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giovedì 16 novembre 2023

Zanov-"Lost in the Future"-Commento di Fabio Rossi

 


COMMENTO DI FABIO ROSSI 

Artista: Zanov

Album: Lost in the Future

Genere: Progressive/Sperimental/Electronic Music

Anno: 2023

Casa discografica: Zanov Music

 

Tracklist:

01 – Quantum Worls

02 – Conscious Machines

03 – Brain to Brain

04 – Extended Life

05 – Living With Robots

06 – Interstellar Travel

07 – Time Manipulation

 

Line Up

Pierre Salkazanov: all instruments


Dietro il moniker Zanov si cela il talentuoso e prolifico Pierre Salkazanov che negli ultimi nove anni ha sfornato ben quattro album. Tra il 1977 e il 1982 si era fatto conoscere mediante la pubblicazione di altri tre lavori, per cui la sua discografia si compone in totale di sette dischi in studio.  

L’ultimo, in ordine cronologico, è Lost in the Future che è in linea con le precedenti opere, permanendo nell’ambito della musica elettronica e sperimentale con qualche ammiccamento al progressive.

Sette le composizioni proposte, interamente strumentali, che hanno lo scopo di enucleare l’ascoltatore dalla realtà, catapultandolo nel futuro e nello spazio infinito. Per farsi catturare dall’estro del francese Pierre, è consigliabile l’uso delle cuffie: si verrà trascinati tra i pianeti, le stelle, le galassie, i buchi neri sparsi nell’universo. Siamo diventati cosmonauti, lontani anni luce dalla realtà di tutti i giorni e, in un certo qual modo, ci si riappacifica con Dio. L’arte delle sette note deve saper suscitare emozioni, quelle che ho provato io approcciando questo disco sono state intense. Non è un aspetto da sottovalutare attesa l’endemica poca ispirazione creativa in cui ristagna la musica attuale. Pierre è talvolta quasi oscuro nello strutturare i suoi pezzi, scelta che enfatizza la sensazione di solitudine in confronto con l’immensità del cosmo. Questo è un album che ha saputo ammaliarmi con lo stesso stupore che provai tanti anni fa immergendomi in Zeit dei Tangerine Dream e in effetti una certa similitudine con la scuola tedesca c’è tutta. Quello che ho sentito dentro di me è del tutto comparabile. Un’esperienza eterea, stimolante, una fuga dai problemi quotidiani che Lost in the Future è in grado di donare purché si possegga una certa e necessaria sensibilità d’animo. Consigliato.  







lunedì 13 novembre 2023

Il Cerchio d’Oro – showcase da “Tuttomusica”-11 novembre-Commento di Alberto Sgarlato

 


Il Cerchio d’Oro – showcase da “Tuttomusica”

 Imperia Oneglia, 11 novembre 2023 

Commento di Alberto Sgarlato

 

Si è svolto alle 17.30 di sabato 11 novembre 2023, presso il negozio di dischi “Tuttomusica” di piazza Unità Nazionale, letteralmente a due passi dal centro di Imperia Oneglia, un incontro con i musicisti de Il Cerchio d’Oro, band savonese che da 50 anni ormai tiene alta la bandiera del rock progressivo italiano. Al centro del dibattito, ovviamente, la pubblicazione del nuovo album “Pangea e le tre lune”. Ma il disco più recente ha rappresentato soltanto un valido spunto per ripercorrere l’intera carriera della band.

 

LA LOCATION

Prima di analizzare lo svolgimento della serata è doveroso un plauso alle due titolari, Marina Bergamin e Debora Costamagna, coraggiosissime nel lanciarsi in un’impresa così impegnativa come quella di ridare a una città capoluogo di provincia un negozio di dischi. Anche in quest’era così “liquida” e “digitale” l’amore per il supporto fisico non muore; e non solo tra i collezionisti più sfegatati, ma anche tra i giovani. Del resto, come commenta la stessa Marina: “Privare una città di un negozio di dischi è come toglierle una libreria, un teatro, una biblioteca o una galleria d’arte”.

