Il 13 agosto 2006 il Banco del Mutuo Soccorso chiude il “Subiaco rock e blues festival” con un bagno di folla!
Di tutto un Pop…
Wazza
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
Il 13 agosto 2006 il Banco del Mutuo Soccorso chiude il “Subiaco rock e blues festival” con un bagno di folla!
Di tutto un Pop…
Wazza
Io
c'ero quando Pete Townshend ha distrutto la chitarra sul palco per la prima
volta
Intervista
a Peter Twinn
Di Enrico
Meloni
Articolo uscito sull’ultimo MAT2020
A volte, quando meno te lo aspetti, capitano le cose più impensate. Quella che state leggendo rientra sicuramente in questa categoria. Come avrei potuto mai sapere che nel 2020 che ci ha appena salutati avrei conosciuto un testimone oculare della prima volta in cui Pete Townshend degli Who distrusse la chitarra sul palco, uno dei gesti più rinomati e riconoscibili di tutta la storia del rock? Eppure, è accaduto anche questo. Che anno assurdo!
In modo completamente casuale, in una serata
autunnale passata al pub, proprio in una di quei pochissimi momenti in cui si è
potuti uscire prima del terzo (o secondo, o quarto? Non lo ricordo più)
lockdown, vengo a sapere da Marco, un caro amico amante della musica con cui
abbiamo visto tantissimi concerti, che a Genova vive un uomo che ha conosciuto
niente meno che gli Who prima che diventassero… The Who!
Un’occasione da non perdere per farmi
raccontare qualche aneddoto interessante su di loro e sulla vita che la Londra
degli anni ‘60 regalava a un giovane musicista.
Mi metto subito in contatto con Massimo
Perasso, detto Maso, capo di Taxi Driver Records (etichetta discografica) e di
Flamingo Records (negozio di dischi ed etichetta discografica situata in Piazza
delle Vigne a Genova: fateci un salto se potete), redattore di Tomorrow Hit
Today e varie altre fanzine, ex bassista di Isaak e Gandhi’s Gunn tra le altre
cose, ma soprattutto persona disponibilissima e grande amante della musica, che
mi mette subito in contatto con… suo suocero!
Un ringraziamento enorme va quindi a Marco, a Maso e a Sara (moglie di Maso e figlia di Peter), che hanno reso possibile il mio incontro, ahimè solo via e-mail, con Mr Peter Twinn from Harrow, England!
Peter ha risposto alle mie pedanti curiosità
con gentilezza e aprendo il libro dei ricordi senza riserve. La parte
dell’intervista che ho apprezzato di più, oltre a l’aver scoperto com’è
successo che quel diavolone di Pete ha iniziato a sfasciare le chitarre per
terra dopo averle fatte roteare in aria (non so se ci rendiamo conto della
grandezza della rivelazione), è quella in cui Peter racconta la sua vita, il
cosiddetto “lato umano”, perché è sempre lì che si nascondono le storie più
vere e gli insegnamenti più importanti. Alcuni esempi? Continuare a studiare e
abbracciare le nuove sfide con coraggio e mente aperta, senza aver paura di
quello che ci può riservare il domani. E ve lo dice uno che da un giorno
all’altro è passato da Londra a Genova… negli anni ‘70! Un salto nel vuoto
niente male per una persona che non parlava una parola d’italiano.
Alla luce delle sue risposte, mi viene la curiosità di fare un’altra intervista con Peter, meno musicale ma più “costume e società” … chi vivrà vedrà!
Direi che mi sono dilungato pure troppo: ecco
la mia chiacchierata con Sir Peter Twinn!
E Roger, se ci leggi, ce l’abbiamo con te: fatti vivo!
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D: Ciao Peter, grazie per averci voluto dedicare il tuo tempo. Non sapevamo di avere un testimone così diretto della storia dei primi passi degli Who proprio a Genova! E l’abbiamo scoperto anche abbastanza per caso (un ringraziamento speciale a Marco, Massimo e Sara!). Raccontaci qualcosa di te: da dove vieni, come hai iniziato ad appassionarti di musica e quali sono state le tue prime esperienze con le band?
