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giovedì 3 aprile 2025

Palazzo Rosa-Commento all'album "Tanto Vale"

 


Palazzo Rosa, Tanto Vale, La Stanza Nascosta Records

 

Tanto Vale”, esordio del duo Palazzo Rosa (Luca Dore e Alessandro Budroni), prodotto e distribuito da La Stanza Nascosta Records, è stato proposto in digitale in due parti distinte, poi riunite in un cd, per gli irriducibili del supporto fisico. Le prime cinque canzoni rimandano ad un immaginario swing, animate come sono da personaggi ciondolanti, vacillanti, swinganti appunto: un uomo che, in Città Vuota- si smarrisce tra le caselle del Monopoli, un cantante jazz che cerca disperatamente di inserirsi fra gli assoli (Se perdo l’attimo questi mi fottono/di trentasei battute almeno due le avrei volute/ ma non mi lamento mai, Va tutto bene (Sono un cantante jazz), un uomo agli arresti domiciliari che vorrebbe evitare le domeniche di libertà con la moglie (E poi mi dici: "Presto, dove prima c'era il tango hanno aperto un nuovo Bingo" e mi ci porti  a vedere i colli storti dei vecchi in compagnia di domenica sera, Domicilio coatto domenicale), un altro abbattuto dal corso degli eventi, che finisce col dedicare un blues senile a Lady Mother che alla Foce fa il mestiere (Androblues); una famiglia proletaria in una disgraziata, amarissima, vacanza.

È proprio qui, in Lungomare, che la filosofia del “Tanto vale” trova la sua più compiuta espressione: Tanto vale che mandiate qualcuno a prenderci la musica e il vino e a spiegarci come andare affanculo in fondo fosse il nostro destino; Tanto vale che chiudiate la porta tanto vale che spegniate la luce tanto vale ci copriate di terra, tanto vale soffochiate la voce.

Il Gioca jouer finale (Soffochiate Copriate Spegniate Chiudiate Mandiate Spranghiate Mangiate…patate) diventa un po’ il manifesto di un album sospeso tra rassegnazione e ironia.

Gli altri cinque personaggi  invece emergono dalle cantine, si agitano fra le tubature, le loro vite reclamano un suono più sporco, una maggior ruvidezza. Madame Latrouche- che potremmo tradurre in italiano con Signora Miseria- si è vestita di bianco, è dentro me/ Madame Latrouche ora mi abita gli occhi e il cuore il cuore e gli occhi, gli occhi e il cuore.

Ben appollaiata sulle antenne dell’immaginifico Palazzo rosa, Signora Miseria sembra sorvegliare  i disgraziati condòmini che lo abitano- jazzisti, vedove, domiciliati, famiglie proletarie.

E aspettare un loro passo falso, pronta a ghermirli e a riempire di aria le loro tasche.

Voltaren, dal graffio rock, disegna i rapporti di forza interni ad una coppia. “L’uomo senza spessore”, che cammina prudente/ non gli importa ciò che dice la gente /da quando vive a rimorchio del primo che passa ha venduto la sua patente sembra ricordare, nelle intenzioni, Lo scrutatore non votante di Bersani; si imprime immediatamente nella mente e si fa riascoltare e meditare.

Vedo vado è la storia d’amore-irresistibile- tra una vedova e un profittatore di vedove  (E adesso ci incontriamo e appena stiamo insieme tra una risata e l'altra ci diciamo: Ma se stava così bene! Ma se stava così bene!): risate (amare) e applausi.

Il capolavoro è dietro l’angolo, e chiude in bellezza il disco: La Diva del Continental Bar sembra essere uscita dalla penna del Dalla più ispirato. (Per quelle lettere mai arrivate, spedite indietro al mittente e le telefonate rimaste in fondo alla bocca, a scalciare nel buio, e adesso stai seduto lì, vecchia radio che nessuno fa andare più, nel tavolino macchiato di un bar e ti lasci servire da lei / che nessuno ha capito mai /dove ha imparato a ballare / dove a fare l’amore; eppure lei / come a nessuno è capitato mai / ti ha guardato e ha sorriso / prima di sparire nel buio /e rivestirsi in silenzio). Un noir di provincia, nel quale si racconta fin dove può spingersi un padre abbandonato dalla propria figlia.