Per questo “Tuttomusica” non è “solo” un negozio di dischi (e, coi tempi che corrono, già questo sarebbe tantissimo!) ma si pone l’obiettivo di proporsi come polo culturale, attraverso tanti eventi come quello dell’11 novembre scorso. E, a quanto pare, la missione è riuscita: il pubblico dello showcase ha partecipato calorosamente e si è dimostrato attento e partecipe, tra amanti del genere pronti a farsi autografare i dischi del Cerchio d’Oro e amici e fans della band giunti anche solo per un saluto o per una foto insieme. Ma l’aspetto più impressionante era dato dal fatto che i partecipanti coprivano tutte le fasce di età: gruppi di ragazzi accanto a persone con il capello un po’ più brizzolato, ma persino famiglie intere, segno che la musica di qualità unisce genitori e figli. E tante persone che (come il sottoscritto) hanno vissuto l’epoca d’oro del vinile e del passaggio al CD hanno potuto ritrovare lo stesso clima gioioso e festoso della propria adolescenza, quando il sabato nel negozio di dischi non era solo “shopping” ma vero momento aggregativo e di condivisione culturale, sociale ed emozionale.


LA PRESENTAZIONE

Il dibattito è stato condotto in modo “frizzante” da Simone “Radiomandrake” Parisi, una delle “Eminenze” della scena musicale sanremese, che si è dimostrato perfettamente all’altezza della situazione; non soltanto competente e preparato sull’argomento, ma anche brillante nell’infondere ritmo alla conversazione senza momenti di stanca.

Erano presenti solo quattro sesti della formazione attuale. Per altri impegni inderogabili, infatti, sono stati trattenuti altrove lo storico tastierista Franco Piccolini e il più recente acquisto della band, il violinista Luca Pesenti. Hanno invece partecipato il cantante e chitarrista Piuccio Pradal, il chitarrista Massimo Spica e i due gemelli Terribile, Gino (batteria, percussioni e voce) e Giuseppe (basso, chitarre acustiche e voce). Con svariate menzioni, nel corso del dibattito, anche per Pino Paolino, paroliere per moltissimi brani della band.


LA MUSICA

Non soltanto conversazione, ovviamente. Nel corso della giornata, infatti, è stato mostrato sullo schermo accanto alla band il video ufficiale di “Dal nulla così”, primo singolo estratto dall’album “Pangea e le tre lune”, con riprese effettuate presso gli studi di Alessandro Mazzitelli a Toirano. Inoltre, i musicisti della band hanno eseguito per il pubblico di “Tuttomusica” le versioni unplugged di un paio di altri brani tratti dal medesimo album: “Le tre lune” e “E la vita iniziò”.

 


IL DIBATTITO

Tutto si è svolto in uno scenario che alimentava la magia, con gli slideshow che scorrevano sul monitor mostrando varie immagini del Cerchio d’Oro dal vivo e in studio e, sugli scaffali, i ritratti di Zappa, Hendrix, Bowie e i manifesti degli storici “Monster of Rock” degli anni ’80 che sembravano veramente dare la loro benedizione dall’alto in qualità di “Numi tutelari”.

Come detto, all’inizio, il nuovo disco “Pangea…” ha rappresentato solo un pretesto per ripercorrere l’intera carriera della band, dai primi “vagiti musicali” dei gemelli Terribile in trio con Franco Piccolini, quando ancora la band non aveva nemmeno assunto la denominazione del “Cerchio d’Oro”. Poi i vari 45 giri prodotti negli anni ‘70 e infine la cessazione delle attività per svariati decenni. Nel 1981 la svolta hard-rock dei Blackout, con Piuccio Pradal come frontman e con un solo singolo, “Crisi”, re-inciso con i suoni e le tecnologie di oggi come bonus track per la versione in CD di “Pangea…”; poi le molte soddisfazioni conquistate dai gemelli Terribile con i Cavern, uno dei primi tributi italiani ai Beatles, quando ancora il concetto di tribute-band non era certo di moda come oggi.

E, con il nuovo millennio, la rinascita della band con una tetralogia di album: “Il viaggio di Colombo” (che non è solo viaggio geografico, ma anche metafora di viaggio interiore alla ricerca di noi stessi), dedicato al tema dell’acqua; “Dedalo e Icaro” (l’ambizione dell’uomo di infrangere i propri limiti fisici), dedicato all’aria; “Il fuoco sotto la cenere”: sette storie diverse che hanno come filo conduttore qualcosa che arde, fisicamente o simbolicamente; e infine questo nuovo “Pangea e le tre lune” sulla deriva dei continenti e sull’assestamento della nostra Madre Terra.

