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giovedì 19 novembre 2020

Il mondo della musica è cambiato.

Il mondo della musica è cambiato.

È cambiato tanto che dal grande Joe Cocker, con la sua esibizione a Woodstock, siamo passati a Lady Gaga. È cambiato… prima guardavi verso il palco e ora guardi lo smartphone per farti un selfie con dietro la star. Prima era partecipazione ora è solo intrattenimento con te nella foto che sei più importante della rockstar. O meglio, è più importante dire nei social che stai lì... e magari non stai sentendo una mazza!

(Carlo Verdone)

Vojo tornà a vedè i concerti così!!!!!

In occasione del compleanno di Carletto Verdone (tra l’altro grande conoscitore di musica), mi è tornata questa sua frase che ho pubblicato. Ognuno è figlio della propria era, per carità, però e sacrosanto dire che oggi, chi va ad un concerto, diventa lui il protagonista. Si comincia con pubblicare la foto del biglietto, poi la locandina fuori il teatro, selfie con il primo personaggio famoso che incontri, mini filmati del concerto, e se disgraziatamente becchi l’artista e ti fai una foto, allora diventi il re della serata. E il concerto? La musica? Al massimo qualcuno ti scrive “IO c’ero”! E se c’eri allora di qualcosa, racconta agli altri quello che hai visto, sentito, provato”. A meno che non vai al concerto dei King Crimson, dove Fripp ti “sodomizza” se accendi il telefonino, allora tutti diventano controllori e moralisti, se beccano uno, daje giù ad apostrofarlo subito con un “brutta merdaccia” di Fantozziana memoria, ma pronti con il telefono in tasca, aspettando che il concerto finisca, per scatenarsi a fotografare di tutto, e scrivere sui social “IO c’ero”

Io un “cero” lo metterei… alla Madonna, affinché faccia rinsavire la gente. Con il covid ci stanno privando dei concerti proponendoceli in “streaming”, ci faremo l’abitudine come per il playback… o torneremo a vederli con gli occhi?

Wazza



Fripp fotografa e i “selfisti anonimi” muti !!!

Loro c’erano!

Suggerimenti dalla rete…

Mentre svariati festival cercano di arginare il fenomeno dei selfie stick, più per questioni di effettiva sicurezza per il pubblico che per i nervi degli artisti, ancora nessuno sembra riuscire a fermare una delle più grandi piaghe degli ultimi anni, il sovrautilizzo di telefonini da parte degli spettatori, per immortalare in foto, video e clip audio qualche istante della performance dei propri beniamini.

A pronunciarsi duramente contro il trend - aggiungendosi a una lunga lista di artisti fortemente infastiditi dalla cosa - è Sebastian Bach che, intervistato dal SiouxCityJournal, ha dichiarato: "Perché non provate a godervi il momento? Così facendo, vi distraete, distraete gli altri e distraete l'artista. Posate quel fottuto telefonino, cazzo. Tanto lo sapete, non riguarderete mai i video che avete registrato. Non serve a niente."


 

martedì 17 novembre 2020

Brian Glascok, fratello di John

1964-Rear - Malcolm Collins and Mick Taylor. Front - Alan Shacklock, John Glascock and Brian Glascock

Nel giorno della scomparsa di John Glascock - era il  17 novembre del 1979 - voglio ricordare (per chi non lo sapesse) che John ha un fratello batterista, Brian Glascok, di qualche anno più grande.

Hanno suonato insieme in due band: “The Juniors” 1964 (praticamente all’oratorio) - con Mick Taylor alla chitarra -, e con i “The Gods”, solo per un anno, con Taylor e Ken Hensley. Praticamente poi si sono “rincorsi” (usciva uno entrava l’altro) nei Toe Fat e nei Carmen. Brian Glascok è stato anche il batterista del gruppo “The Motels”, suonando anche per Dolly Parton, Iggy Pop, Joan Armatrading…

Ancora si diverte a suonare.

