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venerdì 31 luglio 2026

BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026) - Di Riccardo Storti

 


BBC PROMS - Prog Rock: A Fanfare for the Common Man (Londra, Royal Albert Hall, 18 luglio 2026)

Di Riccardo Storti


Siano benedetti I social network perché, se non fosse stato per loro, quest’occasione – più unica che rara – me la sarei proprio persa.

“Scrollo” su Instagram e, nel giochino della social slot-machine, esce fuori Carl Palmer che, all’esterno della Royal Albert Hall di Londra, sta annunciando qualcosa di importante. Blocco, avanzo, torno indietro, do un occhio alla descrizione e scopro che il 18 luglio 2026 presso quel tempio della musica, sotto l’egida della BBC, si terrà una serata speciale dedicata al progressive rock. Più precisamente un happening all’interno del rinomato cartellone dei Proms. Cosa sono i Proms? Si tratta di una stagione concertistica di otto settimane, solitamente fissata durante l’estate, che ha come sede principale la Royal Albert Hall.

Una tradizione inossidabile, se pensiamo che la prima edizione risale al 1895; lo scopo era quello di programmare eventi musicali aperti a tutta la cittadinanza londinese, con biglietti accessibili a ogni fascia sociale e con un’offerta contenutistica popolare (oggi diremmo “mainstream”). Dal 1927 l’organizzazione dei Proms è in mano alla BBC che ne cura ogni dettaglio.

Circa questo appuntamento prog, esso è stato trasmesso in diretta radiofonica da BBC Radio 3 e in differita TV su BBC 4 il 23 luglio. Grazie a internet il concerto può essere riascoltato sulla piattaforma BBC Sound a questo link (ma assicuratevi di avere un account e di attivare una VPN sul Regno Unito; purtroppo dall’Italia non è possibile accedere al servizio); gli abbonati inglesi, che pagano la licenza per lo streaming su BBC IPlayer, possono riverderlo qui.

La BBC Concert Orchestra, diretta da Robert Ames, ha eseguito una playlist di evergreen del progressive rock britannico degli anni Settanta su arrangiamenti calibrati per l’occasione con coloriture e dinamiche ritmo-sinfoniche: un mega-ensemble che fonde l’orchestra classica al gruppo rock secondo un range elettro-acustico a 360°. Il live ha visto l’intervento di due “senatori” come Carl Palmer e Peter Hammill; le parti cantate sono state interpretate dal gallese Guy Garvey (leader degli Elbow), Gruff Rhys (attivo nel brit-pop con Superfurry Animals e Neon Neon), il duo indie-folk femminile The Staves, Jane Weaver (cantante con radici tra brit-pop e folktronica) e Vanessa Haynes (da Trinidad, già corista di Van Marrison e Chaka Khan, nonché voce soul-funk degli Incognito).

Sperando che ognuno di voi riesca – in qualche modo – ad assaporare le quasi due ore di concerto, vi passo qualche mio appunto preso al volo, durante la diretta sulla BBC (come quando si ascoltava Radio Luxembourg… vabbé, oggi c’è lo streaming).


Prima parte

Fanfare for the Common Man (E.L. & P.) – Magniloquente, ideale opener e fedele al mix dell’arrangiamento di seconda mano effettuato da Emerson (e che lasciò positivamente impressionato il buon Copland). Carl Palmer alla batteria. Bella l’idea di traslare, all’inizio, le parti dell’Hammond ai legni con alcune risposte della chitarra elettrica; il solo dello Yamaha GX-1 viene tagliato a favore di un interludio che, pur rifacendosi al mood improvvisativo originale di Emerson, viene affidato a una sorta di dialogo tra legni e ottoni.

Living in the Past (Jethro Tull) – Verrebbe da dire “ordinaria amministrazione”: sul piano interpretativo, però, la conduzione vocale di Rhys mi è parsa abbastanza monocorde e viziata da una timbrica troppo nasale (e ha pure rischiato di entrare in anticipo nella seconda strofa). Efficace la coda finale con unisono di violino e alcune percussioni idiofone.

Out Bloody Rageous (Soft Machine) – La fusion sul podio. Una delle perle di questa serata: il grosso lo porta avanti il sax sopranino di Andy Findon (musicista di Michael Nyman) che, dal riff (suonato all’unisono con la chitarra elettrica) ai momenti solisti, regge sulle spalle tutto il peso e la complessità di questa tostissima composizione, irta di mutamenti metrici e giochi dinamici (quindi gli perdoniamo quell’entrata anticipata e smorzata alla reprise del riff)

I Know What I Like (In Your Wardrobe) (Genesis) – L’esperimento gruppo rock più orchestra qui funziona molto bene, idem dicasi per i contrasti vocali tra Guy Garvey (a volte un po’ calante) e le sorelle Jessica and Camilla Staveley (The Staves). Il solo di flauto viene destinato invece alla chitarra elettrica. Interpretazione onesta e piacevole.