R: Non so se i miei ricordi possono essere di interesse a qualcuno. Sto cercando di rimembrare cose della mia gioventù, più di 55 anni fa e chiedo scusa se non rammento bene alcune date o circostanze. Quando sono nato, nel 1949, Harrow si trovava nella contea di Middlesex, a nord e ovest di Londra. È stata assorbita nella Grande Londra solo più tardi. Noi ci consideravamo, però, londinesi a tutti gli effetti, anche perché c’era la Metropolitana londinese, gli autobus rossi, i taxi neri ecc. A scuola, nei primi anni ’60, eravamo affascinati dall’eccitante scena musicale inglese. Sentivamo tutta la musica emergente e frequentavamo anche i precursori delle discoteche londinesi, ossia sale delle scuole di ballo, un po’ sciupate ma con l’immancabile sfera rotante a specchi, spot multicolore e qualche neon fluorescente. Come tanti altri ragazzi, ho preso in mano la mia prima chitarra e ho sognato la gloria. Dopo qualche lezione, cominciavo a strimpellare con alcuni compagni di classe. Il preside della scuola ci permise di usare un magazzino come sala prove e abbiamo effettivamente cominciato a fare qualche progresso.
D: Devono essere stati anni davvero di fuoco… in tutti i sensi! Cosa ci puoi raccontare, oltre all’ovvio, della Londra degli anni ‘60?
R: Londra era il centro del mondo. La Metropolitana ci portava dalla stazione di Harrow & Wealdstone dritta a Oxford Circus, adiacente a Soho, Carnaby Street ecc. Avevamo pochissimi soldi in tasca ma riuscivamo a fare parte della scena. C’era musica e moda ovunque (all’epoca non mi interessava l’arte); avevamo 15 anni e il mondo sembrava pieno di mini skirt.
D: Che aria si respirava musicalmente? Le band emergenti si aiutavano tra loro o c’era una (sana… o meno sana) competizione?
R: Non saprei rispondere. Eravamo ragazzini, con tanti sogni ma nessuna organizzazione.
D: Quali erano le band che andavano per la maggiore all’epoca nel giro dei pub? E di quali di queste sentiamo parlare ancora oggi?
R: Niente pub. All’epoca, l’entrata era riservata agli over 18 (non “adulti” perché fino al 1970 occorreva aver compiuto 21 anni per avere la maggiore età).
D: Il tuo nome, e quello della tua band, i Third Generation, è legato a quello degli High Numbers, ossia gli Who prima che cambiassero nome. Presentaci la tua band.
R: The Third Generation era la band successiva. La nostra prima band si chiamava The Deltas e in verità non eravamo affatto bravi ma semplicemente sotto l’incantesimo generale del periodo. Era un decennio magico.
D: Come vi siete conosciuti con gli High Numbers/The Who? In che rapporti eravate?
R: In realtà, non li abbiamo conosciuti come The High Numbers. Fino a giugno/luglio 1964, il periodo in cui c’eravamo anche noi, il nome della band era The Who. Il periodo di cambio nome è durato poco, prima di ritornare al nome originale verso fine anno. La tua domanda mi fa un po’ ridere; noi avevamo 15 anni, loro quasi 20. C’era un abisso tra noi e loro che sembravano molto più grandi. Anche se erano ancora sconosciuti (il primo disco non era ancora uscito), il nostro rapporto con loro era di adulazione.
D: In che modo siete stati ingaggiati per suonare in apertura per loro?
R: Ingaggiare è una parola grossa. Noi abitavamo lì vicino, a pochi minuti dal Railway Hotel, vicino alla stazione di Harrow & Wealdstone. Non so chi tra i papà della band ha organizzato la possibilità per noi ragazzi di suonare (gratis), per accumulare un po’ di esperienza, in apertura di serata. In due (o massimo tre) occasioni, la band della serata era The Who.
“Video sul Railway Hotel ad Harrow, al minuto 5:58 si fa menzione del famoso episodio della chitarra!)
D: Come si presentavano gli Who a livello scenico? C’era qualcosa, già allora, che li distingueva dagli altri?
R: A prima vista, sembravano ragazzi normali. Mi sembra di ricordare che avevano ancora amplificatori Fender. So che non avevo mai sentito un volume così alto in uno spazio così ristretto. Per non parlare della batteria. Sembravano in guerra tra loro, era meraviglioso.
D: I racconti sulle follie di Keith Moon si sprecano… era così fuori di testa già alle origini? Ci sono degli aneddoti che vuoi condividere con noi?
R: Keith suonava e manipolava le bacchette in una maniera scatenata e velocissima. Non ricordo, però, di averlo mai sentito parlare fuori dal palcoscenico.
D: Se dovessi scegliere, qual è il ricordo più vivido delle serate trascorse come gruppo spalla degli Who?
R: Senz’altro la prima serata. Avevamo suonato una canzone di Willie Dixon, “Spoonful”. Poi, dopo l’arrivo degli Who, a un certo punto si sono attaccati anche loro con “Spoonful”. Venticinque minuti! Meraviglioso… siamo rimasti a bocca aperta.