Di tutto un Pop…

Wazza


L-R Brian Glascock, Mick Taylor, Ken Hensley & John Glascock Photo by Michael Putland Getty Images 1965 (The Gods)

Cliff Bennett, John Glascock, Ken Hensley, and Lee Kerslake.


The Motels! left to right: Michael Goodroe (bass), Marty Jourard (sax, keyboards), Cindy Restad (Capitol), Tim McGovern (guitars), Martha Davis (vocals), Brian Glascock (drums), Mark Wheeler (Capitol), Band Mngr

Brian Glascock from Meat Raffle Road (and The Motels) sits in on Paul's drums to play Only The Lonely with Al Grande Band

 



Compie gli anni Alessandro Papotto


Compie gli anni oggi, 17 novembre, Alessandro Papotto, clarinettista, sassofonista, flautista, cantante, compositore… il Mel Collins "de noantri".

Banco del Mutuo Soccorso, Nodo Gordiano, Periferia del Mondo, Coreacore, alcune delle band che hanno "usufruito" della sua bravura.

Impegnato in molti progetti musicali, non ultima la collaborazione in varie colonne sonore di film.

Buon compleanno Pap8!

Wazza




Stazione Birra - 28 aprile 2012 - BMS


 


lunedì 16 novembre 2020

ZiDima-“DEL NOSTRO ABBRACCIO OSTINATO IN QUESTA CREPA IN FONDO AL MARE”, di Andrea Pintelli

ZiDima

“DEL NOSTRO ABBRACCIO OSTINATO IN QUESTA CREPA IN FONDO AL MARE”

Di Andrea Pintelli

Si continua a combattere, con rabbia e ostinazione. Mai mollare. La lotta è nel cuore, non nella testa. Ci sono parecchi modi per farlo: gli ZiDima, musicisti dell’area milanese-monzese, hanno scelto l’arte come arma. Attivi discograficamente dal 2004, arrivano al loro nuovo lavoro “Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare”, uscito il 10 ottobre, dal titolo di wertmülleriano ricordo. Pubblicato in vinile, cd e digitale grazie al contributo di otto etichette sparse su tutto il territorio nazionale: Boned Factory, Brigante Records, Fresh Outbreak Records, Gasterecords, I Dischi del Minollo, In Circle Records, Nel Mio Nome Dischi, True Bypass.

Da sabato 3 ottobre è online il video di “Vale”, ideato, interpretato e realizzato dai ragazzi e dalle ragazze del centro sociale Foa Boccaccio di Monza.

Il comunicato stampa così recita:

Sette canzoni, sette storie, sette personaggi (più uno). Una sorta di piccolo specchio del mondo reale con cui abbiamo finalmente fatto i conti. Un titolo lungo e pretenzioso, che è anche un riferimento diretto al periodo e al modo in cui è nato questo disco. Le canzoni raccontano le inquietudini e le scelte, quasi sempre estreme e liberatorie, di persone con cui siamo entrati in contatto, e portano i loro nomi. Le chitarre in primo piano, le voci urlate e i colpi di basso e batteria diretti alla bocca dello stomaco, l’eco di un’immagine di ragazzi abbracciati sul tetto di un centro sociale, i combattenti di oggi e quelli di ieri, le invettive, le fughe e gli scenari apocalittici, le nostre cicatrici e una manciata di esplicite citazioni. “Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare” racchiude soprattutto questo ed è dedicato a chi continua a sentirsi vivo e pericoloso. Come una piccola e cocciuta minaccia, per quanto nascosta e distante possa sembrare oggi.”

