01.Pristine Eyes
02. Showdown
03. The Villain King
04. Beyond
05. Our Lonely Shelter
06. The Great Escape
07. Riddle From The Stars
08. There Is No End
Line Up
Simone Calciolari: chitarre e cori
Roberto Roverselli: voce
Angela Busato: tastiere, flauto, cori
Carlo Busato: batteria
Gaetano Celotti: basso
I Dark
Ages sono una band veronese con all’attivo quattro album molto interessanti
pubblicati nell’arco di trent’anni circa dediti a un rock progressivo con
venature metal. Tra le loro produzioni merita una menzione l’opera rock Teumman
(part one - 2011 e part two - 2013) ambientata nell’antica Assiria e dalla
quale è stata tratta una rappresentazione teatrale. La loro nuova fatica
discografica, la quinta dunque, è intitolata Between
Us. Si tratta di un concept dedicato alle paure e al
coraggio che ha l’uomo nell’affrontarle, una tematica decisamente attuale. I
Dark Ages confermano in toto la loro bravura nell’ambito di otto tracce ben
concepite e magnificamente ideate. Riff di chitarra grintosi, si alternano a
parti melodiche e a sezioni tipicamente progressive sorrette, in particolare,
dalle tastiere e dal flauto di Angela Busato, autrice, peraltro, delle grafiche
del disco. I cori, il vocalism versatile e quasi teatrale di Roberto Roverselli
e una sezione ritmica di spessore arricchiscono un panorama sonoro di tutto
riguardo assolutamente scevro da cali di tensione. La ferrea determinazione del
leader Simone Calciolari è alla base del progetto di questa band che è davvero
un peccato non riesca finalmente a uscire dall’underground al quale è relegata
a causa della miopia, o meglio della sordità e della totale mancanza di
obiettività, di certa critica e pubblico.
L’incisività dell’opening track Pristine
Days…
… la struggente bellezza di Beyond,
la camaleontica Our Lonely Shelter, l’atipicità strutturale della lunga
conclusiva There Is No End e l’arioso andamento di The Great Escape
solo alcuni esempi dell’ampio raggio d’azione in cui si snodano le varie
composizioni non cadendo mai nell’errore di risultare eccessivamente
dispersive. La maturità e la sicurezza acquisita dai Dark Ages consentono oculate
divagazioni che rende il prodotto intrigante all’ascolto specie per chi ha
voglia di evitare come la peste bubbonica l’insulsaggine quotidiana propinata
dai mass media italiani. Viva la musica, quella vera!
Chi scrive questa recensione aveva
già avuto modo di apprezzare e di commentare positivamente il sesto album dei Twenty-four Hours, dal titolo “Close – Lamb –
White – Walls” e pubblicato nel 2018. In quell’opera la band capitanata dal
tastierista e cantante Paolo Lippe tentava un’impresa apparentemente
impossibile, coniugando coordinate artistiche molto distanti tra loro. Il
disco, infatti, era un omaggio a quattro album completamente diversi l’uno dall’altro,
a parte il fatto di essere accomunati da una copertina con uno sfondo bianco:
la psichedelia dal perfetto gusto melodico del “White album” dei Beatles, il
prog-rock maturo di “The Lamb lies down on Broadway”, l’opera più intensa dei
Genesis dell’era-Gabriel, la rabbia post-punk del drammatico capolavoro
dark-wave “Closer” dei Joy Division e il crossover tra acid-rock, prog e
rock-opera a tinte fosche di The Wall, i Pink Floyd in preda al “golpe” di
Roger Waters.
Insomma: come si capisce da questa
premessa, i Twenty-four hours sono dei ribelli, non fanno musica per compiacere
nessuno, non si preoccupano né di essere incanalati in un genere, né di seguire
delle mode; e questa loro settima pubblicazione, pubblicata da Andromeda
Relix, spinge ulteriormente in avanti l’asticella della ricerca e della
sperimentazione.
Di quel nucleo storico del 1987
troviamo ancora in formazione Paolo Lippe (tastiere, voce,
programmazione di linee di basso e drum-machine, ukulele e contributi creativi
alla produzione dell’album), Marco Lippe (batteria, percussioni e voce)
e il chitarrista Antonio Paparelli. La formazione è completata da Elena
Lippe alla voce, Ruggero Condò ai sax tenore e soprano e Paolo
Sorcinelli al basso e alle chitarre elettriche e classiche. Inoltre, come
ospite speciale, troviamo Francesco D’Orazio, che suona un violino
Guarnieri originale del 1711.
Come si diceva all’inizio, né
generi né stili codificati e definiti trovano posto nel sound dei Twenty-four
Hours: ad esempio, suona tantissimo new wave anni ‘80 la partenza del disco
affidata a Crevasses and puddles, con quelle chitarre così asciutte e
taglienti, quel cantato sofferto, quei bass-synth così rotondi e quel drumming
così tribale.
