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domenica 8 novembre 2015

Clowns From Other Space - “Zeng”, di Andrea Zappaterra


Clowns FromOther Space - “Zeng”
di Andrea Zappaterra

Pur non abbracciando un unico genere ben definito, i Clowns From Other Space - Cesare Di Flaviano (voce e chitarra acustica), Stefano Castellano (chitarra elettrica e voce), Federico Camillini (chitarra elettrica e delay analogico), Matteo Sulpizi (basso e voce) e Lorenzo Di Carlantonio (batteria e synth) - sviluppano sonorità che rievocano classici Prog/Rock con l’album d’esordio  “Zeng” , molto piacevole e melodico, uscito il 7 Novembre.
Interessante la loro biografia: nascono alla fine del 2010 da un'iniziativa del batterista, Lorenzo Di Carlantonio. L'idea di partenza è quella di formare una band Indie Rock e per questo Lorenzo chiama i suoi amici di una vita, i chitarristi Stefano Castellano e Luca Rossetti, i quali accettano di buon grado di partecipare al progetto. Il bassista ed il cantante iniziali sono Alberto Lalla e Matteo Cerquone (insieme ai quali nasce il nome iniziale, Sloth And Chocolate), sostituiti poi con Matteo Sulpizi al basso e Cesare Di Flaviano alla voce, e il nome diventa quello attuale. Con il passare del tempo i Clowns diventano una tribute band degli Arctic Monkeys, la band Indie Rock britannica per eccellenza, ma in parallelo alle cover cominciano a scrivere brani inediti (sempre in stampo Indie) nel 2012 che ancora attendono di essere registrati.
Le singole canzoni sono registrate presso lo studio la Baia Dei Porci, nel rispetto dello spirito delle stesse, in un ordine cronologico inverso, quasi a voler sottolineare il percorso fatto: Shifted  un brano che rievoca nella sua semplicità addirittura i primi Pink Floyd di Sid Barret, Eze’s Story una marcetta molto ritmata e coinvolgente, Wall Of Tzu onirica rappresentazione con uno stupendo assolo di chitarra e coro, Walled World melodica e romantica canzone con toni decadenti stile anni 90, In The Presence Of The Lady Truth  e Verve brani introspettivi e intimisti, How To Become A Fool  con il Violino di Cristopher Di Flaviano, Postmodernism And Corns una ritmica cavalcata attraverso il Rock più recente,  Scenes brano conclusivo intriso di melanconica poesia.

Nel complesso davvero bello questo lavoro d’esordio che lascia ben sperare per un futuro radioso di questo gruppo teramano, degno di suscitare emozioni coinvolgenti e anche un pò di ammirazione per come hanno saputo coniugare il classico e il moderno in uno stile unico e personale.


Tracklist:
1- Shifted
2- Eze’s Story
3- Wall Of Tzu
4- Walled World
5- In The Presence Of The Lady Truth
6- Verve
7- How To Become A Fool
8- Postmodernism And Corns
9- Scenes.



I Clowns From Other Space sono:
Cesare Di Flaviano: voce, chitarra acustica;
Stefano Castellano: chitarra elettrica e voce;
Federico Camillini: chitarra elettrica e delay analogico
Matteo Sulpizi: basso e voce;
Lorenzo Di Carlantonio: batteria e synth

Crediti: Tutti i brani sono composti ed eseguiti dai
Clowns From Other Space e Luca Rossetti.

Testi di Clowns From Other Space.
Violino in How To Become A Fool suonato da Cristopher Di Flaviano.
Riprese, missaggio e mastering realizzarti presso la
Baia Dei Porci recording studio da Stefano Lelii.
Artwork ideato e realizzato da Jessica Di Martino.
Foto di Oscar Di Giannatale.



sabato 7 novembre 2015

L'esilio di Robert Wyatt, di Francesco Pullè


“L’assenza è un assedio” scrisse un livornese con le carte in regola, ed una delle tante dimostrazioni dell’aureo assunto si ha censendo il sempre crescente novero di noi inconsolabili orfani di Robert Wyatt.

Da quando il vecchio barbuto marxista paraplegico si è ritirato, da quando quella che Sakamoto definì “la voce più triste del mondo” ha smesso di cantare, da quando il rigore dell’impegno politico e la ricerca senza compromessi dello straordinario sperimentatore si sono eclissati, il panorama musicale è sembrato immediatamente più arido e inospitale.

