Il 14
giugno del 1971veniva rilasciato dalla
Island Records l’album “Tarkus”,
il secondo in studio di Emerson, Lake &
Palmer.
Fu inciso in soli sei giorni, nel
gennaio 1971, appena due mesi dopo la pubblicazione del loro primo album.
Tre mesi prima dell'uscita di “Tarkus”,
nel marzo 1971, il trio aveva già registrato anche l'album dal vivo “Pictures
at an Exhibition”, tuttavia, essendo quest'ultimo la rielaborazione di un'opera
di Musorgskij, la sua pubblicazione fu posticipata dal gruppo stesso alla fine
dell'anno, per dare precedenza proprio a “Tarkus” che, al contrario, conteneva
prevalentemente materiale originale.
Anche quest'album, come quello d'esordio, fu prodotto da Greg
Lake che è anche autore di tutti i testi.
I brani
Tarkus
La prima facciata del LP è
interamente occupata dalla suite che dà il titolo all'album, suddivisa in sette
sezioni musicalmente composte da Keith Emerson, ad eccezione di Battlefield,
accreditata a Lake.
Tarkus è anche il nome del mostro
immaginario raffigurato sulla copertina dell'album, disegnata da William Neal:
una sorta di gigantesco armadillo con cingoli e cannoni da carro armato,
creatura metà animale e metà macchina, la cui storia è narrata per disegni
dallo stesso Neal nell'interno copertina: nato da un uovo schiusosi durante
un'eruzione vulcanica, il mostro affronta e distrugge altri mostri mutanti che
incontra sulla sua strada: una sorta di locusta armata di missili ed uno
pterodattilo con mitragliatrici sulle ali, fino ad imbattersi nella manticora,
unico essere classicamente mitologico nonché interamente animale, senza parti
meccaniche: un leone con testa d'uomo e coda di scorpione. Questi ha la meglio
sul protagonista, che sconfitto si ritira nelle acque.
Delle sette parti che compongono la
suite, solo tre - interamente strumentali - fanno diretto riferimento nel
titolo alla "storia" di copertina (Eruption, Manticore e Aquatarkus);
i testi delle sezioni cantate parrebbero invece trattare temi differenti: la cecità
dell'uomo di fronte ai propri misfatti (Stones of Years), i membri di una sorta
di anti-chiesa malvagia e corrotta (Mass) e l'assurda tendenza umana a voler
preservare pace e prosperità attraverso le armi e la guerra (Battlefield).
Lo stesso William Neal, in un suo
libro, fornì la spiegazione del legame concettuale fra la storia illustrata ed
i testi del brano, oltre a rivelare il significato del titolo inventato da
Emerson: una crasi tra Tartarus (sinonimo latino, sia pagano che
neo-testamentario, dell'Inferno) e carcass (carcassa di animale):
«Il nome Tarkus derivò in parte da
Tartarus (Seconda lettera di Pietro, 2:4). [Il Tartaro] è un luogo di profonda
oscurità spirituale, svuotato di misericordia, simbolo appropriato per la
futilità della guerra efficacemente ritratta nel testo di Stones of Years.
Distruzione e morte sono rispecchiate nel termine carcass. Keith e gli altri
concordarono all'unanimità che il nome dovesse apparire scritto con delle ossa
- l'amalgama di 'tartaro' e 'carcassa' diede una spinta ulteriore al possente
nome.»
Il mostro cingolato è dunque metafora
dell'umanità stessa, costantemente cieca e sorda alle conseguenze distruttive
della propria condotta (il "non vedere" e il "non sentire"
ricorrono nel testo) poiché intenta a combattere una guerra dopo l'altra, lungo
il cammino della Storia.