“Vale”, violenza sonora, distorsioni, digressioni, immenso impatto, urlata e incazzatissima, è la prima traccia di questo disco. Due minuti noise con un testo che pare un epitaffio, un lascito per la prosecuzione dell’imperativo principe: disobbedire. L’intento è lampante fin da subito. “Chiara”, con iniziali voce recitata e andamento doom, è un alternarsi di quiete riflessiva e rabbia, fase successiva in cui il cantato si squarcia per lanciarsi verso rare vette emotive. Le chitarre esplodono ad accompagnare il messaggio di questa traccia, che è un allontanamento volontario verso altri lidi dove la protagonista non debba più fingere di farsi piacere questo nostro mondo occidentale fatto di formalità e apparenza, verso quindi mete che profumano di verità e scelte non imposte. “Emme”, hardcore fino al midollo, è antifascista, militante, partigiana. Al grido di “come sventoli da appeso?”, è una visione ancora attuale della fine della dittatura del mostro romagnolo, che gli ZiDima evocano per similitudine odierna, in cui i destroidi in giacca e cravatta, col sorriso beffardo e la patria come vessillo distorto, cercano col populismo più becero di ammaestrare mentalmente il popolino che non vuole pensare col proprio cervello, rifugiandosi in slogan d’altri tempi, appunto, per elevarsi a indipendenti che non sono e non saranno mai. In sintesi, quell’Italia che non dovrà mai più avere il potere. “¡No pasarán!”, come strillò Dolores Ibárruri. Ecco, prendiamola come esempio. “Anna K.”, canzone d’amore diversa, scava ovviamente più in profondità della media, riportando nel testo anche il titolo del disco, in un contesto e significato di protezione della propria dimensione di questi due amanti che non vorranno mai essere divisi e soggiogati da chicchessia. Musicalmente un caos sonoro organizzato, dove la potenza della sezione ritmica è protagonista. “Roby”, ovvero vendetta e condanna. E attenzione: “Il popolo ha fame” (non il popolino riportato prima). Questo sentore è l’anticamera dell’esplosione sociale. Tensione tutt’intorno, in un vortice sonoro che aumenta di velocità, tanto più si è vicini alla scintilla che può provocare la rivolta. Be careful… “Zita” è una protagonista impulsiva e pretenziosa, demoniaca e cattiva all’ennesima potenza, ben consapevole delle sue azioni, sempre mirate a distruggere chi l’ha tradita, trattata male, non rispettata. Un manichino da aperitivo, perfetta nel suo incedere e nel suo apparire, ma con una recondita carica dilaniante che la porta a pensare di essere il centro del mondo. Ma che altro non è che una pedina del marcio sistema d’oggigiorno. “Paolo e Rocco”, melodia importante in un crescendo d’eccitazione, trepidazione, fin quasi alla commozione, che gli ZiDima ci vogliono trasmettere. La storia dell’incontro con la vera vita dei due protagonisti, che tolgono il freno a mano e iniziano finalmente ad essere loro stessi. Una roboante botta che per potenza e forza comunicativa arriva dritta al tuono sopra di noi.

"Zi'Dima, dentro la giara, era come un gatto inferocito", scriveva Pirandello.

Teniamoli d’occhio, perché oltre al nostro amato Prog c’è tanto altro che merita di essere incontrato, vissuto, capito. Abbracci diffusi.

TRACKLIST

01. VALE

02. CHIARA

03. EMME

04. ANNA K.

05. ROBY

06. ZITA

07. PAOLO E ROCCO 

ZiDima 2020:

Roberto Magnaghi: chitarre

Manuel Cristiano Rastaldi: voce e parole

Cosimo Porcino: basso, cori

Francesco Borrelli: batteria, synth

LINK UTILI:

http://www.zidima.it/

https://www.facebook.com/ZIDIMA.it

https://soundcloud.com/zidima/sets/del-nostro-abbraccio-ostinato-in-questa-crepa-in-fondo-al-mare

https://www.dropbox.com/sh/xjev4n8661plm3i/AADC9CaIZBE4_lSII9n0R0MYa?dl=0

https://www.youtube.com/watch?v=LB6L58JTwTk&feature=emb_title

 


giovedì 12 novembre 2020

JULIUS PROJECT-"Cut the Tongue", di Valentino Butti

 