Questo 2015 ci porta però insperate consolazioni nelle vesti della doppia eccentrica antologia “Different Every Time”, che prevede un cd dedicato alla carriera solista e l’altro ad alcune delle sue innumerevoli collaborazioni (troviamo anche “Goccia”, bella traccia di Cristina Donà), dove onestamente si poteva scegliere di più e di meglio. 
Ma poi c’è l’omonima biografia (autorizzata) curata da Marcus O’Dair ed appena pubblicata da Giunti nella bella traduzione di Alessandro Achilli, piacevolissima cavalcata alla scoperta delle tante anime di Wyatt. 
Ecco allora sfilare il bipede batterista, all’ombra del patafisico mentore Daevid Aellen, colto ad esercitarsi in una rimessa della villa maiorchina di Robert Graves, alla vigilia delle soffici macchinazioni di cui sarà anima e cuore. 
A seguire i tempi della ruvida militanza RIO col supergruppo Matching Mole, agguerrito eppure capace di slanci melodici come “O Caroline”, bagliore riflesso d’un raggio dell’antica luna di giugno. 
E verrà la terrifica paresi soavemente sublimata in catarsi creativa “ex machina” e sacralizzata nel lampo immortale “Rock Bottom”, autentica pietra filosofale dell’intellighenzia musicale canterburiana. 
A chiudere un percorso artistico pressoché netto ci saranno gli ultimi eccellenti lasciti discografici, opere di un pacificato (ma non troppo) e venerato (mai abbastanza) maestro, dominati da quel “Comicopera”, sublime esercizio d’impossibile equilibrio tra cerebrale ed emozionale, che si aggiudicò meritatamente i riconoscimenti della più illuminata stampa musicale internazionale, e che ha anche il merito di aver fatto conoscere a tanti una composizione dei benemeriti C.S.I. di Giovanni Lindo  Ferretti (“Del mondo”). 
In mezzo a questo e tanto altro scorrono l’arte, la politica, la rabbia, l’umorismo, l’indignazione, l’alcol, le meditazioni, i fallimenti. La vita. E la compagna della vita: Alfreda “Alfie” Benge, coautrice di molte liriche e raffinata pittrice, le cui creazioni ritroviamo nel ricco apparato iconografico del libro.

Ma le sorprese non finiscono qui: lo scorso aprile l’icona del rock russo Boris Grebenshikov ha rilasciato il singolo “Stella Maris” che vede Wyatt contribuire con voce, tuba e cornetta. Ed è straniante e delizioso sentire l’irsuto iconoclasta arabescare un’icona mariana d’altissima spiritualità. 

Ora è legittimo sperare che quest’ultimo prezioso cameo preluda ad un ripensamento sull’esilio che ci possa regalare altre magie.
Lo so, I’m a believer… lo so, sto sognando, in volo tra le morbide ali d’una chagalliana colomba, proprio lì, tra le seriche nubi della copertina di “Shleep”. Non mi svegliate, ve ne prego!



venerdì 6 novembre 2015

Dave Lombardo’s Philm + Juggernaut @ Planet – 15 09 2015


Dave Lombardo’s Philm + Juggernaut @ Planet – 15 09 2015

Report e servizio fotografico a cura di Stefano Panaro
Articolo già apparso sul portale Rock by Wild:

I Philm di Dave Lombardo, trascinati dal loro ultimo album Fire From The Evening Sun” tornano finalmente nella Capitale, dopo le date di Bologna e Pescara.
Facile pensare che nella splendida cornice del Planet Live Club, il buon Dave, star e leggenda assoluta nella storia del duro metallo per i suoi trascorsi negli Slayer, accompagnato da Pancho Tomaselli al basso e Gerry Nestler alla voce e chitarra, facessero il pienone di gente, o perlomeno questo pensavo io, ma la scelta del martedì lavorativo, la Champions League e forse la poca pubblicità su strada non ha portato i frutti sperati, quindi eccoci a parlare di una splendida serata di grande musica, purtroppo per pochi intimi (come si dice: pochi ma buoni… e rumorosi!).
Già dal mio arrivo in zona la situazione era soporifera (no, il gas dall’altro lato della strada non c’entra nulla), quindi l’inizio del concerto, fissato per le 21:00 è slittato fino alle 22:30, per dare il tempo ai ritardatari di non perdersi l’evento… un po’ di persone sono arrivate effettivamente, ma niente che potesse eliminare gli spifferi della bella sala climatizzata del locale.
Parlando del Planet, ex Alpheus per i fan di vecchia data, l’ho ritrovato notevolmente migliorato nella composizione interna degli spazi, con un rinnovato palchetto sopraelevato, ringhiera a balconcino sul lato destro in direzione del palco e poltroncine molto comode dislocate in vari punti; purtroppo non essendoci ancora un pit per i fotografi (sigh!), ho sfruttato queste comode novità nel migliore dei modi per il mio servizio fotografico.

