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martedì 13 agosto 2024

Intervista a Samuele Nucifora, in arte: Yes ain’t Laurent, di Alberto Sgarlato


“Attraverso la musica lavoro su me stesso”

Intervista a Samuele Nucifora, in arte: Yes ain’t Laurent. Dall’amore per il rap americano a un viaggio nella musica elettronica come ricerca interiore 

di Alberto Sgarlato

 

Dai primi di luglio del 2024 è reperibile, sulle varie piattaforme digitali, “Nightlove”, ottimo album di esordio di Yes ain’t Laurent.

Dietro questo pseudonimo si cela in realtà Samuele Nucifora, giovanissimo sperimentatore elettronico nato e cresciuto nel Ponente Savonese, che fin dai suoi primi approcci con la musica ha scelto di esplorare sempre nuove sonorità.

E, nelle 16 tracce che compongono l’album, i cui titoli sono spesso incentrati sul tema dell’amore ma anche sull’apertura mentale e delle proprie prospettive, di sonorità nuove se ne possono assaporare tante. Ritmiche grintose si affiancano ad armonie e tappeti impalpabili, creando così chiaroscuri inaspettati a livello emozionale. C’è l’eleganza del mondo chillout e la lievità dell’ambient, ci sono echi old-school in certi pianoforti da house anni ‘80/’90 e ci sono tappeti tutti nuovi, corposi ed ammalianti. Samuele Nucifora ha idee e gusto in fatto di produzione e arrangiamento, sa il fatto suo e i risultati si sentono.

Lo abbiamo contattato per chiedergli qualcosa sulla genesi non soltanto di “Nightlove”, ma del suo intero percorso musicale.


Ciao Samuele, partiamo dagli esordi: da quanto tempo hai iniziato a fare musica e quale è stato il momento in cui hai capito che volevi che la musica facesse parte della tua vita?

“Il mio approccio con la musica è iniziato quando ho cominciato a dire le mie prime parole. Per intenderci, quando stavo ancora sul seggiolone canticchiavo o facevo il suono degli strumenti musicali con la bocca. La passione ha messo le radici quando mio padre mi ha fatto vedere un software per fare musica, avevo all’incirca 11 anni, e tutt’ora uso ancora quello. Uno o due anni dopo era arrivato il momento in cui stavano spopolando Skrillex, Martin Garrix e Marshmellow e mi piacevano molto i loro lavori. Grazie a questo fatto mi sono avvicinato maggiormente all’idea di creare musica con l’intento di emulare quegli artisti. Verso i 13 anni scopro un genere a cui darò tutte le mie attenzioni per i 4 anni successivi. Dai video di due youtuber (Matt e Bise), avevo sentito una musichetta, che mi piaceva, quella che mettevano per fare gli scherzi, da “thug life” (così dicevano) e in quel momento mi era entrata la pulce nell’orecchio, oltretutto, di un genere di musica che, in realtà, neanche sapevo come classificare. Era del tutto un mistero, per me, fino a quando ho shazammato la musica del finale del film “Il dittatore” (spettacolo di film, ignorantissimo) così scoprendo che quella musica si chiamava “The next episode” di Dr. Dre e Snoop Dogg (due dei principali esponenti del rap anni 2000 americano). Era incominciato il periodo rap che poi casualmente si era trasformato nel periodo trap americano, dopo aver cliccato sulla canzone consigliata da YouTube, “Mask Off” di Future. Da qui inizio a conoscere molti degli altri artisti di questo genere e mi viene la voglia di creare le basi musicali per i trapper, senza la mira di far soldi ma solo per il gusto di saperle fare. Nel 2023 inizia a cambiare la visione della musica. Inizio ad ascoltare altri generi oltre il rap/trap. Sempre nello stesso anno, mentre andavo ancora a scuola, a 18 anni, ero andato a fare il concorso per il militare e all’ultimo esame (dallo psicologo) mi avevano rifiutato, dicendo che non ero ancora abbastanza maturo. Uscito dall’ufficio dell’esaminatore, da un discorso con gli altri esaminati, mi viene in mente la musica. Tra le varie paure che avevo di andare a militare, c’era anche quella di non aver più tempo per far musica. In quel momento avevo capito quanto fossi legato a quella passione. Verso inizio 2024 parlandone con mio padre mi consiglia di provare a fare qualcosa di techno/dance. L’idea mi era piaciuta e da quel momento avevo iniziato a impegnarmi per muovermi verso quel genere. Il momento definitivo arriva il 10 maggio 2024. Mi viene la febbre e rimango a casa per 2 giorni. Faccio 4 musiche in stile techno/dance/ambient e nasce il progetto “Nightlove”. Quest’ultimo periodo musicale mi ha sbloccato un po’ di più, in confronto a prima, da qualsiasi legame fisso con un unico genere di musica, permettendomi di spaziare con la creatività ed esprimermi diversamente che con il genere trap/rap. Ciò nonostante, si può crescere ancora di più e punto a quello”.

Se tu dovessi descrivere le tue coordinate musicali, quali sono i tuoi artisti di riferimento, le tue maggiori influenze stilistiche e entro quali generi potresti collocarti?

