ora non ricordo... ero un adolescente».




mercoledì 29 luglio 2026

Led Zeppelin rapinati il 29 luglio del 1973



Il 29 luglio del 1973 i Led Zeppelin suonarono per la terza sera di seguito al Madison Square Garden di New York.
I filmati di questi tre concerti servirono alla realizzazione del film “The song Remains the Same”.
Ma la notizia che fece scalpore fu che nello stesso giorno la loro cassetta di sicurezza presso l’Hotel Drake fu scassinata e rapinata di 203.000 $, ma non furono rubati i passaporti, così poterono tornare a casa.
Venne accusato il tour manager, che fu poi scagionato… ma i soldi non si trovarono più!

Di tutto un Pop…
Wazza


Madison square garden backstage


Quel 29 luglio rappresentava l’ultima sera al Madison Square Garden in chiusura di un tour nord-americano fatto di 33 date.
Nella notte l'incasso venne trafugato dalla cassaforte del "Drake Hotel", il bottino era consistente, ben 203.000 dollari (da evidenziare che si era nel 1973).
La polizia inizialmente accusò il tour manager Richard Cole, colui che scoprì il furto e lo arrestò.
Successivamente venne scagionato e liberato.
Per lui una brutta avventura… finita bene!







martedì 28 luglio 2026

Due notti a Pompei la comunità dei Marillion nell’Anfiteatro, di Angelo De Negri

 


Pompei secondo i Marillion

Di Angelo De Negri


Ci sono concerti che iniziano quando si spengono le luci e altri che cominciano molto prima. Quello dei Marillion all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei prende forma già nelle stazioni, sui treni, lungo le strade della città. Alla stazione di Napoli compaiono i primi fan olandesi; nel centro di Pompei le magliette della band diventano un codice di riconoscimento immediato. Ci si saluta, si scambiano impressioni, si stringono amicizie. Nei ristoranti, ai tavoli, si parlano lingue diverse ma si aspetta lo stesso concerto.

Sabato 25 luglio va in scena la prima delle due serate dei Marillion inserite nella terza edizione di B.O.P. – Beats of Pompeii, la rassegna che porta la musica contemporanea all’interno del Parco Archeologico. La seconda data, domenica 26, viene aggiunta dopo che i biglietti per il primo appuntamento si esauriscono in poco più di due minuti. Entrambe le serate richiamano un pubblico internazionale: Steve Hogarth parlerà dal palco di fan provenienti da cinquanta Paesi, mentre secondo i dati diffusi dagli organizzatori circa l’ottanta per cento degli spettatori arriva dall’estero.

È un dato che aiuta a comprendere la natura dell’evento. Non si tratta soltanto di una band britannica che suona in uno dei luoghi più suggestivi del mondo, ma di una comunità che converge su Pompei per partecipare a un momento percepito fin dall’inizio come storico.

Molti spettatori approfittano della giornata per visitare gli scavi e osservare in anticipo il luogo del concerto. Davanti all’ingresso si forma una lunga coda, che procede comunque in modo ordinato. I cancelli aprono attorno alle 19.30, più tardi del previsto. Oltrepassarli produce però una sensazione difficile da ridurre alla semplice emozione dell’ingresso in un’arena.

Entrare nell’Anfiteatro significa entrare nella storia in almeno tre modi differenti: in quella antica di Pompei, in quella della musica e in quella dei Marillion, che con queste due date aggiungono una tappa fondamentale alla propria vicenda artistica.

Nel corridoio che conduce alla galleria, una mostra permanente ricorda il concerto dei Pink Floyd filmato nello stesso luogo nel 1971. Il riferimento è inevitabile, ma non serve costruire paragoni musicali che avrebbero poco senso: i due eventi nascono da idee e condizioni completamente diverse.

Nel film diretto da Adrian Maben, i Pink Floyd suonano davanti a un anfiteatro vuoto, non esiste un pubblico, se non quello futuro delle sale cinematografiche. Cinquantacinque anni dopo, i Marillion trovano invece davanti a sé una comunità arrivata da cinquanta Paesi. Se nel 1971 il vuoto diventa parte essenziale dell’immagine, nel 2026 è la presenza collettiva a definire l’avvenimento.

Dalla galleria, esattamente di fronte al palco, si coglie bene la costruzione visiva dello spettacolo. La distanza permette di osservare il disegno complessivo delle luci, il loro movimento sui fumi scenografici e il modo in cui l’impianto dialoga con lo spazio dell’Anfiteatro. L’architettura non rimane un semplice fondale prestigioso: entra nella percezione del concerto, ne modifica le proporzioni e amplifica la profondità delle immagini.

Lo spettacolo inizia alle 21.20 con Splintering Heart. È un’apertura efficace, nella quale musica, luci e fumi costruiscono immediatamente la tensione necessaria. La scelta successiva di Fantastic Place sembra quasi pensata per il luogo: il titolo assume un significato ulteriore e la canzone diventa una dichiarazione involontaria su ciò che circonda il pubblico.

