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martedì 5 luglio 2022

Led Zeppelin al Vigorelli il 5 luglio del 1971



Fantastic poster for Led Zeppelin, Milan, July 5, 1971

Nel bene e nel male altra data da ricordare.

5 luglio 1971, i Led Zeppelin partecipano al Cantagiro/Cantamondo a Milano.

Si ricorderanno solo gli incidenti... sarà l'inizio delle contestazioni ai concerti.

Di tutto un Pop…
Wazza




lunedì 4 luglio 2022

EARTHSET - Bound (2022) - Di Enrico Meloni

 


EARTHSET - Bound (2022)

Di Enrico Meloni

 

Tornano gli Earthset, quartetto bolognese che avevo conosciuto al Cinema Cappuccini a Genova nel novembre 2019 (quando sì, ancora si potevano vedere i concerti con spensieratezza) per la sonorizzazione del film muto “L’uomo Meccanico” (intervista e mie impressioni sulla serata in un articolo pubblicato nel numero di gennaio 2020 di MAT2020:

http://www.mat2020.com/files/MAT2020_GEN20.pdf

All’epoca mi accingevo a parlare di una band, composta fin dal 2012 da Ezio Romano, Luigi Varanese, Costantino Mazzoccoli ed Emanuele Orsini, alle prese con un ambizioso progetto finanziato da alcune importanti istituzioni e votato al recupero di una pellicola storica e importante, con tanto di sonorizzazione dal vivo del film muto. 

Si trattava in ogni caso di musiche originali, e il progetto era abbastanza peculiare da rappresentare una parentesi in qualche modo “a sé stante” all’interno della carriera degli Earthset. L’Uomo Meccanico è stato portato in tour in lungo e in largo, anche al di fuori dai confini nazionali, e ha sicuramente migliorato lo status degli Earthset di band interessante e da tenere d’occhio.

Come dire: nel novembre 2019, per quanto sia stata un’esperienza fantastica (basta leggere il report linkato sopra), sono andato a vedere un concerto degli Earthset dove la band proponeva sì pezzi propri ma in un contesto così particolare da rendere il tutto qualcosa di decisamente diverso da un concerto “classico”. Penso sia importante rimarcare il concetto per dare la giusta dignità, alle composizioni, originali e inedite, che compongono Bound, uscito nel marzo 2022 per Dischi Bervisti.

E parliamo di Bound, allora. 42 minuti di musica senza soluzione di continuità, un'uscita musicale da considerarsi come progetto artistico a 360°: non solo musica, quindi. Infatti, gli Earthset hanno realizzato undici video-visuals (tante sono le canzoni che compongono l’album), del video-non-videoclip che completano il progetto; video che potete vedere sul canale YouTube della band:


https://www.youtube.com/channel/UCflPJZXoRcY5hGvGrXZbEeQ 

Ogni canzone è collegata alla precedente e alla successiva, ogni brano ha il proprio video che, unitamente agli altri, andrà a comporre un'unica narrazione audiovisiva.

Bound non è solo musica, dicevo. Gli Earthset ci accompagnano in un vero e proprio viaggio dove esploriamo il concetto di relazione, ossia la base su cui si fonda l’intera esistenza, in ogni sua sfaccettatura. Questo viaggio culmina con la relazione per eccellenza che dà vita a una band: l’album è stato registrato dal vivo, senza pause e in un’unica sessione, quasi a suggellare così l’apice massimo del momento creativo di quattro persone racchiuse in una stessa stanza a fare ciò che amano di più.

E la musica? Senza voler abusare di etichette o definizioni (leggo sul comunicato stampa “alt-rock”, e tanto basta), le composizioni originali degli Earthset sono molto variegate e i cambi d’umore sono frequenti. Non mancano alcuni passaggi più interessanti di altri, i riferimenti più chiari possono essere i Radiohead e, per la voce, alcune cose dei Muse, oltre ai Radiohead stessi.

I tempi sono spesso dispari ma non parliamo di un dispari esagerato o caotico (sicuramente non siamo in ambito prog), difficile da seguire (ciascuno/a di noi avrà un riferimento per una band “incasinata” e che odia): gli Earthset ti prendono per mano e ti lasciano perdere nel loro ginepraio di riff e cambi di ritmo, umore e contesto, per poi riprenderti e accompagnarti alla prossima sezione/parte del viaggio a tutto tondo che rappresenta Bound.