“I miei artisti di riferimento vengono principalmente dal mondo trap e pop americano. Quelli dai quali sono maggiormente influenzato sono Gunna, Travis Scott, Drake, Major Lazer. Il primo ha in molte delle sue canzoni atmosfere spaziali, psichedeliche. L’uso di sonorità lontane e bassi avvolgenti, creano un’ambientazione pericolosa e affascinante come la criminalità dei posti da dove arriva l’artista. Travis Scott mi influenza molto sull’uso di armonie fatte con il basso per creare un ambiente completamente diverso, per staccare da tutto il resto e poi immergersi nella musica vera e propria oppure entrare in un altro periodo del brano. Mi vengono in mente i lavori di Drake, per quanto riguarda il suo repertorio come “Club Paradise”, “Passionfruit”, “One dance”, “Hot uptown” (in featuring), quando devo fare i bassi con un po’ di vitalità e sensualità. Così come se devo aggiungere una voce soave penso al suo stile di cantare in queste canzoni. Per la creazione delle melodie specialmente nel genere techno dance penso a Major Lazer. Se devo fare qualcosa di attivo e positivo: “Lean on”, “Light it up”, mi ispirano molto. Attualmente, posso dire, in maniera generale, che quelli a cui mi ispiro di più sono questi artisti. Non nascondo il fatto che poi quando sono a fare musica me ne vengono altri in mente magari per altri aspetti specifici di quel momento. Nonostante l’ispirazione sia importantissima quanto un maestro a cui far riferimento, sto cercando di prendere un mio orientamento e diventare il maestro di me stesso, in modo da esprimermi nella maniera più aderente possibile alla mia personalità”.

Come avviene la tua fase di produzione e arrangiamento? Preferisci il calore analogico delle vecchie macchine oppure, oggi che assistiamo a un boom dei VST, adoperi soltanto synth virtuali? O un insieme delle due cose, con strumenti vecchi e nuovi?

“La mia produzione può essere paragonata a un bisogno fisiologico. Come sento di dover mangiare, sento il bisogno di far musica, se non faccio musica non mi sento in pace con me stesso. Aspetto di cui non vado completamente fiero perché lo ritengo come un'influenza eccessiva che mi impedisce di stare bene con me stesso. Quando arrivo dal computer uso i Vst e anche molto i sample, che con cura modifico per creare il suono che voglio: accorcio, allungo, riverberi, cori, taglio frequenze. L'attrezzatura analogica non la uso, perché è molto più comodo e veloce il computer. Non avendo sempre a disposizione tutta la giornata, se non ci fosse il computer che mi offre un sistema organizzato in 5 secondi molte volte non incomincerei nemmeno a fare musica perché c’è poco tempo. Non nego il fatto che qualche volta suono il pianoforte (01w della Korg) per il piacere di suonare, senza il fine, però, di creare alcuna musica”.

Veniamo al tuo pseudonimo, Yes ain’t Laurent. Chiaramente un ironico e spiritoso gioco di parole che fa riferimento a una celebre casa di moda. Come è nata questa idea? Ha un significato particolare per te?

“Il mio nome è nato nell’estate del 2023. Mi ero appena svegliato e leggendo il nome del profumo Yves Saint Laurent, sul mobiletto del bagno, mi viene in mente la storpiatura che è diventata il mio nome. Inoltre, si addice a me perché effettivamente io non mi chiamo Laurent. In più quando penso al nome che ho scelto mi viene in mente:

● mia madre, perché è per lei che ho comprato quel profumo

● una etichetta discografica di trap americano, di cui fa parte Gunna, che si chiama Young Stoner Life e l’acronimo è YSL come il prestigioso marchio”.

Per ascoltare il tuo materiale, oggi su quale piattaforma di streaming ti troviamo? Prevedi prima o poi di pubblicare anche dei supporti fisici? E soprattutto: per artisti giovani come quelli della tua generazione, l’oggetto come CD, vinile o cassetta ha ancora un suo significato?

“Attualmente la mia musica si trova su tutte le principali piattaforme di streaming musicale: Spotify, Apple Music, YouTube e le altre. Per quanto riguarda a CD o vinili, sono a conoscenza di cosa rappresentano ma essendo nato in un’epoca in cui sono strumenti passati d’uso, non sento un forte desiderio in quella direzione per cui attualmente non prevedo di pubblicare nulla su dispositivi fisici”.

E naturalmente, concludiamo con i tuoi progetti futuri: a che cosa stai lavorando in questo momento?

“Attualmente vorrei fare un’altra raccolta più variegata e meno monotematica di musiche e canzoni con la mia voce. Il punto chiave è come la forza stia nella differenza. Rimane sempre il desiderio di produrre una raccolta di canzoni di spessore che mi permettano di esprimere le mie considerazioni su alcuni aspetti della vita. Un progetto che attualmente vedo distante ma comunque non voglio perdere di vista. Sto lavorando sì sulla mia musica ma, prima di tutto, sto lavorando su me stesso e questo è un lavoro infinito”.



Banco del Mutuo Soccorso in concerto a Subiaco il 13 agosto del 2006- Foto fornite da Wazza


13 agosto 2006

Banco del Mutuo Soccorso in concerto a Subiaco 

By kind permission of Wazza





















 

Ricordando Massimo Proia


Quelli che ❤️ il Banco…

Ieri ho saputo che pochi mesi fa e morto Massimo Proia, uno dei ragazzi del service del Banco nei primi anni 2000.

Sono molto dispiaciuto, Massimo era sempre pronto a dare una mano, era l'unico che montava il gazebo del merchandising (quello con i tubi) in pochissimo tempo, tant'è che il suo nome è tra i ringraziamenti sul libro "E mi viene da pensare”.

RIP 🌹🌹

Wazza




sabato 10 agosto 2024

OSANNA: "L'uomo" compie 53 anni!

I quarant’anni sono la vecchiaia della giovinezza, ma i cinquant’anni sono la giovinezza della vecchiaia.

(Victor Hugo)

CARACALLA POP 1971

L’Uomo è diventato “gruosso”, lo storico album degli Osanna compie 53 anni!

Nel corso degli anni è diventato un “cult” della discografia italiana e Lino Vairetti ha saputo dargli nuova linfa, rendendolo immortale come gli Osanna stessi.