Juggernaut
Ragazzi, ve lo dico subito, vi siete persi un gran bel live stasera!
Sono le ore 22:30, e sul palco salgono i Romani Juggernaut.
Fondati nel 2006, Andrea Carletti, Roberto Cippitelli, Matteo D’Amicis e Luigi Farina prendono velocemente tutta l’attenzione del pubblico; il loro Instrumental Post Hardcore è ipnotico, potente e minaccioso, aiutato anche da luci rosse intense che accentuano il ritmo incalzate dei loro pezzi tratti dall’album targato 2014 Trama!; ammetto che hanno fatto letteralmente tremare il locale… i miei complimenti, siete stati devastanti.

Dave Lombardo’s Philm
Cambio di palco, Dave e compagni sistemano minuziosamente ogni strumento, c’è molta meticolosità da parte di Dave, mentre Pancho intrattiene simpaticamente il pubblico con parole in Italiano, indicando un adesivo dell’Italia sul retro del suo basso (secondo me lo ha fatto e lo farà a tutte e 5 le date italiane.
Tutto pronto e si inizia, Dave è incredibile: veloce, preciso e potente, ha tutta l’aria di essere rinato con questo progetto sperimentale che fonde vari generi, si passa dal trash all’hardcore. La voce di Gerry Nestler è sporca e aggressiva, e si amalgama a perfezione con il sound generale. Pancho Tomaselli carica ed incita il pubblico con pose plastiche assieme al suo fido basso.
Le luci partono con un rosso intenso e sanguigno, per poi sfociare in gradazioni di colore e temperatura più adatte ai fotografi presenti, (non molto potenti ad essere sinceri).
L’acustica è perfetta per entrambe le performance, e il pubblico presente è visibilmente soddisfatto.
Il live arriva velocemente alla fine, (quando una cosa piace sembra durare sempre troppo poco), inchini di rito e sorrisi per tutti, in attesa di foto e autografi nello stand del gruppo.

In conclusione, posso affermare che i Philm sono una splendida realtà, che mette nuovamente in mostra il talento e lo stile unico di un grandissimo musicista come Dave Lombardo, (i suoi colleghi non sono comunque da meno), per nulla vincolato al suo incredibile passato, ma proiettato verso nuovi stimoli creativi.

E, giusto per essere chiari: per chi non c’era, vi siete persi un gran bel live stasera, sapevatelo!
Un ringraziamento speciale va ad Ilaria Degl’Innocenti per avermi gentilmente passato le scalette 😉

Setlist Juggernaut:
Pietra Grezza
Ballo Excelsior
Egregoro
Crapula
V.I.T.R.I.O.L.

Setlist Philm:
Fire From The Evening Sun
Vitriolize
Fanboy
Blue Dragon
Lady of the Lake
Lion’s Pit
Omniscience
Train
We Sail at Dawn
Way Down
Sex Amp
Dome
Chalace

Mild


giovedì 5 novembre 2015

Il compleanno di Peter Hammill, di Wazza




Compie gli anni oggi, 5 novembre, Peter Hammill, cantante, compositore, membro fondatore dei Van Der Graaf Generator… che altro aggiungere? Che quando canta ti viene la pelle d'oca? Che era anni luce avanti alla media dei musicisti prog?
Oltre che con i VDGG, da segnalare una sterminata produzione da solista!
Anche se il tempo ha lasciato il segno sulla sua persona... lui ha lasciato il segno nel tempo!
Happy Birthday "gog-magog" Peter!
WK


