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mercoledì 6 maggio 2020

L'anniversario di "Transiberiana"


Dopo la presentazione ufficiale presso la Sony di Milano - il 7 maggio 2019 - usciva il 10 maggio in tutto il mondo "Transiberiana", il lavoro che rimetteva "la chiesa al centro villaggio", ricollocando il Banco del Mutuo Soccorso nel posto che meritava, nelle "nomination" Prog Award come uno dei migliori album progressive mondiali del 2019.

Sono ancora disponibili:
CD Mediabook -
2LP + CD -
(vedi foto e dettagli)
t-shirt (Classica o Transiberiana)
Si possono richiedere a me (aldo.wazza@tim.it)
oppure alla mail banco.musicclub@libero.it

Wazza 

 Milano conferenza stampa, con Vittorio Nocenzi, Filippo Marcheggiani, Tony D'Alessio e Guido Bellachiaoma, tra il pubblico di "nuca" Emilio, Gemma, Gianluca, Massimo, Peppino... e Wazza



Di nuovo buone notizie

Le buone notizie sono due: la prima è che il Banco Del Mutuo Soccorso torna con un nuovo album a ben venticinque anni dall’ultimo lavoro in studio (Il 13, 1994), la seconda è che il Banco Del Mutuo Soccorso torna con un nuovo album, Transiberiana, realmente bellissimo, cosa per nulla scontata, specie quando si parla di formazioni che si pensa abbiano dato il meglio nel magico decennio dei ’70. Errore madornale quando si parla di BMS, la band ha sempre dimostrato di sapersi re-inventare con classe e, col senno di poi, meglio una lunghissima aspettativa che buttare fuori dischi poco ispirati e senza senso.

Rodolfo e Francesco

In mezzo a tutta questa attesa la band in realtà non si è mai fermata tra concerti e pubblicazioni commemorative, ciò che però ha maggiormente segnato la sua esistenza sono stati due terribili lutti; quello del chitarrista Rodolfo Maltese, una delle menti musicali più raffinate dell’Italia sonora, con il suo gusto sopraffino nelle cesellature chitarristiche, e quello del cantante Francesco Di Giacomo. Quest’ultimo era da sempre ben più che la particolarissima voce del Banco, ne è stato il volto filosofico, umano, tenace e intelligente con le sue liriche mai banali, ancora oggi moderne e pregnanti, un personaggio a tutto tondo, un’icona della nostra cultura.



Un’idea che non puoi fermare

La scomparsa di due uomini di questa caratura, unita ad alcuni problemi di salute di Vittorio Nocenzi, avrebbero minato l’esistenza di qualsiasi formazione ma Vittorio lo ripete sempre, il Banco è un’idea che non puoi fermare, seguendo tale assunto ha fatto quindi l’impossibile per tenere in piedi la struttura che si ora regge sulle sue imponenti mani e sui volti di una formazione quasi del tutto rinnovata, con il solo Filippo Marchegiani (chitarra solista) a rappresentare il trait d’union tra il Banco degli ultimi vent’anni e quello futuro. Gli altri bravissimi strumentisti sono Nicola Di Già (chitarra ritmica), Marco Capozi (basso) e Fabio Moresco (batteria). Restava il dubbio sul cantante, la maggiore responsabilità di tutti nel sostituire l’insostituibile Di Giacomo. La scelta è caduta su Tony D’Alessio, a lui il compito di non fare rimpiangere l’ugola e i messaggi di Francesco, prova che sembrava impossibile ma che fortunatamente il buon D’Alessio supera brillantemente inserendo una sua precisa personalità che porta aria nuova a un progetto che se doveva andare avanti necessitava di tutte le pedine al posto giusto, non era ammesso errore.

