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mercoledì 6 luglio 2016

Roma 6 luglio 2002 - Banco 30 - Trent'anni diVersi, di Wazza


Racconti sottoBanco
Roma 6 luglio 2002 - Banco 30 - Trent'anni diVersi

“Voglio solo dire una cosa, lo dico dopo trent’anni e senza nessuna retorica, il rock è pieno di rockstar…ma di un solo Banco Del Mutuo Soccorso. 


Così Francesco Di Giacomo, apriva il concerto per festeggiare il trentennale del Banco del Mutuo Soccorso, il 6 luglio 2002 all'ippodromo di Capannelle a Roma.
Tutto ciò a coronamento di una strepitosa carriera artistica e discografica, e una seconda giovinezza consolidata con i concerti tenuti anni prima in giro per il mondo, Giappone, USA, Messico, Brasile, Panama…
Ancora sono vive nei ricordi le immagini di questo grande happening che il Banco ha voluto festeggiare insieme ai mai dimenticati ex Gianni Nocenzi e Pierluigi Calderoni, a compagni di viaggio come Mauro Pagani, a "nuovi" e promettenti musicisti come Morgan, Federico Zampaglione (Tiromancino), Andrea Satta (Tetes de Bois), Filippo Gatti (Elettrojoyce), Viola (Nocenzi). Interscambiandosi con le loro esperienze "fuori dal Banco", Rodolfo con gli "Indaco", Francesco con il" Fado", Vittorio con "Movimenti".
Un concerto durato un giorno intero tra il soundcheck e le tre ore di musica live, per la gioia dei numerosissimi fan giunti da tutta Italia.
Sotto la dicitura "Trentanni diVersi", con un pò di ritardo e la presentazione di Pietro D'Ottavio, parte la grande festa . Iniziano gli Elettrojoyce di Filippo Gatti, poi gli Indaco con Rodolfo Maltese e Viola conclude questo intro. Salgono sul palco, sommersi da un'ovazione che ancora oggi a ripensarci mi mette i brividi... Alessandro Papotto (fiati) , Filippo Marcheggiani (chitarre), Maurizio Masi (batteria), Tiziano Ricci (basso), Rodolfo Maltese (chitarre e filicorno), Vittorio Nocenzi (tutte le tastiere del mondo), e infine lui, Francesco di Giacomo: come un pugile che ti mena all'angolo del ring si susseguono "Metamorfosi" - "RIP" (con ospite Morgan al basso) - "Il Ragno" (Pierluigi Calderoni, batteria) - "La conquista della posizione eretta".
Con minimalismo espressivo e virtuosismo strumentale Vittorio esegue quattro brani estratti da "Movimenti", accompagnato da Masi e Papotto, e con Viola che interviene su "Passo a due"...Torna il Banco con tutta la sua forza dirompente: "Cento mani e cento occhi" e "Quando la buona gente dice" . E' il turno di Francesco, che accompagnato da Marco Poeta ci delizia con la sua "nuova passione", facendoci scoprire il fado portoghese, con tre brani tratti dal disco "O Fado".
Sono passate quasi due ore quando il Banco inizia il count-down. "Canto di Primavera", con un grande Mauro Pagani al violino, "Roma-Tokio", "L'evoluzione", "Moby Dick", con Federico Zampaglione, chitarra e voce.
Finale con l'immancabile "Non mi rompete", e a tutti gli ospiti si aggiungono Andrea Satta e Filippo Gatti alle voci.
Il pubblico chiede a gran voce il bis, entra sul palco la figura filiforme di Gianni Nocenzi - mancava dal palco da quasi 20 anni! -; l'applauso è come un abbraccio collettivo, mentre si siede… silenzio glaciale, Gianni attacca "Come due treni" dal suo album "Empusa", e con il suo Akai Digital Piano, incanta la platea, simulando una vera e propria orchestra contemporanea; si aggiungono sul palco Francesco e Vittorio, parte una struggente "750.000 anni fa... l'amore", con Vittorio a tessere delicati e serici raccordi con la voce di Francesco; coaì si avvera il sogno di tanti fan di rivedere insieme questi due autentici "signori delle tastiere". E mentre "riemergiamo" dal mare delle emozioni parte il coro tribale di "Traccia I", sempre con Gianni e Maurizio Masi alla batteria; nel secondo bis Pierluigi Calderoni torna dietro i tamburi, Rodolfo alla tromba, e parte il gran finale con "Traccia II", degna chiusura di un concerto memorabile.
La band lascia il palco accompagnato dagli applausi di un pubblico che non vorrebbe mai andare via!
Qui veramente vale la pena di dire la fatidica frase... io c'ero!

