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giovedì 2 ottobre 2025

Compie gli anni Mike Rutherford


Compie gli anni oggi, 2 ottobre, Mike Rutherford, membro fondatore dei Genesis.

Inizialmente bassista, poi dopo la dipartita di Steve Hackett, si trasformò in chitarrista.

Oltre alla lunga carriera con i Genesis ha registrato due album solisti, e nel 1985 fonda il gruppo “Mike+ The Mechanics” con il cantante Paul Carrack.

Happy Birthday “Pluto”!

Wazza  






mercoledì 1 ottobre 2025

IL SEGNO DEL COMANDO-“Sublimazione - live”, commento di Andrea Pintelli

    IL SEGNO DEL COMANDO        
“Sublimazione - live”

Di Andrea Pintelli


sublimazióne s. f. [dal lat. tardo e mediev. sublimatio -onis]. – 1. a. L’azione, il fatto di sublimare, di rendere o di essere reso sublime: s. di un affettodi un sentimentone’ pubblici infortuni ... si vede sempre un aumento, una s. di virtù (Manzoni); tendere alla s. spirituale per mezzo dell’ascetismo e della contemplazioneb. In psicanalisi, termine introdotto da S. Freud (ted. Sublimierung) per indicare la trasformazione di impulsi istintuali primitivi, soprattutto sessuali, a livelli superiori e socialmente accettabili, e comunque di carattere non sessuale, come processo prevalentemente inconscio operante nella produzione artistica e creativa e nella sfera religiosa; v. anche neutralizzazione (nel sign. 8). 2. In fisica e chimica, fenomeno consistente nel passaggio di una sostanza dallo stato solido allo stato aeriforme direttamente, senza passare per lo stato liquido (il fenomeno inverso prende il nome di brinamento, sebbene nell’uso corrente si usi spesso, anche per questo, il termine sublimazione); calore di s., la quantità di calore che occorre somministrare a un grammo di sostanza per ottenerne la sublimazione; tensione di s., la tensione di vapore della sostanza allo stato solido: generalmente bassa a temperatura ordinaria (meno che per alcune sostanze come lo iodio, la canfora, l’antracene, ecc., che perciò sublimano facilmente), cresce con la temperatura stessa (fonte: Treccani).

Questi i significati ufficiali del termine Sublimazione, scelto da Il Segno Del Comando come titolo del suo disco dal vivo, appena pubblicato, che corona i suoi trent’anni di attività. Prodotto insieme a Nadir Music, è una summa del percorso artistico che ha portato questa band a diventare il cardine del movimento dark prog. I brani in esso contenuti, che ripercorrono la loro carriera dandogli ulteriore lustro attraverso reinterpretazioni da manuale, sono stati registrati il 31/01/2025 a Pesaro presso lo spazio Webo, nell’ambito dell’evento “Gala delle Nobili Sinfonie”, nel quale il gruppo ha condiviso il palco con il Balletto di Bronzo e Mad House. Le bonus tracks sono state registrate il 30/10/2022 durante un’esibizione al T-Blok (Olanda). Sensi e contenuti ufficiosi, invece, questo nuovo capitolo della saga ISDC ne contiene tanti altri: purificazione, crescita, evoluzione, metamorfosi, intensità, energia, interscambio, condivisione, trasformazione, passione, esperienza, dinamismo, profondità. Di fatto “Sublimazione - live” è un alto rito collettivo, come d’altronde ogni altro concerto de Il Segno Del Comando sa essere, dove viene abbattuta realmente (e senza retorica) la distanza tra musicisti e pubblico, creando un’unica entità capace di incanalare forza, volitività, rinnovamento dello spirito. Parteciparvi è darsi e aprirsi, siccome quel che si riceverà sarà tanto e prezioso. 

