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sabato 18 giugno 2022

CIRO PERRINO “ABSENCE OF TIME – Vol. 1”- Commento di Andrea Pintelli

 


CIRO PERRINO

“ABSENCE OF TIME – Vol. 1”

  Commento di Andrea Pintelli


Ed ecco ciò che non ti aspetti, ossia una mail di Ciro Perrino che, con la solita grazia, ti annuncia che ha pubblicato un nuovo disco.

 

Absence of Time – vol 1” è uscito lo scorso aprile e fa parte, come suggerisce il titolo, di una serie di lavori che il prolifico maestro dedicherà a musiche destinate al rilassamento, alla meditazione e all’ascolto attivo, atte a promuovere benefici emozionali e creare paesaggi interiori che possano favorire la pace e la serenità.

 

Definire prolifico il buon Ciro è dir poco, piuttosto un vulcano di idee che si concretizzano continuativamente. La sua storia era già stata raccontata anni fa in un bellissimo articolo a lui dedicato, sottoforma di intervista fatta dal sottoscritto; si spera, dunque, che l’opera dell’artista sia cosa nota ai più, giusto per iniziare a sviscerare i contenuti di questo album.

 

Composto da sei tracce di media lunghezza, per permettere all’ascoltatore di immergersi in sé stesso, il disco si apre con “New Path”, delicata e ricercata. Linea melodica a cui Ciro aggiunge in maniera sapiente delle gocce di poetica bellezza. Tintinnii evocativi che, a braccetto con archi melliflui, riescono nell’impresa di risvegliare la coscienza da un torpore che quotidianamente ci affligge. Una ricetta scaccia-stress che funziona davvero, pensata e realizzata in un mondo parallelo al nostro.

Spirits of the Woods”, nel bosco a fare compagnia alla nostra anima, riappropriandoci della parte immateriale del nostro essere. Ci sono gli elementi sulfurei dei richiami d’altrove, un ruscello ch’è vita, le luccicanti ciglia del Sole che filtrano attraverso l’immenso verde, la fauna che si annuncia in ogni dove. Noi al centro? No. Noi parte del tutto. Niente e nessuno escluso, il giorno e la notte compresi.

Only One Way”, no another. C’è solo un modo per raggiungere il benessere: tramite la serenità. Che va cercata, rincorsa, voluta. Una volta raggiunta è lì che bisogna stare. Si parte dall’accettazione altrui, dall’aiuto in principio di gratuità, dalla gentilezza spirituale. Il brano che ci accompagna simboleggia l’abbraccio perenne che dobbiamo a noi stessi per permettere di camminarci. Non un sogno, ma una strada da percorrere verso la rivelazione.



Space Boundaries”: esiste una delimitazione all’infinito? Può essere accettabile che ci sia un confine? Sperare di vagare non porta a nulla, piuttosto andare a ricercare l’armonia attraverso il suono, potrebbe essere un tentativo. Guardare e guardarsi, vivere e viversi, parlare e parlarsi, per andare oltre. Anche ai cosiddetti confini.

Far Oceans” è ammaliante, come le voci delle sirene che la popolano. Sempre guardarsi da esse, ma a volte possono essere una guida per portarci fin oltre lo sconosciuto, verso nuove possibilità d’esistenza, in luoghi di favolosa concordia. Quel “qualcosa” ci è poi rivelato con “Underwater Worlds”, dove il finalmente è davanti ai nostri occhi. Un viaggio attraverso sé stessi che, in assenza del fattore tempo e grazie a geniali intuizioni, arriva dove il desiderio si è legato alla ricerca, dove il noto è superfluo, dove il mondo sommerso è nuovamente vivo e pronto ad accoglierci.

Ed è solo il primo volume di questo straordinario itinerario.

Grazie Ciro. Ti lascio alle tue parole:




giovedì 16 giugno 2022

Gli Who nei primi concerti italiani


Come è noto ai fans, i The Who non hanno regalato all'Italia miriadi di concerti, anche se negli ultimi anni hanno cercato di rimediare.

Wazza ci invia una serie di scatti che riportano ad antiche esibizioni degli anni '67 e '72.





A Torino...