Jeremy Bender
La facciata B si apre con una canzone
brevissima, meno di due minuti, caratterizzata dall'uso del pianoforte honky
tonk: essa inaugura una serie di brani del medesimo genere, molto amato da
Emerson, il quale d'ora in poi ne inserirà almeno uno in quasi tutti gli album
in studio del trio. Il testo, piuttosto esplicito (il titolo significa
letteralmente: «Jeremy il finocchio»), narra di un tale che, camuffato da
suora, tenta di possedere la superiora di un convento, la quale a sua volta si
rivela un travestito.
Bitches Crystal
Canzone in stile vagamente jazz su un
veloce tempo in 6/8, dal testo sulla stregoneria, le eresie e relativi roghi
dell'epoca buia dell'Inquisizione.
The
Only Way (Hymn) / Infinite Space (Conclusion)
Traccia divisa in due parti: la
prima, The Only Way, prende spunto dal tema iniziale della Toccata e
Fuga in Fa Maggiore BWV 540 di J. S. Bach, eseguito da Emerson sull'organo
della chiesa di San Marco a Londra, e sfocia in un'altra rilettura bachiana in
chiave jazz, stavolta dal Clavicembalo ben temperato (per l'esattezza, le
battute iniziali del Preludio in Re minore BWV 851).
Nel testo, Lake argomenta il proprio
ateismo col "silenzio di Dio" di fronte alla Shoah, ed invita a
vivere obbedendo solo a se stessi e alla propria capacità di giudizio, liberi
dall'inganno di falsi credi.
La seconda parte, intitolata Infinite
Space da un verso del cantato precedente, è una coda jazz strumentale,
firmata da Emerson e Carl Palmer.
A Time and a Place
Brano rock dall'incedere pesante,
simile in questo a The Barbarian dall'album precedente, sorretto
dall'inconfondibile stile di Emerson all'organo Hammond. Il testo, piuttosto
ermetico, esprime l'anelito a "un tempo e un luogo" in cui regnino
pace e silenzio, lontani dall'ira propria o altrui (take me out of temper's
hands / drag me out of burning sands / show me those who understand).
Are You Ready Eddy?
Il disco si chiude con
un'estemporanea jam rock & roll, registrata in presa diretta, con la quale
il gruppo rende omaggio all'ingegnere del suono Eddie Offord. Anche il testo è
totalmente improvvisato e ad ogni verso cantato da Lake rispondono in coro
Emerson e Palmer, caso unico in tutta la discografia del gruppo.
Agnese Valle rilegge
"Baratto" di Renato Zero: nel mese del Pride un volàno di
emancipazione sessuale.
Incipit ritmico dub e
un’evoluzione da dance anni Settanta, scandita da un basso martellante: Agnese Vallerilegge
“Baratto” di Renato Zero,
facendone - nel mese del Pride - volàno sonoro di emancipazione sessuale.
Il baratto anima un rapporto amoroso
che si libera da logiche ricattatorie e diventa gioco a viso aperto; la
camaleontica vocalità di Agnese Valle sembra compenetrare, sapientemente
bilanciate, Adamo e la sua costola, scavalcando sterili barriere di genere.
Baratto anticipa il prossimo lavoro in
studio della cantautrice, I miei uomini, che verrà pubblicato nel
prossimo autunno per Maremmano Records.
Si tratta del primo album che vede la
cantautrice e clarinettista romana- che dal 2020 ha un suo programma su Radio
Elettrica ed è Vocal Coach nella scuola di Amici di Maria de Filippi- in veste
esclusivamente di interprete.
La cantautrice - si legge nella nota stampa - ha
deciso di rileggere una serie di canzoni nate al maschile che hanno segnato il
suo percorso artistico e personale, donando loro un nuovo punto di vista,
quello femminile.
D’altra parte, l’interpretazione di
canzoni nate al maschile e la loro “traduzione”, sia mediante una cifra
artistica peculiare che attraverso il filtro di una diversa sensibilità - esito
anche della traslazione di genere - è una costante della produzione artistica
di Agnese Valle, che negli anni ha realizzato riletture di Enzo Jannacci, Ivan
Graziani e Ivano Fossati, perfettamente integrate nei suoi lavori discografici.
