I fantasmi sono tra noi
Genesis, Milano, 19 maggio 1987
di Angelo De Negri
Il biglietto dei Genesis non esiste più. Si è sciolto sotto la
pioggia, nella tasca del mio giubbotto di jeans, poche ore prima che il
concerto avesse inizio. Di quella sera non possiedo fotografie e non ritrovo
nemmeno i ritagli dei giornali che avevo conservato. Mi rimane un poster
ufficiale, arrotolato da qualche parte in garage. Eppure, se chiudo gli occhi,
riesco ancora ad ascoltare The Brazilian.
Il 19 maggio 1987 avevo
vent’anni e vivevo a Priaruggia, a Genova. Mi ero diplomato geometra da un anno
al Buonarroti ed ero iscritto a Ingegneria civile. Non potevo ancora saperlo,
ma l’anno successivo sarei passato ad Architettura. Ero in quella terra di
mezzo nella quale si comincia a capire che le scelte compiute fino a quel
momento potrebbero non essere definitive.
I Genesis erano già una certezza.
Avevo recuperato tutti i loro dischi e amavo soprattutto il periodo di Peter
Gabriel: quello delle storie surreali, delle maschere, delle lunghe
composizioni e dei mondi che sembravano aprirsi dietro ogni copertina. I Genesis
del 1987 erano ormai diversi. Phil Collins era diventato una star mondiale
anche come solista; l’album Invisible Touch aveva portato il gruppo
nelle classifiche e nei programmi televisivi. Ma per me erano sempre i Genesis
e quella rappresentava la prima occasione per vederli dal vivo. Sarebbe stato
il coronamento di un sogno.
La notizia del concerto l’avevo
probabilmente letta qualche mese prima su un quotidiano. Non esisteva Internet:
le date arrivavano attraverso giornali, riviste musicali, fanzine e
passaparola. Per comprare il biglietto bisognava andare fisicamente in una
prevendita. Io lo acquistai da Ricordi, in via Porta d’Archi. Non ricordo
quanto lo pagai; molti anni dopo ho trovato in rete il prezzo stampato sui
biglietti di quella serata: 22.500 lire.
Non dovetti affrontare una coda
particolare. Ci eravamo mossi per tempo.
Al concerto andai con Mario Croce. Ci
eravamo conosciuti due anni prima durante una vacanza in campeggio, raggiunta
in moto, ad Alassio. Lui studiava Ingegneria navale e condivideva con me la
passione per Genesis, Pink Floyd e per quel modo ambizioso di concepire la
musica. Stavamo persino pensando di formare un gruppo.
Partimmo da Genova nel primo
pomeriggio con la Golf GL cabrio di Mario, grigia metallizzata. Volevamo
arrivare presto per conquistare sul prato una posizione il più possibile vicina
al palco. Nell’autoradio avevamo le cassette: sicuramente Genesis, Marillion e
Pink Floyd. Erano la nostra colonna sonora e, in un certo senso, anche il
progetto di ciò che avremmo voluto suonare.
All’altezza di Pavia incontrammo una
pioggia torrenziale. La prendemmo con l’ottimismo incosciente dei vent’anni.
«Se la becchiamo qui, a Milano non
piove».
Non avevamo capito nulla.
Raggiungemmo San Siro seguendo i
cartelli stradali e una cartina. Ero già stato allo stadio per alcune partite:
avevo visto il Genoa contro Inter e ricordavo un Milan-Juventus del 1975,
diventato famoso anche per i petardi lanciati verso la porta di Dino Zoff. Il
Meazza, quindi, apparteneva già alla mia memoria, ma come luogo del calcio.
Quella sera era diverso.
Intorno ai cancelli si erano
assiepate migliaia di persone. C’erano molti ragazzi della nostra età, arrivati
attraverso i “nuovi” Genesis di Collins: quelli dei singoli in classifica e dei
videoclip trasmessi da VideoMusic e da Deejay Television. In Italia MTV non era
ancora arrivata. Accanto a loro si riconoscevano i fan della formazione con
Gabriel. Avevano magari trenta o quarant’anni, ma a noi sembravano vecchi. Due
generazioni convivevano davanti allo stesso palco, anche se attendevano, almeno
in parte, due gruppi differenti.
Poco prima che aprissero i cancelli,
mentre eravamo ancora in coda, tornò la pioggia. Il biglietto era nella tasca
del giubbotto di jeans e quando lo estrassi mi accorsi che si era quasi
disfatto. Cercammo di ricomporlo alla bell’e meglio. Per qualche istante
temetti che mesi di attesa potessero finire lì, davanti a un addetto incapace
di riconoscere quel piccolo mosaico di carta bagnata.
Gli addetti compresero il problema e
ci lasciarono entrare.
A quel punto corremmo.
Sul prato non esisteva il posto
assegnato: la vicinanza al palco bisognava guadagnarsela con l’attesa e con le
gambe. Riuscimmo a sistemarci in posizione centrale, abbastanza vicini da
vedere bene i musicisti. Le protezioni posate sul terreno ci salvarono almeno
in parte dal fango, ma non ci si poteva sedere. Aspettammo in piedi, con gli
abiti ancora umidi.
