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mercoledì 2 aprile 2025

YES al Marquee il 2 aprile del '69

Il programma musicale del Marquee - marzo aprile 1969 - si concludeva con il concerto degli emergenti Yes, esattamente il 2 aprile 1969.

Wazza







 




martedì 1 aprile 2025

Onioroshi – “Shrine” , di Alberto Sgarlato

 


Onioroshi – “Shrine” (2025) 

di Alberto Sgarlato

 

L’Italia è sempre stata un faro dal punto di vista dell’avanguardia progressiva, con ottimo ritorno di immagine sul piano internazionale.

Da oltre una trentina d’anni a questa parte, cioè dal boom di rinascita del fenomeno che si è avuto nei primi ‘90, il rock progressivo italiano viene principalmente associato alla corrente romantica e sinfonica del genere. Ma non è affatto così. O meglio: non è solamente così. Esattamente come già avveniva negli anni ‘70, anche in tutti i decenni a seguire e fino ai giorni nostri in Italia hanno continuato a nascere band che esploravano ogni tipo di contaminazione sonora, da quelle con il jazz e il jazz-rock, al filone hard ‘n’ heavy, fino alla psichedelia.

Ed è proprio tra le divagazioni più eclettiche del genere che vanno ad incunearsi i ravennati Onioroshi, giunti in questo 2025 alla loro seconda prova di studio, intitolata “Shrine”.

Che il power-trio, formato da Manuel Fabbri (basso e voce), Enrico Piraccini (batteria e voce) e Matteo Sama (chitarra), non abbia alcuna intenzione di concedersi alle lusinghe del facile ascolto e dell’immediatezza si capisce già dal fatto che i 54 minuti di durata del secondo album sono suddivisi in sole tre tracce, rispettivamente da 18, 15 e 20 minuti. La band alza così ulteriormente l’asticella della sperimentazione rispetto all’esordio, datato 2019 e intitolato “Beyond these mountains”, dove circa un’ora di musica era strutturata in quattro lunghe composizioni.

Questo “Shrine” si apre con “Pyramid”: l’inizio è lento, cupo, soffuso, affidato solo a una chitarra dal suono pulito ma ampiamente riverberato. E quell’arpeggio, pian piano, sale, cresce, fino all’entrata di tutti gli strumenti, attorno al primo minuto. Krautrock, Syd Barrett e persino un pizzico di shoegaze vanno a braccetto in questa marcia nel corso della quale tutta l’ossatura del brano prende forma con la maestosità di un enorme Godzilla assopito che si risveglia.

Verso il quarto minuto il tutto si indurisce e si “rabbuia” ulteriormente, verso toni dark-wave e noise. Da qui in poi è una cavalcata verso gli inferi, tra fiammate di stoner e allucinazioni psichedeliche.

Laborintus” ha questo strano titolo che sembra una crasi tra “Labour” (fatica) e “Labyrinth”. E, infatti, la tortuosità delle trame sonore trasmette bene una sensazione di disorientamento senza via di fuga. Qui entrano in ballo nuovi ingredienti nel sound, a cominciare da un’apertura con un basso dal suono corposo e ben presente, fino a chitarre meno “acide” rispetto alla traccia di apertura, con note più lunghe, dilatate, ma non certo per questo più languide. E non manca, ancora nella miglior tradizione noise e shoegaze, un largo uso dell’effettistica, tra flanger e chorus che generano sibili dal sapore “aeronautico”. Il drumming è tribale, giocato su suoni scuri ma qui e là inaspettatamente spezzato dalle deflagrazioni di un parco di piatti vario e colorato.

In tutto questo la voce non è mai in primo piano: è filtrata, è distorta, diventa il costante gemito di un malessere interiore, di un’angoscia evidente seppur mai palesata in modo plateale.

Dobbiamo arrivare al nono minuto per trovarci al cospetto di un crescendo giocato su tempi dispari e armonizzazioni corali che, inaspettatamente, sposta tutto su spazi meno claustrofobici e più ariosi.

Il finale della traccia diventa una grandissima prova di stoner-rock enorme come un macigno.

Ed è con un altro poderoso riff di stoner-rock che si aprono i venti minuti della conclusiva “Egg”, traccia nella quale la band offre letteralmente il meglio di tutta la propria cifra stilistica, tra drumming cangiante e dalle coloriture sempre inaspettate, voci effettate, lancinanti e sofferte, ma anche momenti di quiete imprevista, situazioni sussurrate mediante l’uso di arpeggi delicati, come in tutta la sezione tra il terzo e il quinto minuto, che fa da prodromo a un’altra cavalcata cosmica. Dall’undicesimo minuto, dopo rarefazioni e dilatazioni, la situazione si fa nuovamente “cattiva”, a base di riff e stacchi ben calibrati, fino al possente finale.