JULIUS PROJECT: Cut the tongue

2020    ITA

Di Valentino Butti

E ’un esordio molto convincente quello della “creatura” di Giuseppe “Julius” Chiriatti, dal titolo “Cut the tongue”. Un album, la cui genesi risale addirittura al 1978 (!) con alcuni brani ultimati nel 1981. I pezzi avrebbero dovuto far parte del repertorio della band di Chiriatti all’epoca, i Forum, ma non se ne fece nulla fino al 2014, quando Bianca, la figlia di “Julius”, giornalista musicale e appassionata di canto, riascoltò i demos dell’epoca e riaccese la “fiamma” nel padre.

Venne ben presto contattato l’ex Jumbo, Paolo Dolfini (tastiere) che iniziò a coordinare il progetto. Piano piano ogni tassello andò al proprio posto e salirono sull’auto ormai in piena corsa Filippo Dolfini alla batteria, Marco Croci (Maxophone) al basso, un altro ex Jumbo, Dario Guidotti alla voce ed al flauto, i due chitarristi Francesco Marra e Mario Manfreda e Bianca, la figlia di Chiriatti alla voce. Numerosi poi gli ospiti del progetto tra i quali Richard Sinclair (Caravan, Camel, Hatfield & the North) voce nella title track. Veniamo, dunque, all’album. “Cut the tongue”, 18 tracce per circa 60 minuti di durata, è un lavoro a tema che si apprezza appieno se ascoltato in un’unica sessione poiché, di fatto, i brani sono tutti collegati a formare una ponderosa suite che merita un’attenzione particolare. La vicenda vede protagonista il giovane Boy, un ragazzo, la cui vita appare senza scopi, senza obiettivi. Un amico gli consiglia di affidarsi ad un “profeta” che lo avvia sulla strada dell’apparire, della ricchezza, delle false illusioni. Ben presto Boy si avvede della futilità di tale visione e uno spirito guida, incontrato in sogno, lo invita a “tagliare la lingua” a questi santoni del nulla. Col tempo Boy riavvolgerà i fili della propria esistenza e la solitudine sarà, per lui, una virtù e non un nemico da sconfiggere. 

Ci pare che due siano le carte vincenti del progetto: l’aver affidato le parti vocali ad interpreti differenti ognuno dei quali offre un contributo personale e di qualità e, per una volta in un progetto italiano “credibile”, l’utilizzo della lingua inglese che si presta perfettamente alle dinamiche musicali create da Julius e dal resto dei musicisti coinvolti. Un lavoro, “Cut the tongue” che non scade mai di tono, ricco di melodie convincenti che entrano subito “in circolo”, di un sound sempre brillante e moderno, malgrado i link con gli anni d’oro del prog italiano siano tangibili (non dimentichiamo che i brani appartengono di fatto alla fine dei seventies…). Tutto ciò in un florilegio di tastiere, tra moog, hammond e pianoforte, usate con fantasia e vigore e che comunque non offuscano gli interventi solisti dei vari chitarristi presenti. La validità dell’album e la qualità sempre molto alta dei brani la si evince, molto banalmente, ascoltando quattro brevi brani strumentali – “Island”, “I see the sea”, “Cast away” e “Wandering” - che potrebbero essere “classificati” semplicemente come brani-ponte tra composizioni più articolate, ed invece vivono di luce propria con ritmiche brillanti, tastiere dinamiche ed efficaci e “solos” di ottima fattura. Altrove come nei due brani iniziali “The fog” e “In the room” prevale l’anima più sbarazzina del progetto, quella “new prog”; in “Speed kings” quella più rovente e rock con un sorprendente Marco Croci in veste (anche) di ottimo vocalist; in “The swan” o anche in “Clouds pt.2” emerge l’anima più romantica  ed intimista con la voce delicata di Bianca perfetta per l’occasione; con la leggiadra “We know we are two” si sfiora l’universo Renaissance. C’è poi la title track in cui possiamo ascoltare uno dei migliori interpreti del prog inglese, Richard Sinclair: composizione raffinata “giocata”, all’inizio, sulle note del piano e sulla voce “canterburiana” che poi decolla sugli assoli di chitarra e synth accompagnati da una ritmica piuttosto articolata. Nel brano, alla chitarra, troviamo un altro ex Jumbo, Daniele Bianchini. Non manca neppure la ballad elettro-acustica di grande suggestione come in “Glimmers” e lo sfavillante finale di “Desert way”. Insomma, un album che non si fa e non ci fa mancare praticamente nulla e che si pone come una delle migliori pubblicazioni progressive per il 2020. 