D: Com’è nata la leggendaria distruzione sul palco della chitarra di Pete Townshend? So che tu hai assistito alla prima volta in assoluto in cui questo è accaduto sul palco!
R: Accadde qualche mese più tardi e non
suonavamo più al Railway. Tramite conoscenze, riuscivamo comunque a entrare
gratis. È cominciato tutto come un incidente, ne sono sicuro. Sai che Pete non
stava fermo un momento. Suonava accordi con movimenti del braccio a mulino a
vento, saltava e sollevava la chitarra sopra la testa. Il problema era il palco
del locale, fatto con casse per la birra, assieme al soffitto basso. Non c’era
molto spazio. Dopo il primo colpo in alto con la paletta, Pete si arrabbiò e
cercò di demolire il soffitto. Noi eravamo in delirio.
D: Come descriveresti gli Who a livello caratteriale e musicale, per quanto ti ricordi?
R: Originali. Non c’è modo migliore per descriverli.
D: Com’era la vita di una giovane band in tour negli anni ‘60? Suonavate principalmente a Londra o avete avuto occasione anche di spostarvi nel resto dell’Inghilterra?
R: Magari avessimo potuto fare un tour.
Eravamo decisamente una band di dilettanti. Siamo, forse, riusciti a coprire il
costo degli strumenti. Francamente non mi ricordo di aver mai visto un guadagno
ma, in ogni caso, eravamo felici. Ho lasciato la mia chitarra elettrica Hofner
presso mia madre, dove è rimasta indisturbata per oltre 20 anni. Poi l’ho
portata in Italia e adesso è di mia figlia, Sara. Dopo tutto questo tempo, il
manico è ancora dritto.
D: Cosa è successo poi? Ciò che so è che, come abbiamo descritto fin qui, siete stati il gruppo di apertura degli Who nel 1964 (e oltre?) ... e poi? Avete continuato con i Third Generation?
R: È imbarazzante ma non ricordo neppure un nome degli altri componenti di The Third Generation. Suonavamo, come tante altre band, a feste, balli di scuola ecc. Poi, finita la scuola secondaria, a sedici anni, ho vinto un bando di Her Majesty's Stationery Office (Poligrafico di Stato) e ho iniziato cinque anni di lavoro-studio per il diploma in litografia e arti grafiche.
D: Avete mai registrato qualcosa con i Third Generation?
R: Con loro, no. Nel 1966, ho suonato la
chitarra per un breve periodo con Next in Line. Abbiamo fatto, a nostre spese,
un 45 giri di prova (I Think It’s Gonna Work Out Fine, 1961, di Rose Marie
McCoy, Sylvia McKinney / Can You Jerk Like Me, 1964, di George Hunter Ivy,
William Stevenson). Lo conservo ancora: è semplicemente terribile ma è un link
con la mia gioventù.
D: Sei ancora in contatto con i tuoi ex compagni di avventure?
R: Ahimè, neppure uno. Quando mi sono stabilito in Italia, ho perso molti contatti.
D: Qual è la cosa di cui sei più orgoglioso riguardo quegli anni? E quale il più grande rimorso?
R: Non penso di poter essere orgoglioso di com’ero in quel periodo. Certamente, avrei dovuto studiare di più. All’epoca, facevo quanto basta per raggiungere un obiettivo.
D: So che ti sei trasferito in Italia già negli anni ‘70, quindi pochi anni dopo le vicende di cui abbiamo trattato finora… come sei capitato a Genova?
R: Dopo un divorzio (mi sono sposato a 19 anni ma non ha funzionato, nonostante due bei bambini) avevo bisogno di cambiare aria. Una mia amica era appena tornata a casa, in famiglia, dopo un periodo di studio a Londra. Mi suggerì di venire a vedere Genova. Mi trovò una sistemazione temporanea e arrivai a metà gennaio 1973, il mese che la Gran Bretagna entrò a far parte della CEE (poi EU). Dico subito che mi sono trovato benissimo a Genova (salvo il fatto che non parlavo una parola d’italiano). Per quasi due mesi ho girovagato per la città e per la Liguria. Che bei posti ho trovato. A marzo, ho avuto un colpo di fortuna e ho cominciato a insegnare inglese in un’ottima scuola privata. Non avevo mai insegnato prima ma era, per fortuna, molto facile per me. Ho studiato molto e ho avuto successo per i seguenti tre anni. Nel frattempo, mi sono innamorato dell’Italia.