Prog Exhibition - Roma 5-6 novembre 2010, di Wazza-Commento di Alberto Sgarlato


Prog Exhibition - Roma 5-6 novembre 2010


Hello boys and girls,
era dagli antichi fasti degli anni '70 che non si teneva un festival, raduno, così importante, per qualità e partecipazione di artisti.
Tutto questo ha un nome, "Prog Exhibition", che si tenne a Roma il 5-6 novembre 2010. Grazie all'intuito e professionalità di Iaia De Capitani, organizzatrice, e Franz Di Cioccio, direttore artistico. A Roma, in due giorni, si celebrarono i 40 anni del pop-progressive italiano, con la partecipazione di tutti i musicisti che hanno fatto la storia del prog italiano, più nuove proposte. La grande trovata fu quella di accoppiare un "big" straniero ai gruppi italiani, quasi un interscambio tra le varie culture e stili musicali.
Per la gioia dei 2000 fans accorsi a serata da tutta Italia, e molti stranieri, si esibirono sul palco accoppiate del tipo  Premiata Forneria Marconi + Ian Anderson, Banco Del Mutuo Soccorso + John Wetton, Osanna + David Jackson, Nuova Raccomadata + Thijs Van Leer, Tagliapietra, Pagliuca, Marton+David Cross.
Furono due serate eccezionali, sia dal punto musicale che da quello della condivisone, tre generazioni che convivevano perfettamente sotto lo stesso tendone, c'erano i "reduci" di Villa Pamphili, di Caracalla, del Parco Lambro, giovanissimi che non avevano mai visto tanta "grazia di Dio", tutti assieme, emozioni indescrivibili per due giorni.
Purtroppo le edizioni che sono seguite non hanno avuto lo stesso successo, non per la qualità dei musicisti, ma per il disinteressamento del popolo prog (!!??): in Italia possiamo avere il "Grande Fratello" 20° edizione, ma non siamo preparati, per cose, culturalmente più complesse!
Bona la prima...
Personalmente ho un bellissimo ricordo di tutto il periodo festival (prima-durante-dopo), uno degli eventi musicali più belli che abbia mai visto.
Ancora tanto di cappello a Iaia per questi concerti, che saranno sempre nella mente e nella storia di chi ha partecipato
WK



Commento di Alberto Sgarlato…
Nel 1970, anno di grandi fermenti musicali internazionali, mentre sullIsola di Wight si contendevano (letteralmente, come rivelano gli aneddoti narrati dagli stessi musicisti) il palco   Hendrix, Jethro Tull, Miles Davis, i neo-costituiti   Emerson Lake   and  Palmer e tanti altri grandi, in Italia, a Roma, per la precisione, si avvicendava sul palco di Caracalla tutta la crème di quel movimento   che all’epoca fu semplicemente battezzato nuovo pop italiano e che negli anni conquistò una planetaria popolarità, dal Giappone al Sud America, con il nome di Italian Progressive Rock.
Venerdì 5 e sabato 6 novembre 2010, le   Edizioni Musicali Aereostella di Iaia De Capitani hanno voluto commemorare il quarantennale di quello straordinario evento con una due-giorni di progressive rock presso il Teatro Tendastrisce di Roma, la Roma ProgExhibition Festival. Tra il foltissimo pubblico accorso, anche delegazioni, con bandiere e striscioni, dagli USA, dal Messico, dalla Costarica, dal Giappone e da quasi tutte le nazioni europee.