Il Domenicano Bianco (dall’album che porta lo stesso titolo) dà il via alla cerimonia, e la carica è massima fin da subito. Dinamismo e fantasia dominano la scena, in cui svetta la matura ugola d’acciaio di Morello con la sua carica drammatica che rendono appieno l’atmosfera del brano. La granitica sezione ritmica gira a mille, col basso di Banchero protagonista indiscusso del suono. Sulla Via della Veglia (da “L’Incanto Dello Zero”) è qui maggiormente corposa rispetto alla versione su album, con la band coesa come mai prima d’ora. Grandissima potenza, infinita poesia si abbracciano nel donarsi incondizionatamente come fossero ardenti amanti. Le pause di questa traccia rendono le ripartenze ancor più decise e teatrali. Nel Labirinto Spirituale (anch’essa da “L’Incanto Dello Zero”) pone l’ascoltatore nei meandri più rarefatti del repertorio dei nostri, in cui trepidazione e inquietudine rafforzano la parte psichica. Il testo della canzone è, come noto, un gioiello e l’interpretazione qui fornita da Morello è delicata e parecchio sentita, esaltandone gli accenti. Eterea e limpida, giunge a compimento (anche) grazie alla penetrante melodia dell’assolo di chitarra. La Bianca Strada (da “Il Domenicano Bianco”) è suggestione infinita, in cui le tematiche dark prog risplendono al loro massimo. Il lavoro presentato dalle tastiere è una manna, in cui sembra di tuffarsi in un mare di espressività armonica, proseguito successivamente dai sinuosi intrecci chitarristici che elevano la traccia al proprio apice. La Taverna dell’Angelo (da “Il Segno Del Comando”) è uno dei cavalli di battaglia del gruppo e qui viene ripresentata con nuovissimi abiti in cui le tinte oscure hanno il sopravvento. Profuma di contemporaneità, pur nella sua veste di evergreen, in cui i famosi contrasti fra potenza e introspezione sono attivamente aumentati dalla partecipazione emotiva dei musicisti che emerge con empatia. Straordinaria. Il Segno Del Comando (dall’album omonimo), simbolo e marchio indelebile, è una cavalcata che dal vivo sfiora i quindici minuti, ma che travalica il tempo in ogni sua forma e dimensione. Brividi immediati a ogni suo ascolto, per tanti e vari motivi, è di fatto un’invocazione da un’altra dimensione che arriva fino a noi. Il pathos che viene prodotto da questa versione è uno zenith, un vortice sonoro che abbraccia e travolge, grazie al lavoro collettivo dei vari: chitarre al fulmicotone sia in fase ritmica che in quella dedicata agli assoli, immense tastiere infuocate, basso e batteria che creano mondi sonori differenti ad ogni passaggio, ritmi che cambiano repentinamente, una voce significativa che non ripete ma dona nuova vita al pezzo. Gli elementi ci sono tutti per questo sabba d’oggiogiorno. Aseità (da “L’Incanto Dello Zero”) è Diego Banchero e il suo basso come prolungamento della propria anima. Esplorativo verso gli archetipi, voce dell’essenzialità, cuore e mente vissuti in un equilibrio mai scontato. Un incanto che si fa incantesimo. Il Mio Nome È Menzogna (anch’essa da “L’Incanto Dello Zero”), altro concerto, altra dimensione. Il brano viene spogliato dagli orpelli (comunque non inutili, s’intende) e reso in forma più scarna rispetto alla versione in studio, ma pare un bene siccome emergono i suoi pregi. Asciutto e immediato, è episodio di grandissima presa. Missa Nigra (da “Il Segno Del Comando”) è un altro dei brani più emblematici della band. Denso, tenebroso, fosco, ha il titolo che dice tanto (non tutto); è una chiara evocazione in musica, i cui paesaggi sonori sono fra i più avvincenti e intriganti che si conoscano in ambito dark prog. Coraggio e fermezza per prenderne parte, allucinante com’è; un viaggio non senza pericoli al quale non ci potrà mai abituare, ma pieno di fascino e quindi di sicura presa. Il Calice Dell’Oblìo (da “L’Incanto Dello Zero”) è reso essenziale, maggiormente diretto, di fatto un potente episodio tratto da un grandissimo disco. Il gruppo ne rende una prospettiva diversa, in cui completa il messaggio grazie a un’interpretazione di assoluto vigore.

La dimensione live aiuta ogni artista, ma in questo caso siamo di fronte a un processo di trasformazione e miglioramento continuo che coinvolge tutte le percezioni. Personalmente avrei desiderato trovare pezzi anche da “Der Golem” e “Il Volto Verde”, giusto per completare il quadro del loro cammino, ma sono sicuro che questo live farà comunque la felicità degli ammiratori de Il Segno Del Comando, e sarà altresì una succulenta occasione di conoscenza per nuovi ascoltatori. Apprezzo l’aprirsi a nuovi orizzonti stilistici dei nostri, perché solo attraverso il progresso c’è incremento. Lunga vita a questa band, dunque, nella speranza che i dormienti emotivi possano (ri)svegliarsi per venire a popolare il nostro stuolo di appassionati di questa meravigliosa realtà musicale che non ha pari in nessun luogo e che è fonte d’ispirazione per tanti e diversi epigoni. Abbracci diffusi.