D: Com’è stato trasferirsi in Italia negli anni di piombo, e come questo ha cambiato il tuo modo di rapportarti alla musica?
R: Certo, gli anni di piombo erano pieni di problemi. Il terrorismo era una cosa molto sentita e dovevamo stare attenti. C’erano anche altri problemi, per esempio l’inflazione a oltre il 20%, l’austerità, la disoccupazione, l’introduzione dell’IVA e l’IRPEF ecc. La musica italiana era completamente diversa da tutto ciò che avevo sentito fino a quel momento. Non solo, la musica inglese e americana arrivava nelle discoteche con un certo ritardo. Non dimenticare che non c’era internet, né i telefonini, né la televisione a colori. Man mano che imparavo la lingua, mi piaceva sempre di più la musica italiana di ogni genere.
D: Hai continuato a interessarti alla musica in qualità di musicista anche una volta arrivato in Italia?
R: Conosco i miei limiti. Tutto andava bene per un ragazzo nella società libera del dopoguerra londinese. Qui, non c’erano le condizioni. Ho dovuto lavorare tanto per ricrearmi una nuova vita.
D: Che tipo di lavori hai fatto una volta arrivato in Italia, e di cosa ti occupi oggi?
R: Dopo tre anni felici alla scuola d’inglese, uno dei miei studenti mi suggerì di fare domanda presso una società della Finsider. Stavano assumendo giovani diplomati e laureati per il commercio estero dell’acciaio. È andata bene e sono stato assunto nell’agosto 1976, un mese dopo il mio matrimonio. A ventisette anni, è stata una nuova occasione per ricominciare, con un lavoro totalmente inatteso e con tutto da imparare. Mi sono buttato e ho scoperto che era proprio il settore per me. Partendo dal basso, ho fatto carriera in varie aziende del gruppo e sono andato in pensione con la posizione di responsabile commerciale estero del Gruppo ILVA. Oggi, oltre a una piccola attività di insegnamento e traduzioni in inglese, mi dedico a funzioni non retribuite a favore della cittadinanza, in seno al Consiglio d'Amministrazione e l’Ufficio di Presidenza dell’Ospedale Evangelico di Genova. È importante tenersi attivi, per non invecchiare troppo velocemente.
D: Se dovessi dare un consiglio a una giovane band che inizia a fare musica oggi, cosa ti senti di poter dire?
R: Prima di tutto, di non fate i nostri errori. Per suonare la musica, anche la più leggera, ci vuole una base che va molto oltre strimpellare qualche accordo. Ho ben presente l’esempio di un clown; prima di fare lo scemo e cadere ovunque per far ridere la gente, deve imparare ad essere un acrobata esperto. Ho avuto la fortuna di avere una voce discreta e ho sempre cantato, nella doccia, in qualche corale, con la radio (e Shazam). La musica sta nell’anima e penso di averla passata in qualche modo a mia figlia che suona il pianoforte e il sassofono.
D: Che consiglio daresti al Peter ventenne col senno di poi?
R: Nella nostra società, lo studio è l’unico dovere che un giovane ha nella vita. Tutto il resto (musica, sport, viaggi, amore ecc.) è realizzabile ma non si deve mai perdere di vista quell’unico dovere, che va fatto bene. Il premio, poi, è di poter trovare un lavoro e degli interessi che appagano. Una buona base rende più facile il realizzarsi in settori molto diversi tra loro. Nessuno sa cosa ci riserva la vita. Io sono stato fortunato e ho potuto ripartire con una nuova vita che mi ha soddisfatto pienamente (con qualche tragedia e alcuni periodi difficili, naturalmente). Ma ho dovuto imparare la base sul campo e ciò ha reso tutto molto più difficile.
D: Peter, grazie ancora per il tuo tempo e la pazienza, e soprattutto per aver voluto salire sul treno dei ricordi con noi. La chiusura è a tuo piacere!
R: È stato un piacere per me tuffarmi in un lontano passato. Come hai potuto vedere, la mia gioventù è stata abbastanza normale per il tempo e il luogo. Ho, per caso, avuto la fortuna di incrociare brevemente la strada di una band che sarebbe diventata tra le più grandi rock band di tutti i tempi. È stato per me un privilegio. Mi viene in mente una nota negativa. È impossibile comunicare con Roger Daltrey. Ho cercato di farlo quando lui è venuto a Genova, nel 2012. Ho scritto al fan club e all’organizzazione del tour ma non ho mai ricevuto un riscontro. Sarebbe stato molto bello poterlo incontrare di nuovo. Pazienza.