5 Novembre
L’arduo compito di rompere il ghiaccio è affidato ai   Synesthesia, in rappresentanza di quel recente filone che fonde certe atmosfere del prog con la violenza del power-metal. Il connubio esalta i più giovani tra i presenti ma fa un pò storcere il naso ai vecchi puristi.
Dopo di loro salgono sul palco i genovesi   La Maschera di Cera, band nata allinizio di questo decennio ma con lintento di   riproporre in maniera fedele nelle proprie originali composizioni le sonorità (e persino la grafica e il packaging) dei grandi concept album prog dellepoca. La loro performance è potente e grintosa, in particolar modo da parte del front-man Alessandro Corvaglia, che si scatena con grande teatralità, ma purtroppo la band è in assoluto quella più penalizzata in termini di suoni. Soprattutto le tastiere di Agostino Macor, sempre molto attento nel ricreare timbriche vintage, sono soffocate quando invece meriterebbero di emergere con vigore.
Iniziano le band storiche: i primi sono The Trip, che propongono materiale dai due loro album più famosi, cioè Caronte e  Atlantide. Sul palco ritroviamo il tastierista Joe Vescovi, il cantante (e originariamente bassista, ma oggi purtroppo vittima di problemi articolari)   Wegg Andersen  e il  drummer  Furio Chirico  (anche degli   Arti & Mestieri), oltre a due giovani comprimari alla chitarra e al basso, rispettivamente   Fabrizio Chiarelli  e   Angelo Perini.  
L’esibizione, seppur penalizzata da qualche inconveniente tecnico iniziale (inevitabile nei festival, quando molte band devono condividere una stessa strumentazione sul palco), è talmente emozionante da far sgorgare più di una lacrima tra chi, nel pubblico, li aveva amati in gioventù e da lasciare a bocca aperta i più giovani. Serpeggia, però, un pò di delusione, per non aver visto chiamare sul palco dalla band, neanche per un saluto, il primo drummer   Pino Sinnone, che pure era presente tra il pubblico.
Dopo i Trip salgono sul palco Tony Pagliuca  (tastiere),  Aldo Tagliapietra  (voce, basso, chitarra 12 corde) e Tolo Marton  (chitarra) che, pur essendo tutti membri  storici de   Le Orme, non possono esibirsi con questo nome per una questione di diritti (probabilmente dovuta a qualche attrito con il batterista   Michi Dei Rossi, che detiene il nome e lo utilizza con unaltra line-up). Anche in questo caso il materiale eseguito è quello degli album più amati ma, soprattutto, più progressivi nelle sonorità, come Collage e Felona & Sorona". Proprio nei momenti finali di   Felona & Sorona i musicisti vengono affiancati sul palco da   David Cross, violinista elettrico dei   King Crimson, che dà un ulteriore valore aggiunto in termini di sonorità magiche a una già ottima esibizione.  
"Le Orme" (concedeteci di chiamarle così), dal canto loro, ricambiano il favore eseguendo   Exiles  insieme a Cross. La calda, corposa voce di Tagliapietra, assai simile a tratti a quella dei vari cantanti avvicendatisi nella band guidata da   Robert Fripp, è davvero assai a suo agio nel repertorio crimsoniano, ed il risultato non lascia adito a perplessità.
Chiude la prima serata la Premiata Forneria Marconi. Allinizio i musicisti sono visibilmente indispettiti da alcuni inconvenienti tecnici, in particolare all’ampli del basso, ma come abbiamo già detto in un festival fa tutto parte del gioco.  
Di Cioccio salta e corre su e giù per il palco come un ragazzino ma, diversamente a molti show recenti, siede più spesso alla batteria (che condivide con l’ottimo   Pietro Monterisi) e lascia a   Franco Mussida  la maggior parte delle parti cantate, riservandosi piccoli e delicati momenti intimisti come Harlequin, Out of the Roudabout e la blueseggiante   Maestro della Voce, dedicata al compianto Demetrio Stratos  che, nell’intro affidata al basso, viene anche ricordato da   Patrick Djivas  con una citazione da   Luglio Agosto Settembre (nero).
Ma il momento sicuramente più emozionante per i fans, che si alzano in una standing ovation, è quando la PFM divide il palco con Ian Anderson, dei Jethro Tull. Il flautista/cantante/chitarrista inglese fa il suo tradizionale ingresso sul palco in posa da fauno (con la gamba destra alzata e appoggiata al ginocchio sinistro) e manda in visibilio la platea. Tutti sono emozionati, a cominciare dallo stesso Mussida che, con voce rotta dalla commozione, ricorda: Avevo 22 anni quando saltai sulla sedia esattamente come voi, vedendoli per la prima volta dal vivo. Immaginate come mi sento in questo istante. Con Ian la PFM esegue una irrinunciabile  Bourée, poi   My God  (dallalbum Aqualung) ma, soprattutto, una spettacolare versione della   Carrozza di Hans nella quale Anderson al flauto non si risparmia. Un momento indimenticabile per tutto il pubblico presente.



