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domenica 19 luglio 2026

GTR: accadeva nel luglio del 1986

Era il luglio del 1986 quando i GTR, gruppo fondato da due grandi chitarristi - Steve Hackett e Steve Howe -, pubblicano l’album di debutto e iniziano un tour in nord America ed Europa.

Oltre a Howe e Hackett i GTR comprendevano Max Bacon alla voce, Phil Spalding al basso e Jonathan Mover alla batteria.

A maggio dello stesso anno avevano rilasciato il loro album omonimo che ebbe un ottimo successo; anche il singolo estratto, “When the Heart Rules the Mind”, arrivò al 14° posto in UK.

Ma durante il tour nacquero problemi finanziari - e personali - tra i due Steve.

Il progetto doveva andare avanti con Brian May (ex Queen) al posto di Steve Howe, ma naufragò nel giro di un anno.

Di tutto un Pop…

Wazza







sabato 18 luglio 2026

Rolling Stones e Ry Cooder nel luglio del '69


Nel luglio 1969 i Rolling Stones pubblicano il 45 giri "Honky Tonk Woman", che diventerà una delle tante "Hits" di Jagger & Richards.

Ma il chitarrista americano Ry Cooder rivendica l'intro inziale, accusando Keith Richard di averla copiata in una precedente session.

A Ry Cooder nel 1969 fu proposto di sostituire Brian Jones, ormai dimissionario come chitarrista degli Stones. Cooder aveva già suonato la chitarra come session-man in "Let it Bleed" e "Sticky Fingers" e preferì continuare la sua carriera da solista (e meno male)!

Di tutto un Pop…

Wazza






venerdì 17 luglio 2026

Chas Chandler: il genio dietro il basso e la leggenda di Jimi Hendrix

 


Il 17 luglio 1996 ci lasciava Bryan James "Chas" Chandler, un musicista il cui impatto ha plasmato non solo il suono di una generazione, ma ha anche lanciato la carriera di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Meglio conosciuto come il bassista originale degli Animals e l'uomo che scoprì e lanciò Jimi Hendrix, Chandler è deceduto all'età di 57 anni a causa di un aneurisma aortico, lasciando un'eredità che va ben oltre le sue note sul basso.

Nato il 18 dicembre 1938 a Heaton, Newcastle-upon-Tyne, Chandler iniziò la sua carriera musicale imparando a suonare la chitarra e poi il basso mentre lavorava come tornitore. La sua bravura lo portò a unirsi all'Alan Price Trio nel 1962, che presto si trasformò negli Animals con l'arrivo del carismatico cantante Eric Burdon. Con la sua solida base ritmica e le sue distintive linee di basso in brani come "House of the Rising Sun" e "We Gotta Get Out of This Place", Chandler fu un pilastro fondamentale nel sound della band che contribuì a definire la British Invasion.

Tuttavia, il contributo di Chandler alla musica andò ben oltre il suo ruolo di strumentista. Insoddisfatto della gestione finanziaria degli Animals, nel 1966 decise di intraprendere una nuova carriera come manager e produttore. Fu durante un viaggio a New York che la storia della musica prese una svolta decisiva. Al Cafe Wha? nel Greenwich Village, Chandler rimase folgorato dall'esibizione di un giovane e sconosciuto chitarrista di nome Jimi James, che di lì a poco sarebbe diventato Jimi Hendrix.

Riconoscendo immediatamente il potenziale rivoluzionario di Hendrix, Chandler lo convinse a trasferirsi a Londra, dove lo introdusse alla scena musicale britannica, reclutò Noel Redding e Mitch Mitchell per formare la Jimi Hendrix Experience, e produsse i loro primi due album seminali: "Are You Experienced" e "Axis: Bold as Love". La sua visione e il suo acume imprenditoriale furono cruciali nel plasmare l'immagine e il sound di Hendrix, trasformandolo da un talento grezzo a un'icona globale. Si racconta che Chandler vendette persino il suo basso per finanziare le prime sessioni di registrazione di Hendrix.

Dopo l'esperienza con Hendrix, Chandler continuò la sua carriera di successo come manager e produttore, portando al successo un'altra band iconica, gli Slade, gestendoli per dodici anni e contribuendo alla loro ascesa nel glam rock britannico. Negli anni '90, fu anche uno dei promotori chiave dietro lo sviluppo della Newcastle Arena, un'importante sede per eventi sportivi e di intrattenimento nella sua città natale.

Chas Chandler è stato un vero architetto del rock. La sua capacità di identificare e coltivare talenti, unita alla sua profonda comprensione del business musicale, lo rende una figura di spicco la cui influenza persiste ancora oggi. La sua eredità è quella di un uomo che, sia sul palco che dietro le quinte, ha avuto un impatto indelebile sul panorama musicale globale.







giovedì 16 luglio 2026

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock, di Maurizio Pupi Bracali

 


Patto

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock

 Di Maurizio Pupi Bracali

 

Quando, qualora vogliate approfondire questo articolo sui Patto, vi accosterete a una qualche enciclopedia del rock e leggerete a proposito di Mike Patto: una voce roca e possente dall’inevitabile paragone con Joe Cocker, non credeteci.

La voce di questo bravissimo cantante inglese non era affatto possente e leonina come quella del singer di Sheffield, bensì calda e pastosa e solo leggermente velata da un’ombra di raucedine che ne esaltava i chiaroscuri rendendola molto interessante. Se un paragone dobbiamo proprio farlo, per capirci, si potrebbe dire che quel timbro vocale era molto più simile a quello del “sensazionale” Alex Harvey che a quello di tanti altri “negri bianchi” dell’epoca.