Nell’estate del 1979, Paolo Conte pubblica l’album “Un gelato al limon”.
Fu il disco della svolta, con il produttore Nanni Ricordi che “consegna” a Claudio Fabi il compito di arrangiare i brani del cantautore/avvocato di Asti.
Fabi si affida a due componenti della PFM - Dijvas e Mussida - più Walter Calloni, che spesso affianca Franz di Cioccio in tour con la PFM.
L’album non ebbe un grande successo di vendite, ma ebbe il merito di far conoscere Paolo conte al grande pubblico, grazie a brani come Bartali, Gelato al limon, Sudamerica… poi riprese da molti colleghi cantautori.
Sotto il racconto di Roberto Manfredi sulla nascita del disco.
Di tutto un Pop…
Wazza
Roberto Manfredi ricorda...
La foto che vedete (autore Renzo
Chiesa, già autore della copertina di “Foto ricordo”, l'album di Enzo Jannacci)
risale ai tempi della registrazione dell'album "Un gelato al limon",
di Paolo Conte che vedete in piedi alle mie spalle. Al centro c'è Claudio Fabi,
produttore insieme a me dell'album per Nanni Ricordi (RCA). Qui stiamo mixando
il brano "Bartali", di Paolo, pubblicato anche da Enzo Jannacci.
La ritmica era formata da Walter Calloni alla batteria e Patrick Djvas, a cui
si aggiunse alla chitarra il grande Franco Mussida. Praticamente la PFM ad
esclusione di Franz Di Cioccio e Flavio Premoli.
A Enzo il disco di Paolo piacque molto ed era inevitabile perché, pur nelle rispettive differenze, tra i due artisti c'erano molte affinità elettive, artistiche, musicali e soprattutto letterarie. Anche Paolo cantava le storie dei personaggi in cui le condizioni sociali e gli stili di vita erano molto simili ai personaggi di Enzo. Bartali poi era un mito per la loro generazione. È una delle differenze sostanziali tra la loro generazione di cantautori e quelli di oggi che stranamente non raccontano il loro tempo, né la società in cui vivono. Rarissimo sentire oggi in radio o in tv delle piccole e grandi storie di personaggi comuni. Enzo, Paolo e Fabrizio (De Andrè) raccontavano storie di barboni, taxisti, prostitute, operai, pescatori, piccoli malavitosi, personaggi senza rappresentanza, confinati ai margini della Società. Eppure, queste figure ci sono anche oggi, anzi, più oggi che allora... ma oggi per passare in radio si preferisce raccontare sempre le solite mielose storie d'amore o le difficoltà di coppia, su cui poi è davvero difficile per l'ascoltatore identificarsi, dato che ogni storia d'amore è sempre diversa dall'altra. L'esempio di Enzo, Paolo e Fabrizio dovrebbe essere raccolto dalle nuove generazioni sperando che la canzone d'autore possa vivere una nuova era.
In quel periodo lavoro con Nanni
Ricordi per l’agenzia “Il Motore”, una sorta di succursale milanese della RCA.
Oltre a produrre i dischi per l’etichetta Ultima Spiaggia, Nanni inventa questa
sorta di distaccamento nordista della RCA romana. Ennio Melis ci affida il
nuovo album di Paolo Conte, che abitando ad Asti vorrebbe incidere a Milano.
Ricordo ancora il nostro primo incontro. L’avvocato arriva in ufficio in viale
Regina Margherita a Milano a trovarci. Macchina decappottabile sportiva,
sorrisi, buon umore ed entusiasmo contagioso. Con Nanni, feeling a prima vista.
Decidiamo di affidare gli arrangiamenti a Claudio Fabi con cui già lavoriamo da
tempo. Nanni offre a me e a Claudio di curare la produzione in cambio di una
piccola percentuale. A me sta bene, dato che prendo già lo stipendio. Per me è
solo l’1 per cento delle royalties ma mi sta bene, anche se in seguito non
vedrò mai una lira perché l’avventura di Nanni con la RCA si chiude e lui
tornerà in Ricordi come direttore artistico, io invece seguirò Claudio Fabi
alla Polygram a curare il catalogo italiano. Fabi è già direttore artistico ma
vuole “i suoi uomini” a fianco, Marco Ferrari e il sottoscritto, tuttavia per
me, l’esperienza di “Un Gelato a limon” è sicuramente superiore al
seguito. Si decide di registrare di notte, dalle 21.00 in poi, così Paolo Conte
decide di soggiornare al Castello senza andare avanti e indietro da Asti. Passa
le giornate a scrivere, passeggiare e a suonare il piano a coda all’interno del
Castello.