Cavalcando l’attuale questione della
linguistica contemporanea che vede cambiare il significato delle cose se
declinate al maschile o al femminile - spiega la cantautrice - nel titolo faccio mia una
locuzione solitamente pronunciata dagli uomini in termini di possesso e la
utilizzo invece per tracciare un’appartenenza emotiva. Così come nel disco
alcune parole (ma non tutte) cambiano desinenza, lo sguardo e la vocalità
femminile generano nuove narrazioni.
Agnese Valle, dunque, denuncia
provocatoriamente la polarizzazione di aggettivi e sostantivi, ossia il loro
mutare di significato in relazione al fatto che riguardino un uomo e una donna.
Pensiamo ad esempio all’espressione
“uomo perduto” che allude ad un uomo in una generica condizione di smarrimento,
mentre il corrispondente femminile- “donna perduta” - è da intendersi
solitamente riferito ad una condotta sessuale “marchiata” come sconveniente.
Consapevole del fatto che
l’interconnessione di linguaggio e pensiero implica che la mancanza di segni
per esprimere una realtà significa non soltanto non poterla nominare e dunque
comunicare, ma anche non possederla nel proprio mondo simbolico (Priulla, 2013),
Agnese Valle “gioca” con la polarizzazione semantica, rivelandone controsensi e
storture, con l’auspicio che una presa di coscienza a livello linguistico possa
innescare un cambiamento anche sul piano sociale.
Nell’attesa dell’album, che secondo
le prime indiscrezioni avrà un sound contemporaneo e variegato, con frequenti
incursioni nell’elettronica- ecco le prime date del tour estivo:
17 giugno – 23°Estate Romana XIV municipio –
Roma
13 luglio – Quid Club – Roma
21 luglio – Iapri Festival – Naso (Messina)
29 luglio – Roccalling Festival – Roccagorga (Latina)
È uscito il 26 maggio su tutte le
piattaforme digitali, per l’etichetta La Stanza Nascosta Records, il singolo “La legge del tempo”, della cantautrice Pamela Guglielmetti. Disponibile dal 30 maggio
anche il videoclip ufficiale; una produzione Masterblack, per la
regia di Andry Verga.
Dal brano, magistralmente arrangiato,
emerge l’impostazione vocale teatrale di Guglielmetti, che veste con
impeto un brano raffinato e suggestivo.
Abbiamo incontrato l’artista per una chiacchierata sulla sua
musica e, più in generale, sulla sua arte.
È da poco uscito il
suo nuovo singolo, “La legge del tempo”, su etichetta La Stanza Nascosta
Records.
Il suono di strumenti
reali si fonde a quello di strumenti digitali cercando un punto di incontro,
una unione di linguaggi. Salvatore ed io abbiamo deciso di trasformare il nuovo
progetto discografico in un viaggio alla ricerca di atmosfere e suggestioni
inedite. -
ha dichiarato.
Vuole parlarci più
diffusamente del lavoro fatto con il co-compositore Franco Tonso e con il
produttore Salvatore Papotto?
“La legge del Tempo”,
come tutti gli altri brani del nuovo progetto discografico, è nato in una
versione piano/voce. Con la proposta di contratto da parte de La Stanza
Nascosta Records, ho sentito il desiderio di proporre a Franco Tonso la
scrittura delle versioni pianistiche di accompagnamento. Io e Franco stavamo
già collaborando. A partire dai miei accordi, gli ho dato carta bianca, perché
sapevo che oltre ad essere un talentuoso musicista lo caratterizza una
raffinatezza di stile. Il primo lavoro è stato a quattro mani: mentre davo vita
a testi ed accordi, Franco si calava nelle atmosfere profonde delle mie parole.
