Dietro il moniker Zanov si cela il talentuoso e prolifico Pierre
Salkazanov che negli ultimi nove anni ha sfornato ben quattro album. Tra il
1977 e il 1982 si era fatto conoscere mediante la pubblicazione di altri tre
lavori, per cui la sua discografia si compone in totale di sette dischi in
studio.
L’ultimo, in ordine cronologico, è Lost in the Future che è in linea con le precedenti
opere, permanendo nell’ambito della musica elettronica e sperimentale con
qualche ammiccamento al progressive.
Sette le composizioni proposte,
interamente strumentali, che hanno lo scopo di enucleare l’ascoltatore dalla
realtà, catapultandolo nel futuro e nello spazio infinito. Per farsi catturare
dall’estro del francese Pierre, è consigliabile l’uso delle cuffie: si verrà trascinati
tra i pianeti, le stelle, le galassie, i buchi neri sparsi nell’universo. Siamo
diventati cosmonauti, lontani anni luce dalla realtà di tutti i giorni e, in un
certo qual modo, ci si riappacifica con Dio. L’arte delle sette note deve saper
suscitare emozioni, quelle che ho provato io approcciando questo disco sono
state intense. Non è un aspetto da sottovalutare attesa l’endemica poca
ispirazione creativa in cui ristagna la musica attuale. Pierre è talvolta quasi
oscuro nello strutturare i suoi pezzi, scelta che enfatizza la sensazione di
solitudine in confronto con l’immensità del cosmo. Questo è un album che ha saputo
ammaliarmi con lo stesso stupore che provai tanti anni fa immergendomi in Zeit
dei Tangerine Dream e in effetti una certa similitudine con la scuola tedesca
c’è tutta. Quello che ho sentito dentro di me è del tutto comparabile.
Un’esperienza eterea, stimolante, una fuga dai problemi quotidiani che Lost in
the Future è in grado di donare purché si possegga una certa e necessaria
sensibilità d’animo. Consigliato.
Si è svolto alle 17.30 di
sabato 11 novembre 2023, presso il negozio di dischi “Tuttomusica” di piazza Unità Nazionale,
letteralmente a due passi dal centro di Imperia Oneglia, un incontro con
i musicisti de Il Cerchio d’Oro, band
savonese che da 50 anni ormai tiene alta la bandiera del rock progressivo
italiano. Al centro del dibattito, ovviamente, la pubblicazione del nuovo album
“Pangea e le tre lune”. Ma il disco più recente ha rappresentato
soltanto un valido spunto per ripercorrere l’intera carriera della band.
LA
LOCATION
Prima di analizzare lo svolgimento
della serata è doveroso un plauso alle due titolari, Marina Bergamin e Debora
Costamagna, coraggiosissime nel lanciarsi in un’impresa così impegnativa
come quella di ridare a una città capoluogo di provincia un negozio di dischi.
Anche in quest’era così “liquida” e “digitale” l’amore per il supporto fisico
non muore; e non solo tra i collezionisti più sfegatati, ma anche tra i
giovani. Del resto, come commenta la stessa Marina: “Privare una città di un
negozio di dischi è come toglierle una libreria, un teatro, una biblioteca o
una galleria d’arte”.
Per questo “Tuttomusica” non è
“solo” un negozio di dischi (e, coi tempi che corrono, già questo sarebbe
tantissimo!) ma si pone l’obiettivo di proporsi come polo culturale, attraverso
tanti eventi come quello dell’11 novembre scorso. E, a quanto pare, la missione
è riuscita: il pubblico dello showcase ha partecipato calorosamente e si è
dimostrato attento e partecipe, tra amanti del genere pronti a farsi
autografare i dischi del Cerchio d’Oro e amici e fans della band giunti anche
solo per un saluto o per una foto insieme. Ma l’aspetto più impressionante era
dato dal fatto che i partecipanti coprivano tutte le fasce di età: gruppi di
ragazzi accanto a persone con il capello un po’ più brizzolato, ma persino
famiglie intere, segno che la musica di qualità unisce genitori e figli. E
tante persone che (come il sottoscritto) hanno vissuto l’epoca d’oro del vinile
e del passaggio al CD hanno potuto ritrovare lo stesso clima gioioso e festoso
della propria adolescenza, quando il sabato nel negozio di dischi non era solo
“shopping” ma vero momento aggregativo e di condivisione culturale, sociale ed
emozionale.