Un disco, quello dei Palazzo Rosa, che davvero si fatica a considerare per quello che realmente è, ossia un esordio. Scritto, suonato, cantato e arrangiato egregiamente, sembra più la consacrazione definitiva di artisti con una carriera consolidata alle spalle.

Tanto vale gronda nostalgia, umanità, emozione. Dell’ironia che non cede al sarcasmo e tratteggia un campionario umano tragicomico- in una sorta di sospensione del giudizio- tutti possiamo godere, stravaccati in quelle soffitte e negli scantinati di una musica d’autore che sembra più viva che mai.





martedì 1 aprile 2025

Onioroshi – “Shrine” , di Alberto Sgarlato

 


Onioroshi – “Shrine” (2025) 

di Alberto Sgarlato

 

L’Italia è sempre stata un faro dal punto di vista dell’avanguardia progressiva, con ottimo ritorno di immagine sul piano internazionale.

Da oltre una trentina d’anni a questa parte, cioè dal boom di rinascita del fenomeno che si è avuto nei primi ‘90, il rock progressivo italiano viene principalmente associato alla corrente romantica e sinfonica del genere. Ma non è affatto così. O meglio: non è solamente così. Esattamente come già avveniva negli anni ‘70, anche in tutti i decenni a seguire e fino ai giorni nostri in Italia hanno continuato a nascere band che esploravano ogni tipo di contaminazione sonora, da quelle con il jazz e il jazz-rock, al filone hard ‘n’ heavy, fino alla psichedelia.

Ed è proprio tra le divagazioni più eclettiche del genere che vanno ad incunearsi i ravennati Onioroshi, giunti in questo 2025 alla loro seconda prova di studio, intitolata “Shrine”.

Che il power-trio, formato da Manuel Fabbri (basso e voce), Enrico Piraccini (batteria e voce) e Matteo Sama (chitarra), non abbia alcuna intenzione di concedersi alle lusinghe del facile ascolto e dell’immediatezza si capisce già dal fatto che i 54 minuti di durata del secondo album sono suddivisi in sole tre tracce, rispettivamente da 18, 15 e 20 minuti. La band alza così ulteriormente l’asticella della sperimentazione rispetto all’esordio, datato 2019 e intitolato “Beyond these mountains”, dove circa un’ora di musica era strutturata in quattro lunghe composizioni.

Questo “Shrine” si apre con “Pyramid”: l’inizio è lento, cupo, soffuso, affidato solo a una chitarra dal suono pulito ma ampiamente riverberato. E quell’arpeggio, pian piano, sale, cresce, fino all’entrata di tutti gli strumenti, attorno al primo minuto. Krautrock, Syd Barrett e persino un pizzico di shoegaze vanno a braccetto in questa marcia nel corso della quale tutta l’ossatura del brano prende forma con la maestosità di un enorme Godzilla assopito che si risveglia.

Verso il quarto minuto il tutto si indurisce e si “rabbuia” ulteriormente, verso toni dark-wave e noise. Da qui in poi è una cavalcata verso gli inferi, tra fiammate di stoner e allucinazioni psichedeliche.

Laborintus” ha questo strano titolo che sembra una crasi tra “Labour” (fatica) e “Labyrinth”. E, infatti, la tortuosità delle trame sonore trasmette bene una sensazione di disorientamento senza via di fuga. Qui entrano in ballo nuovi ingredienti nel sound, a cominciare da un’apertura con un basso dal suono corposo e ben presente, fino a chitarre meno “acide” rispetto alla traccia di apertura, con note più lunghe, dilatate, ma non certo per questo più languide. E non manca, ancora nella miglior tradizione noise e shoegaze, un largo uso dell’effettistica, tra flanger e chorus che generano sibili dal sapore “aeronautico”. Il drumming è tribale, giocato su suoni scuri ma qui e là inaspettatamente spezzato dalle deflagrazioni di un parco di piatti vario e colorato.

In tutto questo la voce non è mai in primo piano: è filtrata, è distorta, diventa il costante gemito di un malessere interiore, di un’angoscia evidente seppur mai palesata in modo plateale.

Dobbiamo arrivare al nono minuto per trovarci al cospetto di un crescendo giocato su tempi dispari e armonizzazioni corali che, inaspettatamente, sposta tutto su spazi meno claustrofobici e più ariosi.