 Una sfida vinta

Dopo l’ascolto del nuovo album si può affermare senza smentita che Vittorio Nocenzi ha vinto la sfida: Transiberiana è un disco che guarda al futuro (come sempre ha fatto la musica del Banco) con piedi ben piantati nel glorioso passato. Un passato che riesce a rivivere in maniera fresca, senza stucchevolezze o rimandi fuori luogo. Tutto è calibrato, a cominciare dai suoni di tastiere, un mix di modernità e vintage di grande classe. Se si dovesse fare un paragone Transiberiana può avvicinarsi a certe partiture di Come In Un’ultima Cena, l’album che nel 1976 si poneva come snodo tra le grandi suite del quadriennio precedente e la formula più concisa che darà vita a opere come Canto Di Primavera.

In Transiberiana la sensazione di sintesi è palpabile, ma oggi il Banco non ha più bisogno di dimostrare di sapere scrivere canzoni pop, come era stato obbligato a fare alle fine degli anni Settanta, oggi la formazione si può permettere di comporre brani di non eccessivo minutaggio (la più lunga, Il Grande Bianco, dura 6:33, ma il disco è un concept quindi il tutto può anche essere visto come un’unica lunga suite) ma al contempo ricchissimi di sorprese. Nocenzi ha imparato a condensare le idee senza però perdere un grammo di inventiva, dimostrando di essere sempre il grande strumentista che tutti ricordano. Le sue evoluzioni sulle tastiere ce lo restituiscono fresco come una rosa, con le dita che corrono veloci in incastri ritmici e melodici, atmosfere ora ariose, ora drammatiche, cambi di ritmo e invenzioni di vario genere ben spalleggiate da tutta la band.


La vita in un concept

Le composizioni sono opera di Vittorio Nocenzi insieme al figlio Michelangelo, i testi sono stati scritti dallo stesso Vittorio insieme a Palo Logli. La Transiberiana del disco diventa secondo Vittorio, metafora del viaggio della vita; difficoltà, sogni, speranze, aspettative, stupori, meraviglie. “E poi la Siberia è una terra estrema” – ha dichiarato Nocenzi a Rockol.it - “Anche questa è una metafora per i tempi estremi che viviamo, sul baratro della catastrofe ambientale e con la globalizzazione che annienta la centralità della conoscenza. Questo è un concept contro il degrado del vivere contemporaneo dominato da ignoranti presuntuosi e fanatici integralisti. Credo che ogni arista debba offrire una tensione etica”.

Prog senza frontiere

Transiberiana è un grande disco di progressive rock che, come tutte le grandi opere, ha bisogno di ascolti approfonditi ma al tempo stesso cattura l’attenzione sin dalle prime note. Nonostante tutte le avversità che hanno minato la vita della band questa dimostra ancora una volta di che caratura sia fatta l’idea del Banco Del Mutuo Soccorso, come sia possibile concepire nel 2019 un disco progressive nella filosofia, un’eccellente mistura di antico e moderno che non rifà il verso al genere ma ce lo restituisce in tutta la sua autenticità.

Transiberiana esce per l’etichetta tedesca Inside Out, con distribuzione Sony. Disponibile in CD mediabook e doppio LP in edizione limitata con libretto di 44 pagine + CD + digitale. I libretti

FABIO ZUFFANTI

martedì 5 maggio 2020

"Effetto Memoria": Alphataurus, Il Cerchio D'Oro, Giorgio "Fico" Piazza Band


Effetto Memoria:
 Alphataurus, Il Cerchio D’Oro, Giorgio “Fico” Piazza Band (La Bottega del Prog)

Varazze, 18 aprile 2019

Di Enrico Meloni

Un concerto lungo un sogno… o quasi. L’inizio di un viaggio stupendo, alla scoperta di alcuni de “I borghi più belli d’Italia”, nel ponente ligure. Un viaggio a lungo agognato e programmato con la calma che va dedicata ad avvenimenti così speciali, con una tappa obbligatoria, Triora, borgo delle streghe e di mille suggestioni per gli amanti del “lato oscuro”.
Ma soprattutto un concerto di quelli indimenticabili.
Attratto principalmente dalla presenza in scaletta degli incredibili Alphataurus, convinco la mia ragazza Miki a fare una tappa a Varazze sul cammino per Apricale appositamente per vedere il concerto, e riusciamo persino a trovare un b&b nei pressi del minuscolo ma accogliente Cinema Teatro Don Bosco. Le stelle si allineano nel nome del prog: finalmente gli Alphataurus dal vivo.