LA
PRESENTAZIONE
Il dibattito è stato condotto in
modo “frizzante” da Simone“Radiomandrake” Parisi, una delle
“Eminenze” della scena musicale sanremese, che si è dimostrato perfettamente
all’altezza della situazione; non soltanto competente e preparato
sull’argomento, ma anche brillante nell’infondere ritmo alla conversazione
senza momenti di stanca.
Erano presenti solo quattro sesti
della formazione attuale. Per altri impegni inderogabili, infatti, sono stati
trattenuti altrove lo storico tastierista Franco Piccolini e il più
recente acquisto della band, il violinista Luca Pesenti. Hanno invece
partecipato il cantante e chitarrista Piuccio Pradal, il chitarrista Massimo
Spica e i due gemelli Terribile, Gino (batteria, percussioni
e voce) e Giuseppe (basso, chitarre acustiche e voce). Con svariate
menzioni, nel corso del dibattito, anche per Pino Paolino, paroliere per
moltissimi brani della band.
LA
MUSICA
Non soltanto conversazione,
ovviamente. Nel corso della giornata, infatti, è stato mostrato sullo schermo
accanto alla band il video ufficiale di “Dal nulla così”, primo
singolo estratto dall’album “Pangea e le tre lune”, con riprese effettuate
presso gli studi di Alessandro Mazzitelli a Toirano. Inoltre, i musicisti della
band hanno eseguito per il pubblico di “Tuttomusica” le versioni unplugged di
un paio di altri brani tratti dal medesimo album: “Le tre lune” e “E la
vita iniziò”.
IL
DIBATTITO
Tutto si è svolto in uno scenario
che alimentava la magia, con gli slideshow che scorrevano sul monitor mostrando
varie immagini del Cerchio d’Oro dal vivo e in studio e, sugli scaffali, i
ritratti di Zappa, Hendrix, Bowie e i manifesti degli storici “Monster of Rock”
degli anni ’80 che sembravano veramente dare la loro benedizione dall’alto in
qualità di “Numi tutelari”.
Come detto, all’inizio, il nuovo
disco “Pangea…” ha rappresentato solo un pretesto per ripercorrere
l’intera carriera della band, dai primi “vagiti musicali” dei gemelli Terribile
in trio con Franco Piccolini, quando ancora la band non aveva nemmeno assunto
la denominazione del “Cerchio d’Oro”. Poi i vari 45 giri prodotti negli anni
‘70 e infine la cessazione delle attività per svariati decenni. Nel 1981 la
svolta hard-rock dei Blackout, con Piuccio Pradal come frontman e con un solo
singolo, “Crisi”, re-inciso con i suoni e le tecnologie di oggi come
bonus track per la versione in CD di “Pangea…”; poi le molte
soddisfazioni conquistate dai gemelli Terribile con i Cavern, uno dei primi
tributi italiani ai Beatles, quando ancora il concetto di tribute-band non era
certo di moda come oggi.
E, con il nuovo millennio, la
rinascita della band con una tetralogia di album: “Il viaggio di Colombo”
(che non è solo viaggio geografico, ma anche metafora di viaggio interiore alla
ricerca di noi stessi), dedicato al tema dell’acqua; “Dedalo e Icaro”
(l’ambizione dell’uomo di infrangere i propri limiti fisici), dedicato
all’aria; “Il fuoco sotto la cenere”: sette storie diverse che
hanno come filo conduttore qualcosa che arde, fisicamente o simbolicamente; e
infine questo nuovo “Pangea e le tre lune” sulla deriva dei
continenti e sull’assestamento della nostra Madre Terra.