Non è semplice confrontarsi con i miei testi, perché toccano corde profonde,
sono densi di elementi simbolici e portano sempre in primo piano la sfera
emozionale. Quando Salvatore Papotto ha ascoltato per la prima volta i miei
lavori passati ha subito colto queste note distintive. Per questa ragione,
quando sono pervenuti all’etichetta i provini dei brani nuovi, che presentavano
già identità ben delineate, è nata la scelta condivisa di non concepire gli
arrangiamenti strumentali come un supporto di accompagnamento, ma come “un’anima
sonora” in grado di ampliare le atmosfere dei brani e delle parole. In questi
pezzi non c’è divisione tra voce e strumenti. Ne “La legge del tempo” il
racconto in voce si svolge e viene sostenuto da suggestioni, suoni, ritmi che
mutano al mutare del significato emotivo e spirituale delle parole. Una
commistione nella quale gli elementi reali e quelli digitali danzano al 50 e
50. Il mio secondo e terzo album contengono brani esclusivamente acustici, non
ho mai pensato di utilizzare suoni elettronici, non li sentivo nelle mie corde.
Eppure, ho voluto dare massima libertà alle idee di Salvatore, che ha grande
sensibilità ed è un grande sperimentatore. Le bozze di arrangiamento mi hanno
convinta subito: ho scoperto che Salvatore non fa mai un inserimento a caso,
ogni scelta è motivata ma non tanto da fattori tecnici, piuttosto da immagini
emotive che lui riesce a rappresentare con grande incisività. L’intento
condiviso è stato quello di impiegare varie sonorità, cercando una fusione
alchemica che restituisse dimensioni intime umane e sentimenti, senza cadere in
risultati artefatti. Una scelta importante, ad esempio, è stata quella di non
abusare negli effetti vocali, preservando il carattere autoriale, e di evitare
totalmente il tanto abusato vox tuning che oggi imperversa anche dal
vivo. Solo la voce naturale può trasferire calore umano e sottolineare parola
per parola quello che racconta.
Il singolo precede
l’uscita del suo quarto album in studio, prevista per il prossimo autunno. Cosa
dobbiamo attenderci?
In completamento a
quando ho raccontato sinora, che già descrive in parte l’anima del lavoro,
direi un vero e proprio viaggio multisensoriale, nel quale ognuno può ritrovare
frammenti della propria storia, riconoscersi, e aprire finestre sul proprio
personalissimo percorso. La vita è un susseguirsi di chiaroscuri, ma ogni
sfumatura può essere compresa, accolta e trasformata da un raggio di sole.
Il videoclip (una
produzione Masterblack, per la regia di Andry Verga) è intriso di simbolismi
cromatici…
Sono grata a questo
momento della mia vita, che mi ha fatto incontrare professionisti dotati di
talento, umanità e sensibilità. Andry è stato capace di tradurre in immagini la
storia narrata, gli stati emotivi, le variazioni sonore e sì, anche gli
elementi simbolici che a me sono tanto cari e inserisco sempre nella mia
scrittura. Il videoclip è giocato su 3 colori molto importanti. Mi rifaccio
spesso ad altre culture perché quella occidentale ha perso qualsiasi
collegamento con i cicli naturali della vita e i misteri dell’esistenza. In
questo singolo abbiamo introdotto rosso nero e bianco, ma in chiave molto
diversa da quella che siamo abituati e conoscere e ci viene insegnata. Sento a
me molto affini le culture precolombiane, in particolare quella Maya, che considera
gli spettri cromatici un elemento integrante la vita stessa e i suoi cicli. Il
rosso nel mio video non si riferisce tanto alla passione, all’amore, ma alla
forza vitale, al nutrimento, alla nascita, alle risorse di sopravvivenza ed in
primis alla “sincronicità del tempo”, che è il tema centrale del mio brano. Il
Nero è tutt’altro che un cromatismo negativo, rappresenta lo spazio di
raccoglimento in cui potere ritrovare sé stessi, la pausa, l’abbraccio in cui
stringersi ed ascoltarsi osservando ciò che custodiamo e ciò che ci circonda.