Buon compleanno… Uomo di allora e Uomo di oggi!

Wazza

Gli Osanna nascono a Napoli nel 1970 dall'incontro di alcuni membri della band Città Frontale (Lino Vairetti, Danilo Rustici, Massimo Guarino e Lello Brandi) con Elio D'Anna, sassofonista e flautista. Le loro esibizioni live sono caratterizzate da quella che venne chiamata "teatralità mediterranea": i suoi componenti sono tra i primi in Italia a proporre concerti dal vivo con trucchi e costumi di scena.


Dopo diverse esibizioni live che valgono loro una certa popolarità, nel 1971 gli Osanna esordiscono con il loro primo album, L'UOMO.

Pubblicato dalla Fonit Cetra, L'UOMO, che prende il nome dal brano più importante della raccolta, viene registrato a Milano presso l'Auditorium della casa discografica. Tutti i brani sono composti e arrangiati dagli Osanna.


Si tratta di un concept album di progressive rock, con influenze folk e psichedeliche. Attenzione particolare va prestata anche alla copertina, che rappresenta la band con il celebre trucco di scena sul volto. Si tratta di una cover apribile, in tre parti, che alla fine compone un poster rappresentante un enorme punto interrogativo. 


Sono numerose le influenze presenti nel disco: innanzitutto la tradizione napoletana. Come ricordano gli Osanna, nella loro città "tutti cantano", dal panettiere al macellaio. La band è cresciuta circondata dalla musica, e ne ha fatto una passione e un lavoro. Notevoli sono però anche i riferimenti alla scena rock internazionale, come ai Led Zeppelin. 


Il filo conduttore dei diversi brani del concept album, i cui testi sono essenziali, è il focus sull'uomo. Il titolo dell'opera, insomma, è tutto fuorché casuale. All'epoca della produzione dell'album, Vairetti studiava all'accademia delle Belle Arti, dove stava lavorando a una tesi su Umberto Giacometti. Lo scultore in questione era molto legato a Sartre, maestro dell'esistenzialismo.

Capiamo quindi bene perché, mentre moltissime band progressive rock della scena internazionale si concentravano su mondi inventati e figure mitologiche, gli Osanna scelgono invece di parlare dell'uomo, in tutta la sua concretezza, e del suo posto del mondo. Neanche il trucco che usano in scena può distogliere l'attenzione sul focus esistenzialista dell'album, e anzi va ad aggiungersi a quel gioco di maschere che è la vita umana. 


Con testi essenziali, ridotti all'osso, gli Osanna espongono la loro filosofia: chi è l'uomo? Può raggiungere la felicità?


Ha spinto le forze del costo di niente

La gente, le razze, il danaro, la terra

L'odio, l'invidia, la forza, la guerra

Momenti di pace non sempre sfruttati 

Han reso nei buoni dei cuori ghiacciati

Si vive e si muore nel fango e l'orrore

Si cercano invano momenti d'amore 

Uomo, uomo, uomo, uomo, chi sei tu?


Inizialmente, la casa discografica temeva che l'album fosse troppo innovativo per il pubblico. Invece, tanto al festival pop di Caracalla quanto al Festival di Musica d'Avanguardia e di Nuove Tendenze di Viareggio, l'esordio degli Osanna con il nuovo disco fu un successo. L'album vinse addirittura il Premio della Critica Discografica Italiana.

 

(Ilaria Aceto)

 



martedì 6 agosto 2024

Night Of The Prog 2024- Commento di Evandro Piantelli

 


FINAL NIGHT OF THE PROG

Freilichtbűhne Loreley – Sankt Goarshausen (Deutschland)

19-20-21 Luglio 2024

Di Evandro Piantelli

 

In cima ad una collina situata in un’ansa del fiume Reno, nel cuore della Germania tra Francoforte e Colonia c’è un anfiteatro, il cui nome ufficiale è Freilichtbűhne Loreley, edificato tra il 1934 ed il 1939 (in pieno regime nazista) per destinarlo all’esecuzione di opere gradite al regime. Dopo la guerra ha avuto diversi utilizzi ma, dopo avervi tenuto con successo una performance dei Genesis nel 1976, la sua destinazione è diventata prevalentemente quella dei concerti.

A Loreley si tiene dal 2006 il più importante festival di progressive rock del mondo il Night Of The Prog (NOTP), nato da un’idea dell’impresario tedesco Winfried Völklein. Il festival. che ha visto svolgersi in passato ben 16 edizioni (ha saltato solo il 2020 per via della pandemia), quest’anno presenta la diciassettesima e, purtroppo, (se non ci saranno ripensamenti) ultima edizione. Personalmente non avevo mai pianificato di partecipare al NOTP, considerata la lunghezza del viaggio (circa 1000 chilometri), le difficoltà logistiche e, non per ultimo, il costo della trasferta (il solo costo del biglietto per i tre giorni supera i 200 euro). Tuttavia, la ricchezza del programma dell’edizione 2024 ed il pericolo concreto di non poter vantare di aver assistito neppure ad un’edizione, mi ha spinto a partire per Loreley in compagnia di tre amici altrettanto appassionati provenienti da Roma, Parma e Bologna. Volete sapere com’è andata? Armatevi di pazienza, perché adesso ve lo racconto.