Detto questo, si sappia che gli Stanlio e Ollie (Halsall) del rock, inseparabili come due gemelli siamesi cominciano la loro carriera entrambi sedicenni, in un oscuro gruppo il cui pregio, oltre quello di essere la crisalide dei Patto, è quello di mettere in luce un batterista che dopo quell’esperienza, al contrario della strana coppia, farà soldi a palate militando in un gruppo multimiliardario che, come ragione sociale, utilizzerà addirittura il suo cognome: i Fleetwood Mac.

Bo Street Runners è il nome di quel gruppo che prima della fuoriuscita di Mick Fleetwood partecipa a un contest, come si usa dire adesso, vincendolo e meritando la pubblicazione di un brano nell’album di artisti vari “Ready Steady win” edito dalla Decca nel 1966.

La precocità artistica di Halsall e Patto (quest’ultimo è un curioso nome d’arte senza alcun significato poiché il vero cognome del cantante è McCarthy), dopo l’affondamento di quella band effimera e propedeutica, si esprimerà in un nuovo gruppo: i Timebox, che oltre i due fondatori vede l’ingresso di tre nuovi musicisti: il batterista John Halsey, il bassista Clive Griffiths e Chris Holmes alle tastiere. Questa formazione registra l’omonimo album che per motivi, legali, personali, ed economici non verrà, all’epoca, pubblicato, riuscendo a venire alla luce solo dieci anni dopo: (Timebox/ Original moose on the loose – 1977 Cosmos Usa)

 Ollie Halsall

È a questo punto, che con l’abbandono di Holmes, il quartetto rimasto assume il nome Patto.

Un nome che, pur non venendo mai iscritto nelle varie Hall of fame del rock, verrà stampato e inciso a chiare lettere nel cuore e nella memoria di sparuti gruppi di critici e appassionati di buona, anzi, ottima musica senza frontiere.

È il 1970 quando sotto la supervisione di un produttore illuminato come Muff Winwood, fratello del più celebre Steve, esce il primo album del gruppo.

“Patto” è un’opera eccellente. Il duo Halsall /Patto ha raggiunto la piena maturità compositiva e artistica, supportati da Griffiths e Halsey che oltre a partecipare alla stesura dei brani, sono molto più di due semplici comprimari; la loro sezione ritmica metronomica e pulsante è talmente vivace e sostenuta che attribuire il ruolo di gregari a due musicisti del genere sarebbe altamente riduttivo.

Il disco si rivela anche il trampolino di lancio per far conoscere Ollie Halsall come chitarrista extraordinaire dal tocco magico, personale e difficilmente imitabile.

E nonostante le note di copertina ben segnalino che il chitarrista mancino si adopera anche al piano elettrico e al vibrafono l’effetto straniante che produce l’assolo di quest’ultimo strumento nel bel mezzo del brano The Man che apre l’album è quasi sconvolgente. Bisogna calarsi in quegli anni dove già il flauto di Ian Anderson creava atmosfere lontane da certo rock vigoroso e muscolare per capire come la delicatezza di quei fragili e dolcissimi tocchi percussivi che nessuno mai avrebbe immaginato in un contesto rock lasciassero a bocca aperta più di un ascoltatore.

Per godere invece del chitarrismo scaligero che rese famoso Ollie Halsall bisogna aspettare il quarto brano: Red Glow è un furioso saliscendi di note infuocate che si susseguono incessanti tra le parti cantate da Mike Patto e una sostenuta base ritmica. La dolce e sincopata Government Man, sempre sottolineata dalle tessiture armoniche di Halsall e dal cuore pulsante di un basso e una batteria strepitosi, è un gioiellino jazzy tra le trame di una musica difficilissima da definire, assolutamente personale, e, ritornando a quegli anni, sicuramente innovativa.

Altro momento di grande interesse è la lunga Money Bag dove dei suoi dieci minuti esatti di durata i primi sei sono appannaggio di Halsall che sostenuto dai due ritmi sviscera segmenti di chitarra jazz correndo ancora su e giù per le scale fino al momento in cui l’ascoltatore ormai convinto di trovarsi di fronte a uno strumentale in trio viene ammaliato dalla voce di Mike Patto che seducente e arrochita appare dal nulla trasformando gli ultimi quattro minuti in una sorta di altra bellissima canzone.

Il secondo album, Hold your fire, sempre sotto la supervisione di Muff Winwood, come pure capiterà al successivo, esce nel 1971; è un album splendido con una manciata di canzoni (per l’esattezza otto come nel disco precedente) tra atmosfere delicatamente rockeggianti, sentimenti jazz, e una spruzzatina di soul/blues. Il disco ha anche due notevoli peculiarità: una fantasmagorica copertina che raffigura tre personaggi fumettistici che cambiano abiti e apparenza sovrapponendo a quelle immagini parti della copertina stessa che si divide in tre strisce distinte e separate, e il fatto di creare tra gli estimatori del gruppo due scuole di pensiero tra i sostenitori del primo album come capolavoro discografico della band e la corrente che invece afferma che è proprio Hold your fire la vetta artistica del quartetto inglese.

Nessuna scelta, naturalmente, fu più ardua di quella di attribuire questa palma d’oro, ma il vostro cronista che non ama gli ex aequo deve confessare di propendere per questo secondo album pur essendo una decisione da pistola alla tempia.