Sono sorti, nel dibattito,
interessanti parallesismi: come nei primi anni ‘70 band britanniche di
altissimo livello, come Genesis e Gentle Giant, erano ben più famose in Italia
che in patria, così oggi il Cerchio d’Oro gode di straordinarie recensioni
all’estero, in svariati luoghi del pianeta ma in modo particolare in Giappone.
Sono stati menzionati tutti gli
artisti che hanno fatto la Storia del rock progressivo italiano e che, in
qualità di ospiti, hanno suonato nei dischi della band savonese: in “Dedalo
e Icaro” troviamo Pino Sinnone (the Trip, batteria), Giorgio
“Fico” Piazza (ex-Pfm, basso) e i due Delirium Ettore Vigo
(tastiere) e Martin Grice (fiati); in “Il fuoco sotto la cenere”
abbiamo Pino Ballarini (ex-Rovescio della Medaglia, voce), Paolo
Siani (La Nuova Idea, batteria) e Giorgio Usai (La Nuova Idea e New
Trolls, organo Hammond e voce); infine nel nuovo “Pangea…” troviamo Donald
Lax (ex-Quella Vecchia Locanda, violino), Tolo Marton (Le Orme,
chitarra), Ricky Belloni (La Nuova Idea e New Trolls, chitarra) e la
voce recitante dell’attore Carlo Deprati.
Una menzione particolare per il
nuovo album va alla copertina del pittore Armando Mancini, autore di
innumerevoli capolavori che hanno “vestito” i classici del rock progressivo ma
anche di tanta altra musica italiana. Un ulteriore spunto di riflessione sulla
bellezza della musica “fisica” e di quanto sia bello godere di un supporto
tattile con le sue immagini e i suoi colori.
Un ricordo anche per due “Giganti”
progressivi che purtroppo non sono più tra noi: Vittorio De Scalzi e il
compositore/arrangiatore Luis Enriquez Bacalov, che con le sue orchestrazioni
ha collaborato con New Trolls, Osanna, Rovescio della Medaglia, Reale Accademia
di Musica e tante altre formazioni. Infatti, il Cerchio d’Oro, con l’innesto in
formazione del violinista Luca Pesenti, nelle più recenti date live ha inserito
in scaletta anche il celebre “Adagio” dal “Concerto Grosso n. 1 per i New
Trolls”, proprio per omaggiare la memoria di questi due artisti recentemente
scomparsi.
Al termine del dibattito, spazio
al “question time” del pubblico. Inevitabile una domanda sui progetti futuri. E
in merito i gemelli Terribile, da bravi fans beatlesiani, si sono trincerati
dietro una risposta che potrebbe essere perfettamente riassumibile con il
titolo di una canzone dei loro beniamini: “Tomorrow never knows”!
Secondo disco per le Sophya
Baccini’s Aradia, band tutta al femminile capitanata, com’è facile intuire, da Sophya
Baccini, talentuosa cantante, musicista, compositrice, che da sempre ci
delizia con lavori di ottima fattura. “Runnin’ with the Wolves” è infatti stato
pubblicato a fine agosto dalla Black Widow Records (gloria sempre):
sette tracce a dipingere un quadro sonoro che ha nel prog sinfonico il suo
elemento principale. Vale la pena ricordare i trascorsi di Sophya; nei
Presence, autori di notevole musica dark-prog che ha lasciato il segno; la sua
carriera solista resa splendente grazie a tre album diversi tra loro, ma con la
sua voce, unica, potente e poetica come comune denominatore; tantissime
collaborazioni con vari artisti, tra cui spiccano Osanna e Delirium. Insomma,
una carriera densa di soddisfazioni, ripagata dal sempre maggiore affetto di un
pubblico fedele e attento, che si è saputa conquistare sul campo grazie alla
sua bravura cristallina.