La scaletta non segue una logica antologica. I richiami alla prima fase della storia del gruppo sono limitati a Kayleigh e Hotel Hobbies. Una scelta coerente, il concerto non vuole celebrare nostalgicamente gli anni Ottanta, ma raccontare ciò che i Marillion sono diventati durante la lunga stagione con Steve Hogarth.

Il nuovo brano Ribbons and Lace conferma questa volontà di guardare avanti. Accolto con interesse dal pubblico e impreziosito dal lavoro chitarristico di Steve Rothery, mostra una band ancora impegnata nella propria evoluzione musicale, dichiaratamente lontana dalle soluzioni più immediate e dai facili accordi. I Marillion continuano a comporre musica che chiede attenzione, che non cerca necessariamente di conquistare al primo ascolto, ma invita a seguirne gli sviluppi, le variazioni e le sfumature.

È anche questa indisponibilità a vivere di rendita a spiegare la durata del rapporto con il pubblico. L’appartenenza non nasce soltanto dai ricordi, ma dalla possibilità di riconoscere una band ancora viva, curiosa e capace di cambiare.

Steve Hogarth affronta la serata in condizioni vocali eccellenti e con la consueta presenza scenica. Si muove sul palco come cantante, attore e narratore, alternando teatralità, ironia e momenti di raccoglimento. Ricorda il valore simbolico dell’Anfiteatro e sottolinea la provenienza internazionale degli spettatori.

Prima di Seasons End introduce il tema ambientale con un’ironia amara. Parla del Niño, del progressivo riscaldamento dell’Oceano Pacifico e della facilità con cui fenomeni sempre più inquietanti vengono accolti quasi con soddisfazione, senza prestare attenzione a ciò che stanno annunciando.

Pubblicata nel 1989, Seasons End non sembra appartenere al passato. Il cambiamento climatico evocato dal brano è diventato una realtà ancora più evidente e, in un luogo segnato per sempre dalla potenza della natura, le parole acquistano un peso particolare. A questa dimensione collettiva si aggiunge quella privata, alcune canzoni attraversano gli anni insieme a chi le ascolta e finiscono per custodire ricordi personali che tornano a emergere a ogni esecuzione.

La prima parte dello spettacolo trova il proprio fulcro nell’esecuzione integrale di Care, la suite conclusiva di An Hour Before It’s Dark, suddivisa in Maintenance Drugs, An Hour Before It’s Dark, Every Cell e Angels on Earth.

Hogarth la introduce ricordando un video che Davide Costa, presidente del fan club italiano The Web Italy, gli invia durante il lockdown. Le immagini mostrano una Venezia deserta, abitata quasi soltanto dai piccioni, una città sospesa, privata improvvisamente delle persone che normalmente la percorrono.

Da quella visione si apre una riflessione sulla fragilità, sulla malattia e sulla cura. Care, non racconta soltanto la paura della fine, ma la capacità di riconoscere gli “angeli sulla Terra” nelle persone che assistono, accompagnano e rimangono accanto agli altri. Il passaggio conclusivo verso Angels on Earth possiede tutta la forza emotiva prevista e chiude la prima parte dello show con uno dei momenti più intensi della serata.

La band offre una prova tecnicamente solidissima. Mark Kelly costruisce con le sue tastiere l’ossatura armonica e atmosferica dei brani. Pete Trewavas e Ian Mosley formano una sezione ritmica precisa ma mai rigida: il basso si muove continuamente dentro gli arrangiamenti, mentre la batteria mantiene potenza, misura e riconoscibilità.

Mosley è affiancato da Andy Gangadeen, batterista e percussionista britannico considerato uno dei pionieri della batteria ibrida, capace di integrare strumenti acustici ed elettronici. Con una lunga esperienza tra rock, pop e dance e collaborazioni con artisti come Chase & Status, Labrinth e Rudimental, Gangadeen aggiunge nuove sfumature alla componente ritmica senza alterare gli equilibri consolidati del gruppo.

Steve Rothery conferma ancora una volta la propria cifra, non cerca l’esibizione tecnica fine a sé stessa, ma costruisce assoli nei quali ogni nota sembra avere un peso emotivo preciso. Da The Crow and the Nightingale a Easter, la sua chitarra interviene nei punti decisivi e porta i brani verso il loro culmine. Durante Out of This World alcuni problemi tecnici interrompono parzialmente la continuità del suo suono, ma non compromettono la tenuta complessiva dell’esecuzione.

Nella seconda parte del concerto salgono sul palco otto elementi dei Flowing Chords, formazione scelta all’interno dell’orchestra vocale romana composta complessivamente da circa trentacinque coristi e diretta da Margherita Flore.

