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lunedì 3 agosto 2026

I fantasmi sono tra noi Genesis, Milano, 19 maggio 1987, di Angelo De Negri

 


I fantasmi sono tra noi

Genesis, Milano, 19 maggio 1987

di Angelo De Negri 


Il biglietto dei Genesis non esiste più. Si è sciolto sotto la pioggia, nella tasca del mio giubbotto di jeans, poche ore prima che il concerto avesse inizio. Di quella sera non possiedo fotografie e non ritrovo nemmeno i ritagli dei giornali che avevo conservato. Mi rimane un poster ufficiale, arrotolato da qualche parte in garage. Eppure, se chiudo gli occhi, riesco ancora ad ascoltare The Brazilian.

Il 19 maggio 1987 avevo vent’anni e vivevo a Priaruggia, a Genova. Mi ero diplomato geometra da un anno al Buonarroti ed ero iscritto a Ingegneria civile. Non potevo ancora saperlo, ma l’anno successivo sarei passato ad Architettura. Ero in quella terra di mezzo nella quale si comincia a capire che le scelte compiute fino a quel momento potrebbero non essere definitive.

I Genesis erano già una certezza. Avevo recuperato tutti i loro dischi e amavo soprattutto il periodo di Peter Gabriel: quello delle storie surreali, delle maschere, delle lunghe composizioni e dei mondi che sembravano aprirsi dietro ogni copertina. I Genesis del 1987 erano ormai diversi. Phil Collins era diventato una star mondiale anche come solista; l’album Invisible Touch aveva portato il gruppo nelle classifiche e nei programmi televisivi. Ma per me erano sempre i Genesis e quella rappresentava la prima occasione per vederli dal vivo. Sarebbe stato il coronamento di un sogno.

La notizia del concerto l’avevo probabilmente letta qualche mese prima su un quotidiano. Non esisteva Internet: le date arrivavano attraverso giornali, riviste musicali, fanzine e passaparola. Per comprare il biglietto bisognava andare fisicamente in una prevendita. Io lo acquistai da Ricordi, in via Porta d’Archi. Non ricordo quanto lo pagai; molti anni dopo ho trovato in rete il prezzo stampato sui biglietti di quella serata: 22.500 lire.

Non dovetti affrontare una coda particolare. Ci eravamo mossi per tempo.

Al concerto andai con Mario Croce. Ci eravamo conosciuti due anni prima durante una vacanza in campeggio, raggiunta in moto, ad Alassio. Lui studiava Ingegneria navale e condivideva con me la passione per Genesis, Pink Floyd e per quel modo ambizioso di concepire la musica. Stavamo persino pensando di formare un gruppo.

Partimmo da Genova nel primo pomeriggio con la Golf GL cabrio di Mario, grigia metallizzata. Volevamo arrivare presto per conquistare sul prato una posizione il più possibile vicina al palco. Nell’autoradio avevamo le cassette: sicuramente Genesis, Marillion e Pink Floyd. Erano la nostra colonna sonora e, in un certo senso, anche il progetto di ciò che avremmo voluto suonare.

All’altezza di Pavia incontrammo una pioggia torrenziale. La prendemmo con l’ottimismo incosciente dei vent’anni.

«Se la becchiamo qui, a Milano non piove».

Non avevamo capito nulla.

Raggiungemmo San Siro seguendo i cartelli stradali e una cartina. Ero già stato allo stadio per alcune partite: avevo visto il Genoa contro Inter e ricordavo un Milan-Juventus del 1975, diventato famoso anche per i petardi lanciati verso la porta di Dino Zoff. Il Meazza, quindi, apparteneva già alla mia memoria, ma come luogo del calcio.

Quella sera era diverso.

Intorno ai cancelli si erano assiepate migliaia di persone. C’erano molti ragazzi della nostra età, arrivati attraverso i “nuovi” Genesis di Collins: quelli dei singoli in classifica e dei videoclip trasmessi da VideoMusic e da Deejay Television. In Italia MTV non era ancora arrivata. Accanto a loro si riconoscevano i fan della formazione con Gabriel. Avevano magari trenta o quarant’anni, ma a noi sembravano vecchi. Due generazioni convivevano davanti allo stesso palco, anche se attendevano, almeno in parte, due gruppi differenti.

Poco prima che aprissero i cancelli, mentre eravamo ancora in coda, tornò la pioggia. Il biglietto era nella tasca del giubbotto di jeans e quando lo estrassi mi accorsi che si era quasi disfatto. Cercammo di ricomporlo alla bell’e meglio. Per qualche istante temetti che mesi di attesa potessero finire lì, davanti a un addetto incapace di riconoscere quel piccolo mosaico di carta bagnata.

Gli addetti compresero il problema e ci lasciarono entrare.

A quel punto corremmo.

Sul prato non esisteva il posto assegnato: la vicinanza al palco bisognava guadagnarsela con l’attesa e con le gambe. Riuscimmo a sistemarci in posizione centrale, abbastanza vicini da vedere bene i musicisti. Le protezioni posate sul terreno ci salvarono almeno in parte dal fango, ma non ci si poteva sedere. Aspettammo in piedi, con gli abiti ancora umidi.

