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mercoledì 14 giugno 2023

Il 14 giugno del 1971 usciva "Tarkus": riascoltiamolo nell'articolo


 

Il 14 giugno del 1971 veniva rilasciato dalla Island Records l’album “Tarkus”, il secondo in studio di Emerson, Lake & Palmer.

Fu inciso in soli sei giorni, nel gennaio 1971, appena due mesi dopo la pubblicazione del loro primo album.

Tre mesi prima dell'uscita di “Tarkus”, nel marzo 1971, il trio aveva già registrato anche l'album dal vivo “Pictures at an Exhibition”, tuttavia, essendo quest'ultimo la rielaborazione di un'opera di Musorgskij, la sua pubblicazione fu posticipata dal gruppo stesso alla fine dell'anno, per dare precedenza proprio a “Tarkus” che, al contrario, conteneva prevalentemente materiale originale.

Anche quest'album, come quello d'esordio, fu prodotto da Greg Lake che è anche autore di tutti i testi.

 


I brani 

Tarkus

La prima facciata del LP è interamente occupata dalla suite che dà il titolo all'album, suddivisa in sette sezioni musicalmente composte da Keith Emerson, ad eccezione di Battlefield, accreditata a Lake.

Tarkus è anche il nome del mostro immaginario raffigurato sulla copertina dell'album, disegnata da William Neal: una sorta di gigantesco armadillo con cingoli e cannoni da carro armato, creatura metà animale e metà macchina, la cui storia è narrata per disegni dallo stesso Neal nell'interno copertina: nato da un uovo schiusosi durante un'eruzione vulcanica, il mostro affronta e distrugge altri mostri mutanti che incontra sulla sua strada: una sorta di locusta armata di missili ed uno pterodattilo con mitragliatrici sulle ali, fino ad imbattersi nella manticora, unico essere classicamente mitologico nonché interamente animale, senza parti meccaniche: un leone con testa d'uomo e coda di scorpione. Questi ha la meglio sul protagonista, che sconfitto si ritira nelle acque.

Delle sette parti che compongono la suite, solo tre - interamente strumentali - fanno diretto riferimento nel titolo alla "storia" di copertina (Eruption, Manticore e Aquatarkus); i testi delle sezioni cantate parrebbero invece trattare temi differenti: la cecità dell'uomo di fronte ai propri misfatti (Stones of Years), i membri di una sorta di anti-chiesa malvagia e corrotta (Mass) e l'assurda tendenza umana a voler preservare pace e prosperità attraverso le armi e la guerra (Battlefield).

Lo stesso William Neal, in un suo libro, fornì la spiegazione del legame concettuale fra la storia illustrata ed i testi del brano, oltre a rivelare il significato del titolo inventato da Emerson: una crasi tra Tartarus (sinonimo latino, sia pagano che neo-testamentario, dell'Inferno) e carcass (carcassa di animale):

«Il nome Tarkus derivò in parte da Tartarus (Seconda lettera di Pietro, 2:4). [Il Tartaro] è un luogo di profonda oscurità spirituale, svuotato di misericordia, simbolo appropriato per la futilità della guerra efficacemente ritratta nel testo di Stones of Years. Distruzione e morte sono rispecchiate nel termine carcass. Keith e gli altri concordarono all'unanimità che il nome dovesse apparire scritto con delle ossa - l'amalgama di 'tartaro' e 'carcassa' diede una spinta ulteriore al possente nome

Il mostro cingolato è dunque metafora dell'umanità stessa, costantemente cieca e sorda alle conseguenze distruttive della propria condotta (il "non vedere" e il "non sentire" ricorrono nel testo) poiché intenta a combattere una guerra dopo l'altra, lungo il cammino della Storia.

 

Jeremy Bender

La facciata B si apre con una canzone brevissima, meno di due minuti, caratterizzata dall'uso del pianoforte honky tonk: essa inaugura una serie di brani del medesimo genere, molto amato da Emerson, il quale d'ora in poi ne inserirà almeno uno in quasi tutti gli album in studio del trio. Il testo, piuttosto esplicito (il titolo significa letteralmente: «Jeremy il finocchio»), narra di un tale che, camuffato da suora, tenta di possedere la superiora di un convento, la quale a sua volta si rivela un travestito.