1972-Roger e Pete

1967-Roger, Pete e John

Pete e Roger

John e Keith

Pete
 

mercoledì 15 giugno 2022

CRISTINA NICO - CRISTINA NICO

 


CRISTINA NICO - CRISTINA NICO 

(OrangeHomeRecords/Believe)

 

La cantautrice genovese Cristina Nico torna con il terzo album dopo ‘L’Eremita’ (2018) e lo annuncia con il nuovo videoclip di "La sola cosa che c'è"…



Un viaggio introspettivo che attraversa il conflitto con sé stessi, gli istinti più profondi in cui dominano le pulsioni dell’Es e il senso di perdita e tradimento. In “Cristina Nico”, l’autrice compie il passo successivo a quell’’eremitaggio sociale’ che aveva lasciato nel disco precedente, spingendosi fino alla ricerca del proprio posto nel mondo, a viso aperto e senza paure, l’accettazione di una parziale incomunicabilità e della complessità dei meccanismi amorosi.

La prima parte del disco si chiude non a caso con la marcia funebre di “The idiot not savant”, in cui si prende atto dell’essere parte del ciclo vita-morte di tutte le cose. Da qui in poi Nico si risveglia dai sogni cupi: nella parte finale del disco si respira un’atmosfera solare, si assiste ad un ricongiungimento con un Sé che la riporta ad uno sguardo quasi fanciullesco. Un viaggio che si scopre non una fine ma un rinnovato inizio, ricco di riferimenti letterari tutti da (ri)scoprire. 

La matrice musicale di “Cristina Nico” è un alt-rock caldo con accenti folk e world music, mantenendo l’urgenza e il velo minimal che ha contraddistinto i lavori della cantautrice, ma allo stesso tempo facendo emergere l’eclettismo di stili e suggestioni grazie all’apporto dei musicisti: Roberto Zanisi e le sue cordofonie che donano un ‘calore mediterraneo’, Giulio Gaietto e la solidità e versatilità delle sue linee di basso, Federico “Bandiani” Lagomarsino e il drumming energico, la viola sognante di Osvaldo Loi. Le chitarre di Nico sono il ‘cuore rock’ di tutto il lavoro, a cui si aggiungono strumenti tradizionali quali il calabash, il guiro, la kalimba campionata (come in “Les fleurs du bien”).

Sentivo una grande urgenza di buttare fuori tutto quello che mi ha costretta a guardare in faccia le mie paure, a scandagliarmi più del solito in un momento di profonda crisi personale. Allo stesso tempo, o forse proprio per questo, mi sono interrogata sul senso del mio fare artistico in una situazione collettiva che ha modificato la nostra socialità, che ci ha costretto a fare i conti con la nostra solitudine, le nostre fragilità e i nostri egotismi. Ma sono anche tempi di rivoluzioni profonde che più che mai passano attraverso il privato, il coraggio di viversi liberamente”, afferma Cristina Nico.

 

TRACKLIST & CREDITS

DOUBLE MOON | LA SOLA COSA CHE C’È | OMISSIS | IL BISOGNO DI ESSERE MIGLIORE | ANIMA NIGRA | CHISSENE | LES FLEURS DU BIEN | ÊTRE SOI-MÊME=ÊTRE UN AUTRE | THE IDIOT NOT SAVANT | DOG’S WALK | LA SORGENTE | HERMES | THE IDIOT NOT SAVANT (NEW MEXICO VERSION)

 

Cristina Nico: voce, chitarra, synth, percussioni. 

Giulio Gaietto: basso, chitarra, synth, batteria, percussioni. 

Roberto Zanisi: cümbüş, chitarra portoghese, lap steel guitar, percussioni. 

Federico Lagomarsino: batteria. 

Osvaldo Loi: viola.


Musica e parole di Cristina Nico tranne“Être soi-même=être un autre” (testo Cristina Nico, musica composta da Giulio Gaietto e Federico Lagomarsino)

  

Produzione artistica di Giulio Gaietto e Cristina Nico 

Registrato, mixato e masterizzato da Giulio Gaietto presso Studio 77 di Genova 

Distribuito da OrangeHomeRecords/Believe 

In collaborazione con Lilith Festival & Label 

Foto di Marina Mazzoli. 

