www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

martedì 21 luglio 2026

Il compleanno di Cat Stevens

Compie gli anni oggi, 21 luglio, Steve Georgiou, Yusuf Islam. Per noi era, è, e sempre sarà Cat Stevens.

Cantautore inglese, figlio di un greco-cipriota e madre svedese, ebbe il suo primo successo nel 1967 in piena era "beat", con il brano "Matthew and son" e "Here comes my baby", che noi poveri "burini" non sapevamo che fosse la versione originale di "Eccola di nuovo" dei Rokes!

Negli anni '70 cambia stile, con brani più corali e testi impegnati.

L'album "Mona Bone Jackson" conteneva un'altra hit, "Lady d'Arbanville", dove il flauto era suonato da uno sconosciuto Peter Gabriel.

Poi una serie di album favolosi: "Tea for the Tillerman", "Teaser and Firecat", "Catch bull at four"... brani entrati nella storia come "Wild World", "Father and son", "Morning has broken", "Peace Train", "Moonshadow", "Sitting"… potrei continuare all'infinito.

Nel 1977, mentre rischiava di morire affogato, fece un voto in caso di salvezza, quello di dedicarsi all'insegnamento del corano ai bambini mussulmani in Inghilterra. Cambiò nome, vendette tutto il suo equipaggio da musicista, sparì dalle scene fino al 2006...

 Ciao 2001 magazine marzo 1971


Ha fondato associazioni benefiche per assistere vittime di carestia in Africa.

Nel 2001 ha donato parte delle royalties del "Box set" al fondo "vittime attentati dell'11 settembre 2001".

Fortunatamente è tornato ad esibirsi in pubblico e ad incidere nuove canzoni.

Sempre molto amato dal pubblico italiano, nel 2014 partecipò come ospite al Festival di Sanremo, facendo commuovere la platea ed il pubblico a casa eseguendo "Father and Son"...

In fondo si sa che i gatti hanno sette vite! 

Happy Birthday Cat!

Wazza





lunedì 20 luglio 2026

Compie gli anni Carlos Santana

Compie gli anni Carlos Santana, chitarrista messicano-americano di rock latino, blues rock e fusion nato il 20 luglio 1947 ad Autlán de Navarro, Jalisco, in Messico. Ha iniziato a suonare la chitarra all'età di 10 anni e ha rapidamente sviluppato un suo stile unico, che fonde elementi di musica latino-americana, blues e rock.

Santana ha formato la sua prima band nel 1966, chiamata Santana Blues Band. La band ha pubblicato il suo album di debutto, Santana, nel 1969. L'album è stato un successo mondiale, vendendo oltre 10 milioni di copie e producendo i singoli "Evil Ways", "Jingo" e "Oye Como Va".

Santana ha continuato a pubblicare album di successo negli anni '70 e '80, e ha vinto 10 Grammy Awards. Nel 1999, Santana è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame.

Ha venduto più di 80 milioni di dischi ed è anche considerato tra i più grandi chitarristi rock esistenti, la rivista Rolling Stone lo ha inserito nella Lista dei 100 migliori chitarristi al 20º posto.









Usciva "Genesis Live" il 20 luglio del 1973

Il 20 luglio 1973 usciva il primo album dal vivo dei Genesis, l’unico con Peter Gabriel alla voce: “Genesis Live”.

Di tutto un Pop…

Wazza

Il 20 luglio 1973 viene pubblicato il primo album dal vivo dei Genesis. Il disco fu registrato al "De Montfort Hall" di Leicester e al "Free Trade Hall" di Manchester nel febbraio del 1973.

Nell'estate del 1973 esce il primo album dal vivo dei Genesis, intitolato semplicemente “Live”, che presenta in pratica il lato più "rock" del gruppo, allineando una sequenza di cinque pezzi tra i più elettrici del loro repertorio, che seppur non perfetti dal punto di vista della resa sonora, rendono tuttavia bene l'atmosfera del gruppo sul palco. Anzi, probabilmente le imperfezioni migliorano da questo punto di vista l'album, dandogli spontaneità. Ottime al riguardo sono "The return Of The Giant Hogweed" e la finale "The Knife".