Sono sorti, nel dibattito, interessanti parallesismi: come nei primi anni ‘70 band britanniche di altissimo livello, come Genesis e Gentle Giant, erano ben più famose in Italia che in patria, così oggi il Cerchio d’Oro gode di straordinarie recensioni all’estero, in svariati luoghi del pianeta ma in modo particolare in Giappone.

Sono stati menzionati tutti gli artisti che hanno fatto la Storia del rock progressivo italiano e che, in qualità di ospiti, hanno suonato nei dischi della band savonese: in “Dedalo e Icaro” troviamo Pino Sinnone (the Trip, batteria), Giorgio “Fico” Piazza (ex-Pfm, basso) e i due Delirium Ettore Vigo (tastiere) e Martin Grice (fiati); in “Il fuoco sotto la cenere” abbiamo Pino Ballarini (ex-Rovescio della Medaglia, voce), Paolo Siani (La Nuova Idea, batteria) e Giorgio Usai (La Nuova Idea e New Trolls, organo Hammond e voce); infine nel nuovo “Pangea…” troviamo Donald Lax (ex-Quella Vecchia Locanda, violino), Tolo Marton (Le Orme, chitarra), Ricky Belloni (La Nuova Idea e New Trolls, chitarra) e la voce recitante dell’attore Carlo Deprati.

Una menzione particolare per il nuovo album va alla copertina del pittore Armando Mancini, autore di innumerevoli capolavori che hanno “vestito” i classici del rock progressivo ma anche di tanta altra musica italiana. Un ulteriore spunto di riflessione sulla bellezza della musica “fisica” e di quanto sia bello godere di un supporto tattile con le sue immagini e i suoi colori.

Un ricordo anche per due “Giganti” progressivi che purtroppo non sono più tra noi: Vittorio De Scalzi e il compositore/arrangiatore Luis Enriquez Bacalov, che con le sue orchestrazioni ha collaborato con New Trolls, Osanna, Rovescio della Medaglia, Reale Accademia di Musica e tante altre formazioni. Infatti, il Cerchio d’Oro, con l’innesto in formazione del violinista Luca Pesenti, nelle più recenti date live ha inserito in scaletta anche il celebre “Adagio” dal “Concerto Grosso n. 1 per i New Trolls”, proprio per omaggiare la memoria di questi due artisti recentemente scomparsi.


Al termine del dibattito, spazio al “question time” del pubblico. Inevitabile una domanda sui progetti futuri. E in merito i gemelli Terribile, da bravi fans beatlesiani, si sono trincerati dietro una risposta che potrebbe essere perfettamente riassumibile con il titolo di una canzone dei loro beniamini: “Tomorrow never knows”!


E il set acustico?





mercoledì 8 novembre 2023

SOPHYA BACCINI’S ARADIA: “RUNNIN’ WITH THE WOLVES”, commento di Andrea Pintelli

 


SOPHYA BACCINI’S ARADIA

“RUNNIN’ WITH THE WOLVES”

di Andrea Pintelli


Secondo disco per le Sophya Baccini’s Aradia, band tutta al femminile capitanata, com’è facile intuire, da Sophya Baccini, talentuosa cantante, musicista, compositrice, che da sempre ci delizia con lavori di ottima fattura. “Runnin’ with the Wolves” è infatti stato pubblicato a fine agosto dalla Black Widow Records (gloria sempre): sette tracce a dipingere un quadro sonoro che ha nel prog sinfonico il suo elemento principale. Vale la pena ricordare i trascorsi di Sophya; nei Presence, autori di notevole musica dark-prog che ha lasciato il segno; la sua carriera solista resa splendente grazie a tre album diversi tra loro, ma con la sua voce, unica, potente e poetica come comune denominatore; tantissime collaborazioni con vari artisti, tra cui spiccano Osanna e Delirium. Insomma, una carriera densa di soddisfazioni, ripagata dal sempre maggiore affetto di un pubblico fedele e attento, che si è saputa conquistare sul campo grazie alla sua bravura cristallina.