Il finale della traccia diventa una grandissima prova di stoner-rock enorme come un macigno.

Ed è con un altro poderoso riff di stoner-rock che si aprono i venti minuti della conclusiva “Egg”, traccia nella quale la band offre letteralmente il meglio di tutta la propria cifra stilistica, tra drumming cangiante e dalle coloriture sempre inaspettate, voci effettate, lancinanti e sofferte, ma anche momenti di quiete imprevista, situazioni sussurrate mediante l’uso di arpeggi delicati, come in tutta la sezione tra il terzo e il quinto minuto, che fa da prodromo a un’altra cavalcata cosmica. Dall’undicesimo minuto, dopo rarefazioni e dilatazioni, la situazione si fa nuovamente “cattiva”, a base di riff e stacchi ben calibrati, fino al possente finale.

Una band da tenere d’occhio, dotata di un vocabolario timbrico sempre originale e spiazzante.






RocKalendario del secolo scorso – Marzo, di Riccardo Storti

RocKalendario del secolo scorso – Marzo

Di Riccardo Storti

 

1955 – 15 marzo. Fats Domino registra Ain't It A Shame, che raggiungerà la vetta della classifica R&B di Billboard e arriverà al decimo posto nella Top 100 a luglio. Vendendo un milione di copie, la canzone è stata classificata al numero 438 nella lista delle 500 Greatest Songs of All Time della rivista Rolling Stone

Nello stesso mese, la versione di Pat Boone si piazzerà il primo posto nella chart Pop. Quanto sia stata importante questa canzone per le generazioni successive, lo racconta la serie di cover che sono state eseguite dai Cheap Trick a Paul McCartney. Da New Orleans al mondo! 

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1965 – Gara all’interno della prestigiosissima etichetta Motown di Detroit. Nella scalata delle classifiche americane se la giocano due ensemble vocali ormai famosissime: da un lato The Temptations, guidati dalla voce maestra di David Ruffin, dall’altro The Supremes di Diana Ross, da alcuni critici battezzate come le Beatles in gonnella, visto che, da quando è arrivata la British Invasion, costoro sono le uniche a tenere testa ai successi dei Fab Four. 

È il 6 marzo quando My Girl – firmata da Smokey Robinson - giunge al vertice dell’hit parade statunitense grazie all’interpretazione dei Temptations; trascorrono due settimane e le Supremes rispondono con Stop! In the Name of Love: nel giro di una settimana (27 marzo) la canzone raggiungerà il primo posto della Billboard Pop Chart. Ad onore di entrambi i gruppi, ecco una loro performance comune, registrata durante l’Ed Sullivan Show il 19 novembre 1967.

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1975 – E Jeff Beck ci mise la faccia, anzi il nome e poi la chitarra. Il 29 marzo esce Blow by Blow, il primo album solista di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Siamo ormai nella seconda metà del 1974, quando l’esperienza con Bogert e Appice giunge al capolinea; per non perdere smalto, a dicembre Beck fa pure qualche jam con gli Stones ma, nonostante l’amicizia, non scatta la scintilla. Gli appunti non mancano, così fa ascoltare un bel po’ di provini (tutti strumentali) a George Martin che, subito convinto dal valore dei pezzi, non esita a produrre un vero e proprio capolavoro. 

Un album che va dal rock al blues per toccare a piene mani funky, fusion e jazz con tanto di un importante cameo, quello di Stevie Wonder che darà a Beck due canzoni (Cause We've Ended as Lovers e Theolonius, in cui suona il clavinet). Altre uscite del mese: l’album inglese del Banco, Profondo Rosso (Goblin), Un biglietto del tram (Stormy Six), The Rotters' Club (Hatfield and the North), la colonna sonora di Tommy, Bundles (Soft Machine) e Young Americans (David Bowie). 

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1985The Power Station ovvero quando un gruppo di successo vuole distrarsi un po’. E questo gruppo di successo sono i Duran Duran. Due di loro – il bassista e il chitarrista (rispettivamente John e Andy Taylor) – decidono di dare vita ad una band con un batterista da paura, Tony Thompson degli Chic. Lo scopo è quello di utilizzare un bel po’ di canzoni extra-Duran per un disco ambizioso. L’idea, infatti, era quella di fornire la base musicale per un album composto da brani con un cantante diverso per ogni traccia; tra gli artisti contattati c'erano Mick Jagger, Billy Idol, Mars Williams, Richard Butler e Mick Ronson.