Artwork e grafica di Priscilla Jamone

 

TRACK BY TRACK

"Double Moon": "Luna doppia, guardami:/sono nella tua stessa condizione". Il disco si apre con un breve gospel siderale, in cui l'Io scisso, in conflitto con se stesso, proietta nel cielo notturno la visione di una Luna sdoppiata e la invoca, non per chiedere protezione ma il riconoscimento di una somiglianza fra le loro condizioni, per condividere il senso di empasse ma anche il bisogno di procedere nell'esistenza come nell'atto creativo.

"La sola cosa che c'è": primo singolo del disco, è un'intensa ballata folk rock in cui si dà voce all'Es, la componente psichica più arcaica secondo il pensiero freudiano. Al ritmo di una batteria incalzante e minimale e un giro di basso nervoso e suadente, mentre le chitarre si tingono di suggestioni morriconiane e un banjo vira verso un'atmosfera western, il canto invoca: "Vieni, Amore, vieni da me,/riempi questo vuoto che/ è la sola cosa che c’è”.

"Omissis": una drum machine dal ritmo sincopato, synth bass ossessivi, squarci di chitarre e rumori d'ambiente sono il minimale impasto musicale per parlare della crisi in un rapporto amicale/sororale a causa di non-detti divenuti pesanti quanto bugie. La difficoltà di spiegare omissioni che sabotano il bisogno di reciprocità e la fiducia: "Come trovar parole/per parole che non avrai?”.

"Il bisogno di essere migliore": musicale omaggio al Seattle's sound degli Anni ’90; una riflessione tra il volere primeggiare e il cercare di migliorare se stessə, sui narcisismi e le frustrazioni sul senso dell'espressione artistica. “Per essere migliore/potrei suonare il piffero per la rivoluzione”: si fa riferimento alla diatriba tra Elio Vittorini e Palmiro Togliatti, in cui lo scrittore siciliano rivendicava per la scrittura e l'arte tutta un'autonomia dalla politica.

Anima nigra”: un mantra in dialetto calabrese, con un bordone di chitarra che diventa una percussione portante, ad ispirare il brano è il quadro "Los fusilamientos del tres de mayo" di Francisco Goya. ‘I surdati’, i gendarmi che vengono nominati sono qualcosa di molto reale ma incarnano anche le ossessioni, le paure inconsce, personali e collettive.

"Chissene”: groove quasi r'n'b, ritornelli con coretti surf-rock, un finale memore del Neil Young più elettrico, con la lap steel di Zanisi. Il discorso vira sul senso stesso del fare artistico. “Cercare nuovi modi per dire delle cose/sempre le stesse”. Viene anche citato il Rimbaud de "Le bateau îvre", in salsa rap delle banlieues, nel punto in cui la nave/poeta dice di essere stanca di tanto navigare.

"Les fleurs du bien": ad essere citato è il titolo della famosa raccolta di poesie di Charlese Baudelaire, “Les fleurs du mal”. Il pezzo vuole ironicamente contrastare sia le demonizzazioni che le idealizzazioni di ‘certi amori’ come quello tra due donne. Squarci di quotidianità (“il mutuo a tasso fisso”), carnalità e romanticismo sembrano dire che ogni amore ha la sua dose di banalità e di imprevedibilità.

"Être soi-même=être un autre": basso, batteria e sax soprano per un brano che guarda al punk-jazz e al crossover, con un cantato, in francese, dal ritmo serratissimo. ‘Moi je est un autre’: si torna a citare Rimbaud, da una parte si evoca il senso di estraneità a sé stessa, dall'altra il desiderio di uscirne, da se stessə, di vedere e provare le cose in modo differente.

"The idiot not savant"(alt version): la prima versione è quasi una marcia funebre in cui si mescolano reminiscenze ledzeppeliniane - nelle trame di chitarra portoghese intrecciate alla chitarra elettrica - e accenti psycho rock. Si prende atto della propria ignoranza e della propria finitezza ma anche dell'essere parte di un ciclo vita-morte in cui si è interconnessi con tutto il resto, dagli insetti alle stelle.