Peccato che la ripresa video, non fu mai pubblicata, e il disco uscito del concerto "No Palco", conteneva un terzo del concerto...
"No Palco", rimane un documento importante a testimonianza di quella serata. Il libretto riportava questa dicitura
"Certo fuori da ogni palco/scenico, via dalla "messa in scena" o meglio dalla scena, non è da lì che passa la musica che muove la parola, ma nell'andirivieni dei giorni . E allora No Palco ne abbiamo abbastanza di note snotate, di frasi sfrasate, giochi di parole a cui spesso si perde, le differenziazioni, le differenti azioni, i distinti distinguo, gli squallidi squilli di tromba pubblicitarie che disturbano i nostri coglioni esausti. Il giorno si aggiorna e segue il talento del luogo comune. L'importante e rassomigliarci, rassicurarci, in fondo siamo tutti imitatori, confortiamoci: siamo angeli con le ali di quaglia, saltelliamo e per qualcuno e già vertigine. No Palco, davvero, ma innamorarsi si, stupirsi per dio sì, innamorarsi della passione delle rose arrese piuttosto che del sorriso delle rose rosse, del privilegio di vedere oltre le curve,di guardere il cielo senza pregare per forza, di non piegarsi a qualsiasi vento, di essere allenati al peggio. No Palco ma l'eccezionale normalità di passare per diecimilanovecentocinquantasettegiornidiVersi (Dio che presunzione) ".
Banco del mutuo soccorso



In una intervista Francesco dice di No Palco
"E un disco che ha una sua identità, ha il nostro stile, ma non amiamo le operazioni archeologiche. 10.957 giorni, è proprio il caso di dire, sono passati come un soffio.
Il Banco è il Banco, guarda la sostanza e non l'apparenza, sono innamorato delle rose appassite più che delle rose rosse... BMS siamo solo noi, nè più bravi nè meno bravi di altri, siamo noi, la nostra identità…gli scoop, gli scalpori, le enfasi non ci interessano..."

Wazza




martedì 5 luglio 2016

I biglietti per Gilmour e lo sfogo di Wazza


Leggo tutte le entusiasmanti recensioni sul concerto di David Gilmour. Grande rispetto per l'artista, per chi ha assistito al concerto, per chi ha comprato il biglietto. Da anni ho deciso di non partecipare più a questi mega eventi di miliardari annoiati (potrei fare un elenco lunghissimo), non ho ne voglia, ne il fisico di fare ore e ore di attesa per un "concerto", davanti a un muro di smartphone alzati!

Qualcuno dirà "cazzi tua", e ci sta tutto, ma la cosa che mi ha fatto "scappare" di scrivere queste righe, è quello che ho letto cliccando sul link del concerto a Roma, precisamente questo…


Prezzo
Settori da 60.00 +dp a 120.00 + dp -
I Bambini devono essere in possesso di un biglietto a partire da 3 anni compiuti !!!

Chissà se sul biglietto c'era scritto, come per i giocattoli, non idoneo per bambini sotto i 36 mesi!
Spero non ci siano "decerebrati" che portano i figli così piccoli in questi concerti… ma che senso ha far pagare un essere non in grado di capire neanche dove si trova?
Caro Gilmour, e artisti simili, invece di partecipare ai concerti di beneficenza per la fame nel mondo, per lo sfruttamento minorile, per i profughi - dove comunque avete un ritorno d'immagine, vi danno il "rimborso spese", la suite imperiale, cene, etc. etc. - non fate pagare i giovani fino a 12 anni, fate dei prezzi speciali a chi accompagna persone disabili ai concerti... il resto sono "chiacchiere e distintivo".
Caro David, pensa a quanto sei stato fortunato: grazie ad una persona diventata "disabile mentalmente" ti si sono aperte le porte al successo...
Adesso pensatela come volete, ma a me sembra che il dio denaro, sia al disopra di ogni buon proposito.
I wish you were here... I would not be here!
Wazza




lunedì 4 luglio 2016

Ci ha lasciato Claudio Galieti, di Wazza


Hello,
anche Claudio Galieti membro delle Orme dal 1966 al 1969, ci ha lasciati per un attacco cardiaco.
Bassista, lasciò il gruppo per "adempiere agli obblighi di leva", ha continuato a suonare, per divertimento, e in qualche "reunion" delle vecchie Orme.
RIP Claudio
Wazza