 

VENERDI’ 19 LUGLIO

Dopo aver viaggiato per circa dodici ore nella giornata di giovedì e dopo una riposante nottata in una pittoresca Gasthaus situata in riva al Reno, ci siamo riuniti in tarda mattinata per recarci a Loreley. All’arrivo ho avuto la piacevole sorpresa di trovare un posto organizzatissimo: dal posteggio delle auto regolato con teutonica precisione, all’area camping con decine di tende e camper attrezzata con docce e WC, alla biglietteria, le informazioni, le signing session (dove tutti i gruppi, ad orari stabiliti, hanno incontrato i fan) ed i punti di ristoro. Poiché ogni giorno è prevista l’esibizione di sette band, il primo gruppo inizia a suonare prestissimo (alle 14.00 il venerdì, 13.45 il sabato e, addirittura, 12.15 domenica) sotto un sole cocente, che però non scoraggia gli spettatori, numerosi fin dall’inizio. Il festival è aperto dalla band olandese INHALO, un combo interessante (2 chitarre, basso, batteria, voce), che propone un neo prog contaminato da una forte componente metal, con chiare influenze Riverside e Porcupine Tree. Il cantante Fons Herder dimostra una notevole estensione vocale, mentre il bassista Peter Cats è spesso padrone della scena. I brani proposti nel poco tempo a disposizione per gli opener provengono dall’unico lavoro finora pubblicato (Sever, 2022), ma c’è spazio anche per un paio di brani nuovi. 

Seguono gli spagnoli CHEETO’S MAGAZINE, che sono una vecchia conoscenza, in quanto li ho già potuti apprezzare al 2Days Prog+1 nel 2016. I componenti della band indossano delle tutine colorate aderenti, ma non dobbiamo farci ingannare dall’aspetto simile a Teletubbies, in quanto si tratta di musicisti di prim’ordine, insieme da circa dieci anni. Musica di difficile catalogazione, in certi momenti vicina a quella degli statunitensi Spock’s Beard, con numerosi cambi di tempo. C’è anche una bella cover di “I am the walrous” dei Beatles e, per dimostrare di rientrare a pieno titolo nella definizione di prog band, gli iberici hanno salutato il pubblico con un brano di quasi tranta minuti, dove hanno spaziato tra diversi stili.

I newyorkesi IZZ sono una band fondata 25 anni fa dai fratelli italoamericani John e Tom Galgano, con all’attivo una nutrita produzione musicale sia in studio che live. La musica della band americana è fortemente influenzata dal jazz rock e non risulta immediata (almeno per chi scrive). Appare però evidente che ci troviamo di fronte a musicisti di ottima qualità, con menzione particolare per il bassista John Galgano ed il chitarrista Paul Bremner. I brani proposti provengono prevalentemente da “Don’t panic” del 2019 (un album che ha avuto ottimi riscontri dalla critica) e dal recentissimo “Collapse the wave” del 2024.

Quando alle 17.45 sale sul palco la band tedesca dei SYLVAN l’anfiteatro è già pieno, in quanto il gruppo possiede una numerosissima schiera di fan che non sono mancati all’appello e che si fanno notare con bandiere, striscioni e tanto rumore. E i Sylvan (chitarra, basso, batteria, tastiere e voce), band attiva da oltre 25 anni, non deludono i presenti, con uno show tirato (basato soprattutto sull’ultimo album “Back to live”, pubblicato proprio quest’anno), con una bella performance del cantante Marco Gluehmann. Intendiamoci, niente di rivoluzionario, ma un prog onesto che si lascia ascoltare volentieri e che gli spettatori, soprattutto tedeschi, hanno dimostrato di apprezzare.

ALEX HENRY FOSTER è un musicista canadese che ha militato per diversi anni nella band Your Favorite Enemies, ma dal 2018 ha intrapreso un’interessante carriera solista, che ha visto la pubblicazione di tre album in studio e uno dal vivo. La stampa specializzata descrive la sua musica come un mix tra Alternative, Grunge, Post-progressive e Noise. In effetti l’ascolto dei pezzi di AHF mi ha lasciato inizialmente un po’ spiazzato, per via dei suoni ipnotici ed elettronici che, a tratti, mi hanno ricordato gli Ozric Tentacles. Però devo dire che i musicisti sono di ottimo livello, con una menzione particolare per la tastierista/sassofonista Isabel Paradis ed il chitarrista Ben Lemelin. Alex, poi, è un bravo intrattenitore, che presenta ogni brano e racconta anche episodi della sua vita, riuscendo a stabilire col pubblico un ottimo feeling. Un personaggio da tenere d’occhio.

Cala la sera, la temperatura diminuisce ed ecco salire sul palco uno dei gruppi più attesi dal pubblico dell’anfiteatro: gli ARENA. La band britannica, fondata circa trent’anni fa dal batterista Mick Pointer (ex Marillion) e dal tastierista Clive Nolan (Pendragon), ha subito negli anni numerosi cambi di formazione, ma dal 2022 (anno di pubblicazione dell’ultimo lavoro in studio, l’ottimo “The theory of molecular inheritance”) si è stabilizzata con John Mitchell (chitarra), Kylan Amos (basso) e Damian Wilson (voce). Tuttavia, per tutto il mese di luglio, Mitchell è impegnato in tour con i ricostituiti Asia di Geoff Downes e così, per l’esibizione a Loreley, alla chitarra è presente l’olandese Mark Bogert dei Knight Area. Una performance non molto lunga ma intensissima, dove la band inglese ha eseguito pezzi provenienti dall’ultimo lavoro (Time capsule, The equation, Life goes on) a fianco di brani storici quali Crack in the ice, The hanging tree, City of lanterns, The tinder box, per concludere il concerto con una coinvolgente versione di Crying for help IV. Pezzi eseguiti con grande sicurezza (anche l’ultimo arrivato non ha sfigurato), con un Damian Wilson che ha dominato la scena, scendendo anche tra il pubblico, per la gioia dei fotografi.