Il palco sembrava enorme. I teloni riprendevano i colori e le forme della copertina di Invisible Touch. C’era anche un grande schermo, una tecnologia che allora non era ancora una presenza scontata nei concerti. Oggi ci sembra normale osservare un musicista ingrandito sopra il palco; nel 1987 quello schermo faceva parte della meraviglia.

Prima dei Genesis si esibì Paul Young. Lo conoscevo attraverso i successi radiofonici, i video e la sua partecipazione al Live Aid di due anni prima. Non mi piaceva particolarmente e mi sembrava una scelta poco adatta al pubblico dei Genesis. Il suo genere era troppo distante da quello che molti di noi erano venuti ad ascoltare.

Esordì accennando Singin’ in the Rain. La battuta non migliorò il rapporto con la platea. Dopo qualche brano qualcuno lanciò addirittura un panino verso il chitarrista, che rispose con gesti poco eleganti e smise brevemente di suonare. Ho il ricordo di un’esibizione piuttosto corta, forse accorciata, ma non posso esserne certo. Paul Young era una star internazionale: questo non significava che fosse l’artista giusto in quel momento, davanti a quel pubblico.

Poi venne il buio.

Il concerto cominciò con Mama. Sul grande schermo comparve il volto di Phil Collins illuminato dal basso. La luce ne scavava i lineamenti mentre lui emetteva quella risata angosciosa e inconfondibile. Era un’immagine teatrale, quasi una maschera: una versione tecnologica, adatta alle dimensioni di uno stadio, di quella capacità di trasformazione scenica che aveva appartenuto ai Genesis fin dagli anni di Gabriel.

In quel momento il sogno diventò reale.

Mi voltai. Vidi il prato dietro di noi e le gradinate che, dal punto in cui mi trovavo, apparivano completamente piene. Il Meazza non aveva ancora il terzo anello né la copertura costruiti per i Mondiali del 1990. Era uno stadio diverso da quello di oggi, aperto verso il cielo che ci aveva appena scaricato addosso la pioggia.

La folla reagì in modo pazzesco. Davanti a me c’erano davvero Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford, affiancati da Chester Thompson e Daryl Stuermer. Non erano i Genesis che preferivo, ma mi conquistarono immediatamente. Erano tecnicamente perfetti.

Ricordo una magnifica Abacab. Ricordo The Brazilian, soprattutto. Era un brano strumentale dell’ultimo album e non era nemmeno il più famoso, eppure rimane uno dei suoni più nitidi di quella sera. A distanza di quasi quarant’anni, mi sembra ancora di sentirlo se chiudo gli occhi.

Phil Collins era il mattatore. Si trovava al culmine del successo, sia con il gruppo sia come solista, e sapeva governare uno stadio. Per parlare con il pubblico leggeva da un foglio alcune frasi italiane scritte foneticamente. La costruzione di Home by the Sea diventò uno dei momenti più coinvolgenti dello spettacolo. Collins invitò il pubblico a richiamare i fantasmi: tutto lo stadio alzò le braccia e cominciò a fare «uuuuuu», mentre lui continuava a caricare le diverse zone della platea.

Poi pronunciò la frase:

«I fantasmi sono tra noi».

Per alcuni istanti San Siro non fu più uno stadio. Divenne davvero la casa infestata raccontata nella canzone.

Anche l’introduzione di Domino sfruttava le dimensioni e la forma del luogo. Collins coinvolse separatamente i vari settori, facendo propagare la risposta del pubblico da una zona all’altra come una successione di tessere che cadono. Non si limitava a cantare davanti alla folla: usava la folla come parte dello spettacolo.

Durante Throwing It All Away l’atmosfera cambiò ancora. Il brano, più semplice e immediato, divenne evocativo proprio grazie alla partecipazione collettiva. Mi accorgevo che il pubblico si esaltava soprattutto per i nuovi successi. Io e Mario appartenevamo quasi a una minoranza: avevamo vent’anni, ma aspettavamo la musica amata dai fan più vecchi.

Collins introdusse In the Cage definendola «una canzone molto vecchia».

Per noi fu il segnale.

Il Cage Medley, con il passaggio in …In That Quiet Earth e l’approdo ad Afterglow, rappresentò l’unica vera immersione nei Genesis che avevamo conosciuto attraverso i vecchi dischi. Mi emozionò profondamente, ma mi sembrò troppo poco. Era probabilmente la scelta giusta per il pubblico raccolto quella sera: i Genesis non potevano comportarsi come se il successo degli ultimi anni non fosse mai avvenuto. Io, però, avrei voluto che quella porta sul passato restasse aperta più a lungo.

Il mio osservato speciale era Tony Banks. Mario suonava le tastiere e per entrambi il suo lavoro era mitico, quasi inarrivabile. Sul grande schermo comparivano spesso le sue mani. Collins dominava la scena, ma io cercavo Banks dietro il suo arsenale di strumenti, come se osservandolo abbastanza attentamente fosse possibile comprendere il segreto di quella musica.

