Ed ecco ciò che non ti aspetti,
ossia una mail di Ciro Perrino che, con
la solita grazia, ti annuncia che ha pubblicato un nuovo disco.
“Absence
of Time – vol 1” è uscito lo scorso aprile e fa parte, come suggerisce
il titolo, di una serie di lavori che il prolifico maestro dedicherà a musiche
destinate al rilassamento, alla meditazione e all’ascolto attivo, atte a
promuovere benefici emozionali e creare paesaggi interiori che possano favorire
la pace e la serenità.
Definire prolifico il buon Ciro è
dir poco, piuttosto un vulcano di idee che si concretizzano continuativamente.
La sua storia era già stata raccontata anni fa in un bellissimo articolo a lui
dedicato, sottoforma di intervista fatta dal sottoscritto; si spera, dunque,
che l’opera dell’artista sia cosa nota ai più, giusto per iniziare a sviscerare
i contenuti di questo album.
Composto da sei tracce di media
lunghezza, per permettere all’ascoltatore di immergersi in sé stesso, il disco
si apre con “New Path”, delicata e ricercata. Linea melodica a
cui Ciro aggiunge in maniera sapiente delle gocce di poetica bellezza.
Tintinnii evocativi che, a braccetto con archi melliflui, riescono nell’impresa
di risvegliare la coscienza da un torpore che quotidianamente ci affligge. Una
ricetta scaccia-stress che funziona davvero, pensata e realizzata in un mondo
parallelo al nostro.
“Spirits of the Woods”,
nel bosco a fare compagnia alla nostra anima, riappropriandoci della parte
immateriale del nostro essere. Ci sono gli elementi sulfurei dei richiami
d’altrove, un ruscello ch’è vita, le luccicanti ciglia del Sole che filtrano
attraverso l’immenso verde, la fauna che si annuncia in ogni dove. Noi al
centro? No. Noi parte del tutto. Niente e nessuno escluso, il giorno e la notte
compresi.
“Only One Way”, no another. C’è solo un
modo per raggiungere il benessere: tramite la serenità. Che va cercata,
rincorsa, voluta. Una volta raggiunta è lì che bisogna stare. Si parte
dall’accettazione altrui, dall’aiuto in principio di gratuità, dalla gentilezza
spirituale. Il brano che ci accompagna simboleggia l’abbraccio perenne che
dobbiamo a noi stessi per permettere di camminarci. Non un sogno, ma una strada
da percorrere verso la rivelazione.
“Space Boundaries”:
esiste una delimitazione all’infinito? Può essere accettabile che ci sia un
confine? Sperare di vagare non porta a nulla, piuttosto andare a ricercare
l’armonia attraverso il suono, potrebbe essere un tentativo. Guardare e
guardarsi, vivere e viversi, parlare e parlarsi, per andare oltre. Anche ai
cosiddetti confini.
“Far Oceans” è
ammaliante, come le voci delle sirene che la popolano. Sempre guardarsi da
esse, ma a volte possono essere una guida per portarci fin oltre lo
sconosciuto, verso nuove possibilità d’esistenza, in luoghi di favolosa
concordia. Quel “qualcosa” ci è poi rivelato con “Underwater Worlds”,
dove il finalmente è davanti ai nostri occhi. Un viaggio attraverso sé stessi
che, in assenza del fattore tempo e grazie a geniali intuizioni, arriva dove il
desiderio si è legato alla ricerca, dove il noto è superfluo, dove il mondo
sommerso è nuovamente vivo e pronto ad accoglierci.
Ed è solo il primo volume di
questo straordinario itinerario.
La cantautrice genovese Cristina Nicotorna
con il terzo album dopo ‘L’Eremita’ (2018) e lo annuncia con il nuovo videoclip
di "La sola cosa che c'è"…
Un viaggio introspettivo che
attraversa il conflitto con sé stessi, gli istinti più profondi in cui dominano
le pulsioni dell’Es e il senso di perdita e tradimento. In “Cristina Nico”, l’autrice compie il passo
successivo a quell’’eremitaggio sociale’ che aveva lasciato nel disco
precedente, spingendosi fino alla ricerca del proprio posto nel mondo, a viso
aperto e senza paure, l’accettazione di una parziale incomunicabilità e della
complessità dei meccanismi amorosi.