Quando le undici di sera sono abbondatemente passate, per chiudere la prima giornata del festival salgono sul palco i polacchi RIVERSIDE (che ho visto solo quattro giorni prima a Porretta Terme). I quattro musicisti (Mariusz Duda – voce e basso, Maciej Meller – chitarra, Michal Lapaj – tastiere e Piotr Kozieradzki – batteria) nel tempo sono diventati uno dei gruppi di punta di quello che lo scrittore Max Salari ha definito Post prog moderno, cioè un prog rigenerato tramite la contaminazione con diversi stili (heavy metal, elettronica, pop ed altro). La band ci regala uno show intenso, con pezzi provenienti dal repertorio consolidato (Lost, 02 Panic room), da “Wasteland” del 2018, uno dei loro lavori più intensi e innovativi e dal recente “ID. Entity” del 2023 (Landmine blast, Friend or foe?). Il cantante Mariusz Duda si dimostra anche abile intrattenitore, capace di coinvolgere il pubblico, che asseconda volentieri la band. I Riverside concludono il loro concerto con una lunga e intensa versione di uno dei loro brani più famosi, Conceiving you, che fa calare il sipario sulla prima giornata del festival, quando è già passata da un pezzo l’una di notte. Torniamo all’albergo stanchi, ma ancora immersi nei suoni e nelle luci del festival. Ed è solo il primo giorno.


SABATO 20 LUGLIO

Il gruppo francese dei ¡GeRald! che apre la seconda giornata del festival è un po’ difficile da inquadrare. Quattro musicisti che hanno pubblicato tre album negli ultimi sei anni e propongono una musica d’impatto, a tratti eccessiva, dove ho ritrovato i King Crimson dei primi anni 2000, echi dei Tool e addirittura degli sloveni Laibach. Tuttavia, riusultano, a mio avviso, una delle proposte più originali salite sul palco del festival tedesco, anche se penalizzati dalla brevità del set a cui normalmente le band di apertura devono sottostare.

Cambia tutto con i RITUAL, band svedese dalla carriera ultratrentennale. Intanto l’impatto visivo è particolare, in quanto il cantante Patrik Lundström si presenta con un camicione colorato che lo fa apparire come un santone indiano. Inoltre, la musica degli scandinavi potrebbe essere definita prog “classico”, chiaramente influenzato dai suoni degli anni ’70. L’esibizione dei Ritual si è concentrata quasi esclusivamente sull’esecuzione del nuovo album “The story of Mr. Bogd” (2024), con qualche ritorno alla produzione passata. Il cantante fa la parte del leone, perché ha veramente una gran voce ed un’ottima presenza scenica. Peccato per l’uso un po’ eccessivo delle basi, che a volte mette in secondo piano la prestazione dei musicisti. Nel complesso, però, uno show divertente e piacevole.

La band che, in questa seconda giornata di festival, mi ha colpito maggiormente sono i britannici KARNATAKA. Questo gruppo, attivo da un quarto di secolo, ha subito nel tempo notevoli rimaneggiamenti nella formazione, che oggi comprende Jack Summerfield (batteria), Rob Wilsher (tastiere), Ian Jones (basso), Luke Machin (chitarra, anche con The Tangent) e la cantante di origine cipriota Sertari. I membri dei Karnataka si dimostrano fin dall’inizio musicisti di valore, con una menzione particolare per la cantante, ottima performer, a suo agio in tutti i brani. Nella musica dei Karnataka c’è un grande equilibrio tra chitarra e tastiere, con la presenza di elementi folk, esaltati dall’uso della cornamusa. La band ha pubblicato l’anno scorso un lavoro veramente interessante dal titolo “Requiem for a dream”, dal quale proviene la maggior parte dei pezzi eseguiti stasera, tra i quali il brano omonimo della durata di oltre 25 minuti, uno tra i più applauditi dal pubblico.

I BEARDFISH (che avevo già avuto il piacere di vedere in concerto al festival di Veruno) sono una band svedese di quattro elementi (chitarra, basso, batteria, tastiere) che vede tra le sue fila il virtuoso chitarrista (e tastierista) Rikard Sjöblom, presente a Loreley anche l’ultima sera con i Big Big Train. La band svedese si era ufficialmente sciolta nel 2016, ma alla fine dell’anno scorso sono cominciate a circolare voci su una possibile reunion, subito confermate dalla band stessa. Non si sa per quanto suoneranno ancora insieme ma sicuramente terranno, oltre a questo, anche altri concerti nel corso del 2024, soprattutto nel paese d’origine. Progressive rock fortemente influenzato dai gruppi degli anni ’70, gradito ai presenti che, però, alla lunga mi è parso un po’ asciutto e ripetitivo. Comunque, ottimi musicisti, che hanno suonato con passione e non si sono risparmiati un attimo, con una menzione particolare per il leader della band che è sicuramente uno dei migliori chitarristi sulla piazza.

I LAZULI sono un gruppo che è stato fondato dai fratelli italo-francesi Claude e Dominique Leonetti. Si tratta di una band che, negli anni, ha saputo crearsi un pubblico di fedelissimi, prima nel Paese d’oltralpe e poi nel resto d’Europa grazie alle numerose pubblicazioni discografiche e all’intensa attività live. In Italia li abbiamo visti più volte esibirsi a Veruno, sia sul palco del Festival che al Forum 19. Prima del concerto ho incontrato i fratelli Leonetti sotto il gazebo dedicato alle signing sessions e mi hanno confessato che hanno tantissima voglia di tornare a suonare in Italia. Il concerto dei Lazuli (che sono una delle band più presenti della storia del NOTP ed hanno appena pubblicato un album dal titolo “Lorelive”) è veramente entusiasmante. I musicisti francesi eseguono un prog molto personale, arricchito da strumenti inconsueti come il corno e la marimba. Nel corso della performance ci presentano ben tre brani nuovi, che saranno presenti sul nuovo disco la cui uscita è programmata per il 2025. Pubblico entusiasta e, se dovessimo fare una statistica dei gruppi rappresentati sulle magliette, direi proprio che hanno vinto loro.