Sophya Baccini’s Aradia è un gruppo rinnovato grazie agli innesti di Chiara Cotugno (batteria), Francesca Masucci (violino) e Anais Noir (basso), che si vanno ad affiancare a Sophya e Marilena Striano (tastiere).

L’album si apre con la canzone omonima, quindi Runnin’ with the Wolves. Dall’andamento fiero e deciso, l’atmosfera resa soffusa dal violino, la voce di Sophya ad elevarla a nuovo spazio cui fare riferimento. Da qui l’apertura a ventaglio verso un florilegio di emozioni, perpetuate da un crescendo sonoro contrappuntato da picchi di viva sensazione trasmessi.

La mia soluzione ne prosegue le trame, grazie all’intro a più voci che fa da apripista a un livello espositivo ancor maggiore: questa composizione è fieramente intricata per cambi di tempo continui, tangibilità delle impressioni vissute e riportate, non luoghi visitati e resi fruibili dalle nostre; insomma, un brano che sprizza femminilità da ogni nota. Per chi scrive una nuova modalità, profonda e melodiosa, di intendere il prog; e non è poco.

Ordalia piace fin dal primo istante, con quell’ambientazione un po’ retrò che la rende soffice e mirabile. Qui Sophya ne dà un’interpretazione da brividi, quasi fosse una chanteuse teletrasportata nel presente. Inoltre, voglio sottolineare lo stupendo lavoro fatto dalla chitarrista Sonia Scialanca.

Never riporta ad una dolcezza rara oggigiorno; la sua armonia è marcatamente rappresentata da una ragguardevole linea di piano che è infinita nella sua soavità. E poi, ragazzi, mi ripeterò, ma che voce ammaliante… struggente e amabile.

Continua lascia spazio agli strumenti a fiato e con tempistica cadenzata fa aprire il sipario a una miscellanea di sensazioni che quasi si possono toccare. Il violino di Francesca Masucci vola alto, protagonista in questa traccia, e fa da tappeto sonoro alla multi-vocalità delle ragazze della band. Poi i sentori prog prendono il sopravvento e con sezione ritmica sugli scudi si dipana su più livelli di bellezza. Quanti fiori si possono cogliere in questo giardino sonoro? Veramente tanti, e ognuno di essi ha colori e profumi a sé stanti.

Gargantua dona attimi di beltà, proseguendo il discorso di poco fa, pur variando stanze di sensibilità. D’altronde credo che i cardini di questo disco siano la delicatezza, il piacere e la delizia, e questa congrega di splendide artiste ce li rappresentano secondo dopo secondo.

Sleepin’ with the Lyoness chiude con grazia questo lavoro, in un tripudio di onirismo e sfumature sensitive. Un bacio dal sapore wicca.

Chiunque abbia necessità di una carezza, chiunque voglia elargire un sorriso, compri questo disco. Tutti gli altri dovrebbero già averlo.


Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

Runnin’ with the Wolves

La mia soluzione

Ordalia

Never

Continua

Gargantua

Sleepin’ with the Lyoness

 

Aradia are:

Sophya Baccini: Vocals, Piano

Chiara Cotugno: Drums, Background Vocals

Francesca Masucci: Violin

Anais Noir: Bass, Vocals

Sonia Scialanca: Electric And Acoustic Guitar, Alto Saxophone, Vocals

Marilena Striano: Piano, Keyboards, Background Vocals.

 -----------------------

Written by Sophya Baccini

Arranged by S. Baccini and Aradia

Recorded by Sophya Baccini’s Aradia

Mixed and Mastered by Pino Falgiano at Ondaquadra Studio

Executive Production: MaGaGiGa

Cover art: Nik Guerra

Graphic Layout: Pino Pintabona

Pics By Franco Quirile e Roberto Pagliuca




martedì 7 novembre 2023

"Gazebo": 7 novembre 2013


Il 7 novembre 2013 Francesco Di Giacomo era ospite a "Gazebo", il talk-show condotto da Diego" Zoro" Bianchi.
Eseguì insieme alla Gazebo Orchestra "Non mi rompete".
Fu la sua ultima apparizione televisiva (clicca i link, per rivedere la registrazione)
Hai ancora tanto da insegnarci, capitano!
Wazza






lunedì 6 novembre 2023

Earthset – "Nosferatu": commento di Enrico Meloni

 


Earthset – Nosferatu

Di Enrico Meloni

 

Logo che richiamerebbe a una band heavy metal o ai Misfits, un intro sinistro, carico di feedback e rumori, e già dalla prima traccia, la title track Nosferatu, cupa come non mai, si capisce che i ragazzi non scherzano, e hanno deciso di incupire e distorcere notevolmente tutta la faccenda.

