Vesuvius - “Twisted tales from warped minds”
(ristampa Black Widow
Records, 2025)
di Alberto Sgarlato
Nel variegato mondo del “classic rock” in
tutte le sue sfumature e sottogeneri, l’etichetta genovese Black Widow
Records ha saputo, nei suoi gloriosi 35 anni di attività, conquistare
l’attenzione del pubblico focalizzandosi su una nicchia ben precisa: l’anima
più cupa, dark, tormentata delle varie correnti prese in esame, che si tratti
di prog-rock, psichedelia o del mondo hard rock ed heavy metal. Tutto ciò
attraverso un sapiente mix tra produzione e distribuzione di nuove band,
pubblicazioni di nuovi lavori firmati da artisti sulla breccia da decenni e
preziose riscoperte di “perle” rarissime che diversamente, senza questo
certosino lavoro di ricerca filologica, avrebbero rischiato di andare
irrimediabilmente perdute.
Ma la band qui presa in esame esce un po’ da
questo schema, grazie alla capacità di innestare, sulla base dark-prog/psych
facente parte, come detto, del marchio di fabbrica della label, gustose
sfumature virtuosistiche di prog barocco, momenti di sanguigno hard-rock,
fiabesche rarefazioni acustiche di folk psichedelico e persino un certo
istrionismo enfatico e teatrale tipico del glam.
Loro si chiamano Vesuvius,
e già il nome potrebbe indurre a equivoci: non stiamo parlando, infatti, né
della band canadese dell’Ontario attiva da una dozzina di anni, né di una band
statunitense di AOR (rock melodico radiofonico) che ha dato alle stampe solo un
paio di titoli tra il 1988 e il 1990, né dei death-metaller californiani
prossimi al loro venticinquennale di carriera, né della band di fantasia (di
fatto mai esistita) protagonista del film comico “The rocker”.
Ebbene sì, Vesuvius è un nome evidentemente
diffuso nel rock e purtroppo ciò può essere motivo di confusione. Questi
Vesuvius di cui andiamo a parlare oggi sono una band dal passato veramente
oscuro e misterioso: della loro storia si sa soltanto che sono stati fondati
nel Nord-Ovest dell’Indiana e che hanno prodotto pochissimo materiale attorno
alla metà degli anni ‘70. Nei vari brani i componenti si avvicendavano nel
ruolo di cantante solista e ciò contribuiva a dare una variegata e affascinante
coloritura timbrica alle singole tracce. La formazione comprendeva Tom
Havens (chitarre elettriche e acustiche, voce solista e cori), Kevin
Lazar (flauto, sax alto & soprano, voce solista e cori), Joe
Shingler (tastiere, voce solista e cori), Roger Hutchins (basso,
voce solista e cori) e Greg Shaginaw (batteria e percussioni).
Black Widow Records ristampa oggi il loro
unico album dal titolo “Twisted tales from warped minds”, arricchito da svariate bonus tracks e rarità, alcune
delle quali contano dei cambi di formazione soprattutto tra i bassisti (a
Hutchins subentrano Dominic Povlinsky e poi Joe Maxin) e i chitarristi (Donny
Augistino e Rick Scobey, quest’ultimo anche cantante).
E ora strappiamo il sigillo della splendida,
orrorifica copertina dallo stile fumettistico (ve li ricordate gli albi firmati
da Stan Lee che in Italia uscivano come “I racconti di Zio Tibia”? Ecco, la
grafica potrebbe ricordarli parecchio) e sveliamo il contenuto musicale.
“Logic of the lunatic” per il sapiente
intreccio di chitarre, il cantato di gusto folksy e il flauto “saltellante”
potrebbe richiamare alla memoria un cocktail di Jethro Tull e Strawbs, con
qualche momento più distorto verso il finale.
Con la brevissima “Miss Mary” ci
spostiamo su territori hard-rock nei quali la chitarra, il sax e il Moog
incrociano i loro riff costruendo un pauroso muro di suono, sul quale
riecheggiano eccellenti armonie vocali.
Ancora un brano breve, sui 3 minuti, “Gazing
at reality”, fortemente debitore nei confronti di The Who nel suono della
chitarra ad accordi pieni, ma impreziosito da spettacolari virtuosismi di
Minimoog e di Hammond che potrebbero richiamare alla mente gli Styx dei
primissimi album, quando ancora sperimentavano e flirtavano col prog, prima
della graduale deriva verso il pomp-rock da stadio e l’AOR.
“Edward the mad grave digger”
(letteralmente “il becchino pazzo”), introdotta da un preambolo di una ventina
di secondi di rumori tenebrosi, ci riporta al godurioso folk-rock del brano
introduttivo, tra chitarre marziali e orchestrazioni tastieristiche molto
ricche.
“Tales from the lamplight” è invece
una traccia che regala prove di grande perizia chitarristica ma, più in
generale, di tutta la band, nei giochi di stacchi e di riprese all’unisono
gestiti con millimetrica precisione.
“Unknown wonder” è una ballad che vede
le atmosfere della band farsi più leggiadre e giocose, ma con un retrogusto
malinconico. Grandissima, toccante prova di folk-prog psichedelico; quasi una
summa dei molti linguaggi ben dominati dalla band.
Cambia tutto con “On the prowl”, al
contrario uno degli episodi più hard-rock, tra poderosi riff di chitarra, un
cantato rabbioso e un Minimoog letteralmente “urlante”.
In “Shipping through time” i
virtuosismi della sezione ritmica, che si prodigano in notevoli cambi di tempo
e stop all’unisono, e i ricami del flauto, riportano tutto su territori prog,
mentre chitarra e Moog (sempre ben presente) contribuiscono a costruire una
solida base per questa traccia che rappresenta uno degli episodi più lunghi di
questo disco, con i suoi 6 minuti circa; e infatti attorno alla metà cambia
tutto e si trasforma in una fiabesca traccia di prog pastorale, tra chitarre
pulite e arpeggiate, soavi armonie vocali e tappeti di “string-machines”
(sintetizzatori che emulano suoni di archi orchestrali). Chiude il tutto uno
splendido intervento solista di piano elettrico.
Chitarre acustiche, flauti, tappeti, delicati
sintetizzatori dal suono squillante sono gli ingredienti di “Dream of youth”,
altro brano che spinge verso i territori del folksy-prog pastorale.
Con una solenne introduzione tastieristica la
band ci guida per mano verso il “Tristo Mietitore”: si intitola proprio “Grim
Reaper” la traccia conclusiva del disco, nella quale i solenni tappeti di
tastiere orchestrali sorreggono un gran lavoro di chitarra a tinte decisamente
più hard-psych rispetto alle tracce immediatamente precedenti.
Il sapiente e scrupoloso lavoro di ricerca ci
consegna, al termine dell’album originale, ben altre 7 bonus-tracks, per un
totale così di 18 titoli (comprendenti sia materiale inedito sia versioni
differenti o mixaggi alternativi di alcune delle tracce già summenzionate). Lo
stile di queste rarities non si discosta molto da quello dell’album, tra
sfuriate acide che mostrano grande perizia tecnica di tutti i musicisti
coinvolti e momenti più dilatati e pastorali.
Un album che, per le sue molteplici
sfaccettature, potrà appagare il gusto di vari ascoltatori di “vintage rock” ma
soprattutto un ennesimo, pregevole lavoro di riscoperta da parte di una label
attenta alle rarità come Black Widow.

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