"Dog's walk": breve strumentale dai toni lo-fi, registrazione casalinga in cui lo zampettare giocoso del cane di Nico sul parquet segna come un risveglio, un cambio di passo verso l’atmosfera più solare (se così si può dire) delle successive canzoni.

"Hermes": il brano più psichedelico del disco, con chitarre e synth dai toni dream pop, segna il recupero di uno sguardo mercuriale, fanciullesco. Quasi un flash back, una visione di bambina febbricitante in cui il messaggero degli dei “si solidifica/alla sua maniera liquida”, e si scompone in “piccole sfere azzurre/così tossiche, così carine” come il metallo a cui è stato dato il suo nome, per poi incarnarsi nella “pagina che manca”, in un “mantra di colla e carta”, che allude al collage, una delle cose in cui chi scrive ritrova il proprio Io fanciullo.

"La sorgente": ballata con gli arpeggi di çumbuš e banjo ed una voce consolante su cui si inseriscono il basso e la batteria che tessono una ritmica franta, ipnotica e cullante. Il testo esorta a non lasciarsi scoraggiare dalla disabitudine alla felicità, ad accettare le ombre: “Nera è la terra/che si sta per risvegliare": l'elemento dark, ‘ctonio’ diventa complementare a quello luminoso, vitale del Sè che ritrova sé stesso.

"The idiot not savant" (New Mex version): il disco si chiude con una versione semi pacificata di ‘The idiot not savant’. I toni funebri del brano vengono stemperati in un'atmosfera country-blues, un andamento da road-movie scandito dal guiro, percussione che ricorda il gracidare di una rana, ciclico e ossessivo, e dilatato dai suoni lunghi della lapsteel. Il viaggio finisce, ma allo stesso tempo ricomincia, concluso dal tocco di un vibraslap.

 

BIOGRAFIA

CRISTINA NICO Cantautrice e musicista genovese. Dalla fine degli anni Novanta milita in diverse band della scena rock/alternative della sua città, come cantante e chitarrista. Fin da giovanissima coltiva anche un lato lirico e cantautorale che inizialmente riversa in registrazioni casalinghe su musicassette, fino ad approdare all’esperienza del duo Cinnamomo, fra il 2003 e il 2007, e all’autoproduzione di “Daimones” del 2010, cd+libro contenente anche le riproduzioni di alcuni collage e pitture dell’artista. Dopo diversi premi e menzioni a diversi concorsi dedicati alla musica rock e d’autore, pubblica nel 2014 “Mandibole” per OrangeHomeRecords. Nello stesso anno vince il Premio Bindi. Nelle candidature alle Targhe Tenco del 2015 è in lizza in due sezioni, Opera Prima e Miglior Canzone. Nel 2016 gli YoYo Mundi la invitano a cantare nel brano “Cuore Femmina” e ad aprire alcuni dei loro concerti. È uscito nel 2018 sempre per OHR il secondo disco “L’Eremita” prodotto da Raffaele Abbate. Uscirà nella prima metà del 2022 il terzo disco, con la produzione artistica di Giulio Gaietto, per Lilith Label/OrangeHomeRecords. Ad accompagnarla dal vivo Federico “Bandiani” Lagomarsino (batteria, cori), Roberto Zanisi (lap steel, guimbri, cümbüş, chitarra), Stefano Bolchi (chitarra, basso). È una delle organizzatrici del Lilith Festival della Musica d’Autrice e produttrici dell’etichetta Lilith Label.

 

Claudia Marchetti Press//OrangeHomeRecords claudia@orangehomerecords.com





martedì 14 giugno 2022

Alfredo Marasti – “Ultimo D’Annunzio”

 


Alfredo Marasti – “Ultimo D’Annunzio”

(La Stanza Nascosta Records, 2022)

 

In tutt’altra direzione rispetto al girone infernale dei tormentoni tardo-primaverili si muove Alfredo Marasti, che in coraggiosa controtendenza sforna un concept album, Ultimo D’Annunzio- con tanto di videoclip ad alto tasso allegorico, ben tre, e supporto fisico tradizionale (corredato da ricco libretto) - ambizioso negli obbiettivi e felicissimo nella riuscita.