Ciò che ancora non so, mentre ceniamo in spiaggia contemplando il mare, con gli stabilimenti balneari ancora chiusi, e birre e fugassa alla mano, è che il ricordo più vivido dell’intera serata sarà invece quello di un’altra band, di cui avevo sentito parlare molto e le cui copertine avevo visto più volte nelle varie classifiche di “album dell’anno”.
Quella di “Dedalo e Icaro” era praticamente ovunque all’epoca (2013), e anche quella, ancor più appariscente per la scelta dei colori, de “Il fuoco sotto la cenere”, è tra quelle che mi è capitato di vedere più spesso tra riviste, volantini e siti sul prog. Sto parlando de Il Cerchio D’Oro, band ligure attiva a più riprese negli ultimi quasi 40 anni (gulp!) e originaria di Savona.
Ho cercato di correre ai ripari nei giorni precedenti l’evento e sono rimasto colpito dalla loro musica, che definisco senza timore “prog sospeso nell’aria”, etereo, senza tempo. Non originale ma neanche già sentito. Personalissimo nonostante tutti i richiami siano ben presenti.
La musica de Il Cerchio D’Oro è a mio modesto parere prog italiano anni ‘70 allo stato puro. Ma torniamo alla serata.

Menzione doverosa per l’altra band presente in scaletta, Giorgio “Fico” Piazza Band, con Giorgio coadiuvato da una band di giovanissimi nel riproporre i brani che hanno reso immortale la band di cui ha fatto parte per i primi due album. Dai che lo sapete.
Parlo ovviamente della PFM, band che personalmente non ho mai amato troppo, ma di cui sarebbe impensabile non riconoscere il peso all’interno del progressive italiano e internazionale. E comunque siamo, ancora, dinanzi alla storia della musica.

Insomma, per un motivo o per un altro, si trattava di una serata assolutamente da non perdere.
Conduce il Master of Ceremonies e boss di Mat2020 Athos Enrile, che scoprirò in seguito aver avuto un ruolo fondamentale nella messa a punto di quella che voleva essere la prima tappa di un “tour prog itinerante” chiamato “La bottega del Prog”, manifestazione ideata dalle tre band presenti e in collaborazione con la sempre attentissima etichetta genovese Black Widow. Verso le 21 si inizia.

I primi a salire sul palco sono Il Cerchio D’Oro. Naturalmente, un anno dopo quell’evento ho avuto modo di colmare le mie lacune e studiare la storia e la discografia della band, ma qui mi interessa riproporvi, se ci riuscirò, le sensazioni provate in quella serata.
La formazione è composta da Carlo Venturino alle tastiere, Massimo Spica alla chitarra solista, e poi i fondatori: i gemelli Gino e Giuseppe Terribile, rispettivamente batteria e basso (quando si dice che basso e batteria vanno a braccetto!), Franco Piccolini alle tastiere, e Piuccio Pradal alla chitarra acustica e voce.
Il sound è preciso e compatto, la band non perde un colpo e la musica, che ho già definito un prog “totale” e senza tempo, è capace di far viaggiare la mente attraverso trame sonore intricate ma al contempo di grandi semplicità e orecchiabilità. I cori e il frequente cambio di “vocalist” rendono il tutto ancora più interessante.
Altro elemento che probabilmente contribuisce alla mia idea di “musica senza tempo” è la totale assenza di concessioni alla modernità, come a volte accade: la musica de Il Cerchio D’Oro sembra essere uscita dritta dritta degli anni ‘70. Sia nel sound che nell’approccio alla composizione siamo di fronte a un prog “d’annata” e non sembra affatto musica pubblicata negli ultimi 10 anni.
Come già detto, praticamente non conoscevo la band prima del concerto, eppure sono riusciti a conquistarmi subito. Ora, non sono un matusa ma non ho neanche 15 anni. Quanti tra voi sono usciti da un concerto praticamente travolti da una band “nuova”, dove per nuova intendiamo sconosciuta, negli ultimi anni? Non barate.
Quel che è accaduto con Il Cerchio D’Oro è stato davvero notevole, e da lì in poi non ho più smesso di ascoltarli.
A conti fatti, il mio album preferito della loro discografia è “Il Viaggio di Colombo” del 2008, un concept sulle avventure del navigatore zeneise… fantastico concept album che vi consiglio di riscoprire al più presto.