6 Novembre
Lapertura è affidata ai  Periferia del Mondo, band molto giovane ma che può già vantare collaborazioni illustri (da Mauro Pagani  a  Rodolfo Maltese, e molti altri) nei propri album. Il loro sound   è una riuscita contaminazione tra prog-rock dalle forti aperture romantiche, jazz-rock e influenze etniche arabeggianti e mediorientali, con in primo piano i molti fiati (sax alto, tenore e soprano, clarinetto, flauto) del cantante   Alessandro Papotto. Il pubblico mostra di apprezzare la solida e rodata band come merita.
Dopo di loro, salgono sul palco gli   Abash, che danno una ulteriore sterzata al sound della serata verso atmosfere multietniche, con    forti influenze anche della musica popolare del Sud Italia. Purtroppo anche nel loro caso tante finezze a livello di sonorità, come certi piccoli tocchi di percussioni sapientemente posti a colorare qua e là, si perdono un pò nellimpasto generale dei suoni, ma il loro show è comunque trascinante e coinvolgente.
È la volta di una band che nel 1972 lasciò una traccia tangibile, con l’album  Per un mondo di cristallo, nella scena prog romana: la  (Nuova) Raccomandata con Ricevuta di Ritorno. La voce del cantante nonché pittore volante (come recita il titolo del nuovo album)   Luciano Regoli  è ancora più potente, alta, brillante e versatile che negli anni 70, frutto di un lungo periodo di studio e di esercizio. Con lui sul palco, della vecchia formazione, troviamo Nanni Civitenga, che allepoca del primo album era il chitarrista e oggi è invece un bassista dalle quotazioni molto elevate (ha lavorato, tra gli altri, con Ennio Morricone).  
Il loro ospite sul palco è Thijs Van Leer, flautista e organista dei   Focus, con il quale eseguono   The house of the King, di certo il brano più famoso della band olandese (fu usato anche dalla Rai come sigla) e   Palco di Marionette, dall’album dei RRR Per un mondo di cristallo. Ma oltre a Van Leer un altro ospite, totalmente a sorpresa e ingiustamente non citato sui manifesti, divide il palco con la Raccomandata: è   Claudio Simonetti, dei   Goblin, che delizia il pubblico con unintroduzione pianistica  d’alta scuola, in cui cita anche alcuni dei suoi temi più famosi ( Profondo Rosso  su tutti), prima di porsi totalmente al servizio della band con risultati notevoli, anche nelle interazioni con il mattacchione Van Leer, che intervalla le sue performances ad alto livello tecnico con bizzarre gag ironiche.
Salgono sul palco gli   Osanna  e, senza nulla voler togliere a nessuna delle straordinare band avvicendatesi nel corso del festival, sono forse il miglior live-act di prog-rock italiano di sempre: potenti, trascinanti, travolgenti, energici come un fiume in piena, precisi e perfetti come una macchina, un ben oliato macchinario in cui ogni suono è al suo posto e non può essere che lì.  

Gli Osanna, poi, hanno un ulteriore valore aggiunto: i due straordinari ospiti che li affiancano sul palco, David Jackson  dei  Van Der Graaf Generator  (sax sopranino, soprano, alto, tenore, flauto e tin whistle) e  Gianni Leone  del Balletto di Bronzo  (all’organo Hammond) non sono due star di passaggio che si sono preparati un paio di pezzi, sono ormai da parecchio tempo due membri effettivi della band e sanno interagire con gli altri musicisti in ogni dettaglio. E il pubblico dà prova di apprezzare tutto ciò con unovazione tra le più esplosive di questi due giorni.
Chiude la rassegna il   Banco del Mutuo Soccorso, con la formazione rinforzata da Papotto, dei   Periferia del Mondo, che integra perfettamente   le sue parti di fiati con gli arrangiamenti storici della band. Il   Banco, però, come è spesso nello stile di questa formazione dal vivo, sceglie di chiudere il festival con una punta di malinconia, che traspare dagli amari monologhi di   Di Giacomo  e di   Nocenzi  sul tema   Come eravamo, chi siamo, cosa saremo.
FrancescoBig Di Giacomo denuncia apertamente alcuni problemi vocali, ma ciononostante la sua performance è egregia. Il repertorio, come da tradizione, è soprattutto quello dei primi tre album, con poche incursioni leggermente più recenti, come   Il Ragno  (dallLp   Come in un’ultima cena), mentre in generale è Darwin  l’album più saccheggiato.  
L’ospite speciale del Banco è  John Wetton, bassista-cantante che ha militato in alcune tra le più grandi formazioni degli anni 70:   King Crimson, Family, Uriah Heep, Uk, Roxy Music, Asia  e collaborazioni con diversi artisti, da Phil Manzanera, a  Martin Orford, a Peter Banks, e non solo. Con Wetton il BMS  esegue Leave me alone  (edizione inglese della famosa  Non mi rompete, dall’album   "Io sono nato libero) e   Starless  dei   King Crimson.