 Il gruppo invitò poi quella vecchia lenza di Robert Palmer (eccezionale interprete soul) a registrare la voce per il brano Communication; quando Palmer scoprì che avevano registrato le demo di Get It On (Bang a Gong) dei T. Rex, chiese di provare a cantarla. Alla fine della giornata, la band capì di aver trovato quella chimica speciale che distingue i gruppi di successo, così decisero di registrare l'intero album con Palmer. E fu un LP di notevole fattura (uscito il 25 marzo), dominato da note funky rock; peccato che, poi, in occasione del tour promozionale, Palmer li mollò per dedicarsi al proprio album solista, lasciando il posto a Michael Des Barres (con cui la band si esibì in occasione del Live Aid a Philadelphia).

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1995 – 13 marzo: i Radiohead pubblicano The Bends ed è la svolta. Si affievoliscono le sonorità più ruvide del precedente Pablo Honey in nome di composizioni più raffinate, pur in una visione sempre radicalmente “alternative”. Una delle principali innovazioni di questo album è l'uso più marcato del falsetto da parte di Thom Yorke, evidente in quasi tutte le tracce; inoltre, la scrittura dei testi si evolve, passando da espressioni più dirette a immagini tanto complesse, quanto suggestive, anticipando lo stile di lavori successivi come OK Computer

In sede critica sono parecchi a mettere in evidenza come questo album abbia influenzato moltissimi gruppi degli anni Novanta: si tratta di un’opera imprescindibile per capire la musica (non solo pop-rock) del decennio. Colpisce soprattutto l’eclettismo: oltre a quanto ci si possa aspettare, tra le righe emergono insospettabili melodie schubertiane (in Fake Plastic Trees, almeno così sostiene il musicologo Sasha Frere-Jones), scale ottatoniche (Just) e armonie beatlesiane (My Iron Lung).   

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giovedì 27 marzo 2025

Il compleanno di Tony Banks

Compie gli anni oggi Tony Banks, tastierista, polistrumentista, compositore. Da sempre considerato la “mente occulta” dei Genesis, non per qualche aura misteriosa, ma per la sua capacità - unica - di costruire strutture armoniche e narrative che hanno definito l’identità del gruppo fin dagli esordi.

È lui, insieme all’amico Peter Gabriel, a fondare la band nei corridoi della Charterhouse. Ed è lui, più di chiunque altro, a plasmare quel linguaggio inconfondibile fatto di modulazioni imprevedibili, atmosfere sospese, improvvise aperture melodiche. Molti dei brani più iconici dei Genesis - da Firth of Fifth a Watcher of the Skies, da The Cinema Show a One for the Vine - portano la sua firma musicale, spesso nascosta dietro un understatement quasi britannico.

Banks non ha mai cercato il ruolo del frontman né quello del virtuoso da copertina. La sua presenza è sempre stata un’altra: quella del costruttore di mondi sonori, del narratore che lavora nell’ombra, del musicista che preferisce la profondità alla posa. Nel progressive rock, un genere spesso associato all’esibizione tecnica, lui ha incarnato la misura, la coerenza, la visione.

La sua scrittura ha influenzato generazioni di tastieristi e compositori. Non solo per la complessità, ma per la capacità di far convivere rigore classico, immaginazione letteraria e un senso melodico che resta immediatamente riconoscibile. Anche nella carriera solista - spesso sottovalutata - Banks ha continuato a esplorare forme e colori, fedele a un’idea di musica che non ha mai ceduto alla semplificazione.

Happy Birthday Tony…

Wazza



Tony Banks, Peter Gabriel, Mike Rutherford & Phil Collins-August (1970)










mercoledì 26 marzo 2025

IL CONCERTO INCANTATORE, di Franco Vassia

 


IL CONCERTO INCANTATORE

di Franco Vassia

 

Nel ricovero riabilitativo della casa di cura CRRF Mons. Luigi Novarese in località Trompone, a cavallo dei comuni di Villareggia e di Moncrivello dove la provincia di Torino diventa vercellese, gli artisti napoletani di PAESE MIO BELLO hanno tenuto un concerto per gli operatori e per gli ospiti della struttura quale segno di ringraziamento per le amorevoli cure prestate a Patrizia Spinosi dopo un'operazione al ginocchio. 