 

Tracklist:

1.   Il domenicano bianco

2.   Sulla via della veglia

3.   Nel labirinto spirituale

4.   La bianca strada

5.   La taverna dell’angelo

6.   Il segno del comando

7.   Aseità

8.   Il mio nome è menzogna (bonus track)

9.   Missa nigra (bonus track)

10.                  Il calice dell’oblio (bonus track)

 

Componenti da traccia 1 a 7:

Diego Banchero – basso

Davide Bruzzi – chitarra e tastiere

Roberto Lucanato – chitarra

Riccardo Morello – voce

Beppi Menozzi – tastiere

Paolo Serboli – batteria

 

Componenti da traccia 8 a 10:

Diego Banchero – basso

Davide Bruzzi – chitarra e tastiere

Roberto Lucanato – chitarra

Riccardo Morello – voce

Fernando Cherchi – batteria

 

Artwork: Paolo Puppo.

Mixing e Mastering: Diego Banchero.

Master montage: Tommy Talamanca (Nadir Music).

Photo by Ago Sauro.

Prodotto da Il Segno del Comando e Nadir Music.

Musiche e testi di Diego Banchero (eccetto La Taverna dell’Angelo e Il Segno del Comando, testi di Mercy). 

Per contatti col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com

 

 

Genesis, 1° ottobre 1972


Correva l'anno (quanti ne sò passati !!!) 1972, precisamente il 1° ottobre, a Newcastle City Hall. I Genesis erano nel pieno del "Foxtrot Tour", quello in cui Gabriel sorprese i suoi amici, presentandosi sul palco, con la "testa di volpe" e costumi vari (la prima volta fu a Dublino), e ciò cambiò radicalmente il modo di fare concerti dei Genesis. Gli altri non erano inizialmente d'accordo, come si legge nella varie interviste dell’epoca, ma poi tutto si appianò, visto che l'abilità di Gabriel diede una nuova potenzialità ai concerti e, soprattutto, fece aumentare di uno zero le tariffe d'ingaggio!


 Phil Collins nella sua autobiografia "No, non sono ancora morto":

"Prima di questo non cerano stati indizi del fatto che Peter volesse cominciare a travestirsi. Come, più avanti, non ci avvertirà della maschera da fiore che indosserà per la parte di Willow Farm in Suppers Ready, e nemmeno per la scatola triangolare che si mette in testa per la parte successiva, Apocalypse in 9/8. Le vediamo anche noi nello stesso momento in cui le vede il pubblico. Lui non vuole saperne di decidere in gruppo, in questi casi. (...) Queste sono le cose molto fuori dagli schemi che fa ora Peter Gabriel sul palco con i Genesis. Dopo Dublino, la signora Volpe ricompare in ogni concerto, sempre nello stesso punto. Ci abituiamo presto, ed è meglio per noi: una foto di Peter con il nuovo costume finisce dritta sulla copertina del Melody Maker, e fa aggiungere uno zero alla tariffa di ingaggio dei Genesis. Passiamo da trentacinque sterline a trecentocinquanta sterline a serata."
Iniziava l'era Gabriel!

...di tutto un Pop
Wazza




venerdì 26 settembre 2025

John Strada - Basta Crederci Un Po’, di Luca Paoli



John Strada - Basta Crederci Un Po’

 (Crinale, 2025)

di Luca Paoli

Undici canzoni come specchi incrinati, dove la vita si riflette senza filtri


Release album: venerdì 7 novembre 2025


A volte ascoltare un disco è come aprire un quaderno che non ti aspetti: pieno di scarabocchi, note a margine, emozioni che ti colpiscono senza chiedere permesso. Così è stato per me con Basta crederci un po, il nuovo lavoro di John Strada

C’è sempre un confine sottile tra il bisogno di raccontare e quello di salvarsi, e qui quel confine diventa il filo invisibile che attraversa ogni brano: tra la vita quotidiana, le illusioni, la rabbia e le piccole speranze che ci portiamo dentro.