PENDRAGON è un nome ben conosciuto da tutti gli amanti del new prog, cioè quel movimento musicale che è nato e si è sviluppato a partire dai primi anni ’80 in UK e comprende oltre a questo gruppo anche Pallas, Twelfth Night, IQ e Marillion. I membri storici della band sono l’eclettico chitarrista/cantante Nick Barrett ed il flemmatico bassista Peter Gee a cui si sono aggiunti qualche anno dopo il tastierista Clive Nolan ed in tempi più recenti il batterista Jean-Vincent Velazco. In questo tour la band è arricchita dalla presenza di alcuni ospiti: il chitarrista Rog Patterson e le coriste Johanna Stroud e Sally Minnear. Brani tratti dalla copiosa discografia della band, tra i quali A man of nomadic traits, The king of the castle, Nostradamus, If I I were the wind, Paintbox e Breaking the spell, fino alla recente 360 degrees (da “Love over fear” del 2020). Show concreto, dove i lunghi assoli di chitarra di Nick Barrett hanno fatto la differenza. Una delle migliori performance del NOTP 2024.

Quando sale sul palco STEVE HACKETT con la sua band l’anfiteatro è pieno come un uovo e l’immagine degli spalti gremiti di pubblico è una di quelle che difficilmente dimenticherò. Il musicista britannico da una decina di anni a questa parte, a oltre ai brani del suo repertorio solista, propone pezzi tratti dagli album dei Genesis, la band in cui ha militato dal 1971 al 1977, scegliendo solitamente un disco che viene eseguito spesso nella sua interezza. Anche stasera lo show inizia col repertorio solista, con ben tre brani tratti dall’ultimo album pubblicato da Hackett (“The circus and the nightwhale”, 2024), seguiti da The devil’s cathedral, uno dei pezzi più belli di “Surrender of silence” del 2021 e dalla sezione strumentale di Shadow of the Hierophant. Segue poi una selezione di brani da “The lamb lies down on broadway” (il brano omonimo, seguito da The lamia, Carpet crawlers, The waiting room, The chamber of 32 doors, IT, per concludere il concerto con tre pezzi che non hanno bisogno di presentazioni Firth of Fifth, The cinema show e Los endos. Band stellare composta da Roger King (tastiere), Nad Sylvan (voce), Craig Blundell (batteria), Rob Townsend (sax, tastiere) e Jonas Reingold (basso). La seconda serata non si poteva concludere in modo migliore.


DOMENICA 21 LUGLIO

Per l’ultimo giorno del festival le previsioni del tempo annunciano pioggia, ma quando sale sul palco il primo gruppo, gli statunitensi OK GOODNIGHT, c’è un sole cocente che spinge gli spettatori a cercare un po’ d’ombra dove possono. Questi giovanissimi musicisti, nonostante l’ora non felice (sono le 12.15) suonano con un entusiasmo invidiabile, intessendo trame complesse tra prog e metal. La band, che ha iniziato la sua attività nel 2019, ha all’attivo due album ed un EP ed è la prima volta che si esibisce in Europa. Se le basi sono queste prevedo ottimi sviluppi futuri.

Completamente diversi i norvegesi THE WINDMILL, che propongono invece un prog “old style”, con ampio uso di tastiere, che sfocia nell’”art rock” grazie alla presenza di una performer mascherata che interpreta con la danza i brani suonati dai musicisti. L’ultimo album pubblicato dalla band è “Tribus” del 2018 e la band, da cinque anni, è al lavoro per il successivo. Tuttavia, la pandemia ed alcune vicende personali hanno interrotto più volte la lavorazione. Nel complesso una band solida ed esperta che ha fornito una performance di buon livello.

Quando hanno iniziato a suonare i polacchi (per la precisione di Varsavia) AMAROK ho pensato fossero una copia dei connazionali Riverside, ma mi sbagliavo. Il sound della band è molto raffinato ed articolato, anche grazie all’elevato numero di strumenti utilizzati (chitarre, tastiere, harmonium, basso, violino, batteria e vari titpi di percussioni). Un ruolo importante è svolto dalla cantante/percussionista/performer Marta Wojtas, un vero animale da palcoscenico. La band, attiva da oltre vent’anni, ha da poco pubblicato un album dal titolo “Hope” dal quale ha proposto diversi brani, che il pubblico ha mostrato di gradire. Una piacevole sorpresa.

Il cielo si copre di nuvole, ma non piove ancora quando iniziano a suonare i norvegesi MEER, un gruppo molto numeroso (sono in otto), con due violinisti e due cantanti. E pensare che, quando si è formata la band, nel 2008, erano un duo. Ero molto curioso di vedere i Meer, perché il gruppo sarà presente al 2Days Prog+1 di quest’anno. E la mia curiosità viene ben ripagata da musicisti giovani e preparatissimi, che eseguono un prog orchestrale (qualche giornalista li ha avvicinati all’Electric Light Orchestra), ma per niente zuccheroso. Anche se ero del tutto digiuno della discografia della band, ne ho apprezzato molto i lunghi brani. Vorrei ricordare che la band ha al suo attivo tre album, tra i quali il recente “Wheels within wheels” del 2024.