Al di là di gusti e preferenze Hold your fire è innegabilmente un prodotto di altissimo livello. Ollie Halsall accentua la sua vena chitarristica in brani capolavoro quali la title track o la strepitosa e jazzatissima Air rad shelter interamente scritta da lui. Mike Patto canta in maniera memorabile ancora ignaro di quanto succederà da lì a poco alle sue corde vocali, la sezione ritmica, benché non partecipante alla composizione dei brani come nel primo album, è una  macchina da guerra insostituibile in un disco dove non c’è nulla da buttare a cominciare dal brano you, you point your finger dolcissima ballad che godrà di un effimero e assolutamente relativo successo, diventando, tra i fans, il brano più conosciuto e citato del gruppo, passando per le sincopi di Tell me where you’ve been fino alla porta magica (magic door) dietro la quale si chiude questo fantastico album il cui valore, comunque intrinseco, è ancora una volta da ricondurre in anni, e si perdoni la ripetizione, dove una musica così al di fuori da tutti gli schemi dell’epoca risultava ostica e difficilmente definibile.

Il 1972 è invece l’anno di “Roll’em smoke’em put another line out”, (ancora solo otto canzoni) album che al contrario dei precedenti mette d’accordo tutti: la terza fatica dei Patto è un gradino (ma solo un piccolo gradino, beninteso) sotto la media dei primi due dischi.

In realtà, a un ascolto attento e senza pregiudizi, si tratta ancora di opera più che dignitosa sfiorante i vertici di quelle che la precedono alla quale si può però forse imputare una declinazione verso forme sonore più commerciali, probabilmente dovute a un desiderio di quel successo di massa mai giunto a coronare le eccelse qualità compositive e strumentali di questi favolosi quattro musicisti.

Curiosamente in questo album Halsall accantona in parte la chitarra che lo ha reso tra gli strumentisti più apprezzati del suo tempo per dedicarsi maggiormente alle tastiere che comunque suona mirabilmente come dimostra l’iniziale Flat footed woman, dove la totale assenza del plettro è sostituita da un pianoforte ora martellante, ora dolcissimo e da un tappeto di organo che unitamente al cantato di Mike Patto fanno sembrare il brano quasi un plagio della celeberrima Delta Lady del mitico Leon Russell. La singhiozzante Singing the blues on reds invece entra direttamente nella funky corporation provocando sicuramente brividi di piacere agli appassionati di James Brown o di Sly Stone.

La chitarra fiammeggiante di Halsall però si rifà viva in Loud Green Song dimostrando che il guitar hero è ancora degno di questo nome mentre scala le vertiginose vette di un assolo incandescente, mentre Turn Turtle, di nuovo senza chitarra, profuma di glam rock con coretti a là Cockney Rebel e un pianoforte dal martellamento honky tonky. I got rhithm, splendida ballad atmosferica riporta ai sapori speziati dei due primi album e una doppietta finale di ottime canzoni dalle inflessioni folksy conclude questo album ancora pregno di umori sanguigni e viscerali.

Il 1972 è anche l’anno di importanti tour: i Patto volano negli USA dove apriranno i concerti americani di Joe Cocker (ma guarda un po’...) ma è anche la volta dell’Italia. In un luglio infuocato i quattro ragazzi suonano ad Albenga (SV) dove il vostro cronista ha la ventura di assistere a quel concerto. Salgono sul palco del Palasport senza presentazioni, ancora con le luci tutte accese e ti chiedi se quei quattro tipi così “normali” siano davvero loro o dei roadies che fanno un ultimo soundcheck degli strumenti. Ma nel momento in cui senza proferir parola parte il riff arpeggiato di Hold your fire tutti i dubbi svaniscono. Si rimane incantati dalla maestria di quei quattro ragazzi che lontani dai mantelli fluorescenti di Rick Wakeman, dai travestimenti di Peter Gabriel, dalle borchie metallare dei Kiss, e dalle capigliature leonine di Black Sabbath o Deep Purple, sembrano quattro studentelli appena usciti dal doposcuola. Ollie Halsall ha una camicia di flanella a scacchi rossi portata fuori dai jeans e ciabatte infradito, Mike Patto indossa una classica t-shirt bianca, jeans e scarpe da ginnastica senza calze. Degli altri due la memoria non aiuta ma il ricordo riunisce il gruppo in un look (look?) da ragazzi della porta accanto, senza orpelli esteriori e divistici.

Anche il concerto è senza orpelli: ed è uno strano concerto. I quattro non aprono mai bocca tra un brano e l’altro, non parlano mai al pubblico e tra di loro non si rivolgono neanche la parola; non si capisce se nell’aria c’è qualcosa che non va, qualcosa di storto, forse un’atmosfera tesa. Si susseguono gli strepitosi brani dei primi due album e poi dopo poco più di un’ora i quattro abbandonano il palco senza minimamente accennare a un bis, tra la delusione del pubblico per un concerto bellissimo ma davvero strano e troppo breve.

Forse quella particolare performance italiana si può leggere oggi come la metafora di un momento magico che stava per concludersi. Ancora pochi mesi e i Patto si scioglieranno come la neve al sole. In quel periodo registrano un tentativo di quarto album tirato via per i capelli, probabilmente demotivati e senza voglia, quel disco, uscito postumo solo nel 2002, non si eleva oltre una mediocrità nemmeno tanto aurea.

Il 1973 vede però ancora Halsall e Patto partecipare a progetti interessanti. Per la prima volta dopo anni la coppia scoppia; le strade si dividono e i due sodali si ritrovano separati a partecipare a due favolosi album entrati entrambi nella storia. Mike Patto si ritrova a cantare coi cinquanta elementi riuniti da Keith Tippett sotto il nome Centipede per lo straordinario “Septober Energy” pietra angolare del jazz inglese, Ollie Halsall presta la sua chitarra live a Kevin Ayers nell’altrettanto mitico “1 june 1973” impreziosendo con le sue note dal gusto geniale e sopraffino le già stupende canzoni del cantautore inglese.

