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venerdì 4 aprile 2025

I Focus nell'aprile del 1973

  
Nell'aprile del 1973 la rivista musicale "Bravo" pubblica un articolo sui Focus, band olandese, salita agli onori della cronaca.

Le novità di questo inizio 1973 sono rappresentate dalla sostituzione del bassista Cyril Hayermans con Bert Ruiter e l'imminente pubblicazione del disco live "At the Rainbow".

Di tutto un Pop!
Wazza









giovedì 3 aprile 2025

Palazzo Rosa-Commento all'album "Tanto Vale"

 


Palazzo Rosa, Tanto Vale, La Stanza Nascosta Records

 

Tanto Vale”, esordio del duo Palazzo Rosa (Luca Dore e Alessandro Budroni), prodotto e distribuito da La Stanza Nascosta Records, è stato proposto in digitale in due parti distinte, poi riunite in un cd, per gli irriducibili del supporto fisico. Le prime cinque canzoni rimandano ad un immaginario swing, animate come sono da personaggi ciondolanti, vacillanti, swinganti appunto: un uomo che, in Città Vuota- si smarrisce tra le caselle del Monopoli, un cantante jazz che cerca disperatamente di inserirsi fra gli assoli (Se perdo l’attimo questi mi fottono/di trentasei battute almeno due le avrei volute/ ma non mi lamento mai, Va tutto bene (Sono un cantante jazz), un uomo agli arresti domiciliari che vorrebbe evitare le domeniche di libertà con la moglie (E poi mi dici: "Presto, dove prima c'era il tango hanno aperto un nuovo Bingo" e mi ci porti  a vedere i colli storti dei vecchi in compagnia di domenica sera, Domicilio coatto domenicale), un altro abbattuto dal corso degli eventi, che finisce col dedicare un blues senile a Lady Mother che alla Foce fa il mestiere (Androblues); una famiglia proletaria in una disgraziata, amarissima, vacanza.

È proprio qui, in Lungomare, che la filosofia del “Tanto vale” trova la sua più compiuta espressione: Tanto vale che mandiate qualcuno a prenderci la musica e il vino e a spiegarci come andare affanculo in fondo fosse il nostro destino; Tanto vale che chiudiate la porta tanto vale che spegniate la luce tanto vale ci copriate di terra, tanto vale soffochiate la voce.

Il Gioca jouer finale (Soffochiate Copriate Spegniate Chiudiate Mandiate Spranghiate Mangiate…patate) diventa un po’ il manifesto di un album sospeso tra rassegnazione e ironia.

Gli altri cinque personaggi  invece emergono dalle cantine, si agitano fra le tubature, le loro vite reclamano un suono più sporco, una maggior ruvidezza. Madame Latrouche- che potremmo tradurre in italiano con Signora Miseria- si è vestita di bianco, è dentro me/ Madame Latrouche ora mi abita gli occhi e il cuore il cuore e gli occhi, gli occhi e il cuore.

Ben appollaiata sulle antenne dell’immaginifico Palazzo rosa, Signora Miseria sembra sorvegliare  i disgraziati condòmini che lo abitano- jazzisti, vedove, domiciliati, famiglie proletarie.

E aspettare un loro passo falso, pronta a ghermirli e a riempire di aria le loro tasche.

Voltaren, dal graffio rock, disegna i rapporti di forza interni ad una coppia. “L’uomo senza spessore”, che cammina prudente/ non gli importa ciò che dice la gente /da quando vive a rimorchio del primo che passa ha venduto la sua patente sembra ricordare, nelle intenzioni, Lo scrutatore non votante di Bersani; si imprime immediatamente nella mente e si fa riascoltare e meditare.

Vedo vado è la storia d’amore-irresistibile- tra una vedova e un profittatore di vedove  (E adesso ci incontriamo e appena stiamo insieme tra una risata e l'altra ci diciamo: Ma se stava così bene! Ma se stava così bene!): risate (amare) e applausi.