Il disco respira tra l’Emilia e l’America, tra la canzone d’autore italiana e le radici rock’n’roll che da sempre accompagnano Strada. Ma c’è qualcosa in più questa volta: come racconta lo stesso Strada, c’è stata una svolta nel suo modo di scrivere, guidata da nuove ispirazioni, letture e ascolti. Ha scritto, distrutto, rivisitato, e solo quando si è reso conto di avere del buon materiale ha deciso di affidarsi a Don Antonio Gramentieri, un vecchio amico e produttore artistico, per trasformare quelle canzoni in un percorso coerente. Ascoltarlo è come entrare in quel percorso: tra familiarità e sorpresa, ogni canzone diventa un piccolo diario che non smette di parlare.

Attorno alla voce e alle chitarre di Strada si muovono la batteria di Diego Sapignoli, le tastiere di Nicola Peruch, le percussioni di Denis Valentini e i cori di Daniela Peroni e Laura Zoli. Un suono curato, essenziale, registrato a La Casina di Modigliana e rifinito da Ivano Giovedì al Waveroof di Castel Bolognese.

Ogni tappa della carriera di Strada sembra un tassello di un mosaico più grande. Dal progetto multidisciplinare di Dalla periferia dell’anima (2008), dove musica, racconti di Gianluca Morozzi e fotografie dipinte da Andrea Samaritani si intrecciavano in un’unica esperienza, fino al dvd live del 2010, che catturava l’energia dei concerti. Poi Live in Rock’a (2012), con la sua forza immediata, e Sangue e polvere, che ha raccontato il dolore e la resilienza dopo il terremoto emiliano. Non si può dimenticare il riconoscimento europeo per Meticcio (2014), l’apertura internazionale di Mongrel (2016), fino alla delicatezza acustica di Fra Rovi & Rose (2020). Ogni disco ha lasciato un segno diverso. Come se Strada stesse scrivendo un unico diario: corde di chitarra, parole, inchiostro. Ogni capitolo racconta un pezzo della sua vita e del nostro tempo.

I brani scorrono come pagine di un diario imperfetto, pieno di spigoli e annotazioni a margine. Basta crederci un po’ mi ha colpito subito. Un elettro-blues ipnotico che mette a nudo la finzione dei social: vite curate a tavolino, sorrisi costruiti. Ascoltandolo, ho pensato alle persone che conosciamo ogni giorno e a quanto ci raccontiamo versioni di noi stessi che non esistono davvero.

Ballando in città è un respiro leggero nel disco. Ti fa scivolare in un mondo sospeso, dove tutto sembra possibile e nessuno riesce davvero a rovinare i sogni. Mi ha fatto sorridere, e per un attimo ho dimenticato la gravità dei temi del disco.

Parlavo da solo è quasi un monologo interiore. Entrare in quella testa significa seguire dubbi, rimpianti, scoperte improvvise. Non è facile da seguire, ma ogni ascolto rivela piccole verità, frammenti che cercano una conclusione sempre in sospeso.

Non ti dirò ti amo parte ruvida, quasi a voler respingere, e poi sboccia in un ritornello fresco e luminoso. Non è mai sdolcinata. Parla di un amore imperfetto, fatto di gesti e dettagli, fragilità e onestà. L’ho percepita come una carezza inattesa, tra parole e silenzi.

Manca il respiro ti prende allo stomaco. È un pugno lento e inesorabile. Strada racconta la frustrazione di non essere diventati ciò che sognavamo da ragazzi, senza indulgere nel vittimismo. Rabbia e tenerezza si mescolano: la consapevolezza dei propri limiti diventa un sentimento vero, tangibile.

Girasoli è un brano silenzioso e pesante, che prende le mosse dalla storia di Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto nel 2005 durante un controllo di polizia. John Strada sceglie di raccontarla con delicatezza e rigore, senza indulgere ma senza nemmeno trasformarla in slogan: la voce resta ferma, il dolore non viene attenuato, e la musica diventa un’ombra discreta che accompagna l’ascoltatore, costringendolo a riflettere sulla violenza, sulla paura e sull’ingiustizia che possono ancora attraversare le nostre vite.