 

Bitches Crystal

Canzone in stile vagamente jazz su un veloce tempo in 6/8, dal testo sulla stregoneria, le eresie e relativi roghi dell'epoca buia dell'Inquisizione.

 

The Only Way (Hymn) / Infinite Space (Conclusion)

Traccia divisa in due parti: la prima, The Only Way, prende spunto dal tema iniziale della Toccata e Fuga in Fa Maggiore BWV 540 di J. S. Bach, eseguito da Emerson sull'organo della chiesa di San Marco a Londra, e sfocia in un'altra rilettura bachiana in chiave jazz, stavolta dal Clavicembalo ben temperato (per l'esattezza, le battute iniziali del Preludio in Re minore BWV 851).

Nel testo, Lake argomenta il proprio ateismo col "silenzio di Dio" di fronte alla Shoah, ed invita a vivere obbedendo solo a se stessi e alla propria capacità di giudizio, liberi dall'inganno di falsi credi.

La seconda parte, intitolata Infinite Space da un verso del cantato precedente, è una coda jazz strumentale, firmata da Emerson e Carl Palmer.

 

A Time and a Place

Brano rock dall'incedere pesante, simile in questo a The Barbarian dall'album precedente, sorretto dall'inconfondibile stile di Emerson all'organo Hammond. Il testo, piuttosto ermetico, esprime l'anelito a "un tempo e un luogo" in cui regnino pace e silenzio, lontani dall'ira propria o altrui (take me out of temper's hands / drag me out of burning sands / show me those who understand).

 

Are You Ready Eddy?

Il disco si chiude con un'estemporanea jam rock & roll, registrata in presa diretta, con la quale il gruppo rende omaggio all'ingegnere del suono Eddie Offord. Anche il testo è totalmente improvvisato e ad ogni verso cantato da Lake rispondono in coro Emerson e Palmer, caso unico in tutta la discografia del gruppo.

 


Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Testi di Greg Lake.

 

Lato A

Tarkus– 20:42

Eruption – 2:44 (musica: Keith Emerson)

Stones of Years – 3:45 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Iconoclast – 1:15 (musica: Keith Emerson)

Mass – 3:13 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Manticore – 1:52 (musica: Keith Emerson)

Battlefield – 4:06 (musica: Greg Lake)

Aquatarkus – 3:47 (musica: Keith Emerson)

Lato B

Jeremy Bender – 1:50 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Bitches Crystal – 3:58 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

The Only Way (Hymn) – 3:48 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Infinite Space (Conclusion) – 3:20 (musica: Keith Emerson, Carl Palmer)

A Time and a Place – 3:01 (musica: Keith Emerson, Greg Lake, Carl Palmer)

AreYou Ready Eddy? – 2:10 (musica: Keith Emerson, Greg Lake, Carl Palmer)

 

Formazione

Keith Emerson – tastiera

Greg Lake – basso, voce, chitarra

Carl Palmer – batteria, percussioni

 




venerdì 9 giugno 2023

Agnese Valle rilegge "Baratto" di Renato Zero-Commento di Claudia Erba


COMMENTO DI CLAUDIA ERBA

Agnese Valle rilegge "Baratto" di Renato Zero: nel mese del Pride un volàno di emancipazione sessuale.


Incipit ritmico dub e un’evoluzione da dance anni Settanta, scandita da un basso martellante: Agnese Valle rilegge “Baratto” di Renato Zero, facendone - nel mese del Pride - volàno sonoro di emancipazione sessuale.

Il baratto anima un rapporto amoroso che si libera da logiche ricattatorie e diventa gioco a viso aperto; la camaleontica vocalità di Agnese Valle sembra compenetrare, sapientemente bilanciate, Adamo e la sua costola, scavalcando sterili barriere di genere.

Baratto anticipa il prossimo lavoro in studio della cantautrice, I miei uomini, che verrà pubblicato nel prossimo autunno per Maremmano Records.

Si tratta del primo album che vede la cantautrice e clarinettista romana- che dal 2020 ha un suo programma su Radio Elettrica ed è Vocal Coach nella scuola di Amici di Maria de Filippi- in veste esclusivamente di interprete.

