Il Blog di MAT2020 (estensione del web magazine)
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
venerdì 4 aprile 2025
I Focus nell'aprile del 1973
giovedì 3 aprile 2025
Palazzo Rosa-Commento all'album "Tanto Vale"
Palazzo Rosa, Tanto
Vale, La Stanza Nascosta Records
“Tanto Vale”, esordio
del duo Palazzo Rosa (Luca Dore e Alessandro Budroni), prodotto e
distribuito da La Stanza Nascosta Records, è stato proposto in digitale
in due parti distinte, poi riunite in un cd, per gli irriducibili del supporto
fisico. Le prime cinque canzoni rimandano ad un immaginario swing,
animate come sono da personaggi ciondolanti, vacillanti, swinganti
appunto: un uomo che, in Città Vuota- si smarrisce tra le caselle del
Monopoli, un cantante jazz che cerca disperatamente di inserirsi fra gli assoli
(Se perdo l’attimo questi mi
fottono/di trentasei battute almeno due le avrei volute/ ma non mi lamento mai,
Va tutto bene (Sono un cantante jazz), un uomo agli arresti domiciliari che vorrebbe evitare
le domeniche di libertà con la moglie (E poi mi dici: "Presto, dove
prima c'era il tango hanno aperto un nuovo Bingo" e mi ci porti a
vedere i colli storti dei vecchi in compagnia di domenica sera, Domicilio
coatto domenicale), un altro abbattuto dal corso degli eventi, che
finisce col dedicare un blues senile a Lady Mother che alla Foce fa
il mestiere (Androblues); una famiglia proletaria in una
disgraziata, amarissima, vacanza.
È proprio qui, in
Lungomare, che la filosofia del “Tanto vale” trova la sua più compiuta
espressione: Tanto vale che mandiate qualcuno a prenderci la musica e il
vino e a spiegarci come andare affanculo in fondo fosse il nostro destino;
Tanto vale che chiudiate la porta tanto vale che spegniate la luce tanto vale
ci copriate di terra, tanto vale soffochiate la voce.
Il Gioca jouer finale (Soffochiate
Copriate Spegniate Chiudiate Mandiate Spranghiate Mangiate…patate) diventa un
po’ il manifesto di un album sospeso tra rassegnazione e ironia.
Gli altri cinque
personaggi invece emergono dalle
cantine, si agitano fra le tubature, le loro vite reclamano un suono più
sporco, una maggior ruvidezza. Madame Latrouche- che potremmo tradurre in italiano con Signora Miseria-
si è vestita di bianco, è dentro me/ Madame Latrouche ora mi abita gli occhi
e il cuore il cuore e gli occhi, gli occhi e il cuore.
Ben appollaiata sulle
antenne dell’immaginifico Palazzo rosa, Signora Miseria sembra sorvegliare i disgraziati condòmini che lo abitano-
jazzisti, vedove, domiciliati, famiglie proletarie.
E aspettare un loro
passo falso, pronta a ghermirli e a riempire di aria le loro tasche.
Voltaren, dal graffio rock, disegna i rapporti di
forza interni ad una coppia. “L’uomo senza spessore”, che cammina
prudente/ non gli importa ciò che dice la gente /da quando vive a rimorchio del
primo che passa ha venduto la sua patente sembra ricordare, nelle
intenzioni, Lo scrutatore non votante di Bersani; si imprime
immediatamente nella mente e si fa riascoltare e meditare.
Vedo vado è la storia d’amore-irresistibile-
tra una vedova e un profittatore di vedove
(E adesso ci incontriamo e appena stiamo insieme tra una risata e
l'altra ci diciamo: Ma se stava così bene! Ma se stava così bene!): risate
(amare) e applausi.
Il capolavoro è dietro l’angolo, e chiude in bellezza il disco: La Diva del Continental Bar sembra essere uscita dalla penna del Dalla più ispirato. (Per quelle lettere mai arrivate, spedite indietro al mittente e le telefonate rimaste in fondo alla bocca, a scalciare nel buio, e adesso stai seduto lì, vecchia radio che nessuno fa andare più, nel tavolino macchiato di un bar e ti lasci servire da lei / che nessuno ha capito mai /dove ha imparato a ballare / dove a fare l’amore; eppure lei / come a nessuno è capitato mai / ti ha guardato e ha sorriso / prima di sparire nel buio /e rivestirsi in silenzio). Un noir di provincia, nel quale si racconta fin dove può spingersi un padre abbandonato dalla propria figlia.
Un disco, quello dei
Palazzo Rosa, che davvero si fatica a considerare per quello che realmente è,
ossia un esordio. Scritto, suonato, cantato e arrangiato egregiamente, sembra
più la consacrazione definitiva di artisti con una carriera consolidata
alle spalle.
Tanto vale gronda nostalgia, umanità, emozione. Dell’ironia che non cede al sarcasmo e tratteggia un campionario umano tragicomico- in una sorta di sospensione del giudizio- tutti possiamo godere, stravaccati in quelle soffitte e negli scantinati di una musica d’autore che sembra più viva che mai.
mercoledì 2 aprile 2025
YES al Marquee il 2 aprile del '69
Il programma musicale del Marquee - marzo aprile 1969 - si concludeva con il concerto degli emergenti Yes, esattamente il 2 aprile 1969.
