“Sabato scorso sono andato al
concerto di questo chitarrista statunitense, molto bravo, che ho già ascoltato
altre due volte, e conosco molto bene anche i due musicisti che lo accompagnano
in Europa, un bassista e batterista abruzzesi.
Sabato ha presentato il suo ultimo
CD, masterizzato a Los Angeles e fatto con i suoi musicisti americani…
Oltre a Neil Zaza troviamo Enrico
Cianciusi alla batteria e Walter Cerasani basso.”
Prima esecuzione di Rosa Mystica,
da una melodia di Vittore Ussardi.
Musica di Tony Pagliuca. Parole dalla
liturgia
Dice Alessandro Monti, uno dei musicisti:
“Le immagini del concerto di Nico
& Tangerine Dream alla cattedrale di Reims (1974) avevano affascinato la
mia mente di adolescente: una voce straordinaria accompagnata da un semplice
harmonium era abbinata ad un muro di avveniristici sintetizzatori, quasi a
voler rappresentare una spiritualità senza confini e una continuità musicale
tra antico e moderno, umano e tecnologico.
Nella suggestiva cripta di San Fermo
a Verona hanno risuonato inedite note “sotterranee” che, con l’uso di una
strumentazione minimale, hanno ricreato in modo radicale l’idea di “Rosa
Mystica”, dimostrando le infinite possibilità del materiale composto da Tony
Pagliuca. Un’esperienza memorabile per tutti i presenti.”
Casa discografica: Videoradio e
Videoradio Channel Edizioni Musicali
Tracklist
1.Open the Book (Ouverture)
2.The King’s Court
3.Eternity Place
4.The Run of the Messenger
5.Secret
6.The Crown
7.The Victory of the Queen
Line Up:
Nando Bonini: Chitarre e Voce in Open the Book (Ouverture) e The
Victory of the Queen
Marco Maggi:
Tastiere
Kaito Tanaka:
Basso
Charlie
Common: Batteria
Recensione di Fabio Rossi
Torna alla ribalta il talentuoso chitarrista Nando Bonini con un EP nuovo di zecca interamente
strumentale (eccetto le parti vocali in inglese nella prima e nell’ultima
traccia curate dallo stesso Nando).
Registrato tra ottobre e dicembre del decorso anno, il disco può
essere inquadrato generalmente nel progressive metal (Liquid Tension Experiment),
sebbene in taluni frangenti sfoci, peraltro in modo del tutto convincente, nel
power evidente nelle dirompenti Eternity Place e The Crown.
Alla base di questo lavoro c’è l’eccellente virtuosismo di
Nando che sciorina classe sia nelle sezioni movimentate che in quelle più pacate.
Sarebbe riduttivo, però, parlare di The King, The
Crown, The Queen soffermandosi troppo sull’aspetto tecnico, che
non è assolutamente in discussione, mentre è preferibile considerare un punto nodale
che penalizza la maggior parte della musica dei cosiddetti guitar hero: la
fantasia.
Tanti album di chitarristi famosi peccano per l’assoluta
mancanza di tale requisito per me fondamentale. Insomma, ascolti e riascolti
l’ennesima fatica discografica di Malmsteen, Satriani o Vai e alla fine ti poni
le solite due considerazioni, una positiva e l’altra tremendamente negativa: “Ammazza quanto spacca ‘sto chitarrista!”
(lo dico alla romana per rendere meglio l’idea) e “Però alla fine non mi rimane niente dentro”. Ecco, quest’EP ha il
merito di includere sette composizioni ispirate e concepite con sentimento. La
marziale The King’s Court, le multiformi The Run of the Messenger
e Secret, il suadente suggestivo andamento di The Victory of the
Queen costituiscono modelli di capacità espressiva in grado di sedimentare
nell’animo dell’ascoltatore più attento.
Da segnalare, inoltre, l’eccellente qualità d’incisione.