Ma non è vero, è solo una scarica elettrica, pura violenza prima di rallentare nuovamente. D’altronde il rock strumentale gioca spesso con queste continue alternanze di luci e ombre, forte e piano, acceso e spento, per mantenere viva l’attenzione, incuriosire, quasi fossimo in un film… e infatti siamo in un film.

Torniamo in un altro territorio ben noto ai bolognesi Earthset. Nosferatu, infatti, si rifà all’omonimo film di Murnau, capolavoro del cinema muto del 1922.

Ho già avuto il piacere di commentare il cine-concerto degli Earthset de L’uomo Meccanico su queste pagine, e l’album in oggetto si inserisce nello stesso solco: gli Earthset continuano a flirtare col cinema muto, e questa volta tocca a Nosferatu, appunto.

E infatti grazie alla cartella stampa scopro che:

è nell’ottobre 2020 (quindi dopo l’operazione de L’Uomo Meccanico, ndr) che il quartetto incrocia la pellicola “Nosferatu, eine symphonie des grauens” ed è da lì che nasce l’attuale progetto.

Il cine-concerto, infatti, è realizzato dagli Earthset per l’edizione 2020 del Soundscreen Film Festival di Ravenna e presentato in anteprima nella serata conclusiva del festival.

Rispetto al precedente “L’Uomo Meccanico”, la band si lascia guidare dalle atmosfere romantiche del film, adottando una scrittura che predilige l’uso di temi ricorrenti, scomposti e riarrangiati al servizio della narrazione delle immagini.

Rimangono, tuttavia, tutti i segni distintivi della band e la gestione della dinamica che contraddistingue gli Earthset, sospesi tra echi classicheggianti e derive noise post-apocalittiche.

Non si può dire sia musica strumentale nel versante “post-rock da viaggione”, vuoi per una certa inquietudine e una notevole componente più noise che pervadono tutta l’opera, vuoi perché di fatto si tratta, ancora una volta, di musica da cine-concerto. Ed è proprio per questo che credo meriti di essere goduta insieme alla visione del film, come già avvenuto per “L’uomo Meccanico”. Spero che la band, che a breve tornerà sul palco, preveda questa possibilità, anche fosse per una piccola parte del concerto.

Ma torniamo alla musica… scorre mentre scrivo queste parole e mentre mi sono perso tra le trame ora eteree ora violente di questo album, torna il tema della canzone Nosferatu, ormai familiare eppure così disturbante e straniante.

Disco:

https://on.soundcloud.com/4WkbK

Un album interessante, pieno di saliscendi, come dicevamo, e di interruzioni, riprese repentine, cambi improvvisi. La registrazione in diretta non fa che aggiungere potenza e spontaneità al tutto, come è giusto che sia.

Ottima prova per i bolognesi. Con cosa ci stupiranno la prossima volta?







sabato 4 novembre 2023

Marta De Lluvia- La festa che non c’era: commento all'album

 


Marta De Lluvia- La festa che non c’era

 

Con “La festa che non c’era” Marta De Lluvia si conferma artista dalla forte grana poetica, capace di sorprendenti vette autoriali.

Dodici brani di assoluta perfezione stilistica, sostenuti da una voce viscerale ed elegante.

La produzione artistica e gli arrangiamenti sono di Edoardo Petretti, con Federico Ferrandina agli arrangiamenti e alla direzione degli archi.

Autobiografia e universalità si danno la mano in un disco classico e moderno al tempo stesso.

De Lluvia è infatti classica, nell’accezione più nobile del termine, e, contemporaneamente, attuale; esemplare e- insieme- controcorrente.

La canzone d’autore di Marta De Lluvia vuole essere un atto di profonda empatia e di condivisione, ha una vocazione intrinseca ad accogliere e ad essere accolta.