Fabi decide di fare un esperimento
artistico coraggioso e al tempo stesso innovativo. Chiama mezza PFM a suonare:
Walter Calloni alla batteria, Franco Mussida alle chitarre e Patrick DJivas a
cui si aggiungeranno altre decine di musicisti, come Flaco Biondini storico
chitarrista di Francesco Guccini, Renè Mantegna alle percussioni, Gianni
Zilioli alla fisarmonica e glockenspiel e altri ai fiati e agli archi. Ai cori partecipo anche io insieme a Nanni
Ricordi, Djivas e il coro femminile di Carimate.
L’inizio è titubante. Paolo assiste
attento alla registrazione delle basi. Non è abituato a suonare con musicisti
“giovani” di tradizione pop-rock, quindi va cauto con i complimenti, anche se
dopo la registrazione della base di “Bartali” capisce che questo esperimento
tra musicisti di differenti background comincia a funzionare alla grande. Si
convince del tutto quando poi decide di utilizzare per il brano “Blue Tangos”
un musicista solista di bandoneon, un tipo di fisarmonica inventato dal
musicista tedesco Heinrich Band, strumento fondamentale nelle orchestre di
tango. Dato che è difficile trovare un solista del genere, mi affido al
“convocatore” Gianni Berlendis, che oltre a suonare il violino si è inventato
il ruolo di organizzatore e convocatore di tutti i musicisti milanesi. Un
genio.
Alla fine, si trova, ma è un
musicista molto anziano che arriva con un bandoneon troppo vintage. Quando
suona, i tasti “scricchiolano” più delle note, così la registrazione risulta
assai sporca. Paolo lo dirige, ma alla fine, sempre con molta educazione e
gentilezza, capisce che è meglio sostituirlo con Gianni Zilioli, che suona una
fisarmonica ultimo modello. Nello studio di registrazione a fianco, c’è invece
Eugenio Finardi che sta registrando “Rokkando Rollando” e il clima è
assolutamente diverso dal nostro. Si avverte un certo nervosismo rock che però
la calma imperturbabile di Paolo stempera in tutta l’area del Castello. Da un
turno all’altro il disco prende forma e anche il feeling tra musicisti. Ricordo
momenti esaltanti, come il duetto chitarristico tra Franco Mussida e Flaco
Biondini, la marimba suonata da Paolo in modo egregio, il suo struggente kazoo
e anche qualche jam session registrata per divertimento, di cui conservo ancora
un nastro in cantina. Ve lo immaginate Paolo Conte al piano, Patrick Djivas al
basso, Franco Mussida alla chitarra e Walter Calloni alla batteria che suonano
jazz? Cose che accadono una volta sola nella vita. I tecnici del suono si
divertono un mondo, allora non si chiamavano ancora ingegneri del suono. Al
mixer si susseguono Dave Bellotti e Ruggero Penazzo. Quando si va al mix,
passiamo intere ore a studiare la successione dei brani.
“Bartali” che è il brano più trascinante, non lo mettiamo come prima traccia del solco, come sarebbe scontato, ma per secondo. Come terzo mettiamo “Arte” un autentico capolavoro. Quando Nanni lo sente per la prima volta ha gli occhi lucidi, ma contemporaneamente con le mani, “mima” un gesto onanistico probabilmente per depistare la sua commozione. Alla fine, avvertiamo tutti che il disco ha qualcosa di speciale, che il “nuovo corso” di Paolo Conte è tratto. Non ci sono più le “topoline amaranto”, le “fisarmoniche di stradella”, “le giarrettiere rosa” ma canzoni d’autore che stanno per passare alla storia, come per l’appunto “Un Gelato al limon”, che in seguito inciderà anche Francesco De Gregori.
In quegli interminabili pomeriggi passati da solo, Paolo scrive anche i testi di un libretto per la stampa, oggi rarissimo, fascicolato su carta beige con tanto di singola graffetta a sinistra. Il font è quello della macchina da scrivere Olivetti. Tra varie citazioni di Salgari, Pasternak, Pascoli Lupin, Borges, ne inserisce anche due molto particolari, come quella di Nicolò Carosio, mitico telecronista RAI: “L’azione si perde sul fondo” e nientemeno la ricetta, da L’Artusi, del vero gelato al limon:
“Zucchero bianco fine, grammi 300, Acqua, mezzo litro - limoni numero 3. Potendo è meglio servirsi di limoni da giardino che hanno gusto più grato e maggiore fragranza di quelli forestieri, i quali sanno spesso di ribollito. Fate bollire lo zucchero nell’acqua con qualche pezzetto di scorza di limone, per dieci minuti a cazzaruola scoperta. Quando questo sciroppo sarà diaccio, spremetegli dentro i limoni, uno alla volta, assaggiando il composto per regolarvi coll’ agro; passatelo e versatelo nella sorbettiera. Questa dose potrà bastare per sei persone”.