La tensione non cala mai per troppo tempo, per cui l’ascoltatore è sempre sulle spine a cercare di capire cosa accadrà dopo. Gli arrangiamenti sono apparentemente semplici ma nascondono una certa ricercatezza, sicuramente un grande pregio della band: a un secondo, terzo, quarto ascolto si aprono mondi che inizialmente non sembravano essere lì presenti.

Va detto che le parti distorte riescono a colpire nel segno, e la costante alternanza a momenti più eterei rendono Bound un disco vario, valido e tutto da scoprire.

Un album da ascoltare più volte per lasciarsi rapire da sonorità spesso dissonanti, al limite del noise, che sanno graffiare quando è il momento giusto ma anche cullare nelle parti più riflessive.

Sono molto curioso di vederli dal vivo alle prese con queste canzoni.


https://soundcloud.com/earthsetband/sets/bound-1/s-tv6BRn9ogvv?si=80677c546a1d4a54870bd645a8a5e3ca






domenica 3 luglio 2022

Vincenzo Grieco & The Exoplanets-Outer Space, commento di Fabio Rossi

 



Commento di Fabio Rossi

 

Artista: Vincenzo Grieco & The Exoplanets

Album: Outer Space

Genere: Hard Rock

Anno: 2022

Casa discografica: Red Cat Music/Inst Fringe

 

Tracklist

1.    Outer Space

2.    Assault Troops

3.    The Same Train

4.    Motherless Boy

5.    Mourning Sun

6.    Wicked Times

7.    Stop Talking

8.    The Temple

9.    Core Of The Sun

10.          On The Bridge



Line Up

Vincenzo Grieco: chitarra

The Exoplanets:

Giulio Giancristofaro: basso e voce

Piero Pierantozzi: batteria

Vincenzo Grieco, chitarrista, compositore e insegnante di musica, ama visceralmente l’hard rock, il blues e il funky. Si esibisce dal vivo con la sua band Vincenzo Grieco and T.H.E. Rome Blues Authority che ho avuto modo di ammirare anni fa a Roma nel corso di un concerto tenuto al Route 66 American Bistrot & Bar. In quell’occasione gestivo un banchetto di vendita e presentavo il mio libro su Rory Gallagher; con il gruppo conversammo piacevolmente sull’eccezionale talento del chitarrista irlandese. Bei ricordi!

Nel 2019 Grieco ha pubblicato il suo primo album solista intitolato Misleading Lights of Town. Se c’era un difetto riscontrabile in quel disco, questo era costituito dall’eccessiva eterogeneità degli stili proposti. Il lavoro nel complesso è valido, ma ho sempre pensato che sarebbe stato migliore se fosse rimasto saldamente ancorato all’hard rock. Chissà se era nelle intenzioni di Vincenzo cercare di aggiustare il tiro, perché tale “lacuna” è stata in larga parte evitata nella nuova release intitolata Outer Space.

Scevro da eccessive divagazioni, il disco è gradevole all’ascolto e munito di alcuni spunti di elevata caratura tecnica. Il funky e il blues lasciano il proscenio al grunge e all’hard rock con risultati mirabili. Reputo indovinata la scelta di Grieco di assestare la line up riducendola a un efficientissimo e potente trio (d’altronde i Motörhead non erano forse in tre e spaccavano da Dio?). Outer Space include dieci tracce che abbracciano un sound deciso, ben ancorato agli anni Novanta con riferimenti ai Mr. Big, Soundgarden, Alice In Chains e Stone Temple Pilots. Si parte decisamente alla grande con la vulcanica title track, nonché primo singolo, seguita dalla granitica Assault Troops. Un inizio con il botto! La voce graffiante di Giulio Giancristofaro, la sezione ritmica che pesta come se non ci fosse un domani e la chitarra “hendrixiana” di Grieco che sciorina assolo e riff in quantità industriale, creano un amalgama interessante. Si sposta il tiro con The Same Train, un funky rock di buon livello, palese tributo ai Red Hot Chili Peppers che Vincenzo apprezza molto. Motherless Boy dispone di un riff trascinante che riporta tutto sui binari più consoni alla filosofia del disco. Morning Sun ha contorni più pacati, ma parimenti affascinanti. Stop Talking colpisce duro come un pugno in piena faccia, un brano efficace anche per merito del cantato degno di rilievo. The Temple, altro singolo apripista dell’album, è ancora un eccellente esempio di come si possa suonare hard rock con passione anche in questi tempi musicalmente disastrati. The Core Of Sun è contraddistinta da un riffing intrigante, abrasivo e ossessivo. Chiude l’acustica On The Bridge, caratterizzata da un soffuso e dolce andamento che denota l’alto livello di ispirazione compositiva. In conclusione, Vincenzo Grieco & The Exoplanets hanno fatto pienamente centro e spero di vederli in concerto al più presto: una musica di tal fatta viene espressa al suo meglio in sede live.