Aneddoto raccontato da Claudio Galieti

Vi racconto una storia vera a proposito di incidenti. Il Piper di Roma cercava nuovi gruppi musicali e noi, le Orme, spedimmo foto e curriculum. Ci chiamarono e andammo a Roma; partimmo da Venezia, ma non esisteva ancora l'autostrada perciò dovevamo andare fino a Bologna e prendere l'autostrada, con la nebbia da tagliare con il coltello. Arrivammo a Roma il mattino, scaricammo gli strumenti e il pomeriggio suonammo. Suonammo anche la sera e poi stanchi, veramente stanchi, andammo verso l'albergo per riposare.
Una luce, un botto tremendo, ed ecco che il furgone si alza dalla parte destra e comincia a girare un rumore di lamiere contro l'asfalto.
Ci fermammo settanta metri più avanti ribaltati di fianco. Cominciammo a chiamarci e a uscire con il cuore in gola; arrivarono la polizia e l'ambulanza, mi portarono all'ospedale e ci rimasi due giorni, finchè non venne a prendermi mio padre. Presi solo una testata da Nino che era seduto davanti come me. Aldo, Marino e Nino non si fecero niente, solo escoriazioni.

Ecco la posso raccontare, siamo stati Fortunati. Molto Fortunati. Ciao a Tutti Claudio.


giovedì 30 giugno 2016

Gianni Nocenzi intervistato da Panorama


Mini intervista a Gianni Nocenzi in occasione della presentazione del cd "Miniature" , tenutosi a Milano il 29 giugno


Si era reso noto al pubblico con Il Banco del Mutuo Soccorso, da lui fondato con il fratello e una delle migliori espressioni del prog italiano, per poi abbracciare sperimentazioni nell'elettronica e approdare, infine, a un lavoro per pianoforte acustico con Miniature, il disco appena pubblicato. È Gianni Nocenzi, musicista straordinario, che il 29 giugno si esibirà al Mondadori Megastore di piazza Duomo a Milano, dopo moltissimi anni di assenza dalle scene (e anche dalla discografia). Torna con un lavoro che è esso stesso un ritorno: al pianoforte, il suo strumento per elezione, al pubblico e alle sue radici più intime. Perché Miniature ha il sapore di una terza (o quarta?) vita musicale...
"Mi dispiace deluderla, ma io penso che uno scriva sempre la stessa canzone. Cambia il mezzo e questo può condizionare molto l'ascolto che è e deve essere soggettivo, ma quando ascolti un brano trovi sempre le parole tipiche di quell'autore. In senso linguistico: Picasso è Picasso, che si parli del periodo blu o della sua ultima fase creativa. Perché c'è sempre un filo rosso che collega le nostre diverse esperienze: noi siamo quello che mangiamo (e non in senso gastronomico). Il pianoforte è il mio strumento, è la mia coperta di Linus. Anche se non avevo mai pensato a un disco simile".
Un lavoro più introspettivo degli altri?
"Sì, il piano è la mia cartina di tornasole per sapere cosa mi sta succedendo dentro. E da vicino. Ecco perché il titolo è Miniature. Ho pensato proprio ai codici miniati, dove una sola lettera prende magari mezza pagina e quando ti avvicini ti accorgi che è ricchissima di florilegi e dettagli. Ecco, in questo disco è racchiuso un mondo di piccole e grandi articolazioni. Perché il pianoforte è bianco e nero, ma regala infinitamente di più delle 50 sfumature di grigio!".