La prima parte del disco si chiude
non a caso con la marcia funebre di “The idiot not savant”, in cui si prende
atto dell’essere parte del ciclo vita-morte di tutte le cose. Da qui in poi
Nico si risveglia dai sogni cupi: nella parte finale del disco si respira
un’atmosfera solare, si assiste ad un ricongiungimento con un Sé che la riporta
ad uno sguardo quasi fanciullesco. Un viaggio che si scopre non una fine ma un
rinnovato inizio, ricco di riferimenti letterari tutti da (ri)scoprire.
La matrice musicale di “Cristina
Nico” è un alt-rock caldo con accenti folk e world music, mantenendo l’urgenza
e il velo minimal che ha contraddistinto i lavori della cantautrice, ma allo
stesso tempo facendo emergere l’eclettismo di stili e suggestioni grazie
all’apporto dei musicisti: Roberto Zanisi e le sue cordofonie che donano un
‘calore mediterraneo’, Giulio Gaietto e la solidità e versatilità delle sue
linee di basso, Federico “Bandiani” Lagomarsino e il drumming energico, la
viola sognante di Osvaldo Loi. Le chitarre di Nico sono il ‘cuore rock’ di
tutto il lavoro, a cui si aggiungono strumenti tradizionali quali il calabash,
il guiro, la kalimba campionata (come in “Les fleurs du bien”).
“Sentivo una grande urgenza di
buttare fuori tutto quello che mi ha costretta a guardare in faccia le mie
paure, a scandagliarmi più del solito in un momento di profonda crisi
personale. Allo stesso tempo, o forse proprio per questo, mi sono interrogata
sul senso del mio fare artistico in una situazione collettiva che ha modificato
la nostra socialità, che ci ha costretto a fare i conti con la nostra
solitudine, le nostre fragilità e i nostri egotismi. Ma sono anche tempi di
rivoluzioni profonde che più che mai passano attraverso il privato, il coraggio
di viversi liberamente”, afferma Cristina Nico.
TRACKLIST & CREDITS
DOUBLE MOON | LA SOLA COSA CHE C’È |
OMISSIS | IL BISOGNO DI ESSERE MIGLIORE | ANIMA NIGRA | CHISSENE | LES FLEURS
DU BIEN | ÊTRE SOI-MÊME=ÊTRE UN AUTRE | THE IDIOT NOT SAVANT | DOG’S WALK | LA
SORGENTE | HERMES | THE IDIOT NOT SAVANT (NEW MEXICO VERSION)
Roberto Zanisi: cümbüş, chitarra
portoghese, lap steel guitar, percussioni.
Federico Lagomarsino: batteria.
Osvaldo Loi: viola.
Musica e parole di Cristina Nico
tranne“Être soi-même=être un autre” (testo Cristina Nico, musica composta da
Giulio Gaietto e Federico Lagomarsino)
Produzione artistica di Giulio
Gaietto e Cristina Nico
Registrato, mixato e masterizzato da
Giulio Gaietto presso Studio 77 di Genova
Distribuito da
OrangeHomeRecords/Believe
In collaborazione con Lilith Festival
& Label
Foto di Marina Mazzoli.
Artwork e grafica di Priscilla Jamone
TRACK BY TRACK
"Double Moon":
"Luna doppia, guardami:/sono nella tua stessa condizione". Il disco
si apre con un breve gospel siderale, in cui l'Io scisso, in conflitto con se
stesso, proietta nel cielo notturno la visione di una Luna sdoppiata e la
invoca, non per chiedere protezione ma il riconoscimento di una somiglianza fra
le loro condizioni, per condividere il senso di empasse ma anche il bisogno di
procedere nell'esistenza come nell'atto creativo.
"La sola cosa che c'è":
primo singolo del disco, è un'intensa ballata folk rock in cui si dà voce
all'Es, la componente psichica più arcaica secondo il pensiero freudiano. Al
ritmo di una batteria incalzante e minimale e un giro di basso nervoso e
suadente, mentre le chitarre si tingono di suggestioni morriconiane e un banjo
vira verso un'atmosfera western, il canto invoca: "Vieni, Amore, vieni da
me,/riempi questo vuoto che/ è la sola cosa che c’è”.