Tra un cambio palco e l’altro, che si potrebbe definire un mezzo trasloco vista la mole di strumentazione che, come sempre accade nei concerti di questo genere prog, viene movimentata ogni volta, Athos ci presenta i musicisti presenti (quelli che non sono occupati, ovviamente), rendendoci partecipi del viaggio musicale di ciascuna delle band presenti.

Con un po’ di disappunto, apprendo che la seconda band saranno gli Alphataurus, che invece in locandina figura(va)no in posizione di headliner della serata, che era un po’ il motivo per cui ci siamo fiondati a Varazze. Al fin della fiera le tre band hanno avuto a disposizione grossomodo la stessa quantità di tempo, eppure… la cosa mi ha sorpreso.
Ma questo è davvero poco importante, perché la performance degli Alphataurus è a dir poco superlativa e ci ripaga pienamente del fatto di aver voluto inframezzare il nostro viaggio con questa tappa a Varazze.
È una di quelle cose che, se non avessi fatto, avrei rimpianto sicuramente. A maggior ragione, poi, visto in che situazione ci troviamo appena un anno dopo.

Basta divagare. Gli Alphataurus. Qualcuno direbbe “ma di che c***o stiamo parlando?”, come a sottolineare che non c’è bisogno di dire altro. E in effetti di parole su questa band milanese, sparita dopo appena un disco (sorte comune a molte altre band dell’epoca) e che avrebbe potuto dare molto di più in una scena incredibilmente vivace, autrice di un debutto da pelle d’oca che non manca mai nelle liste di “migliori x album progressive rock italiano di sempre”, sì, quello la cui copertina sembra uscire fuori da un incubo post-apocalittico, un ossimoro tradotto in immagini (una colomba della pace in volo che sputa bombe dal petto) che dà il meglio nella sua versione in vinile e rigorosamente apribile… se ne sono dette tante, eccome.
Insomma, gli Alphataurus, quelli di “La mente vola” (grazie per non averla lasciata fuori dalla scaletta, non perdetevi il filmato tratto da questo concerto nell’articolo di Athos che viene riproposto sotto), sono qui con noi, stasera, per farci davvero volare indietro nel tempo (o avanti, come preferite), all’insegna, ancora una volta, di una musica immortale, prog allo stato puro, mari di tastiere, voce delicata ma potente al tempo stesso, cambi di tempo frenetici, virtuosismi mai stancanti, trame di basso che si rincorrono, batterismo a tratti jazz e a tratti pesante come un macigno. Wow.
La band presenta ancora tre membri originali: Giorgio Santandrea alla batteria, Pietro Pellegrini alla tastiera e Guido Wassermann alla chitarra; più altri tre componenti “nuovi”, ossia Andrea Guizzetti alla tastiera, Moreno Meroni al basso e Claudio Falcone alla voce. Due tastieristi, notare. Assolutamente fondamentali per ricreare quelle trame intricate che hanno caratterizzato quel fenomenale album pubblicato nel 1973, e non solo. Anche se in quel disco, alla tastiera, c’era il solo Pietro Pellegrini.

