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domenica 22 maggio 2022

NEIL ZAZA BAND in concerto-Magazzino Musicale Merula-14-5-22


NEIL ZAZA BAND -Magazzino Musicale Merula

14 maggio 2022

 

Scrive Alessandro Della Rocca:

Sabato scorso sono andato al concerto di questo chitarrista statunitense, molto bravo, che ho già ascoltato altre due volte, e conosco molto bene anche i due musicisti che lo accompagnano in Europa, un bassista e batterista abruzzesi.

Sabato ha presentato il suo ultimo CD, masterizzato a Los Angeles e fatto con i suoi musicisti americani…

Oltre a Neil Zaza troviamo Enrico Cianciusi alla batteria e Walter Cerasani basso.”


Ecco cosa è accaduto…

 




sabato 21 maggio 2022

La dedica a Big Francesco il giorno 21

"Abbiamo un grande futuro alle spalle"

(Francesco di Giacomo)

 Buon viaggio Capitano…

Wazza


Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati 

in piedi, di traverso e capovolti. 

E il giorno amaro in cui voi siete stati 

vinti non è quando ve li hanno tolti, 

ma fu quel primo giorno in cui ve li 

siete infilati senza altri commenti, 

quando vi siete messi sull'attenti 

e avete cominciato a dire sì. 

Sul muro c'era scritto col gesso: 

vogliono la guerra. 

Chi l'ha scritto 

è già caduto. 

Bertolt Brecht

 

domenica 15 maggio 2022

Prima esecuzione di Rosa Mystica nella cripta di San Fermo a Verona


Prima esecuzione di Rosa Mystica, da una melodia di Vittore Ussardi.

Musica di Tony Pagliuca. Parole dalla liturgia

 

Dice Alessandro Monti, uno dei musicisti:

Le immagini del concerto di Nico & Tangerine Dream alla cattedrale di Reims (1974) avevano affascinato la mia mente di adolescente: una voce straordinaria accompagnata da un semplice harmonium era abbinata ad un muro di avveniristici sintetizzatori, quasi a voler rappresentare una spiritualità senza confini e una continuità musicale tra antico e moderno, umano e tecnologico.

Nella suggestiva cripta di San Fermo a Verona hanno risuonato inedite note “sotterranee” che, con l’uso di una strumentazione minimale, hanno ricreato in modo radicale l’idea di “Rosa Mystica”, dimostrando le infinite possibilità del materiale composto da Tony Pagliuca. Un’esperienza memorabile per tutti i presenti.”









sabato 14 maggio 2022

Nando Bonini-The King, The Crown, The Queen, commento di Fabio Rossi

 


Artista: Nando Bonini

Album: The King, The Crown, The Queen

Genere: Prog/Power Metal

Anno: 2022

Casa discografica: Videoradio e Videoradio Channel Edizioni Musicali

 

Tracklist

1.       Open the Book (Ouverture)

2.       The King’s Court

3.       Eternity Place

4.       The Run of the Messenger

5.       Secret

6.       The Crown

7.       The Victory of the Queen

      

Line Up:

Nando Bonini: Chitarre e Voce in Open the Book (Ouverture) e The Victory of the Queen

Marco Maggi: Tastiere

Kaito Tanaka: Basso

Charlie Common: Batteria

 


Recensione di Fabio Rossi

 

Torna alla ribalta il talentuoso chitarrista Nando Bonini con un EP nuovo di zecca interamente strumentale (eccetto le parti vocali in inglese nella prima e nell’ultima traccia curate dallo stesso Nando).

Registrato tra ottobre e dicembre del decorso anno, il disco può essere inquadrato generalmente nel progressive metal (Liquid Tension Experiment), sebbene in taluni frangenti sfoci, peraltro in modo del tutto convincente, nel power evidente nelle dirompenti Eternity Place e The Crown.