Tutto perfetto? Beh, se devo trovare un difetto credo che si sarebbe potuto
fare di meglio per quanto concerne la cover non troppo attraente. Nando, noto
per essere stato dal 1991 al 2005 il chitarrista di Vasco Rossi (dagli album Gli
Spari Sopra a Buoni o Cattivi), è un esempio lampante delle qualità
che il nostro Paese è capace di sfornare nel mondo delle sette note. Occorre
solo impegno e volontà nel ricercare perle come questa nel mare magnum di
porcherie che ci vengono propinate di continuo. Ho la sensazione, però, che un
prodotto di tale fattura possa trovare maggiori possibilità di affermazione nel
mercato estero. Spero di sbagliarmi perché sarebbe un vero peccato. D’altronde
l’artista ha inteso incidere con la voglia di dare spazio alla sua creatività e
non per seguire la via del successo già ottenuto nella sua longeva carriera:
in caso contrario avrebbe optato per percorsi di gran lunga meno interessanti e distanti dai
miei gusti musicali.
Il 25 febbraio di questo 2022 è
uscito il terzo album dei Nathan, dopo i
titoli “Nebulosa” ed “Era”. Chi scrive questo articolo ricorda
benissimo di avere seguito con affetto e curiosità i primi passi di una
formazione, agli inizi ancora embrionale, poi via via più strutturata, nei
piccoli teatri della provincia di Savona. Era lì che i Nathan prendevano forma
all’inizio degli anni ‘90 e, come molte bands, hanno visto la loro storia
costellata di cambi di formazione.
Oggi più che una band i Nathan
sono un vero e proprio progetto, un collettivo di musicisti che si avvicendano
nelle varie tracce seguendo una rotta dettata dal timone saldamente stretto
nelle mani del duo Lugaro/Abba, autori di tutti i titoli, testi e
musiche.
Bruno Lugaro alla voce e Pier
Giorgio “PJ” Abba, tastiere e chitarre acustiche, per questo “Uomini di sabbia” hanno potuto contare su uno
schieramento di validi strumentisti: le chitarre di Giulio Smeragliuolo,
le batterie di Luca Grosso e di Fabio Sanfilippo, i bassisti
Fabio Zunino, Dino Cerruti, Mauro Brunzu.
Chi ha apprezzato i due precedenti
lavori non potrà fare a meno di notare una trasformazione del sound: i Nathan,
infatti, “figli” soprattutto di Genesis e Pink Floyd (band delle quali, in
passato, hanno tributato le gesta dal vivo), sono sempre stati collocabili nel
filone del cosiddetto “neo-prog”, uno stile quindi melodico e “cantabile”,
grintoso e moderno, legato sì ai suddetti Genesis e Floyd ma anche alla scena
‘80/’90 di gruppi come Marillion, Iq e Arena.
Ma il nostro pianeta sta vivendo
strani giorni, tra una pandemia che dopo due anni non è ancora finita, venti di
guerra che dai tempi della Bosnia non erano mai stati così vicini all’Europa
Occidentale e preoccupazioni per l’economia di oggi e di domani.
E tutto questo, inevitabilmente,
si riflette nella scrittura di Abba e Lugaro, che sia nei testi, sia nei suoni,
sia nelle strutture delle varie tracce, si fa più cupa, tesa, nervosa. E del
resto gli “uomini di sabbia” del titolo siamo noi, tutti noi, persone fragili e
sgretolate dall’ansia e dalle paure.
La prima traccia, “Fatti non
foste”, è pienamente ascrivibile al metal-prog, una svolta quasi
inaspettata per i Nathan; “Monoliti” è scandita da geometrie
batteristiche che ricordano i Rush del periodo più anni ‘80 (quelli di brani
come “Mystic Rhythms” o “The Body Electric”), mentre i ricami del piano e
dell’organo trasportano tutto il sound su profumi più da ballata vintage;
particolare nota di merito per il cantato di Lugaro che, a tratti, ricorda
quasi Aldo Tagliapietra in questa traccia. Non mancano però, anche qui i
crescendo in cui la chitarra torna a “ruggire” in un disco dove le sorprese non
mancano e dove, persino nei momenti più rilassati, la svolta fatta di durezza e
di inquietudine è sempre dietro l’angolo. E proseguiamo con “Delirio
onirico”: qui pad lunghi e sibilanti delle tastiere a supporto di
arpeggi organistici ci riportano verso sonorità hard-prog, ben scandite da un
lavoro davvero solido di chitarra/basso/batteria. Anche qui menzione di merito
speciale per l’intensità dell’interpretazione vocale. Dal quarto minuto in poi
i “duelli” tra chitarra e organo richiamo il prog italiano più classico, quello
di gruppi come il Biglietto per l’Inferno.