Inutile girarci intorno: il mio sogno era ascoltare il primo album per intero, cinque magnifici brani che con Miki abbiamo imparato a memoria nel corso degli anni (come sono sicuro avranno fatto molti e molte di voi), e questo non è accaduto. Sarà forse anche per questo che la band in realtà più attesa della serata, gli Alphataurus appunto, lascerà il posto di “miglior ricordo a un anno di distanza” a Il Cerchio D’Oro, quasi sconosciuti all’epoca dei fatti.
Spero ci sarà un’altra occasione di vederli dal vivo; concerto comunque superlativo da parte di una band che ha davvero fatto la storia della musica, e che fa rabbrividire per le emozioni che è in grado di trasmettere suonando delle canzoni che hanno ormai quasi mezzo secolo.


Altro cambio palco, altro trasloco, altra intervista per Athos, altra attesa per un pezzo importante di storia del rock italiano.
Non posso tralasciare il fatto che sarebbe stupendo se in questi posti ci fosse un servizio, anche scarno, di bar e ristorazione. Questo me lo ricordo bene… vuol dire che avevo una sete pazzesca!

Ultimi ma non per importanza: Giorgio “Fico” Piazza Band, nella sua riproposizione dei classici immortali della PFM tratti dai fondamentali “Storia di un minuto” e “Per un amico”. La sua band è composta da giovani musicisti che già mostrano già la disinvoltura e la bravura dei Big. Parlo di Marco Fabbri alla batteria, Eric Zanoni alla chitarra, e Giuseppe Perna e Riccardo Campagno alle tastiere e voce solista.

Da rilevare in primissima istanza che la band non si limita a “fare la cover band”, ma, seppur non stravolgendo i brani, li ripropone in una versione più personalizzata, il che dev’essere un bel motivo di orgoglio per tutti loro: vecchio e nuovo si mischiano e trovano nuova vita.
Il concerto, come detto, ripercorre le tappe principali di quei due album che serviranno da trampolino di lancio verso la patria del prog rock di quegli anni, l’Inghilterra, per mano di tale Greg Lake.
Non manca niente in termini di scaletta al concerto dell’ultima band della serata, ma ammetto di non riuscire a godere appieno della loro esibizione e di trovarla a tratti prolissa. Come detto sopra, non sono mai stato un grandissimo fan della PFM e, personalmente, la serata aveva già dato tutto quello che doveva dare: una stupenda sorpresa (Il Cerchio D’Oro) e una bellissima emozione, un sogno che si realizza (Alphataurus). Avrò modo di rivedere Giorgio “Fico” al Prog Fest al Porto Antico di Genova solo pochi mesi dopo e in un contesto completamente diverso, nel quale ho certamente goduto meglio della loro esibizione.

Dopo tre ore abbondanti di musica eccellente, è tempo di rincasare! A Miki sono piaciuti molto gli Alphataurus, avremo ascoltato il loro primo album un migliaio di volte… e, ogni volta, “La mente vola”... come fosse la prima!

Ed ecco il ricordo di Miki, che mi ha accompagnato in questo e numerosi altri concerti:

A distanza di un anno, da spettatrice amatoriale e neofita di un genere che apprezzo molto ma di cui capisco poco soprattutto dal punto di vista tecnico, ricordo vividamente le sensazioni provate quella sera più che l’esibizione in sé.
Ricordo di aver detto a Enrico che la musica suonata dalle prime due band non passava attraverso l’udito e non arrivava alle orecchie, ma andava a comunicare con un livello molto più profondo, o forse sconosciuto, dei miei sensi.
Qualche mese dopo questa esperienza sensoriale così particolare per me, ho partecipato a un seminario di pratiche ayurvediche in cui ho scoperto la connessione tra le vibrazioni emesse dai suoni a diverse frequenze e i flussi energetici che mettono in comunicazione l’essere umano con l’universo attraverso i chakra.
Senza scomodare ulteriormente la filosofia orientale, credo proprio che quella sera la musica degli Alphataurus e de Il Cerchio D’Oro, suonata magistralmente in un contesto acustico che davvero non mi aspettavo di trovare in un teatro di periferia incastonato tra le bellissime stradine di Varazze, abbia accarezzato proprio il settimo chackra che, secondo la tradizione spirituale, si trova in cima alla testa, controlla il sistema nervoso e ci permette di aprirci a nuovi modelli di pensiero, a fonti di saggezza e conoscenza nuove e mai esplorate prima.