Il nero corrisponde all’ovest, dove il sole tramonta e si ritira, ma è anche il
cielo di notte, l’unico momento in cui è possibile osservare le stelle. Il
bianco rappresenta la trasformazione, la manifestazione, la morte e la
rinascita, il segnale da seguire. Questi tre colori si avvicendano e
sottolineano i passaggi trasformativi che avvengono quando l’incontro con
l’altro mette inevitabilmente a nudo le ferite di ognuno, svela bisogni emotivi
differenti, restituisce una immagine di sé dalla quale si cerca di fuggire,
fino a che si è portati a trovare nuovi equilibri salvifici.
Lei è attrice,
coreografa, regista, scrittrice e cantautrice… cosa le viene maggiormente
naturale e cosa invece le richiede un maggiore sforzo di studio?
Ho sempre spaziato
tra le arti, sin da piccola. Ho sempre sentito il desiderio di esprimermi, in
qualunque modo. Ho intrapreso studi artistici, mi sono occupata di arti visive,
allestimenti museali, fotografia, ho danzato per anni. Quando la vita mi ha
posto di fronte a fermate obbligate mi sono reinventata e ho continuato a
spaziare. Non mi sono mai fermata, ho sempre integrato tutte le esperienze che
facevo. Non ho mai trovato alcuna difficoltà nel confrontarmi con i linguaggi
creativi ed artistici, sono la mia essenza vitale. Scrivo con urgenza e
naturalezza, uso il corpo come uso la parola, emergono spontaneamente panorami
sonori e comunico come se fosse il mio secondo respiro. Mi sono formata, ma la
parola “studio” l’ho abbandonata presto lasciando spazio ad un profondo ascolto
interiore e seguendo tutto ciò che la mia natura mi suggerisce. Non potrei
essere una sola di queste cose, sono tutte loro integrate. Il mio lavoro
musicale accoglie la scrittura, la composizione, la comunicazione, l’espressione
corporea, il canto in una manifestazione di insieme. Il videoclip de “La legge
del tempo” rivela tutti questi miei aspetti, forse per la prima volta
rappresentati all’unisono, per questo è un lavoro a cui tengo molto.
Solitamente mi si può conoscere davvero soltanto nelle dimensioni live, per
tale motivo ho deciso di iniziare a rappresentare le mie tante forme anche
visivamente.
La
sua musica in tre aggettivi?
È difficilissimo
rispondere! Devo compiere uno sforzo immenso per definirla… Potrei dire
emotiva, sospesa, ispirata.
Il
libro che ha sul comodino?
Gliene cito due, che
sono dello stesso autore, Paolo Coelho. I suoi scritti chiedono di potere
entrare nelle nostre profondità eppure, spesso, leggo su di lui commenti che lo
descrivono come “uno scrittore per donne sentimentali”. Le parole di Coelho
sono spesso affilate come una lama, trasformative, esigono disciplina, io direi
invece che è uno scrittore per “cuori forti”.
Il libro che più amo
in assoluto, di cui conservo ogni giorno gli insegnamenti è “L’Alchimista”.
Gliene cito un
secondo perché è realmente quello che ho sul comodino, l’ho acquistato oggi.
Non leggevo Coelho da anni, oggi mi sono ritrovata tra le mani il “Manuale del
guerriero della luce”.
In
“Cammino Controvento” ha riletto “Abbi cura di me” di Simone Cristicchi,
quale cantautore le piacerebbe “coverizzare” in futuro?
A
questa domanda rispondo in modo evasivo. Non voglio anticipare nulla. Dico
soltanto che nel nuovo album ci sarà una sorpresa.
Le
voci femminili che ama maggiormente?
Alice, Gabriella
Ferri, Mia Martini, Nora Jones… sono legata ai panorami di anni passati e alle
voci emotive. Amo anche moltissimi autori maschili, però, tra quelli che più mi
emozionano c’è Sergio Cammariere.