Conclusioni
Non una semplice rassegna di concerti, ma un evento con qualcosa di unico che resterà nel cuore di ogni vero amante del rock progressivo italiano e mondiale. Meravigliosa l’atmosfera che si respirava non soltanto sul palco, ma anche prima e dopo le due serate, grazie anche alla straordinaria disponibilità verso i fan dimostrata dalla maggior parte degli artisti italiani e internazionali coinvolti. 
Ottima, infine, lidea di alleviare i tempi morti del cambio palco con interviste e presentazioni di libri, condotte dal giornalista   Donato Zoppo  o dalla stessa   Iaia De Capitani. Molte e interessanti le opere letterarie citate, tra cui il bel giallo   “Com’era nero il vinile" di  Glauco Cartocci, il volume antologico a molteplici firme  Prog 40, dedicato ai quarant’anni di storia di questo genere musicale in ogni sua accezione e sfumatura, e unautobiografia di   Bill Brudford.  



Mostly Autumn live al Club Il Giardino - 31/10/2015, di Marco Pessina


Mostly Autumn live al Club Il Giardino - 31/10/2015

Grosso colpo quello del Club. La scena è per i Mostly Autumn, considerati, a torto o a ragione, una delle migliori formazioni nel panorama neo - prog internazionale, in occasione del loro tour con quattro date oltremanica. La band approda per la prima volta in Italia con due date, quella di Roma e appunto quella del Giardino. Siamo molto curiosi di vedere in azione questa band neo progressive, nata in Inghilterra alla fine degli anni '90. Schematizzando, possiamo dire che il loro è un prog sinfonico, che prende spunto dai vecchi maestri d'oltremanica (Genesis, Pink Floyd), ma non mancano nemmeno accenni folk. Dopo gli avvicendamenti degli anni scorsi, la formazione attuale schiera: Bryan Josh (chitarre, voce, pianoforte), Iain Jennings (tastiere), Liam Davison (chitarre) - che appaiono già dagli esordi - con Andy Smith (basso), Anne-Marie Helder (tastiere, flauto, chitarra acustica e voce), Alex Cromarty (batteria), e Olivia Sparnenn (voce). Il colpo d'occhio del locale è notevole, con parecchia gente da fuori provincia e, del resto, era lecito aspettarselo. La band si fa un pò attendere, ma alla fine ne sarà valsa la pena! Il pezzo strumentale iniziale ci mette subito a nostro agio, con il flauto in evidenza. Segue la floydiana THE LAST CLIMB, con Josh al canto e subito la chitarra in evidenza. L'atmosfera si fa calda quando entra in scena la giunonica Olivia Sparnenn, che dal 2010 è entrata in pianta stabile nella band sostituendo l'altra frontman Heather Findlay, non facendola di certo rimpiangere. HOLLOW è il pezzo che segue e gli applausi (meritati) si sprecano. La doppia voce femminile ingentilisce e innalza il prog sinfonico dei Mostly Autumn. Intimistica la successiva RAIN SONG eseguita canto e voce. La band, ma lo si sapeva, possiede parecchia varietà di schemi, momenti tirati alternati ad atmosfere quasi rarefatte rendendo il tutto, una miscela di suoni davvero particolari. PASS THE CLOCKS è un altro bel brano datato a cui fa seguito l'accenno di pianoforte che ci introduce a SILHOUTTES OF STOLEN GHOSTS. Non potevano mancare pezzi come EVERGREEN, che è ripresa in parecchi lavori della band. Una manciata di minuti di pausa e di nuovo in sella, cha da il via ad una seconda parte lunghissima, con la band che si diverte come e forse più del pubblico presente, entusiasta com’è di questa due giorni italiana.
Il cliché non cambia con momenti soft e momenti hard dove fa bella mostra di sé il batterista Cromarty, con ritmi vertiginosi. Il concerto si concluderà ad ore tarde per il Club (è già passata l'una di notte da un bel po') con la band acclamata, che di sicuro non si tira indietro, per i bis di rito.
Tributo finale e gloria per tutti, cento, mille di questi concerti.