Articolo di Athos sulla serata (contiene video professionali di un brano per ciascuna band!):


Che cosa è “Effetto Memoria”? Si tratta di una serie di articoli commemorativi in cui si ricordano alcuni concerti memorabili… di qualche anno fa.
Qui puoi trovare la storia completa:

lunedì 4 maggio 2020

"Perchè abbiamo paura delle nuove musiche?", di Oscar Piaggerella


PERCHE' ABBIAMO PAURA DELLE NUOVE MUSICHE?
Di Oscar Piaggerella

Nella società post-moderna in cui viviamo, sono crollati i valori della società esistenti fino a qualche decennio fa (alcuni per fortuna): di religione, di famiglia, di stato, di patria, del lavoro e via discorrendo. Tutto sembra barcollare.
Crollando e polverizzandosi, hanno lasciato un grande vuoto in noi, al punto di ricorrere alla malinconia dei nostri ricordi (personali) di un tempo che non potrà più tornare. Arroccandoci in cerca di "sicurezze".

Questo succede anche, e spesso, in chi ascolta Musica o fa Musica. Si ricorre, tanto per sentirsi "sicuri" a rievocare Musiche degli anni '70 e/o '80. In questi anni '70 e '80 "spaventavano" anche i dischi di Frank Zappa, di Captain Beefheart, Terry Riley, Residents, Throbbing Gristle e di tutti quei grandi innovatori dell'epoca.

Ma oggi, in questo "deserto storico" in cui stiamo vivendo, sta accadendo la stessa cosa, ma, a differenza di allora, oggi c'è una maggiore produzione discografica, e le evoluzioni musicali, nonostante Internet, restano "nascoste" e sommerse al grande pubblico dalla sovraproduzione.
I negozi di dischi erano anche luogo di incontro, di scambi di idee, oggi Internet è luogo di solitudine per dire "virtualmente" <<Guarda quante cose so>> (non intendo demonizzare questo mezzo tecnologico).

Ecco allora sorgere la malinconia e la nostalgia di tempi passati autocelebrandoci con i nostri ricordi rimpiangendo testi e suoni ormai obsoleti.
Il mondo va avanti ogni giorno e la Musica, come tutte le Arti, è sempre pronta a "testimoniare" l'evolversi dell'Uomo.

Il compleanno di Bob Callero



Compie gli anni oggi, 4 maggio, Roberto "Bob" Callero, bassista, compositore e paroliere.

Ha fatto parte di importanti gruppi progressive degli anni '70 - Osage Tribe, Duello Madre e il "supergruppo" Il Volo - diventato uno dei session man più richiesti; ha suonato con Lucio Battisti, Eugenio Finardi, Loredana Berte, Anna Oxa (scrivendo molti testi).

Insomma, una "vita da mediano", quei musicisti poco noti, ma per molti artisti insostituibili in fase di registrazione ed esecuzione live.

Happy birthday Bob!
Wazza


 Osage Tribe- Nunzio Favia, Red Canzian e Bob Callero

 Osage Tribe-1972


IL VOLO (1974), in alto da sinistra:
Mario Lavezzi (voce e chitarra) e Gabriele Lorenzi (tastiere);
nella fila in mezzo, da sinistra, Alberto Radius alla chitarra e voce e Bob Callero;
nella fila sotto, da sinistra a destra Gianni Dall'Aglio (batteria) e Vince Tempera alle tastiere

domenica 3 maggio 2020

Banco del Mutuo Soccorso: usciva il 3 maggio 1972 l'album omonimo

«Esprime la nostra urgenza espressiva, sino ad allora compressa per mancanza di occasioni. In volo è il manifesto concettuale della nostra ricerca artistica, sia per i testi che per la musica. C’è dentro la melodia, l’Hammond C3, l’utilizzo di un italiano più arcaico, dissonante con lo slang quotidiano, per creare un corto circuito con il linguaggio musicale del momento. RIP è la nostra immagine antimilitarista. Il giardino del mago è la suite che avevo dentro per esprimere pienamente il gruppo: preferisco ascoltarla che spiegarla».
(Vittorio Nocenzi)


Come diceva giustamente la pubblicità del 3 maggio 1972 "Le parole non bastano, bisogna ascoltarlo....”.