Poi, come succede, i due compari fanno mente locale; sono passati due anni dall’ultimo album dei Patto e la situazione è quella di uno stallo. Nessuno dei due artisti ha ottenuto il successo sperato e desiderato che comunque, e benché effimero, avevano sfiorato con quella tripletta di ottimi dischi. Allora forse è il caso di riprovarci.

Persi per strada definitivamente Halsey e Griffiths i due si rimettono insieme sotto la sigla Boxer ingaggiando come ritmi un paio di musicisti di valore: Tony Newman, già batterista per Jeff Beck e David Bowie e Keith Ellis con trascorsi in Van der graaf generator, Juicy Lucy, e Spooky tooth.

L’album “Below the belt” esce nel 1975, ed è, se non un capolavoro, un godibilissimo e sottovalutato disco. Più ingiustamente e relativamente famoso per la copertina sexy e un po’ pacchiana raffigurante una bellissima ragazza completamente nuda (la modella Stephanie Marrian) in piedi a braccia aperte e gambe divaricate con solo le parti intime coperte da un guantone da boxe, è invece un buon disco di rock americaneggiante. Ollie Halsall adopera la slide in più di un brano e il suo chitarrismo si fa più di maniera perdendo molto in originalità ma risultando comunque indispensabile nell’economia del gruppo. La magnifica More than meets the eye apice dell’album sembra uscita dal repertorio dei migliori Traffic, lente ballate e brani più veloci si susseguono armoniosamente in un’operina dove le venature jazzy tanto care al pubblico dei Patto sono scomparse in luogo di riff più rockeggianti e americanismi ancora a là Leon Russell comunque interessanti e degni di nota. Curiosità vuole che non accreditato nell’album suoni anche il tastierista Chris Stainton, per l’appunto sodale di Leon Russell, che entrerà in pianta stabile nel gruppo a partire dal secondo album.

Secondo album che per una serie di circostanze diventerà il terzo. Come già accaduto con l’unico disco dei Timebox e con il quarto dei Patto, “Bloodletting” non viene pubblicato al momento della sua registrazione ma ben tre anni dopo. È comunque un disco strascicato e inutile, con diverse cover (Leonard Cohen, Neil Young, Beatles, ecc,) sintomatiche per sottolineare un inaridimento creativo della coppia Patto/Halsall. Quest’ultimo comincia (o continua) a fare uso di droghe pesanti e abbandona definitivamente lo storico compagno per aleatorie avventure musicali con Scaffold, Rutles, e Tempest.

“Absolutely” ultimo album dei Boxer (ma penultimo in realtà come abbiamo visto) esce nel 1977, con il solo Mike Patto circondato da vecchi e nuovi musicisti, passando totalmente inosservato nella sua mediocrità in un’Inghilterra in preda a furori punk.

E se le più macabre cronache del rock affermano che i T-Rex sono l’unico gruppo che non farà mai una reunion essendone morti tutti i componenti, i Patto purtroppo seguono quasi a ruota: un destino maligno e beffardo vuole che un grande cantante muoia proprio per un tumore alle corde vocali nel 1979 a soli trent’anni, Ollie Halsall da buon gemello diverso lo segue poco dopo stroncato da un’overdose di eroina e Clive Griffiths rimane paralizzato in seguito a un incidente stradale.

Negli anni 2000 vengono pubblicati postumi a nome Patto il live “Warts and All” e il famoso quarto album, “Monkey Bum”, opere trascurabili e meno che mediocri che non raggiungono neppure lontanamente i vertici della prima tripletta di questa eccezionale, poco conosciuta e sfortunata band i cui primi tre album di assoluta caratura, hanno il valore aggiunto di sembrare scritti, suonati e pubblicati il mese scorso, e non è valore da poco.








mercoledì 15 luglio 2026

I Deep Purple nel luglio del 1968

Deep Purple 1968


Usciva nel luglio del 1968 "Shades of Deep Purple", primo LP dei Deep Purple.
Oltre a John Lord, Ritchie Blackmore e Ian Paice, la band era composta dal cantante Rod Evans e dal bassista Nick Simper, che poco dopo abbandoneranno il gruppo.

L’album, che in parte comprendeva anche delle "cover", come “Help” dei Beatles, “Hush” di Joe South e “Hey Joe” di Billy Roberts, sancisce la nascita dei Deep Purple.

Di tutto un Pop!
Wazza

Deep Purple

Very early days from 1968 featuring the Mark 1 line up with Rod Evans on vocals, and Nick Simper on bass guitar





martedì 14 luglio 2026

Inferno al Pacta, il docufilm che restituisce la vita di uno spettacolo totale


Dopo due mesi di lavoro intenso e quotidiano, sento finalmente la gioia di poter fare dono a tutti voi del docufilm dedicato all’Inferno realizzato al Pacta di Milano. È un gesto di gratitudine verso chi ha partecipato, sostenuto, condiviso, osservato, ascoltato. Un gesto che nasce dal desiderio di restituire la vita di uno spettacolo che, pur essendo concluso, continua a vivere.

Il film è disponibile su YouTube. Graditi i vostri like e i vostri commenti, perché ogni traccia di presenza contribuisce a far vivere ancora questa esperienza. 

Ho voluto citare nei titoli di coda chi era presente al Pacta, chi ha offerto filmati, fotografie, ma anche solo la propria presenza fisica o digitale. È un modo per riconoscere che un’opera non esiste mai da sola. È sempre un corpo collettivo, un respiro condiviso.