"Omissis":
una drum machine dal ritmo sincopato, synth bass ossessivi, squarci di chitarre
e rumori d'ambiente sono il minimale impasto musicale per parlare della crisi
in un rapporto amicale/sororale a causa di non-detti divenuti pesanti quanto
bugie. La difficoltà di spiegare omissioni che sabotano il bisogno di
reciprocità e la fiducia: "Come trovar parole/per parole che non avrai?”.
"Il bisogno di essere
migliore": musicale omaggio al Seattle's sound degli Anni ’90; una
riflessione tra il volere primeggiare e il cercare di migliorare se stessə, sui
narcisismi e le frustrazioni sul senso dell'espressione artistica. “Per essere
migliore/potrei suonare il piffero per la rivoluzione”: si fa riferimento alla
diatriba tra Elio Vittorini e Palmiro Togliatti, in cui lo scrittore siciliano
rivendicava per la scrittura e l'arte tutta un'autonomia dalla politica.
“Anima nigra”: un
mantra in dialetto calabrese, con un bordone di chitarra che diventa una
percussione portante, ad ispirare il brano è il quadro "Los fusilamientos
del tres de mayo" di Francisco Goya. ‘I surdati’, i gendarmi che vengono
nominati sono qualcosa di molto reale ma incarnano anche le ossessioni, le
paure inconsce, personali e collettive.
"Chissene”: groove
quasi r'n'b, ritornelli con coretti surf-rock, un finale memore del Neil Young
più elettrico, con la lap steel di Zanisi. Il discorso vira sul senso stesso
del fare artistico. “Cercare nuovi modi per dire delle cose/sempre le stesse”.
Viene anche citato il Rimbaud de "Le bateau îvre", in salsa rap delle
banlieues, nel punto in cui la nave/poeta dice di essere stanca di tanto
navigare.
"Les fleurs du bien":
ad essere citato è il titolo della famosa raccolta di poesie di Charlese
Baudelaire, “Les fleurs du mal”. Il pezzo vuole ironicamente contrastare sia le
demonizzazioni che le idealizzazioni di ‘certi amori’ come quello tra due
donne. Squarci di quotidianità (“il mutuo a tasso fisso”), carnalità e
romanticismo sembrano dire che ogni amore ha la sua dose di banalità e di
imprevedibilità.
"Être soi-même=être un
autre": basso, batteria e sax soprano per un brano che guarda al
punk-jazz e al crossover, con un cantato, in francese, dal ritmo serratissimo.
‘Moi je est un autre’: si torna a citare Rimbaud, da una parte si evoca il
senso di estraneità a sé stessa, dall'altra il desiderio di uscirne, da se
stessə, di vedere e provare le cose in modo differente.
"The idiot not savant"(alt
version): la prima versione è quasi una marcia funebre in cui si mescolano
reminiscenze ledzeppeliniane - nelle trame di chitarra portoghese intrecciate
alla chitarra elettrica - e accenti psycho rock. Si prende atto della propria
ignoranza e della propria finitezza ma anche dell'essere parte di un ciclo
vita-morte in cui si è interconnessi con tutto il resto, dagli insetti alle
stelle.
"Dog's walk":
breve strumentale dai toni lo-fi, registrazione casalinga in cui lo zampettare
giocoso del cane di Nico sul parquet segna come un risveglio, un cambio di
passo verso l’atmosfera più solare (se così si può dire) delle successive
canzoni.
"Hermes": il
brano più psichedelico del disco, con chitarre e synth dai toni dream pop,
segna il recupero di uno sguardo mercuriale, fanciullesco. Quasi un flash back,
una visione di bambina febbricitante in cui il messaggero degli dei “si
solidifica/alla sua maniera liquida”, e si scompone in “piccole sfere
azzurre/così tossiche, così carine” come il metallo a cui è stato dato il suo
nome, per poi incarnarsi nella “pagina che manca”, in un “mantra di colla e
carta”, che allude al collage, una delle cose in cui chi scrive ritrova il
proprio Io fanciullo.
"La sorgente":
ballata con gli arpeggi di çumbuš e banjo ed una voce consolante su cui si
inseriscono il basso e la batteria che tessono una ritmica franta, ipnotica e
cullante. Il testo esorta a non lasciarsi scoraggiare dalla disabitudine alla
felicità, ad accettare le ombre: “Nera è la terra/che si sta per
risvegliare": l'elemento dark, ‘ctonio’ diventa complementare a quello
luminoso, vitale del Sè che ritrova sé stesso.