Questo era lo slogan per l'uscita del primo album del Banco del Mutuo Soccorso, il famoso "Salvadanaio", capolavoro del prog rock mondiale

Wazza     

Agli inizi del 1972 la band pubblica per la Ricordi il primo disco, omonimo, "Banco del Mutuo Soccorso", destinato a diventare una pietra miliare nella nascente scena italiana del rock. L'album contiene brani di grande impatto e notevole lirismo dove i testi di Francesco Di Giacomo si sposano alla perfezione con le composizioni di Vittorio Nocenzi.

In particolare "R.I.P. (Requisecant In Pace)", "Il Giardino del Mago" e "Metamorfosi" sono brani di struggente bellezza che rimarranno impressi nella mente degli appassionati per la loro grande poesia, per la loro alternanza di umori, di sfumature, di momenti di pieno strumentale a cui fanno seguito frasi appena sussurrate.


È un'opera prima incredibilmente matura, che la dice lunga su quello che sarà il percorso artistico futuro della formazione. Di grande impatto è anche l'artwork, con una copertina a forma di salvadanaio, ed una fessura (quella utilizzata per introdurre il denaro) da cui può essere estratta una striscia di cartoncino su cui sono stampate le foto dei componenti del gruppo. Una vera rarità per i collezionisti.



sabato 2 maggio 2020

The Who: il 2 maggio del 1969 anteprima di "Tommy" per la stampa

  1969, The Who gave a press preview of their new rock opera 'Tommy' at Ronnie Scott's in London

«So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un'opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un'idea che ho in testa. Non c'è niente di definito
(dichiarazione di Pete Townshend,1968)

Il 2 maggio 1969, il gruppo The Who suona in anteprima al Ronnie Scott's di Londra, solo per la stampa, l'opera rock "Tommy", un disco che cambierà la storia del rock.

Il doppio album uscirà il 23 maggio 1969: ne saranno tratte opere teatrali e un film.

Di tutto un Pop…
Wazza


THE WHO - Ronnie Scott's Club in London, UK on May 2st, 1969

 (dalla rete)

Il 2 maggio del 1969 gli WHO suonarono un'anteprima per i media della loro opera rock "TOMMY" al Ronnie Scott's di Londra. L'album doppio, prima ancora della rappresentazione dal vivo e del film, è una pietra miliare, perchè è vero che gli Who non furono i primi a realizzare un'opera concettuale di quella natura, ma furono i primi a confezionare un prodotto che sarebbe rimasto nel tempo, e che avrebbe influenzato svariate generazioni. Alla pubblicazione del disco la critica si divise in due, tra quelli che lo reputavano un capolavoro, e chi invece pensava si trattasse di sfruttamento commerciale di tematiche serie, come la disabilità e le molestie sessuali su minori. L'album venne messo al bando dalla BBC e da alcune stazioni radio americane, per i riferimenti alla pedofilia e all'uso di droghe. L'opera riscosse però un enorme successo presso il pubblico, complici le frequenti esecuzioni dal vivo dei brani del disco. Nel 1998 fu introdotto nella Grammy Hall of Fame per "historical, artistic and significant value", e a tutt'oggi ha venduto più di 20 milioni di copie.

 The WHO releases Tommy, 1969


 THE WHO recording their landmark album 'TOMMY' at IBC Studios, London


 THE WHO recording their landmark album 'TOMMY' at IBC Studios, London



venerdì 1 maggio 2020

Effetto Memoria - Una serie di ricordi di concerti che furono, di Enrico Meloni


Effetto Memoria
Una serie di ricordi di concerti che furono

Di Enrico Meloni

E se volessimo parlare di quando si poteva andare ai concerti ma affrontare l’argomento in modo non nostalgico, ma solo “per parlarne”, e perché, tolti i concerti veri… di che potrei mai scrivere?
Si aprirebbe un dibattito lunghissimo sulla necessità di non dare mai nulla per scontato e approfittare e godere della vita appieno mentre se ne ha la possibilità.