Sophya Baccini’s Aradia è un gruppo
rinnovato grazie agli innesti di Chiara Cotugno (batteria), Francesca
Masucci (violino) e Anais Noir (basso), che si vanno ad affiancare a
Sophya e Marilena Striano (tastiere).
L’album si apre con la canzone omonima, quindi
Runnin’ with the Wolves. Dall’andamento fiero e deciso,
l’atmosfera resa soffusa dal violino, la voce di Sophya ad elevarla a nuovo
spazio cui fare riferimento. Da qui l’apertura a ventaglio verso un florilegio
di emozioni, perpetuate da un crescendo sonoro contrappuntato da picchi di viva
sensazione trasmessi.
La mia soluzione ne prosegue le
trame, grazie all’intro a più voci che fa da apripista a un livello espositivo
ancor maggiore: questa composizione è fieramente intricata per cambi di tempo
continui, tangibilità delle impressioni vissute e riportate, non luoghi visitati
e resi fruibili dalle nostre; insomma, un brano che sprizza femminilità da ogni
nota. Per chi scrive una nuova modalità, profonda e melodiosa, di intendere il
prog; e non è poco.
Ordalia piace fin dal
primo istante, con quell’ambientazione un po’ retrò che la rende soffice e
mirabile. Qui Sophya ne dà un’interpretazione da brividi, quasi fosse una
chanteuse teletrasportata nel presente. Inoltre, voglio sottolineare lo
stupendo lavoro fatto dalla chitarrista Sonia Scialanca.
Never riporta ad una
dolcezza rara oggigiorno; la sua armonia è marcatamente rappresentata da una
ragguardevole linea di piano che è infinita nella sua soavità. E poi, ragazzi,
mi ripeterò, ma che voce ammaliante… struggente e amabile.
Continua lascia spazio
agli strumenti a fiato e con tempistica cadenzata fa aprire il sipario a una
miscellanea di sensazioni che quasi si possono toccare. Il violino di Francesca
Masucci vola alto, protagonista in questa traccia, e fa da tappeto sonoro alla
multi-vocalità delle ragazze della band. Poi i sentori prog prendono il
sopravvento e con sezione ritmica sugli scudi si dipana su più livelli di
bellezza. Quanti fiori si possono cogliere in questo giardino sonoro? Veramente
tanti, e ognuno di essi ha colori e profumi a sé stanti.
Gargantuadona attimi di
beltà, proseguendo il discorso di poco fa, pur variando stanze di sensibilità.
D’altronde credo che i cardini di questo disco siano la delicatezza, il piacere
e la delizia, e questa congrega di splendide artiste ce li rappresentano
secondo dopo secondo.
Sleepin’ with the Lyonesschiude con grazia questo lavoro, in un tripudio di onirismo e sfumature
sensitive. Un bacio dal sapore wicca.
Chiunque abbia
necessità di una carezza, chiunque voglia elargire un sorriso, compri questo
disco. Tutti gli altri dovrebbero già averlo.
Logo che richiamerebbe a una band
heavy metal o ai Misfits, un intro sinistro, carico di feedback e rumori, e già
dalla prima traccia, la title track Nosferatu, cupa come non mai,
si capisce che i ragazzi non scherzano, e hanno deciso di incupire e distorcere
notevolmente tutta la faccenda.
Ma non è vero, è solo una scarica
elettrica, pura violenza prima di rallentare nuovamente. D’altronde il rock
strumentale gioca spesso con queste continue alternanze di luci e ombre, forte
e piano, acceso e spento, per mantenere viva l’attenzione, incuriosire, quasi
fossimo in un film… e infatti siamo in un film.
Torniamo in un altro territorio ben
noto ai bolognesi Earthset. Nosferatu,infatti,
si rifà all’omonimo film di Murnau, capolavoro del cinema muto del 1922.