Alla base di questo lavoro c’è l’eccellente virtuosismo di Nando che sciorina classe sia nelle sezioni movimentate che in quelle più pacate. Sarebbe riduttivo, però, parlare di The King, The Crown, The Queen soffermandosi troppo sull’aspetto tecnico, che non è assolutamente in discussione, mentre è preferibile considerare un punto nodale che penalizza la maggior parte della musica dei cosiddetti guitar hero: la fantasia.

Tanti album di chitarristi famosi peccano per l’assoluta mancanza di tale requisito per me fondamentale. Insomma, ascolti e riascolti l’ennesima fatica discografica di Malmsteen, Satriani o Vai e alla fine ti poni le solite due considerazioni, una positiva e l’altra tremendamente negativa: “Ammazza quanto spacca ‘sto chitarrista!” (lo dico alla romana per rendere meglio l’idea) e “Però alla fine non mi rimane niente dentro”. Ecco, quest’EP ha il merito di includere sette composizioni ispirate e concepite con sentimento. La marziale The King’s Court, le multiformi The Run of the Messenger e Secret, il suadente suggestivo andamento di The Victory of the Queen costituiscono modelli di capacità espressiva in grado di sedimentare nell’animo dell’ascoltatore più attento.

Da segnalare, inoltre, l’eccellente qualità d’incisione. Tutto perfetto? Beh, se devo trovare un difetto credo che si sarebbe potuto fare di meglio per quanto concerne la cover non troppo attraente. Nando, noto per essere stato dal 1991 al 2005 il chitarrista di Vasco Rossi (dagli album Gli Spari Sopra a Buoni o Cattivi), è un esempio lampante delle qualità che il nostro Paese è capace di sfornare nel mondo delle sette note. Occorre solo impegno e volontà nel ricercare perle come questa nel mare magnum di porcherie che ci vengono propinate di continuo. Ho la sensazione, però, che un prodotto di tale fattura possa trovare maggiori possibilità di affermazione nel mercato estero. Spero di sbagliarmi perché sarebbe un vero peccato. D’altronde l’artista ha inteso incidere con la voglia di dare spazio alla sua creatività e non per seguire la via del successo già ottenuto nella sua longeva carriera: in caso contrario avrebbe optato per percorsi di gran lunga meno interessanti e distanti dai miei gusti musicali.   





lunedì 9 maggio 2022

Nathan – Uomini di Sabbia-Commento di Alberto Sgarlato

 


Nathan – Uomini di Sabbia

(AMS Records, 2022)

Di Alberto Sgarlato


Il 25 febbraio di questo 2022 è uscito il terzo album dei Nathan, dopo i titoli “Nebulosa” ed “Era”. Chi scrive questo articolo ricorda benissimo di avere seguito con affetto e curiosità i primi passi di una formazione, agli inizi ancora embrionale, poi via via più strutturata, nei piccoli teatri della provincia di Savona. Era lì che i Nathan prendevano forma all’inizio degli anni ‘90 e, come molte bands, hanno visto la loro storia costellata di cambi di formazione.

Oggi più che una band i Nathan sono un vero e proprio progetto, un collettivo di musicisti che si avvicendano nelle varie tracce seguendo una rotta dettata dal timone saldamente stretto nelle mani del duo Lugaro/Abba, autori di tutti i titoli, testi e musiche.

Bruno Lugaro alla voce e Pier Giorgio “PJ” Abba, tastiere e chitarre acustiche, per questo “Uomini di sabbia” hanno potuto contare su uno schieramento di validi strumentisti: le chitarre di Giulio Smeragliuolo, le batterie di Luca Grosso e di Fabio Sanfilippo, i bassisti Fabio Zunino, Dino Cerruti, Mauro Brunzu.

 

Chi ha apprezzato i due precedenti lavori non potrà fare a meno di notare una trasformazione del sound: i Nathan, infatti, “figli” soprattutto di Genesis e Pink Floyd (band delle quali, in passato, hanno tributato le gesta dal vivo), sono sempre stati collocabili nel filone del cosiddetto “neo-prog”, uno stile quindi melodico e “cantabile”, grintoso e moderno, legato sì ai suddetti Genesis e Floyd ma anche alla scena ‘80/’90 di gruppi come Marillion, Iq e Arena.