Brussels • Cirque Royal-Foxtrot, Tour (1973)






domenica 19 luglio 2026

GTR: accadeva nel luglio del 1986

Era il luglio del 1986 quando i GTR, gruppo fondato da due grandi chitarristi - Steve Hackett e Steve Howe -, pubblicano l’album di debutto e iniziano un tour in nord America ed Europa.

Oltre a Howe e Hackett i GTR comprendevano Max Bacon alla voce, Phil Spalding al basso e Jonathan Mover alla batteria.

A maggio dello stesso anno avevano rilasciato il loro album omonimo che ebbe un ottimo successo; anche il singolo estratto, “When the Heart Rules the Mind”, arrivò al 14° posto in UK.

Ma durante il tour nacquero problemi finanziari - e personali - tra i due Steve.

Il progetto doveva andare avanti con Brian May (ex Queen) al posto di Steve Howe, ma naufragò nel giro di un anno.

Di tutto un Pop…

Wazza







sabato 18 luglio 2026

Rolling Stones e Ry Cooder nel luglio del '69


Nel luglio 1969 i Rolling Stones pubblicano il 45 giri "Honky Tonk Woman", che diventerà una delle tante "Hits" di Jagger & Richards.

Ma il chitarrista americano Ry Cooder rivendica l'intro inziale, accusando Keith Richard di averla copiata in una precedente session.

A Ry Cooder nel 1969 fu proposto di sostituire Brian Jones, ormai dimissionario come chitarrista degli Stones. Cooder aveva già suonato la chitarra come session-man in "Let it Bleed" e "Sticky Fingers" e preferì continuare la sua carriera da solista (e meno male)!

Di tutto un Pop…

Wazza






venerdì 17 luglio 2026

Chas Chandler: il genio dietro il basso e la leggenda di Jimi Hendrix

 


Il 17 luglio 1996 ci lasciava Bryan James "Chas" Chandler, un musicista il cui impatto ha plasmato non solo il suono di una generazione, ma ha anche lanciato la carriera di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Meglio conosciuto come il bassista originale degli Animals e l'uomo che scoprì e lanciò Jimi Hendrix, Chandler è deceduto all'età di 57 anni a causa di un aneurisma aortico, lasciando un'eredità che va ben oltre le sue note sul basso.

Nato il 18 dicembre 1938 a Heaton, Newcastle-upon-Tyne, Chandler iniziò la sua carriera musicale imparando a suonare la chitarra e poi il basso mentre lavorava come tornitore. La sua bravura lo portò a unirsi all'Alan Price Trio nel 1962, che presto si trasformò negli Animals con l'arrivo del carismatico cantante Eric Burdon. Con la sua solida base ritmica e le sue distintive linee di basso in brani come "House of the Rising Sun" e "We Gotta Get Out of This Place", Chandler fu un pilastro fondamentale nel sound della band che contribuì a definire la British Invasion.

Tuttavia, il contributo di Chandler alla musica andò ben oltre il suo ruolo di strumentista. Insoddisfatto della gestione finanziaria degli Animals, nel 1966 decise di intraprendere una nuova carriera come manager e produttore. Fu durante un viaggio a New York che la storia della musica prese una svolta decisiva. Al Cafe Wha? nel Greenwich Village, Chandler rimase folgorato dall'esibizione di un giovane e sconosciuto chitarrista di nome Jimi James, che di lì a poco sarebbe diventato Jimi Hendrix.

Riconoscendo immediatamente il potenziale rivoluzionario di Hendrix, Chandler lo convinse a trasferirsi a Londra, dove lo introdusse alla scena musicale britannica, reclutò Noel Redding e Mitch Mitchell per formare la Jimi Hendrix Experience, e produsse i loro primi due album seminali: "Are You Experienced" e "Axis: Bold as Love". La sua visione e il suo acume imprenditoriale furono cruciali nel plasmare l'immagine e il sound di Hendrix, trasformandolo da un talento grezzo a un'icona globale. Si racconta che Chandler vendette persino il suo basso per finanziare le prime sessioni di registrazione di Hendrix.