Non conosciamo le intenzioni di Julius per il futuro immediato, ma ci auguriamo che voglia continuare, con tempistiche più compresse ovviamente, su questa promettentissima strada intrapresa. Magari con un progetto che abbia il “classico” nome di tre parole tipico della tradizione italiana progressiva… ma questo è un semplice dettaglio ovviamente.







mercoledì 11 novembre 2020

Il Banco del Mutuo soccorso nel novembre 2019

Ho urlato forte la mia rabbia, ma agonizzo anch’io”

(Ed ora domando tempo al Tempo ed egli risponde… non ne ho!)


Nel novembre 2019 il Banco del Mutuo Soccorso, è in piena corsa con il “Transiberiana Tour”

Partito il 1° novembre dal Teatro Artemisio di Velletri, il tour proseguiva il 7 a Brescia, l’8 Milano e il 16 Torino. Una marcia trionfale che solo la “pandemia” poteva fermare!

Un piccolo ricordo di queste date, con la speranza di ripartire ancora.

Wazza

Velletri Teatro Artemiso 1° novembre 2019

Di Susanna Marinelli

Il ponte delle festività non è riuscito a frenare gli ammiratori della band pioniera del progressive rock nostrano che si sono presentati in massa l’appello. Il Banco del Mutuo Soccorso si era già esibita dal vivo, in tutto il suo smalto, nel concerto d’anteprima dello scorso 2 settembre al Teatro Romano di Verona ed anche in quella occasione i risultati erano stati più che lusinghieri.

A Velletri è stato tangibile il calore dell’audience che non ha perso una nota ed ha esultato all’ascolto dei successi del gruppo, vecchi e nuovi, da Metamorfosi a Il Ragno/Perchè Perchè, da Eterna Transiberiana a Moby Dick, L’Imprevisto, R.I.P in un crescendo di emozioni. Il tutto presentato da un line-up davvero azzeccato, quello del BMS 2.0 come amano dire loro, composto dal sempreverde Vittorio Nocenzi alle tastiere, che si è confermato come un grande performer nonché anima del Banco del Mutuo Soccorso.

Ma hanno fatto egregiamente la loro parte anche Filippo Marcheggiani con i suoi assolo rock di chitarra, Nicola Di Già, chitarra ritmica sensibile e precisa e il batterista Fabio Moresco. Fabio, anima pulsante del Banco, ha esaltato i pezzi della scaletta con il suo drumming preciso, potente, affidabile e al tempo stesso passionale e pieno di feeling.

Quindi Marco Capozi, un bassista affidabile e prorompente. Per non parlare del cantante e frontman Tony D’Alessio, una forza della natura sul palcoscenico, un interprete che ha da subito preso a cuore tutto il repertorio della band romana divenuta famosa già dalla fine degli anni ’60 e che a Velletri ha messo tutta la sua energia e la sua voglia di esprimersi entusiasmando il pubblico presente e amalgamandosi perfettamente con il resto dell’ensemble. Insomma, la prima tappa ufficiale del Transiberiana Tour è andata alla grande, ovviamente anche all’insegna della memoria del grande chitarrista del BMS Rodolfo Maltese e dell’istrionico ed apprezzato Francesco Di Giacomo, compianto cantante e poeta dalle non comuni doti di comunicazione.