Wazza
martedì 1 aprile 2025
Onioroshi – “Shrine” , di Alberto Sgarlato
Onioroshi – “Shrine”
(2025)
di Alberto Sgarlato
L’Italia è sempre stata un faro dal punto di
vista dell’avanguardia progressiva, con ottimo ritorno di immagine sul piano
internazionale.
Da oltre una trentina d’anni a questa parte,
cioè dal boom di rinascita del fenomeno che si è avuto nei primi ‘90, il rock
progressivo italiano viene principalmente associato alla corrente romantica e
sinfonica del genere. Ma non è affatto così. O meglio: non è solamente così.
Esattamente come già avveniva negli anni ‘70, anche in tutti i decenni a
seguire e fino ai giorni nostri in Italia hanno continuato a nascere band che
esploravano ogni tipo di contaminazione sonora, da quelle con il jazz e il jazz-rock,
al filone hard ‘n’ heavy, fino alla psichedelia.
Ed è proprio tra le divagazioni più
eclettiche del genere che vanno ad incunearsi i ravennati Onioroshi, giunti in questo 2025 alla loro seconda
prova di studio, intitolata “Shrine”.
Che il power-trio, formato da Manuel
Fabbri (basso e voce), Enrico Piraccini (batteria e voce) e Matteo
Sama (chitarra), non abbia alcuna intenzione di concedersi alle lusinghe
del facile ascolto e dell’immediatezza si capisce già dal fatto che i 54 minuti
di durata del secondo album sono suddivisi in sole tre tracce, rispettivamente
da 18, 15 e 20 minuti. La band alza così ulteriormente l’asticella della
sperimentazione rispetto all’esordio, datato 2019 e intitolato “Beyond these
mountains”, dove circa un’ora di musica era strutturata in quattro lunghe
composizioni.
Questo “Shrine” si apre con “Pyramid”:
l’inizio è lento, cupo, soffuso, affidato solo a una chitarra dal suono pulito
ma ampiamente riverberato. E quell’arpeggio, pian piano, sale, cresce, fino
all’entrata di tutti gli strumenti, attorno al primo minuto. Krautrock, Syd
Barrett e persino un pizzico di shoegaze vanno a braccetto in questa marcia nel
corso della quale tutta l’ossatura del brano prende forma con la maestosità di
un enorme Godzilla assopito che si risveglia.
Verso il quarto minuto il tutto si indurisce
e si “rabbuia” ulteriormente, verso toni dark-wave e noise. Da qui in poi è una
cavalcata verso gli inferi, tra fiammate di stoner e allucinazioni
psichedeliche.
“Laborintus” ha questo strano titolo
che sembra una crasi tra “Labour” (fatica) e “Labyrinth”. E, infatti, la
tortuosità delle trame sonore trasmette bene una sensazione di disorientamento
senza via di fuga. Qui entrano in ballo nuovi ingredienti nel sound, a cominciare
da un’apertura con un basso dal suono corposo e ben presente, fino a chitarre
meno “acide” rispetto alla traccia di apertura, con note più lunghe, dilatate,
ma non certo per questo più languide. E non manca, ancora nella miglior
tradizione noise e shoegaze, un largo uso dell’effettistica, tra flanger e
chorus che generano sibili dal sapore “aeronautico”. Il drumming è tribale,
giocato su suoni scuri ma qui e là inaspettatamente spezzato dalle
deflagrazioni di un parco di piatti vario e colorato.
In tutto questo la voce non è mai in primo
piano: è filtrata, è distorta, diventa il costante gemito di un malessere
interiore, di un’angoscia evidente seppur mai palesata in modo plateale.
Dobbiamo arrivare al nono minuto per trovarci
al cospetto di un crescendo giocato su tempi dispari e armonizzazioni corali
che, inaspettatamente, sposta tutto su spazi meno claustrofobici e più ariosi.
Il finale della traccia diventa una
grandissima prova di stoner-rock enorme come un macigno.
Ed è con un altro poderoso riff di
stoner-rock che si aprono i venti minuti della conclusiva “Egg”, traccia
nella quale la band offre letteralmente il meglio di tutta la propria cifra
stilistica, tra drumming cangiante e dalle coloriture sempre inaspettate, voci
effettate, lancinanti e sofferte, ma anche momenti di quiete imprevista,
situazioni sussurrate mediante l’uso di arpeggi delicati, come in tutta la
sezione tra il terzo e il quinto minuto, che fa da prodromo a un’altra
cavalcata cosmica. Dall’undicesimo minuto, dopo rarefazioni e dilatazioni, la
situazione si fa nuovamente “cattiva”, a base di riff e stacchi ben calibrati,
fino al possente finale.
Una band da tenere d’occhio, dotata di un vocabolario timbrico sempre originale e spiazzante.