Dopo l'esperienza con Hendrix, Chandler continuò la sua carriera di successo come manager e produttore, portando al successo un'altra band iconica, gli Slade, gestendoli per dodici anni e contribuendo alla loro ascesa nel glam rock britannico. Negli anni '90, fu anche uno dei promotori chiave dietro lo sviluppo della Newcastle Arena, un'importante sede per eventi sportivi e di intrattenimento nella sua città natale.

Chas Chandler è stato un vero architetto del rock. La sua capacità di identificare e coltivare talenti, unita alla sua profonda comprensione del business musicale, lo rende una figura di spicco la cui influenza persiste ancora oggi. La sua eredità è quella di un uomo che, sia sul palco che dietro le quinte, ha avuto un impatto indelebile sul panorama musicale globale.







giovedì 16 luglio 2026

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock, di Maurizio Pupi Bracali

 


Patto

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock

 Di Maurizio Pupi Bracali

 

Quando, qualora vogliate approfondire questo articolo sui Patto, vi accosterete a una qualche enciclopedia del rock e leggerete a proposito di Mike Patto: una voce roca e possente dall’inevitabile paragone con Joe Cocker, non credeteci.

La voce di questo bravissimo cantante inglese non era affatto possente e leonina come quella del singer di Sheffield, bensì calda e pastosa e solo leggermente velata da un’ombra di raucedine che ne esaltava i chiaroscuri rendendola molto interessante. Se un paragone dobbiamo proprio farlo, per capirci, si potrebbe dire che quel timbro vocale era molto più simile a quello del “sensazionale” Alex Harvey che a quello di tanti altri “negri bianchi” dell’epoca.

Detto questo, si sappia che gli Stanlio e Ollie (Halsall) del rock, inseparabili come due gemelli siamesi cominciano la loro carriera entrambi sedicenni, in un oscuro gruppo il cui pregio, oltre quello di essere la crisalide dei Patto, è quello di mettere in luce un batterista che dopo quell’esperienza, al contrario della strana coppia, farà soldi a palate militando in un gruppo multimiliardario che, come ragione sociale, utilizzerà addirittura il suo cognome: i Fleetwood Mac.

Bo Street Runners è il nome di quel gruppo che prima della fuoriuscita di Mick Fleetwood partecipa a un contest, come si usa dire adesso, vincendolo e meritando la pubblicazione di un brano nell’album di artisti vari “Ready Steady win” edito dalla Decca nel 1966.

La precocità artistica di Halsall e Patto (quest’ultimo è un curioso nome d’arte senza alcun significato poiché il vero cognome del cantante è McCarthy), dopo l’affondamento di quella band effimera e propedeutica, si esprimerà in un nuovo gruppo: i Timebox, che oltre i due fondatori vede l’ingresso di tre nuovi musicisti: il batterista John Halsey, il bassista Clive Griffiths e Chris Holmes alle tastiere. Questa formazione registra l’omonimo album che per motivi, legali, personali, ed economici non verrà, all’epoca, pubblicato, riuscendo a venire alla luce solo dieci anni dopo: (Timebox/ Original moose on the loose – 1977 Cosmos Usa)

 Ollie Halsall

È a questo punto, che con l’abbandono di Holmes, il quartetto rimasto assume il nome Patto.

Un nome che, pur non venendo mai iscritto nelle varie Hall of fame del rock, verrà stampato e inciso a chiare lettere nel cuore e nella memoria di sparuti gruppi di critici e appassionati di buona, anzi, ottima musica senza frontiere.

È il 1970 quando sotto la supervisione di un produttore illuminato come Muff Winwood, fratello del più celebre Steve, esce il primo album del gruppo.

“Patto” è un’opera eccellente. Il duo Halsall /Patto ha raggiunto la piena maturità compositiva e artistica, supportati da Griffiths e Halsey che oltre a partecipare alla stesura dei brani, sono molto più di due semplici comprimari; la loro sezione ritmica metronomica e pulsante è talmente vivace e sostenuta che attribuire il ruolo di gregari a due musicisti del genere sarebbe altamente riduttivo.

Il disco si rivela anche il trampolino di lancio per far conoscere Ollie Halsall come chitarrista extraordinaire dal tocco magico, personale e difficilmente imitabile.