Ultimo D’Annunzio non è solo un geniale compendio di estetica ed etica dannunziana, ma anche una lettura del passato, con incursioni taglienti in un presente difficile e - come tutte le opere d’arte - una prefigurazione.

Si ascolti con attenzione, su tutte, Notturno, nel cui testo Marasti propone agganci stranianti con la “profezia” pasoliniana («vedo anche se non ho le prove») e con certi personaggi dall'anima duplice, divisa tra bene e male, che popolano l'universo lynchiano («Fuoco cammina con me»). 

È tornato il Novecento e vi ha spazzati via: è questa la finale sentenza del disco, dal sapore quasi apocalittico.

Nel mezzo il racconto in musica, volutamente complesso e per frammenti, dell’amante delle belle donne, delle arti e del pericolo mortale, dell'assoluto e del superficiale, di vita letteraria e di vita carnale (da Sala del Mappamondo), filtrato spesso dagli occhi delle donne che lo hanno a lungo amato, tollerato, difeso.

Da Luisa Baccara a Eleonora Duse, passando per la dispensatrice di orgasmi eccellenti (la definizione è di D’Annunzio): quella Amelie Mazoyer (rinominata Aélis dal poeta e interpretata, nel brano, dalle voci recitanti di Sara Bertolucci e Federica Guerra) che “governa” con fredda autorevolezza La Stanza della Leda, altra piccola perla dell’album.

Nove brani per nove stanze, nove spaccati di vita dannunziana (con l’eccezione della grande “intrusa”, Il Dono), tra poesia, guerra, eros e allucinazioni, a cavallo tra afflato teatrale e tensione cinematografica, filologia e intemperanza creativa.

Un disco che conferma il genio di Marasti, intellettuale fiammeggiante capace di salti e sintesi fulminanti, inscritte in un quadro sonoro visionario.


Brani  (cliccare sul titolo per ascoltare)

1 Al visitatore 2:43

2 La Stanza della Musica 3:29

3 Fiume! 5:15

4 La Stanza della Leda 3:21

5 Il Dono 4:31

6 Sala del Mappamondo 4:44

7 Da dietro il Velo 3:08

8 Sala delle Reliquie 4:21

9 Notturno 5:42




venerdì 10 giugno 2022

Elisa Montaldo - Sarah’s Theme, con la partecipazione di Barbara Rubin.Note di Fabio Rossi

 


Singolo: Sarah’s Theme 

Artista: Elisa Montaldo 

Anno: 2022 

Casa discografica: Autoprodotto 

Lineup:

Elisa Montaldo - music, piano, keyboards, effects, concept;

Barbara Rubin - viola, co-production, mix, mastering

Dollehz - video

 

La stakanovista Elisa Montaldo non finisce più di stupire! Dopo la pubblicazione degli album dévoiler (2020) e Fistful of planets part II (2021), la cantante polistrumentista ligure si è occupata della composizione delle musiche per la colonna sonora di un film (al momento non è possibile fornire notizie dettagliate).



Ad anticipare questo nuovo lavoro, è stata la recente pubblicazione del brano interamente strumentale intitolato Sarah’s Theme. Originariamente concepito per solo pianoforte, viene ora proposto con splendidi arrangiamenti curati con meticolosità dall’estro di Elisa.

La sorpresa più gradita riguarda l’apporto straordinariamente efficace della viola di Barbara Rubin, che ha trasformato il pezzo rendendolo di una bellezza davvero unica. Da evidenziare la perfetta sintonia delle due ragazze quasi suonassero insieme da una vita.  



La mia speranza è che questa gradita collaborazione possa sfociare in qualcosa di meraviglioso, magari, perché no, un album concepito a quattro mani da due delle maggiori rappresentanti del movimento neoprogressive italiano.

Per il momento godiamoci la dolcezza sublime e malinconica di Sarah’s Theme accompagnato da un video fortemente simbolico e visionario in cui sono protagoniste delle bambole volutamente sgraziate e inquietanti create dalla genialità di Dollehz, un’artista americana nota per le sue pubblicazioni su Tik Tok. 

Di seguito il video che permette di ammirare le due musiciste mentre eseguono insieme Sarah’s Theme a casa di Barbara. 