Il palco sembrava enorme. I teloni
riprendevano i colori e le forme della copertina di Invisible Touch.
C’era anche un grande schermo, una tecnologia che allora non era ancora una
presenza scontata nei concerti. Oggi ci sembra normale osservare un musicista
ingrandito sopra il palco; nel 1987 quello schermo faceva parte della
meraviglia.
Prima dei Genesis si esibì Paul
Young. Lo conoscevo attraverso i successi radiofonici, i video e la sua
partecipazione al Live Aid di due anni prima. Non mi piaceva particolarmente e
mi sembrava una scelta poco adatta al pubblico dei Genesis. Il suo genere era
troppo distante da quello che molti di noi erano venuti ad ascoltare.
Esordì accennando Singin’ in the
Rain. La battuta non migliorò il rapporto con la platea. Dopo qualche brano
qualcuno lanciò addirittura un panino verso il chitarrista, che rispose con
gesti poco eleganti e smise brevemente di suonare. Ho il ricordo di
un’esibizione piuttosto corta, forse accorciata, ma non posso esserne certo.
Paul Young era una star internazionale: questo non significava che fosse
l’artista giusto in quel momento, davanti a quel pubblico.
Poi venne il buio.
Il concerto cominciò con Mama.
Sul grande schermo comparve il volto di Phil Collins illuminato dal basso. La
luce ne scavava i lineamenti mentre lui emetteva quella risata angosciosa e
inconfondibile. Era un’immagine teatrale, quasi una maschera: una versione
tecnologica, adatta alle dimensioni di uno stadio, di quella capacità di
trasformazione scenica che aveva appartenuto ai Genesis fin dagli anni di
Gabriel.
In quel momento il sogno diventò
reale.
Mi voltai. Vidi il prato dietro di
noi e le gradinate che, dal punto in cui mi trovavo, apparivano completamente
piene. Il Meazza non aveva ancora il terzo anello né la copertura costruiti per
i Mondiali del 1990. Era uno stadio diverso da quello di oggi, aperto verso il
cielo che ci aveva appena scaricato addosso la pioggia.
La folla reagì in modo pazzesco.
Davanti a me c’erano davvero Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford,
affiancati da Chester Thompson e Daryl Stuermer. Non erano i Genesis che
preferivo, ma mi conquistarono immediatamente. Erano tecnicamente perfetti.
Ricordo una magnifica Abacab.
Ricordo The Brazilian, soprattutto. Era un brano strumentale dell’ultimo
album e non era nemmeno il più famoso, eppure rimane uno dei suoni più nitidi
di quella sera. A distanza di quasi quarant’anni, mi sembra ancora di sentirlo
se chiudo gli occhi.
Phil Collins era il mattatore. Si
trovava al culmine del successo, sia con il gruppo sia come solista, e sapeva
governare uno stadio. Per parlare con il pubblico leggeva da un foglio alcune
frasi italiane scritte foneticamente. La costruzione di Home by the Sea
diventò uno dei momenti più coinvolgenti dello spettacolo. Collins invitò il
pubblico a richiamare i fantasmi: tutto lo stadio alzò le braccia e cominciò a
fare «uuuuuu», mentre lui continuava a caricare le diverse zone della platea.
Poi pronunciò la frase:
«I fantasmi sono tra noi».
Per alcuni istanti San Siro non fu
più uno stadio. Divenne davvero la casa infestata raccontata nella canzone.
Anche l’introduzione di Domino
sfruttava le dimensioni e la forma del luogo. Collins coinvolse separatamente i
vari settori, facendo propagare la risposta del pubblico da una zona all’altra
come una successione di tessere che cadono. Non si limitava a cantare davanti
alla folla: usava la folla come parte dello spettacolo.
Durante
Throwing It All Away l’atmosfera cambiò ancora. Il brano, più semplice e immediato,
divenne evocativo proprio grazie alla partecipazione collettiva. Mi accorgevo
che il pubblico si esaltava soprattutto per i nuovi successi. Io e Mario
appartenevamo quasi a una minoranza: avevamo vent’anni, ma aspettavamo la
musica amata dai fan più vecchi.
Collins introdusse In the Cage definendola
«una canzone molto vecchia».
Per noi fu il segnale.
Il Cage Medley, con il
passaggio in …In That Quiet Earth e l’approdo ad Afterglow,
rappresentò l’unica vera immersione nei Genesis che avevamo conosciuto
attraverso i vecchi dischi. Mi emozionò profondamente, ma mi sembrò troppo
poco. Era probabilmente la scelta giusta per il pubblico raccolto quella sera:
i Genesis non potevano comportarsi come se il successo degli ultimi anni non
fosse mai avvenuto. Io, però, avrei voluto che quella porta sul passato
restasse aperta più a lungo.
Il mio osservato speciale era Tony
Banks. Mario suonava le tastiere e per entrambi il suo lavoro era mitico, quasi
inarrivabile. Sul grande schermo comparivano spesso le sue mani. Collins
dominava la scena, ma io cercavo Banks dietro il suo arsenale di strumenti,
come se osservandolo abbastanza attentamente fosse possibile comprendere il
segreto di quella musica.
