RocKalendario del
secolo scorso – Aprile
Di Riccardo Storti
1956 – 21 aprile, nel cuore di Londra, precisamente in Old Compton Street, a Soho, apre il 2i's Coffee Bar; il suo seminterrato diventa subito un ritrovo pionieristico per il rock & roll in Gran Bretagna. Un locale di teenagers, sia bene inteso: il bar poteva contenere a malapena 20 persone in piedi, quindi, a pochi passi dal bancone si scendeva in una cantina dove c’era un palchetto alto mezzo metro (costruito con assi di legno poggiati su cassette del latte).
Lì si esibivano inizialmente gruppi skiffle, quindi toccò al rock’n’roll e fu da questo buco che mossero i primi passi le risposte britanniche a Elvis ovvero Tommy Steele e Cliff Richards. Naturalmente niente alcolici, solo latte, caffè e succo d’arancia. Altro che sex, drug and rock’n’roll…
1966 – 15 aprile, i Rolling Stones fanno uscire Aftermath; siamo di fronte a una pietra miliare degli anni Sessanta per una serie di motivi; intanto, per la prima volta, gli Stones pubblicano un disco privo di cover, visto che tutte le canzoni sono firmate dal duo Jagger / Richards e, proprio per tale ragione, questa è l’ideale coppia di autori che possa insidiare i primati discografici raggiunti dal binomio Lennon / McCartney. Inutile aggiungere che Aftermath inaugura la rivalità – di fatto inventata dalla stampa musicale – tra Beatles e Rolling Stones, che, comunque, in barba al gossip, continuano a frequentarsi e confrontarsi.
Da non trascurare la regia sperimentale di Brian Jones, sempre attivo nello scoprire e utilizzare in sede di registrazione strumenti estranei alla tradizione rock. Tale arricchimento timbrico spiega anche l’inserimento di canzoni insolite nella playlist dei nostri come Lady Jane, in cui Jones suona un dulcimer dalle sonorità arcaiche; per non parlare della marimba e dello xylofono in Under My Thumb, il koto in Take It or Leave It e il sitar in Paint It Black (song che, però, comparirà solo nella versione americana del 33 giri). Non solo rock’n’roll, ma aperture verso il folk, senza trascurare iniezioni di blues, country e black music.
1976 – Questa volta ne approfitto per lanciare una riscoperta squisitamente prog e di quel progressive, spesso geograficamente sottovalutato, che è il progressive americano degli anni Settanta. Mentre in quel mese nella cara e vecchia Albione uscivano Still Life dei Van Der Graaf Generator, Blind Dog at St.Dunstans dei Caravan, Interview dei Gentle Giant, Too Old to Rock 'n' Roll: Too Young to Die! dei Jethro Tull e No Earthly Connection di Wakeman, dagli studi di Record Plant di New York (per la CBS) arrivava At the Sound of the Bell, il bis dei promettenti Pavlov’s Dog, dopo il notevole sforzo di Pampered Menial.
A riascoltarlo oggi, questo lavoro suona ancora bene, più per la scrittura melodica delle ballad (vicine alla West Coast) che non necessariamente per il pedigree prog. Un disco nato in seno a un complesso letteralmente allo sbando, eppure di notevole qualità, pur non comparabile all’esordio. Inoltre in formazione figurano Bill Bruford alla batteria e tra i guest ci sono Andy Mackay (Roxy Music) al sax, Gavyn Wright (Penguin Cafe Orchestra) al violino, il turnista Elliot Randall alla chitarra e i jazzisti Michael Brecker e Mike Abene. Tra le canzoni da incorniciare She Came Shining, Mersey e Did You See Him Cry (la traccia più direttamente connessa con lo spirito di Pampered Menial). Unica come sempre la voce di Dave Surkamp, marchio di fabbrica inequivocabile e indelebile dei Pavlov’s Dog.
1986 – 14 aprile, Peter Gabriel lancia una delle sue maggiori hit, Sledgehammer. È raro che parli di singoli nel mio Rockalendario, ma in questo caso tocchiamo una canzone che ha segnato un decennio. A molti di noi, all’epoca adolescenti, bastano le prime note di quel veloce venticello flautato per lasciare emergere dal mondo dei ricordi un brano che dominò l’immaginario di quegli anni, dalle discoteche alla radio, passando attraverso MTV e altri mezzi di comunicazione. Chi adolescente lo era un decennio prima, però, questo era un ulteriore pretesto per storcere il naso, ripensando, invece, ai fasti del nostro con i Genesis.
A 40 anni di distanza si scopre invece che Sledgehammer è stato un successo costruito a tavolino, in quanto non si trascurò alcun particolare. Lo zufolo iniziale è il frutto di una campionatura effettuata da Gabriel: si tratta di un aerofono giapponese (uno shakuhachi) dato poi in pasto all’Emulator, insomma una buona occasione per mettere in collegamento sperimentazione elettronica e World Music. Però c’è anche il funky di una solida sezioni fiati, guidata Wayne Jackson, sassofonista di Otis Redding, nonché di un comparto ritmico con i fiocchi (che dire del giro di basso fretless di Tony Levin e dei groove di Manu Katché?). Tra le coriste un vanto come P.P. Arnolds che, negli anni ’60, fu una tra le più dotate cantanti soul del panorama britannico. E, last but not least, il video, tutto montato certosinamente con oggetti di pongo in evoluzione filmica, compreso il viso e il corpo di Gabriel: un vero capolavoro di videoart che arrivò a essere premiato in più occasioni.
1996 – 8 aprile, dalla galassia britpop arriva Moseley Shoals degli Ocean Colour Scene, sicuramente una delle pagine più riuscite dell’ensemble di Birmingham. Il bello di un gruppo come gli OCS risiede nel modo in cui siano riusciti a rivitalizzare la radice tradizionale british degli anni ’60 e ’70 con un mood comunque ben allineato alle tendenze contemporanee.
E Moseley Shoals riesce nell’intento di farci capire quanto il peso di determinati riferimenti sia stato determinante nella storia di questo ensemble: la chitarra hendrixiana di Steven Cradock mette i cosiddetti puntini sulle i in più occasioni (The Riverboat Song e You’ve Got It Bad); questi ragazzi sono figli degli Small Faces (The Day We Caught the Train e One for the Road), dei Rolling Stones (40 Past Tonight, un chiaro omaggio a Let’s Spend the Night Together) e dei Beatles (The Circle e Policemen & the Pirates) e nelle ballad mostrano il talento di una lezione appresa tanto dal blues (Lining Your Pockets, The Downstream, Get Away e It’s My Shadow) quanto dal folk (Fleeting Mind), il tutto sempre valorizzato da ascendenze neopsichedeliche e pop.






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