La cantautrice - si legge nella nota stampa - ha deciso di rileggere una serie di canzoni nate al maschile che hanno segnato il suo percorso artistico e personale, donando loro un nuovo punto di vista, quello femminile.

D’altra parte, l’interpretazione di canzoni nate al maschile e la loro “traduzione”, sia mediante una cifra artistica peculiare che attraverso il filtro di una diversa sensibilità - esito anche della traslazione di genere - è una costante della produzione artistica di Agnese Valle, che negli anni ha realizzato riletture di Enzo Jannacci, Ivan Graziani e Ivano Fossati, perfettamente integrate nei suoi lavori discografici.


Cavalcando l’attuale questione della linguistica contemporanea che vede cambiare il significato delle cose se declinate al maschile o al femminile - spiega la cantautrice - nel titolo faccio mia una locuzione solitamente pronunciata dagli uomini in termini di possesso e la utilizzo invece per tracciare un’appartenenza emotiva. Così come nel disco alcune parole (ma non tutte) cambiano desinenza, lo sguardo e la vocalità femminile generano nuove narrazioni.

Agnese Valle, dunque, denuncia provocatoriamente la polarizzazione di aggettivi e sostantivi, ossia il loro mutare di significato in relazione al fatto che riguardino un uomo e una donna.

Pensiamo ad esempio all’espressione “uomo perduto” che allude ad un uomo in una generica condizione di smarrimento, mentre il corrispondente femminile- “donna perduta” - è da intendersi solitamente riferito ad una condotta sessuale “marchiata” come sconveniente.

Consapevole del fatto che l’interconnessione di linguaggio e pensiero implica che la mancanza di segni per esprimere una realtà significa non soltanto non poterla nominare e dunque comunicare, ma anche non possederla nel proprio mondo simbolico (Priulla, 2013), Agnese Valle “gioca” con la polarizzazione semantica, rivelandone controsensi e storture, con l’auspicio che una presa di coscienza a livello linguistico possa innescare un cambiamento anche sul piano sociale.

Nell’attesa dell’album, che secondo le prime indiscrezioni avrà un sound contemporaneo e variegato, con frequenti incursioni nell’elettronica- ecco le prime date del tour estivo:

 

17 giugno – 23°Estate Romana XIV municipio – Roma

13 luglio – Quid Club – Roma

21 luglio – Iapri Festival – Naso (Messina)

29 luglio – Roccalling Festival – Roccagorga (Latina)

 

Link all’ascolto:

https://open.spotify.com/album/7ttb355OCpVQWox5Hieox1?referral=labelaffiliate&utm_source=1101lwQ8bo35&utm_medium=Indie_Believe&utm_campaign=labelaffiliate


 





martedì 6 giugno 2023

Il compleanno di Tony Levin


Compie gli anni oggi, 6 maggio,Tony Levin, bassista, contrabassista, stickista.

Musicista molto dotato tecnicamente e richiestissimo session man.
Famoso soprattutto per aver suonato con Peter Gabriel e King Crimson.

Happy Birthady Tony!
Wazza







domenica 4 giugno 2023

Intervista alla cantautrice Pamela Guglielmetti, dopo l'uscita del singolo “La legge del tempo”

 

È uscito il 26 maggio su tutte le piattaforme digitali, per l’etichetta La Stanza Nascosta Records, il singolo “La legge del tempo”, della cantautrice Pamela Guglielmetti. Disponibile dal 30 maggio anche il videoclip ufficiale; una produzione Masterblack, per la regia di Andry Verga.

Dal brano, magistralmente arrangiato, emerge l’impostazione vocale teatrale di Guglielmetti, che veste con impeto un brano raffinato e suggestivo.


Abbiamo incontrato l’artista per una chiacchierata sulla sua musica e, più in generale, sulla sua arte.


È da poco uscito il suo nuovo singolo,La legge del tempo”, su etichetta La Stanza Nascosta Records.

Il suono di strumenti reali si fonde a quello di strumenti digitali cercando un punto di incontro, una unione di linguaggi. Salvatore ed io abbiamo deciso di trasformare il nuovo progetto discografico in un viaggio alla ricerca di atmosfere e suggestioni inedite. - ha dichiarato.