La partenza del concerto dei THE FLOWER KINGS è stata funestata da problemi tecnici che hanno riguardato le tastiere ed hanno costretto la band ad iniziare in ritardo e, di conseguenza, ad accorciare il proprio set. Comunque, il gruppo svedese, sulla scena da circa trent’anni e con parecchie pubblicazioni all’attivo, è una certezza nel panorama musicale europeo e non delude, proponendo soprattutto pezzi del repertorio più classico. La formazione comprende i veterani Roine Stolt e Lasse Fröberg (entrambi voce e chitarra), Michael Stolt (basso e moog), Lalle Larson (tastiere) e l’italiano di Pompei Mirko DeMaio (batteria). Suono preciso come un orologio svizzero da parte di una band affiatatissima.

Cala la sera e le nuvole diventano sempre più minacciose quando sale sul palco la STEVE ROTHERY BAND. Il chitarrista dei Marillion da una decina di anni, oltre alla band più longeva e rinomata, coltiva anche un progetto solistico, con un gruppo di musicisti di prima categoria formata da Leon Parr (batteria), il nostro Riccardo Romano (tastiere), Yatim Halimi (basso), Dave Foster (chitarra) e Martin Jakubski (voce) con il quale si esibisce proponendo pezzi provenienti dall’unico disco solista in studio finora realizzato (“The ghost of Pripyat” del 2015), nonché pezzi dei repertorio Marillion era Fish, che normalmente non esegue con la band principale. Però stasera siano rimasti tutti abbastanza stupiti quando, dopo aver eseguito due brani dell’album solista (Morpheus e The old man of the sea), la band ha attaccato una serie di pezzi provenienti dall’intera carriera dei Marillion (King of sunset town, Keyleigh, Lavender, Heart of Lothian. This towm, The rakes progress, 1000 nights, Cover my eyes, Slainte mhath, Hooks in you, Forgotten sons, The last straw e Sugar mice). Ma per le migliaia di spettatori del festival questo non è stato certo un problema e Steve ed i suoi sodali sono stati accompagnati a lungo dai cori dei presenti che cantavano il testo di canzoni conosciute e amate da anni. Una performance, oserei dire, mozzafiato. Tanto tuonò che piovve! 

Ed ecco proprio mentre i BIG BIG TRAIN si accingono a salire sul palco inizia a piovere piuttosto forte. Ma gli spettatori presenti sono attrezzatissimi ed ecco che estraggono dagli zaini teli e giacche impermeabili per assistere a quello che – ahimè- sarà l’ultimo concerto del festival. I Big Big Train non sono un gruppo come gli altri. Innanzi tutto, hanno subìto nel tempo molti cambiamenti di formazione, basandosi però sulla costante presenza del bassista Gregory Spawton. Infatti, alcuni musicisti sono cambiati rispetto a quando ho visto la band nel settembre dell’anno scorso a Revislate. Via la sezione fiati, sostituita da un unico trombettista, Paul Mitchell, via il chitarrista David Foster (che farà solo una breve apparizione in un barano) ci sono Nick D’Virgilio (voce, batteria, chitarra), Clare Lindley (violino, voce), Oskar Holldorff (tastiere, voce), Greg Spawton (basso), Rikard Sjöblom (chitarra, tastiere, voce) e, soprattutto, l’italiano (ex PFM) Alberto Bravin (voce, chitarra, tastiere). Ho assistito allo show dei Big Big Train sotto la pioggia, ma non me ne sono neppure accorto, perché la band è stata capace di coinvolgere il pubblico con uno show di altissimo livello. Questo gruppo produce una musica che non ha eguali nel panorama prog, grazie ad una serie di elementi che la contraddistinguono: il ricorrente tema del viaggio, i testi elaborati, i richiami alla storia e alla vita agreste. Tra i pezzi eseguiti, ad esempio, abbiamo The Florentine, dedicata al genio di Leonardo Da Vinci e Telling the bees, con i ricordi di un’infanzia trascorsa in una casa di campagna. Ma tutta la musica della band è ricca di riferimenti e capace di incantare l’ascoltatore. E così quasi due ore di musica sono volate, la pioggia è cessata e in un istante ci rendiamo conto che il festival è finito. C’è rimasto il tempo per salutare Massimo Orlandini, Valter Boati ed il team della Ma.Ra.Cash Records, raggiugere il posteggio e tornare all’albergo nella notte, guardando le acque del Reno che riflettono la luce della luna.


CONCLUSIONE

La mia prima (e probabilmente ultima) volta a Loreley è stata un’esperienza davvero indimenticabile: tanta buona musica in una location da favola ed un’organizzazione perfetta. Gli organizzatori hanno pensato di sostituire il NOTP con una crociera che dovrebbe partire da Genova nell’autunno del 2026, sul modello adell’americana Cruise to the edge. Vedremo. Per adesso conservo i ricordi di una delle più belle sperienze della mia vita e spero che questa non sia stata veramente the “final” Night Of the Prog.




venerdì 26 luglio 2024

MAGIA NERA-“VLAD” - Commento di Andrea Pintelli


MAGIA NERA-“VLAD”