Si ascolti, a questo proposito, Malerba, (Poco importa se è di nessuno e perciò non importa se selvatica ruba la terra allungando radici/ché domestico non è mai chi non appartiene/chi di caro ha soltanto, soltanto la vita), metafora di un’irrilevanza che acquista rilievo, di una vulnerabilità che viene finalmente legittimata.

Bastava la città a riempire il giorno/ farsi stranieri in un’altra vita/camminare dentro una poesia di sete infinita. Bastava la città per il giorno/Facile perdersi/ E confondersi/Comparse della memoria- canta De Lluvia in un testo che meriterebbe (al pari di molti contenuti nel disco) di essere inserito nelle antologie poetiche.

La Festa che non c’era è un lavoro seminale, dagli echi cardarelliani (si ascolti, su tutte, Verrà settembre), destinato- se solo riceverà la dovuta attenzione- a depositarsi proficuamente, a sedimentare nelle pieghe dell’inconscio collettivo e a fiorire con il tempo.




venerdì 3 novembre 2023

Gleemen - “Dove vanno le stelle quando viene giorno?”-Commento di Alberto Sgarlato

 


Gleemen - “Dove vanno le stelle quando viene giorno?” 

di Alberto Sgarlato


Questo è proprio uno di quei casi in cui vale la pena fare un po’ di storia. Sì, perché negli anni ‘60 non era come oggi, che un artista mette un brano nuovo su una qualsiasi piattaforma di streaming e in tempo reale, in quel preciso istante, può ascoltarlo tutto il Mondo. 50 o 60 anni fa le comunicazioni viaggiavano in modo ben diverso e molto più lento, visto che il Web non esisteva.

Eppure, eppure… Eppure, l’Italia è sempre stata all’avanguardia nel fare sue e interpretare con il proprio gusto e il proprio stile le tendenze musicali di altre nazioni.

E in questo scenario tricolore, una menzione speciale la merita la Liguria. Sarà perché è sempre stata terra di marinai, di mercanti, di esploratori e di navigatori, sta di fatto che fin dagli anni ‘60, e poi nei ‘70, negli ‘80 si sono moltiplicate innumerevoli band (non staremo a ripetere per l’ennesima volta i nomi, noti a tutti), particolarmente attente agli scenari d’Oltremanica o d’Oltreoceano. Dal beat alla psichedelia, dalle varie forme di musica nera, come il blues, il soul e l’r’n’b, dall’hard rock al prog, fino al jazz-rock e negli anni ‘80 anche al metal, non c’è stato genere musicale straniero che non sia stato esplorato con tempestività da una band ligure.

In questo vero e proprio esercito di pionieri, una menzione d’onore la meritano i genovesi Gleemen: furono infatti fondati addirittura attorno (secondo la maggior parte delle fonti) al 1965 da “Bambi” Fossati, chitarrista inizialmente figlio del beat e del blues ma letteralmente folgorato, pochi anni dopo, dal sound del mancino di Seattle, tanto da diventare uno dei primi, se non il primo chitarrista della nostra nazione a conquistarsi l’appellativo di “Hendrix italiano”.

Fossati esplorerà nel corso della sua vita tanti territori musicali, dall’hard-blues alla psichedelia, al prog, con i suoi progetti Garybaldi, Bambibanda & Melodie, Acustico Mediterraneo, fino a nuove incarnazioni a nome Bambi Fossati & Garybaldi.

Ormai sono purtroppo quasi dieci anni che Bambi non è più tra noi. Ci ha lasciati nel 2014. Ma il nome Gleemen è ancora vivo e attivo: in questo nuovo album, intitolato “Dove vanno le stelle quando viene giorno?” il timone, infatti, è ben saldo nelle mani di un musicista presente fin dalle prime formazioni di Gleemen e Garybaldi: il batterista e cantante Maurizio Cassinelli.

Al basso e ai cori troviamo Alessandro Paolini, mentre un vero e proprio esercito di chitarristi si avvicenda nelle varie tracce per non far rimpiangere l’amato “Bambi”: la formazione è infatti completata dal chitarrista e compositore Mauro Culotta, già nei Gens, che come autore ha scritto per Mia Martini, Ivano Fossati, Ornella Vanoni e numerosi altri; da Marco Zoccheddu, chitarrista già facente parte di una delle prime formazioni dei Gleemen, ma che ha suonato anche in alcuni tra i principali gruppi del prog italiano, come Osage Tribe, Duello Madre e La Nuova Idea; e poi ancora da Giampaolo Casu, dall’ospite Santiago Fracassi e talvolta in veste di chitarrista anche lo stesso già citato Paolini. Il parco tastiere è suddiviso tra i sintetizzatori e gli effetti elettronici dell’indispensabile e poliedrico Paolini e l’organo Hammond di Zoccheddu; infine menzioniamo le “ospitate” di Matteo Robolini alla batteria e al darabooka in un paio di tracce.