Vuole parlarci più diffusamente del lavoro fatto con il co-compositore Franco Tonso e con il produttore Salvatore Papotto?

“La legge del Tempo”, come tutti gli altri brani del nuovo progetto discografico, è nato in una versione piano/voce. Con la proposta di contratto da parte de La Stanza Nascosta Records, ho sentito il desiderio di proporre a Franco Tonso la scrittura delle versioni pianistiche di accompagnamento. Io e Franco stavamo già collaborando. A partire dai miei accordi, gli ho dato carta bianca, perché sapevo che oltre ad essere un talentuoso musicista lo caratterizza una raffinatezza di stile. Il primo lavoro è stato a quattro mani: mentre davo vita a testi ed accordi, Franco si calava nelle atmosfere profonde delle mie parole. Non è semplice confrontarsi con i miei testi, perché toccano corde profonde, sono densi di elementi simbolici e portano sempre in primo piano la sfera emozionale. Quando Salvatore Papotto ha ascoltato per la prima volta i miei lavori passati ha subito colto queste note distintive. Per questa ragione, quando sono pervenuti all’etichetta i provini dei brani nuovi, che presentavano già identità ben delineate, è nata la scelta condivisa di non concepire gli arrangiamenti strumentali come un supporto di accompagnamento, ma come “un’anima sonora” in grado di ampliare le atmosfere dei brani e delle parole. In questi pezzi non c’è divisione tra voce e strumenti. Ne “La legge del tempo” il racconto in voce si svolge e viene sostenuto da suggestioni, suoni, ritmi che mutano al mutare del significato emotivo e spirituale delle parole. Una commistione nella quale gli elementi reali e quelli digitali danzano al 50 e 50. Il mio secondo e terzo album contengono brani esclusivamente acustici, non ho mai pensato di utilizzare suoni elettronici, non li sentivo nelle mie corde. Eppure, ho voluto dare massima libertà alle idee di Salvatore, che ha grande sensibilità ed è un grande sperimentatore. Le bozze di arrangiamento mi hanno convinta subito: ho scoperto che Salvatore non fa mai un inserimento a caso, ogni scelta è motivata ma non tanto da fattori tecnici, piuttosto da immagini emotive che lui riesce a rappresentare con grande incisività. L’intento condiviso è stato quello di impiegare varie sonorità, cercando una fusione alchemica che restituisse dimensioni intime umane e sentimenti, senza cadere in risultati artefatti. Una scelta importante, ad esempio, è stata quella di non abusare negli effetti vocali, preservando il carattere autoriale, e di evitare totalmente il tanto abusato vox tuning che oggi imperversa anche dal vivo. Solo la voce naturale può trasferire calore umano e sottolineare parola per parola quello che racconta.

Il singolo precede l’uscita del suo quarto album in studio, prevista per il prossimo autunno. Cosa dobbiamo attenderci?

In completamento a quando ho raccontato sinora, che già descrive in parte l’anima del lavoro, direi un vero e proprio viaggio multisensoriale, nel quale ognuno può ritrovare frammenti della propria storia, riconoscersi, e aprire finestre sul proprio personalissimo percorso. La vita è un susseguirsi di chiaroscuri, ma ogni sfumatura può essere compresa, accolta e trasformata da un raggio di sole.

Il videoclip (una produzione Masterblack, per la regia di Andry Verga) è intriso di simbolismi cromatici…