Spiazza totalmente, invece, la
scelta del cantato in italiano in “Una perla vive nascosta tutta la vita”.
Qui l’interpretazione accorata, i delicati tocchi di pianoforte, le chitarre
arpeggiate, il testo criptico e le armonie vocali richiamano a quella fase del
Banco del Mutuo Soccorso in cui, a fine anni ‘70, la svolta pop era ancora
lontana ma al tempo stesso il prog si era ripulito di alcuni orpelli (album, ad
esempio, come “Canto di primavera” o “Come in un’ultima cena”).
Negli anni ‘80 il mondo musicale
era scosso da gruppi come Cardiacs, Twelfth Night, Legendary Pink Dots, che ben
mescolavano rabbia post-punk e barocchismi prog. E questo sound (con in più un
tocco di Devo ma persino di Peter Gabriel solista dei primi due album) è quello
che ritroviamo nella ghiotta Unexpected results, uno dei “gioielli” dell’intero
album.
Con Ghost Pensionci
spostiamo su territori new-wave ed electro-pop quasi al confine
dell’italo-disco (chi ha ascoltato Gaznevada e Krisma avrà focalizzato…) ed il
risultato è decisamente accattivante; Why should i care for strangers,
con le sue atmosfere più soft, ci ricorda che i Twenty-four Hours nascevano nel
sottobosco prog italiano di fine anni ‘80, quello di gruppi come Arcansiel,
Edith e Fancyfluid, capaci di amare tanto i Marillion quanto i Simple Minds e
tanto Gabriel senza i Genesis quanto Hammill senza i VDGG.
Altro titolo tra i capolavori del
disco è Permanent war: quell’atmosfera cupa, sospesa e dilaniata da
arpeggi di sintetizzatori “sghembi” crea un trait-d’union con quel “The Lamb
lies down on Broadway” omaggiato dai nostri nel loro album precedente; ma sono
gli interventi “sognanti” e fiabeschi del cantato e del sax a fare davvero la
differenza, in un brano surreale, stralunato, quasi gong-esque.
Il rock progressivo italiano (che
ormai nell’universo musicale odierno è diventato un genere a sé stante)
riaffiora in Incantesimo K-44, altro brano cantato nella nostra lingua e
affidato agli arpeggi delicati del pianoforte. Meravigliosa la chiosa: un
liquido lavoro chitarristico attorniato da ricami di piatti.
Ben due brani in italiano in
sequenza tra loro: ed arriva così Eterno gremboche dona, traccia dal
ritmo swingato e dai gustosi tocchi di organo e Moog. Ennesimo momento
“incollocabile” che ci svela una volta di più, se ce ne fosse bisogno,
l’imprevedibilità di questa band. La “deflagrazione” di sax attorno al quarto
minuto della traccia e la sua fusione perfetta con l’intervento chitarristico
successivo, poi, suona come qualcosa di epico.
Gli oltre 8 minuti di Caroline ne
fanno una delle tracce più lunghe dell’intera opera. Un solido tappeto di
Mellotron ci culla in una ballad tra psichedelia e neo-progressive rock (ma
ovviamente si tratta sempre di coordinate di massima, tanto per voler dare
delle etichette). Ancora una volta lo spirito dei Gong (ma anche degli Area)
riaffiora quando il brano “impazzisce” e ci conduce verso i lidi del jazz-rock
e, addirittura, del free-jazz per poi, con un moto circolare, riportarci alle
atmosfere iniziali sul finale.
E finiamo, maestosamente, con
un’altra traccia da oltre 8 minuti: Hypocrite and slacker God, tra
organi liturgici, cantato teatrale e gabrielliano, chitarre arpeggiate,
ritmiche spezzate e il famoso violino settecentesco, riesce a suonare un po’
come una “summa” dell’intera opera, perfettamente e correttamente posta in
chiusura.
Vale la pena spendere una parola
anche per la bellezza dei suoni dell’intero album e per la nitidezza della
produzione. E il fatto che in essa ci sia lo zampino di un geniaccio del
prog-rock italiano moderno come Fabio Serra (“patròn” dei Rosenkreutz)
fa ancora più piacere.