Accompagnati dalla magia chitarristica di Michele Boné, Gianni Lamagna, Patrizia Spinosi e Anna Spagnuolo - Lello Giulivo, l'altra voce maschile del gruppo era assente per impegni pregressi - hanno intessuto un mosaico di voci di rara bellezza, di poesia e di teatralità: un collage di cultura, di umanità e dell'identità di Napoli, delle ricerche di Roberto De Simone e de La Gatta Cenerentola, capolavoro assoluto della Nuova Compagnia di Canto Popolare dove Gianni Lamagna ha anche raccolto l'eredità di quel gruppo che negli Anni '70 ha saputo rivoluzionare la musica popolare e folklorica del grande Sud. Un gesto spontaneo di rara bellezza, di profondo amore e di grande sensibilità. Un manifesto di cos'è e di che cosa dovrebbe essere la musica, oggi purtroppo merce dozzinale in mano a maneggioni, cialtroni e ciarlatani. Il concerto incantatore: una delle pagine più belle da archiviare nei pressi del cuore e nell'anima.




domenica 23 marzo 2025

Sykofant – “Red Sun”-Commento di Alberto Sgarlato

 


Sykofant – “Red Sun” (2025)

di Alberto Sgarlato


Squadra che vince non si cambia. Così recita un antico proverbio. E questo è quanto devono aver pensato anche Emil Moen (voce e chitarra), Melvin Treiders (batteria), Per Semb (chitarra) e Sindre Haugen (basso) nel dare alle stampe questa seconda opera a nome Sykofant.

Dell’album d’esordio omonimo, uscito poco meno di un anno fa, avevamo già parlato diffusamente in questa recensione su MAT2020 e lo avevamo entusiasticamente salutato come una vera boccata d’aria fresca nel vasto e variegato panorama progressivo internazionale.

Sì, perché nel III Millennio, “progressive rock”, può significare un genere musicale ben definito e codificato, sempre più diviso in sottogeneri (il sinfonico, il prog-metal, il jazz-rock e molto altro) oppure può significare un’attitudine: la voglia di abbattere gli steccati, di contaminare gli stili in modo spiazzante, di cercare nuove strade compositive sempre diverse da quelle canoniche.

Questo quartetto norvegese sceglie saggiamente la seconda via e ci offre un sound affascinante e personale, che non si lascia facilmente ingabbiare in soluzioni derivative.

Nel disco di esordio, infatti, parlavamo di grunge che incontrava il funky e dello stoner più cupo a braccetto con la psichedelia più rilassata.

Ma se nel debutto questa urgenza comunicazionale si esprimeva sorprendentemente in oltre un’ora di musica, per questo nuovo titolo del catalogo, intitolato “Red Sun”, la band opta per un EP di soli tre brani, divulgati a partire dal 20 marzo e con il singolo omonimo in anteprima dal 6 marzo.

Non mancano momenti di vibrante energia, ma la sensazione è che i Sykofant, rispetto all’esordio dalle tinte spesso vicine all’hard rock, per questo EP abbiano deciso di abbracciare invece maggiormente gli aspetti più introspettivi e riflessivi del loro sound.

Lo dimostrano i 7 minuti della opener “Ashes”, che prima di deflagrare in uno splendido arpeggio e verso ben calibrati, pulitissimi, stacchi ritmici, si affidano a un minuto e mezzo di impalpabile introduzione di ambient music.

In questo brano c’è già buona parte della cifra stilistica dell’EP: le suddette sperimentazioni eteree che tanto sarebbero care a Fripp e Eno, il grandissimo lavoro basso/batteria in qualche modo “figlio” di band storiche come Rush e Primus, le geometrie matematiche, taglienti e pulite, delle chitarre, un cantato sempre di fortissimo impatto melodico (per il quale non è blasfemo azzardare un paragone con gli statunitensi Echolyn), un azzeccatissimo solo chitarristico conclusivo.

Veniamo dunque alla seconda traccia, nonché title-track e singolo di esordio. Anche qui troviamo una breve introduzione affidata a inaspettati rumorismi, che ben presto deflagra in accordi di chitarra dal sapore new-wave e dark-wave. Ma quando tutto diventa più intimo la band manifesta un dichiarato amore per i Pink Floyd, decisamente palese nel cantato, nelle slide guitars, nelle ritmiche, nella delicatezza dell’assolo.