“Il pianto del cielo”,
con la sua introduzione affidata all’intrecciarsi della chitarra e del
pianoforte, è la traccia che più di tutte rivela il passato dei Nathan, quello
legato ai Genesis e ai Marillion. Dal minuto e mezzo in poi il “botta e
risposta” serrato tra sintetizzatori e chitarra è pura, godibilissima, scuola
neo-prog. Il tutto verso un crescendo finale intenso e toccante, fatto di
continue “altalene” tra ricami acustici e momenti più elettrici.
Di nuovo lo spettro dei Rush, con
il basso in primo piano, un gran lavoro di piatto hi-hat e lunghi tappeti di
synth, nell’intro di “Madre dei sortilegi”, che poi, sempre per
restare al di là dell’Oceano, si sposta dalle coordinate canadesi dei Rush a
quelle dei Kansas grazie a un gran lavoro di organo distorto e chitarra. Il
punto di forza dei Nathan è quello di saper fare loro le influenze sia
britanniche sia d’oltreoceano senza mai dimenticare o accantonare quella che è
stata la tradizione italiana. E infatti, dopo avere menzionato in questa
recensione le Orme e il Biglietto per l’Inferno qui tutta la melodia cantata è
quella che, più di altre nel disco, evoca il Banco. La storica band romana
affiora anche in alcune sezioni strumentali del brano dall’incedere molto
“mediterraneo”. E prima di ritornare alla ripresa del riff e poi, di nuovo,
alla chiusura “rushiana”, le divagazioni soliste dei vari strumenti sono
davvero spettacolari per velocità e tecnica.
“Nel giardino di Maria”
è un brano scandito e sorretto nei suoi vari momenti dal pianoforte ma è
tutt’altro che una ballad romantica. Anzi: sia nel testo, sia nelle musiche, è
forse uno dei brani che riescono a generare le sensazioni più angoscianti di un
album, come già detto fin dall’inizio, pervaso da questo senso di inquietudine.
Anche gli squarci più eterei della traccia hanno sempre quel qualcosa “tra le
righe”, che turba l’anima. E poi, ovviamente, anche qui non mancano i crescendo
strumentali funambolici che contribuiscono a indurire il pezzo.
Lo stesso si potrebbe dire per “L’Acrobata”:
l’intro dal profumo “cameristico” potrebbe far tirare un sospiro di sollievo
dopo gli scossoni emotivi delle tracce precedenti, ma in realtà così non è.
Perché c’è sempre qualcosa di cupo e di struggente in ogni singola nota, che
non è messa lì per caso ma che contribuisce a tracciare un sentiero emotivo
complesso, proprio come quello percorso dall’acrobata che dà titolo al brano.
A questo punto, che dire di “Egos
(la Terra dei Perduti)”? La suite, di un quarto d’ora di durata, chiude
l’opera e costituisce al tempo stesso la “summa” della cifra stilistica
dell’intero disco. Troviamo la partenza lenta, arpeggiata, sorretta da tappeti
cupi, inserti tra il fiabesco e il medievaleggiante (ve li ricordate gli
alessandrini Arcansiel e il loro splendido album “Stillsearching” di fine anni
‘80?), momenti dall’incedere marziale, frammentazioni della linea cantata
figlie dei Gentle Giant, indurimenti e rarefazioni, dal nono minuto le
accelerazioni che ci riportano su territori neo-prog, poi l’entrata di una
chitarra che, nei momenti più languidi, fa apparire in controluce il profilo di
Steve Hackett, fino ad arrivare, in un turbinio di suoni e di emozioni, al
doveroso crescendo conclusivo (seppur sfumato), degna parola “fine” di una
traccia e di un album di cotanta caratura.
Bodah – Nessun Incubo Per Il Sole (Trulletto Records) 2022
Di Luca Paoli
Eccomi alle prese con un esordio discografico veramente interessante.
Si tratta di “Nessun Incubo Per Il Sole”,
di Bodah uscito per la Trulletto Records.
Bodah è il progetto dell’autore e compositore Marco Meledandri, già
coi Pus e coi The Apulian Blues Foundation.
Sono sei i brani che lo compongono, per una durata di circa trenta
minuti che ci presentano vari stati d’animo del giovane musicista pugliese.