venerdì 1 luglio 2022

È morto a 85 anni Arnold Skolnick, autore del poster pubblicitario di Woodstock


È morto Arnold Skolnick, l’artista che nel 1969 disegnò il manifesto del famoso festival di Woodstock, una delle immagini cult della musica e della grafica.

Rip

Wazza

 


È morto a 85 anni Arnold Skolnick, autore del poster pubblicitario di Woodstock, che si tenne nel 1969 nella località di Bethel (New York) e fu uno dei festival più famosi della storia della musica rock. Il poster di Skolnick è una delle più popolari e riprodotte immagini legate a quei «tre giorni di pace e musica», come recitava il poster stesso.

Skolnick è morto lo scorso 15 giugno ma la notizia è stata diffusa solo di recente.

Skolnick era nato a Brooklyn nel 1937, sua madre lavorava in un’agenzia pubblicitaria e suo padre faceva il tipografo. Da giovane studiò arte e per tutta la vita fece il designer per la pubblicità ma anche per l’editoria e per il cinema: disegnò diverse copertine di libri e i titoli di testa di qualche film. Ma il lavoro per cui è più ricordato rimane il poster di Woodstock, anche se il figlio ha raccontato che Skolnick non era proprio il tipo che sarebbe andato a un evento di quel genere: «Non gli piaceva il rock, non gli piaceva la “drug culture” e l’arte psichedelica la odiava», ha detto al New York Times.

Quando fu contattato da James Morris, uno degli organizzatori del festival, Skolnick aveva 32 anni. Li mise in contatto un suo amico architetto. Morris gli commissionò il poster un giovedì e Skolnick glielo consegnò il lunedì dopo: «Era solo un lavoro come tanti altri», raccontò nel 2010. «Però questo diventò famoso!».

A proposito dell’uccello sulla chitarra, Skolnick ha raccontato che quasi tutti diedero per scontato che fosse una colomba, simbolo di pace, ma che lui nel disegnarlo si fece ispirare da un uccello gatto (Dumetella carolinensis) che aveva osservato a Shelter Island (New York).






mercoledì 29 giugno 2022

Solace Supplice-Liturgies Contemporaines-Commento di Fabio Rossi

 


Commento di Fabio Rossi 

Artista: Solace Supplice

Album: Liturgies Contemporaines

Genere: Art Rock/Prog Rock

Anno: 2022

Casa discografica: FTF Music

 

Tracklist

1. Le Tartuffe Exemplaire – 5:12

2. Sunset Street – 4:08

3. A Demi-Maux – 4:04

4. Les Miradors – 6:43

5. Cosmos Adultérin – 4:00

6. Schizophrénie Paranoïde – 3:13

7. Au Cirque des âmes – 4:08

8. En Guidant les Hussards  – 4:19

9. Liturgies Contemporaines – 3:50

10. Dans la Couche du Diable – 4:43

11. Marasmes et Décadence – 4:32

 

Line Up

Eric Bouillette: vocals, backing vocals, guitar, keyboards, violin, arrangements, composition

Anne-Claire Rallo: keyboards, bass on « Les miradors », « Sunset street », « Schizophrénie paranoïde », « Au cirque des âmes », and « Dans la couche du diable », lyrics
Jimmy Pallagrosi: Drums
Willow Beggs: bass on « Le tartuffe exemplaire », « Marasmes et décadence », « En guidant les hussards », « Cosmos adultérin », « Liturgies contemporaines » and « A demi-maux »
Laurent Benhamou: saxophone on « En guidant les hussards »