Buon ascolto e buona visione!

 

Fabio Rossi






giovedì 9 giugno 2022

AQ&F (Arnaud Quevedo & Friends) - “Roan”, di Mauro Costa

 


AQ&F (Arnaud Quevedo & Friends) - “Roan”

di Mauro Costa

 

Arnaud Quevedo chi è costui?

Nato nel 1981 a La Rochelle, piccolo capoluogo del dipartimento della Charente Marittima nella regione di Nuova Aquitania, Arnaud Quevedo è un musicista francese che insegna musica al Conservatorio di La Rochelle dal 2007.

Dopo diversi studi e concerti con i suoi studenti, veri e propri tributi a Zappa, Gong, King Crimson e Magma, ha iniziato a produrre lavori originali con il suo nome nel 2020.

Certamente non tradisce il suo bagaglio musicale fatto di paragoni importanti che fortunatamente trovano positivi riscontri nei suoi lavori.

L'universo di Arnaud rimane saldamente ancorato a uno stile jazz-rock progressivo, ma con copioso uso di teatralità ed arti visive associate alla sua musica.

Esse fanno spesso capolino nei suoi spettacoli in quanto lui stesso, estremamente poliedrico anche nell'uso di strumenti differenti in progetti differenti, risulta essere fertile ricettacolo dedito alla contaminazione artistica a 360°.

Nella fattispecie andrò a parlarvi della sua ultima fatica '(il viaggio di) Roan', un concept album che racconta il peregrinare di una persona, Roan appunto, attraverso la sua immaginazione inconscia, seguendo l'incapacità di affrontare il mondo che lo circonda nonostante una strenua lotta di adattamento.

Con una pletora di amici ai vari strumenti a tenergli testa, infatti l'album uscirà come Arnaud Quevedo & Friends (AQ&F) ecco quindi, da poco dato alle stampe in cd, 'ROAN'.

Essendo un concept album è soggetto ad una struttura piuttosto schematica, fatta di brani lunghi estremamente curati uniti ad altri molto brevi, che hanno soprattutto una funzione di interludio, per un totale di 12 tracce e una lunghezza complessiva che sfiora i 55 minuti.

'Aube', un breve e liquido duetto tra la tastiera dell'ottimo Marin Michelat e la chitarra elettrica di Arnaud, ci introduce al principio del viaggio,'Prologue', brano sostenuto dalla splendida sezione ritmica composta da Noé Russeil al basso e Anthony Raynal alla batteria con i suoi molteplici tempi dispari e da una sezione archi e di fiati di tutto rispetto; tutto il gruppo al completo, e si tratta di ben 13 elementi, s'intersecano in un convincente jazz rock con chiari ricami progressivi ed il concept album ha così il suo definitivo inizio.

"Je me vois sur la terre

C’est la voie de l’enfer "

Il nostro personaggio sballottato dalle convenzioni e constatato che la vita terrena rassomiglia alla pena da scontarsi in eterno, praticamente un inferno, prova ad affrancarsi e ad intraprendere mentalmente "il viaggio". Un intro spettrale, suonata sui tasti neri del pianoforte che presto necessita del sostegno del flauto di Manuela Perissutti, ci introduce ad uno dei brani musicalmente migliori dell'intero lavoro, 'Découverte' (Scoperta), quasi nove minuti negli stilemi più consoni di un ottimo rock sinfonico; la coesione del gruppo qui raggiunge l'amalgama perfetto.

I testi forse sono l'unico punto debole di questo lavoro: tutto sommato ci si ritrova per l'ennesima volta nella ricerca di un'ardua risposta delle fatidiche domande esistenziali. Avrei maggiormente gradito un pizzico in più di originalità.

"Mais d’où je viens et où je suis et où je vais

Je ne sais pas, je ne sais plus, j’ai oublié."

Nuovo interludio strumentale 'Curiosité', flauto e sax soprano uno dei tanti che suonerà in questo lavoro Julien Gomila, che ci introduce in un breve, ma interessantissimo divertissement di "gonghiana" inspirazione dal titolo 'Féerie' (Magia) e che il viaggio continui!