La canzone che
avrebbe voluto scrivere?
“C’è tempo” di
Fossati.
Il pezzo scritto da
lei che considera meno riuscito e quello che invece apprezza di più?
C’è un pezzo che ho
scritto, ma non ho mai rappresentato in “live”. Si chiama “La prima Stella”. È
un brano che ho scoperto essere “per me”. Mi spiego meglio: il testo è molto
intenso, ma non sono mai stata soddisfatta della resa armonica e melodica. Ho
capito negli anni che si tratta di un pezzo che ho avuto il bisogno di mettere
su carta per me stessa, per guarirmi. Ed in tal senso non posso definirlo un
pezzo meno riuscito, ha portato a compimento il suo ruolo. Forse un giorno, se
ne sentirò l’utilità, non è escluso che tornerà in rielaborazione. Per il
momento è conservato in uno spazio intimo.
Quello che amo
maggiormente è contenuto nel nuovo progetto. Un anno fa avrei risposto “Il
Tempo non esiste”. Oggi no, ma non posso dire altro per ora.
Che
rapporto ha con il suo pubblico?
Il pubblico è la mia
estensione. Non è un elemento distinto. Nel momento in cui salgo su di un
palcoscenico io sono le persone che ho di fronte, loro sono me. Anche durante
gli anni dediti puramente al teatro non ho mai voluto usare registri “maestri”.
Sono sempre stata una narratrice, e sento l’energia delle persone, come sento
la bolla emozionale che si crea. Non ho mai amato “esibirmi”, ho sempre amato
costruire un ponte empatico, comunicare. Non sono una artista da grandi palchi,
in cui si fa fatica a distinguere chi hai davanti, e desidero che coloro che mi
ascoltano possano anche sentire il mio respiro, e vedere brillare i miei occhi,
il mio essere umana.
Il
tratto prevalente del suo carattere?
L’alternanza tra
forte determinazione e tenacia, e una sensibilità estrema. Anche in questo caso,
non riesco a parlare di un solo tratto. Posso essere vista come la donna forte
e determinata che non molla mai e non ha paura di nulla, ma anche quella che
raccoglie sassi sulla spiaggia, si commuove per tutto e può essere fragile.
Sono queste due polarità e tutte le sfumature che le uniscono.
Scopriamo l'evoluzione di Pamela Guglielmetti...
Una carriera tra danza,
teatro e musica, un percorso artistico sempre nuovo scandito in ogni tappa da
coraggio e urgenza di comunicare. È passata dalla scrittura a un’ultima
sorprendente evoluzione: il cantautorato. Il suo è da sempre un viaggio
eterogeneo tra le arti, guidato dall’istinto e capace di abbracciare la
dimensione più intima del pubblico. Eporediese di nascita, ma ligure
d’adozione, Pamela Guglielmetti è un’attrice, coreografa, regista, scrittrice e
cantautrice: artista dalle mille sfumature, ha pubblicato il suo primo album
“L’eco dei mondi perduti” nel 2019 e “Frammenti”, disco candidato al Premio
Tenco 2020.
Lo spettacolo “una vita”,
strutturato sulle memorie di Luciana Nissim Momigliano (in particolare sulla
sua prigionia nei lager nazisti), una delle massime esponenti della
psicoanalisi italiana, è stato rappresentato nel 2015 al Teatro Franco Parenti
di Milano e in numerose altre repliche. Una trasposizione teatrale in cui la
voce gioca un ruolo fondamentale.
Ma, dopo dieci anni di
carriera, irrompe un fulmine al ciel sereno, costretta ad abbandonare la danza
a causa di un imprevisto problema di salute. Un ostacolo? No, un nuovo inizio,
condotto dalle necessità di condividere e di raccontare, elementi che l’hanno
sempre accompagnata nel suo percorso artistico. La cantautrice è ripartita così
dalla voce, innalzandola a mezzo di narrazione, di espressione, di cura e di
comunicazione. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo progetto “L’eco dei mondi
perduti”: undici tracce in cui invita, tra musica e parole, a scavare dentro sé
stessi, per ritrovare “i mondi perduti” tralasciati o sacrificati.