L’album e la copertina sono
impreziositi dalle foto di Renzo Chiesa, uno dei più geniali a “catturare” lo
scatto giusto, senza fronzoli né tecnicismi da manuale.
Il volto del Paolo è perfetto, sguardo serio e un mezzo sorriso nascosto tra i suoi baffi. Faccia da attore americano. Nella sua espressione è racchiusa tutta l’anima del disco. Un disco notturno, volutamente notturno, quasi cinematografico dove “la donna d’inverno è tutta più segreta e sola, tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa, dolce e squisita, è tutta un’altra cosa” e dove “le donne a volte si, sono scontrose o forse hanno voglia di far la pipì”.
Unico neo, almeno per quanto mi riguarda, è che nei credits vengo citato con la qualifica di organizzatore e non di produttore, ma è un fatto squisitamente burocratico. Quel disco l’abbiamo prodotto in due, Claudio Fabi ed io, e ci abbiamo passato sopra quasi due mesi in bianco, tutte le notti.
L’album viene presentato alla stampa settimane dopo al Brelìn, un tipico locale milanese sui navigli, ancora oggi aperto. La RCA invita alcuni artisti, tra cui Lucio Dalla e Mia Martini. E qui avviene un fatto clamoroso che mi rimarrà nella mente tutta la vita. Era il periodo nero delle infami dicerie su Mimì, così lei colse l’occasione per “gettare in faccia” ai discografici e ai giornalisti presenti la sua rabbia. Arriva in taxi e scende tenendo in braccio un gatto nero. Anche lei vestita di nero e con lo sguardo fiero da dark lady. Un colpo di teatro pazzesco e altamente provocatorio. Da quel momento l’apprezzai ancor di più. È una presenza shock, uno schiaffo ben assestato. Una grande. Non ricordo la reazione di Paolo, ma credo, che essendo un grande signore e un grande artista, abbia apprezzato davvero. Sembrava che il testo della sua canzone “Arte” fosse dedicata a Mimì:
“Io chiudo gli occhi e penso che
Forse non è che una finzione teatrale
E provo l’incredulità amara e muta
Di ogni pubblico in genere
Ma quante volte son li’ a guardar rapito
Quel che accade in scena,
arte, che arte"
Compie gli anni oggi, 31 luglio, Tiziano (Professor) Ricci, bassista, violoncellista, arrangiatore...
Dal 1984 al 2015 "cuore pulsante" della sezione ritmica del Banco del Mutuo Soccorso.
Grande musicista, splendida persona...
Happy Birthday Professore!
Wazza
FUFLUNS: Refusés
Maracash Records - 2021-ITA
Di Valentino Butti
Seconda puntata del progetto Fufluns con protagonisti Simone Cecchini
(voce, chitarra acustica, armonica, charango), Alfio Costa (tastiere
assortite), Guglielmo Mariotti (basso, mandola elettrica, chitarra 12
corde), Marco Freddi (batteria) e Simone Coloretti (chitarra
elettrica).
Come per il precedente “Spaventapasseri”,
uscito nel 2016, anche per il nuovo “Refusés”,
la gestazione è stata lunga e travagliata. Oltre tre anni e mezzo dai primi
incontri, nell’ottobre 2017, alle registrazioni finali, nel dicembre 2020, fino
alla pubblicazione ai primi di luglio di quest’anno.
Il fil rouge che lega le nove
composizioni dell’album (uscito anche in vinile a tiratura limitata) sono le
sculture in terracotta, stoffa e acrilico i refusés appunto, eseguite da Beppe
Corna, le cui maschere e forme grottesche hanno ispirato la band che ha
descritto i suoi “esclusi”, i suoi “sfruttati”, i suoi “sconfitti”.
I testi, al solito, sono appannaggio della sensibilità di Simone Cecchini, mentre le musiche vedono coinvolta praticamente tutta la band. Liriche quanto mai fondamentali per apprezzare appieno il lavoro. Si denuncia lo sfruttamento infantile nelle miniere di diamante in Sierra Leone, si condanna la guerra ricordando la distruzione del ponte di Mostar o riportando alla memoria le combattenti curde contro l’Isis o le stragi di bimbi in Siria, senza dimenticare le persecuzioni degli omosessuali in Cecenia. Insomma, argomenti a tinte forti che vengono affrontati con grande rispetto e senza banalizzarli.