Ho già avuto il piacere di commentare
il cine-concerto degli Earthset de L’uomo Meccanico su queste pagine, e l’album
in oggetto si inserisce nello stesso solco: gli Earthset continuano a flirtare
col cinema muto, e questa volta tocca a Nosferatu, appunto.
E infatti grazie alla cartella stampa
scopro che:
è nell’ottobre 2020 (quindi dopo
l’operazione de L’Uomo Meccanico, ndr) che il quartetto incrocia la
pellicola “Nosferatu, eine symphonie des grauens” ed è da lì che nasce
l’attuale progetto.
Il cine-concerto, infatti, è
realizzato dagli Earthset per l’edizione 2020 del Soundscreen Film Festival di
Ravenna e presentato in anteprima nella serata conclusiva del festival.
Rispetto al precedente “L’Uomo
Meccanico”, la band si lascia guidare dalle atmosfere romantiche del film,
adottando una scrittura che predilige l’uso di temi ricorrenti, scomposti e
riarrangiati al servizio della narrazione delle immagini.
Rimangono, tuttavia, tutti i segni
distintivi della band e la gestione della dinamica che contraddistingue gli
Earthset, sospesi tra echi classicheggianti e derive noise post-apocalittiche.
Non si può dire sia musica
strumentale nel versante “post-rock da viaggione”, vuoi per una certa
inquietudine e una notevole componente più noise che pervadono tutta l’opera,
vuoi perché di fatto si tratta, ancora una volta, di musica da cine-concerto. Ed
è proprio per questo che credo meriti di essere goduta insieme alla visione del
film, come già avvenuto per “L’uomo Meccanico”. Spero che la band, che a
breve tornerà sul palco, preveda questa possibilità, anche fosse per una
piccola parte del concerto.
Ma torniamo alla musica… scorre
mentre scrivo queste parole e mentre mi sono perso tra le trame ora eteree ora
violente di questo album, torna il tema della canzone Nosferatu, ormai
familiare eppure così disturbante e straniante.
Un album interessante, pieno di
saliscendi, come dicevamo, e di interruzioni, riprese repentine, cambi
improvvisi. La registrazione in diretta non fa che aggiungere potenza e
spontaneità al tutto, come è giusto che sia.
Ottima prova per i bolognesi. Con
cosa ci stupiranno la prossima volta?
Con “La festa
che non c’era”
Marta De Lluviasi conferma artista dalla forte grana
poetica, capace di sorprendenti vette autoriali.
Dodici brani di
assoluta perfezione stilistica, sostenuti da una voce viscerale ed elegante.
La produzione
artistica e gli arrangiamenti sono di Edoardo Petretti, con Federico
Ferrandina agli arrangiamenti e alla direzione degli archi.
Autobiografia e
universalità si danno la mano in un disco classico e moderno al tempo stesso.
De Lluvia è infatti
classica, nell’accezione più nobile del termine, e, contemporaneamente,
attuale; esemplare e- insieme- controcorrente.
La canzone d’autore
di Marta De Lluvia vuole essere un atto di profonda empatia e di condivisione,
ha una vocazione intrinseca ad accogliere e ad essere accolta.
Si ascolti, a questo
proposito, Malerba, (Poco importa se è di nessuno e perciò non
importa se selvatica ruba la terra allungando radici/ché domestico non è mai
chi non appartiene/chi di caro ha soltanto, soltanto la vita), metafora di
un’irrilevanza che acquista rilievo, di una vulnerabilità che viene finalmente
legittimata.
Bastava la città a
riempire il giorno/ farsi stranieri in un’altra vita/camminare dentro una
poesia di sete infinita. Bastava la città per il giorno/Facile perdersi/ E
confondersi/Comparse della memoria- canta De Lluvia in un testo che meriterebbe
(al pari di molti contenuti nel disco) di essere inserito nelle antologie
poetiche.
La Festa che non
c’era è
un lavoro seminale, dagli echi cardarelliani (si ascolti, su tutte, Verrà
settembre), destinato- se solo riceverà la dovuta attenzione- a depositarsi
proficuamente, a sedimentare nelle pieghe dell’inconscio collettivo e a fiorire
con il tempo.