Di Andrea Pintelli


I Magia Nera, band spezzina attiva fin dagli anni ’60, confezionano il loro nuovo lavoro dal titolo emblematico “Vlad”. Opera interamente dedicata alla figura del tanto mitizzato nobile della Valacchia, la cui storia viene rivisitata nel libro rilasciato nel 2022 dal loro chitarrista e cantante Bruno Cencetti, tale “L’innocenza di Dracula: Apologia di un Vampiro”, le cui note introduttive ci corrono in aiuto per capirne la genesi: “Valacchia, Monti Carpazi, anno 1431. Una madre impaurita si nasconde nel castello di proprietà della famiglia, semidistrutto dall'assalto degli Ottomani. Dopo aver partorito il figlio del conte Vlad tra infiniti tormenti e privazioni, si accorge con terrore di non avere latte. In un ultimo disperato tentativo di far sopravvivere il figlio, sostenuta dal suo amore di madre, si punge un capezzolo con una lama e nutre il figlio con il suo sangue. Ma la tara che egli subisce lo costringe a una vita in cerca di una femmina da amare allo stesso modo, ossia bevendo il suo sangue. Nel momento in cui lo scorrere del sangue della sua vittima gli restituisce quell'amore infinito, lui la uccide e la storia ricomincia. Dio lo ha condannato, ma quanto di tutto questo è colpa di Vlad? Dio non interviene nelle vicende umane, ci lascia artefici del nostro destino e Vlad è artefice del suo.” Ora, sappiamo tutti che il personaggio storico realmente esistito, detto “l’Impalatore”, va tenuta separata dalla geniale inventiva vampiresca dettata da Bram Stoker, nel suo romanzo “Dracula” risalente alla fine dell’Ottocento. Giusto per rinverdire le menti: “Vlad III di Valacchia Hagyak (Sighișoara, 2 novembre 1431 – Bucarest, dicembre 1476/10 gennaio 1477) è stato un nobile, militare e politico rumeno, meglio conosciuto solo come Vlad, o con il suo nome patronimico, Drăculea (che significa figlio del drago) italianizzato in Dràcula, voivoda (principe) di Valacchia e membro della Casa dei Drăculești, un ramo collaterale della Casa di Basarab. Era figlio del precedente voivoda Vlad II Dracul, membro dell'Ordine del Drago, fondato per proteggere il cristianesimo nell'Europa orientale. Noto anche come Vlad Țepeș (in rumeno: Vlad l'Impalatore), fu per tre volte voivoda di Valacchia, rispettivamente nel 1448, dal 1456 al 1462, e infine nel 1476. Il soprannome l'Impalatore deriva dalla sua predilezione per l'impalamento dei nemici. Durante la sua vita, la sua reputazione di uomo crudele e sanguinario si diffuse in tutta Europa e, principalmente, nel Sacro Romano Impero. Vlad III è venerato come eroe popolare in Romania, così come in altre parti d'Europa, per aver protetto la popolazione rumena sia a sud sia a nord del Danubio e per la sua brutalità e il suo patronimico.”

Cencetti va oltre tutto ciò, come anzidetto, ma la domanda sorge spontanea: Vlad / Dracula, essendo stato usato e abusato nel corso degli anni tramite libri, dischi, e, soprattutto, decine e decine di film (spesso inutili), aveva bisogno di un altro scritto, coadiuvato dalla propria colonna sonora? La risposta è sì, visto che il libro fantastica sulle origini del Conte e ne fornisce una nuova immagine. Questa è la novità. I testi, racchiusi nelle canzoni del disco, prodotto e pubblicato dalla Black Widow Records (gloria sempre), sono poetici e ariosi, ottimamente incastonati in sonorità che delineano l’impeto e la follia degenerativa che avvolgeranno per sempre la vita di Țepeș. La Protogenesi (Recitativo) apre il sipario su questa nuova storia, e lo fa nella maniera più fosca e oscura possibile. Arpeggi di chitarra acustica a creare l’ambientazione, mentre la voce descrive in modo sentito l’inizio del tutto; Cencetti, con fare da attore, offre questo (appunto) recitativo e lo porta a un livello drammatico che potrà piacere, senz’altro, ai tanti fans del Conte. Si prosegue con Vlad il Condottiero, dove la forma canzone prende ora il sopravvento. Il leader si cala nella parte in maniera assolutamente notevole, con tutta la band a seguirlo con buoni risultati d’insieme. Ali nel Buio ha impostazione hard blues, con echi di Sabbathiana memoria; rocciosa e godibile, mette in primo piano, ancora una volta, la teatralità della narrazione. Buoni e ben bilanciati i suoni della strumentazione impiegata. Dolce Sentire ha matrice heavy, finalmente e in pieno stile Magia Nera; canzone dove le tastiere sono ora libere di esprimersi in tutto il loro ardore, facendolo in caloroso stile seventies, lasciando poi spazio a un gradevole assolo chitarristico. Amore di Una Notte continua in tal senso, quasi fosse una canzone sorella della precedente, anche se distinte nel risultato. In soldoni è pane per denti ben abituati alla più classica cavalcata heavy prog. Freddo Sacello, il cui inizio è O Fortuna (primo movimento di Fortuna Imperatrix Mundi), tratto da “Carmina Burana” di Carl Orff, sfocia in una traccia dai sentori folk, che nuovamente trasformano il disco in qualcosa di diverso dal solito. Nella successiva Frassino nel Cuore nulla si attenua, la recitazione è sempre più marcata e ricca di energia interiore, mentre le sonorità si dipanano fra rimarcati accenti hard e momenti medievaleggianti. Atto Finale, a mio avviso la migliore del lotto (anche se l’album è da valutarsi per interezza), racchiude tutto quanto fin qui affrontato dai Magia Nera, ossia il loro mondo. Avevo già commentato, tempo fa, il loro “Montecristo”, ma qui siamo oltre quel livello. Evoluzione e significative idee mettono le ali alla loro musica. Compratelo: non ve ne pentirete. 

 

Track list (cliccare per l'ascolto)

1)    La Protogenesi (Recitativo)

2)    Vlad il Condottiero

3)    Ali nel Buio

4)    Dolce Sentire

5)    Amore di Una Notte

6)    Freddo Sacello

7)    Frassino nel Cuore

8)    Atto Finale

 

Line Up:

Bruno Cencetti: chitarre e voce

Alfredo Peghini: basso

Alvaro Lazzini: batteria

Luca Tommasi: tastiere