Il loro contributo non si limita a creare una cornice solenne. Le voci entrano negli arrangiamenti con equilibrio, rispettano la struttura dei brani e ne aumentano progressivamente la forza emotiva. La presenza del coro risulta particolarmente efficace in The Space…, dove l’interpretazione di Hogarth trova una dimensione ancora più ampia. Le voci sembrano estendere la musica oltre il palco e distribuirla nello spazio dell’Anfiteatro.

Nato come progetto corale aperto a linguaggi differenti, Flowing Chords attraversa cantautorato, pop contemporaneo, soul e rhythm and blues. A Pompei questa esperienza viene messa al servizio della musica dei Marillion senza sovrapposizioni, il coro non copre la band e non trasforma i brani, ma ne fa emergere alcune tensioni già presenti.

Lo show procede come un lungo crescendo. The Space… è uno dei vertici della serata per la prova di Hogarth e per l’ingresso del coro. The Crow and the Nightingale conferma la profondità del repertorio più recente, mentre Easter, sostenuta da uno degli assoli più riconoscibili e intensi di Rothery, continua a sottrarsi alla dimensione del semplice classico da repertorio.

Dopo Lucky Man, Out of This World e Living in F E A R, il finale di Go! coinvolge direttamente il pubblico. Ma il vero compimento arriva con Man of a Thousand Faces. “This one is for Caligula”, così Hogarth introduce il brano, riportando ancora una volta l’immaginario romano dentro il concerto. La canzone cresce insieme al coro e agli spettatori fino a cancellare la separazione tra palco e gradinate.

La band e gli otto coristi si congedano insieme, dando appuntamento alla sera successiva. Dagli altoparlanti arriva Life’s Been Good di Joe Walsh, mentre il pubblico comincia lentamente a lasciare l’Anfiteatro. Il pensiero più immediato è anche il più semplice: peccato che sia già finita.

Quando il pubblico lascia l’Anfiteatro, la sensazione non è soltanto quella di avere assistito a un concerto musicalmente riuscito. La qualità dell’esecuzione, la voce di Hogarth, gli assoli di Rothery, la compattezza della band, il contributo di Gangadeen e dei Flowing Chords costituiscono elementi fondamentali, ma non spiegano fino in fondo ciò che avviene a Pompei.

Il significato delle due serate risiede anche nell’incontro tra un luogo carico di memoria e una comunità internazionale che continua a riconoscersi nella musica dei Marillion. Una comunità che viaggia, riempie le strade della città, si saluta senza conoscersi e canta insieme dentro un anfiteatro antico.

Le pietre sono le stesse dei Pink Floyd. Questa volta, però, ad ascoltare c’è un’intera famiglia.


Marillion – Pompei, 25 luglio 2026

1.   Splintering Heart

2.   Fantastic Place

3.   You’re Gone

4.   Ribbons and Lace

5.   Kayleigh

6.   Hotel Hobbies

7.   Afraid of Sunlight

8.   Seasons End

9.   Care (I): Maintenance Drugs

10.  Care (II): An Hour Before It’s Dark

11. Care (III): Every Cell

12.  Care (IV): Angels on Earth

Primo bis – con i Flowing Chords

13.                 The Space…

14.                 The Crow and the Nightingale

15.                 Easter

16.                 Lucky Man

17.                 Out of This World

18.                 Living in F E A R

19.                 Go!

Secondo bis – con i Flowing Chords

20.                 Man of a Thousand Faces


La seconda notte

Marillion – Pompei, 26 luglio 2026

Domenica 26 luglio i Marillion tornano sullo stesso palco per la seconda serata di Beats of Pompeii. L’architettura dello spettacolo rimane sostanzialmente invariata, ma la band introduce alcune differenze significative nella scaletta. You’re Gone e Fantastic Place invertono la loro posizione iniziale; escono Kayleigh e Afraid of Sunlight, mentre entra Sugar Mice, accolta sotto la pioggia come uno dei richiami più importanti al repertorio del passato. Il finale cambia ancora: dopo Man of a Thousand Faces, la band torna per un ultimo bis affidato a Mad e The Great Escape, due brani tratti da Brave. Le due date non sono quindi repliche perfettamente sovrapponibili, ma parti della stessa produzione, costruita anche attraverso variazioni che potranno offrire materiale differente per la futura pubblicazione.


Marillion – Pompei, 26 luglio 2026

1.   Splintering Heart

2.   You’re Gone

3.   Fantastic Place

4.   Hotel Hobbies

5.   Sugar Mice

6.   Ribbons and Lace

7.   Seasons End

8.   Care (I): Maintenance Drugs

9.   Care (II): An Hour Before It’s Dark

10.                 Care (III): Every Cell

11.                 Care (IV): Angels on Earth

Primo bis – con i Flowing Chords

12.  The Space…

13.  The Crow and the Nightingale

14.  Easter

15.  Lucky Man

16.  Out of This World

17.   Living in F E A R

18.   Go!

19.  Man of a Thousand Faces

Bis finale

20. Mad

21. The Great Escape