Il compleanno di Flavio Premoli
RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti
RocKalendario del
secolo scorso – Marzo
Di Riccardo Storti
1955 – 15 marzo. Fats Domino registra Ain't It A Shame, che raggiungerà la vetta della classifica R&B di Billboard e arriverà al decimo posto nella Top 100 a luglio. Vendendo un milione di copie, la canzone è stata classificata al numero 438 nella lista delle 500 Greatest Songs of All Time della rivista Rolling Stone.
Nello stesso mese, la versione di Pat Boone si piazzerà il primo posto nella chart Pop. Quanto sia stata importante questa canzone per le generazioni successive, lo racconta la serie di cover che sono state eseguite dai Cheap Trick a Paul McCartney. Da New Orleans al mondo!
1965 – Gara all’interno della prestigiosissima etichetta Motown di Detroit. Nella scalata delle classifiche americane se la giocano due ensemble vocali ormai famosissime: da un lato The Temptations, guidati dalla voce maestra di David Ruffin, dall’altro The Supremes di Diana Ross, da alcuni critici battezzate come le Beatles in gonnella, visto che, da quando è arrivata la British Invasion, costoro sono le uniche a tenere testa ai successi dei Fab Four.
È il 6 marzo quando My Girl – firmata da Smokey Robinson - giunge al vertice dell’hit parade statunitense grazie all’interpretazione dei Temptations; trascorrono due settimane e le Supremes rispondono con Stop! In the Name of Love: nel giro di una settimana (27 marzo) la canzone raggiungerà il primo posto della Billboard Pop Chart. Ad onore di entrambi i gruppi, ecco una loro performance comune, registrata durante l’Ed Sullivan Show il 19 novembre 1967.
1975 – E Jeff Beck ci mise la faccia, anzi il nome e poi la chitarra. Il 29 marzo esce Blow by Blow, il primo album solista di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Siamo ormai nella seconda metà del 1974, quando l’esperienza con Bogert e Appice giunge al capolinea; per non perdere smalto, a dicembre Beck fa pure qualche jam con gli Stones ma, nonostante l’amicizia, non scatta la scintilla. Gli appunti non mancano, così fa ascoltare un bel po’ di provini (tutti strumentali) a George Martin che, subito convinto dal valore dei pezzi, non esita a produrre un vero e proprio capolavoro.
Un album che va dal rock al blues per toccare a piene mani funky, fusion e jazz con tanto di un importante cameo, quello di Stevie Wonder che darà a Beck due canzoni (Cause We've Ended as Lovers e Theolonius, in cui suona il clavinet). Altre uscite del mese: l’album inglese del Banco, Profondo Rosso (Goblin), Un biglietto del tram (Stormy Six), The Rotters' Club (Hatfield and the North), la colonna sonora di Tommy, Bundles (Soft Machine) e Young Americans (David Bowie).
1985 – The Power Station ovvero quando un gruppo di successo vuole distrarsi un po’. E questo gruppo di successo sono i Duran Duran. Due di loro – il bassista e il chitarrista (rispettivamente John e Andy Taylor) – decidono di dare vita ad una band con un batterista da paura, Tony Thompson degli Chic. Lo scopo è quello di utilizzare un bel po’ di canzoni extra-Duran per un disco ambizioso. L’idea, infatti, era quella di fornire la base musicale per un album composto da brani con un cantante diverso per ogni traccia; tra gli artisti contattati c'erano Mick Jagger, Billy Idol, Mars Williams, Richard Butler e Mick Ronson.
Il gruppo invitò poi quella vecchia lenza di Robert Palmer (eccezionale interprete soul) a registrare la voce per il brano Communication; quando Palmer scoprì che avevano registrato le demo di Get It On (Bang a Gong) dei T. Rex, chiese di provare a cantarla. Alla fine della giornata, la band capì di aver trovato quella chimica speciale che distingue i gruppi di successo, così decisero di registrare l'intero album con Palmer. E fu un LP di notevole fattura (uscito il 25 marzo), dominato da note funky rock; peccato che, poi, in occasione del tour promozionale, Palmer li mollò per dedicarsi al proprio album solista, lasciando il posto a Michael Des Barres (con cui la band si esibì in occasione del Live Aid a Philadelphia).
1995 – 13 marzo: i Radiohead pubblicano The Bends ed è la svolta. Si affievoliscono le sonorità più ruvide del precedente Pablo Honey in nome di composizioni più raffinate, pur in una visione sempre radicalmente “alternative”. Una delle principali innovazioni di questo album è l'uso più marcato del falsetto da parte di Thom Yorke, evidente in quasi tutte le tracce; inoltre, la scrittura dei testi si evolve, passando da espressioni più dirette a immagini tanto complesse, quanto suggestive, anticipando lo stile di lavori successivi come OK Computer.
In sede critica sono parecchi a mettere in evidenza come questo album abbia influenzato moltissimi gruppi degli anni Novanta: si tratta di un’opera imprescindibile per capire la musica (non solo pop-rock) del decennio. Colpisce soprattutto l’eclettismo: oltre a quanto ci si possa aspettare, tra le righe emergono insospettabili melodie schubertiane (in Fake Plastic Trees, almeno così sostiene il musicologo Sasha Frere-Jones), scale ottatoniche (Just) e armonie beatlesiane (My Iron Lung).