 


Formazione francese con all’attivo un promettente EP uscito nel 2020 per Anestheitze Productions, i Solace Supplice esordiscono con il loro primo album fissando i cardini del loro genere musicale. Il quartetto propone una visione modernizzata del rock a forti tinte umbratili. In Liturgies Contemporaines l’atmosfera è sovente eterea, misteriosa, depressiva, goticheggiante a tratti ipnotica in contrasto con quella che Eric Bouillette e Anne-Claire Rallo propinano con i Nine Skies, gruppo progressive fautore di una musica più briosa e con testi in inglese. Eric con i Solace Supplice canta in francese nel contesto di strutture sonore derivative dagli stilemi dei Porcupine Tree, Cure, Depeche Mode e Tool.

I brani sono ben concepiti e ottimamente registrati grazie al lavoro di Alexandre Lamia (altro membro dei Nine Skies). Occorrono svariati ascolti per entrare nella filosofia artistica della band e il cantato in francese richiede ai meno avvezzi uno sforzo suppletivo di concentrazione. Le undici tracce possiamo inquadrarle in una posizione equidistante tra l’Art Rock e il Progressive e liricamente rappresentano un attacco frontale alla nostra derelitta società contemporanea. Non c’è spazio per il disincanto ma solo per la riflessione. La chitarra è la vera dominatrice dell’album ma è da evidenziare anche l’ottimo apporto della sezione ritmica.

Nel complesso non ho ravvisato cali di tensione e ho riscontrato una certa coesione complessiva con picchi creativi nella veemente opener Tartuffe Exemplaire, in Les Miradors con intriganti tastiere e un pregevole assolo alla sei corde, in Schizophrénie Paranoïde dove a eccellere è il lavoro alla batteria, in En guidant les hussards con il sassofono sugli scudi e nella title track supportata da un video affascinante e contraddistinta da un superbo assolo di chitarra.

Consiglio l’ascolto di Liturgies Contemporaines, un progetto in aperta controtendenza rispetto alla deriva in cui ristagna il mondo della sette note.





giovedì 23 giugno 2022

Ci ha lasciato Massimo Morante


Ci ha lasciato oggi Massimo Morante: era nato a Roma il 6 ottobre 1952.

E’ stato un chitarrista, cantante e compositore, cofondatore del gruppo rock-progressive dei Goblin e autore di celeberrime colonne sonore horror, fra cui “Profondo rosso”, “Suspiria” e “Zombi”.





 




martedì 21 giugno 2022

21 giugno dedicato a Francesco Di Giacomo


Sono tante le giornate che ho sprecato 

quante volte incosciente e disperato 

aspettando che il domani fosse lui, e lui da solo 

a risolvermi i problemi, ad offrirmi le occasioni 

(Francesco Di Giacomo)

 


21 giugno

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano 

Wazza

 

“C’è il Banco del Mutuo Soccorso al festival della FGCI! Cazzo, và che manifesto!”. Che poi è la copertina di ‘Banco’, il primo album inglese del gruppo, con la famosa foto in bianco e nero di Francesco Di Giacomo che lancia in aria una scarpa, ma il mio amico Zante non lo sa. Non li abbiamo mai visti dal vivo: PFM, Area e altri sì e più volte, ma il Banco no: sono una “cosa di Roma”, a Milano si sono visti poco. Ma hanno suonato tanto in casa mia, con ‘Darwin!’ avanti e indietro sullo stereo, grazie a una copia prestatami da un compagno di banco sì, ma non del loro, visto che li amava come un gatto ama il limone. A colpirmi era stata prima la grafica – a un passo di quelle della Cramps di Gianni Sassi – e l’idea alla base del disco, uno dei primi concept album di primo piano. Poi, la musica. Pezzi come “La conquista della posizione eretta” non sono pane e nutella per un ragazzino di 15 anni, ma i tempi erano molto diversi e una larga fetta del pubblico del prog rock viaggiava intorno a quell’età, per quanto possa sembrare incredibile. Così, ‘Darwin’ era l’unico disco che conoscevo bene del gruppo. Sì, “gruppo”. Band? E chi la usava, quella parola?