"Je suis désormais maître de mon propre vaisseau

J’accepte des passagers"

Clarinetto, oboe, sax contralto, violoncello, contrabbasso, violino e tutta la sezione ritmica in aggiunta all'elettrica di Arnaud a sostegno delle due voci, una di Arnaud stesso e l'altra, splendida, di Emeline Merlande, per tessere un intreccio a la 'Gentle Giant', che consiste nella spina dorsale di 'Dépassement' (Superare), dove il nostro Roan comincia ad avere le prime avvisaglie che il viaggio non sarà così foriero delle risposte che attendeva.

"Mais qui est le pilote

Qui joue ce sale tour"

e qui possiamo dire di essere quasi alla metà del guado.

Nuovo magnifico interludio alle tastiere 'Nostalgie', che con un incedere malinconico che ricorda un pochino i momenti più fluidi ed eterei presenti nei lavori di J.M. Jarre, disegna un rimpianto, forse un desiderio di qualcosa che ci è sfuggito e che non sia più recuperabile, ma soprattutto ci introduce al pezzo più lungo dell'intero lavoro dove tutto il gruppo spinge al massimo superandosi in bravura e coesione.

Sto parlando della splendida 'Ryoko', che con i suoi quasi 13 minuti di lunghezza è decisamente il piatto forte di 'Roan'.

Ancora una volta la splendida sezione ritmica fa da eccellente supporto alla parata dei vari strumenti che si palleggiano l'attenzione come primi attori di una felice rappresentazione; ecco quindi il contrabbasso di Eva Tribolles lasciare lo spazio all'incantevole flauto di Manuela, quindi al violoncello di Tifenn Trévinal. Un tripudio di emozioni!

Come in una splendida sfilata, sono tutti lì, gli eccellenti strumentisti, a succedersi sulla passerella per prendersi uno ad uno i meritati applausi; ora è la volta del clarinetto di Louis Théveniau, mentre si sdoppia alla chitarra elettrica e alle tastiere il "tessitore" Arnaud Quevedo.

Un'orgia di suoni si abbattono sull'ascoltatore letteralmente inebriato da tanta abbondanza, mentre il finale è una splendida cavalcata da brividi tra chitarra elettrica e sax soprano e pazienza se, nonostante l'ottimo impatto vocale, i testi, ancora una volta, non riescono a stare al passo con il magnifico impianto sonoro rimanendo poco interessanti e ripetitivi. 

"Je me demande encore d’où je viens, où je suis, où je vais

Et ce voyage, est-ce que c’était vraiment une bonne idée"

'Fardeau' (fardello) è l'ennesimo ispiratissimo raccordo basso/tastiere che introduce 'Chrysalide' (Crisalide) tutta giocata sull'alternanza oboe e flauto con gli archi ed ovviamente l'instancabile sezione ritmica a sostenere la struttura. Una meraviglia!

Stiamo correndo verso la fine di questo impegnativo e davvero riuscito lavoro di Arnaud and Friends con il penultimo brano, anch'esso strumentale intitolato 'Métamorphose' (Metamorfosi) dove le luci della ribalta sono accese sul bassista Noé Russeil e sul maestro Arnaud ed è forse il pezzo che maggiormente si spinge oltre il cliché di un ottimo prog sinfonico, osando delle sperimentazioni che potrebbero essere la base di partenza per uno step ulteriore del loro eventuale prossimo album.

'Epilogue' la traccia finale si riallaccia al prologo che abbiamo lasciato all'inizio di questo splendido cammino dove finisce, forse irrisolto nelle risposte, il viaggio di Roan, ma non finisce certo il piacere di voler riascoltare questa gemma lucente uscita miracolosamente negli anni del covid e di una recrudescenza bellica mondiale che pensavamo dimenticata.

Meglio, molto meglio, quindi respirare queste atmosfere e nutrirsi dell'arte dalle profonde radici che queste tracce musicali sprigionano copiosamente.

Chapeau!

E ascoltiamoci l’intero album suonato in studio… spettacolare!