C’è del nuovo in casa AMS
Records (distribuzione BTF), o meglio, essendoci spesso e volentieri del
bello, voglio portarvi a conoscenza e analizzare “Wagdans”, il secondo disco dei Galaverna:
recita il comunicato stampa dello scorso maggio: <<…gruppo nato nel
2014 a Verona grazie all’iniziativa del cantante e chitarrista Valerio “Willy”
Goattin. I ragazzi esordirono l’anno successivo con una gemma ispirata
alle sonorità progressive-folk nordeuropee intitolata “Dodsdans” (La danza della
morte), un concept album che esalta il fascino di una natura pura e
incontaminata ma al tempo stesso crudele e letale per gli esseri viventi che le
si volessero avvicinare. “Wagdans” (La danza del fauno), composto in periodo di
lockdown da Valerio e registrato da una line-up per metà completamente
rinnovata, è seguito naturale del precedente album, le cui battute finali
raccontavano di un pianeta ormai inospitale, completamente ricoperto di
ghiaccio. Questo album celebra invece un ritorno alla vita, accompagnando con
le proprie sonorità acustiche e bucoliche l’immaginaria danza pagana del Green
Man, mentre rende nuovamente floride le terre un tempo inospitali del nostro
pianeta.>>
La band è passata dal nord Europa
alla Gran Bretagna, siccome sono evidenti (ma ben calibrati) i rimandi al folk
della terra d’Albione. Ho letto che secondo alcuni giornalisti i Galaverna si
sarebbero ispirati a Fairport Convention (forse periodo “Nine”) e Steeleye Span;
credo, invece, che la loro ricerca si sia spinta ben più in là dei soliti tre
nomi del folk rock inglese (metteteci nel terzetto, ovviamente, anche i giganti
Pentangle). Echi di Fuchsia, Mellow Candle (seppur irlandesi), Spirogyra, Trees
e Fresh Maggots spuntano qua e là nei solchi di “Wagdans”; sono pepite da
raccogliere e collezionare, in quanto fuse al prog sopraffino (per tecnica e
intenti) di cui sono capaci questi ragazzi veneti, ma bellamente internazionali
come rendez-vous di idee melodiche. Quindi non si parla di un lavoro
psych-folk, ma piuttosto prog-folk, e comunque rivisto, aumentato, amplificato
rispetto agli anni ’70, poiché siamo negli anni ’20 del nuovo millennio, per
cui i nostri portano in grembo tante altre influenze, che ne hanno forgiato la
loro idea musicale. È bene mettere in chiaro che qui non si copia nulla, ma si
inventa, si crea (certo prendendo spunto) e ad alti livelli.
Il disco si apre con “Under the
Seas” e si è trasportati fin da subito in un rigoglioso giardino (delle
delizie?). Chitarra poetica e violino sognante, a supportare voci gentili. Il
successivo intreccio di corde lascia il posto a una cavalcata ben supportata
dalla batteria mai troppo invadente. “Wagdans” è più offuscata,
maggiormente riflessiva, quasi nebbiosa. Il luogo è un non-luogo, lo stacco a
metà pezzo lo raffigura fortemente: ciò che era discesa diventa pianura, umida,
verdissima, puntellata da atmosfere d’altri tempi, anche se siamo al di fuori
del tempo. Forse, oltre ad esso. Davvero una meravigliosa canzone. “Ganymede”,
dolce e affascinante, è un andirivieni di incastri sonori, voci che, come porte,
si aprono e si chiudono alla disponibilità della luce. Un soave vortice di
soffice e idilliaca poetica moderna. “The Loss of the Sun”, dinamica e
avvincente, ha nel coinvolgente refrain il suo punto di forza. Messo come in
loop, ipnotizza cercando di parlare all’anima. Un plauso alle scelte armoniche
degli archi, che, combinate al cantato all’unisono, portano altrove. “The
Darkest Reign”, con un’ouverture classicheggiante, ammalia e seduce come
una danzatrice del ventre. Le percussioni donano quei sapori orientali che
entrano dentro per non andarsene più, ma anzi accrescono con l’incalzante
incedere del ritmo. “Metempsychosis” vola con la grazia di un falco e la
leggerezza di un aquilone; imperniata sulle mille acustiche delle chitarre
disinvolte e sicure, a braccetto all’amalgama vocale di forte impatto emotivo,
pensa e vive delicata e leggiadra. Degna chiusura di qualcosa che comunque sia
non finirà mai. Quel qualcosa, i Galaverna, l’hanno chiamato “Wagdans”.
Lorenzo Beltrami: Percussioni,
Programmazione e Cori
La genovese Black Widow Records
dimostra di avere coraggio, proponendo tra le sue pubblicazioni dischi
sperimentali o che, comunque, denotano una ricerca di novità nel sound che rappresenta
ormai una rarità, almeno qui in Italia. In questo contesto si colloca Il nuovo
EP dei Cyrax - formazione in attivo dal
2013 con tre album sinora sfornati collocabili nel metal progressivo - intitolato
Metamorphosis e registrato l’estate scorsa.