Northern Lights (Renaissance) – Qui si va lisci, tenuto conto delle impostazioni “orchestrali” primigenie, naturali nella poetica musicale dei Renaissance. Compito non facile, invece, riprodurre la caratura qualitativa di Annie Haslam, ma Jane Weaver si dimostra all’altezza della prova.

Night in White Satin (Moody Blues) – Più controllo e meno pathos. Un bene o un male? La Weaver è bravissima, precisa, pulita ma, per questa canzone, mostra una temperatura espressiva ben più bassa di quella di Justin Hayward. Non sembra convinta al 100%. Il brano funziona, ma non ho sentito quella pelle d’oca che mi sarei atteso. Tutto un po’ freddino. Forse è un problema mio e, quando si fa critica, bisognerebbe andare oltre (o fermarsi prima).

Refugees (Van Der Graaf Generator) – Qui l’emozione ci fa sbarellare e bisogna cercare di essere molto lucidi. Già questa è una canzone dal testo attualissimo: ha un testo che si fa ancora didascalia ogniqualvolta i nostri occhi si confondono di fronte a gallerie di immagini disumane che raccontano di guerre e di sbarchi. In più rivedere Peter Hammill su un palcoscenico, in questo caso un palcoscenico speciale, in un’occasione speciale – scusate le insistite ridondanze -, ebbene non ci si riesce a distaccare facilmente. E, alla prima, talune sfasature mica le senti: Hammill è un signore di quasi ottant’anni che non può cantare Refugees come nel 1970. Va detto: non è stata una Refugees perfetta, anzi, la perfezione era assai lontana, però l’intensità con cui Hammill ha affrontato il brano sembrava sovrastare qualsiasi altro giudizio critico. BBC Proms non è X Factor: in questo caso, è quasi banale, se non infantile, insistere sulle note cadute e calate: Refugees ha funzionato proprio perché imperfetta, reale e vera. Con un aggettivo: commovente.

Quando ascoltai l’originale per la prima volta, mi avevano colpito certe rifiniture di sax e flauto che avevano un non so che di barocco, ideali – magari – per un ristretto gruppo cameristico d’archi; ecco: l’arrangiamento di Adam Dennis è riuscito a ricolorare questa pagina partendo anche da tale intuizione. Sarei curioso di conoscere il parere di David Jackson…

And You and I (Yes) - Il duo delle sorelle Staveley (The Stoves) si divide e raddoppia la parte di Jon Anderson: la riscrittura orchestrale è quasi tinta pastello, un acquerello musicale con le dinamiche dosate e un saggio bilanciamento tra orchestra e comparto rock. Esito di livello sopraffino: sicuramente una delle tracce più riuscite della performance, pur senza novità e trovate ad effetto.

Tubular Bells (Mike Oldfield) - Praticamente una versione compatta di 5 minuti della Side A del disco che tiene insieme il famosissimo tema (3 battute in 4/4 e una in 3/4) con un procedimento imitativo e il motivo finale in cui la frase – un po’ come nel Bolero di Ravel - è suonata da diversi strumenti (pianoforte, organo a canne, glockenspiel, tromboni, chitarra, fagotti, legni, trombe e le campane tubulari) fino al tutti orchestrale.


Seconda parte

Karn Evil 9. First Impression. Part 2 (E.L. & P.) - La traccia è quella del disco, si sente la voce di Lake e l’orchestra tributa un suo omaggio aggregandosi al brano.

Non-Uk Prog Rock Medley – Relativamente a questa breve antologia del prog fuori dal Regno Unito si potrebbero aprire infinite discussioni ed elucubrazioni sui motivi che hanno indotto gli organizzatori a scegliere Sylvia dei Focus, Komfo (High Priest) degli Osibisa e Peaches En Regalia di Frank Zappa. Nulla da dire, tre piacevolissime perle, quasi a rappresentare tre continenti (Europa, Africa e America). Sylvia si presta e i toni dell’orchestra sono quasi romantici (a tratti sdolcinati e kitsch, con quell’insistenza sui timpani, la grancassa e i piatti). Gli Osibisa sono un po’ una sorpresa ma il critico musicale Marco Zatterin (presente all’evento) mi faceva notare che la loro presenza a Londra e dintorni negli anni Settanta era assai radicata: Komfo, comunque, non ha sfigurato nella playlist grazie ad arrangiamenti orchestrali tra Lalo Schiffrin e Leonard Bernstein (a due passi dalla colonna sonora, insomma). Quanto a Peaches En Regalia, tocchiamo la categoria del capolavoro e – perché no? – una messa alla prova per qualsiasi orchestratore; in questa occasione, Christian Balvig ne ha attribuito un profilo coloristico e ritmico quasi franco-americano (si percepiscono ascendenze a compositori storici quali Milhaud e Copland).