Tracklist

1. Aube

2. Prologue

3. Découverte

4. Curiosité

5. Féerie

6. Dépassement

7. Nostalgie

8. Ryoko

9. Fardeau

10. Chrysalide

11. Métamorphose

12. Epilogue

Lunghezza totale: 54’26

 


Composto e registrato da Arnaud Quevedo

Missato e masterizzato: Arnaud Houpert – U-Fly Studio

Testi di Olivier Ginestet


Discografia

2022: Roan

2021: Electric Tales Live

2020: Electric Tales

2012: Oniz 

Links

Website: https://www.arnaudquevedo.com 

Facebook: https://www.facebook.com/ArnaudQuevedoMusic 

Youtube: https://www.youtube.com/channel/UCIUuPGwCqiTjlE07x902i2Q 

Bandcamp: https://arnaudquevedo.bandcamp.com 

FTF-Music: https://www.ftf-music.com/de/aqf/aqf.htm 

Merchandising: https://www.ftf-music.com/shop/shopaqf/shopaqf.htm 

Order Roan: https://www.ftf-music.com/news/roan/roan.htm


 


mercoledì 8 giugno 2022

Pier Piras-"A Wizard’s Perspective", commento di Fabio Rossi

 


Artista: Pier Piras

Album: A Wizard’s Perspective

Genere: Rock Mediterraneo

Anno: 2022

Casa discografica: Distrokid

 

Tracklist

1)    A Wizard’s Perspective
2) Starantela
3) Cameloth
4) Aurora
5) Pages
6) Diamond’s Heart
7) Nebula
8) Half Of A Soul

 


Lineup

Pier Piras

Bass and all instruments

 

Recensione di Fabio Rossi

 

Una delle difficoltà maggiori della musica contemporanea è quella di riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la scontatezza più assoluta e l’ostentato tecnicismo privo di qualsivoglia passione. Non è nemmeno importante l’originalità, ormai una mera utopia e lo si è capito da almeno un decennio a questa parte, ciò che si auspica è quanto meno la creatività che sappia sapientemente contemperare la destrezza dell’artista alla gradevolezza all’ascolto. Un discorso forse lapalissiano, purtroppo, però, accade sovente di imbattermi in prodotti mediocri, pur riconoscendo qualità significative sotto il profilo dell’esecuzione. La mera ostentazione della bravura è inutile se non accompagnata dalla capacità di arrivare al cuore della gente, una sintonia che sempre più raramente capita di incontrare. Quando mi è stata proposta la recensione dell’album d’esordio del bassista Pier Piras, dal cui cognome è facile risalire alla sua terra d’origine, ho temuto di dover affrontare un disco noioso che non mi avrebbe lasciato nulla dentro l’animo, uno dei tanti per capirci. Stavolta mi sono sbagliato e di grosso, perché Pier ha saputo realizzare un lavoro dove il protagonista è il suo basso (già di per sé una scelta coraggiosa) nel contesto di composizioni strumentali ottimamente strutturate e del tutto godibili.

Le otto tracce vanno ascoltate a occhi chiusi con le cuffie: l’associazione naturale che ti viene è quella con il magnifico e assolato mare della Sardegna.

La dirompente title track mette in risalto da subito l’eccezionale perizia dello strumentista nell’ambito di un brano travolgente, davvero ben concepito, da cui è stato realizzato uno stupendo video che consiglio di godervi. Sorprendono anche i restanti pezzi, specie la spagnoleggiante Aurora, la sognante Pages e la dolcissima Half Of A Soul, che ho collocato in un genere che definirei “Rock Mediterraneo”.



Avrei potuto descrivere la musica di Piras come “World Music”, ma il richiamo al Mar Mediterraneo e alla sua terra natia è troppo forte, per cui ho preferito accostare le sue incursioni rock, folk, prog, jazz al Mare Nostrum, come lo chiamavano i latini. Ritmiche esotiche ed etniche si susseguono indefessamente e ti lasciano una gran bella serenità interiore. Di questi tempi non è una cosa da poco!

A Wizard’s Perspective per ora è disponibile in formato digitale, mentre a luglio sarà possibile acquistarlo anche su supporto fisico dove figurerebbe meravigliosamente come bonus track la versione di Scarborough Fair di Simon and Garfunkel … giudicate voi lettori…