Il capolavoro è dietro l’angolo, e chiude in bellezza il disco: La Diva del Continental Bar sembra essere uscita dalla penna del Dalla più ispirato. (Per quelle lettere mai arrivate, spedite indietro al mittente e le telefonate rimaste in fondo alla bocca, a scalciare nel buio, e adesso stai seduto lì, vecchia radio che nessuno fa andare più, nel tavolino macchiato di un bar e ti lasci servire da lei / che nessuno ha capito mai /dove ha imparato a ballare / dove a fare l’amore; eppure lei / come a nessuno è capitato mai / ti ha guardato e ha sorriso / prima di sparire nel buio /e rivestirsi in silenzio). Un noir di provincia, nel quale si racconta fin dove può spingersi un padre abbandonato dalla propria figlia.

Un disco, quello dei Palazzo Rosa, che davvero si fatica a considerare per quello che realmente è, ossia un esordio. Scritto, suonato, cantato e arrangiato egregiamente, sembra più la consacrazione definitiva di artisti con una carriera consolidata alle spalle.

Tanto vale gronda nostalgia, umanità, emozione. Dell’ironia che non cede al sarcasmo e tratteggia un campionario umano tragicomico- in una sorta di sospensione del giudizio- tutti possiamo godere, stravaccati in quelle soffitte e negli scantinati di una musica d’autore che sembra più viva che mai.





mercoledì 2 aprile 2025

YES al Marquee il 2 aprile del '69

Il programma musicale del Marquee - marzo aprile 1969 - si concludeva con il concerto degli emergenti Yes, esattamente il 2 aprile 1969.

Wazza







 




martedì 1 aprile 2025

Onioroshi – “Shrine” , di Alberto Sgarlato

 


Onioroshi – “Shrine” (2025) 

di Alberto Sgarlato

 

L’Italia è sempre stata un faro dal punto di vista dell’avanguardia progressiva, con ottimo ritorno di immagine sul piano internazionale.

Da oltre una trentina d’anni a questa parte, cioè dal boom di rinascita del fenomeno che si è avuto nei primi ‘90, il rock progressivo italiano viene principalmente associato alla corrente romantica e sinfonica del genere. Ma non è affatto così. O meglio: non è solamente così. Esattamente come già avveniva negli anni ‘70, anche in tutti i decenni a seguire e fino ai giorni nostri in Italia hanno continuato a nascere band che esploravano ogni tipo di contaminazione sonora, da quelle con il jazz e il jazz-rock, al filone hard ‘n’ heavy, fino alla psichedelia.

Ed è proprio tra le divagazioni più eclettiche del genere che vanno ad incunearsi i ravennati Onioroshi, giunti in questo 2025 alla loro seconda prova di studio, intitolata “Shrine”.

Che il power-trio, formato da Manuel Fabbri (basso e voce), Enrico Piraccini (batteria e voce) e Matteo Sama (chitarra), non abbia alcuna intenzione di concedersi alle lusinghe del facile ascolto e dell’immediatezza si capisce già dal fatto che i 54 minuti di durata del secondo album sono suddivisi in sole tre tracce, rispettivamente da 18, 15 e 20 minuti. La band alza così ulteriormente l’asticella della sperimentazione rispetto all’esordio, datato 2019 e intitolato “Beyond these mountains”, dove circa un’ora di musica era strutturata in quattro lunghe composizioni.

Questo “Shrine” si apre con “Pyramid”: l’inizio è lento, cupo, soffuso, affidato solo a una chitarra dal suono pulito ma ampiamente riverberato. E quell’arpeggio, pian piano, sale, cresce, fino all’entrata di tutti gli strumenti, attorno al primo minuto. Krautrock, Syd Barrett e persino un pizzico di shoegaze vanno a braccetto in questa marcia nel corso della quale tutta l’ossatura del brano prende forma con la maestosità di un enorme Godzilla assopito che si risveglia.

Verso il quarto minuto il tutto si indurisce e si “rabbuia” ulteriormente, verso toni dark-wave e noise. Da qui in poi è una cavalcata verso gli inferi, tra fiammate di stoner e allucinazioni psichedeliche.