Anche Rutherford e Stuermer erano in ottima forma. Chester Thompson svolgeva gran parte del lavoro alla batteria, permettendo a Collins di muoversi sul palco e dedicarsi al canto. Quando Collins tornò dietro i tamburi per il duetto con Thompson, vidi per la prima volta dal vivo due batteristi suonare insieme. Il dialogo ritmico che conduceva verso Los Endos mi fece ritrovare, dentro lo spettacolo pop e tecnologico del 1987, la potenza strumentale dei Genesis.

Il finale con Turn It On Again mi lasciò invece un po’ di amaro in bocca. Il brano si trasformava in un medley di classici rock e soul. Con l’intero repertorio dei Genesis a disposizione, non capivo perché dovessi ascoltare cover di canzoni altrui. Il pubblico si divertiva e il meccanismo funzionava, ma io rimasi interdetto. Dopo una concessione così breve al passato, avrei preferito un’altra canzone dei Genesis.

Nonostante questo, quando si accesero le luci eravamo stanchi e felici.

Comprai un poster ufficiale del tour. Il biglietto era ormai perduto, ma quel poster sarebbe tornato con me a Genova e sarebbe sopravvissuto, arrotolato in garage, fino a oggi.

Ripartimmo subito con la Golf. Ci fermammo a mangiare qualcosa all’Autogrill di Dorno, che con il tempo sarebbe diventato una tappa abituale nei ritorni dai concerti milanesi. Arrivammo a Priaruggia intorno all’una e mezza. Poche ore dopo ero nuovamente all’università, a raccontare la serata agli amici che non erano venuti e a cercare sui giornali le recensioni del concerto.

Non avevamo fotografie. All’epoca era vietato introdurre macchine fotografiche e agli ingressi potevano sequestrartele. Chi voleva portarne una doveva nasconderla. Io quella sera non l’avevo fatto. Se l’avessi avuta, avrei cercato di immortalare ogni componente della band.

Mi sono rimaste altre immagini: San Siro ancora a due anelli; Collins che legge il foglio per pronunciare le frasi in italiano; le mani di Banks sul grande schermo; il pubblico che richiama i fantasmi; lo stadio che si propaga come un domino; il volto di Collins illuminato dal basso durante Mama.

Poco tempo dopo comprai davvero un basso elettrico. Con Mario andammo anche da Merula, a Bra, luogo allora mitico per i musicisti, per cercare una tastiera. Formammo prima i Black Cross, un duo con una batteria elettronica Yamaha RX21, e cominciammo suonando brani dei Pink Floyd. Poi arrivarono i Barley Wine, con Duzza alla chitarra e Santo alla batteria. Mario oggi vive e lavora a Trieste, ma siamo ancora in contatto.

Quella Golf partita da Genova, in qualche modo, non si è mai fermata.

Oggi sarebbe tutto più semplice. La notizia del concerto arriverebbe in tempo reale. Comprerei il biglietto online, raggiungerei lo stadio con Google Maps e potrei avvisare mia madre di un eventuale ritardo. Il telefono mi consentirebbe di registrare video e scattare centinaia di fotografie. Probabilmente avrei conservato anche l’immagine di The Brazilian.

Ma le mani del pubblico sarebbero occupate dai cellulari e avrebbero quasi meno possibilità di applaudire. Durante il richiamo dei fantasmi, migliaia di schermi si alzerebbero sopra le teste. Quel concerto dei Genesis, oggi, non sarebbe lo stesso.

Questo non significa che vorrei tornare indietro. Quell’epoca l’ho vissuta ed era giusto viverla in quel modo. Non condanno il presente: penso soltanto che allora facessimo molto con poco. Il rapporto con la musica era più intenso e avevamo il privilegio di attraversare un periodo quasi irripetibile, nel quale molti mostri sacri erano ancora contemporaneamente vivi, attivi e sui palchi.

Se potessi rivolgermi al ragazzo di vent’anni fermo sul prato del Meazza, gli direi che lo invidio bonariamente. Vorrei avere ancora la sua età per poter rifare tutto un’altra volta.

Poi lo saluterei con due raccomandazioni.

La prima: continua sempre a sperare in una reunion dei Genesis con Peter Gabriel e Steve Hackett.

La seconda: la prossima volta portati un ombrello. Ai concerti all’aperto dei Genesis, spesso e volentieri, piove.


La scaletta della serata:

Mama

Abacab

Domino

Part One: In the Glow of the Night

Part Two: The Last Domino

That’s All

The Brazilian

In the Cage

…In That Quiet Earth

Afterglow

Land of Confusion

Tonight, Tonight, Tonight

Throwing It All Away

Home by the Sea

Second Home by the Sea

Invisible Touch

Drum Duet – Phil Collins e Chester Thompson

Los Endos

Bis

Turn It On Again, con il medley






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