21st Century Schizoid Man / I Talk to the Wind / Court of the Crimson King (King Crimson) – Il medley dal primo disco dei King Crimson. Nello “schizoid” siamo al cospetto di un’orchestra heavy metal; tutt’altra atmosfera in I Talk to the Wind: l’ensemble rispetta la tavolozza minima e minimale dell’originale, non si eccede mai e certe sottolineature degli archi evitano rischi retorici (come purtroppo si sono ascoltati in altri brani); idem dicasi per la “corte del re cremisi” dove la tentazione a spingere sulla dinamica viene lasciata altrove per un finale deciso ma misurato, nonché composto. Buona anche la prova di lead vocalist di Guy Garvey (accompagnato da Rhys nella seconda e dal resto dei cantanti per la terza): una grana particolare che, in questa occasione, più che ricordarmi Lake, mi ha portato alla memoria Gordon Haskell. Chapeau all’ottima orchestratrice Fiona Brice.

Entangled (Genesis) – Indovinato lo sdoppiamento vocale tra Guy Garvey e Jane Weaver in questa suggestiva ballata dei Genesis del dopo Gabriel, ma, soprattutto, mi ha colpito l’arrangiamento di Fiona Brice che, con indubbia sensibilità, è riuscita a conferire al brano un’aria ulteriormente onirica, per merito di un utilizzo raffinato e aggraziato degli archi, in particolar modo nella coda “sinfonica” in cui riesce a mettere in luce il dialogo tra l’organo Hammond e i violini (mentre i legni tengono note lunghe e i tromboni doppiano il basso).

On Reflection (Gentle Giant) – Cosa succede se spogli questo brano dei colori rock e lo rivesti con i tessuti della musica da camera? Accade che ne viene fuori tutta l’anima classica, anzi a tratti addirittura pre-barocca. Questa On Reflection, appena inizia, sembra un ricercare di Andrea Gabrieli, poi, nel momento in cui si fanno largo ritmi claudicanti e note dissonanti, pensiamo alla svolta neoclassica di Stravinsky o a certi spunti – tra espressionismo e tradizione - dei nostri Malipiero, Ghedini e Petrassi. Poi, io ho avvertito ciò, ma probabilmente Shulman e compagni potrebbero rispondermi a tono citandomi compositori elisabettiani e Vaughan Williams. Una gemma che non toglie nulla all’originale, ma, anzi, ce la fa capire meglio.

Maker of Islands (Incredible String Band) – Il progressive inglese non può essere separato da una componente folk che ha avuto il suo peso evolutivo nella storia del genere, così ecco questa bellissima ballad dell’Incredible String Band che ben si adatta a una versione orchestrale più infiorettata rispetto a quella del disco. Molto buona e sentita l’interpretazione di Rhys.

The Great Gig in the Sky (Pink Floyd) – Qui non si scherza, ci vuole un’ugola che abbia coraggio di affrontare una simile scalata, perché i casi sono due: o riesci e ci fai toccare il paradiso con un orecchio o, se no, ci condanni all’inferno acustico. Basta niente, pertanto ogni volta che mi imbatto in chi ci vuole provare, percepisco sempre un certo disagio, anzi provo proprio compassione, un po’ come quando da bambino al circo assistevo al passaggio del trapezista sulla fune. Vanessa Hayes ci ha portato su e su, con lei, ci siamo rimasti. Il vertice spettacolare di tutto il concerto? Forse, sì… devo ancora metabolizzare.

A bocce ferme: su Youtube c’è il filmato dell’esecuzione. La Haynes dimostra subito un enorme controllo che pare andare ben oltre la questione tecnica ed esecutiva. Nella prima parte prende le misure al pezzo perché sa che il difficile arriverà dopo, quindi non ci stupisce più di tanto quanto si stia ascoltando, quindi da 2’47” prende la rincorsa e ci convince al 100% (sarà che anche i suoi occhi – come i nostri – paiono velati…).

The Crime of the Century (Supertramp) – I Supertramp non saranno proprio prog ma un brano come questo non sfigura di certo in scaletta. Bene il comparto orchestrale dal sapore quasi epico, però nutro qualche perplessità nella scelta di avere attribuito la parti vocali alle The Stoves: manca il piglio interpretativo blues di Rick Davies mentre la loro timbrica – azzeccata in altri brani – qui appare troppo leggera, poco incisiva, benché si tratti di una sezione breve.

The Great Gates of Kiev (E.L. & P.) – Non poteva che finire così, con una chiosa che sa veramente di ciliegina sulla torta. E qui c’è tutto: l’originale di Musorgskij, il trattamento di Ravel e il progressive rock di Emerson e compagni, più un rutilante solo di batteria di Palmer, sostenuto da una ciurma percussiva retrostante assai motivata a picchiare su timpani e grancasse.

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