La scuola è finita esplode in energia e leggerezza. I cori di ragazzi e ragazze portano il brio della gioventù, la voglia di libertà, di non piegarsi al mondo degli adulti. Ti fa battere il cuore e ricordare l’euforia di quei momenti in cui tutto sembrava possibile.

Amore social racconta delusione e attesa che non viene ricambiata. Lui aspetta, lei non arriva. Nella voce di Strada c’è tutta la fragilità e la speranza di chi si affida a un legame costruito a distanza. Ti fa sentire amore e vuoto nello stesso istante.

La vita va restituisce una sensazione di sospensione. Giorni uguali, promesse non mantenute, routine che non lascia scampo. È il racconto di un disadattato che osserva il mondo dalla sua finestra, senza illusioni, e ti porta con sé nel suo piccolo universo.

Giocattoli rotti è la ballata più dolorosa del disco. Rimpianti, ricordi, tentativi di aggiustare ciò che ormai è spezzato. Ogni ascolto lascia un peso, un’amarezza sottile, che si mescola alla bellezza della melodia.

Infine, “La tygre e l’agnello” chiude l’album con un colpo secco. Il ritmo incalzante e la voce parlata disegnano immagini forti. Il titolo richiama le poesie di William Blake (The Tyger e The Lamb), che interrogavano la doppia natura dell’essere umano, tra ferocia e innocenza. Qui quell’immaginario viene spostato nel presente: un racconto crudo sul femminicidio, senza risposte rassicuranti, solo un’inquietudine che resta addosso.

Basta crederci un po’ è un disco che guarda la realtà senza filtri, senza paura di alternare leggerezza e dolore. John Strada ci accompagna in un mondo che conosciamo bene: fragilità e illusioni, ma anche resistenza e speranza. Basta davvero crederci un po’? Forse sì. Almeno nella musica che non smette di raccontarci chi siamo.

E in quel racconto c’è qualcosa che va oltre le parole e le note: c’è lo spazio per fermarsi un attimo, per riflettere sulle nostre giornate, sui gesti imperfetti, sulle emozioni che cerchiamo di nascondere. Ascoltando questo album, ti accorgi che credere non è solo un atto di fiducia o ottimismo: è un modo di restare presenti, di continuare a osservare, amare e sorprendersi. In ogni canzone c’è la pazienza della vita che scorre, e la forza gentile di chi, come Strada, sceglie di raccontarla senza filtri, con sincerità, senza mai scadere nel semplice buonismo. Alla fine, Basta crederci un po’ ti lascia con la sensazione di aver percorso insieme un piccolo viaggio intimo, fatto di luci e ombre, di dolore e di dolcezza, un viaggio in cui riconosci te stesso ad ogni passo.


giovedì 25 settembre 2025

RocKalendario del secolo scorso – Settembre, di Riccardo Storti


 

RocKalendario del secolo scorso – Settembre

di Riccardo Storti

 

1955 10 settembre. Il primo successo di Chuck Berry, Maybelline, raggiunge la posizione più alta in classifica, il numero 5 nella Billboard Top 100. Quando Berry portò per la prima volta la canzone a Leonard Chess, il brano si intitolava Ida May, ma il proprietario della casa discografica pensò che fosse "troppo rurale". 

Così, notando una scatola di mascara sul pavimento dello studio, Chess esclamò: "E che cavolo! Perché non chiamiamo questa dannata cosa Maybelline?", modificando accortamente l’ortografia per evitare problemi con la nota azienda di cosmetici.

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1965 – Il 25 settembre negli USA balza al n. 1 dell’Hit Parade, la controversa Eve Of Destruction di Barry McGuire. Siamo in piena Guerra Fredda e il tema cupo e apocalittico del brano fu così divisivo da essere bandito dalla programmazione di alcune radio statunitensi. Pensate che la canzone fu inizialmente offerta ai Byrds, che però la rifiutarono, mentre i Turtles ne incisero una versione, pubblicata nel loro album di debutto del 1965 (It Ain't Me Babe), poco prima che fosse registrata quella di McGuire.

Il cantante, anni dopo,  ricordò che Eve of Destruction era stata registrata in una sola sessione di registrazione, un lunedì mattina (12 luglio), leggendo il testo scarabocchiato su un foglio accartocciato. Il giovedì successivo, alle 7 del mattino, ricevette una telefonata dalla casa discografica che gli consigliò di accendere la radio: quella canzone stava passando già in onda.