La scelta di registrare i brani con un microfono posizionato sopra la sua testa, rende l'ascolto un'esperienza immersiva nel suo punto di vista. Dunque qualcosa di ancora più intimo.
"Ritengo che il timbro sia una parte costitutiva della melodia. Timbri diversi suscitano reazioni diverse, cioè se suono il flauto o il fagotto vado a toccare corde diverse nell'ascoltatore, perché la musica è il suono. Cioè, il suono è la sua materia prima, ma è impalpabile. Ora prendiamo il Mosè di Michelangelo. Una scultura meravigliosa, se fosse fatta in legno avrebbe la stessa forma, ma è proprio il marmo bianco di Carrara a rendere il Mosè quello che è. Tanto che Michelangelo vedeva l'opera nel blocco di marmo e il suo lavoro consisteva nel liberarla dalla pietra. La stessa sintesi sottrattiva si ha in musica, a un livello ancora più estremo, perché in questo caso il marmo non esiste e tutto è affidato alla ricerca del timbro. Ecco perché volevo che l'ascoltatore stesse sul panchetto del pianoforte con me".
La scelta di realizzare un disco in acustico dopo le sue esperienze passate nell'elettronica è una presa di posizione precisa rispetto alle produzioni attuali?
"Non ci ho pensato. Forse è un elemento rivoluzionario perché torno al mio punto di partenza. Però il mio percorso è da sempre guidato da una sola cosa: fare quello che mi piace. E basta. Così ho lasciato il Banco per dedicarmi a una mia ricerca, poi ho prodotto due dischi per raccontare cosa avevo capito del ruolo della tecnologia nella ricerca del timbro e ora sono giunto al piano solo. Non so come potrebbe essere un eventuale prossimo lavoro, magari ancora totalmente diverso".
Miniature è un disco interamente strumentale. Perché?
"Alla fine sono canzoni, il 90% del disco è cantabile dal punto di vista armonico e c'è la melodia. Non ho pensato ai testi, forse perché al piano facevo riflessioni molto personali. C'è il tema del ritorno, declinato in vari modi: il ritorno di mio fratello dalla malattia (Vittorio Nocenzi, co-fondatore de Il Banco del Mutuo Soccorso, ndr), il mio al pianoforte e il mio alla vita (dopo un grave problema personale) nel brano Ritorni; in Engelhart parlo di quelli che come me sanno essere simultaneamente molto dolci e capaci di arrabbiature feroci e Farfalleparte dalla mia passione per il loro volo, mai lineare. La farfalla vola da sola e poi scende a patti con la squadra, grazie a quell'intelligenza interna così affascinante...".
Sono piccole sceneggiature?
"In effetti ho usato questa tecnica. Per esempio in Soft Songs (uscito nel 1993, ndr) volevo che fossero gli interpreti a scrivere le parole delle canzoni perché sentissero veramente quel che cantavano, nel rispetto della mia musica. Però mi ero dimenticato del fatto che pochissimi cantanti sono anche autori. Così ho scritto delle sceneggiature per ogni brano e poi a più mani abbiamo composto le canzoni. In Miniature, sì, ci sono dei temi che ho seguito. Ero tentato di non mettere i titoli, ma solo Parte I, II.., poi ho scelto di distinguere i diversi brani, ma il titolo è una sorta di dedica. La musica non ha bisogno che un altro linguaggio la descriva e l'ascolto deve essere libero e soggettivo".