Ma il nostro pianeta sta vivendo strani giorni, tra una pandemia che dopo due anni non è ancora finita, venti di guerra che dai tempi della Bosnia non erano mai stati così vicini all’Europa Occidentale e preoccupazioni per l’economia di oggi e di domani.

E tutto questo, inevitabilmente, si riflette nella scrittura di Abba e Lugaro, che sia nei testi, sia nei suoni, sia nelle strutture delle varie tracce, si fa più cupa, tesa, nervosa. E del resto gli “uomini di sabbia” del titolo siamo noi, tutti noi, persone fragili e sgretolate dall’ansia e dalle paure.

La prima traccia, “Fatti non foste”, è pienamente ascrivibile al metal-prog, una svolta quasi inaspettata per i Nathan; “Monoliti” è scandita da geometrie batteristiche che ricordano i Rush del periodo più anni ‘80 (quelli di brani come “Mystic Rhythms” o “The Body Electric”), mentre i ricami del piano e dell’organo trasportano tutto il sound su profumi più da ballata vintage; particolare nota di merito per il cantato di Lugaro che, a tratti, ricorda quasi Aldo Tagliapietra in questa traccia. Non mancano però, anche qui i crescendo in cui la chitarra torna a “ruggire” in un disco dove le sorprese non mancano e dove, persino nei momenti più rilassati, la svolta fatta di durezza e di inquietudine è sempre dietro l’angolo. E proseguiamo con “Delirio onirico”: qui pad lunghi e sibilanti delle tastiere a supporto di arpeggi organistici ci riportano verso sonorità hard-prog, ben scandite da un lavoro davvero solido di chitarra/basso/batteria. Anche qui menzione di merito speciale per l’intensità dell’interpretazione vocale. Dal quarto minuto in poi i “duelli” tra chitarra e organo richiamo il prog italiano più classico, quello di gruppi come il Biglietto per l’Inferno.

Il pianto del cielo”, con la sua introduzione affidata all’intrecciarsi della chitarra e del pianoforte, è la traccia che più di tutte rivela il passato dei Nathan, quello legato ai Genesis e ai Marillion. Dal minuto e mezzo in poi il “botta e risposta” serrato tra sintetizzatori e chitarra è pura, godibilissima, scuola neo-prog. Il tutto verso un crescendo finale intenso e toccante, fatto di continue “altalene” tra ricami acustici e momenti più elettrici.

Di nuovo lo spettro dei Rush, con il basso in primo piano, un gran lavoro di piatto hi-hat e lunghi tappeti di synth, nell’intro di “Madre dei sortilegi”, che poi, sempre per restare al di là dell’Oceano, si sposta dalle coordinate canadesi dei Rush a quelle dei Kansas grazie a un gran lavoro di organo distorto e chitarra. Il punto di forza dei Nathan è quello di saper fare loro le influenze sia britanniche sia d’oltreoceano senza mai dimenticare o accantonare quella che è stata la tradizione italiana. E infatti, dopo avere menzionato in questa recensione le Orme e il Biglietto per l’Inferno qui tutta la melodia cantata è quella che, più di altre nel disco, evoca il Banco. La storica band romana affiora anche in alcune sezioni strumentali del brano dall’incedere molto “mediterraneo”. E prima di ritornare alla ripresa del riff e poi, di nuovo, alla chiusura “rushiana”, le divagazioni soliste dei vari strumenti sono davvero spettacolari per velocità e tecnica.

Nel giardino di Maria” è un brano scandito e sorretto nei suoi vari momenti dal pianoforte ma è tutt’altro che una ballad romantica. Anzi: sia nel testo, sia nelle musiche, è forse uno dei brani che riescono a generare le sensazioni più angoscianti di un album, come già detto fin dall’inizio, pervaso da questo senso di inquietudine. Anche gli squarci più eterei della traccia hanno sempre quel qualcosa “tra le righe”, che turba l’anima. E poi, ovviamente, anche qui non mancano i crescendo strumentali funambolici che contribuiscono a indurire il pezzo.