Quasi a chiudere un cerchio con tutto quanto detto finora, “Dove vanno le stelle quando viene giorno?” è un album del catalogo Black Widow Records, etichetta apprezzata da oltre 30 anni a livello internazionale per il suo encomiabile lavoro di tutela del rock progressivo di ieri e di oggi (e non solo del prog ma di tanti altri generi, dalla psichedelia all’hard rock e dintorni).

Perché si chiude un cerchio? Perché abbiamo parlato dell’importanza della Liguria nella scena musicale italiana e la Black Widow è nata e cresciuta proprio in quella via del Campo, nel centro storico di Genova, cantata da De Andrè.

 

Ma veniamo ora al disco: la quasi totalità dei brani è firmata Cassinelli/Paolini, tranne “Le tue dita al buio”, che vede il contributo di Fracassi, “La mia chitarra”, firmata insieme a Pier Niccolò “Bambi” Fossati quando era ancora tra noi e due brani che non è eccessivo definire “leggendari” del repertorio beatlesiano: “Tomorrow never knows” (Lennon/McCartney) e “Within you, without you” (Harrison). Proprio alle due tracce dei Beatles è affidato il compito di aprire il disco e di chiuderne il lato A della versione in vinile.

“Tomorrow never knows” è molto fedele all’originale, seppur appena lievemente indurita nei suoni e poco dilatata, dai 3 minuti della versione dei quattro di Liverpool a 4 minuti, grazie a qualche inserto chitarristico. Così più o meno si può dire anche del brano di Harrison.

Certo, tutto l’album è intriso di una profonda malinconia per la perdita di “Bambi”. E questo traspare in diversi brani, come “Le tue dita al buio”, prima soft ballad che si incontra tra le varie tracce, che ben trasmette quel senso di vuoto e di amarezza, sia col testo sia con la musica.

I sanguigni riff di gusto tipicamente fossatiano sono invece immediatamente riconoscibili in “La mia chitarra”, brano decisamente energico che trasuda tutta la potenza del compianto “Hendrix italiano”.

Il disco scorre rivelando una straordinaria varietà stilistica, pur nella sua perfetta coerenza: dal groove quasi funk-psichedelico di “What I want to say”, altro brano con un testo a dir poco doloroso come un pugno, agli arpeggi acustici progressive-folk di “Sulla collina” (una delle vette in un album complessivamente eccelso), all’incedere roccioso di “Intolerance”, uno degli episodi più hard e più dark, in netto contrasto con la ballad precedente, un quasi-strumentale (il testo dice una sola parola) che oscilla tra hard-rock e jazz-rock; alla delicata, rarefatta e surreale “Diario di un dromedario”, che alterna momenti più ipnotici a riff più distorti, alla conclusiva “Dove vanno le stelle?”, il brano più vicino al progressive rock di stampo canonico in virtù di un massiccio uso dell’elettronica.

Il vinile termina qui. La versione in CD ospita ancora due tracce: “Facili illusioni”, brano dal riff che cattura fin dalle prime note, e “Ragazze di giorno, ragazze di sera”, ballad psichedelica di gusto beatlesiano ma anche fresca come le melodie del beat italiano.

Concludendo: per i giovani che non conoscevano l’arte di Pier Niccolò “Bambi” Fossati, la sua grinta, il suo estro, sarà l’occasione per riscoprirne la storia grazie all’encomiabile lavoro di un gruppo di grandi musicisti che ne omaggia la memoria. Per chi ha amato quelle band dalle quali questi musicisti provengono… sarà il momento di versare ben più di una lacrimuccia di commozione.

Un album intenso, riuscito; regala tanta malinconia pensando a chi non c’è più ma anche tanta gioia ascoltando chi resta e continua a scrivere ottima musica.