(Micol De Pas - Panorama)

martedì 28 giugno 2016

YES, di Giuseppe Scaravilli


YES
di Giuseppe Scaravilli

E’ ancora Ian Anderson a ricordarsi del cantante di un altro gruppo spalla dei Jethro Tull, dalla voce esile e dai lunghi capelli neri: quel cantante era il suo quasi omonimo Jon Anderson, e la band si chiamava semplicemente Yes. Durante quel tour insieme, nell’aprile del 1971, i Tull erano all’apice della loro popolarità, avendo appena pubblicato Aqualung, mentre gli Yes erano in tournèe con loro negli States per promuovere il loro terzo album, intitolato The Yes Album. La band aveva già dato alle stampe sia il disco d’esordio del 1969, intitolato proprio Yes (1969), sotto l’ala protettiva del solito Ahmet Ertegun, boss dell’Atlantic (lo stesso di Led Zeppelin, Genesis e tanti altri), che li aveva apprezzati vedendoli dal vivo a Londra. Jon Anderson, che lavorava in un bar proprio sopra il Marquee Club, aveva conosciuto e trovato sintonia con il bassista Chris Squire. A loro si erano uniti il tastierista Tony Kaye, il batterista Bill Bruford ed il chitarrista Peter Banks, cui si deve il nome Yes. Il logo del nome del gruppo era riprodotto anche sulla pelle della cassa della batteria di Bruford e sulla chitarra dello stesso Banks, ma non era lo stesso di quello reso poi celebre da Roger Dean, illustratore ‘fantasy’ dei loro album successivi. Subito dopo il loro secondo disco (Time And A Word, 1970) Peter Banks lascia il gruppo, sostituito da Steve Hove: nel videoclip del brano ‘Astral Traveler’ è presente quest’ultimo, che mima però la chitarra suonata in realtà da Banks. Dopo Close To The Edge (contenente l’omonima, magnifica suite) anche Bruford abbandona, per unirsi ai King Crimson, e Alan White (ex batterista della Plastic Ono Band di John Lennon) fa in tempo ad unirsi agli Yes per il celebre Yessongs (disco live e relativo film) che, con Rick Wakeman alle tastiere al posto di Tony Kaye, porta il gruppo al successo definitivo e alla formazione ritenuta unanimemente quella “classica” del gruppo.
Questa stessa line up (Anderson, Howe, Squire, Wakeman e White) verrà nuovamente immortalata 30 anni dopo nei bellissimi dvd di Montreux 2003 e Lugano 2004, ancora in ottima forma e in grado di suonare perfettamente i vecchi classici. Tra questi, anche il lungo brano ‘Awaken’ (tratto da Going For The One, del 1977), il preferito da Jon Anderson tra tutti i pezzi della lunghissima carriera degli Yes, che è arrivata fino ai nostri giorni, nonostante i vari cambiamenti di line up. A metà degli anni ’70, infatti, alle tastiere troviamo l’austriaco Patrick Moraz. E, nel 1980, per l’album Drama, addirittura il cantante ed il tastierista che formavano i Buggles, noti per la celebre hit ‘Video Killed The Radio Star’, del tutto lontana dagli stilemi del progressive rock. Eppure questo pur provvisorio connubio funziona, e gli occhiali rotondi e giganti del nuovo vocalist Trevor Horn faranno bella mostra di sé anche sulla TV italiana, dal momento che un estratto di quel disco diverrà la sigla d’apertura della seguitissima trasmissione televisiva ‘Discoring’ (ed il sottoscritto, come tanti altri, se la ricorda bene!). Lo stesso Horn si ripresenta in veste di produttore per l’album del 1983 intitolato 90125, trascinato dal successo stratosferico del singolo ‘Owner Of A Lonely Heart’, con il suo riff d’apertura divenuto famoso più o meno quanto quello di ‘Smoke On The Water’ dei Deep Purple! E questa volta, alla chitarra e alla voce c’è Trevor Rabin al posto di Steve Howe, mentre il primo tastierista degli Yes è nuovamente della partita. Dopo varie beghe legali, che impediscono agli Yes di utilizzare il nome del gruppo senza Chris Squire (detentore dei relativi diritti, ma in quel periodo non più parte del gruppo), con l’Union Tour del 1991 componenti vecchi e nuovi della band si ritrovano a suonare insieme: abbiamo così sia Steve Hove che Trevor Rabin alla chitarra, Bill Bruford e Alan White alla batteria, così come Rick Wakeman e Tony Kaye alle tastiere. Ad ogni modo sono sempre i pezzi “classici” dei primi album (Fragile compreso) ad entusiasmare il pubblico, con qualunque sia la formazione della band: ‘And You And I’, ‘Roundabout’, ‘I’ve Seen All Good People’, ‘Long Distance Runaround’, ‘Yours Is No Disgrace’ e l’incedibile ‘Heart Of The Sunrise’, che stupì gli stessi Yes mentre la componevano.

Oggi Jon Anderson non è più nella band, sostituito da ‘cloni’ più o meno credibili (uno proveniente addirittura da una cover band degli stessi Yes!), mentre Chris Squire, dopo un album insieme all’ex Genesis Steve Hackett, è purtroppo scomparso, lasciandoci il dubbio se davvero sia il caso che gli Yes, icona del progressive rock come poche altre, insistano ancora nel rimanere attivi, dal momento che ci hanno già lasciato tanto.




lunedì 27 giugno 2016

Racconti sottoBanco: 27 giugno 2009 - Frascati "Darwin - l'Opera", di Wazza


Racconti sottoBanco

27 giugno 2009 - Frascati "Darwin - l'Opera"

A dieci anni di distanza dalla precedente messa in scena dell’intero album "Darwin", tenutasi al Morlacchi di Perugia, nel settembre 1999, il Banco del Mutuo Soccorso ripropone per intero questo straordinario (capo)-lavoro, il 27 giugno a Frascati.
La location doveva essere la "maestosa" Villa Torlonia, ma per motivi "ambientali", fu scelta la "Villa Aldobrandini".
Dopo un soundcheck "alla Banco"... e un inzio di temporale che mette a rischio il concerto, il cielo si apre e la magia inizia.
Senza fiatare, come un rullo compressore, per 40', con un pubblico attento e attonito, si susseguono -"L'evoluzione, La conquista della posizione eretta, La danza dei grandi rettili, Cento mani cento occhi, 750.000 anni fa l'amore, Miserere alla storia, Ed io domando tempo al tempo...".
Alla fine di questa performance, Francesco disse..." è stata dura a ogni brano non dirvi grazie...".
Nella seconda parte ospite l'attore Alessandro Haber, e proposta di altri classici del gruppo, per la gioia dei numerosi fan accorsi!
Wazza 