"The idiot not savant"
(New Mex version): il disco si chiude con una versione semi pacificata di ‘The
idiot not savant’. I toni funebri del brano vengono stemperati in un'atmosfera
country-blues, un andamento da road-movie scandito dal guiro, percussione che
ricorda il gracidare di una rana, ciclico e ossessivo, e dilatato dai suoni
lunghi della lapsteel. Il viaggio finisce, ma allo stesso tempo ricomincia,
concluso dal tocco di un vibraslap.
BIOGRAFIA
CRISTINA NICO Cantautrice e musicista
genovese. Dalla fine degli anni Novanta milita in diverse band della scena
rock/alternative della sua città, come cantante e chitarrista. Fin da
giovanissima coltiva anche un lato lirico e cantautorale che inizialmente
riversa in registrazioni casalinghe su musicassette, fino ad approdare
all’esperienza del duo Cinnamomo, fra il 2003 e il 2007, e all’autoproduzione
di “Daimones” del 2010, cd+libro contenente anche le riproduzioni di alcuni
collage e pitture dell’artista. Dopo diversi premi e menzioni a diversi
concorsi dedicati alla musica rock e d’autore, pubblica nel 2014 “Mandibole”
per OrangeHomeRecords. Nello stesso anno vince il Premio Bindi. Nelle
candidature alle Targhe Tenco del 2015 è in lizza in due sezioni, Opera Prima e
Miglior Canzone. Nel 2016 gli YoYo Mundi la invitano a cantare nel brano “Cuore
Femmina” e ad aprire alcuni dei loro concerti. È uscito nel 2018 sempre per OHR
il secondo disco “L’Eremita” prodotto da Raffaele Abbate. Uscirà nella prima
metà del 2022 il terzo disco, con la produzione artistica di Giulio Gaietto, per
Lilith Label/OrangeHomeRecords. Ad accompagnarla dal vivo Federico “Bandiani”
Lagomarsino (batteria, cori), Roberto Zanisi (lap steel, guimbri, cümbüş,
chitarra), Stefano Bolchi (chitarra, basso). È una delle organizzatrici del
Lilith Festival della Musica d’Autrice e produttrici dell’etichetta Lilith
Label.
In tutt’altra
direzione rispetto al girone infernale dei tormentoni tardo-primaverili si
muove Alfredo Marasti, che in coraggiosa controtendenza
sforna un concept album, Ultimo D’Annunzio- con tanto di videoclip
ad alto tasso allegorico, ben tre, e supporto fisico tradizionale
(corredato da ricco libretto) -ambizioso negli obbiettivi e felicissimo
nella riuscita.
Ultimo D’Annunzio non è solo un
geniale compendio di estetica ed etica dannunziana, ma anche una lettura
del passato, con incursioni taglienti in un presente difficile e - come tutte
le opere d’arte - una prefigurazione.
Si ascolti con
attenzione, su tutte, Notturno, nel cui testo Marasti propone agganci
stranianti con la “profezia” pasoliniana («vedo
anche se non ho le prove») e con certi personaggi dall'anima duplice, divisa tra
bene e male, che popolano l'universo lynchiano («Fuoco
cammina con me»).
“È tornato il
Novecento e vi ha spazzati via”: è questa la finale sentenza del disco, dal
sapore quasi apocalittico.
Nel mezzo il racconto
in musica, volutamente complesso e per frammenti, dell’amante delle belle
donne, delle arti e del pericolo mortale, dell'assoluto e del superficiale, di
vita letteraria e di vita carnale (da Sala del Mappamondo), filtrato
spesso dagli occhi delle donne che lo hanno a lungo amato, tollerato, difeso.
Da Luisa Baccara
a Eleonora Duse, passando per la dispensatrice di orgasmi eccellenti (la
definizione è di D’Annunzio):quella Amelie Mazoyer
(rinominata
Aélis dal poeta e interpretata, nel brano, dalle voci recitanti
di Sara Bertolucci e Federica Guerra) che “governa” con fredda autorevolezza La
Stanza della Leda, altra piccola perla dell’album.
Nove brani per nove
stanze, nove spaccati di vita dannunziana (con l’eccezione della grande
“intrusa”, Il Dono), tra poesia, guerra, eros e allucinazioni, a
cavallo tra afflato teatrale e tensione cinematografica,
filologia e intemperanza creativa.