Laborintus” ha questo strano titolo che sembra una crasi tra “Labour” (fatica) e “Labyrinth”. E, infatti, la tortuosità delle trame sonore trasmette bene una sensazione di disorientamento senza via di fuga. Qui entrano in ballo nuovi ingredienti nel sound, a cominciare da un’apertura con un basso dal suono corposo e ben presente, fino a chitarre meno “acide” rispetto alla traccia di apertura, con note più lunghe, dilatate, ma non certo per questo più languide. E non manca, ancora nella miglior tradizione noise e shoegaze, un largo uso dell’effettistica, tra flanger e chorus che generano sibili dal sapore “aeronautico”. Il drumming è tribale, giocato su suoni scuri ma qui e là inaspettatamente spezzato dalle deflagrazioni di un parco di piatti vario e colorato.

In tutto questo la voce non è mai in primo piano: è filtrata, è distorta, diventa il costante gemito di un malessere interiore, di un’angoscia evidente seppur mai palesata in modo plateale.

Dobbiamo arrivare al nono minuto per trovarci al cospetto di un crescendo giocato su tempi dispari e armonizzazioni corali che, inaspettatamente, sposta tutto su spazi meno claustrofobici e più ariosi.

Il finale della traccia diventa una grandissima prova di stoner-rock enorme come un macigno.

Ed è con un altro poderoso riff di stoner-rock che si aprono i venti minuti della conclusiva “Egg”, traccia nella quale la band offre letteralmente il meglio di tutta la propria cifra stilistica, tra drumming cangiante e dalle coloriture sempre inaspettate, voci effettate, lancinanti e sofferte, ma anche momenti di quiete imprevista, situazioni sussurrate mediante l’uso di arpeggi delicati, come in tutta la sezione tra il terzo e il quinto minuto, che fa da prodromo a un’altra cavalcata cosmica. Dall’undicesimo minuto, dopo rarefazioni e dilatazioni, la situazione si fa nuovamente “cattiva”, a base di riff e stacchi ben calibrati, fino al possente finale.

Una band da tenere d’occhio, dotata di un vocabolario timbrico sempre originale e spiazzante.






Il compleanno di Flavio Premoli


Compie gli anni oggi, 1 aprile, Flavio Premoli, tastierista, arrangiatore, cantante, autore di colonne sonore, e colonna della PFM dal 1972 al 1980.
Dopo aver lasciato la PFM si dedica a lavori di produttore e pubblica un album solista.
Torna ogni tanto  a "dare una mano" ai vecchi compagni di viaggio... nel corso degli anni '90/2000.
Attualmente è tornato insieme alla PFM in occasione del tour "PFM canta De Andrè Anniversary", quasi sempre sold-out.
Happy Birthday Flavio!
Wazza







RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti

 

1955 – 15 marzo. Fats Domino registra Ain't It A Shame, che raggiungerà la vetta della classifica R&B di Billboard e arriverà al decimo posto nella Top 100 a luglio. Vendendo un milione di copie, la canzone è stata classificata al numero 438 nella lista delle 500 Greatest Songs of All Time della rivista Rolling Stone

Nello stesso mese, la versione di Pat Boone si piazzerà il primo posto nella chart Pop. Quanto sia stata importante questa canzone per le generazioni successive, lo racconta la serie di cover che sono state eseguite dai Cheap Trick a Paul McCartney. Da New Orleans al mondo! 

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1965 – Gara all’interno della prestigiosissima etichetta Motown di Detroit. Nella scalata delle classifiche americane se la giocano due ensemble vocali ormai famosissime: da un lato The Temptations, guidati dalla voce maestra di David Ruffin, dall’altro The Supremes di Diana Ross, da alcuni critici battezzate come le Beatles in gonnella, visto che, da quando è arrivata la British Invasion, costoro sono le uniche a tenere testa ai successi dei Fab Four. 

È il 6 marzo quando My Girl – firmata da Smokey Robinson - giunge al vertice dell’hit parade statunitense grazie all’interpretazione dei Temptations; trascorrono due settimane e le Supremes rispondono con Stop! In the Name of Love: nel giro di una settimana (27 marzo) la canzone raggiungerà il primo posto della Billboard Pop Chart. Ad onore di entrambi i gruppi, ecco una loro performance comune, registrata durante l’Ed Sullivan Show il 19 novembre 1967.