Una band da tenere d’occhio, dotata di un vocabolario timbrico sempre originale e spiazzante.






Il compleanno di Flavio Premoli


Compie gli anni oggi, 1 aprile, Flavio Premoli, tastierista, arrangiatore, cantante, autore di colonne sonore, e colonna della PFM dal 1972 al 1980.
Dopo aver lasciato la PFM si dedica a lavori di produttore e pubblica un album solista.
Torna ogni tanto  a "dare una mano" ai vecchi compagni di viaggio... nel corso degli anni '90/2000.
Attualmente è tornato insieme alla PFM in occasione del tour "PFM canta De Andrè Anniversary", quasi sempre sold-out.
Happy Birthday Flavio!
Wazza







RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti

 

1955 – 15 marzo. Fats Domino registra Ain't It A Shame, che raggiungerà la vetta della classifica R&B di Billboard e arriverà al decimo posto nella Top 100 a luglio. Vendendo un milione di copie, la canzone è stata classificata al numero 438 nella lista delle 500 Greatest Songs of All Time della rivista Rolling Stone

Nello stesso mese, la versione di Pat Boone si piazzerà il primo posto nella chart Pop. Quanto sia stata importante questa canzone per le generazioni successive, lo racconta la serie di cover che sono state eseguite dai Cheap Trick a Paul McCartney. Da New Orleans al mondo! 

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1965 – Gara all’interno della prestigiosissima etichetta Motown di Detroit. Nella scalata delle classifiche americane se la giocano due ensemble vocali ormai famosissime: da un lato The Temptations, guidati dalla voce maestra di David Ruffin, dall’altro The Supremes di Diana Ross, da alcuni critici battezzate come le Beatles in gonnella, visto che, da quando è arrivata la British Invasion, costoro sono le uniche a tenere testa ai successi dei Fab Four. 

È il 6 marzo quando My Girl – firmata da Smokey Robinson - giunge al vertice dell’hit parade statunitense grazie all’interpretazione dei Temptations; trascorrono due settimane e le Supremes rispondono con Stop! In the Name of Love: nel giro di una settimana (27 marzo) la canzone raggiungerà il primo posto della Billboard Pop Chart. Ad onore di entrambi i gruppi, ecco una loro performance comune, registrata durante l’Ed Sullivan Show il 19 novembre 1967.

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1975 – E Jeff Beck ci mise la faccia, anzi il nome e poi la chitarra. Il 29 marzo esce Blow by Blow, il primo album solista di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Siamo ormai nella seconda metà del 1974, quando l’esperienza con Bogert e Appice giunge al capolinea; per non perdere smalto, a dicembre Beck fa pure qualche jam con gli Stones ma, nonostante l’amicizia, non scatta la scintilla. Gli appunti non mancano, così fa ascoltare un bel po’ di provini (tutti strumentali) a George Martin che, subito convinto dal valore dei pezzi, non esita a produrre un vero e proprio capolavoro. 

Un album che va dal rock al blues per toccare a piene mani funky, fusion e jazz con tanto di un importante cameo, quello di Stevie Wonder che darà a Beck due canzoni (Cause We've Ended as Lovers e Theolonius, in cui suona il clavinet). Altre uscite del mese: l’album inglese del Banco, Profondo Rosso (Goblin), Un biglietto del tram (Stormy Six), The Rotters' Club (Hatfield and the North), la colonna sonora di Tommy, Bundles (Soft Machine) e Young Americans (David Bowie). 

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1985The Power Station ovvero quando un gruppo di successo vuole distrarsi un po’. E questo gruppo di successo sono i Duran Duran. Due di loro – il bassista e il chitarrista (rispettivamente John e Andy Taylor) – decidono di dare vita ad una band con un batterista da paura, Tony Thompson degli Chic. Lo scopo è quello di utilizzare un bel po’ di canzoni extra-Duran per un disco ambizioso. L’idea, infatti, era quella di fornire la base musicale per un album composto da brani con un cantante diverso per ogni traccia; tra gli artisti contattati c'erano Mick Jagger, Billy Idol, Mars Williams, Richard Butler e Mick Ronson.