Gleemen - “Dove vanno
le stelle quando viene giorno?”
di Alberto Sgarlato
Questo è proprio uno di quei casi in cui vale
la pena fare un po’ di storia. Sì, perché negli anni ‘60 non era come oggi, che
un artista mette un brano nuovo su una qualsiasi piattaforma di streaming e in
tempo reale, in quel preciso istante, può ascoltarlo tutto il Mondo. 50 o 60
anni fa le comunicazioni viaggiavano in modo ben diverso e molto più lento,
visto che il Web non esisteva.
Eppure, eppure… Eppure, l’Italia è sempre
stata all’avanguardia nel fare sue e interpretare con il proprio gusto e il
proprio stile le tendenze musicali di altre nazioni.
E in questo scenario tricolore, una menzione
speciale la merita la Liguria. Sarà perché è sempre stata terra di marinai, di
mercanti, di esploratori e di navigatori, sta di fatto che fin dagli anni ‘60,
e poi nei ‘70, negli ‘80 si sono moltiplicate innumerevoli band (non staremo a
ripetere per l’ennesima volta i nomi, noti a tutti), particolarmente attente
agli scenari d’Oltremanica o d’Oltreoceano. Dal beat alla psichedelia, dalle
varie forme di musica nera, come il blues, il soul e l’r’n’b, dall’hard rock al
prog, fino al jazz-rock e negli anni ‘80 anche al metal, non c’è stato genere
musicale straniero che non sia stato esplorato con tempestività da una band
ligure.
In questo vero e proprio esercito di
pionieri, una menzione d’onore la meritano i genovesi Gleemen: furono infatti fondati addirittura
attorno (secondo la maggior parte delle fonti) al 1965 da “Bambi” Fossati,
chitarrista inizialmente figlio del beat e del blues ma letteralmente
folgorato, pochi anni dopo, dal sound del mancino di Seattle, tanto da
diventare uno dei primi, se non il primo chitarrista della nostra nazione a
conquistarsi l’appellativo di “Hendrix italiano”.
Fossati esplorerà nel corso della sua vita
tanti territori musicali, dall’hard-blues alla psichedelia, al prog, con i suoi
progetti Garybaldi, Bambibanda & Melodie, Acustico Mediterraneo, fino a
nuove incarnazioni a nome Bambi Fossati & Garybaldi.
Ormai sono purtroppo quasi dieci anni che
Bambi non è più tra noi. Ci ha lasciati nel 2014. Ma il nome Gleemen è ancora
vivo e attivo: in questo nuovo album, intitolato “Dove vanno le stelle quando viene giorno?” il timone,
infatti, è ben saldo nelle mani di un musicista presente fin dalle prime
formazioni di Gleemen e Garybaldi: il batterista e cantante Maurizio
Cassinelli.
Al basso e ai cori troviamo Alessandro
Paolini, mentre un vero e proprio esercito di chitarristi si avvicenda
nelle varie tracce per non far rimpiangere l’amato “Bambi”: la formazione è
infatti completata dal chitarrista e compositore Mauro Culotta, già nei
Gens, che come autore ha scritto per Mia Martini, Ivano Fossati, Ornella Vanoni
e numerosi altri; da Marco Zoccheddu, chitarrista già facente parte di
una delle prime formazioni dei Gleemen, ma che ha suonato anche in alcuni tra i
principali gruppi del prog italiano, come Osage Tribe, Duello Madre e La Nuova
Idea; e poi ancora da Giampaolo Casu, dall’ospite Santiago Fracassi
e talvolta in veste di chitarrista anche lo stesso già citato Paolini. Il parco
tastiere è suddiviso tra i sintetizzatori e gli effetti elettronici
dell’indispensabile e poliedrico Paolini e l’organo Hammond di Zoccheddu;
infine menzioniamo le “ospitate” di Matteo Robolini alla batteria e al
darabooka in un paio di tracce.