Un disco che conferma
il genio di Marasti, intellettuale fiammeggiante capace di salti e sintesi
fulminanti, inscritte in un quadro sonoro visionario.
Barbara Rubin - viola, co-production, mix, mastering
Dollehz - video
La stakanovista Elisa Montaldo non finisce più di stupire! Dopo
la pubblicazione degli album dévoiler (2020) e Fistful of planets part II (2021), la
cantante polistrumentista ligure si è occupata della composizione delle musiche
per la colonna sonora di un film (al momento non è possibile fornire notizie
dettagliate).
Ad anticipare questo nuovo lavoro,
è stata la recente pubblicazione del brano interamente strumentale intitolato Sarah’s Theme. Originariamente concepito per
solo pianoforte, viene ora proposto con splendidi arrangiamenti curati con
meticolosità dall’estro di Elisa.
La sorpresa più gradita riguarda
l’apporto straordinariamente efficace della viola di Barbara Rubin, che ha trasformato il pezzo rendendolo
di una bellezza davvero unica. Da evidenziare la perfetta sintonia delle due
ragazze quasi suonassero insieme da una vita.
La mia speranza è che questa
gradita collaborazione possa sfociare in qualcosa di meraviglioso, magari,
perché no, un album concepito a quattro mani da due delle maggiori
rappresentanti del movimento neoprogressive italiano.
Per il momento godiamoci la
dolcezza sublime e malinconica di Sarah’s Theme accompagnato da un video
fortemente simbolico e visionario in cui sono protagoniste delle bambole
volutamente sgraziate e inquietanti create dalla genialità di Dollehz,
un’artista americana nota per le sue pubblicazioni su Tik Tok.
Di seguito il video
che permette di ammirare le due musiciste mentre eseguono insieme Sarah’s
Theme a casa di Barbara.
Nato nel 1981 a La Rochelle, piccolo capoluogo del dipartimento della
Charente Marittima nella regione di Nuova Aquitania, Arnaud Quevedo è un
musicista francese che insegna musica al Conservatorio di La Rochelle dal 2007.
Dopo diversi studi e concerti con i suoi studenti, veri e propri tributi
a Zappa, Gong, King Crimson e Magma, ha iniziato a produrre lavori originali
con il suo nome nel 2020.
Certamente non tradisce il suo bagaglio musicale fatto di paragoni
importanti che fortunatamente trovano positivi riscontri nei suoi lavori.
L'universo di Arnaud rimane saldamente ancorato a uno stile jazz-rock
progressivo, ma con copioso uso di teatralità ed arti visive associate alla sua
musica.
Esse fanno spesso capolino nei suoi spettacoli in quanto lui stesso,
estremamente poliedrico anche nell'uso di strumenti differenti in progetti
differenti, risulta essere fertile ricettacolo dedito alla contaminazione
artistica a 360°.
Nella fattispecie andrò a parlarvi della sua ultima fatica '(il
viaggio di) Roan', un concept album che racconta il peregrinare di una
persona, Roan appunto, attraverso la sua immaginazione inconscia, seguendo
l'incapacità di affrontare il mondo che lo circonda nonostante una strenua
lotta di adattamento.
Con una pletora di amici ai vari strumenti a tenergli testa, infatti
l'album uscirà come Arnaud Quevedo & Friends
(AQ&F)ecco quindi, da poco dato
alle stampe in cd, 'ROAN'.
Essendo un concept album è soggetto ad una struttura piuttosto
schematica, fatta di brani lunghi estremamente curati uniti ad altri molto
brevi, che hanno soprattutto una funzione di interludio, per un totale di 12
tracce e una lunghezza complessiva che sfiora i 55 minuti.
'Aube', un breve e liquido duetto tra la tastiera
dell'ottimo Marin Michelat e la chitarra elettrica di Arnaud, ci introduce al
principio del viaggio,'Prologue', brano sostenuto dalla splendida
sezione ritmica composta da Noé Russeil al basso e Anthony Raynal alla batteria
con i suoi molteplici tempi dispari e da una sezione archi e di fiati di tutto
rispetto; tutto il gruppo al completo, e si tratta di ben 13 elementi,
s'intersecano in un convincente jazz rock con chiari ricami progressivi ed il
concept album ha così il suo definitivo inizio.