Sono grata a questo momento della mia vita, che mi ha fatto incontrare professionisti dotati di talento, umanità e sensibilità. Andry è stato capace di tradurre in immagini la storia narrata, gli stati emotivi, le variazioni sonore e sì, anche gli elementi simbolici che a me sono tanto cari e inserisco sempre nella mia scrittura. Il videoclip è giocato su 3 colori molto importanti. Mi rifaccio spesso ad altre culture perché quella occidentale ha perso qualsiasi collegamento con i cicli naturali della vita e i misteri dell’esistenza. In questo singolo abbiamo introdotto rosso nero e bianco, ma in chiave molto diversa da quella che siamo abituati e conoscere e ci viene insegnata. Sento a me molto affini le culture precolombiane, in particolare quella Maya, che considera gli spettri cromatici un elemento integrante la vita stessa e i suoi cicli. Il rosso nel mio video non si riferisce tanto alla passione, all’amore, ma alla forza vitale, al nutrimento, alla nascita, alle risorse di sopravvivenza ed in primis alla “sincronicità del tempo”, che è il tema centrale del mio brano. Il Nero è tutt’altro che un cromatismo negativo, rappresenta lo spazio di raccoglimento in cui potere ritrovare sé stessi, la pausa, l’abbraccio in cui stringersi ed ascoltarsi osservando ciò che custodiamo e ciò che ci circonda. Il nero corrisponde all’ovest, dove il sole tramonta e si ritira, ma è anche il cielo di notte, l’unico momento in cui è possibile osservare le stelle. Il bianco rappresenta la trasformazione, la manifestazione, la morte e la rinascita, il segnale da seguire. Questi tre colori si avvicendano e sottolineano i passaggi trasformativi che avvengono quando l’incontro con l’altro mette inevitabilmente a nudo le ferite di ognuno, svela bisogni emotivi differenti, restituisce una immagine di sé dalla quale si cerca di fuggire, fino a che si è portati a trovare nuovi equilibri salvifici.

Lei è attrice, coreografa, regista, scrittrice e cantautrice… cosa le viene maggiormente naturale e cosa invece le richiede un maggiore sforzo di studio?

Ho sempre spaziato tra le arti, sin da piccola. Ho sempre sentito il desiderio di esprimermi, in qualunque modo. Ho intrapreso studi artistici, mi sono occupata di arti visive, allestimenti museali, fotografia, ho danzato per anni. Quando la vita mi ha posto di fronte a fermate obbligate mi sono reinventata e ho continuato a spaziare. Non mi sono mai fermata, ho sempre integrato tutte le esperienze che facevo. Non ho mai trovato alcuna difficoltà nel confrontarmi con i linguaggi creativi ed artistici, sono la mia essenza vitale. Scrivo con urgenza e naturalezza, uso il corpo come uso la parola, emergono spontaneamente panorami sonori e comunico come se fosse il mio secondo respiro. Mi sono formata, ma la parola “studio” l’ho abbandonata presto lasciando spazio ad un profondo ascolto interiore e seguendo tutto ciò che la mia natura mi suggerisce. Non potrei essere una sola di queste cose, sono tutte loro integrate. Il mio lavoro musicale accoglie la scrittura, la composizione, la comunicazione, l’espressione corporea, il canto in una manifestazione di insieme. Il videoclip de “La legge del tempo” rivela tutti questi miei aspetti, forse per la prima volta rappresentati all’unisono, per questo è un lavoro a cui tengo molto. Solitamente mi si può conoscere davvero soltanto nelle dimensioni live, per tale motivo ho deciso di iniziare a rappresentare le mie tante forme anche visivamente.

La sua musica in tre aggettivi?

È difficilissimo rispondere! Devo compiere uno sforzo immenso per definirla… Potrei dire emotiva, sospesa, ispirata.

Il libro che ha sul comodino?

Gliene cito due, che sono dello stesso autore, Paolo Coelho. I suoi scritti chiedono di potere entrare nelle nostre profondità eppure, spesso, leggo su di lui commenti che lo descrivono come “uno scrittore per donne sentimentali”. Le parole di Coelho sono spesso affilate come una lama, trasformative, esigono disciplina, io direi invece che è uno scrittore per “cuori forti”.

Il libro che più amo in assoluto, di cui conservo ogni giorno gli insegnamenti è “L’Alchimista”.

Gliene cito un secondo perché è realmente quello che ho sul comodino, l’ho acquistato oggi. Non leggevo Coelho da anni, oggi mi sono ritrovata tra le mani il “Manuale del guerriero della luce”.

In “Cammino Controvento” ha riletto “Abbi cura di me” di Simone Cristicchi, quale cantautore le piacerebbe “coverizzare” in futuro?

A questa domanda rispondo in modo evasivo. Non voglio anticipare nulla. Dico soltanto che nel nuovo album ci sarà una sorpresa.

Le voci femminili che ama maggiormente?