Potete, su mia concessione, postare liberamente il film sui vostri canali social. YouTube, Facebook, Instagram. Potete anche condividere il link dei vostri post con amici e conoscenti. La diffusione è parte del senso stesso di questo lavoro.

L’audio è stato restaurato integralmente, rispettando l’intensità drammaturgica del live. Il video è stato trattato come un viaggio onirico. Filmati, fotografie, maschere create per Genova e poi rielaborate come ritratti, estratti da documentari, illustrazioni. Tutto è stato sovrapposto in un dialogo continuo, una sorta di Gesamtkunstwerk contemporanea fatta di azione scenica, immagine, musica, costumi, fotografie, commento stampa. Un organismo vivo che si muove, si stratifica, si apre.

Nella speranza di fare cosa gradita, vi abbraccio uno a uno. Questo spettacolo è concluso, sì, ma il suo viaggio continua.

Claudio Milano


 





lunedì 13 luglio 2026

Space Traffic - On the Other Side

 


On the Other Side degli Space Traffic si apre come un invito a entrare in un ambiente che non ha confini e che si muove con un ritmo proprio. Il disco non parte con un’introduzione tradizionale, parte con un varco, una porta che si apre e lascia entrare un flusso continuo. La band lavora su un’idea precisa, costruire un viaggio circolare che non ha un vero inizio e non cerca una fine, un movimento che si rigenera a ogni ascolto. È un modo di pensare la musica che non punta alla divisione, ma alla continuità, alla sensazione di attraversare uno spazio che cambia mentre lo percorri.

Gli Space Traffic arrivano a questo disco dopo un percorso che li ha portati a definire una identità molto chiara. Nati in Valle d’Aosta, hanno costruito negli anni un linguaggio che unisce rock, psichedelia e una forte componente cinematica. Marco Pica guida il progetto con basso e voce, Fabio Baldassarri porta una chitarra che alterna riff incisivi e atmosfere avvolgenti, Florian Bua dà profondità ritmica con una batteria che spinge e apre. Accanto a loro c’è Michele Picciurro, figura fondamentale nel tradurre la dimensione live della band in studio, un vero quarto elemento che ha contribuito a dare forma al suono del gruppo.

Il disco è stato registrato interamente dal vivo negli home studio di Picciurro, una scelta che definisce il carattere dell’opera. Il suono è diretto, organico, privo di quella patina che spesso rende tutto troppo levigato. Qui si sente la presenza dei musicisti, la loro interazione, la loro capacità di muoversi insieme senza forzature. Le note di produzione parlano di energia del momento e spontaneità, e questa spontaneità diventa parte della narrazione. L’accordatura a 432 Hz accompagna questa scelta, non come slogan ma come elemento che sostiene la fluidità del disco. Le tracce vibrano con un respiro naturale, come se la frequenza fosse parte del viaggio.

La tracklist segue un percorso che vuole essere un cerchio. L’intro apre la porta e subito arrivano Jungle e Pictures, brani che la band aveva già mostrato come segnali di una nuova fase creativa. Jungle ha un movimento ipnotico, un groove che si avvolge su sé stesso e prepara il terreno. Pictures lavora su atmosfere più sospese, un gioco di immagini sonore che si rincorrono. Lady Bubblegum introduce una componente più visionaria, un episodio che si muove tra psichedelia e rock con naturalezza. Fake Memories porta un tono più introspettivo, un viaggio interno che si apre lentamente. Bright illumina il percorso con una energia più diretta, Looking Forward spinge in avanti con una progressione che cresce senza strappi. On the Other Side è il cuore del disco, il punto in cui tutto si richiude e si riapre, un brano che rappresenta la filosofia dell’album. A Deeper Dream scende in una dimensione più liquida, più rarefatta, mentre Back from the Other Side riporta esattamente al punto da cui si è partiti.

Ogni brano ha una sua identità ma non vive da solo. Il disco funziona come un’unica lunga traiettoria, un viaggio che non chiede di essere interrotto, un lavoro che invita a restare dentro, a lasciarsi portare, a non cercare il punto in cui tutto si ferma. La band costruisce un ambiente che si rigenera ogni volta, come se il loop fosse una condizione naturale. Le suggestioni cosmiche non sono un vezzo estetico, ma la metafora di un attraversamento che riguarda tanto l’esterno quanto l’interno. La psichedelia non è nostalgia, è un modo di dilatare lo spazio, e il rock non è un contenitore, è la base su cui costruire paesaggi che si muovono come visioni.

Gli Space Traffic consegnano un disco che vive della sua coerenza, della sua capacità di trasformare il tempo in movimento. On the Other Side è un viaggio che si attraversa e si attraversa di nuovo, un cerchio aperto che resta vivo proprio perché non si chiude mai del tutto.






Family: accadeva nel luglio del 1971...

 Roger Chapman article from Disc Magazine published 17th July 1971

Sulla rivista "Disc Magazine" del luglio 1971, articolo dedicato ai Family di Roger Chapman.

Un gruppo quasi dimenticato, formato da grandi musicisti, con l'aggiunta dell'esplosiva voce di Roger Chapman, che ha "ispirato" molti cantanti cari al prog.

Da ricordare e riascoltare!
Di tutto un Pop…
Wazza


Family perform on BBC Old Grey Whistle Test TV show, London, 1971, L-R John Wetton, John Whitney, Roger Chapman, Rob Townsend, John Poli Palmer. (Photo by Michael Putland)


domenica 12 luglio 2026

In ricordo di Paolo Raffone, maestro della musica italiana

 


La scomparsa di Paolo Raffone rappresenta una perdita significativa per la musica italiana. Pianista, compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, Raffone ha attraversato decenni di attività con una competenza rara e una sensibilità che molti colleghi hanno sempre riconosciuto come fuori dal comune. La sua formazione, solida e rigorosa, lo aveva portato a diplomarsi in pianoforte e a insegnare Analisi, Armonia ed Elementi di Composizione al Conservatorio di San Pietro a Majella, istituzione con la quale mantenne un legame profondo.

