www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020
Visualizzazione post con etichetta Ricordando Big Francesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ricordando Big Francesco. Mostra tutti i post

martedì 21 gennaio 2020

Ricordando Big Francesco



21 gennaio

Ogni volta che ci affacciamo ad un nuovo anno, tutti parlano di cambiamento.
In realtà, nulla cambia ma tutto continua. Il cambiamento che cerchiamo è nella nostra testa, nei nostri occhi e nel nostro cuore, non in una nuova pagina di un calendario.

Claudia Marangoni

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano!
Wazza


La voce di Francesco Di Giacomo è la voce della mia gioventù. Ora lo chiamano Rock Progressive, ma quando avevo quindici anni era solo rock oppure pop e nient'altro. Invece era altro, era la musica degli anni Settanta, la musica dei Genesis, dei Gentle Giant, degli Area, dei Pink Floyd quelli veri, delle Orme, degli Emerson Lake & Palmer, dei Led Zeppelin, della Premiata Forneria Marconi, degli Yes, dei Procol Harum. I Beatles erano roba vecchia e i Rolling Stones per molti lo stavano diventando. Per me Jimi Hendrix era sempre un mito e faceva capolino il Jazz di Miles Davis. La voce di Francesco Di Giacomo è la voce della mia gioventù, come la voce di Dalla, di Demetrio Stratos, di Ivan Graziani, di Rino Gaetano, di Janis Joplin...

La voce di Francesco Di Giacomo è inversamente proporzionale alla sua mole. Fina, sottile, potente. Potenti sono anche le parole e le liriche straordinarie che nascono dalle note sintetizzate di Vittorio Nocenzi e da un miracoloso Chorale capace di dare vita ad uno splendido album come Darwin. Il Banco Del Mutuo Soccorso era per noi giovani e adolescenti quel "complesso" che faceva dischi con forme originalissime come il salvadanaio di  Banco o il portone di  Io Sono Nato Libero, album che a noi appariva come un incitamento alla ribellione, mentre  Garofano Rosso segnava la fine della spensieratezza: il 1977 sarebbe arrivato molto presto.

Che emozione anche il disco in inglese prodotto dalla Manticore, la stessa casa discografica degli Emerson, Lake & Palmer.  L'Albero Del Pane è un brano che si faceva canticchiare per tutta la giornata e spesso lo cantavamo tutti insieme regalandoci la voglia di prendere le chitarre acustiche rotte e vecchie per suonare i nostri sogni: Crosby, Still, Nash & Young, John Denver, Jackson Browne, etc.

Sono le voci della mia gioventù.

Non mi rompete, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno. È ancora presto per il giorno, quando gli occhi si riempiono di pianto, i miei occhi, di pianto.”

 di Roberto Rocchi



giovedì 21 marzo 2019

21 del mese, ricordando Big Francesco

 

"Liberi sono quelli che creano, non quelli che copiano,
e liberi sono coloro che pensano, non quelli che ubbidiscono.
Insegnare è insegnare a dubitare
."
(Eduardo Galeano - giornalista scrittore)

21 Marzo
Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano!
Wazza


Ricordo di  Guido Harari (fotografo)

OH FRANCESCO E IL BANCO DEL MUTUO SOCCORSO! Vi ho conosciuti al Papagayo di Milano Marittima nell'estate del 1972. L'album del "salvadanaio" aveva mietuto vittime a profusione tra le schiere dei prog fans di quella primavera rock italiota. Ero agli inizi del mio viaggio nella musica e nella fotografia e ci si ritrovò con naturalezza nella vecchia sala di via dei Cinquecento, a Milano (un cinema parrocchiale che veniva trasformato nella mitica sala di registrazione dell'altrettanto mitica Dischi Ricordi), con Sandro Colombini alla produzione e Walter Patergnani alla consolle per le sessions di "Darwin". L'irresistibile ironia e il "physique" di Francesco, l'irruenza incontenibile di Vittorio, la calma assoluta di Marcello, Gianni e Pierluigi, l'aria eternamente sorniona di Renato: tutto mi colpì di loro, attirandomi in un crescendo di prove, concerti e viaggi, fino alle registrazioni di "Io sono nato libero", nei nuovi studi della Ricordi, stavolta moderni e professionali, con l'attenta regìa di Gaetano Ria e Colombini. Cesare Monti tollerò la mia presenza e la mia curiosità durante lo shooting della copertina dell'album in un cortile sui Navigli: quel pomeriggio fu un prezioso apprendistato, che mi fece capire l'importanza di creare immagini dirette, trasparenti, naturali, di immediata lettura. Scattai un paio di rullini, sotto lo sguardo insofferente di Cesare, e così mi apparve sul poggiolo Francesco, leggiadro come un cartoon di Disney, innamorato della vita e della musica.
Ci ritrovammo qualche anno dopo con la Carovana del Mediterraneo insieme ad Angelo Branduardi. Il progressive era sfiorito, Vittorio aveva lanciato la band nell'ambiziosa dimensione orchestrale di "Di terra", ma il Banco non aveva perso la sua identità e il suo smalto. Solo i tempi erano cambiati e gli anni Ottanta avrebbero portato con sè una prima resa. Poi, molti anni dopo, il rinnovato interesse da parte del pubblico per quella stagione musicale e progetti raffinati come quello dedicato al Fado da Francesco insieme a Eugenio Finardi riposizionarono nella grande storia della musica italiana. Ti ricordo con grande affetto, Francesco, e mando un abbraccio fortissimo a tutta la famiglia del BMS. 