(allegata recensione di Teo Orlando)



Recensione - Teo Orlando
Foto - Roberto Scorta

Il Banco del Mutuo Soccorso ha suonato lo scorso 27 giugno a Frascati a Villa Torlonia presentando l'operaDarwin! Alla voce Francesco Di Giacomo per una rentrée di tutto rispetto e del tutto progressive.
Quando l’autorevole rivista inglese Gnosis stilò una sorta di graduatoria dei migliori album del genere progressive, molti appassionati del genere non credettero ai loro occhi vedendo che il primo posto non era occupato da uno dei capolavori di una band britannica.
Né il seminale In the Court of the Crimson King degli insuperabili King Crimson del geniale Robert Fripp o il leggendario Pawn Hearts degli immensi Van Der Graaf Generator con la stratosferica voce di Peter Hammill, o il cesellato Selling England by the Pound dei migliori Genesis di Peter Gabriel (che si classificò al secondo posto di stretta misura) o l’irriverente Aqualung,dove Ian Anderson guidava i Jethro Tull verso rotte blasfeme; e neppure qualcuna delle sofisticatissime opere dei sottovalutati bardi della sperimentale scuola di Canterbury, dai Caravan agli Henry Cow fino ai Gong.
A guidare la classifica e a surclassare cotanta concorrenza fu un disco di un gruppo italiano, e d’origine romana, per giunta. Siamo nel 1972 quando il Banco del Mutuo Soccorso pubblica Darwin!, forse il primo concept album compiuto concepito da una band italiana. Tema e testi di notevole complessità, con l’intreccio di argomenti biologici, cosmologici e filosofici, e con un tasso di irriverenza che all’epoca fece gridare allo scandalo.


Per nulla invecchiati se non anagraficamente i musicisti e la musica, e di sorprendente attualità i testi, in quest’anno dedicato ai 200 anni dalla nascita di Charles Darwin e ai 150 dall’apparizione del suo capolavoro, ossia Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita (1859): abbiamo così assistito alla riproposta in concerto di questo capolavoro del progressive italiano.
La performance ha avuto luogo nella suggestiva cornice di Villa Torlonia  a Frascati, il 27 giugno scorso, e ha visto il Banco nella formazione originale, con l’aggiunta di una recitazione affidata all’attore Alessandro Haber, preceduta da un’introduzione quasi teatrale ad opera del cantante del gruppo, Francesco Di Giacomo, che in modo semiserio ha cercato di “ammaestrare” il pubblico sulle teorie di Darwin.
Le premesse ideologiche del disco del Banco sono in effetti ispirate al darwinismo e alle sue conseguenze: in particolare, viene pienamente accolta l’idea per cui le teorie di Darwin abbiano inferto un colpo mortale alla credenza nella creazione divina dell’uomo e nell’ordine finalistico della natura, voluto dall’intelligent design di un’entità provvidenziale e orientato verso una tendenza intrinseca all’armonia.
Secondo Darwin, infatti, tutte le specie viventi e la loro evoluzione sono determinate da tre fattori principali: 1) La variabilità spontanea delle popolazioni, sia vegetali, sia animali: ciò vuol dire che le variazioni genetiche che spiegano le differenze tra gli individui di una stessa specie sono assolutamente fortuite; 2) la selezione naturale prodotta dall’ambiente, in base alla quale gli individui che meglio si adattano alle condizioni ambientali appaiono anche più favoriti nella lotta per l’esistenza e nelle contese sessuali; 3) la trasmissione ereditaria dei caratteri, sviluppati liberamente e selezionati dall’ambiente, a un numero sempre più ampio di discendenti, finché non si forma una nuova specie.
Il ruolo cruciale delle variazioni fortuite rendeva superflua ogni ipotesi di un’autoregolazione finalistica della natura e permetteva di spiegare l’evoluzione biologica unicamente sulla base di cause meccaniche e naturali. Tuttavia, dato che, secondo Darwin, l’adattamento all’ambiente non produce direttamente caratteri nuovi, ma si limita a favorire la permanenza di alcuni caratteri rispetto ad altri, il modello darwiniano è meno rigido e deterministico di quanto si pensi: sono i caratteri genetici intrinseci dell’individuo a essere prioritari, ma essi sono frutto di una variazione casuale di partenza che non si combina agevolmente con previsioni ferree e necessitate. 