Arriviamo nel pomeriggio. Parco Ravizza, un sole quasi agostano che picchia come un katanga. Platea di sedie di legno vuote, non c’è nessuno, solo io e Zante. Mancano sei ore all’inizio del concerto, è il mio primo sound check di un gruppo famoso, tutto mi fa un’impressione enorme. Pierluigi Calderoni prova i suoni fragorosi della sua batteria; Gianni Nocenzi, sciarpa di seta al collo, seria aria bohemien, fa in fretta: un paio di minuti e il suo piano verticale è a posto. Il mega crinieruto e baffutissimo tecnico di palco è di una calma olimpica, tra una mitragliata di “Marce’… Marce’, chiama al mixer la spia di Rodolfo che nun arriva…”. E’ Marcello Todaro, chitarrista del gruppo nei primi due album, che da un po’ ha lasciato il posto a Rodolfo Maltese, che sta provando al microfono il suo corno inglese. Gli altri non si vedono. E Francesco Di Giacomo? Dov’è il cantante, il leader, il look del Banco?

E’ un’altra parola che non si usa, “look”, nel giugno 1976. E nemmeno “immagine”: quando c’è qualcuno che spicca in un gruppo lo si indica come “elemento più rappresentativo”, per motivi artistoidi e mai legati all’aspetto. Nella PFM è lotta tra Franz Di Cioccio e Mauro Pagani, negli Area domina Demetrio Stratos e nei parenti un po’ poveri delle Orme noti Aldo Tagliapietra perché è quello col basso davanti al microfono. Ma quando dici ‘Banco del Mutuo Soccorso’ tutti vedono Francesco Di Giacomo: nessun gruppo si identifica con un suo componente come il Banco col suo “cantante ciccione”, famosissimo anche tra chi non segue non solo il progressive, ma la musica tout court. I soli a non accorgersene sono i discografici della Ricordi, che sulle copertine dei primi tre album del gruppo (‘Banco del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io sono nato libero’) non spingono più di tanto sull’immagine del vocalist. Cantanti obesi? Da noi si conoscono Gepy (& Gepy), in pista dagli anni ’60, Demis Roussos degli Aphrodite’s Child (poi rivale di Julio Iglesias nel cuore delle mamme) e il leggendario – negli USA – The Bear dei Canned Heat, quelli di ‘On The Road Again’, da noi conosciuta in seguito per l’agghiacciante versione dei Rockets. Per il Banco dovranno arrivare Emerson, Lake & Palmer e un contratto con la loro etichetta, la Manticore, per adeguarsi all’ovvio: è sulla cover di ‘Banco’ (debutto europeo in inglese, sulle orme della PFM di qualche tempo prima) che finalmente Francesco appare in tutta la sua magnitudo nei panni di un surreale ciabattino nudo e decisamente sovrappeso: farà epoca la famosa foto sul retro copertina, così come mamma l’ha fatto, con un capitello a proteggere le parti nascoste. ‘Ciao 2001’, il settimanale-Bibbia del prog-rockista, parla benissimo dell’album, come aveva fatto coi due album inglesi della PFM. Dischi ignorati all’estero, tutti e tre, nonostante le bufale propinateci dai nostri giornalisti musicali.

Si spengono le luci, il sole è tramontato da un pezzo dopo le esibizioni di Angelo Branduardi in duo con Maurizio Fabrizio e dei tedesconi Babylon. Adesso saremo in diecimila. Un faro illumina Francesco Di Giacomo, enorme, imponente e ispirato. “Ci avete aspettati per due ore, stasera vi dobbiamo tanto”. Parte ‘Requiescant in pace’, potente, drammatica, quasi metallica. La folla è una curva calcistica: ovazione, poi un’altra ovazione, e ancora. La voce è un aquilone che sale e ondeggia. Suono assordante, gruppo al top della forma che spara a raffica tutte le pallottole: ‘Dopo niente è più lo stesso’, ‘L’albero del pane’, ‘La conquista della posizione eretta’. Il piano e voce di ‘750.000 anni fa…l’amore?’ vengono coperti da un ruggito da gol al derby, che raddoppia ai primi accenni di ‘Non mi rompete’. Nel bailamme generale, l’inedito ‘Il ragno’ e ‘Suggestioni di un ritorno in campagna’ scavano il finale di ‘Metamorfosi’. Intorno è quasi isteria collettiva. Pierluigi Calderoni, Renato D’Angelo, Rodolfo Maltese, Gianni e Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo lasciano il palco. Ce ne andiamo groggy come dopo un aperitivo con Sonny Liston. Dalle casse parte una versione in inglese di ‘Si dice che i delfini parlino’, che uscirà in autunno. La voce ci risuonerà nelle orecchie per giorni.