Alice, Gabriella Ferri, Mia Martini, Nora Jones… sono legata ai panorami di anni passati e alle voci emotive. Amo anche moltissimi autori maschili, però, tra quelli che più mi emozionano c’è Sergio Cammariere.

La canzone che avrebbe voluto scrivere?

“C’è tempo” di Fossati.

Il pezzo scritto da lei che considera meno riuscito e quello che invece apprezza di più?

C’è un pezzo che ho scritto, ma non ho mai rappresentato in “live”. Si chiama “La prima Stella”. È un brano che ho scoperto essere “per me”. Mi spiego meglio: il testo è molto intenso, ma non sono mai stata soddisfatta della resa armonica e melodica. Ho capito negli anni che si tratta di un pezzo che ho avuto il bisogno di mettere su carta per me stessa, per guarirmi. Ed in tal senso non posso definirlo un pezzo meno riuscito, ha portato a compimento il suo ruolo. Forse un giorno, se ne sentirò l’utilità, non è escluso che tornerà in rielaborazione. Per il momento è conservato in uno spazio intimo.

Quello che amo maggiormente è contenuto nel nuovo progetto. Un anno fa avrei risposto “Il Tempo non esiste”. Oggi no, ma non posso dire altro per ora.

Che rapporto ha con il suo pubblico?

Il pubblico è la mia estensione. Non è un elemento distinto. Nel momento in cui salgo su di un palcoscenico io sono le persone che ho di fronte, loro sono me. Anche durante gli anni dediti puramente al teatro non ho mai voluto usare registri “maestri”. Sono sempre stata una narratrice, e sento l’energia delle persone, come sento la bolla emozionale che si crea. Non ho mai amato “esibirmi”, ho sempre amato costruire un ponte empatico, comunicare. Non sono una artista da grandi palchi, in cui si fa fatica a distinguere chi hai davanti, e desidero che coloro che mi ascoltano possano anche sentire il mio respiro, e vedere brillare i miei occhi, il mio essere umana.

Il tratto prevalente del suo carattere?

L’alternanza tra forte determinazione e tenacia, e una sensibilità estrema. Anche in questo caso, non riesco a parlare di un solo tratto. Posso essere vista come la donna forte e determinata che non molla mai e non ha paura di nulla, ma anche quella che raccoglie sassi sulla spiaggia, si commuove per tutto e può essere fragile. Sono queste due polarità e tutte le sfumature che le uniscono.


Scopriamo l'evoluzione di Pamela Guglielmetti...

 

Una carriera tra danza, teatro e musica, un percorso artistico sempre nuovo scandito in ogni tappa da coraggio e urgenza di comunicare. È passata dalla scrittura a un’ultima sorprendente evoluzione: il cantautorato. Il suo è da sempre un viaggio eterogeneo tra le arti, guidato dall’istinto e capace di abbracciare la dimensione più intima del pubblico. Eporediese di nascita, ma ligure d’adozione, Pamela Guglielmetti è un’attrice, coreografa, regista, scrittrice e cantautrice: artista dalle mille sfumature, ha pubblicato il suo primo album “L’eco dei mondi perduti” nel 2019 e “Frammenti”, disco candidato al Premio Tenco 2020.

 

Lo spettacolo “una vita”, strutturato sulle memorie di Luciana Nissim Momigliano (in particolare sulla sua prigionia nei lager nazisti), una delle massime esponenti della psicoanalisi italiana, è stato rappresentato nel 2015 al Teatro Franco Parenti di Milano e in numerose altre repliche. Una trasposizione teatrale in cui la voce gioca un ruolo fondamentale.

 

Ma, dopo dieci anni di carriera, irrompe un fulmine al ciel sereno, costretta ad abbandonare la danza a causa di un imprevisto problema di salute. Un ostacolo? No, un nuovo inizio, condotto dalle necessità di condividere e di raccontare, elementi che l’hanno sempre accompagnata nel suo percorso artistico. La cantautrice è ripartita così dalla voce, innalzandola a mezzo di narrazione, di espressione, di cura e di comunicazione. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo progetto “L’eco dei mondi perduti”: undici tracce in cui invita, tra musica e parole, a scavare dentro sé stessi, per ritrovare “i mondi perduti” tralasciati o sacrificati.