I 10 minuti circa di “Embers” concludono l’EP e sono anche quelli in cui la band ritorna maggiormente alla durezza dell’esordio, in un caleidoscopio di riff fiammeggianti, sempre alternati alle efficaci melodie cantate, marchio di fabbrica del gruppo, dilatazioni psichedeliche ariose e suggestioni cosmiche (la sezione centrale del brano è un vero e proprio “viaggio”). E non mancano, negli ostinati alternati a momenti più arpeggiati, echi di brani come “2112” o “Xanadu” dei Rush.

Se nell’album di debutto i Sykofant ci avevano piacevolmente sorpreso, in questo EP ci hanno altrettanto piacevolmente disorientato ed entusiasmato.

Aspettiamo con ansia il terzo lavoro (già annunciato dalla band, ancora in forma di EP, per la fine del 2025), con la certezza che sarà la piena riconferma di quanto già ottimamente dimostrato fino a ora.






venerdì 21 marzo 2025

Il giorno 21 dedicato a Francesco Di Giacomo


 21 marzo

 

“….la primavera è inesorabile”

 

Ci sarai sempre

Buon viaggio capitano!

Wazza


Dalla rete...

Ho scoperto il Banco per puro caso: la mia ex voleva vedere Finardi al Regio di Parma, salvo poi scoprire che faceva da spalla per qualche pezzo a un gruppo che non avevo mai visto prima. La mia ex era incazzata come un drago, io ero al settimo cielo: avevo conosciuto il Banco del Mutuo Soccorso.

Anni fa, avevo ottenuto un permesso di uscita anticipata dalla fabbrica dove lavoravo come operaio. Solo, andai in un paesino in provincia di Modena, con il terrore di arrivare tardi. La piazza era ancora vuota, come il palco. Vidi aggirarsi Vittorio Nocenzi, gli chiesi se dopo il concerto potevo fare due chiacchiere con loro, mi rispose gentilmente che avrebbero mangiato lì a fianco, dove c'erano quei tavoli. La piazza si riempì. La musica e la voce di Francesco Di Giacomo… Terminò il concerto e non stavo più nella pelle

Vidi la piazza svuotarsi, restarono le cartacce, arrivarono i netturbini, poi rimasi solo io. Era l'una, passò Vittorio, mi avvicinai, mi sorrise e mi invitò a sedermi con loro. Mi chiesero cosa volessi mangiare, non avevo fame, ero felice. Riuscii a dire che quel sigarillo che Vittorio teneva in bocca durante il concerto sembrava cadere da un momento all'altro e invece da trent'anni era ancora lì. Mi parve una bella metafora. "È liquirizia", mi disse lui. Osservai Rodolfo Maltese, Vittorio, Francesco. Non ci credevo!

La mattina dopo ero di nuovo in fabbrica, ne parlai coi colleghi, mi guardarono come un marziano. Ma che glielo dicevo a fare?

"Andiamo a Fidenza? – dissi a una ragazza – c'è il Banco del Mutuo Soccorso!" e lei: "È una trattoria?". Non le ho mai portato rancore per l'affronto, anzi: ci siamo sposati e oggi abbiamo due figli. L'ho perdonata.

Qualche anno fa a Zagarolo, in un bellissimo palazzone, arrivammo per lavoro, sotto una pioggia battente e un vento forte. Dal palco vidi lui, seduto tra le prime file, Francesco Di Giacomo, e quando finimmo facemmo due chiacchiere, gli raccontai di come la mia vita avesse avuto la sua voce come colonna sonora (gli dissi anche di mia moglie, ridemmo), mi parlò di Bella Ciao, di una balconata di paese, di un 25 aprile e di quei fiori che cadevano giù mentre la gente cantava. Non ho una foto di quel momento, ricordo la felicità, nella foto non ci sarebbe entrata, ne sono sicuro. Non è vero che se ne vanno sempre i migliori, perché i migliori si possono cantare, magari non con quella voce lì, che non si può avere tutto, ma si possono cantare sempre. E Francesco canta "non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno…" ed io lo ascolto ancora.