E nonostante le note di copertina ben segnalino che il chitarrista mancino si adopera anche al piano elettrico e al vibrafono l’effetto straniante che produce l’assolo di quest’ultimo strumento nel bel mezzo del brano The Man che apre l’album è quasi sconvolgente. Bisogna calarsi in quegli anni dove già il flauto di Ian Anderson creava atmosfere lontane da certo rock vigoroso e muscolare per capire come la delicatezza di quei fragili e dolcissimi tocchi percussivi che nessuno mai avrebbe immaginato in un contesto rock lasciassero a bocca aperta più di un ascoltatore.

Per godere invece del chitarrismo scaligero che rese famoso Ollie Halsall bisogna aspettare il quarto brano: Red Glow è un furioso saliscendi di note infuocate che si susseguono incessanti tra le parti cantate da Mike Patto e una sostenuta base ritmica. La dolce e sincopata Government Man, sempre sottolineata dalle tessiture armoniche di Halsall e dal cuore pulsante di un basso e una batteria strepitosi, è un gioiellino jazzy tra le trame di una musica difficilissima da definire, assolutamente personale, e, ritornando a quegli anni, sicuramente innovativa.

Altro momento di grande interesse è la lunga Money Bag dove dei suoi dieci minuti esatti di durata i primi sei sono appannaggio di Halsall che sostenuto dai due ritmi sviscera segmenti di chitarra jazz correndo ancora su e giù per le scale fino al momento in cui l’ascoltatore ormai convinto di trovarsi di fronte a uno strumentale in trio viene ammaliato dalla voce di Mike Patto che seducente e arrochita appare dal nulla trasformando gli ultimi quattro minuti in una sorta di altra bellissima canzone.

Il secondo album, Hold your fire, sempre sotto la supervisione di Muff Winwood, come pure capiterà al successivo, esce nel 1971; è un album splendido con una manciata di canzoni (per l’esattezza otto come nel disco precedente) tra atmosfere delicatamente rockeggianti, sentimenti jazz, e una spruzzatina di soul/blues. Il disco ha anche due notevoli peculiarità: una fantasmagorica copertina che raffigura tre personaggi fumettistici che cambiano abiti e apparenza sovrapponendo a quelle immagini parti della copertina stessa che si divide in tre strisce distinte e separate, e il fatto di creare tra gli estimatori del gruppo due scuole di pensiero tra i sostenitori del primo album come capolavoro discografico della band e la corrente che invece afferma che è proprio Hold your fire la vetta artistica del quartetto inglese.

Nessuna scelta, naturalmente, fu più ardua di quella di attribuire questa palma d’oro, ma il vostro cronista che non ama gli ex aequo deve confessare di propendere per questo secondo album pur essendo una decisione da pistola alla tempia.

Al di là di gusti e preferenze Hold your fire è innegabilmente un prodotto di altissimo livello. Ollie Halsall accentua la sua vena chitarristica in brani capolavoro quali la title track o la strepitosa e jazzatissima Air rad shelter interamente scritta da lui. Mike Patto canta in maniera memorabile ancora ignaro di quanto succederà da lì a poco alle sue corde vocali, la sezione ritmica, benché non partecipante alla composizione dei brani come nel primo album, è una  macchina da guerra insostituibile in un disco dove non c’è nulla da buttare a cominciare dal brano you, you point your finger dolcissima ballad che godrà di un effimero e assolutamente relativo successo, diventando, tra i fans, il brano più conosciuto e citato del gruppo, passando per le sincopi di Tell me where you’ve been fino alla porta magica (magic door) dietro la quale si chiude questo fantastico album il cui valore, comunque intrinseco, è ancora una volta da ricondurre in anni, e si perdoni la ripetizione, dove una musica così al di fuori da tutti gli schemi dell’epoca risultava ostica e difficilmente definibile.

Il 1972 è invece l’anno di “Roll’em smoke’em put another line out”, (ancora solo otto canzoni) album che al contrario dei precedenti mette d’accordo tutti: la terza fatica dei Patto è un gradino (ma solo un piccolo gradino, beninteso) sotto la media dei primi due dischi.