 

Nel 2020 ha visto la luce “Frammenti”, un disco d’istinto, che mostra senza filtri la sua determinazione nel far riflettere l’ascoltatore, affrontando temi come paura, abbandono e separazione, ma anche rinascita, amore e ricerca della libertà.

 

Il 2021 segna un momento storico profondamente difficile per la musica e l'espressione artistica. Pamela non desiste, l'esigenza comunicativa si rafforza e nasce (titolo). Il terzo, nuovo album, racchiude la massima essenza artistica della cantautrice in tutte le sue sfumature e corde espressive e celebra, tramite passi estremamente coraggiosi, quella che è una scelta di vita, per la vita. Cammino controvento attraversa terreni paludosi con occhi nuovi e mostra cosa si può scorgere oltre il buio, scostando il velo di una realtà "acquisita", alla ricerca della propria verità.

Il recente lavoro discografico si candida all’edizione 2022 del Premio Tenco, del Premio Bindi e del Premio Bianca d’Aponte.

 

Ma la sua vera dimensione è sul palco. L’universo di danza e teatro è presente anche durante i suoi concerti che, tra musica, interpretazione e linguaggio del corpo, disegna dal vivo ogni sfumatura artistica, senza dimenticare di creare un ponte empatico con il pubblico.

 

Di recentissima uscita, il 26 maggio 2023, il nuovo singolo “La legge del tempo” su etichetta La Stanza Nascosta Records, che precede un nuovo progetto discografico in uscita per l’autunno.

 

 

 

 


Nel ricordo di Massimo Troisi


 "La musica è una delle vie per le quali l'anima ritorna al cielo"
(Torquato Tasso)

Il 4 giugno 1994 ci lasciava Massimo Troisi, anarchico, malinconico, grande attore...

Wazza



sabato 3 giugno 2023

Giant The Vine-"A Chair At The Backdoor", commento di Fabio Rossi


Commento di Fabio Rossi 

Artista: Giant The Vine

Album: A Chair At The Backdoor

Genere: Progressive Rock

Anno: 2023

Casa discografica: Luminol Records

 

Tracklist:

1.     Protect Us from the Truth
2. Glass
3. The Potter's Field
4. Jellyfish Bowl
5. The Heresiarch
6. The Inner Circle
7. A Chair at the Backdoor
 


Line Up

Antonio Lo Piparo – bass

Daniele Riotti – batteria

Fulvio Solari – chitarra

Fabio Vrenna - mellotron, chitarra

Altri musicisti:

Ilaria Vrenna (piano sulle composizioni 1,2 e 6)

Simone Salvatori (piano sulla composizione 4)

Gregory Ezechieli (sassofono sulle composizioni 1 e7)


Un attento cultore della musica prog d’annata intuirà, sin troppo facilmente, che il nome della band ligure Giant The Vine ha palesi riferimenti a gruppi del calibro Gentle Giant e Genesis. Infatti, Giant e One For The Vine sono il titolo di brani celeberrimi delle due storiche formazioni inglesi. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes! Ascoltando la musica del loro secondo album, “A Chair At The Backdoor”, i Giant The Vine mostrano il loro smisurato amore verso il prog, ma non rimangono ancorati agli anni Settanta, sviluppando sonorità dall’approccio più moderno accostabili, per esempio, ai Porcupine Tree, Laviàntica o ai Secret Machines, non disdegnando digressioni verso il post rock.

Le sette composizioni, abbellite talvolta dalla presenza del pianoforte e del sassofono, sono interamente strumentali e d’altronde anche il precedente disco Music for Empty Places del 2019 aveva la medesima caratteristica.

La qualità del soundwriting è di elevata caratura e certamente questo lavoro otterrà ampi consensi tra gli appassionati del genere. La musica sa essere potente, ma anche sinuosa e si presenta in una veste diretta senza inutili e ridondanti orpelli, direi che i Giant The Vine abbiano volutamente cercato di evitare l’eccessiva complessità e pomposità che talvolta caratterizzano prodotti similari. Una scelta che trovo assolutamente corretta specie se si vuole puntare verso un pubblico più vasto oltre a quello di nicchia.

La strada intrapresa è quella giusta.