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1975 – E Jeff Beck ci mise la faccia, anzi il nome e poi la chitarra. Il 29 marzo esce Blow by Blow, il primo album solista di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Siamo ormai nella seconda metà del 1974, quando l’esperienza con Bogert e Appice giunge al capolinea; per non perdere smalto, a dicembre Beck fa pure qualche jam con gli Stones ma, nonostante l’amicizia, non scatta la scintilla. Gli appunti non mancano, così fa ascoltare un bel po’ di provini (tutti strumentali) a George Martin che, subito convinto dal valore dei pezzi, non esita a produrre un vero e proprio capolavoro. 

Un album che va dal rock al blues per toccare a piene mani funky, fusion e jazz con tanto di un importante cameo, quello di Stevie Wonder che darà a Beck due canzoni (Cause We've Ended as Lovers e Theolonius, in cui suona il clavinet). Altre uscite del mese: l’album inglese del Banco, Profondo Rosso (Goblin), Un biglietto del tram (Stormy Six), The Rotters' Club (Hatfield and the North), la colonna sonora di Tommy, Bundles (Soft Machine) e Young Americans (David Bowie). 

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1985The Power Station ovvero quando un gruppo di successo vuole distrarsi un po’. E questo gruppo di successo sono i Duran Duran. Due di loro – il bassista e il chitarrista (rispettivamente John e Andy Taylor) – decidono di dare vita ad una band con un batterista da paura, Tony Thompson degli Chic. Lo scopo è quello di utilizzare un bel po’ di canzoni extra-Duran per un disco ambizioso. L’idea, infatti, era quella di fornire la base musicale per un album composto da brani con un cantante diverso per ogni traccia; tra gli artisti contattati c'erano Mick Jagger, Billy Idol, Mars Williams, Richard Butler e Mick Ronson.

 Il gruppo invitò poi quella vecchia lenza di Robert Palmer (eccezionale interprete soul) a registrare la voce per il brano Communication; quando Palmer scoprì che avevano registrato le demo di Get It On (Bang a Gong) dei T. Rex, chiese di provare a cantarla. Alla fine della giornata, la band capì di aver trovato quella chimica speciale che distingue i gruppi di successo, così decisero di registrare l'intero album con Palmer. E fu un LP di notevole fattura (uscito il 25 marzo), dominato da note funky rock; peccato che, poi, in occasione del tour promozionale, Palmer li mollò per dedicarsi al proprio album solista, lasciando il posto a Michael Des Barres (con cui la band si esibì in occasione del Live Aid a Philadelphia).

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1995 – 13 marzo: i Radiohead pubblicano The Bends ed è la svolta. Si affievoliscono le sonorità più ruvide del precedente Pablo Honey in nome di composizioni più raffinate, pur in una visione sempre radicalmente “alternative”. Una delle principali innovazioni di questo album è l'uso più marcato del falsetto da parte di Thom Yorke, evidente in quasi tutte le tracce; inoltre, la scrittura dei testi si evolve, passando da espressioni più dirette a immagini tanto complesse, quanto suggestive, anticipando lo stile di lavori successivi come OK Computer

In sede critica sono parecchi a mettere in evidenza come questo album abbia influenzato moltissimi gruppi degli anni Novanta: si tratta di un’opera imprescindibile per capire la musica (non solo pop-rock) del decennio. Colpisce soprattutto l’eclettismo: oltre a quanto ci si possa aspettare, tra le righe emergono insospettabili melodie schubertiane (in Fake Plastic Trees, almeno così sostiene il musicologo Sasha Frere-Jones), scale ottatoniche (Just) e armonie beatlesiane (My Iron Lung).   

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lunedì 31 marzo 2025

Il compleanno di Angus Young e Thijs van Leer


Il 31 marzo accomuna due grandi miti musicali provenienti da mondi diversi.
L’australiano - di origini scozzesi - Angus Young è nato nel 1955 ed uno dei più grandi chitarristi rock di tutti i tempi. La sua storia è legata indissolubilmente al marchio AC/DC, band con cui è entrato nella  Rock and Roll of Fame.
Ecco una delle sue famose performance:


Thijs van Leer è un polistrumentista olandese, fondatore dei FOCUS, gruppo legato alla musica progressiva che si mise in luce negli anni ’70 espandendo il successo in Europa.
Per lui l’anno di nascita è il 1948.
Tastierista e flautista, eccolo in uno dei brani più famosi dei FOCUS:


Auguroni a tutti e due!!!