Così, l’evoluzione biologica non può essere rappresentata come una linea retta che dalle forme più elementari di vita condurrebbe fino alle scimmie antropomorfe e all’homo sapiens. È più corretto dire che l’evoluzione è un processo aperto, costituito da salti e deviazioni impreviste, da tentativi ed errori, da rami secchi e discendenze interrotte fino a possibili regressioni a forme di vita più primitive.
Qualcuno potrebbe obiettare che i temi darwiniani non si prestano particolarmente ad una trasposizione musicale e poetica, in nome di un’astratta separazione tra la creatività artistica e i risultati delle scienze. Ma si tratterebbe di un giudizio erroneo ed affrettato. Il connubio tra poesia e concetti scientifici risale almeno al De rerum natura di Lucrezio e, quanto al darwinismo, esso trovò una notevole trasposizione nella visione pessimistica e agnostica di Thomas Hardy, che ci sembra molto vicino alle liriche del Banco.
Il grande scrittore inglese obliterò ogni visione provvidenziale dietro lo spettacolo della pena di vivere e dello struggle for life, come si evince dalla poesia Hap (Il caso, 1898): “Crass Casualty obstructs the sun and rain,/And dicing Time for gladness casts a moan” (La fortuna balorda ostruisce il sole e la pioggia,/E il Tempo biscazziere per allegria getta i dadi di un lamento). L’idea centrale di Hardy, che fonde abilmente il Darwin di On the Origin of Species con lo Schopenhauer di Die Welt als Wille und Vorstellung (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1818-19) e la sua concezione della volontà ciecamente operante, è forse espressa nella maniera più pregnante da Sue Bridehead, una delle protagoniste del romanzo Jude the Obscure (1895): Il mondo somigliava a una stanza o a una melodia composta in un sogno; si presentava come mirabilmente eccellente per un’intelligenza semi-desta, ma irrimediabilmente assurdo allorché ci si è completamente svegliati. La Causa Prima aveva lavorato automaticamente come un sonnambulo, e non riflessivamente come un saggio.
Temi analoghi presentano appunto i testi del Banco, che non a caso vennero percepiti all’epoca come provocatori e rivoluzionari. E questa carica dirompente si è mantenuta intatta e vitale anche durante il concerto, che ha seguito fedelmente la tracklist dell’album originario.
Stupefacente ancora oggi la possente voce di Di Giacomo, quasi da baritono, che senza il benché minimo tremolio ha accompagnato le tastiere di Vittorio Nocenzi, le chitarre di Rodolfo Maltese e Filippo Marcheggiani, il basso di Tiziano Ricci, la batteria di Maurizio Masi e i fiati di Alessandro Papotto. E questa voce ha cominciato a cantare le liriche all’interno del primo brano, dopo qualche minuto di introduzione strumentale. Brano che si intitola significativamente L’evoluzione. Evoluzione della musica come emblema del progressive ed evoluzione dell’universo senza necessità di postulare una Causa Prima: “Prova, prova a pensare un po' diverso/niente da grandi dèi fu fabbricato/ma il creato s'è creato da sé”.
La visione è senz’altro orientata verso un deciso materialismo: sono solo “cellule, fibre, energia e calore” ciò che spiega la genesi del cosmo e della vita. Ogni creazionismo di matrice biblica viene apertamente contestato: “E se nel fossile di un cranio atavico/riscopro forme che a me somigliano/allora Adamo non può più esistere/e sette giorni soli son pochi per creare/e ora ditemi se la mia genesi/fu d'altri uomini o di quadrumani.
E come il cosmo si è originato da pochi elementi, così il progressive ha dilatato i confini del rock ampliando la base blues, aprendosi al jazz e alla musica classica, utilizzando i cosiddettimetri additivi (ossia i tempi dispari), che caratterizzano questo brano e tutti gli altri dell’album. Notevolissimo l’uso dei sintetizzatori che richiamano alla mente il dispiegarsi dell’universo dal caos originario, scene di origini primordiali e vulcani in eruzione. 
