www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

giovedì 14 maggio 2026

“Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti-Commento di Francesco Pullè


 

LA MADELEINE DI “FABBIO”

Di Francesco Pullè 

Tra autobiografia e romanzo di formazione, il racconto di un’inquietudine adolescenziale.

 

Tra autobiografia e romanzo di formazione, “Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti si colloca in una zona narrativa che evita con intelligenza tanto il compiacimento memoriale quanto la facile enfasi del riscatto, scegliendo invece di fare della memoria uno strumento di lettura del passato e, insieme, di messa a fuoco di ciò che si diventa nel tempo. Ne risulta un libro che non indulge nella nostalgia, ma interroga con discrezione e fermezza le proprie origini, trasformando l’esperienza individuale in una forma di conoscenza.

L’infanzia e l’adolescenza a Cornigliano, quartiere operaio di Genova, in una famiglia di origine siciliana, restituiscono un percorso di crescita tutt’altro che lineare, segnato da bullismo, paura e da un persistente senso di inadeguatezza, in un contesto che rende gli anni delle scuole medie ben lontani da qualsiasi immagine di leggerezza. I quaderni riempiti di Goldrake e Mazinga, come pure la figura onirica della “tana della talpa”, non sono allora semplici fantasie infantili, ma spazi di difesa, piccole architetture immaginarie attraverso cui sottrarsi, almeno in parte, alla durezza del reale.

È su questo sfondo che la musica assume una funzione decisiva. L’ascolto passa dapprima dalle sigle dei cartoni giapponesi ai successi pop del momento, da Gianna a Wuthering Heights, fino a Sotto il segno dei pesci e Generale, componendo una sorta di educazione sentimentale del suono in cui convivono immaginario infantile, curiosità adolescenziale e desiderio di appartenere a un tempo condiviso. In questo stesso clima entrano anche il gioco, la goliardia, perfino il divertimento quasi rituale di incidere rutti su una C60, gesto minimo e triviale ma rivelatore di un’epoca in cui la musica era anche fisicità, complicità e invenzione domestica. Solo in seguito, attraverso i dischi del fratello, arriva la scoperta del progressive rock, che non coincide soltanto con la nascita di un gusto, ma con un ampliamento dell’immaginazione e della percezione, quasi con l’apertura di un lessico nuovo per leggere il mondo. Le copertine di album come Atom Heart Mother, Acquiring the Taste e Nursery Cryme non restano allora immagini decorative, ma diventano soglie, passaggi verso altri paesaggi mentali, capaci di modificare la relazione stessa con la realtà.

In questa stessa direzione va letta la trasformazione del ponte Morandi nel ponte di Brooklyn, gesto immaginativo che dice molto sulla possibilità di reinventare lo spazio e, attraverso di esso, la propria posizione nel mondo. E non è casuale che in questo itinerario trovi spazio Franco Battiato, non solo come riferimento musicale, ma come epifania di libertà artistica e intellettuale, quasi una promessa di scarto rispetto ai modelli dominanti. Sullo sfondo, senza mai diventare dichiarazione, affiora l’idea di una musica intesa come forma primaria di conoscenza, secondo una sensibilità che richiama Verlaine e il suo programmatico “de la musique avant toute chose”.

Uno dei meriti maggiori del libro è la capacità di intrecciare la vicenda personale con il clima storico e collettivo senza irrigidire il racconto in una cornice didascalica. Gli anni di piombo, il caso Moro, la morte di Guido Rossa, la strage di Bologna, ma anche episodi entrati nell’immaginario comune come la tragedia di Alfredino Rampi o la figura di Pertini, contribuiscono a definire l’atmosfera in cui il protagonista cresce, facendo da controcampo a una formazione che non è mai puramente privata. Più laterali, ma non meno suggestivi, alcuni episodi minori - come quello del giovane Luca inghiottito da un buio abisso - aggiungono una tonalità ulteriore di inquietudine, quasi una risonanza sotterranea che attraversa il libro.

Anche la dimensione familiare è trattata con misura e sensibilità. La madre, segnata dalla depressione, è restituita nella sua presenza fragile e tormentata, in un rapporto affettivo che resta intimo ma mai pienamente pacificato; il fratello Saverio, la sorella Anna e l’onnisciente amico Sandro rappresentano appigli importanti, mentre figure come Giulia o Anglona introducono il primo territorio del desiderio, dove immaginazione e realtà si osservano da vicino senza coincidere del tutto. In questo quadro, la pronuncia cadenzata di “Fabbio”, con cui la madre chiamava l’autore, diventa una delle risonanze più intime del libro.

Tra le immagini più riuscite emergono la cassetta pirata acquistata in via di Pré, piccolo oggetto che racchiude un intero mondo di attese e scoperta, e l’abbraccio a un albero, gesto semplice ma carico di una necessità profonda, quasi primaria. Sono momenti in cui Zuffanti raggiunge una notevole efficacia evocativa, riuscendo a dire molto senza mai forzare il significato.

La “riscossa” del titolo, in definitiva, non ha nulla di trionfale: è un movimento interiore, lento, fatto di consapevolezze progressive, in cui la fragilità non viene negata ma trasformata in forma. Musica e immaginazione non valgono come fuga, bensì come strumenti di orientamento, come modi per restare nel mondo senza subirne la durezza. “Alla riscossa stupidi” si impone così come un libro sobrio e intenso, capace di trasformare una vicenda privata in una riflessione più ampia sulla formazione e di restituire alla ferita una forma leggibile, principalmente proprio attraverso quella pronuncia materna di “Fabbio” che ne custodisce, con discrezione, la parte più preziosa e segreta. Il finale, segnato da un evento traumatico insieme gratuito e auspicato, apre infine una soglia decisiva, conducendo il protagonista in una dimensione di sospensione e catarsi che sembra accompagnare quietamente il lettore anche oltre le ultime pagine, senza sottrarsi alla domanda irrisolta sul senso del dolore attraversato insieme all’autore.




Nessun commento:

Posta un commento