 Il gruppo invitò poi quella vecchia lenza di Robert Palmer (eccezionale interprete soul) a registrare la voce per il brano Communication; quando Palmer scoprì che avevano registrato le demo di Get It On (Bang a Gong) dei T. Rex, chiese di provare a cantarla. Alla fine della giornata, la band capì di aver trovato quella chimica speciale che distingue i gruppi di successo, così decisero di registrare l'intero album con Palmer. E fu un LP di notevole fattura (uscito il 25 marzo), dominato da note funky rock; peccato che, poi, in occasione del tour promozionale, Palmer li mollò per dedicarsi al proprio album solista, lasciando il posto a Michael Des Barres (con cui la band si esibì in occasione del Live Aid a Philadelphia).

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1995 – 13 marzo: i Radiohead pubblicano The Bends ed è la svolta. Si affievoliscono le sonorità più ruvide del precedente Pablo Honey in nome di composizioni più raffinate, pur in una visione sempre radicalmente “alternative”. Una delle principali innovazioni di questo album è l'uso più marcato del falsetto da parte di Thom Yorke, evidente in quasi tutte le tracce; inoltre, la scrittura dei testi si evolve, passando da espressioni più dirette a immagini tanto complesse, quanto suggestive, anticipando lo stile di lavori successivi come OK Computer

In sede critica sono parecchi a mettere in evidenza come questo album abbia influenzato moltissimi gruppi degli anni Novanta: si tratta di un’opera imprescindibile per capire la musica (non solo pop-rock) del decennio. Colpisce soprattutto l’eclettismo: oltre a quanto ci si possa aspettare, tra le righe emergono insospettabili melodie schubertiane (in Fake Plastic Trees, almeno così sostiene il musicologo Sasha Frere-Jones), scale ottatoniche (Just) e armonie beatlesiane (My Iron Lung).   

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lunedì 31 marzo 2025

Il compleanno di Angus Young e Thijs van Leer


Il 31 marzo accomuna due grandi miti musicali provenienti da mondi diversi.
L’australiano - di origini scozzesi - Angus Young è nato nel 1955 ed uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi. La sua storia è legata indissolubilmente al marchio AC/DC, band con cui è entrato nella  Rock and Roll of Fame.
Ecco una delle sue famose performance:


Thijs van Leer è un polistrumentista olandese, fondatore dei FOCUS, gruppo legato alla musica progressiva che si mise in luce negli anni ’70 espandendo il successo in Europa.
Per lui l’anno di nascita è il 1948.
Tastierista e flautista, eccolo in uno dei brani più famosi dei FOCUS:


Auguroni a tutti e due!!!



I Van der Graaf Generator nel marzo del 1970

Van der Graaf Generator, June 1970-Upstairs at the Royal Festival Hall (London, England)


Grande risalto della stampa, nel marzo 1970, per i Van der Graaf Generator.

Il loro disco da poco pubblicato, “The last we can do is wave to each other”, inizia a creare interesse intorno al gruppo e la band incomincia un lungo tour promozionale.

Di tutto un Pop…

Wazza











VAN DER GRAAF GENERATOR from NME-March 1970





domenica 30 marzo 2025

New Trolls nel marzo 1971

I primi mesi del 1971 furono un momento di grande svolta per i New Trolls.

Dopo la partecipazione al festival di Sanremo in coppia con Sergio Endrigo con la canzone “Una storia”, la band a marzo entra in studio di registrazione per incidere quello che sarà il loro capolavoro, “Concerto Grosso”, con le musiche di Luis Bacalov utilizzate per la colonna sonora del film “La vittima designata”.

L’album fu un successone, vendette circa un milione di copie e catapultò la band tra i nomi più grandi del progressive rock.

Tra i protagonisti del Festival Pop di Viareggio e premiati al Cantagiro nello stesso anno. Ma non mancarono brutti episodi, come il furto degli strumenti musicali (molto di moda all’epoca!).

Di tutto un Pop…

Wazza

I NEW TROLLS - Festival di Sanremo - febbraio 1971




La Vittima Designata” del 1971, Tomas Milian e Pierre Clementi in un film di Maurizio Lucidi, colonna sonora “Concerto Grosso” per i New Trolls, composta da Louis Enriquez Bacalov e ideata concettualmente da Sergio Bardotti.

La band compare a Venezia, un breve secondo, dei giovani Hippy che suonano per terra accanto a delle ragazze. Il brano Shadow è però cantato da Tomas Milian e la OST è solo la base orchestrale, priva degli interventi della band genovese. Successivamente uscirà il famoso LP ma sarà altra cosa rispetto al film.