Anche Rutherford e Stuermer erano in
ottima forma. Chester Thompson svolgeva gran parte del lavoro alla batteria,
permettendo a Collins di muoversi sul palco e dedicarsi al canto. Quando
Collins tornò dietro i tamburi per il duetto con Thompson, vidi per la prima
volta dal vivo due batteristi suonare insieme. Il dialogo ritmico che conduceva
verso Los Endos mi fece ritrovare, dentro lo spettacolo pop e tecnologico del
1987, la potenza strumentale dei Genesis.
Il finale con Turn It On Again mi
lasciò invece un po’ di amaro in bocca. Il brano si trasformava in un medley di
classici rock e soul. Con l’intero repertorio dei Genesis a disposizione, non
capivo perché dovessi ascoltare cover di canzoni altrui. Il pubblico si
divertiva e il meccanismo funzionava, ma io rimasi interdetto. Dopo una
concessione così breve al passato, avrei preferito un’altra canzone dei
Genesis.
Nonostante questo, quando si accesero
le luci eravamo stanchi e felici.
Comprai un poster ufficiale del tour.
Il biglietto era ormai perduto, ma quel poster sarebbe tornato con me a Genova
e sarebbe sopravvissuto, arrotolato in garage, fino a oggi.
Ripartimmo subito con la Golf. Ci
fermammo a mangiare qualcosa all’Autogrill di Dorno, che con il tempo sarebbe
diventato una tappa abituale nei ritorni dai concerti milanesi. Arrivammo a
Priaruggia intorno all’una e mezza. Poche ore dopo ero nuovamente
all’università, a raccontare la serata agli amici che non erano venuti e a
cercare sui giornali le recensioni del concerto.
Non avevamo fotografie. All’epoca era
vietato introdurre macchine fotografiche e agli ingressi potevano
sequestrartele. Chi voleva portarne una doveva nasconderla. Io quella sera non
l’avevo fatto. Se l’avessi avuta, avrei cercato di immortalare ogni componente
della band.
Mi sono rimaste altre immagini: San
Siro ancora a due anelli; Collins che legge il foglio per pronunciare le frasi
in italiano; le mani di Banks sul grande schermo; il pubblico che richiama i
fantasmi; lo stadio che si propaga come un domino; il volto di Collins
illuminato dal basso durante Mama.
Poco tempo dopo comprai davvero un
basso elettrico. Con Mario andammo anche da Merula, a Bra, luogo allora mitico
per i musicisti, per cercare una tastiera. Formammo prima i Black Cross, un duo
con una batteria elettronica Yamaha RX21, e cominciammo suonando brani dei Pink
Floyd. Poi arrivarono i Barley Wine, con Duzza alla chitarra e Santo alla
batteria. Mario oggi vive e lavora a Trieste, ma siamo ancora in contatto.
Quella Golf partita da Genova, in
qualche modo, non si è mai fermata.
Oggi sarebbe tutto più semplice. La
notizia del concerto arriverebbe in tempo reale. Comprerei il biglietto online,
raggiungerei lo stadio con Google Maps e potrei avvisare mia madre di un
eventuale ritardo. Il telefono mi consentirebbe di registrare video e scattare
centinaia di fotografie. Probabilmente avrei conservato anche l’immagine di The
Brazilian.
Ma le mani del pubblico sarebbero
occupate dai cellulari e avrebbero quasi meno possibilità di applaudire.
Durante il richiamo dei fantasmi, migliaia di schermi si alzerebbero sopra le
teste. Quel concerto dei Genesis, oggi, non sarebbe lo stesso.
Questo non significa che vorrei
tornare indietro. Quell’epoca l’ho vissuta ed era giusto viverla in quel modo.
Non condanno il presente: penso soltanto che allora facessimo molto con poco. Il
rapporto con la musica era più intenso e avevamo il privilegio di attraversare
un periodo quasi irripetibile, nel quale molti mostri sacri erano ancora
contemporaneamente vivi, attivi e sui palchi.
Se potessi rivolgermi al ragazzo di
vent’anni fermo sul prato del Meazza, gli direi che lo invidio bonariamente.
Vorrei avere ancora la sua età per poter rifare tutto un’altra volta.
Poi lo saluterei con due
raccomandazioni.
La prima: continua sempre a sperare
in una reunion dei Genesis con Peter Gabriel e Steve Hackett.
La seconda: la prossima volta portati
un ombrello. Ai concerti all’aperto dei Genesis, spesso e volentieri, piove.
La scaletta della serata:
Mama
Abacab
Domino
Part
One: In the Glow of the Night
Part
Two: The Last Domino
That’s
All
The
Brazilian
In
the Cage
…In
That Quiet Earth
Afterglow
Land
of Confusion
Tonight,
Tonight, Tonight
Throwing
It All Away
Home
by the Sea
Second
Home by the Sea
Invisible
Touch
Drum
Duet – Phil Collins e Chester Thompson
Los
Endos
Bis
Turn It On Again, con il medley

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