RocKalendario del
secolo scorso – Febbraio
Di Riccardo Storti
1956 – I primi passi di due giganti nel giro di una settimana. Da un lato il papà del funky – James Brown -, dall’altro un papabile re del rock and roll alternativo all’intoccabile Elvis - Little Richard. Iniziamo dal primo: 4 febbraio, dopo aver registrato una versione demo nel novembre precedente, James Brown e i Famous Flames reincisero Please, Please, Please ai King Studios di Cincinnati.
Il singolo arrivò fino al quinto posto della classifica R&B di Billboard e vendette oltre un milione di copie; tuttavia, le nove pubblicazioni successive non riuscirono a eguagliare il successo del loro debutto: pensate che il gruppo dovette attendere più di due anni prima di tornare in classifica con la hit R&B Try Me. 7 febbraio: Little Richard registra Long Tall Sally ai J&M Studios di New Orleans. Il brano diventerà il suo disco con il miglior piazzamento nelle classifiche statunitensi, raggiungendo il sesto posto nella Hit Pop di Billboard e il primo posto nella classifica R&B ad aprile. La rivista Rolling Stone ha inserito la canzone al 56º posto nella lista The 500 Greatest Songs of All Time. Ricordiamo che gli omaggi “formativi” di Please, Please, Please da parte degli Who e quello dei Beatles per la canzone di Little Richard (e riproposta più volte live da McCartney).
1966 – Non so perché ma, quando ascolto Ascension di John Coltrane, penso alla Divina Commedia di Dante: anche il Poeta, per “ascendere” a livelli di purezza ineffabile, ha dovuto attraversare il caos infernale. Il rivoluzionario viaggio di John Coltrane è un’eterna salita in due parti: tutti i musicisti sembrano suonare a caso, una bolgia di improvvisazioni jazz molto libere; poi, superato il girone delle dissonanze e delle note ipercinetiche, si aprono repentini spazi fugaci di un nitore sonoro da cogliere al volo, prima di ritornare nel vortice delle assatanate volute solistiche dei musicisti (in primis, ovviamente, il sax di Coltrane).
Se qualche anno dopo Miles Davis con Bitches Brew avrebbe inventato la fusion aderendo agli stilemi (anche) del rock, il suo amico John Coltrane qui, memore di quel Free Jazz: A Collective Improvisation di Ornette Coleman, si iscrive al club jazz più libero e anarchico che ci sia, ma con un orecchio aleatorio non lontano da un certo avanguardismo informale della musica contemporanea colta. Disco difficilissimo ma, se arrivate in fondo, vi attende lo spettacolo della quiete ritrovata che sa un po’ di “e quindi uscimmo a riascoltar i suoni”.
1976 – Ma come faranno i Genesis ad andare avanti senza Peter Gabriel? Oddio, la domanda si potrebbe anche rovesciare, ma, fatto sta, che, quando il 13 febbraio esce A Trick of a Tail, sono in molti ad attendere con curiosità i risultati del nuovo corso. C’è un “nuovo” cantante che è Phil Collins: si scommette sul batterista e, nel lungo, questa opzione si rivelerà pronuba di migliorie, se non altro in direzione di quella svolta (più) pop che li segnerà nel decennio successivo (e il buon Phil darà vita a una carriera solistica dalle royalty a più zeri).
Ad ogni modo A Trick of a Tail si impone come un disco validissimo, quasi un’appendice creativa in sintonia con l’abc progressive da Nursery Cryme a Selling England by the Pound: lo testimoniano le esplosive Dance on a Volcano, Los Endos e la mirabolante Robbery, Assault and Battery. E poi ci sono le ballate, alcune delle quali, tra le più belle mai scritte dai Genesis (Entangled, Mad Man Moon e Ripples); echi di staccati beatlesiani (la title track) e cangianti affreschi di un progressive mai domo (Squonk) completano un quadro più che soddisfacente. Nonostante l’assenza di Gabriel.
1986 – I Talk Talk sono ormai un fenomeno mainstream tra i più solidi del panorama pop a metà anni Ottanta: i singoli It’s My Life e Such a Shame hanno scalato le classifiche; il loro leader, il compositore, cantante e chitarrista Mark Hollies, però fa parte di un’altra schiera: si gode il successo ma il vero guadagno per lui si chiama ricerca e sperimentazione, così il 17 febbraio esce The Colour of Spring, terzo LP della loro discografia, un lavoro che risulterà essere il più venduto dalla compagine britannica. Si tratta di un’opera di transizione che guarda già avanti: se da un lato il retaggio pop non tradisce l’appeal delle hit precedenti (I Don’t Believe in You, Living in Another World e Life's What You Make It), qua e là Hollies e i suoi si aprono a linguaggi apparentemente lontani come il jazz, il sound contemporaneo colto (Chameleon Day) e la musica da film (gli oltre 8 minuti con tanto di coro in Time It’s Time).
Pare che quello fosse un periodo in cui Hollies ascoltasse quasi ossessivamente maestri del Novecento storico quali Satie, Bartók e Debussy: nel disco si possono intuire tracce del percorso nell’intimismo di April 5th. A rendere questo disco degno di un’adeguata riscoperta, alcune partecipazioni di rilievo alle session di registrazione: Steve Winwood all’organo Hammond, i chitarristi Robbie McIntosh (The Pretenders e, più tardi, con McCartney) e David Rhodes (Peter Gabriel) e il percussionista Morris Pert (BrandX ma anche in line-up con i “nostri” Nova di Corrado Rustici). Per cogliere il meglio di questa stagione, eccovi il link al concerto di Montreaux del 1986.
1996 – Erano gli anni della World Music, me li ricordo bene. Anzi, ricordo ancora meglio che quelli erano gli anni della Real World di Peter Gabriel che, dal 1989 cominciò a inanellare una serie di produzioni dedicate alle “musiche del mondo”. Suoni che provenivano da ogni continente e che, talvolta, potevano lambire pure il mainstream, come accadde un decennio prima con Creuza de mä di Fabrizio De André e Mauro Pagani.
In un’ottica di contaminazioni tra oriente e occidente (e nord e sud) va inquadrato Night Song di Nusrat Fateh Ali Khan e Michael Brook, pubblicato dalla Real World il 20 febbraio del 1996. Strana coppia, questa: il primo, pakistano, è un cantore sufi qawwali tra i più accreditati in Asia; il secondo un chitarrista ambient canadese, che ha alle spalle collaborazioni di pregio con Eno, Hassell, Sylvian, Fripp e Srinivas. La critica che assistette alla collisione discografica tra questi due astri parlò senza mezzi termini di “world fusion”: la “infinite guitar” di Brook (ascoltatela in Lament e in Longing) si combina con il fraseggio vocale (talvolta quasi simile allo scat jazzistico, eppure figlio della tradizione improvvisativa indostana) di Khan; l’elettronica dà sintesi al comparto acustico di tabla, kora, harmonium e violoncello. Non solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo perché talvolta un futuribile sequencer ben utilizzato può nobilitare una melodia millenaria tra colori e campionature di qualità sopraffina. Ragazzi, qui si sfiora il capolavoro (ahinoi, dimenticato).



