In fatto di concerti, da quando ho iniziato a lavorare ho fatto di tutto per non perderne neanche uno, se potevo. Ma non è stata solo fortuna, anche se vivere a Londra ha sicuramente aiutato, è anche un fatto di tenacia, passione e voglia di divertirsi in quel modo lì. Già, perché ovviamente in alcuni casi ne avrei potuto fare a meno, ero stanco morto e mi aspettavano giornate pesantissime. Eppure, fatalista fino al midollo e conscio del fatto che prima o poi la pacchia sarebbe finita per un qualsiasi motivo, ci ho dato dentro.

Ora che non ci possiamo muovere di casa e “i fatti mi cosano”, situazione che non mi piace per nulla, sia chiaro, penso a tutti i concerti di cui ho potuto godere. È un ricordo stupendo e sono davvero contento di aver speso i miei soldi in quel modo anziché circondarmi di oggetti inutili o “fare shopping”.
Andare ai concerti ha rappresentato, dal 2013 a oggi, il mio hobby preferito ed è un’attività che ho portato avanti con costanza e grande impegno a livello monetario e logistico.

Dal primo concerto dei Living Colour nel 2013, quando hanno suonato “Vivid” dall’inizio alla fine, al Koko di Londra (anche il Koko ha conosciuto giorni migliori! https://www.bbc.com/news/uk-england-london-51014040), alle trasferte massacranti per vedere i Kiss al Download 2015 (con tanto di notte all’addiaccio nella stazione dei bus di Derby in una gelida notte di giugno nelle Midlands inglesi), i King Crimson prima a Roma nel 2018, con treno all’alba per Roma, e poi a Verona nel 2019 il giorno dopo gli Slayer al Rock The Castle... fino all’ultimo in ordine cronologico, la commovente riproposizione dal vivo di “Metropolis Pt. 2: Scenes from a memory” da parte dei Dream Theater al Filaforum di Assago.
Milano, metà febbraio 2020: il COVID era già tra noi? Era già dentro di noi? È ancora dentro di noi e non lo sappiamo? Solo una risposta: BOH.

Sta di fatto che di concerti ne ho visti tantissimi, e non mi basta mai. E sono sicuro che lo stesso, con più o meno poesia, si potrà dire per molti e molte di voi.

E allora ho pensato: se è vero che non tutti questi eventi occupano lo stesso posto nel mio cuore e nella mia memoria, ma solo alcuni hanno superato “la prova del tempo”, perché non parlarne a distanza di uno, due, tre o più anni, e vedere cosa ne è rimasto?

Alla fine, un live report di un concerto, dal mio punto di vista, non può e non deve essere la descrizione di una setlist. Chi conosce una certa band conoscerà anche i suoi brani, e chi non la conosce potrebbe davvero annoiarsi a veder dettagliato un elenco di canzoni e “quali parti ciascuna di esse include”. (A me annoiano persino le recensioni scritte così, “faccia un po’ lei”).
A mio modo di vedere, il resoconto di un concerto può essere una storia, una serie di aneddoti divertenti o tristi o che facciano riflettere, sensazioni, ricordi… o tutte queste cose insieme e molto altro ancora.

Per questo mi produrrò in una serie di articoli commemorativi di alcuni dei concerti più “memorabili” a cui ho assistito in questi anni.
Ciascun articolo sarà corredato, dove possibile, da foto e video (di mia produzione o trovati in rete), una testimonianza di chi era con me al concerto, le setlist (sempre che siano disponibili su internet o che le abbia fotografate in qualche modo la sera dell’evento), un live report dell’evento “dell’epoca” e/o un articolo di Mat2020… sullo stesso concerto!