Dopo i 20 minuti del primo brano, che si chiude con una polifonia strumentale memore degli impasti sonori dei Gentle Giant, si viene proiettati ex abrupto nell’evoluzione della specie umana: La conquista della posizione eretta ci ricorda irresistibilmente la scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio, nella quale il genio di Stanley Kubrick aveva messo in scena una tribù di australopitechi che si ergevano trionfanti, dopo aver conquistato la capacità di camminare come bipedi eretti, brandendo un osso d’animale trasformato in arma offensiva. Prima di trasformarsi in ominide, la scimmia antropomorfa cammina a quattro zampe, inseguendo l’odore di bestia” e l’orma di preda. Poi, provando e riprovando (il trial and error, che da Darwin stesso a Karl R. Popper caratterizza così tanto l’intelligenza umana!), ergendosi e cadendo ripetutamente, si avvierà verso la definitiva emancipazione dal mero stato animale, proiettandosi verso traguardi infiniti: E dove l’aria in fondo tocca il mare/lo sguardo dritto può guardare.
Segue poi a mo di intermezzo la Danza dei grandi rettili: il mellotron e le chitarre intrecciano una sorta di ballo funky-progressive. Poco importa che cronologicamente questo brano avrebbe dovuto precedere il secondo: come è noto, infatti, i dinosauri si sono estinti molti milioni di anni prima della comparsa dei primi ominidi. Ma l’anacronismo serve anche a sottolineare la dimensione profondamente preistorica” in cui si muove tutto l’album e la performance che ne deriva.
Dalla preistoria si passa comunque alla protostoria con Cento mani e cento occhi. Siamo immersi in una dimensione hobbesiana, dove cominciano a formarsi i primi consorzi sociali, seppure finalizzati alle battute di caccia: Laggiù altri ritti vanno insieme/insieme stan cacciando carni vive/bocche affamate braccia forti/scagliano selci aguzze con furore. Si pone però il dilemma all’incerto ominide: unirsi alla forza di cento mani e alla vigilanza espressa da cento occhi, propri di esseri che diventeranno da branco una tribù e costituiranno prima villaggi e poi città? Oppure fuggire dagli altri uomini, praticando un solitario bellum omnium contra omnes?
Il vero culmine poetico viene però toccato con 750.000 anni fa... L'amore, forse la canzone più celebre del disco. Il sentimento dell’amore viene espresso con gesti delicati, che precedono addirittura l’elaborazione di un vero e proprio linguaggio verbale: Se fossi mia davvero/di gocce d'acqua vestirei il tuo seno/poi sotto i piedi tuoi/veli di vento e foglie stenderei. Ma il labbro inerte non sa dire niente” e quindi nella mente dell’ominide si mescola l’istintiva brama di possesso con un’oscura consapevolezza dell’impossibilità di possedere una donna che non è stata prima gentilmente corteggiata. Sembra di sentire il poeta statunitense Langdon Smith(1858-1908), che nella celebre poesia Evolution, quasi immedesimandosi in esseri primitivi, dice che “Mindless we lived and mindless we loved (Dimentichi abbiamo vissuto e senza pensieri abbiamo amato).
Il concerto volge alla conclusione con un’accorata meditazione sul destino dell’umanità. È Miserere alla Storia, dove i versi “Quanta vita ha ancora il tuo intelletto/se dietro a te scompare la tua razza?, alludono sinistri alla possibile autodistruzione del genere umano. E in effetti, l’ultimo brano dal disco, Ed ora io domando tempo al Tempo, ed egli mi risponde…non ne ho! sembra scandire le eterne domande che assillano gli uomini dai loro albori: qual è la nostra vera origine e quale sarà la nostra fine? Qual è il senso del tempo? “Ruota eterna, ruota pesante/lenta nel tuo cigolio/stai schiacciando le mie ossa e la mia volontà”: è la ruota del Mulino di Amleto, per usare il titolo di un libro di Giorgio De Santillana ed Hertha von Dechend, che coincide con il tempo ciclico e qualitativo, ritmato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché si identificano con il Fato stesso.
A questo punto, conclusa l’esecuzione del disco, tocca ad Alessandro Haber riprendere alcuni brani leggendone i testi senza accompagnamento musicale e dando una veste teatrale a quella che Darwin chiamava The Descent of Man  (l'origine dell'uomo).
Il concerto continua ancora con la ripresa de L’evoluzione e con due altri brani dalla produzione del Banco, la pacifista R.I.P. e Non mi rompete: una conclusione perfetta per un connubio tra il progresso nella scienza e il progressive nella musica.