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1975 – È Settembre quando esce uno dei capolavori assoluti del jazz-rock italiano: La Valle dei Templi del Perigeo. La copertina resta un’icona e anche il disco è divenuto presto una pietra miliare tale da sevidenziare la maturità del gruppo. Dopo l’esordio di Azimuth e il bis con Abbiamo tutti un blues da piangere, questo nuovo disco impone il Perigeo all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

 Oltre al title track, si distinguono i guizzi frizzanti dell’opener Tamale e di Looping, l’ossessivo 5/4 di Il mistero della Firefly, l’intimismo da colonna sonora di Pensieri e di Alba di un mondo, i passaggi carioca di Cantilena e le evocazioni tra fusion e World Music nella conclusiva Un cerchio giallo. In line-up, oltre al consolidato quintetto (Biriaco, D’Andrea, Fasoli, Sidney e Tommaso), si aggiunge la presenza di Tony Esposito con le sue percussioni.

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1985 – 3 settembre. Steve McQueen sbarca in USA. No, non si tratta dell’attore, bensì dell’album della pop band inglese Prefab Sprout che, in primavera, aveva pubblicato il disco in Gran Bretagna, mentre l’uscita negli States mutò titolo in Two Wheels Good, probabilmente ispirandosi alla moto cavalcata dal cantante e chitarrista Paddy McAloon, ritratta in copertina.

Un album che vendette tantissimo grazie soprattutto ai singoli When Love Breaks Down, Appetite e Goodbye Lucille #1.

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1995 – 21 settembre, irrompe Buon compleanno Elvis di Luciano Ligabue. Abbandonato il ticket con la storica band d’appoggio dei Clan Destino, Liga balla da solo dando alle stampe un disco più vicino alle radici rock, blues, se non addirittura, folk rock: l’acustico e l’elettrico convivono placidamente tra ballad e r’n’r. 

Sarà un successo di vendite da paura anche grazie ad una serie di singoli (Certe notti, Viva!, Hai un momento, Dio?, Quella che non sei, Seduto in riva al fosso, Vivo morto o x e Leggero) che faranno da traino alla diffusione del 33 giri. Tra i musicisti, l’hammondista Pippo Guarnera, che alcuni di noi ricordano quale collaboratore dei Napoli Centrale e di Eugenio Finardi.

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giovedì 11 settembre 2025

L’IMPERO DELLE OMBRE - “Oscurità” - Di Andrea Pintelli

 


L’IMPERO DELLE OMBRE - “Oscurità”

Di Andrea Pintelli


L’Impero Delle Ombre, ormai a tutti gli effetti fra i principali gruppi di doom metal a livello europeo (pur se il cantato è in italiano), ha rilasciato il quarto album dal titolo Oscurità. Pubblicato, ovviamente, dalla Black Widow Records (gloria sempre), si pregia di andare ancor più in profondità rispetto ai loro lavori precedenti, o meglio, verso l’abisso delle tenebre, alla ricerca di sonorità sofferte, ispirate, energiche, tetre, incisive. Un insieme di escursioni che i componenti del gruppo hanno effettuato nei meandri dei luoghi più proibiti e oscuri, appunto, della psiche umana per proiettare sé stessi nelle loro composizioni; a noi fruitori il compito di accettare la sfida di rivivere le storie raccontate, sostituendo idealmente i ragazzi della band, qui nella terra della finta luce.

Il Mio Ultimo Viaggio è posta come prima traccia, e titolo più appropriato non potevano partorire. Ambientazione doom “in purezza”, iconica, arcana: otto minuti di lento e inesorabile tragitto verso il riposo eterno, verso il luogo in cui tutti finiremo. Straziante nelle atmosfere, deprimente, ma atrocemente vera.

Si prosegue con Zulphus Et Mercurius, con clavicembalo e flauto ad introdurne i contenuti. Un breve incipit che lascia spazio ad atmosfere doom, ma contaminate da spunti hard rock e da un lirismo che lascia il segno. Il tappeto sonoro tastieristico aiuta moltissimo il risultato finale che il gruppo si è prefissato.