Lo stesso si potrebbe dire per “L’Acrobata”: l’intro dal profumo “cameristico” potrebbe far tirare un sospiro di sollievo dopo gli scossoni emotivi delle tracce precedenti, ma in realtà così non è. Perché c’è sempre qualcosa di cupo e di struggente in ogni singola nota, che non è messa lì per caso ma che contribuisce a tracciare un sentiero emotivo complesso, proprio come quello percorso dall’acrobata che dà titolo al brano.

A questo punto, che dire di “Egos (la Terra dei Perduti)”? La suite, di un quarto d’ora di durata, chiude l’opera e costituisce al tempo stesso la “summa” della cifra stilistica dell’intero disco. Troviamo la partenza lenta, arpeggiata, sorretta da tappeti cupi, inserti tra il fiabesco e il medievaleggiante (ve li ricordate gli alessandrini Arcansiel e il loro splendido album “Stillsearching” di fine anni ‘80?), momenti dall’incedere marziale, frammentazioni della linea cantata figlie dei Gentle Giant, indurimenti e rarefazioni, dal nono minuto le accelerazioni che ci riportano su territori neo-prog, poi l’entrata di una chitarra che, nei momenti più languidi, fa apparire in controluce il profilo di Steve Hackett, fino ad arrivare, in un turbinio di suoni e di emozioni, al doveroso crescendo conclusivo (seppur sfumato), degna parola “fine” di una traccia e di un album di cotanta caratura.




giovedì 5 maggio 2022

Bodah – Nessun Incubo Per Il Sole - Commento di Luca Paoli


Bodah – Nessun Incubo Per Il Sole (Trulletto Records) 2022

Di Luca Paoli

 

Eccomi alle prese con un esordio discografico veramente interessante.

Si tratta di “Nessun Incubo Per Il Sole”, di Bodah uscito per la Trulletto Records.

Bodah è il progetto dell’autore e compositore Marco Meledandri, già coi Pus e coi The Apulian Blues Foundation.

Sono sei i brani che lo compongono, per una durata di circa trenta minuti che ci presentano vari stati d’animo del giovane musicista pugliese.

Ogni traccia è un viaggio nel mondo musicale fatto di psichedelia, folk, stoner e pennellate lisergiche; un caleidoscopio di colori che ne fa un lavoro vario ed intrigante.

Il disco si apre con “Gennaio”, brano strumentale dall’andamento psichedelico in stile primi Pink Floyd.

Si prosegue con “Alligatori D’Agosto”; il suono cambia e si fa più morbido; belle le liriche.

Filastrocca Per Una Strega” riaccende i motori delle chitarre e della ritmica. Stoner senza se e senza ma!

Pazuzu” è un breve strumentale lisergico, psichedelico.

Con “Nel Giorno Del Sabba” si entra nel set di un film western con Morricone a dirigere le danze.

Chiusura in grande stile con “Nessun Incubo Per Il Sole”, che intitola l’album; una traccia ipnotica dal fascino oscuro ed intrigante per un trip di quasi dieci minuti che vorremmo non finisse mai.

Un gran bel lavoro, vario, con la psichedelia dei seventies rivista e riverniciata con lo stoner che rende il tutto attuale e stimolante.

Nessun Incubo Per Il Sole” è stato scritto e composto da Marco Meledandri.

Registrato da Marco Meledandri e Maurizio Leonardi.

Le batterie sono state riprese presso il REH Project Studio del MAT Laboratorio Urbano di Terlizzi (BA) da Dario Tatoli.

Le voci sono state riprese presso lo Spider Tower Studio di Londra da Marialessia Dell’Acqua. Mixato e masterizzato da Dario Tatoli presso il REH Project Studio.