Alla nuova formazione del Banco del Mutuo Soccorso, prima di tutto a Vittorio Nocenzi, il compito di mantenere viva la band, nonostante tutto, e di raccogliere nuovi successi per gli ammiratori di prima e quelli di adesso. Come è accaduto per il sorprendente Transiberiana, il cd di inediti uscito lo scorso maggio dopo ben venticinque anni di assenza dal mercato discografico, che ha subito raggiunto la Top 20 degli album più venuti in Italia e la top 5 di quella dei vinili più venduti.

Brescia 7 novembre 2019


"Brani come I ruderi del gulag (primo singolo estratto), o il capolavoro assoluto del disco, Eterna Transiberiana, guidano il convoglio nella grande meraviglia della vita, galleggiando su giochi di astrazione debitori degli straordinari lavori di Mussorgskij e Stravinskij..."


Banco Del Mutuo Soccorso live a Milano, 8/11/2019

Il BMS, dopo i lutti che hanno marcato la formazione, è ormai creatura plasmata e costruita addosso al leader, Vittorio Nocenzi, che oltre a suonare prodigiosamente un sacco di tastiere (Moog, synth, piano, ecc.), con Fabio Moresco (batteria), Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già alle chitarre, Marco Capozzi (basso) costruisce un “wall of sound” di eccelsa raffinatezza sonora. A questo si aggiunge la voce potente di Tony D’Alessio che reinterpreta, con il suo piglio personale, anche gli hits che furono del compianto Francesco Di Giacomo.

Al Dal Verme sono state due ore di passione e amore (da parte del pubblico) e di generosità, impegno e calore (da parte della band), per un concerto che ha privilegiato i brani degli anni ’70 e non quelli del recente Transiberiana.




BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Teatro Colosseo - TO - 16 nov 2019 - Photo by © David Castelnuovo

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Bastano pochi secondi perché il Banco Del Mutuo Soccorso metta subito in chiaro quello che il pubblico milanese andrà a gustarsi nelle due ore successive: “Metamorfosi” si apre con una lunga introduzione strumentale, si unisce a “Stelle Sulla Terra”, gli strumenti si incontrano, lottano, si intrecciano, fino ad accogliere l’arrivo del cantante Tony D’Alessio, a cui spetta il compito gravoso di raccogliere l’eredità di Francesco Di Giacomo. La nuova formazione del Banco è coesa, non concede spazio alle melodie facili, alle strizzatine d’occhio per compiacere il pubblico, ma regala invece una performance magnetica, caratterizzata da quella fascinazione ipnotica che si ha nel guardare una macchina complessa e perfettamente sincronizzata all’opera.

Eppure l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e in questa serata prende la forma di un’asta del microfono, quella di Vittorio Nocenzi: l’attrezzo continua ad afflosciarsi, infastidendo il tastierista impegnato nelle partiture complesse del Banco e costringendolo a pose innaturali quando deve affiancarsi al cantato di D’Alessio. Nocenzi ci scherza su, con umorismo tipicamente romanesco, tra doppi sensi su aste mosce e rimbrotti nemmeno tanto delicati alla crew, ma si vede che è innervosito. Passa qualche brano prima che l’asta venga sostituita, proprio durante un assolo particolarmente complesso di “L’Evoluzione”, e anche questa scelta non sembra garbare molto al leader del Banco, che prontamente lo fa notare. Nocenzi ha un modo di fare diretto, che colpisce e convince nella sua schiettezza: si vede che tutta la formazione ruota attorno a lui e Vittorio, da padre amorevole ma severo, guida la famiglia con polso, dispensando complimenti, apprezzamenti, ma sempre chiedendo ai suoi compagni la più totale attenzione. Talvolta i musicisti si avvicinano, confabulano, si scambiano occhiate d’intesa, quasi come se il pubblico non ci fosse, perché lì sul palco comanda la musica: ‘che ne volete sapere, voi? Sono cose nostre’, chiosa ironico Nocenzi al pubblico che allunga il collo per captare qualcosa. E la musica del Banco comanda davvero al Teatro Dal Verme, con una scaletta che attraversa le tappe più importanti della lunga discografia della formazione progressive: estratti di “Transiberiana” si affiancano a capolavori tratti da “Darwin!”, come “Cento Mani E Cento Occhi” o “La Conquista Della Posizione Eretta”; trovano spazio brani storici come “Il Ragno”, “Canto Di Primavera” o la splendida “Moby Dick”, descritta da Nocenzi come un omaggio all’Utopia, perché se è vero che ogni passo che compiamo verso l’orizzonte non ci porta davvero più vicino ad esso, è anche vero che l’orizzonte è ciò che ci spinge a continuare a camminare.