La sua carriera si è sviluppata in un territorio musicale ampio, che comprende la tradizione napoletana, la canzone d’autore, la musica colta e le forme più contemporanee della ricerca sonora. Raffone è stato un collaboratore prezioso per numerosi artisti, tra cui Pino Daniele, con cui condivise una stagione creativa particolarmente fertile. Il suo contributo non si limitava all’arrangiamento: la capacità di leggere la struttura interna di un brano, di comprenderne l’anima e di trasformarla in una veste orchestrale coerente e duratura era considerata una delle sue qualità più distintive.

Nel corso degli anni Raffone ha lavorato con figure di primo piano della musica italiana, tra cui Edoardo Bennato, Roberto Murolo, Tullio De Piscopo, Rino e Marco Zurzolo, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Enrico Ruggeri e molti altri. La sua presenza era spesso silenziosa, discreta, ma decisiva: un professionista capace di dare forma e profondità a progetti molto diversi tra loro, sempre con la stessa cura e la stessa attenzione al dettaglio.

Accanto all’attività concertistica e discografica, Raffone ha partecipato a numerose produzioni teatrali e orchestrali, collaborando con ensemble, compagnie e istituzioni culturali. La sua versatilità gli permetteva di muoversi con naturalezza tra linguaggi differenti, dal Blues al Jazz, dal Rock alla musica contemporanea, mantenendo sempre una visione personale e una ricerca costante sul suono.

Chi ha lavorato con lui ricorda la sua umiltà, la sua intelligenza musicale e la capacità di instaurare rapporti professionali fondati sulla fiducia e sul rispetto. Raffone era noto anche per una passione parallela: la cucina, che coltivava con la stessa dedizione riservata alla musica, trasformando spesso i momenti conviviali in occasioni di incontro e scambio creativo.

La sua scomparsa lascia un vuoto nel mondo della musica e della cultura. Raffone ha rappresentato una figura di riferimento per generazioni di musicisti, studenti e professionisti che hanno trovato in lui un esempio di rigore, sensibilità e amore autentico per l’arte. Il suo contributo continuerà a vivere nelle opere che ha realizzato, nelle collaborazioni che ha arricchito e nell’eredità musicale che ha lasciato.






Ricordando Chris Wood


Il 12 luglio 1983 ci lasciava Chris Wood, mitico, flautista, sassofonista, dei Traffic, gruppo di cui si parla sempre poco.

Musicista sopraffino e pittore per diletto, ha contribuito ad esaltare il sound dei Traffic. La sua presenza è fondamentale soprattutto su album come "Dear Mr. Fantasy", "John Barleycorn Must die", "The Low of High Heeled Boys".

Dopo la sua morte i Traffic gli dedicarono l'album "Far from Home"… la figura centrale sulla copertina è uno stickman che rappresenta un uomo che suona il flauto.

Per non dimenticare...
Wazza
 Trio delle meraviglie...Wood - Capaldi – Winwood




Il compleanno di Ares Tavolazzi



Compie gli anni oggi, 12 luglio Ares Tavolazzi, bassista, contrabbassista, soprattutto in ambito jazz.
È conosciuto nel mondo prog per avere preso il posto di Patrick Djivas negli Area.
Una lunghissima carriera la sua, passando da Carmen Villani, Francesco Guccini, Paolo Conte ed un'infinità di collaborazioni con musicisti jazz.
Nel 2011, con Tofani e Fariselli, ha riformato gli Area.

Happy birthday Ares!
Wazza


Luca Manservisi, “Ravenna&Dintorni”, 20 maggio 2019 (intervista a Tavolazzi)

Ares Tavolazzi è uno dei nomi che ha fatto la storia della musica italiana, stando spesso nelle retrovie. Per molti resta semplicemente il bassista degli Area, uno dei gruppi più avventurosi del panorama del progressive rock e non solo, ma Tavolazzi può vantare una carriera cinquantennale che lo ha visto collaborare anche con mostri sacri come Francesco Guccini, Paolo Conte, Mina o Lucio Battisti, fino agli anni più recenti con Vinicio Capossela, passando dalla musica sperimentale al pop, con una predilezione per il mondo del jazz, che lo vede ancora grande protagonista. 71 anni da compiere tra poco, Tavolazzi continua a fare musica senza curarsi troppo degli steccati, aderendo a progetti diversi tra loro e trovando ora nuova linfa anche nel teatro.

Sabato 25 maggio nell’ambito del Festival Polis sarà al teatro Rasi di Ravenna con la pluripremiata attrice Silvia Pasello in Amor morto. Concerto mistico, spettacolo dedicato al grande Carmelo Bene.

Come è nato questo progetto?
«Come un omaggio a Carmelo Bene, in occasione di un evento a Perugia (ideato e realizzato dal saggista Piergiorgio Giacché nel settembre del 2017, ndr). Con Silvia (Pasello, ndr), che è la vera protagonista dello spettacolo (e con cui Tavolazzi ha già collaborato in passato, ndr) abbiamo analizzato alcuni testi che ho cercato di rendere dal punto di vista musicale, con un effetto direi piuttosto mistico, come da titolo, ispirato da una delle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, Amor morto».