Lacrime nella Pioggia, annunciata da un temporale nefasto e da un inusuale sax, ha andamento maggiormente sostenuto rispetto alle canzoni precedenti, ha tiro ed è straniante quanto basta per solleticare la fantasia dell’ascoltatore. Un ottimo esempio di qualità compositiva mai fine a sé stessa. Sicuro e inquietante l’assolo di chitarra.

Dagon, ispirato dal racconto di H.P. Lovercraft, si avvale di un coro iniziale per definirne il contesto, con al centro la narrazione che, come scattante serpente si insinua nella nostra immaginazione, cercando di approntarla a tanta inattesa e granitica resa sonora. Le tastiere disegnano i profili dei protagonisti come fossero dei miraggi, lontani e impalpabili, ma in realtà vicinissimi.

Macara è doom metal fin dalla prima nota e rende omaggio al cinema horror italiano del secolo scorso, rendendo esplicito uno degli argomenti d’ispirazione de L’Impero Delle Ombre. Possessioni e follia si intersecano per regalare attimi di puro terrore, angoscia e inquietudine. Un film in musica.

La Taverna del Diavolo, ossia quel posto tristemente leggendario (realmente esistito) in cui si organizzavano atrocità e attività deprecabili. Le sonorità del pezzo sono più fosche e minacciose che mai, atte a rappresentare gli affreschi demoniaci apparsi all’interno dello sconvolgente locale.

Il Gatto Nero, chiaro omaggio a E.A. Poe il cui titolo è tratto da una sua narrazione, parte con marcata potenza e folle mistero, dipanandosi in un devoto omaggio all’autore americano. Lodevole il lavoro delle chitarre, che si incrociano, si attraversano, procedono insieme in un apprezzabile scontro/incontro.

Circolo Spiritus Navona 2000 chiude il lavoro ed è un trionfo esoterico di prim’ordine. Siamo ora in pieno italian dark sound, dove il doom si mischia col prog, in cui gli accenti metal si stringono a quelli rock, mentre le esposizioni di diversi cambi di tempo (davvero ben suonati) vanno di pari passo con le tante investigazioni interiori.

Personalmente seguo questa band dalla loro prima uscita discografica, omonima, risalente al 2004, cui fecero seguito “I Compagni di Baal” del 2011 e “Racconti macabri, vol. III” del 2020, e ora questo “Oscurità”, e in essi sono evidenti sia la crescita professionale della band, che l’evoluzione sonora della loro proposta, fermo restando che ognuno brilla di bagliori neri sempre differenti, portando volutamente ombre e raggi deprimenti, e sono da considerare una (importante) storia a sé. Cemetery rock, lo chiamano: io credo sia qualcosa (molto) di più. Abbracci diffusi.


Tracklist:

1)  Il Mio Ultimo Viaggio

2)  Zulphus Et Mercurius

3)  Lacrime nella Pioggia

4)  Dagon

5)  Macara

6)  La Taverna del Diavolo

7)  Il Gatto Nero

8)  Circolo Spiritus Navona 2000

 

Componenti:

GIOVANNI “John Goldfinch” CARDELLINO: VOCE, CORI, INVOCAZIONI

ANDREA CARDELLINO: CHITARRA RITMICA, SOLISTA E ACUSTICA

ROBERTO “Rob” URSINO: CHITARRA RITMICA

VINCENZO “Vinz” CERIOTTI: BASSO

DAVIDE “Dave” CRISTOFOLI: TASTIERE

MICHELE “DrumHead” ERCOLANO: BATTERIA e PERCUSSIONI

 

Ospiti:

Tommy “Sadist” Talamanca: solo di chitarra centrale in “Macara”

Giacomo Petrocchi: Sax tenore in “Lacrime nella pioggia”

Pietro Ragozzi: violino in “Dagon”

Daniela e Giorgia from Busto: cori femminili in “Dagon”

“Lovecraftian choruses of Dagon”: John, Andrea, Rob, Vinz

L’IMPERO DELLE OMBRE

Per contatto col sottoscritto: andrea.pintelli@gmail.com




giovedì 4 settembre 2025

ARPIA - "Festa Grande", commento di Giancarlo Bolther

 


ARPIA

Festa Grande

Concerto Per i 40 Anni

Black Widow
Di Giancarlo Bolther

 

Una celebrazione ha sempre un sapore forte, che sia dolce o amaro poco importa, è segno di un percorso artistico che ha lasciato il segno. Questa band romana rappresenta un unicum sia nel nostro panorama nazionale sia in quello internazionale, essendosi distinta per originalità. La prima cosa che colpisce è che nonostante gli anni, la produzione pubblicata sia relativamente misurata.