Il finale, invece, è dedicato al ‘salvadanaio’, prima con la devastante “R.I.P. (Requiescant In Pace)” e poi con l’ariosa melodia di “Traccia I”, a cui si unisce il coro dell’intero teatro. C’è ancora spazio per una canzone ed è ovviamente “Non Mi Rompete” a cullare il pubblico in un viaggio alato, con le chitarre acustiche ad accarezzare il pianoforte, fino alla lunga divagazione strumentale finale. Certo, non sono mancati i momenti in cui il pensiero è andato ai compagni che non ci sono più, Rodolfo Maltese e Francesco Di Giacomo, e legittimamente avremmo voluto vederli sul palco, ma questa nuova incarnazione del Banco ha davvero tanto da dire, a dispetto degli imprevisti, della sorte avversa, perché, continuando la citazione posta in apertura, ‘l’imprevisto è solo l’occasione per cambiare. Non aver paura, è una strada nuova che si apre’.




 

L'ex ballerina è affetta da Alzheimer ma quando ascolta la musica si risveglia la memoria del cuore

TRATTO DALLA PAGINA

Fanpage.it

Fate attenzione, perché state per vedere qualcosa di straordinario. Quest’anziana signora sulla sedia a rotelle è un'ex prima ballerina; l’Alzheimer ha cancellato i suoi ricordi, ma quando ascolta la musica che danzava un tempo la memoria del cuore si risveglia, e come per magia tutti i passi le tornano alla mente. Marta C. González è morta l’anno scorso e per renderle omaggio queste immagini che toccano l’anima sono state condivise sui social da Música para Despertar, un’associazione no profit che offre assistenza ai pazienti affetti da Alzheimer e li aiuta a recuperare ricordi ed emozioni. Mentre muove con eleganza le braccia le lancette tornano indietro, e sembra quasi di rivederla sul palco dove 53 anni fa incantava il suo pubblico, come artista di punta del New York City Ballet. Questo momento così speciale è stato filmato in una casa di riposo di Valencia, in Spagna, dove l’artista ha vissuto serenamente i suoi ultimi anni. Il video ha fatto il giro del mondo tanto da essere ricondiviso anche dall’attore, Antonio Banderas. “Ascoltare la musica fa risvegliare le persone, mentre rivivono emozioni così intense ritrovano la coordinazione dei movimenti. Ritornano i ricordi di tutta una vita e, ciò che è più importante, torna la sensazione di libertà”.



Commento di Claudio Milano: 

Il video merita la condivisione. Laddove l'accademismo richiedeva una austerità tecnica ma anche comunicativa, qui pur con grazia assoluta ciò che emerge è un'urgenza di danzare per l'ultima volta e con una presenza che non ha bisogno di sottotitoli. Quando il suo sguardo si erge alla sua sinistra a cercare una risposta, quando il cigno si accascia nel far ricadere le braccia, si percepisce come la comunicazione in arte possa essere qualcosa che la malattia può solo decuplicare in potenza espressiva, quando questa non travalica tutto divenendo distruzione. cosa che la rabbia di chi non è in salute spesso genera. Qui c'è solo aderenza alla creazione, in pura grazia.”