domenica 21 ottobre 2018

Ricordando Big Francesco, il 21 del mese... di Wazza


 "Ricorda, non sei straniero, sei solo povero. Se fossi ricco non saresti straniero in nessun luogo"

21 Ottobre
Ci sarai sempre... Buon viaggio Capitano!
Wazza




"Smeraldina", di Francesco di Giacomo

Ci eravamo incrociati spesso quando faceva parte della band romana Le Esperienze. Era un cantastorie, una persona colta, studioso del movimento operaio. In occasione della pubblicazione del volume Avanti Pop ci chiesero di scrivere delle storie in occasione del centenario della CGIL che si celebrava con una serie di concerti di Têtes de Bois nei paesi che avessero una storia operaia e sindacale. Ad Isola del Liri vennero tra gli altri Daniele Silvestri e Nada. Io scrissi LOdore del Feltro, Francesco Smeraldina, bellissimo racconto sulla condizione della donna lavoratrice nellantica cartiera Fibreno Lefevbre. Il libro con annesso DVD fu pubblicato dal quotidiano Il Manifesto e distribuito dalla Feltrinelli.
Smeraldina Oggi, anno di grazia 1861, io, nella cartiera del Fibreno, la più importante dItalia, ho dietro di me, 500 operai così divisi: 230 uommene, 220 fèmmene e 50 criàture. Sotto di me passano un milione e seicentomila chili di stracci e io produco un milione e centotrentamila metri di carta. Io sono il principale rullo compressore che pressa la carta qui al Fibreno. Ma la vita della fabbrica è alle mie spalle e ho potuto solo sentire il racconto di Smeraldina, operaia qui dentro, tanti anni fa.
Dènte allacqua tutte glie uorne, sette giorni sopra a sette, dellestate e dellinverno, e da Pasqua fino a glie muorte, sempre mièse. A st infièrne a mpastà acqua e stracci, stracci e acqua, stracci e stracci, che ci esce poi la carta, che ce scriune può glie signure, che ci leggono chi legge, io che a leggere non so, e non scriuere manche pure. Ma la notte, la stanchezza, non mi fa manco addermì, e io allora penze glie penzière, che mariteme, mio marito, mi dice Smeraldì io mi chiamo Smeraldina che è il colore de glie ciume prima che duènta carta Smeraldina, tu siè fèmmena e non può raggena, quello le facème glie uommene, siè capite Smeraldì?. E ho capito, ho capito troppo bene, ma nen pòzze manche dille, sacce sule che trauaglie, trauaglie come n ome, ma guadagno assai di meno, meno della sua metà, ma la sera sème muorte de fatia a ffatià, tale e quale, tutte due tale i quale. Comme so ditte, mpastème la carta nella fabbrica cresciuta da messiù Berèngé, ne francese che dice che ha cresciute pure a nu, padri, madri e figli, che diventeranno padri e madri e così avanti, ma avanti fino addo? Ma fino a quande? Fino a quando non diventiamo carta pure noi, sembra quasi che lo dicono quando parlano straniero tra di loro ste francise che non si capisce niente, solamente travaglié, travaglié, che sarebbe fatià, fatià. Allalba di ogni alba ce ne partiamo tutti assieme, uommene, fèmmene, uttere, utterièglie, si bambini e neonati perché sennò anddo glie liesse Tutte loche allacqua, che sème tutta nà cosa, che la puzza e glie fume ca pe nù saria laria, che ce sbucia glie polmone e che glie uocchie si gonfiane de lacreme i malore, non si sa quale di più. Glie uommene stanno a una lira per dodici ore, le fèmmene stesse ore ma a 40 centesime, glie figlie pure a 30, ma sono piccoli, rendono poco, poco meno. Ma pare che propria iere alla Francia sè ruoluzionate glie munne, basta che gli re i glie prete, basta che tutte, sule qua n basta mai, che sule a arrapi glie fiate, se presèntene glie soldate. Dice ca n signore Germanese, di quelli tanto saputi cà sanno proprio tutto ha detto: è un piacere osservare gli operai preparare la carta, o meglio fonderla, scorre simile a un fiume grigio, poi diventa latteo, si addensa, si compatta e infine esce dal rullo calda, la carta. Io n so capite capite propria tutte, ma prima del piacere del prodotto finito, ci sta chi produce, sfinito, allinfinito. Comunque io, Smeraldina, cento anni dopo sto ancora qui, allacqua, sei giorni su sette, col tempo se migliora, glie uommene due lire al giorno, io fèmmena sempre la metà, ma io so donna non posse raggenà! E uabbè e allora sai che faccio? Ho deciso che pezzo a pezzo mi lascio andare, mi abbandono una gamba, un braccio, na recchia, ne dite e m ammischie allimpasto e uscire alla fine, dal rullo, calda e bianca, preziosa e rispettata come la carta, e una mano perfetta scriverà su di me tutti i penzieri che so penzate sempre e per sempre.

Luciano Duro