www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

martedì 5 ottobre 2021

Usciva il 5 ottobre del 1970 "Led Zeppelin III"

LED ZEPPELIN - CIAO 2001 - OTTOBRE 1970


Usciva il 5 ottobre 1970 l’album “Led Zeppelin III”, altra pietra miliare del rock, perfetto connubio tra hard-rock-blues e folk.

E pensare che all’uscita fu stroncato dai critici, che storcevano il naso per i tanti pezzi “acustici”, considerati una debolezza da parte della band.

Aveccene!!!

Di tutto un Pop

Wazza

Led Zeppelin, 1970

di Pier Paolo Farina

Il cuore caldo di questo splendido album trae la sua genesi da una pausa di relax vissuta insieme da cantante e chitarrista della formazione, rifugiatisi nella campagna del Galles per una quindicina di giorni a ritemprarsi dopo il primo, pazzesco anno e mezzo di vita del gruppo durante il quale il Dirigibile aveva prodotto due album (uno in poche e febbrili notti a Londra, l’altro a spizzichi e bocconi in giro per gli studi di mezzo mondo nelle pause fra un concerto e l’altro), cinque tournée in America, una enorme e irripetibile sensazione in giro.

Niente corrente elettrica nel rifugio scelto dai due musicisti e allora è il momento buono per Jimmy Page di imbracciare l’acustica portata con sé e dar copioso frutto agli insegnamenti appresi dalla scuola folk inglese a lui tanto cara, sperimentando le sue accordature strane e inusuali, nonché per Plant di adeguarvisi felicemente canticchiando sopra gli insoliti accordi del partner e dando fondo al suo lato hippy e sognante. Ne viene fuori un bel mazzo di temi che andranno a costituire non solo l’ossatura di questo lavoro, ma pure parte di quelli a venire fino al “Physical Graffiti” di quattro anni dopo. Il tema più bello scaturito da quei giorni ispirati viene in ogni caso momentaneamente accantonato, andrà a costituire l’incipit della celebre “Stairway To Heaven”, pronta solo per l’album successivo.


Quando però, una volta rientrati a Londra dal Galles, tutto quel certame acustico e quieto viene posto sotto le grinfie degli altri due compari, soprattutto del bombastico batterista che si ritrovano in formazione, si ha la mutazione zeppeliniana del placido folk rurale in un suono autenticamente mai sentito prima, un “heavy folk” drammatico e teso in cui gli strumenti acustici, tirati per la giacchetta da tale cattiveria ritmica e dall’esuberante ugola del giovane Plant, sferragliano tosti e circondano la sua strepitosa voce in una intensa gazzarra che non ha nulla di placido.

Sotto questo aspetto la seconda traccia “Friends” e la sesta “Gallows Pole” sono due luminosissimi archetipi di un modo di pompare tensione e pesantezza pur giostrando con banjo e roba simile che non ha/avrà uguali. La centralità ed indispensabilità di John Bonham nel suono Zeppelin trova qui la sua dimostrazione più evidente, è lui a spingere più di tutti il gruppo verso vette di intensità e cuore mai più raggiunte da altri. Parlare di cuore per uno strumento che fa “boom” con la cassa e “stra” col rullante eccetera potrebbe sembrare strano ma è proprio così: l’ascolto di John Bonham mentre accompagna i suoi pards nelle grandi canzoni di quest’album e in generale di tutta la produzione Zeppelin è un’esperienza prima di tutto di cuore, del grande cuore che aveva quest’uomo semplice, ingenuo, ubriacone, capace di pestare fortissimo e al contempo con una dannata umanità (e creatività). Nel suo genere, il migliore di sempre, senza alcuno scampo per possibili alternative.


In “Friends” ci mette poi molto del suo anche il “quarto uomo” John Paul Jones, sovrapponendo all’incedere ritmico un grosso, drammatico bordone di sintetizzatore dal sapore vagamente mediorientale, uno spunto musical/culturale che ritornerà volentieri in altri capolavori del gruppo (“Kashmir” soprattutto, proprio su “Physical Graffiti”).

“Gallows Pole” invece è costruita maggiormente in crescendo e ci pensa l’interpretazione di Plant, sempre più pressante e parossistica, a gonfiare via via di urgenza e tragedia al brano, nel quale viene raccontata la supplica di un condannato al suo boia che lo sta per immolare sul patibolo.