Ogni traccia è un viaggio nel mondo musicale fatto di psichedelia, folk,
stoner e pennellate lisergiche; un caleidoscopio di colori che ne fa un lavoro
vario ed intrigante.
Il disco si apre con “Gennaio”, brano strumentale
dall’andamento psichedelico in stile primi Pink Floyd.
Si prosegue con “Alligatori D’Agosto”; il suono cambia e
si fa più morbido; belle le liriche.
“Filastrocca Per Una Strega” riaccende i motori delle
chitarre e della ritmica. Stoner senza se e senza ma!
“Pazuzu” è un breve strumentale lisergico, psichedelico.
Con “Nel Giorno Del Sabba” si entra nel set di un film
western con Morricone a dirigere le danze.
Chiusura in grande stile con “Nessun Incubo Per Il Sole”,
che intitola l’album; una traccia ipnotica dal fascino oscuro ed intrigante per
un trip di quasi dieci minuti che vorremmo non finisse mai.
Un gran bel lavoro, vario, con la psichedelia dei seventies rivista e
riverniciata con lo stoner che rende il tutto attuale e stimolante.
“Nessun Incubo Per Il Sole” è stato scritto e composto da Marco
Meledandri.
Registrato da Marco Meledandri e Maurizio Leonardi.
Le batterie sono state riprese presso il REH Project Studio del MAT
Laboratorio Urbano di Terlizzi (BA) da Dario Tatoli.
Le voci sono state riprese presso lo Spider Tower Studio di Londra da Marialessia
Dell’Acqua. Mixato e masterizzato da Dario Tatoli presso il REH Project Studio.
L’opera in copertina è di Rossella Mercedes. L’artwork è a cura di
Zebra.
SINTESI DEL VIAGGIO DI ES: Gli alberi
di Stavropol
Lizards Records-2022ITA
Di Valentino Butti
I Sintesi
del viaggio di Es sono il progetto, attivo già da qualche anno, di
tre ex-Sithonia (band tra le più apprezzate nel mondo prog nostrano sin dalla
fine degli anni ’80) e cioè Marco Giovannini (voce), Sauro Musi
(chitarra) e Valerio Roda (basso).
Come per il notevole “Il sole alle
spalle” del 2017, la line-up è completata da Maurizio Pezzoli
(tastiere), Nicola Alberghini (batteria) ed Eleonora Montenegro
(flauto).
Il sound rispetto all’esordio si è,
forse, increspato ed indurito un poco, pur rimanendo una costante importante le
suggestioni acustiche offerte dal flauto e dal violino (dell’ospite Barbara
Rubin) e l’eleganza poetica delle liriche e delle musiche.
Per una volta partiamo dal fondo e
cioè dalla suite “Il viaggio di Es”, che ha il compito di
chiudere l’opera. Il viaggio musicale che la band ci ha regalato giunge qui al
suo più degno compimento, tra spunti sinfonici, accenni heavy e confortevoli
rimandi folk creati dal flauto e dalla voce di Giovannini. Le emozioni non
terminano ovviamente con questo brano, anzi. Il fine lirismo della title track
che, nata dolcemente malinconica e soffusa, si “anima” col passare dei secondi
con il flauto e la chitarra solista a prendersi il giusto spazio, è un altro
pezzo che lascia il segno.
Un leggero accenno appena più rock paiono
indirizzare “Regina in lacrime”, il cui finale di struggente
malinconia, con flauto e piano, ci riporta entro lidi più vicini alla
sensibilità musicale della band.
“L’età d’oro” è invece
decisamente hard rock e la chitarra di Musi non si fa pregare a “graffiare”
incisiva.
“Adria”, primo strumentale,
è un gradevole bozzetto con chitarra acustica, piano e violino che ci immerge in
un mondo agreste e rilassante.
“Riffoni” di chitarra sono le linee
guida di “Strade di fango”, mentre l’altro pezzo interamente
strumentale (un’altra chicca… con la presenza dell’organetto diatonico) “Grazie
per gli anni e per i giorni” ha un’atmosfera quasi “space” piuttosto coinvolgente.
Il nuovo album dei Sintesi del
viaggio di Es ci ha pienamente convinto: mai lezioso, sempre elegante e ricercato,
anche nei (pochi) momenti più duri, e degno successore de “Il sole alle
spalle”, oltre che eccellente contributo al sempre troppo bistrattato
progressive di casa nostra.