In realtà, a un ascolto attento e senza pregiudizi, si tratta ancora di opera più che dignitosa sfiorante i vertici di quelle che la precedono alla quale si può però forse imputare una declinazione verso forme sonore più commerciali, probabilmente dovute a un desiderio di quel successo di massa mai giunto a coronare le eccelse qualità compositive e strumentali di questi favolosi quattro musicisti.

Curiosamente in questo album Halsall accantona in parte la chitarra che lo ha reso tra gli strumentisti più apprezzati del suo tempo per dedicarsi maggiormente alle tastiere che comunque suona mirabilmente come dimostra l’iniziale Flat footed woman, dove la totale assenza del plettro è sostituita da un pianoforte ora martellante, ora dolcissimo e da un tappeto di organo che unitamente al cantato di Mike Patto fanno sembrare il brano quasi un plagio della celeberrima Delta Lady del mitico Leon Russell. La singhiozzante Singing the blues on reds invece entra direttamente nella funky corporation provocando sicuramente brividi di piacere agli appassionati di James Brown o di Sly Stone.

La chitarra fiammeggiante di Halsall però si rifà viva in Loud Green Song dimostrando che il guitar hero è ancora degno di questo nome mentre scala le vertiginose vette di un assolo incandescente, mentre Turn Turtle, di nuovo senza chitarra, profuma di glam rock con coretti a là Cockney Rebel e un pianoforte dal martellamento honky tonky. I got rhithm, splendida ballad atmosferica riporta ai sapori speziati dei due primi album e una doppietta finale di ottime canzoni dalle inflessioni folksy conclude questo album ancora pregno di umori sanguigni e viscerali.

Il 1972 è anche l’anno di importanti tour: i Patto volano negli USA dove apriranno i concerti americani di Joe Cocker (ma guarda un po’...) ma è anche la volta dell’Italia. In un luglio infuocato i quattro ragazzi suonano ad Albenga (SV) dove il vostro cronista ha la ventura di assistere a quel concerto. Salgono sul palco del Palasport senza presentazioni, ancora con le luci tutte accese e ti chiedi se quei quattro tipi così “normali” siano davvero loro o dei roadies che fanno un ultimo soundcheck degli strumenti. Ma nel momento in cui senza proferir parola parte il riff arpeggiato di Hold your fire tutti i dubbi svaniscono. Si rimane incantati dalla maestria di quei quattro ragazzi che lontani dai mantelli fluorescenti di Rick Wakeman, dai travestimenti di Peter Gabriel, dalle borchie metallare dei Kiss, e dalle capigliature leonine di Black Sabbath o Deep Purple, sembrano quattro studentelli appena usciti dal doposcuola. Ollie Halsall ha una camicia di flanella a scacchi rossi portata fuori dai jeans e ciabatte infradito, Mike Patto indossa una classica t-shirt bianca, jeans e scarpe da ginnastica senza calze. Degli altri due la memoria non aiuta ma il ricordo riunisce il gruppo in un look (look?) da ragazzi della porta accanto, senza orpelli esteriori e divistici.

Anche il concerto è senza orpelli: ed è uno strano concerto. I quattro non aprono mai bocca tra un brano e l’altro, non parlano mai al pubblico e tra di loro non si rivolgono neanche la parola; non si capisce se nell’aria c’è qualcosa che non va, qualcosa di storto, forse un’atmosfera tesa. Si susseguono gli strepitosi brani dei primi due album e poi dopo poco più di un’ora i quattro abbandonano il palco senza minimamente accennare a un bis, tra la delusione del pubblico per un concerto bellissimo ma davvero strano e troppo breve.

Forse quella particolare performance italiana si può leggere oggi come la metafora di un momento magico che stava per concludersi. Ancora pochi mesi e i Patto si scioglieranno come la neve al sole. In quel periodo registrano un tentativo di quarto album tirato via per i capelli, probabilmente demotivati e senza voglia, quel disco, uscito postumo solo nel 2002, non si eleva oltre una mediocrità nemmeno tanto aurea.