Che rapporto ha con il teatro? Lo frequentava anche da spettatore?
«Non molto. Tutto è iniziato anni fa grazie all’amicizia con Roberto Bacci di Pontedera Teatro (Tavolazzi vive a Pontedera, ndr) che mi ha coinvolto per primo nella realizzazione delle musiche per spettacoli. Si è trattato di una sfida professionale, un lavoro diverso dal solito, su cui ho dovuto concentrarmi per creare paesaggi sonori in grado di accompagnare testi scritti da altri, molto stimolante».

E come reagisce il pubblico del teatro, a differenza dei concerti?
«Spesso non sono presente agli spettacoli, la mia musica è registrata, a meno che non siano progetti speciali come quello con Silvia Pasello, che accompagno dal vivo. I concerti, in generale, restano ancora l’aspetto più importante del mio lavoro».

Nuovi progetti musicali in arrivo? Proseguirà la reunion degli Area?
«No, la reunion (con cui i membri originali nel 2010 avevano riportato in tour la musica degli Area senza volutamente sostituire il cantante Demetrio Stratos, morto come noto nel 1979 a soli 34 anni, ndr) non proseguirà. Lo spirito degli Area continua in qualche modo a vivere con l’Area Open Project di Patrizio Fariselli, che però è molto diverso da una reunion».



Che cosa ricorda di quell’avventura. E crede che qualcuno abbia raccolto l’eredità degli Area nel mondo musicale italiano?
«È stato un periodo fondamentale della mia vita e della mia carriera, che mi ha permesso innanzitutto, di scoprire cose nuove, di crescere. A dire la verità non mi pare che davvero qualcuno abbia seguito le nostre orme. Anche perché è cambiato il modo di fare musica. Noi davvero la facevamo senza alcuno scopo commerciale, gli Area facevano musica per sperimentare, a fini solamente artistici. Oggi mi pare che non esistano gruppi così, almeno di così rilevanti…».

E che ricordo ha di Demetrio Stratos?
«Quando me lo chiedono non ho particolari aneddoti da rivelare, era uno di noi, un ragazzo con cui si stava bene. Dal punto di vista professionale, invece, era davvero incredibile, la sua voce era uno strumento in più, qualcosa di mai sentito e irripetibile».

E lei che rapporto ha con il suo? Il contrabbasso è uno strumento molto “fisico”…
«Sicuramente ci passo molto, molto tempo. E non solo per suonarlo, anzi. La maggior parte del tempo lo impiego a montarlo e smontarlo e rimontarlo. A cercare di ricostruirlo per trovare il suono che più mi aggrada…».




sabato 11 luglio 2026

ExpiatoriA – "A History In Three Acts", di Luca Paoli

 


ExpiatoriA – A History In Three Acts 

(Diamonds Prod., 2026)

Tre atti di storia heavy metal

Di Luca Paoli

 

Gli ExpiatoriA non celebrano semplicemente un anniversario. Con A History In Three Acts trasformano il proprio percorso artistico in un racconto musicale che unisce memoria, identità e futuro. Più che una raccolta, il disco rappresenta una nuova lettura della storia della band: cinque brani reinterpretati dalla formazione attuale, capaci di unire le origini del gruppo alla maturità raggiunta dopo quasi quarant'anni di attività.

Nata a Genova nel 1987, la band ha attraversato scioglimenti, ritorni e profonde trasformazioni senza mai rinunciare alla propria identità. Heavy metal classico, epic doom, suggestioni dark e una marcata componente teatrale convivono da sempre nel linguaggio degli ExpiatoriA, che negli anni hanno costruito un percorso lontano dalle mode e profondamente radicato nell'underground italiano.

Sul piano interpretativo, gli ExpiatoriA si presentano con una formazione ormai consolidata e perfettamente affiatata. La voce di AngeleX guida il racconto con intensità e personalità, mentre le chitarre di Massimo Malachina e Roberto Lucanato costruiscono un dialogo ricco di riff, melodie e atmosfere oscure, sostenute dal basso di GB Malachina e dalla batteria di Enrico Meloni, che privilegia un approccio dinamico e naturale, valorizzato dalla scelta di registrare la sezione ritmica in presa diretta. A rendere ancora più significativo questo lavoro è il ritorno dello storico cantante Massimo Cottica, protagonista in Underground Forever e The Incredible Worm Man: la sua partecipazione non ha soltanto un valore celebrativo, ma diventa il simbolo di un ideale passaggio di testimone tra le diverse epoche della band, rafforzando il senso di continuità che attraversa l'intero album.

Il titolo dell'album sintetizza perfettamente questo cammino. I "tre atti" rappresentano infatti le tre rinascite vissute dalla band nel corso della sua storia, trasformando il disco in una sorta di autobiografia musicale.

L'apertura è affidata a Underground Forever, la prima canzone mai registrata dagli ExpiatoriA. La nuova versione non si limita a recuperare il passato, ma lo rilegge con il suono e la consapevolezza della formazione attuale. La presenza dello storico cantante Massimo Cottica restituisce ulteriore autenticità a un brano che rappresenta il manifesto delle origini della band, mantenendone intatta l'energia e il fascino dell'heavy metal underground degli esordi.

Il viaggio prosegue con An Angel Came To Me, tratto dall'EP Return To Golgotha del 2010, testimonianza della prima rinascita del gruppo dopo anni di silenzio. La nuova interpretazione valorizza una composizione che già allora lasciava intravedere la volontà della band di riprendere il proprio cammino senza rinunciare alle atmosfere oscure e alla dimensione narrativa che ne hanno sempre caratterizzato la scrittura.