Recentemente il gruppo sta conoscendo una “nuova giovinezza”, grazie all’interesse che diversi esponenti del settore discografico hanno dimostrato nei loro confronti. Tutto è iniziato con la ristampa su vinile dei loro primi lavori, De Lusioni, Bianco Zero e Metamorfosi. Questo ha risvegliato il pubblico e la band stessa che, pur non avendo mai smesso di comporre e lavorare, in questi lunghi anni non ha mantenuto contatti con i suoi sostenitori.

La caratteristica prima che rende originale la proposta degli Arpia è lo stretto legame con la letteratura. Leonardo non è solo un musicista, è un vero appassionato di letteratura, fa l’insegnante e ha pubblicato dei romanzi molto apprezzati (due dei quali musicati dalla band), inoltre è anche un regista indipendente e i suoi lavori hanno riscosso l’interesse della critica di settore. Da notare che il teatro dove si è svolto questo concerto non è stato scelto a caso, prende il nome da una tragedia di Pasolini del 1966 e al grande intellettuale la band si è ispirata. I riferimenti letterari presi in considerazione spaziano dalle cantiche medievali alla poesia contemporanea. In A tutto il personale è trasformato in poesia perfino un ordine di servizio di una società. Nella versione dvd si possono apprezzare gli interventi di introduzione ai brani, che non sono presenti nei due cd.

La discografia della band passa poi per lavori significativi, come Liberazione, Racconto D’Inverno e Terramare. Tutti tasselli di una storia che non ha esaurito di svelare le qualità di questi artisti. Colpisce anche il fatto che il nucleo del gruppo, composto da Leonardo Bonetti alla voce, basso e chitarra acustica, Fabio Porcini alle chitarre e Aldo Orazi alla batteria, sia rimasto inalterato in tutti questi anni. Alla formazione si è recentemente aggiunta la cantante Valentina Citti, un cognome che agli appassionati di Pasolini non dovrebbe suonare inedito.

Musicalmente il percorso della band parte da un doom classico che col tempo si è evoluto verso un prog rock, sempre a tinte oscure. Il lato dark degli Arpia però non è determinato da un amore per le tematiche oscure o esoteriche, piuttosto è esistenziale e drammatico, in senso teatrale, più vicino alle tragedie greche che alla letteratura tardo romantica. L’amore per l’heavy metal che accomuna tutti e tre i musicisti si è aperto col tempo a strutture più ambiziose, che troviamo soprattutto negli ultimi lavori. Da non trascurare poi il cantato in italiano, lingua che da sempre è difficile innestare nel rock, sorprende la bravura di questi artisti nel far funzionare i testi.

Questo doppio cd con dvd contiene un excursus esaustivo di quanto prodotto dalla band, ma soprattutto sono presenti molti inediti che, da quanto annunciato dal gruppo, troveranno posto sulla loro produzione futura, hanno già in cantiere la lavorazione di un nuovo album.

Ottima la registrazione, che permette di ascoltare bene sia le parti vocali che quelle strumentali, restituendo un’esperienza totalizzante, sia per chi, come me, era presente all’evento, sia per chi non ha avuto questa opportunità. Fabio è un chitarrista molto preparato e le sue parti di chitarra sono sempre misurate e dosate con efficacia, al contempo Aldo fornisce un supporto ritmico essenziale e la pulizia della registrazione consente di apprezzare nei dettagli il loro importante contributo. Leonardo è come un cerimoniere, va oltre il ruolo di cantante, c’è in lui un’attenzione alla recitazione che diventa parte integrante del suo contributo artistico.

Come già indicato, ai due cd si aggiunge anche il dvd col filmato integrale del concerto. Belle le riprese, che mostrano, senza ombra di dubbio, quanto la dimensione teatrale sia congeniale alla musica della band. Inoltre, i filmati restituiscono la dimensione reale di quanto è accaduto sul palco di Ostia fin nei minimi dettagli. Testimonianza integrale di una serata magica.

Festa Grande non è il sigillo su una carriera distintiva e fuori dai soliti schemi, è anche anticipazione di nuove trame sonore che siamo già curiosi di poter dipanare.