Quasi a chiudere un cerchio con tutto quanto
detto finora, “Dove vanno le stelle quando viene giorno?” è un album del
catalogo Black Widow Records, etichetta apprezzata da oltre 30 anni a
livello internazionale per il suo encomiabile lavoro di tutela del rock
progressivo di ieri e di oggi (e non solo del prog ma di tanti altri generi,
dalla psichedelia all’hard rock e dintorni).
Perché si chiude un cerchio? Perché abbiamo
parlato dell’importanza della Liguria nella scena musicale italiana e la Black
Widow è nata e cresciuta proprio in quella via del Campo, nel centro storico di
Genova, cantata da De Andrè.
Ma veniamo ora al disco: la quasi totalità
dei brani è firmata Cassinelli/Paolini, tranne “Le tue dita al buio”,
che vede il contributo di Fracassi, “La mia chitarra”, firmata insieme a
Pier Niccolò “Bambi” Fossati quando era ancora tra noi e due brani che non è
eccessivo definire “leggendari” del repertorio beatlesiano: “Tomorrow never knows” (Lennon/McCartney) e “Within you, without you” (Harrison).
Proprio alle due tracce dei Beatles è affidato il compito di aprire il disco e
di chiuderne il lato A della versione in vinile.
“Tomorrow never knows” è molto fedele
all’originale, seppur appena lievemente indurita nei suoni e poco dilatata, dai
3 minuti della versione dei quattro di Liverpool a 4 minuti, grazie a qualche
inserto chitarristico. Così più o meno si può dire anche del brano di Harrison.
Certo, tutto l’album è intriso di una
profonda malinconia per la perdita di “Bambi”. E questo traspare in diversi
brani, come “Le tue dita al buio”, prima soft ballad che si incontra tra
le varie tracce, che ben trasmette quel senso di vuoto e di amarezza, sia col
testo sia con la musica.
I sanguigni riff di gusto tipicamente
fossatiano sono invece immediatamente riconoscibili in “La mia chitarra”,
brano decisamente energico che trasuda tutta la potenza del compianto “Hendrix
italiano”.
Il disco scorre rivelando una straordinaria
varietà stilistica, pur nella sua perfetta coerenza: dal groove quasi
funk-psichedelico di “What I want to say”, altro brano con un testo a
dir poco doloroso come un pugno, agli arpeggi acustici progressive-folk di “Sulla collina” (una delle vette in un album complessivamente eccelso),
all’incedere roccioso di “Intolerance”, uno degli episodi più hard e più
dark, in netto contrasto con la ballad precedente, un quasi-strumentale (il
testo dice una sola parola) che oscilla tra hard-rock e jazz-rock; alla
delicata, rarefatta e surreale “Diario di un dromedario”, che alterna
momenti più ipnotici a riff più distorti, alla conclusiva “Dove vanno le stelle?”, il brano più vicino al progressive rock di stampo canonico in
virtù di un massiccio uso dell’elettronica.
Il vinile termina qui. La versione in CD
ospita ancora due tracce: “Facili illusioni”, brano dal riff che cattura
fin dalle prime note, e “Ragazze di giorno, ragazze di sera”, ballad
psichedelica di gusto beatlesiano ma anche fresca come le melodie del beat
italiano.
Concludendo: per i giovani che non
conoscevano l’arte di Pier Niccolò “Bambi” Fossati, la sua grinta, il suo
estro, sarà l’occasione per riscoprirne la storia grazie all’encomiabile lavoro
di un gruppo di grandi musicisti che ne omaggia la memoria. Per chi ha amato
quelle band dalle quali questi musicisti provengono… sarà il momento di versare
ben più di una lacrimuccia di commozione.
Un album intenso, riuscito; regala tanta
malinconia pensando a chi non c’è più ma anche tanta gioia ascoltando chi resta
e continua a scrivere ottima musica.