L’opera in copertina è di Rossella Mercedes. L’artwork è a cura di Zebra.


Track List:

1. Gennaio 06:48

2. Alligatore d'agosto 04:07

3. Filastrocca per una strega 04:30

4. Pazuzu 01:34

5. Nel giorno del Sabba 04:23

6. Nessun incubo per il sole 09:58






mercoledì 4 maggio 2022

SINTESI DEL VIAGGIO DI ES: Gli alberi di Stavropol-Commento di Valentino Butti

 


SINTESI DEL VIAGGIO DI ES: Gli alberi di Stavropol

Lizards Records  -  2022    ITA

Di Valentino Butti

 

I Sintesi del viaggio di Es sono il progetto, attivo già da qualche anno, di tre ex-Sithonia (band tra le più apprezzate nel mondo prog nostrano sin dalla fine degli anni ’80) e cioè Marco Giovannini (voce), Sauro Musi (chitarra) e Valerio Roda (basso).

Come per il notevole “Il sole alle spalle” del 2017, la line-up è completata da Maurizio Pezzoli (tastiere), Nicola Alberghini (batteria) ed Eleonora Montenegro (flauto).

Il sound rispetto all’esordio si è, forse, increspato ed indurito un poco, pur rimanendo una costante importante le suggestioni acustiche offerte dal flauto e dal violino (dell’ospite Barbara Rubin) e l’eleganza poetica delle liriche e delle musiche.

Per una volta partiamo dal fondo e cioè dalla suite “Il viaggio di Es”, che ha il compito di chiudere l’opera. Il viaggio musicale che la band ci ha regalato giunge qui al suo più degno compimento, tra spunti sinfonici, accenni heavy e confortevoli rimandi folk creati dal flauto e dalla voce di Giovannini. Le emozioni non terminano ovviamente con questo brano, anzi. Il fine lirismo della title track che, nata dolcemente malinconica e soffusa, si “anima” col passare dei secondi con il flauto e la chitarra solista a prendersi il giusto spazio, è un altro pezzo che lascia il segno.

Un leggero accenno appena più rock paiono indirizzare “Regina in lacrime”, il cui finale di struggente malinconia, con flauto e piano, ci riporta entro lidi più vicini alla sensibilità musicale della band.

L’età d’oro” è invece decisamente hard rock e la chitarra di Musi non si fa pregare a “graffiare” incisiva.

Adria”, primo strumentale, è un gradevole bozzetto con chitarra acustica, piano e violino che ci immerge in un mondo agreste e rilassante.

“Riffoni” di chitarra sono le linee guida di “Strade di fango”, mentre l’altro pezzo interamente strumentale (un’altra chicca… con la presenza dell’organetto diatonico) “Grazie per gli anni e per i giorni” ha un’atmosfera quasi “space” piuttosto coinvolgente.

Il nuovo album dei Sintesi del viaggio di Es ci ha pienamente convinto: mai lezioso, sempre elegante e ricercato, anche nei (pochi) momenti più duri, e degno successore de “Il sole alle spalle”, oltre che eccellente contributo al sempre troppo bistrattato progressive di casa nostra.



Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

1. Come le Foglie (Parte 1) (2:54)

2. Gli Alberi di Stavropol (5:26)

3. Regina in Lacrime (6:39)

4. L'eta d'Oro (4:39)

5. Adria (2:15)

6. Una Nuova Passeggiata (6:46)

7. Come le Foglie (Parte 2) (2:53)

8. Strade di Fango (3:54)

9. Grazie per Gli Anni e per i Giorni (3:22)

10. Il Viaggio di Es (14:08)

 

Total Time 52:56

 

Line-up

- Marco Giovannini / voce

- Sauro Musi / chitarra

- Valerio Roda / basso, pedali basso

- Maurizio Pezzoli / tastiere

- Eleonora Montenegro / flato traverso

Nicola Alberghini / batteria

 

INFO

Label: Lizard Records 

Formato: CD, Digitale

17 gennaio 2022