Con The Librarian, originariamente pubblicata nel mini CD Crimson Evil Eyes del 2018, si entra nella fase della definitiva ricostruzione della band. È il brano che documenta il ritorno a una piena attività creativa e anticipa quel percorso che avrebbe portato alla realizzazione di Shadows. L'attuale line-up ne offre una lettura più compatta e convincente, mettendo in evidenza l'affiatamento costruito negli ultimi anni attraverso un'intensa attività dal vivo.

La nuova versione di Seven Chairs And A Portrait, proveniente proprio da Shadows (2022), rappresenta invece il presente degli ExpiatoriA. Il debutto discografico aveva già mostrato una formazione ormai matura e pienamente consapevole della propria identità artistica; questa rilettura conferma quella crescita, mantenendo intatto il carattere teatrale della composizione ma arricchendolo con una maggiore naturalezza esecutiva e una dinamica ancora più coinvolgente.

Il percorso si conclude con The Incredible Worm Man, unica composizione inedita della raccolta e anticipazione del prossimo album in studio. È il brano che guarda decisamente avanti, pur conservando tutti gli elementi che hanno definito la personalità degli ExpiatoriA: l'eredità di King Diamond e Mercyful Fate emerge nell'approccio teatrale, nelle atmosfere oscure e nell'equilibrio tra melodia e tensione. Anche qui ritorna la voce di Massimo Cottica, chiudendo idealmente il cerchio iniziato con Underground Forever e rafforzando il legame tra passato, presente e futuro della band.

Uno degli aspetti più interessanti dell'album è proprio questa capacità di trasformare una raccolta celebrativa in un'opera coerente. La partecipazione di Massimo Cottica non rappresenta soltanto un omaggio alla storia degli ExpiatoriA, ma diventa il simbolo di una continuità artistica che attraversa quasi quattro decenni senza perdere credibilità.

Anche il processo di registrazione riflette questa filosofia. Basso e batteria sono stati incisi in presa diretta, senza metronomo, privilegiando il dialogo spontaneo tra i musicisti e restituendo quella vitalità che caratterizza le migliori esibizioni dal vivo. Una scelta che dona alle nuove versioni un suono più organico e immediato, ulteriormente valorizzato dal lavoro di produzione condiviso con Giorgio Barroccu presso gli Evilcation Studios di Genova.

Sul piano stilistico, A History In Three Acts conferma la personalità degli ExpiatoriA. Heavy metal classico, epic doom, suggestioni dark e sfumature progressive convivono in un equilibrio ormai perfettamente riconoscibile, mentre la componente teatrale rimane sempre funzionale alla narrazione musicale senza mai trasformarsi in semplice esercizio estetico.

Anche la pubblicazione assume un forte valore simbolico. L'uscita coincide infatti con l'esibizione della band al Luppolo In Rock del 18 luglio 2026, uno dei traguardi più significativi raggiunti dagli ExpiatoriA nella loro lunga carriera. È la dimostrazione di come una realtà nata nell'underground possa continuare a evolversi mantenendo intatta la propria identità.

A History In Three Acts non è soltanto una celebrazione del passato. È la fotografia di una band che ha saputo attraversare quasi quarant'anni di storia rimanendo fedele alla propria visione musicale, trasformando ogni rinascita in una nuova occasione di crescita. Un disco pensato per chi segue gli ExpiatoriA fin dagli esordi, ma anche un punto d'ingresso ideale per chi desidera scoprire una delle realtà più autentiche e longeve dell'heavy metal italiano contemporaneo.



venerdì 10 luglio 2026

Keith Emerson: accadeva il 10 luglio del 1968


Era il 10 luglio 1968 quando un giovanissimo Keith Emerson diede fuoco alla bandiera americana durante un concerto dei Nice, alla Royal Albert Hall di Londra.

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The Nice 1968

Keith Emerson e la bandiera americana

Il 10 luglio 1968, nel corso di un loro partecipatissimo concerto alla Royal Albert Hall di Londra, i Nice bruciano e calpestano la bandiera statunitense. Il gesto avviene durante l'esecuzione di una versione molto “psichedelica” di “America”, il brano di Leonard Bernstein tratto dal musical "West Side Story".


La band, che in quel periodo è composta dal bassista Keith “Lee” Jackson, proveniente dai T. Bones come il tastierista Keith Emerson, dal chitarrista Dave O'List, già con gli Attack e dal batterista Brian "Blinky" Davison ex Mark Leeman Five, è solita eseguire il pezzo di Bernstein insieme a una serie di evoluzioni improvvisative (che comprendono anche frammenti della Sinfonia "Dal Nuovo Mondo" di Antonín Dvořák) intitolate “Second Amendment”, con riferimento al secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che sancisce il diritto di ogni cittadino a possedere armi.


In quel 10 luglio alla dissacrazione musicale viene aggiunta la provocazione visiva. Quella bandiera USA che brucia sul palco vuole essere, secondo quanto annunciato dallo stesso Keith Emerson “di un segno di protesta per l’ignobile guerra in Vietnam”. Il gesto che attira sui Nice molte simpatie da parte dei movimenti pacifisti finisce per costare caro sul piano professionale. La band, infatti, viene messa al bando dal locale, uno dei luoghi più prestigiosi per la musica dal vivo britannica.

1968 - The NICE

(Brian Davison, Keith Emerson, Lee Jackson)

Descritta da Emerson come la "prima canzone di protesta strumentale", il singolo si concludeva con la voce del figlio di tre anni della cantante soul P. P. Arnold (alla quale i Nice avevano fatto da gruppo di supporto) che recitava "L'America è incinta di promesse e aspettative ma è assassinata dalla mano dell'inevitabile"