"Je me vois sur la terre
C’est la voie de l’enfer "
Il nostro personaggio sballottato dalle convenzioni e constatato che la
vita terrena rassomiglia alla pena da scontarsi in eterno, praticamente un
inferno, prova ad affrancarsi e ad intraprendere mentalmente "il
viaggio". Un intro spettrale, suonata sui tasti neri del pianoforte che
presto necessita del sostegno del flauto di Manuela Perissutti, ci introduce ad
uno dei brani musicalmente migliori dell'intero lavoro, 'Découverte'
(Scoperta), quasi nove minuti negli stilemi più consoni di un ottimo rock
sinfonico; la coesione del gruppo qui raggiunge l'amalgama perfetto.
I testi forse sono l'unico punto debole di questo lavoro: tutto sommato
ci si ritrova per l'ennesima volta nella ricerca di un'ardua risposta delle
fatidiche domande esistenziali. Avrei maggiormente gradito un pizzico in più di
originalità.
"Mais d’où je viens et où je suis et où je vais
Je ne sais pas, je ne sais plus, j’ai
oublié."
Nuovo interludio strumentale 'Curiosité', flauto e sax soprano
uno dei tanti che suonerà in questo lavoro Julien Gomila, che ci introduce in
un breve, ma interessantissimo divertissement di "gonghiana"
inspirazione dal titolo 'Féerie' (Magia) e che il viaggio continui!
"Je suis désormais maître de mon propre
vaisseau
J’accepte des passagers"
Clarinetto, oboe, sax contralto, violoncello, contrabbasso, violino e
tutta la sezione ritmica in aggiunta all'elettrica di Arnaud a sostegno delle
due voci, una di Arnaud stesso e l'altra, splendida, di Emeline Merlande, per
tessere un intreccio a la 'Gentle Giant', che consiste nella spina dorsale di 'Dépassement'
(Superare), dove il nostro Roan comincia ad avere le prime avvisaglie che il
viaggio non sarà così foriero delle risposte che attendeva.
"Mais qui est le pilote
Qui joue ce sale tour"
e qui possiamo dire di essere quasi alla metà del guado.
Nuovo magnifico interludio alle tastiere 'Nostalgie', che con un
incedere malinconico che ricorda un pochino i momenti più fluidi ed eterei
presenti nei lavori di J.M. Jarre, disegna un rimpianto, forse un desiderio di
qualcosa che ci è sfuggito e che non sia più recuperabile, ma soprattutto ci
introduce al pezzo più lungo dell'intero lavoro dove tutto il gruppo spinge al
massimo superandosi in bravura e coesione.
Sto parlando della splendida 'Ryoko', che con i suoi quasi 13
minuti di lunghezza è decisamente il piatto forte di 'Roan'.
Ancora una volta la splendida sezione ritmica fa da eccellente supporto
alla parata dei vari strumenti che si palleggiano l'attenzione come primi
attori di una felice rappresentazione; ecco quindi il contrabbasso di Eva
Tribolles lasciare lo spazio all'incantevole flauto di Manuela, quindi al
violoncello di Tifenn Trévinal. Un tripudio di emozioni!
Come in una splendida sfilata, sono tutti lì, gli eccellenti
strumentisti, a succedersi sulla passerella per prendersi uno ad uno i meritati
applausi; ora è la volta del clarinetto di Louis Théveniau, mentre si sdoppia
alla chitarra elettrica e alle tastiere il "tessitore" Arnaud Quevedo.
Un'orgia di suoni si abbattono sull'ascoltatore letteralmente inebriato
da tanta abbondanza, mentre il finale è una splendida cavalcata da brividi tra
chitarra elettrica e sax soprano e pazienza se, nonostante l'ottimo impatto
vocale, i testi, ancora una volta, non riescono a stare al passo con il
magnifico impianto sonoro rimanendo poco interessanti e ripetitivi.
"Je me demande encore d’où je viens, où je
suis, où je vais
Et ce voyage, est-ce que c’était vraiment une
bonne idée"
'Fardeau' (fardello) è l'ennesimo ispiratissimo raccordo
basso/tastiere che introduce 'Chrysalide' (Crisalide) tutta giocata
sull'alternanza oboe e flauto con gli archi ed ovviamente l'instancabile
sezione ritmica a sostenere la struttura. Una meraviglia!