Il lavoro si apre con “Sierra
Leone”, brano ficcante con sezione ritmica ben centrata, hammond a go-go,
chitarra pungente e la voce coinvolgente ed “arrabbiata” di Cecchini a “tinteggiare”
il dramma delle liriche. Il finale, introdotto dal pianoforte di Costa, è di
struggente malinconia.
Colpisce il contrasto elettro-acustico
che cadenza le strofe di “Martirio d’un falegname”: ruvido
l’inizio, lirico l’estratto centrale, poi ancora ritmo sostenuto e chiusura in
grande mestizia con Cecchini a scandire l’ultima strofa su una base di
pianoforte e chitarra “sanguinante”.
In “Canzone per Iris” (pseudonimo
di Italia Donati “costretta” al suicidio per le accuse infamanti che dovette
subire) vibra la 12 corde di Mariotti, ma non mancano i momenti più tirati dai
quali emerge la “rabbia” delle liriche. “Desaparecido italiano” è
un “sano” hard rock molto seventies che si fa apprezzare anche per lo splendido
inserto “sudamericano” dettato dal charango e per un energico “solo” di
Coloretti.
“Il tuffatore dello Stari Most”
(ottime le linee di basso di Mariotti) è meno avventurosa dal punto di vista
strumentale, prediligendo, per una volta, le tinte color pastello. Comunque,
apprezzabile.
In “Rosa del deserto”
esce l’anima cantautoriale di Cecchini, soprattutto nella prima metà.
Successivamente, il brano si increspa con un bel “guitar-solo” per ritornare
poi nel pacato alveo iniziale.
“Blu oltremare” è il
sentito omaggio a Fra Claudio Canali che da rocker è divenuto frate. Pure qui
brano a “marce basse” nelle sezioni cantate e dirompenti in quelle strumentali
con il synth di Costa che si lascia andare ad un pregevole intervento.
Acceleratore a tavoletta per l’inizio di “Telefonata a Putin” con
hammond protagonista e ritmica decisa. Non basta una parentesi di quiete per
dissolvere l’energia che il brano porta avanti fino al termine.
Chiusura con “Canto dei bambini
senza voce” dove emerge la versatilità di Costa tra mellotron, hammond,
synth e piano, meno convincente, invece, l’aspetto melodico… ma proprio se
vogliamo cercare il classico pelo nell’uovo.
Un lavoro, “Refusés”
che ci ha lasciato completamente soddisfatti, con liriche intense e musica di
qualità e certamente un passo avanti rispetto al, già più che buono, “Spaventapasseri”
di qualche anno fa.
“Documento della controcultura
riguardante la musica nel tentativo di togliere dalle mani dei
"padroni" uno strumento mostruoso di corruzione che, oltre al
vergognoso guadagno, era usato nell'ottica del tempo per uccidere e castrare la
fantasia, la rabbia, la creatività, i desideri di felicità e di socialismo di
milioni di giovani. “
Editore: Savelli, Roma, 1974, Prima
Edizione
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Il 1974 credo fu l’anno delle
contestazioni più dure, da parte dei collettivi di sinistra, contro i “padroni
della musica”. Nello stesso anno uscì un “Vademecum” dal titolo “Riprendiamoci
la musica”: ce n’è per tutti!
A rileggerlo oggi si prova un misto di tenerezza e rabbia, ma la cosa va collocata in quelli anni dove tutto veniva contestato. Anche io adottavo la mia controcultura con lo “scavalco”, ma perché figlio della classe operaia, medio bassa, non potevo permettermi tutti qui concerti (e negli anni ’70 ce ne erano per tutti i gusti). Peccato che gli articoli non fossero “firmati”, magari erano scritti da qualche compagno “figlio di papà”, che si divertiva a fare l’alternativo, con “Lotta continua” bello in mostra, piegato nel taschino posteriore dei jeans, e mai letto! Magari è lo stesso che oggi paga 200€ per Gilmour a Pompei, o qualche altro musicista che contestava negli anni ’70.
Aldilà delle mie considerazioni, cliccate il link e leggete, soprattutto quelli che non hanno vissuto quegli anni!
Di tutto un Pop…
Wazza
https://www.inventati.org/apm/archivio/P5/03/P503_110.pdf