Altri sipari acustici presenti nel disco sono comunque assai meno acri, ad esempio “Bron-Y-Our Stomp” celebrazione del rifugio campagnolo trovato da Plant e Page, una marcetta debitamente appesantita dalla rimbombante cassa di Bonham, nella quale il suo chitarrista si diverte a correre agile e geniale sullo strumento accordato in Mi Maggiore ed il cantante a miagolarvi sopra il suo potentissimo falsetto. E ancora “Tangerine”, non un prodotto di quelle giornate a Bron-Y-Our bensì un “avanzo” degli ultimi tempi degli Yardbirds, il gruppo rock/beat di provenienza di Page, in effetti una ballata con tutt’altra atmosfera, dolciastra (sin dal titolo “Mandarino”) e manierosa, un poco fuori contesto in un album così obliquo e misterioso. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, inserire al suo posto l’ottima “Hey Hey What Can I Do”, ennesima “heavy folk ballad” magari ripetitiva rispetto ad altri episodi dell’album ma assai più asciutta e in riga col resto, rimasta invece inopinatamente fuori e relegata a lato B di un singolo.

Dal punto di vista della dolcezza, assai più riuscita la ballata “That’s The Way” dal profilo ondeggiante grazie ad una deliziosa risacca di chitarra acustica (per gli strimpellatori: accordata abbassando di un tono la prima, seconda e sesta corda) rafforzata da mandolino e steel guitar, una festa del Page più californiano e campagnolo.

Se la seconda parte dell’opera è veramente il festival dell’acustico (ma quasi sempre con nerbo e tensione, come si è detto) la prima parte dispone di alcune bellissime cose elettriche. L’apertura di “Immigrant Song” è di nuovo grande archetipo: una cavalcata giocata su di un semplice irresistibile riff, economicissimo dato che adopera un’unica nota di FA# giocata ritmicamente su due ottave diverse. Robert Plant entra fantasticamente come una specie di sirena pericolosa e poi sciorina il primo testo della storia alle prese con dei, paradisi nordici, martelli di Thor e compagnia cantante. Siamo né più né meno che al cospetto del capostipite di un intero, fiorentissimo genere che verrà, l’heavy metal di ispirazione gotica e pagana; non sto a far presenti i fiumi di parole, le migliaia di canzoni, le decine di gruppi, le centinaia di copertine di dischi alle prese con l’al di là nordico ed i suoi miti, con corollario di nerboruti cavalieri brandenti grosse asce sanguinanti, spadoni ed elmi e poi le battaglie e l’onore e la gloria… tutto un mondo musicale (per molti assai burino ed esagerato senz’altro) del quale questa canzone può essere indicata a vero prototipo. Il brano è assai breve, meno di tre minuti giacché Page non ritiene opportuno, a ragione, inserirvi un assolo di chitarra. Lo farà nelle esibizioni dal vivo, senza risultati particolarmente rimarchevoli.

L’hard rock in posizione n° 3 “Celebration Day” è meno celebre ma sempre notevole grazie soprattutto alla performance ritmica di Page, stavolta non inchiodata ad un riff ma fluida e creativa nel tracciare con settime e none gli spunti armonici per il cantato genialmente asincrono e libero di Plant che rende estremamente dinamico il tutto: una perla semi-nascosta del repertorio, forse oscurata dal fatidico blues che la segue a ruota.

Fra i capolavori assoluti di questa band riconosciuta di tanti capolavori, “What Is And What Should Never Be” è IL blues, che piace anche a chi non sopporta il genere, tale è l’intensità, la drammaticità, la voglia, la perizia e la coesione del gruppo colto qui in assoluto momento di grazia. Page imperversa con una performance piena di anima e fuoco, piazza il suo assolo più devastante del repertorio, letteralmente portato in spalla dal suo batterista che a suon di sberle inaudite a piatti e tamburi riempie e sottolinea impagabilmente tutte le pieghe sonore di un brano che ne è ricchissimo. L’organo Hammond ed il basso di Jones fanno il loro dovere alla grande, Plant geme e urla posseduto dal sacro fuoco della sua giovane energia: uno spettacolo, sette minuti grandiosi.

Dopo tanta possanza, il rock blues che segue, “Out On The Tiles”, fa la figura del riempitivo, col suo riff un poco contorto e forzato, condito di sincopi e sonori stacchi che però non riescono a far decollare del tutto la musica, malgrado anche il gran daffare di Bonham ai tamburi. Altro riempitivo è l’episodio conclusivo del disco, “Hats Off To Roy Harper”, un esperimento blues trattato con un’esasperata distorsione, voce e chitarra in un tunnel sonoro aspro e melmoso, assai sperimentale ma in definitiva sfocato, uno dei pochissimi episodi zeppeliniani passati completamente nel dimenticatoio.

Grande, grandissima musica.






2 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  2. ...se permettete correggo il refuso: non “What Is And What Should Never Be” ma Since I've been loving you...

    RispondiElimina