Una voce che fa pensare. Definita spesso come tenorile, a torto: Di Giacomo del tenore avrà forse fraseggio e tonalità, ma timbrica ed estensione non lo avvicinano nemmeno a un tenore di grazia. Il difetto di volere trovare a tutti i costi parentele stilistiche ridondanti non rende giustizia a una delle nostre pochissime voci autenticamente originali, una voce indefinibile perchè inclassificabile. Se ci aggiungiamo la musicalità del Banco del periodo 1972-1976 (gli anni-apice del progressive), ecco che alle nostre orecchie la voce e i testi di Francesco Di Giacomo volano sulle intuizioni spesso folgoranti di Vittorio Nocenzi rilanciando la posta nel fine corsa del prog-rock, scavalcato dall’urgenza dei tempi e dissoltosi alle prime avvisaglie del 1977. Il sentiero che il Banco percorrerà in seguito e che porterà a Sanremo non si potrà lontanamente paragonare alla strada da cui veniva. Comprammo tutto del gruppo, dopo il concerto di quella sera, e li rivedemmo altre volte, anche se già l’album che uscì di lì a poco – ‘Come in un’ultima cena’ – ci suonò poco ispirato. Forse erano le avvisaglie dei tempi che cambiavano, di noi che cambiavamo, dell’arrivo di altre cose a cui guardare prima e in cui tuffarsi dopo, della musica che non era più solo musica.

Dopo tutti questi anni mi dispiace ancora di avere causato un incidente diplomatico a Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi. Poco dopo l’uscita di ‘Come in un’ultima cena’ erano stati ospiti in una trasmissione a Radio Regione a Milano, che il giorno prima li aveva definiti “politicamente ambigui”. Il giorno dopo avevo telefonato in studio in diretta dicendo a Francesco e Vittorio dell’accusa del giorno prima: non mi sembrava per niente corretto parlare a vanvera in assenza degli interessati. Loro prima mi ringraziarono, poi Vittorio Nocenzi si lanciò in una memorabile analisi in diretta di cosa poteva e non poteva essere definito “politicamente ambiguo” nel mondo della musica e delle radio libere. A fine trasmissione, Francesco e Vittorio mi telefonarono a casa invitandomi a un’assemblea pubblica che si sarebbe tenuta il giorno dopo alla Palazzina Liberty: sarebbe stata l’occasione per conoscerci di persona. Non potei andarci.

Non potevo sapere che Francesco Di Giacomo non l’avrei mai incontrato, e oggi mi dispiace molto di più. Gli avrei detto che ai miei occhi era l’unico a non avere pagato il dazio dell’oblio riservato ai suoi colleghi dell’epoca anche grazie al suo personaggio, che resta nell’immaginario di chi è venuto dopo e non può sapere cosa fossero il Banco del Mutuo Soccorso e gli anni Settanta. Perché il cantante, l’autore, l’uomo colto e dolce che gli amici ricordano oggi sono tutt’altro che sminuiti dalla foto in bianco e nero nei panni di un ciabattino che lancia in aria una scarpa sulla copertina di un disco. Johnny Stewart nel suo libro ‘Rockers’ ci parla di un’epoca lontana, quella degli anni ’60-’70, in cui il brutto diventava cool e spianava la strada a modelli improbabili, dalla musica alla cultura pop trasversale. Pensando a Francesco Di Giacomo, preferisco rievocare di seguito l’umore delle parole di Mario Pasi nel suo imprescindibile volume dedicato a Maria Callas.

Un giorno si dirà che c’è stato un tempo in cui un personaggio improbabile, grasso e con una lunga barba saliva sul palco per fare una musica astrusa, e la folla acclamava lui e la sua voce. Lo spettacolo finisce, lui si inchina e saluta con la mano, gli gridano “Bravo! Bis!!!”, e lui saluta ancora e ancora. Così era, prima degli addii.

(pubblicato da "Indiscreto")