Nel 2020 ha visto la luce
“Frammenti”, un disco d’istinto, che mostra senza filtri la sua determinazione
nel far riflettere l’ascoltatore, affrontando temi come paura, abbandono e
separazione, ma anche rinascita, amore e ricerca della libertà.
Il 2021 segna un momento
storico profondamente difficile per la musica e l'espressione artistica. Pamela
non desiste, l'esigenza comunicativa si rafforza e nasce (titolo). Il terzo,
nuovo album, racchiude la massima essenza artistica della cantautrice in tutte
le sue sfumature e corde espressive e celebra, tramite passi estremamente
coraggiosi, quella che è una scelta di vita, per la vita. Cammino controvento attraversa terreni paludosi con occhi nuovi e
mostra cosa si può scorgere oltre il buio, scostando il velo di una realtà
"acquisita", alla ricerca della propria verità.
Il recente lavoro
discografico si candida all’edizione 2022 del Premio Tenco, del Premio Bindi e
del Premio Bianca d’Aponte.
Ma la sua vera dimensione
è sul palco. L’universo di danza e teatro è presente anche durante i suoi
concerti che, tra musica, interpretazione e linguaggio del corpo, disegna dal
vivo ogni sfumatura artistica, senza dimenticare di creare un ponte empatico
con il pubblico.
Di recentissima uscita,
il 26 maggio 2023, il nuovo singolo “La legge del tempo” su etichetta La Stanza
Nascosta Records, che precede un nuovo progetto discografico in uscita per
l’autunno.
1.Protect Us from the Truth
2. Glass
3. The Potter's Field
4. Jellyfish Bowl
5. The Heresiarch
6. The Inner Circle
7. A Chair at the Backdoor
Line Up
Antonio Lo Piparo – bass
Daniele Riotti – batteria
Fulvio Solari – chitarra
Fabio Vrenna - mellotron, chitarra
Altri musicisti:
Ilaria Vrenna (piano sulle composizioni 1,2 e
6)
Simone Salvatori (piano sulla composizione 4)
Gregory Ezechieli (sassofono sulle
composizioni 1 e7)
“
Un attento cultore della musica prog d’annata intuirà, sin
troppo facilmente, che il nome della band ligure Giant
The Vineha palesi riferimenti a
gruppi del calibro Gentle Giant e Genesis. Infatti, Giant e One For
The Vine sono il titolo di brani celeberrimi delle due storiche formazioni
inglesi. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes! Ascoltando la musica del
loro secondo album, “A Chair At The Backdoor”,
i Giant The Vine mostrano il loro smisurato amore verso il prog, ma non
rimangono ancorati agli anni Settanta, sviluppando sonorità dall’approccio più
moderno accostabili, per esempio, ai Porcupine Tree, Laviàntica o ai Secret
Machines, non disdegnando digressioni verso il post rock.
Le sette composizioni, abbellite talvolta
dalla presenza del pianoforte e del sassofono, sono interamente strumentali e
d’altronde anche il precedente disco Music for Empty Places del 2019 aveva la medesima caratteristica.
La qualità del soundwriting è di
elevata caratura e certamente questo lavoro otterrà ampi consensi tra gli
appassionati del genere. La musica sa essere potente, ma anche sinuosa e si
presenta in una veste diretta senza inutili e ridondanti orpelli, direi che i
Giant The Vine abbiano volutamente cercato di evitare l’eccessiva complessità e pomposità
che talvolta caratterizzano prodotti similari. Una scelta che trovo
assolutamente corretta specie se si vuole puntare verso un pubblico più vasto
oltre a quello di nicchia.