Stiamo correndo verso la fine di questo impegnativo e davvero riuscito
lavoro di Arnaud and Friends con il penultimo brano, anch'esso strumentale
intitolato 'Métamorphose' (Metamorfosi) dove le luci della ribalta sono
accese sul bassista Noé Russeil e sul maestro Arnaud ed è forse il pezzo che
maggiormente si spinge oltre il cliché di un ottimo prog sinfonico, osando
delle sperimentazioni che potrebbero essere la base di partenza per uno step
ulteriore del loro eventuale prossimo album.
'Epilogue' la traccia finale si riallaccia al prologo che
abbiamo lasciato all'inizio di questo splendido cammino dove finisce, forse
irrisolto nelle risposte, il viaggio di Roan, ma non finisce certo il piacere
di voler riascoltare questa gemma lucente uscita miracolosamente negli anni del
covid e di una recrudescenza bellica mondiale che pensavamo dimenticata.
Meglio, molto meglio, quindi respirare queste atmosfere e nutrirsi
dell'arte dalle profonde radici che queste tracce musicali sprigionano
copiosamente.
Chapeau!
E ascoltiamoci l’intero album suonato in studio… spettacolare!
Tracklist
1. Aube
2. Prologue
3. Découverte
4. Curiosité
5. Féerie
6. Dépassement
7. Nostalgie
8. Ryoko
9. Fardeau
10. Chrysalide
11. Métamorphose
12. Epilogue
Lunghezza totale: 54’26
Composto e registrato da Arnaud Quevedo
Missato e masterizzato: Arnaud Houpert – U-Fly Studio
Una
delle difficoltà maggiori della musica contemporanea è quella di riuscire a
trovare il giusto equilibrio tra la scontatezza più assoluta e l’ostentato
tecnicismo privo di qualsivoglia passione. Non è nemmeno importante
l’originalità, ormai una mera utopia e lo si è capito da almeno un decennio a
questa parte, ciò che si auspica è quanto meno la creatività che sappia
sapientemente contemperare la destrezza dell’artista alla gradevolezza all’ascolto.
Un discorso forse lapalissiano, purtroppo, però, accade sovente di imbattermi
in prodotti mediocri, pur riconoscendo qualità significative sotto il profilo
dell’esecuzione. La mera ostentazione della bravura è inutile se non accompagnata
dalla capacità di arrivare al cuore della gente, una sintonia che sempre più
raramente capita di incontrare. Quando mi è stata proposta la recensione
dell’album d’esordio del bassista Pier Piras,
dal cui cognome è facile risalire alla sua terra d’origine, ho temuto di dover
affrontare un disco noioso che non mi avrebbe lasciato nulla dentro l’animo,
uno dei tanti per capirci. Stavolta mi sono sbagliato e di grosso, perché Pier
ha saputo realizzare un lavoro dove il protagonista è il suo basso (già di per
sé una scelta coraggiosa) nel contesto di composizioni strumentali ottimamente
strutturate e del tutto godibili.
Le
otto tracce vanno ascoltate a occhi chiusi con le cuffie: l’associazione
naturale che ti viene è quella con il magnifico e assolato mare della Sardegna.
La
dirompente title track mette in risalto da subito l’eccezionale perizia dello
strumentista nell’ambito di un brano travolgente, davvero ben concepito, da cui
è stato realizzato uno stupendo video che consiglio di godervi. Sorprendono
anche i restanti pezzi, specie la spagnoleggiante Aurora, la
sognante Pages e la dolcissima Half Of A Soul, che
ho collocato in un genere che definirei “Rock Mediterraneo”.
Avrei
potuto descrivere la musica di Piras come “World Music”, ma il richiamo al Mar
Mediterraneo e alla sua terra natia è troppo forte, per cui ho preferito accostare
le sue incursioni rock, folk, prog, jazz al Mare Nostrum, come lo chiamavano i
latini. Ritmiche esotiche ed etniche si susseguono indefessamente e ti lasciano
una gran bella serenità interiore. Di questi tempi non è una cosa da poco!
A Wizard’s Perspective
per ora è disponibile in formato digitale, mentre a luglio sarà possibile acquistarlo
anche su supporto fisico dove figurerebbe meravigliosamente come bonus track la
versione di Scarborough Fair di
Simon and Garfunkel… giudicate voi lettori…