La band ha inteso rivisitare tracce
già contenute sui precedenti dischi in chiave acustica non omettendo elementi
etnici, industrial, progressive e orchestrali. Metamorphosis di certo
non è scontato essendo pregno di visionari cambi sonori all’interno di ogni
singola composizione. Colpiscono in particolar modo le parti cantate da Marco
Cantoni, coadiuvato nei cori da tutta la band, che figurerebbero benissimo in
uno spettacolo teatrale d’avanguardia. Difficile inquadrare quale possa essere
il pubblico verso cui un siffatto EP potrebbe trovare proseliti. È lapalissiano
che se adori Achille Lauro o Mahmood è meglio soprassedere. Metamorphosis richiede
attenzione, concentrazione e soprattutto svariati ascolti per essere apprezzato
nella sua interezza. Chi ama il prog o, in generale, la musica sperimentale,
possiede le chiavi per aprire questo scrigno pieno di tesori e gioire
approcciando alla versatilità di chicche quali Dorian, Jocasta o la formidabile
title track, a mio avviso la migliore del lotto. Di certo nei lombardi Cyrax
l’inventiva non manca, e visto che suonano spesso dal vivo, speriamo di poterli
ammirare prima o poi.
Special guests: Edoardo Taddei
(chitarra traccia 7); Marco Mastrobuono (chitarra traccia 8); Andrea Pedruzzi
(voce traccia 5); Alessio Cattivera (chitarra)
Avere la capacità di sorprendere
l’ascoltatore nell’oggettiva impossibilità di proporre qualcosa di veramente
innovativo, è il reale scopo che ogni musicista contemporaneo dovrebbe
perseguire. Non è un obiettivo facile da raggiungere perché richiede in principal
modo una capacità compositiva talmente elevata da evitare commenti banali e
superficiali del tipo “bah, sono cose già sentite”, “è la solita
fuffa” ecc. ecc… Ecco, i Dragonhammer
sono riusciti nel miracolo di stupire immettendo sul mercato un album prodotto egregiamente
che include composizioni di alto profilo, ben concepite e, particolare non da
poco, registrate in modo magistrale.
Il power metal la fa da padrone ma
rispetto al passato i vari brani hanno un vigore superiore, un’incisività che
li rende oltremodo gradevoli. Un disco energico, paragonabile a un grande
esercito in movimento pronto per la battaglia, infarcito di strabilianti assolo
alla sei corde, riff assassini, una sezione ritmica autorevole, splendide
orchestrazioni e un vocalism di spessore assicurato dal nuovo singer Mattia
Fagiolo. Non ho ravvisato cali di tensione e anche quando il gruppo si è
lasciato andare alle immancabili ballate (Fallen Brothers/The Rising),
lo ha fatto mantenendo la medesima intensità. Un’evoluzione evidente, una
sapiente e fantasiosa commistione di power ed epic che rendono Second Life, munito di una cover di sicuro effetto,
una delle migliori uscite nel genere avvenute nel 2022.
Tra i brani che meritano una menzione
citiamo le veloci Kingdom Of The Ghosts e Sickness Divine, la
variegata Into The Warrior's Mind, l’abrasiva e ricca di pathos Diamond
Of Peace, la cadenzata Shattering Hope e la melanconica strumentale Ending
Legacy.
I Dragonhammer hanno fatto centro
anche perché la loro line up è finalmente coesa e i risultati sono lampanti. Costituiscono
da tanti anni uno dei pilastri del power metal italiano e con la loro ultima
fatica discografica, migliore del pur ottimo Obscurity, hanno confermato
nettamente l’importanza che rivestono nel panorama metal nostrano.
ISoft
Machinesono un gruppo musicale inglese formatosi nel 1966 a Canterbury,
nel Kent. Scioltisi nel 1984, dal 1999 alcuni ex-membri del gruppo hanno dato
vita a band satelliti e nel 2015 l'ultimo di questi gruppi, i Soft Machine
Legacy, ha ripreso la denominazione originale Soft Machine.
Sono stati una delle formazioni di
punta della scena di Canterbury, nonché una delle band pioniere del rock
progressivo e, insieme ai Pink Floyd e ai Tomorrow, rappresentano la prima
originale ondata della sperimentazione e della psichedelia a Londra. Il loro
stile musicale si è evoluto negli anni e dai primi anni Settanta si basa sulla
fusion.
L’attuale formazione è composta da
John Etheridge (chitarra: con i Soft Machine dal 1975, da allora è il
principale solista della band), John Marshall (batteria, membro più longevo
della band, unitosi ai Soft Machine nel 1972), Theo Travis (sax tenore e
soprano, flauti e piano elettrico Fender Rhodes e Fred Thelonious Baker (uno
dei migliori bassisti della Gran Bretagna).
Alice Bellati li ha fotografati nel corso
della loro performance milanese, il 27 ottobre scorso.