Il 1973 vede però ancora Halsall e Patto partecipare a progetti interessanti. Per la prima volta dopo anni la coppia scoppia; le strade si dividono e i due sodali si ritrovano separati a partecipare a due favolosi album entrati entrambi nella storia. Mike Patto si ritrova a cantare coi cinquanta elementi riuniti da Keith Tippett sotto il nome Centipede per lo straordinario “Septober Energy” pietra angolare del jazz inglese, Ollie Halsall presta la sua chitarra live a Kevin Ayers nell’altrettanto mitico “1 june 1973” impreziosendo con le sue note dal gusto geniale e sopraffino le già stupende canzoni del cantautore inglese.

Poi, come succede, i due compari fanno mente locale; sono passati due anni dall’ultimo album dei Patto e la situazione è quella di uno stallo. Nessuno dei due artisti ha ottenuto il successo sperato e desiderato che comunque, e benché effimero, avevano sfiorato con quella tripletta di ottimi dischi. Allora forse è il caso di riprovarci.

Persi per strada definitivamente Halsey e Griffiths i due si rimettono insieme sotto la sigla Boxer ingaggiando come ritmi un paio di musicisti di valore: Tony Newman, già batterista per Jeff Beck e David Bowie e Keith Ellis con trascorsi in Van der graaf generator, Juicy Lucy, e Spooky tooth.

L’album “Below the belt” esce nel 1975, ed è, se non un capolavoro, un godibilissimo e sottovalutato disco. Più ingiustamente e relativamente famoso per la copertina sexy e un po’ pacchiana raffigurante una bellissima ragazza completamente nuda (la modella Stephanie Marrian) in piedi a braccia aperte e gambe divaricate con solo le parti intime coperte da un guantone da boxe, è invece un buon disco di rock americaneggiante. Ollie Halsall adopera la slide in più di un brano e il suo chitarrismo si fa più di maniera perdendo molto in originalità ma risultando comunque indispensabile nell’economia del gruppo. La magnifica More than meets the eye apice dell’album sembra uscita dal repertorio dei migliori Traffic, lente ballate e brani più veloci si susseguono armoniosamente in un’operina dove le venature jazzy tanto care al pubblico dei Patto sono scomparse in luogo di riff più rockeggianti e americanismi ancora a là Leon Russell comunque interessanti e degni di nota. Curiosità vuole che non accreditato nell’album suoni anche il tastierista Chris Stainton, per l’appunto sodale di Leon Russell, che entrerà in pianta stabile nel gruppo a partire dal secondo album.

Secondo album che per una serie di circostanze diventerà il terzo. Come già accaduto con l’unico disco dei Timebox e con il quarto dei Patto, “Bloodletting” non viene pubblicato al momento della sua registrazione ma ben tre anni dopo. È comunque un disco strascicato e inutile, con diverse cover (Leonard Cohen, Neil Young, Beatles, ecc,) sintomatiche per sottolineare un inaridimento creativo della coppia Patto/Halsall. Quest’ultimo comincia (o continua) a fare uso di droghe pesanti e abbandona definitivamente lo storico compagno per aleatorie avventure musicali con Scaffold, Rutles, e Tempest.

“Absolutely” ultimo album dei Boxer (ma penultimo in realtà come abbiamo visto) esce nel 1977, con il solo Mike Patto circondato da vecchi e nuovi musicisti, passando totalmente inosservato nella sua mediocrità in un’Inghilterra in preda a furori punk.

E se le più macabre cronache del rock affermano che i T-Rex sono l’unico gruppo che non farà mai una reunion essendone morti tutti i componenti, i Patto purtroppo seguono quasi a ruota: un destino maligno e beffardo vuole che un grande cantante muoia proprio per un tumore alle corde vocali nel 1979 a soli trent’anni, Ollie Halsall da buon gemello diverso lo segue poco dopo stroncato da un’overdose di eroina e Clive Griffiths rimane paralizzato in seguito a un incidente stradale.

Negli anni 2000 vengono pubblicati postumi a nome Patto il live “Warts and All” e il famoso quarto album, “Monkey Bum”, opere trascurabili e meno che mediocri che non raggiungono neppure lontanamente i vertici della prima tripletta di questa eccezionale, poco conosciuta e sfortunata band i cui primi tre album di assoluta caratura, hanno il valore aggiunto di sembrare scritti, suonati e pubblicati il mese scorso, e non è valore da poco.